Wikisource itwikisource https://it.wikisource.org/wiki/Pagina_principale MediaWiki 1.47.0-wmf.21 first-letter Media Speciale Discussione Utente Discussioni utente Wikisource Discussioni Wikisource File Discussioni file MediaWiki Discussioni MediaWiki Template Discussioni template Aiuto Discussioni aiuto Categoria Discussioni categoria Autore Discussioni autore Progetto Discussioni progetto Portale Discussioni portale Pagina Discussioni pagina Indice Discussioni indice Opera Discussioni opera TimedText TimedText talk Modulo Discussioni modulo Evento Discussioni evento Autore:Rita Melillo 102 5125 3904959 3791748 2026-09-28T15:27:10Z Candalua 1675 3904959 wikitext text/x-wiki {{Autore | Nome = Rita | Cognome = Melillo | Attività = scrittrice | Nazionalità = italiana | Professione e nazionalità = scrittrice e ricercatrice italiana }} == Opere == * {{Testo|Interviste dal libro "Dialoghi D.O.C. con manager di qualità"}} * {{Testo|Interviste dal libro "TUTUCH (Uccello tuono)"}} I testi sono stati gentilmente donati dall'autrice: '''OTRS Ticket#: 2005123110002489''' nwm1c5ecb2m2vszrv3oym14m1b00kt7 Rime varie/Serenata 0 15021 3905110 3825484 2026-09-29T05:31:14Z Dr Zimbu 1553 Porto il SAL a SAL 100% 3905110 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=29 settembre 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Serenata|prec=../Sonetto|succ=../A Giuliano di Lorenzo de' Medici}} <pages index="Opere_di_Niccolò_Machiavelli_VI.djvu" from="456" to="464" /> l3twkpu0w3dl7m7ycz30rooq9vidc1y Operette morali/Dialogo della Natura e di un Islandese 0 56168 3905132 3839665 2026-09-29T07:37:52Z Csndr 82606 3905132 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=75%|data=15 agosto 2008|arg=Dialoghi}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Dialogo della Natura e di un Islandese|prec=../Dialogo di Torquato Tasso e del suo Genio familiare|succ=../Il Parini, ovvero Della Gloria/Capitolo primo}} Un Islandese, che era corso per la maggior parte del mondo, e soggiornato in diversissime terre; andando una volta per l’interiore dell’Africa, e passando sotto la linea equinoziale in un luogo non mai prima penetrato da uomo alcuno, ebbe un caso simile a quello che intervenne a Vasco di Gama nel passare il Capo di Buona speranza; quando il medesimo Capo, guardiano dei mari australi, gli si fece incontro, sotto forma di gigante, per distorlo dal tentare quelle nuove acque<ref>Camoens, ''Lusiad.'' canto 5.</ref>. Vide da lontano un busto grandissimo; che da principio immaginò dovere essere di pietra, e a somiglianza degli ermi colossali veduti da lui, molti anni prima, nell’isola di Pasqua. Ma fattosi più da vicino, trovò che era una forma smisurata di donna seduta in terra, col busto ritto, appoggiato il dosso e il gomito a una montagna; e non finta ma viva; di volto mezzo tra bello e terribile, di occhi e di capelli biondi; la quale guardavalo fissamente; e stata così un buono spazio senza parlare, all’ultimo gli disse. ;Natura: Chi sei? che cerchi in questi luoghi dove la tua specie era incognita? ;Islandese: Sono un povero Islandese, che vo fuggendo la Natura; e fuggitala quasi tutto il tempo della mia vita per cento parti della terra, la fuggo adesso per questa. ;Natura: Così fugge lo scoiattolo dal serpente a sonaglio, finché gli cade in gola da sé medesimo. Io sono quella che tu fuggi. ;Islandese: La Natura? ;Natura: Non altri. ;Islandese: Me ne dispiace fino all’anima; e tengo per fermo che maggior disavventura di questa non mi potesse sopraggiungere. ;Natura: Ben potevi pensare che io frequentassi specialmente queste parti; dove non ignori che si dimostra più che altrove la mia potenza. Ma che era che ti moveva a fuggirmi? ;Islandese: Tu dei sapere che io fino nella prima gioventù, a poche esperienze, fui persuaso e chiaro della vanità della vita, e della stoltezza degli uomini; i quali combattendo continuamente gli uni cogli altri per l’acquisto di piaceri che non dilettano, e di beni che non giovano; sopportando e cagionandosi scambievolmente infinite sollecitudini, e infiniti mali, che affannano e nocciono in effetto; tanto più si allontanano dalla felicità, quanto più la cercano. Per queste considerazioni, deposto ogni altro desiderio, deliberai, non dando molestia a chicchessia, non procurando in modo alcuno di avanzare il mio stato, non contendendo con altri per nessun bene del mondo, vivere una vita oscura e tranquilla; e disperato dei piaceri, come di cosa negata alla nostra specie, non mi proposi altra cura che di tenermi lontano dai patimenti. Con che non intendo dire che io pensassi di astenermi dalle occupazioni e dalle fatiche corporali: che ben sai che differenza e dalla fatica al disagio, e dal viver quieto al vivere ozioso. E già nel primo mettere in opera questa risoluzione, conobbi per prova come egli è vano a pensare, se tu vivi tra gli uomini, di potere, non offendendo alcuno, fuggire che gli altri non ti offendano; e cedendo sempre spontaneamente, e contentandosi del menomo in ogni cosa, ottenere che ti sia lasciato un qualsivoglia luogo, e che questo menomo non ti sia contrastato. Ma dalla molestia degli uomini mi liberai facilmente, separandomi dalla loro società, e riducendomi in solitudine: cosa che nell’isola mia nativa si può recare ad effetto senza difficoltà. Fatto questo, e vivendo senza quasi verun’immagine di piacere, io non poteva mantenermi però senza patimento: perché la lunghezza del verno, l’intensità del freddo, e l’ardore estremo della state, che sono qualità di quel luogo, mi travagliavano di continuo; e il fuoco, presso al quale mi conveniva passare una gran parte del tempo, m’inaridiva le carni, e straziava gli occhi col fumo; di modo che, né in casa né a cielo aperto, io mi poteva salvare da un perpetuo disagio. Né anche potea conservare quella tranquillità della vita, alla quale principalmente erano rivolti i miei pensieri: perché le tempeste spaventevoli di mare e di terra, i ruggiti e le minacce del monte Ecla, il sospetto degl’incendi, frequentissimi negli alberghi, come sono i nostri, fatti di legno, non intermettevano mai di turbarmi. Tutte le quali incomodità in una vita sempre conforme a sé medesima, e spogliata di qualunque altro desiderio e speranza, e quasi di ogni altra cura, che d’esser quieta; riescono di non poco momento, e molto più gravi che elle non sogliono apparire quando la maggior parte dell’animo nostro è occupata dai pensieri della vita civile, e dalle avversità che provengono dagli uomini. Per tanto veduto che più che io mi ristringeva e quasi mi contraeva in me stesso, a fine d’impedire che l’esser mio non desse noia né danno a cosa alcuna del mondo; meno mi veniva fatto che le altre cose non m’inquietassero e tribolassero; mi posi a cangiar luoghi e climi, per vedere se in alcuna parte della terra potessi non offendendo non essere offeso, e non godendo non patire. E a questa deliberazione fui mosso anche da un pensiero che mi nacque, che forse tu non avessi destinato al genere umano se non solo un clima della terra (come tu hai fatto a ciascuno degli altri generi degli animali, e di quei delle piante), e certi tali luoghi; fuori dei quali gli uomini non potessero prosperare né vivere senza difficoltà e miseria; da dover essere imputate, non a te, ma solo a essi medesimi, quando eglino avessero disprezzati e trapassati i termini che fossero prescritti per le tue leggi alle abitazioni umane. Quasi tutto il mondo ho cercato, e fatta esperienza di quasi tutti i paesi; sempre osservando il mio proposito, di non dar molestia alle altre creature, se non il meno che io potessi, e di procurare la sola tranquillità della vita. Ma io sono stato arso dal caldo fra i tropici, rappreso dal freddo verso i poli, afflitto nei climi temperati dall’incostanza dell’aria, infestato dalle commozioni degli elementi in ogni dove. Più luoghi ho veduto, nei quali non passa un dì senza temporale: che è quanto dire che tu dai ciascun giorno un assalto e una battaglia formata a quegli abitanti, non rei verso te di nessun’ingiuria. In altri luoghi la serenità ordinaria del cielo è compensata dalla frequenza dei terremoti, dalla moltitudine e dalla furia dei vulcani, dal ribollimento sotterraneo di tutto il paese. Venti e turbini smoderati regnano nelle parti e nelle stagioni tranquille dagli altri furori dell’aria. Tal volta io mi ho sentito crollare il tetto in sul capo pel gran carico della neve, tal altra, per l’abbondanza delle piogge la stessa terra, fendendosi, mi si è dileguata di sotto ai piedi; alcune volte mi è bisognato fuggire a tutta lena dai fiumi, che m’inseguivano, come fossi colpevole verso loro di qualche ingiuria. Molte bestie salvatiche, non provocate da me con una menoma offesa, mi hanno voluto divorare; molti serpenti avvelenarmi; in diversi luoghi è mancato poco che gl’insetti volanti non mi abbiano consumato infino alle ossa. Lascio i pericoli giornalieri, sempre imminenti all’uomo, e infiniti di numero; tanto che un filosofo antico<ref>{{Ac|Lucio Anneo Seneca|Seneca}}, ''Natural. Quæstion.'' lib. 6, cap. 2.</ref> non trova contro al timore, altro rimedio più valevole della considerazione che ogni cosa è da temere. Né le infermità mi hanno perdonato; con tutto che io fossi, come sono ancora, non dico temperante, ma continente dei piaceri del corpo. Io soglio prendere non piccola ammirazione considerando che tu ci abbi infuso tanta e sì ferma e insaziabile avidità del piacere; disgiunta dal quale la nostra vita, come priva di ciò che ella desidera naturalmente, è cosa imperfetta: e da altra parte abbi ordinato che l’uso di esso piacere sia quasi di tutte le cose umane la più nociva alle forze e alla sanità del corpo, la più calamitosa negli effetti in quanto a ciascheduna persona, e la più contraria alla durabilità della stessa vita. Ma in qualunque modo, astenendomi quasi sempre e totalmente da ogni diletto, io non ho potuto fare di non incorrere in molte e diverse malattie: delle quali alcune mi hanno posto in pericolo della morte; altre di perdere l’uso di qualche membro, o di condurre perpetuamente una vita più misera che la passata; e tutte per più giorni o mesi mi hanno oppresso il corpo e l’animo con mille stenti e mille dolori. E certo, benché ciascuno di noi sperimenti nel tempo delle infermità, mali per lui nuovi o disusati, e infelicità maggiore che egli non suole (come se la vita umana non fosse bastevolmente misera per l’ordinario); tu non hai dato all’uomo, per compensarnelo, alcuni tempi di sanità soprabbondante e inusitata, la quale gli sia cagione di qualche diletto straordinario per qualità e per grandezza. Ne’ paesi coperti per lo più di nevi, io sono stato per accecare: come interviene ordinariamente ai Lapponi nella loro patria. Dal sole e dall’aria, cose vitali, anzi necessarie alla nostra vita, e però da non potersi fuggire, siamo ingiuriati di continuo: da questa colla umidità, colla rigidezza, e con altre disposizioni; da quello col calore, e colla stessa luce: tanto che l’uomo non può mai senza qualche maggiore o minore incomodità o danno, starsene esposto all’una o all’altro di loro. In fine, io non mi ricordo aver passato un giorno solo della vita senza qualche pena; laddove io non posso numerare quelli che ho consumati senza pure un’ombra di godimento: mi avveggo che tanto ci è destinato e necessario il patire, quanto il non godere; tanto impossibile il viver quieto in qual si sia modo, quanto il vivere inquieto senza miseria: e mi risolvo a conchiudere che tu sei nemica scoperta degli uomini, e degli altri animali, e di tutte le opere tue; che ora c’insidii ora ci minacci ora ci assalti ora ci pungi ora ci percuoti ora ci laceri, e sempre o ci offendi o ci perseguiti; e che, per costume e per instituto, sei carnefice della tua propria famiglia, de’ tuoi figliuoli e, per dir così, del tuo sangue e delle tue viscere. Per tanto rimango privo di ogni speranza: avendo compreso che gli uomini finiscono di perseguitare chiunque li fugge o si occulta con volontà vera di fuggirli o di occultarsi; ma che tu, per niuna cagione, non lasci mai d’incalzarci, finché ci opprimi. E già mi veggo vicino il tempo amaro e lugubre della vecchiezza; vero e manifesto male, anzi cumulo di mali e di miserie gravissime; e questo tuttavia non accidentale, ma destinato da te per legge a tutti i generi de’ viventi, preveduto da ciascuno di noi fino nella fanciullezza, e preparato in lui di continuo, dal quinto suo lustro in là, con un tristissimo declinare e perdere senza sua colpa: in modo che appena un terzo della vita degli uomini è assegnato al fiorire, pochi istanti alla maturità e perfezione, tutto il rimanente allo scadere, e agl’incomodi che ne seguono. ;Natura: Immaginavi tu forse che il mondo fosse fatto per causa vostra? Ora sappi che nelle fatture, negli ordini e nelle operazioni mie, trattone pochissime, sempre ebbi ed ho l’intenzione a tutt’altro che alla felicità degli uomini o all’infelicità. Quando io vi offendo in qualunque modo e con qual si sia mezzo, io non me n’avveggo, se non rarissime volte: come, ordinariamente, se io vi diletto o vi benefico, io non lo so; e non ho fatto, come credete voi, quelle tali cose, o non fo quelle tali azioni, per dilettarvi o giovarvi. E finalmente, se anche mi avvenisse di estinguere tutta la vostra specie, io non me ne avvedrei. ;Islandese: Ponghiamo caso che uno m’invitasse spontaneamente a una sua villa, con grande instanza; e io per compiacerlo vi andassi. Quivi mi fosse dato per dimorare una cella tutta lacera e rovinosa, dove io fossi in continuo pericolo di essere oppresso; umida, fetida, aperta al vento e alla pioggia. Egli, non che si prendesse cura d’intrattenermi in alcun passatempo o di darmi alcuna comodità, per lo contrario appena mi facesse somministrare il bisognevole a sostentarmi; e oltre di ciò mi lasciasse villaneggiare, schernire, minacciare e battere da’ suoi figliuoli e dall’altra famiglia. Se querelandomi io seco di questi mali trattamenti, mi rispondesse: forse che ho fatto io questa villa per te? o mantengo io questi miei figliuoli, e questa mia gente, per tuo servigio? e, bene ho altro a pensare che de’ tuoi sollazzi, e di farti le buone spese; a questo replicherei: vedi, amico, che siccome tu non hai fatto questa villa per uso mio, così fu in tua facoltà di non invitarmici. Ma poiché spontaneamente hai voluto che io ci dimori, non ti si appartiene egli di fare in modo, che io, quanto è in tuo potere, ci viva per lo meno senza travaglio e senza pericolo? Così dico ora. So bene che tu non hai fatto il mondo in servigio degli uomini. Piuttosto crederei che l’avessi fatto e ordinato espressamente per tormentarli. Ora domando: t’ho io forse pregato di pormi in questo universo? o mi vi sono intromesso violentemente, e contro tua voglia? Ma se di tua volontà, e senza mia saputa, e in maniera che io non poteva sconsentirlo né ripugnarlo, tu stessa, colle tue mani, mi vi hai collocato; non è egli dunque ufficio tuo, se non tenermi lieto e contento in questo tuo regno, almeno vietare che io non vi sia tribolato e straziato, e che l’abitarvi non mi noccia? E questo che dico di me, dicolo di tutto il genere umano, dicolo degli altri animali e di ogni creatura. ;Natura: Tu mostri non aver posto mente che la vita di quest’universo è un perpetuo circuito di produzione e distruzione, collegate ambedue tra sé di maniera, che ciascheduna serve continuamente all’altra, ed alla conservazione del mondo; il quale sempre che cessasse o l’una o l’altra di loro, verrebbe parimente in dissoluzione. Per tanto risulterebbe in suo danno se fosse in lui cosa alcuna libera da patimento. ;Islandese: Cotesto medesimo odo ragionare a tutti i filosofi. Ma poiché quel che è distrutto, patisce; e quel che distrugge, non gode, e a poco andare è distrutto medesimamente; dimmi quello che nessun filosofo mi sa dire: a chi piace o a chi giova cotesta vita infelicissima dell’universo, conservata con danno e con morte di tutte le cose che lo compongono? Mentre stavano in questi e simili ragionamenti è fama che sopraggiungessero due leoni, così rifiniti e maceri dall’inedia, che appena ebbero forza di mangiarsi quell’Islandese; come fecero; e presone un poco di ristoro, si tennero in vita per quel giorno. Ma sono alcuni che negano questo caso, e narrano che un fierissimo vento, levatosi mentre che l’Islandese parlava, lo stese a terra, e sopra gli edificò un superbissimo mausoleo di sabbia: sotto il quale colui diseccato perfettamente, e divenuto una bella mummia, fu poi ritrovato da certi viaggiatori, e collocato nel museo di non so quale città di Europa. {{Sezione note}} ittugr6m10si6su94hcmuiflc1nvxvm Autore:Vittoria Aganoor 102 59906 3904961 3793226 2026-09-28T15:28:21Z Candalua 1675 /* Raccolte di poesie */ 3904961 wikitext text/x-wiki {{Autore | Nome = Vittoria | Cognome = Aganoor | Attività = poetessa/scrittrice | Nazionalità = italiana | Professione e nazionalità = }} == Opere == === Raccolte di poesie === * {{Testo|Leggenda eterna|Leggenda eterna - Intermezzo - Risveglio}} * {{Testo|Nuove Liriche (Aganoor)}} * ''Poesie complete'' (1912) ([[Indice:Poesie complete di Vittoria Aganoor, Firenze, Le Monnier, 1912.djvu|Indice]]) === Poesie sparse === * {{Testo|Pasqua armena}} * {{Testo|Io vidi}} === Prose === * {{Testo|La Madonna (Aganoor)|La Madonna}} * {{Testo|Dal vero (Aganoor)|Dal vero}} == Autori correlati == * [[Autore:Elena Aganoor|Elena Aganoor]] (1852 – 1912), sorella maggiore * [[Autore:Giacomo Zanella|Giacomo Zanella]] (1820 – 1889), maestro per circa quindici anni * [[Autore:Guido Pompilj|Guido Pompilj]] (1854 – 1910), marito {{Sezione note}} turj4klmloyfomq2p294xubb004dm5j Principii di filosofia zoologica e anatomia comparata/Prefazione del traduttore 0 75890 3905112 3747559 2026-09-29T05:33:20Z Dr Zimbu 1553 Porto il SAL a SAL 100% 3905112 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=29 settembre 2026}} {{IncludiIntestazione|sottotitolo=Prefazione del traduttore|prec=../|succ=../Principii di filosofia zoologica}} <pages index="Goethe - Principii di filosofia zoologica e anatomia comparata.djvu" from=9 to=9 /> g6trltmc4g3vllen03yy3cz3la7766i Pagina principale/Sezioni 0 136096 3904833 3903177 2026-09-28T14:13:41Z Spinoziano (BEIC) 60217 /* Ultimi arrivi */ 3904833 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=75%|data=21 agosto 2018|arg=Da definire}}<div class="noprint indice_gestione_portale_intestazione"> {{ucfirst:Gestione delle sezioni della Pagina principale}}</div> <span class="noprint indice_etichetta" style="float: right;">[[Image:Nuvola filesystems folder open.png|16px]] Categoria: '''[[:Categoria:Gestione della pagina principale|Pagina principale]]'''</span> <span class="noprint indice_etichetta">[[{{ucfirst:Pagina principale}}|{{lcfirst:Pagina principale}}]]&nbsp;[[File:Nuvola apps noatun.png|8px]] [[Pagina principale/Sezioni|Gestione della Pagina principale]]</span> <br style="clear: both;" /> __NOTOC__ <div class="usermessage">Se hai intenzione di modificare i contenuti della pagina principale assicurati di aver prima letto e compreso [[Aiuto:Pagina principale|questa pagina di istruzioni]].</div> <section begin="Layout" /> {|width=50% align=center |+ <big>'''Layout della pagina principale'''</big> !colspan=3 style="width: 100%; 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border-bottom:1px solid #{{Colore portale sfondo barre 1}}; display:block"> [[File:HILLBLU indici.png|30px]] '''[[Portale:Autori|Indici per autori]]'''</span> <div style="margin: 0 0 0 36px"> [[Wikisource:Indice alfabetico degli autori|Alfabetico]] · [[Wikisource:Indice cronologico degli autori|Cronologico]] · [[Wikisource:Indice degli autori per argomento|Tematico]] </div> <span style="font-size:110%; border-bottom:1px solid #{{Colore portale sfondo barre 1}}; display:block"> [[File:HILLBLU libro.png|30px]] '''[[Portale:Testi|Indici per testi]]'''</span> <div style="margin: 0 0 <!-- margin-bottom: -->2em 36px"> [[Wikisource:Indice alfabetico dei testi|Alfabetico]] · [[Wikisource:Indice cronologico dei testi|Cronologico]] · [[Wikisource:Testi in ordine alfabetico per argomento|Tematico]] · [[Wikisource:Indice dei testi per Stato di Avanzamento dei Lavori|Per SAL]] <small>([[Aiuto:SAL|?]])</small> </div> <span style="font-size:110%; border-bottom:1px solid #{{Colore portale sfondo barre 1}}; display:block"> [[File:HILLBLU tavolozza.png|30px]] '''[[:Categoria:Arti|Arte]]'''</span> <div style="margin: 0 0 0 36px"> [[:Categoria:Architettura|Architettura]] · [[:Categoria:Letteratura|Letteratura]] ([[:Categoria:Poesie|Poesie]], [[:Categoria:Racconti|Racconti]], [[:Categoria:Romanzi|Romanzi]]) · [[:Categoria:Musica|Musica]] · [[:Categoria:Pittura|Pittura]] · [[:Categoria:Scultura|Scultura]] · [[:Categoria:Teatro|Teatro]] </div> <span style="font-size:110%; border-bottom:1px solid #{{Colore portale sfondo barre 1}}; display:block"> [[File:HILLBLU pigreco.png|30px]] '''[[:Categoria:Scienze matematiche, fisiche e naturali|Scienze matematiche, fisiche e naturali]]'''</span> <div style="margin:0 0 0 36px"> [[:Categoria:Astronomia|Astronomia]] · [[:Categoria:Biologia|Biologia]] · [[:Categoria:Fisica|Fisica]] · [[:Categoria:Matematica|Matematica]] </div> <span style="font-size:110%; border-bottom:1px solid #{{Colore portale sfondo barre 1}}; display:block"> [[File:HILLBLU mondo.png|30px]] '''[[:Categoria:Scienze sociali|Scienze umane e sociali]]'''</span> <div style="margin: 0 0 0 36px"> [[:Categoria:Diritto|Diritto]] · [[:Categoria:Economia|Economia]] · [[:Categoria:Educazione e formazione|Educazione]] · [[:Categoria:Filosofia|Filosofia]] · [[:Categoria:Geografia|Geografia]] · [[:Categoria:Psicologia|Psicologia]] · [[:Categoria:Sociologia|Sociologia]] · [[:Categoria:Storia|Storia]] </div> <span style="font-size:110%; border-bottom:1px solid #{{Colore portale sfondo barre 1}}; display:block"> [[File:HILLBLU puzzle.png|30px]] '''[[:Categoria:Società|Società]]'''</span> <div style="margin: 0 0 0 36px"> [[:Categoria:Biografie|Biografie]] · [[:Categoria:Politica|Politica]] · [[:Categoria:Religione|Religione]] </div> <span style="font-size:110%; border-bottom:1px solid #{{Colore portale sfondo barre 1}}; display:block"> [[File:HILLBLU meccanismo.png|30px]] '''[[:Categoria:Tecnologia e scienze applicate|Tecnologia e scienze applicate]]'''</span> <div style="margin: 0 0 0 36px"> [[:Categoria:Agricoltura|Agricoltura]] · [[:Categoria:Informatica|Informatica]] · [[:Categoria:Medicina|Medicina]] · [[:Categoria:Ingegneria|Ingegneria]] · [[:Categoria:Trasporti|Trasporti]] ([[:Categoria:Ferrovie|Ferrovie]]) </div></div><section end="Biblioteca2015"/> === Testo in evidenza === <section begin="Testo in evidenza" />{{#section:Pagina principale/Testo in evidenza|{{NumeroCasuale|24}}}}<section end="Testo in evidenza" /> === Citazioni === <section begin="Citazioni" /> <div style="text-align:center">{{#section:Pagina principale/Citazioni|{{NumeroCasuale|8}} }}</div><section end="Citazioni" /> === Proposte === <section begin="Proposte" /> <div style="text-align:center; text-align: -webkit-center;">{{#section:Pagina principale/Proposte}}</div><section end="Proposte" /> ==Seconda colonna== === Laboratorio === <section begin="Laboratorio" /><div style="margin-bottom:10px;"> {{Centrato}}'''[[Wikisource:Aiuta Wikisource|Aiuta Wikisource!]]'''<br/> '''È sufficiente saper leggere''' [[File:Barrili - Galatea, Milano, Treves, 1896.djvu|170px|page=7|border|link=Indice:Barrili - Galatea, Milano, Treves, 1896.djvu]]<br/>La [[Wikisource:Rilettura del mese|collaborazione del mese]] propone la rilettura di [[Indice:Barrili - Galatea, Milano, Treves, 1896.djvu|'''''Galatea''''']] di [[Autore:Anton Giulio Barrili|Anton Giulio Barrili]] In alternativa scegli pure un testo a piacimento tra quelli [[:Categoria:Pagine indice SAL 75%|da rileggere]], o se ti senti più esperto anche tra quelli [[:Categoria:Pagine indice SAL 25%|da ''trascrivere'']]! Qui c'è [[Speciale:IndexPages|l'elenco completo]]. [[Aiuto:Rilettura - 1 - primissimi passi|({{smaller|Serve un ''aiutino''?}})]]</div></div><section end="Laboratorio" /> {{Centrato|'''N.B. La rilettura del mese va rinnovata [[w:Template:Pagina principale/Wikisource|anche su Wikipedia]]'''}} === Ricorrenze === <section begin=Ricorrenze /><div style="margin-bottom:10px;">{{Wikisource:Ricorrenze/{{CURRENTDAY}} {{CURRENTMONTHNAME}}}}<div style="clear:both"></div></div><section end=Ricorrenze /> === Ultimi arrivi === <section begin=Ultimi arrivi /><div style="margin-bottom:10px;"> <b>Ultimi testi riletti</b> <!----------------------------------- MODIFICARE QUA SOTTO Inserire i nuovi testi SAL 100% in CIMA Numero massimo 5 testi --------------------------------------> * {{testo|Novelle (Gogol)}} * {{testo|Racconti (Hoffmann)}} * {{testo|Gaetanino}} * {{testo|Un matrimonio in provincia}} * {{testo|Il marchese del Grillo}} <!-------------------------------------- MODIFICARE QUA SOPRA ---------------------------------------> <div style="margin-top: 0;"></div> <b>Ultimi testi trascritti</b> <!----------------------------------- MODIFICARE QUA SOTTO Inserire i nuovi testi SAL 75% in CIMA Numero massimo: 5 testi NON TOGLIERE I TESTI SE DIVENTANO RILETTI! -------------------------------------> * {{Testo|L'Avesta (Pizzi, 1914)}} * {{Testo|Aggiunta a' viaggi di Europa}} * {{Testo|Il Libro dei Re}} * {{Testo|Racconti (Hoffmann)}} * {{Testo|Tartufo - Il Misantropo}} </div><section end=Ultimi arrivi /> === Oltre Wikisource === <section begin="Oltre Wikisource" /> <div style="text-align:center;"> Clicca sui loghi per conoscere gli altri progetti liberi della [[:foundation:|Wikimedia Foundation]]. [[File:Wikipedia-logo.svg|40px|link=:w:]] &nbsp; [[File:Commons-logo.svg|35px|link=:commons:]] &nbsp; [[File:Wikibooks-logo.svg|35px|link=:b:]] &nbsp; [[File:Wikiquote-logo.svg|35px|link=:q:]] &nbsp; [[File:Wiktionary-logo.svg|35px|link=:wikt:]] &nbsp;<br /> [[File:Wikiversity-logo.svg|35px|link=:v:]] &nbsp; [[File:Wikispecies-logo.svg|35px|link=:species:Pagina principale]] &nbsp; [[File:Wikimedia Community Logo optimized.svg|35px|link=:m:Pagina principale]] &nbsp; [[File:Wikidata-logo.svg|35px|link=:d:Wikidata:Pagina principale]] &nbsp; [[File:Wikivoyage-Logo-v3-icon.svg|35px|link=:voy:]] &nbsp; [[File:Wikifunctions-logo.svg|35px|link=:f:]] &nbsp; </div><section end="Oltre Wikisource" /> <noinclude>[[Categoria:Pagina principale]]</noinclude> j2dhgbp21l7kgafjf1hogbs2kdbnakn 3904938 3904833 2026-09-28T15:07:50Z Candalua 1675 /* Ultimi arrivi */ 3904938 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=75%|data=21 agosto 2018|arg=Da definire}}<div class="noprint indice_gestione_portale_intestazione"> {{ucfirst:Gestione delle sezioni della Pagina principale}}</div> <span class="noprint indice_etichetta" style="float: right;">[[Image:Nuvola filesystems folder open.png|16px]] Categoria: '''[[:Categoria:Gestione della pagina principale|Pagina principale]]'''</span> <span class="noprint indice_etichetta">[[{{ucfirst:Pagina principale}}|{{lcfirst:Pagina principale}}]]&nbsp;[[File:Nuvola apps noatun.png|8px]] [[Pagina principale/Sezioni|Gestione della Pagina principale]]</span> <br style="clear: both;" /> __NOTOC__ <div class="usermessage">Se hai intenzione di modificare i contenuti della pagina principale assicurati di aver prima letto e compreso [[Aiuto:Pagina principale|questa pagina di istruzioni]].</div> <section begin="Layout" /> {|width=50% align=center |+ <big>'''Layout della pagina principale'''</big> !colspan=3 style="width: 100%; border: 1px solid #{{Colore portale sfondo barre 4}}; background: #{{Colore portale sfondo barre 3}};"|[[Pagina principale/Sezioni#Titolo|Titolo]] |- | valign=top width=60% |<!-- PRIMA COLONNA --> <div style="border: 1px solid #{{Colore portale sfondo barre 4}}; padding: .5em;">Sezioni "vetrina" <div style="border: 1px solid #{{Colore portale sfondo barre 4}}; background-color: #{{Colore portale sfondo barre 2}}; padding: .2em; spacing: .2em"> *[[Pagina principale/Sezioni#Biblioteca|Biblioteca]] </div> <div style="border: 1px solid #{{Colore portale sfondo barre 4}}; background-color: #{{Colore portale sfondo barre 2}}; padding: .2em; spacing: .2em"> *[[Pagina principale/Sezioni#Testo in evidenza|Testo in evidenza]] </div> <div style="border: 1px solid #{{Colore portale sfondo barre 4}}; background-color: #{{Colore portale sfondo barre 2}}; padding: .2em; spacing: .2em"> *[[Pagina principale/Sezioni#Citazioni|Citazioni]] </div> <div style="border: 1px solid #{{Colore portale sfondo barre 4}}; 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text-align: -webkit-center;">{{#section:Pagina principale/Proposte}}</div><section end="Proposte" /> ==Seconda colonna== === Laboratorio === <section begin="Laboratorio" /><div style="margin-bottom:10px;"> {{Centrato}}'''[[Wikisource:Aiuta Wikisource|Aiuta Wikisource!]]'''<br/> '''È sufficiente saper leggere''' [[File:Barrili - Galatea, Milano, Treves, 1896.djvu|170px|page=7|border|link=Indice:Barrili - Galatea, Milano, Treves, 1896.djvu]]<br/>La [[Wikisource:Rilettura del mese|collaborazione del mese]] propone la rilettura di [[Indice:Barrili - Galatea, Milano, Treves, 1896.djvu|'''''Galatea''''']] di [[Autore:Anton Giulio Barrili|Anton Giulio Barrili]] In alternativa scegli pure un testo a piacimento tra quelli [[:Categoria:Pagine indice SAL 75%|da rileggere]], o se ti senti più esperto anche tra quelli [[:Categoria:Pagine indice SAL 25%|da ''trascrivere'']]! Qui c'è [[Speciale:IndexPages|l'elenco completo]]. [[Aiuto:Rilettura - 1 - primissimi passi|({{smaller|Serve un ''aiutino''?}})]]</div></div><section end="Laboratorio" /> {{Centrato|'''N.B. La rilettura del mese va rinnovata [[w:Template:Pagina principale/Wikisource|anche su Wikipedia]]'''}} === Ricorrenze === <section begin=Ricorrenze /><div style="margin-bottom:10px;">{{Wikisource:Ricorrenze/{{CURRENTDAY}} {{CURRENTMONTHNAME}}}}<div style="clear:both"></div></div><section end=Ricorrenze /> === Ultimi arrivi === <section begin=Ultimi arrivi /><div style="margin-bottom:10px;"> <b>Ultimi testi riletti</b> <!----------------------------------- MODIFICARE QUA SOTTO Inserire i nuovi testi SAL 100% in CIMA Numero massimo 5 testi --------------------------------------> * {{testo|Novelle (Gogol)}} * {{testo|Racconti (Hoffmann)}} * {{testo|Gaetanino}} * {{testo|Un matrimonio in provincia}} * {{testo|Il marchese del Grillo}} <!-------------------------------------- MODIFICARE QUA SOPRA ---------------------------------------> <div style="margin-top: 0;"></div> <b>Ultimi testi trascritti</b> <!----------------------------------- MODIFICARE QUA SOTTO Inserire i nuovi testi SAL 75% in CIMA Numero massimo: 5 testi NON TOGLIERE I TESTI SE DIVENTANO RILETTI! -------------------------------------> * {{Testo|Storielle vane}} * {{Testo|L'Avesta (Pizzi, 1914)}} * {{Testo|Aggiunta a' viaggi di Europa}} * {{Testo|Il Libro dei Re}} * {{Testo|Tartufo - Il Misantropo}} </div><section end=Ultimi arrivi /> === Oltre Wikisource === <section begin="Oltre Wikisource" /> <div style="text-align:center;"> Clicca sui loghi per conoscere gli altri progetti liberi della [[:foundation:|Wikimedia Foundation]]. 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non son potuti star saldi, perciocchè il Signore li ha sospinti. {{vb|46|16}}Egli ne ha traboccati molti, e anche l’uno è caduto sopra l’altro; e han detto: Or su, ritorniamo al nostro popolo, e al nostro natío paese, d’innanzi alla spada di quel disertatore. {{vb|46|17}}Han quivi gridato: Faraone, re di Egitto, ''è'' ruinato; egli ha lasciata passar la stagione. {{vb|46|18}}''Come'' io vivo, dice il Re, il cui nome ''è'': Il Signor degli eserciti, colui verrà, a guisa che Tabor ''è'' fra i monti, e Carmel in sul mare. {{vb|46|19}}Fatti degli arnesi da cattività, o figliuola abitatrice di Egitto; perciocchè Nof sarà ''messa'' in desolazione, e sarà arsa, e non vi abiterà ''più'' alcuno. {{vb|46|20}}Egitto ''è'' una bellissima giovenca; ma dal Settentrione viene, viene lo scannamento. {{vb|46|21}}E benchè la gente che egli avea a suo soldo, ''fosse'' dentro di esso come vitelli di stía, pur si son messi in volta anch’essi, son fuggiti tutti quanti, non si sono fermati; perciocchè il giorno della lor calamità è sopraggiunto loro, il tempo della lor visitazione. {{vb|46|22}}La voce di esso uscirà, a guisa di ''quella della'' serpe; perciocchè coloro cammineranno con poderoso esercito, e verranno contro a lui con iscuri, come tagliatori di legne. {{vb|46|23}}Taglieranno il suo bosco, dice il Signore, il cui conto non poteva rinvenirsi; perciocchè essi saranno in maggior numero che locuste, anzi ''saranno'', innumerabili. {{vb|46|24}}La figliuola di Egitto ''è'' svergognata, è data in man del popolo di Settentrione. {{vb|46|25}}Il Signor degli eserciti, l’Iddio {{Pt|d’I-|}}{{AltraColonna}}{{vb|46|25|continua}}{{Pt|sraele,|d’Israele,}} ha detto: Ecco, io fo punizione della moltitudine di No, e di Faraone, e dell’Egitto, e de’ suoi dii, e de’ suoi re; di Faraone, e di quelli che si confidano in lui. {{vb|46|26}}E li darò in man di quelli che cercano l’anima loro, e in man di Nebucadnesar re di Babilonia, e in man de’ suoi servitori; ma dopo questo, ''l’Egitto'' sarà abitato, come ai dì di prima, dice il Signore. {{vb|46|27}}E tu, o Giacobbe, mio servitore, non temere; e tu, o Israele, non ispaventarti<ref>{{BibLink|Is|41|13}}, {{BibLink|Is|41|14|14}}; {{BibLink|Is|43|5|43. 5}}.</ref>; perciocchè ecco, io ti salverò di lontan ''paese'', e la tua progenie dal paese della sua cattività; e Giacobbe se ne ritornerà, e sarà in riposo, e in tranquillità, e non ''vi sarà'' alcuno che ''lo'' spaventi. {{vb|46|28}}Tu, Giacobbe, mio servitore, non temere, dice il Signore; perciocchè io ''son'' teco; perciocchè ben farò una finale esecuzione sopra le genti, dove ti avrò scacciato; ma sopra te non farò una finale esecuzione; anzi ti castigherò moderatamente; ma pur non ''ti'' lascerò del tutto impunito. <section end=46 /> <section begin=47 /> {{Centrato|{{smaller|''Profezie contro i Filistei.''}}}} {{vb|47|1|capolettera}} LA parola del Signore che fu ''indirizzata'' al profeta Geremia contro a’ Filistei, avanti che Faraone percotesse Gaza. {{vb|47|2}}Così ha detto il Signore: Ecco, delle acque salgono di Settentrione<ref>{{BibLink|Is|8|7}}.</ref>, e sono come un torrente che trabocca, e inonderanno la terra, e tutto quello ch’è in essa, le città, e i loro abitanti; e gli uomini grideranno, e tutti gli abitatori del paese urleranno. {{vb|47|3}}Per lo strepito del calpestio delle unghie de’ destrieri di esso, per lo romore de’ suoi carri, ''per'' lo fracasso delle sue ruote, i padri non si son rivolti a’ figliuoli, per la fiacchezza delle ''lor'' mani; {{vb|47|4}}Per cagion del giorno che viene, per guastar tutti i Filistei, per isterminare a Tiro, e a Sidon, ogni rimanente di aiuto; perciocchè il Signore diserterà i Filistei, il rimanente dell’isola di Caftor. {{vb|47|5}}Raditura di capo è avvenuta a Gaza, Ascalon è perita, ''col'' rimanente della lor valle. Infino a quando ti farai tu delle tagliature addosso? {{vb|47|6}}Ahi spada del Signore! infino a quando non ti riposerai? ricogliti nel tuo fodero, riposati, e resta. {{vb|47|7}}Come ti riposeresti? conciossiachè il Signore le abbia data commessione, e l’abbia assegnata là, contro ad Ascalon, e contro al lito del mare. <section end=47 /> <section begin=48 /> {{Centrato|{{smaller|''Profezie contro i Moabiti.''}}}} {{vb|48|1|capolettera}} QUANT’è a Moab<ref>{{BibLink|Is|15|1|Is. cap. 15}} e {{BibLink|Is|16|1|16}}.</ref>, così ha detto il Signor degli eserciti, l’Iddio {{Pt|d’I-|}}{{FineColonna}}<section end=48 /><noinclude> <hr> <references/>{{PieDiPagina||645}}</noinclude> eil6rlpc1vm29534wxr4r6rgtaomogk Pagina:La Sacra Bibbia (Diodati 1885).djvu/654 108 304650 3905096 2426529 2026-09-29T05:26:34Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3905096 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" /><small>{{RigaIntestazione | sin =''Profezie'' | centro = GEREMIA, 48. | dx =''contro Moab.''}}</small></noinclude><section begin=48 />{{colonna}}{{vb|48|1|continua}}{{Pt|sraele|d’Israele}}: Guai a Nebo! perciocchè è stata guasta; Chiriataim è stata confusa, ''e'' presa; la rocca è stata confusa, e spaventata. {{vb|48|2}}Non ''vi è'' più vanto per Moab in Hesbon; è stato macchinato contro a quella del male, ''dicendo'': Venite, e distruggiamola, che non ''sia più'' nazione; anche tu, Madmen, perirai; la spada ti perseguiterà. {{vb|48|3}}Una voce di grido ''viene'' di Horonaim, ''voce di'' guasto, e di gran rotta: {{vb|48|4}}Moab è rotto, i suoi piccoli figliuoli hanno dati di gran gridi. {{vb|48|5}}Perciocchè un continuo pianto sale per la salita di Luhit; imperocchè hanno uditi i nemici, un grido di rotta, nella discesa di Horonaim: {{vb|48|6}}Fuggite, scampate le vostre persone, e sieno come un tamerice nel deserto. {{vb|48|7}}Perciocchè, perchè tu ti sei confidata nelle tue opere, e ne’ tuoi tesori, tu ancora sarai presa; e Chemos andrà in cattività, co’ suoi sacerdoti, e co’ suoi principi. {{vb|48|8}}E il guastatore entrerà in tutte le città, e niuna città scamperà; e la valle perirà, e la pianura sarà distrutta; perciocchè il Signore l’ha detto. {{vb|48|9}}Date dell’ale a Moab, ch’egli se ne voli via ratto; le sue città saranno ''messe'' in desolazione, senza che vi abiti ''più'' alcuno. {{vb|48|10}}Maledetto ''sia'' colui che farà l’opera del Signore rimessamente, e maledetto ''sia'' colui che divieterà la sua spada di ''spandere'' il sangue<ref>{{BibLink|1 Sam|15|3}}, {{BibLink|1 Sam|15|9|9}}.</ref>. {{vb|48|11}}Moab è stato in tranquillità fin dalla sua fanciullezza, e si è riposato sopra la sua feccia, e non è stato ''mai'' travasato, e non è andato in cattività; perciò il suo sapore gli è restato, e il suo odore non si è mutato. {{vb|48|12}}Perciò, ecco i giorni vengono, dice il Signore, che io gli manderò de’ tramutatori, che lo tramuteranno di stanza, e vuoteranno i suoi vaselli, e spezzeranno i suoi barili. {{vb|48|13}}E Moab sarà confuso di Chemos, come la casa d’Israele è stata confusa di Betel<ref>{{BibLink|1 Re|12|28|1 Re 12. 28}}, ecc.</ref>, lor confidanza. {{vb|48|14}}Come dite voi: Noi ''siam'' forti, ed uomini di valore per la guerra? {{vb|48|15}}Moab è deserto, e le sue città son perite, e la scelta de’ suoi giovani è scesa all’uccisione, dice il Re, il cui Nome ''è'': Il Signor degli eserciti. {{vb|48|16}}La calamità di Moab ''è'' presta a venire, e il suo male si affretta molto. {{vb|48|17}}Condoletevi con lui, ''voi'' suoi circonvicini tutti; e ''voi'' tutti, che conoscete il suo nome, dite: Come è stato rotto lo scettro di fortezza, la verga di gloria? {{vb|48|18}}O figliuola abitatrice di Dibon, scendi ''del seggio'' di gloria, e siedi in luogo arido; perciocchè il guastatore di Moab è salito contro a te, egli ha disfatte le tue fortezze.{{AltraColonna}} {{vb|48|19}}O abitatrice di Aroer, fermati in su la strada, e riguarda; domanda colui che fugge, e colei che scampa; di’: Che cosa è avvenuto? {{vb|48|20}}Moab è confuso, perciocchè è stato rotto; urlate, e gridate; annunziate in su l’Arnon che Moab è stato guasto; {{vb|48|21}}E che il giudicio è venuto sopra la contrada della pianura, sopra Holon, e sopra Iasa, e sopra Mefaat; {{vb|48|22}}E sopra Dibon, e sopra Nebo, e sopra Bet-diblataim; {{vb|48|23}}E sopra Chiriataim, e sopra Bet-gamul, e sopra Bet-meon; {{vb|48|24}}E sopra Cheriot, e sopra Bosra, e sopra tutte le città del paese di Moab, lontane e vicine. {{vb|48|25}}Il corno di Moab è stato troncato, e il suo braccio è stato rotto, dice il Signore. {{vb|48|26}}Inebbriatelo, perciocchè egli si è innalzato contro al Signore; e dibattasi Moab nel suo vomito, e sia in derisione anch’egli. {{vb|48|27}}Israele non ti è egli stato in derisione? è egli forse stato ritrovato fra i ladri, che ogni volta che tu parli di lui, tu ti commuovi tutto? {{vb|48|28}}Lasciate le città, e abitate nella rocca, abitatori di Moab; e siate come una colomba, ''che'' si annida nel didentro della foce d’una grotta. {{vb|48|29}}Noi abbiamo intesa la superbia di Moab, grandemente superbo; il suo orgoglio, la sua superbia, e la sua alterezza, e l’innalzamento del suo cuore. {{vb|48|30}}Io ho conosciuto, dice il Signore, il suo furore; ma non ''sarà'' cosa ferma; le sue menzogne non produrranno nulla di stabile. {{vb|48|31}}Perciò, io urlerò per cagion di Moab, darò di gran gridi per cagion di tutto quanto Moab; ei si gemerà per que’ di Chir-heres. {{vb|48|32}}Io vi piagnerò, o vigne di Sibma, del pianto di Iazer; le tue propaggini passavan di là dal mare, e arrivavano infino al mare di Iazer; il guastatore si è avventato sopra i tuoi frutti di state, e sopra la tua vendemmia. {{vb|48|33}}E la letizia, e la festa è tolta dal campo fertile, e dal paese di Moab; ed io ho fatto venir meno il vino ne’ tini; non si pigerà ''più con'' grida da inanimare; le grida non ''saranno più'' grida da inanimare. {{vb|48|34}}Per lo grido di Hesbon, ''che è pervenuto'' infino ad Eleale, hanno messi i lor gridi infino a Iahas, ''e'' da Soar infino a Horonaim, ''come'' una giovenca di tre anni; perciocchè anche le acque di Nimrim sono state ridotte in luoghi deserti. {{vb|48|35}}Ed io farò venir meno a Moab, dice il Signore, ogni uomo che offerisca {{Pt|sacri-|}}{{FineColonna}}<section end=48 /><noinclude> <hr> <references/>{{PieDiPagina||646}}</noinclude> l1pcmvpbmdv1mgmrtvem1sm6fb3qs9m Geremia (Diodati 1821)/capitolo 46 0 304671 3905092 3695389 2026-09-29T05:25:08Z Dr Zimbu 1553 Porto il SAL a SAL 100% 3905092 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=29 settembre 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=|prec=../capitolo_45|succ=../capitolo_47}} <pages index="La Sacra Bibbia (Diodati 1885).djvu" from=652 to=653 fromsection=46 tosection=46 /> {{Sezione note}} <!--{{Sezione note}}--> [[Categoria:Testi sacri del cristianesimo]] bxseql5ruyu55ti1dpl3l2e0a48jy4r Geremia (Diodati 1821)/capitolo 47 0 304672 3905093 3695390 2026-09-29T05:25:10Z Dr Zimbu 1553 Porto il SAL a SAL 100% 3905093 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=29 settembre 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=|prec=../capitolo_46|succ=../capitolo_48}} <pages index="La Sacra Bibbia (Diodati 1885).djvu" from=653 to=653 fromsection=47 tosection=47 /> {{Sezione note}} <!--{{Sezione note}}--> [[Categoria:Testi sacri del cristianesimo]] 3eej2qbmr7cp3dt97q7a294jmu47j7r Pagina:Sannazaro - Arcadia, 1806.djvu/51 108 397457 3904995 3181996 2026-09-28T16:48:09Z MARIO ZANELLO 54906 /* Riletta */ 3904995 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="MARIO ZANELLO" />{{RigaIntestazione|||21}}</noinclude><poem> :E ’n su la mezza notte :Questi can mi destar bajando al lupo: :Ond’io gridando, al lupo, al lupo, al lupo, :Pastor, correte al lupo, :Più non dormii per fin che vidi il giorno: :E ’l gregge numerai di corno in corno; :Indi sotto quest’ orno :Mi vinse il sonno, ond’or tu m’hai ritratto. {{Centrato|''Montano''.|l=25em}}Vuoi cantar meco? or incomincia affatto. {{Centrato|''Uranio''.|l=25em}}Io canterò con patto :Di rispondere a quel che dir ti sento. {{Centrato|''Montano''.|l=25em}}Or qual canterò io, che n’ho ben cento? :Quella del ''fier tormento''? :O quella che comincia: ''alma mia bella''? :Dirò quell’altra forse: ''ahi cruda stella''? {{Centrato|''Uranio''.|l=25em}}Deh per mio amor dì quella :Ch’a mezzo dì l’altr’jer cantasti in villa. {{Centrato|''Montano''.|l=25em}}Per pianto la mia carne si distilla, :Siccome al sol la neve, :O com’al vento si disfà la nebbia; :Nè so che far mi debbia. :Or pensale al mio mal qual esser deve. {{Centrato|''Uranio''.|l=25em}}Or pensate al mio mal, qual esser deve; :Che come cera al foco, :O come foco in acqua mi disfaccio; :Nè cerco uscir dal laccio, :Sì m’è dolce il tormento, e ’l pianger gioco, {{Centrato|''Montano''.|l=25em}}Sì m’è dolce il tormento, e ’l pianger gioco; </poem><noinclude> <references/></noinclude> oqqde23tqmyffnt5hwobvbd160ahk4i Pagina:Bianchi-Giovini - Biografia di Frà Paolo Sarpi, vol.1, Zurigo, 1846.djvu/171 108 467050 3905033 1765684 2026-09-29T05:10:01Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3905033 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|capo ix.}}|163}}</noinclude>Ma Lodovico, debole e pinzochero, non potè persuadersi di essere imperatore legittimo finchè papa Stefano V, chiamato da lui in Francia nel 816, non lo incoronò di nuovo nella chiesa di Reims: lo stesso praticarono gli altri imperatori, e quindi si radicò l’opinione che a’ soli papi si appartenesse conferire la dignità imperiale; e poichè nel jus pubblico di que’ tempi l’imperatore era considerato superiore e capo di tutti gli altri re e principi, se ne tirò la conseguenza che questi ancora fossero soggetti ai pontefici, i quali potevano disporre dei regni e dominii altrui, e toglierli o darli a cui più piaceva. È singolare che la potestà de’ papi continuasse ad ingrandire nella opinione degli Oltremontani quando in Roma correva pericolo di andar spenta. Nel secolo X i conti di Tuscolo essendosi insignoriti della città e del castello Sant’Angelo ridussero il papato a condizioni molto ristrette; e peggio accadde sotto i tre Ottoni che tennero l’Italia dal 960 sino alla fine del secolo: i quali mirando a stabilire la loro sede a Ravenna e gelosi de’ pontefici, gli spogliarono d’ogni potestà temporale e di ogni influenza in Roma, gli dominarono, e ne fecero un istromento a’ loro disegni. Ma estinta la stirpe in Ottone III, gl’Italiani, che avevano patito grandi crudeltà dai Tedeschi, intesero a governarsi a comune; e non erano passati 50 anni dopo il 1000 che moltissime città si erano costituite in altrettante repubbliche. I papi allora risorsero, e promovendo quel moto di libertà acquistarono in breve una potenza formidabile.<noinclude><references/></noinclude> 3qhgk52a68ofpgf6ei1wjrfi8a53xo2 Pagina:Bianchi-Giovini - Biografia di Frà Paolo Sarpi, vol.1, Zurigo, 1846.djvu/172 108 467051 3905034 1765685 2026-09-29T05:10:03Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3905034 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|164|{{Sc|capo ix.}}|}}</noinclude>{{Nop}} Il celebre monaco Ildebrando «allevato ed istrutto in Roma (dice il Micrologo), investigò diligentissimamente tutte le tradizioni apostoliche (cioè tutte le opinioni favorevoli alla grandezza papale), e dopo averle investigate, studiosissimamente si affaticò per ridurle in atto». I primi tentativi gli fece sotto i ponteficati di Leone IX, Vittore II, Stefano IX, Nicolò ed Alessandro II de’ quali fu segretario, o per dir meglio il direttore: indi pontefice egli stesso dal 1073 al 1086, e conosciuto col nome di Gregorio VII, vi pose l’ultima mano; e trovò nelle passioni di quei tempi, nell’odio degli Italiani avverso gl’imperatori tedeschi, e nella ambizione della famosa contessa Matilde sua protettrice, altri tanti potentissimi elementi che favorirono i suoi pensieri: umiliò un imperatore, fu egli stesso perseguitato e infelice, morì esule, sempre fiero e irremovibile del paro nella prospera e nella avversa fortuna: i Romani ne fecero un santo, gli Oltramontani un facinoroso; ma fu certo un grand’uomo e se non il creatore, l’ordinatore almeno della monarchia de’ papi. Avendo egli raccolto e perfezionato gli sparsi abozzi gettati in molti secoli dal talento e dalla fortuna, nè modellò un compiuto sistema, e, per usare le parole del Baronio, «ridusse a 29 capitoli le massime ricevute e praticate fino allora nella Chiesa cattolica, cui egli chiarì e promulgò onde reprimere l’audacia de’ vescovi e dei tiranni». Le quali massime sono: «Che la Chiesa romana è la sola fondata da Dio, il pontefice è il solo vescovo universale; egli solo e di suo arbitrio può deporre e assolvere i vescovi,<noinclude><references/></noinclude> cc18b6lvn8pnghehjmye92ahfl1hpdd Pagina:Bianchi-Giovini - Biografia di Frà Paolo Sarpi, vol.1, Zurigo, 1846.djvu/173 108 467052 3905035 1765686 2026-09-29T05:10:06Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3905035 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|capo ix.}}|165}}</noinclude>trasferirli da una sede all’altra, creare nuove sedi, dividerle, riunirle, e insomma far leggi come gli attalenta, e obbligare i vescovi a ciò che gli piace. Senza il suo assenso nissun concilio è legittimo, nissun libro santo è canonico. Pe’ suoi legati può presedere a tutti i concili, può giudicar tutti, e nissuno può giudicarlo; tutte le cause maggiori della Chiesa devono essere portate a lui, e pecca chi condanna quegli che appella alla Sede Apostolica. Può riformare le sentenze di ogni uno, ma nissuno può riformare le sue: chè il capo della Chiesa romana è infallibile, e il papa canonicamente eletto, è santo. Il suo nome è il solo da recitarsi nella Chiesa, e che sia sacro al mondo». «Il solo papa può usare le insegne dell’imperio, creare e deporre gl’imperatori, e può liberare i sudditi dal giuramento di fedeltà. Tutti i principi sono obbligati a baciargli i piedi. Chi non è unito alla Chiesa romana, chi non professa queste massime, non è cattolico; e lo scomunicato dal papa debbe essere cansato da tutti». Già le menti umane si erano avvezzate per lunga abitudine a considerare così enormi errori quali verità indubitabili, quindi non dobbiamo ammirare se ridotti a pratica legale furono creduti, registrati e comentati dai giureconsulti e dai teologi. Burcardo, poi Ivone, poi Graziano gl’inserirono nei loro Canoni, che diventarono il codice legislatore di tutta l’Europa: altri papi gli accrebbero, altri glossatori gl’interpretarono od ampliarono; e d’allora in poi l’autorità de’ pontefici fu fatta pari, e talvolta superiore a quella di Dio. Oltre alle facoltà sopradette,<noinclude><references/></noinclude> g80b02p1xf6wucnje23v4elpk980x7r Pagina:Bianchi-Giovini - Biografia di Frà Paolo Sarpi, vol.1, Zurigo, 1846.djvu/174 108 467053 3905036 1765687 2026-09-29T05:10:08Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3905036 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|166|{{Sc|capo ix.}}|}}</noinclude>dicendosi essi padroni di tutti i beneficii ecclesiastici si arrogarono il diritto di conferirli, di darli in commenda o pluralmente, di gravarli di pensioni, di soggettarli a regressi e a riserve, o di permutarli: vantandosi padroni de’ possessi mobili e stabili delle chiese e luoghi pii, essi soli pretesero di poterne disporre, o di poter concedere che lo Stato levasse sopra di loro decime o tributi; a sè soli attribuirono la facoltà di concedere esenzioni o dispense o privilegi a’ cherici, agli Ordini regolari e ai laici, e la licenza di poter testare de’ beni della Chiesa; si arrogarono la facoltà di eredar essi le spoglie dei beneficiati morti, e di esigere a proprio profitto censi, decime ed annate; e si attribuirono la facoltà di legittimare o invalidare i matrimoni, di dispensare nei gradi di parentela, di commutare le ultime volontà, di approvare i notai; e di erigere università di studi, e di conceder loro privilegi ed esenzioni, e di conferir titoli e giurisdizioni a’ principi, ed immunità a’ privati. Andarono più innanzi: imputando a sè soli la potestà di rimovere i cardini celesti, e la non meno incredibile potestà di convertire ciò che è disonesto in atti onesti, usurparono i diritti impreteribili ed eterni della giustizia. Quindi Giovanni XXII nel 1320 inventò le famose tasse della Cancelleria romana, e Benedetto XII nel 1336 quelle della Penitenziaria, per le quali ad uno stabilito prezzo si arbitravano i papi di poter dispensare da tutti i doveri che impongono le leggi o la coscienza. E non bastando tanto esercizio di potere smodato sui vivi, lo distesero anco ai morti. Fin dal 1095 Urbano II aveva introdotte le {{Pt|indul-|}}<noinclude><references/></noinclude> 14f952mhlt9xbten8qd3i5ublgcvjrb Pagina:Bianchi-Giovini - Biografia di Frà Paolo Sarpi, vol.1, Zurigo, 1846.djvu/175 108 467054 3905037 1765688 2026-09-29T05:10:11Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3905037 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|capo ix.}}|167}}</noinclude>{{Pt|genze|indulgenze}} venali, che i papi successori ampliarono all’infinito, e toccarono gli ultimi eccessi a’ tempi di Leone X nel 1516, dond’ebbe origine la rubellione di Lutero. Molto ancora mi resterebbe a dire se volessi memorar tutte le esorbitanze nelle quali l’orgoglio, l’adulazione, l’avarizia, e una falsa persuasione di essere infallibili trasse i pontefici; e le tristi conseguenze che ne derivarono, di scismi, di eresie, di corrotta fede pubblica, di guerre e sollevamenti e ribellioni, di mutati imperii e di ogni altra sorte di disordini o colpe: una sola ricorderò ancora, e sono le scomuniche, che si moltiplicarono e divennero tremende a’ re e ad imperatori, più volte per esse balzati dal trono: come ancora fu più volte veduto per esse il figlio ribelle al padre, o il fratello al fratello, o legittimata la usurpazione, o santificato il regicidio. I preti di Roma nemici crudelissimi dei re, quando e’ furono potenti, ora gli adulano perchè sono inviliti; e se tornassero potenti torneriano nemici; chè Roma ha dimenticato nissuna delle sue orgogliose pretese, e solo le dissimula per astuzia, non potendo farle valere per debolezza. La scomunica fu così detta perchè privava della comunione spirituale della Chiesa il cristiano che n’era colpito; ma fra gli Oltremontani, per morali predisposizioni nel volgo, prese un carattere al tutto disforme; imperocchè quando ancora vigevano nel paganesimo, l’anatema de’ loro druidi frangeva tutti i vincoli sociali, di rispetto, di obbedienza, di amicizia, di sangue: la quale superstizione i vescovi trovandola utile a loro, la sostennero e la {{Pt|conforta-|}}<noinclude><references/></noinclude> 4msld5d60m1fecclpw313a5ww6fmgmm Pagina:Bianchi-Giovini - Biografia di Frà Paolo Sarpi, vol.1, Zurigo, 1846.djvu/176 108 467055 3905038 1765689 2026-09-29T05:10:14Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3905038 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|168|{{Sc|capo ix.}}|}}</noinclude>{{Pt|rono|confortarono}} coll’esempio degli anatemi ebraici che importavano pena di sterminio. E quando il clero si trovò immensamente ricco, i baroni che non erano molto differenti da’ capi-masnadieri si gettavano sui beni ecclesiastici, gli manomettevano, gli saccheggiavano, taglieggiavano i conventi, spogliavano le chiese, e intrudevano nelle dignità ecclesiastiche cui loro più piaceva. Contro le quali violenze i cherici non avendo mezzi materiali per resistere, usarono le armi loro, e colle scomuniche mettevano al bando della società quelli cui volevano punire. Ciascuno poteva ammazzare lo scomunicato e impadronirsi de’ suoi beni; e in un secolo di ferocia e d’ignoranza, dedito alle armi e alle rapine, pieno di sedizioni e di malviventi, questi dogmi sovversivi di ogni pubblico bene trovavano documenti nell’avarizia, nella ambizione, nelle passioni, negli odii e nelle vendette. In quei tempi agitandosi la società in un continuo stato di guerra, l’andare armato e a cavallo era il distintivo dell’uomo libero; ma l’una e l’altra cosa era vietata dalle leggi canoniche ai gravati di pubblica penitenza: con ciò i preti significavano che lo scomunicato, finchè durava la sua condizione di penitente, era anco incorso nella degradazione civile. La qual massima bene radicata nel popolo non fu difficile di applicarla anco ai principi. Il primo tentativo fu fatto in Ispagna nel 684 contro il re Vamba; ma di maggiore audacia fu quello rinovato in Francia nel 833, quando un pugno di vescovi sediziosi volendo colorire di religione un’empia congiura, assoggettarono alla pubblica penitenza l’imperatore Lodovico Pio, lo privarono<noinclude><references/></noinclude> 0a7vatm9m908n18kcfswzlaqr6v2kds Pagina:Bianchi-Giovini - Biografia di Frà Paolo Sarpi, vol.1, Zurigo, 1846.djvu/177 108 467056 3905039 1765690 2026-09-29T05:10:17Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3905039 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|capo ix.}}|169}}</noinclude>della sua dignità e lo relegarono in un monastero; ma l’atto parve così nuovo ai popoli che fu ricevuto con isdegno. Eppure questo principe imbecille e i suoi successori, germi imbastarditi di Carlo Magno, tanto concessero al clero fino a confessarsi inferiori a’ vescovi nella dignità; e questi inorgoglirono al segno da statuire nel concilio di Troja l’anno 878 che il re non debba sedere al cospetto loro senza averne prima ottenuta la licenza. Questo processo della opinione a favore del clero giovò a Nicolò I che fu pontefice dal 858 al 867, le varie intraprese del quale sugli ecclesiastici e sui principi furono i materiali che poi servirono al monaco Ildebrando e da lui ridotti a principii teorici e fondamentali della monarchia pontificia. Nicolò fu il primo tra i pontefici che pretese di sottomettere i monarchi affermando ch’e’ non regnano per diritto pubblico ma per l’autorità della Santa Sede, e fra gli atti autorevoli di lui ricorda la storia quello contro Lotario re di Francia; il quale avendo ripudiato Teutberga per isposarsi Valdrada, fu dal pontefice scomunicato, e la scomunica trovò da un lato favore ne’ fratelli e ne’ vassalli del re che ambivano i suoi dominii, e dall’altro nei popoli a cui spiacevano le azioni di esso, diventate ancor più odiose pei mali trattamenti usati alla divorziata regina. Lotario dovette cedere, abbenchè di malavoglia; e morto poi quel pontefice e’ si ripigliò la Valdrada, ma continuando i disordini nel suo regno in conseguenza degli anatemi sacerdotali, andò a Roma a giustificarsi con Adriano II nel 870, primo esempio di un monarca umiliato innanzi al tribunale de’ {{Pt|pa-|}}<noinclude><references/></noinclude> p7bn6yc3cr1jmhbq39vfv8dydww8hll Pagina:Bianchi-Giovini - Biografia di Frà Paolo Sarpi, vol.1, Zurigo, 1846.djvu/178 108 467057 3905040 1765691 2026-09-29T05:10:26Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3905040 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|170|{{Sc|capo ix.}}|}}</noinclude>{{Pt|pi|papi}}; e la morte di Lotario e di varii suoi cortegiani, seguita poche settimane dopo un apparente riconciliazione col pontefice, fu considerata dal volgo superstizioso e vantata dai preti come un castigo di Dio in pena dei loro spergiuri. Quind’innanzi le scomuniche sempre più ingrossarono, massime dopo che furono maneggiate dall’accorto ed inflessibile Ildebrando, e accreditate con finzioni portentose dal suo coetaneo ed amico San Pietro Damiano. Terribili al sommo e pericolosi ne divennero gli effetti: perdita di ogni dignità ed onore, incapacità di testare o di eredare o di fare atto pubblico, di amministrare i suoi beni o di disporne, di esigere i suoi crediti, di usare de’ suoi diritti civili: insomma lo scomunicato era un uomo posto fuori delle leggi, contro al quale tutte le braccia dovevano armarsi, e su le robe o i dominii o la libertà o la vita di cui chicchesia aveva diritto. Giovanni XXII, Giulio II e Paolo IV nei loro anatemi fulminati, i due primi contra i Veneziani, e il terzo contro il re e i parlamenti d’Inghilterra, non inorridirono di raccomandare per la maggior gloria di Dio, che gli stabilimenti di commercio dei reprobi fossero atterrati, saccheggiate le loro case, massacrate le persone o per lo meno fatte schiave e vendute sui mercati pubblici. A tanto eccesso di atroce follìa precipitarono uomini che si vantavano infallibili. Dalle scomuniche vennero gl’interdetti, in ciò diversi dalle prime, che quelle dannano l’anima di coloro che sono colpiti e questi li privano solamente dei sussidii della religione. Spiritualmente la scomunica è più terribile, perchè lo scomunicato, fosse<noinclude><references/></noinclude> n7rz29ymih7d4vxau8t2ovca1vc9u79 Pagina:Bianchi-Giovini - Biografia di Frà Paolo Sarpi, vol.1, Zurigo, 1846.djvu/179 108 467058 3905041 1765692 2026-09-29T05:11:05Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3905041 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|capo ix.}}|171}}</noinclude>anco un santo, è preda sicurissima dell’inferno; conciossiachè il papa gli ha chiuse le porte del paradiso e comandato a Dio di non riceverlo: ma negli effetti temporali l’interdetto è di maggiore scandalo, essendochè proibisce gli esercizi di religione ad una intiera comunità, disturba le pie coscienze, scema i lucri a’ sacerdoti, fomenta la irreligione, suscita tumulti e dà motivo a disordini infiniti. Imperciò gl’interdetti sono biasimati dagli stessi canonisti romani, detestati dalla Chiesa e osservati di rado. Il primo esempio di culto interdetto è quello che Incmaro vescovo di Laon fulminò contro la sua diocesi nel 870, per cui fu crudelmente punito dagli altri vescovi francesi. Quindi Giovanni VIII che regnò dal 872 al 882, papa operosissimo, e che fece tanto sciupinìo delle scomuniche che passavano per una formalità, fulminò un interdetto primamente in Roma nel 878 in occasione ch’e’ fu sorpreso e imprigionato da Lamberto duca di Spoleto e dai fuorusciti romani, e due anni dopo ne fulminò un altro contro Napoli {{ec|perche|perchè}} Anastasio vescovo e duca di quella repubblica si era alleato coi Saracini. Sebbene questa specie di censure non diventasse frequente, e che in Francia fossero ugualmente respinte dal clero e dai parlamenti, non perciò mancarono di eccitare ovunque sedizioni e tumulti e scandali; e la Glossa al capo ''Alma mater'' nel VI delle Decretali narra di un paese delle Marche dove un interdetto durò tanto tempo che gli uomini avevano perduto ogni riverenza al culto, per cui quando cessò e che i preti incominciarono a dire la messa, ne furono derisi.<noinclude><references/></noinclude> dd0w9u1ilfg0ek46l6j1rvig59qti0n Pagina:Bianchi-Giovini - Biografia di Frà Paolo Sarpi, vol.1, Zurigo, 1846.djvu/180 108 467059 3905042 1765693 2026-09-29T05:13:28Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ Gadget AutoreCitato 3905042 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|172|{{Sc|capo ix.}}|}}</noinclude>{{Nop}} La sconfinata potestà a cui ascesero i pontefici dopo l’XI secolo e il cattivo uso che ne fecero, e i corrotti costumi del clero e l’avarizia della Corte, e le turbolenze continue degli Ordini monastici, eccitarono i lamenti di uomini celebri; ma a troppi premeva quello stato di cose, chè un decimo del sesso maschio nella popolazione europea vi partecipava. Tale immensa moltitudine, sparsa in varii regni, formava uno imperio indipendente dalle leggi locali, rêtto da un gerarca che si diceva (e i suoi seguaci lo proclamavano) supremo ai re, uguale a Dio. Indarno gli Albigesi, Vigleffo, Arnaldo da Brescia, Marsilio da Padova, Frà Dolcino ed altri tentarono di percuotere quel mostruoso edifizio: i tempi erano immaturi e i loro sforzi andarono macchiati di eresia. Indarno {{Wl|Q744014|Nicola di Clemangis}}, {{AutoreCitato|Guglielmo di Ockham|Guglielmo Okamo}}, {{AutoreIgnoto|Guglielmo Durando}}, {{AutoreCitato|Jean Gerson|Giovanni Gersone}} e persino San Bernardo sclamarono contro i disordini: le loro deboli voci furono soffocate dalla corruzione universale. Il gran scisma di Occidente durato dal 1378 al 1428 offerse lo scandaloso spettacolo di due e fino tre papi in una volta, e di due concili ecumenici, l’uno avverso l’altro, e di papi e concili che s’ingiuriavano e scomunicavano a vicenda, intanto che si vantava ciascuno inspirato dallo Spirito Santo: i quali errori non valsero ancora a scemare il credito a’ papi, tanto profondamente erano prevenzionate le opinioni. Ma pure si spargevano i mali semi; e il giogo non ingrato all’Italia perchè dal papato traevano comodi e ricchezze numerosi individui, diveniva sempre più insopportabile oltremonti, vedendosi colà gl’immensi tributi pagati {{Pt|annual-|}}<noinclude><references/></noinclude> k5f5hsorz7qt1p5s9qrcyj75ss6rvfj Pagina:Bianchi-Giovini - Biografia di Frà Paolo Sarpi, vol.1, Zurigo, 1846.djvu/181 108 467060 3905043 1765694 2026-09-29T05:13:38Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3905043 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|capo ix.}}|173}}</noinclude>{{Pt|mente|annualmente}} alla corte di Roma, e le più opime rendite ecclesiastiche investite negli Italiani che neppure risedevano alle loro chiese. Più aspro era sentito dai Tedeschi che poveri, semplici, devoti erano espilati e angariati da clero astuto ed avido. E però Lutero potè ivi trovare numerosi seguaci nel popolo, e, per cagioni politiche, potenti sostenitori nei grandi; e se la monarchia papale non ruinò sotto i colpi di lui, debbe saperne grado al cumulo d’interessi umani collegati alla sua esistenza. L’alto clero oltremontano era ricchissimo ed aveva parte nel reggimento pubblico, intervenendo ne’ comizi come corpo di rappresentanza nazionale; la quale prerogativa, giunta alle altre come corpo ecclesiastico, lo rendeva non pure potentissimo, ma necessario. Laddove la riforma tedesca derogando al sistema gerarchico, ai privilegi ed esenzioni della Chiesa e ai beni de’ cherici, non si sarebbe potuto introdurla in Francia o Spagna od altre regioni monarchico-costituzionali senza sconvolgere gli ordini dello Stato. Molto più che in Germania essendo varie città libere, e le soggette a principe godendo di assai franchigie municipali, la riforma assumeva tutti i caratteri de’ governi popolari, e al principato faceva temere innovazioni pericolose. Ben è vero che in Inghilterra, introdotta e maneggiata dalla mano dispotica di Enrico VIII e consolidata dalla prudenza di Elisabetta, prese altra specie e conservò la gerarchia; ma oltrechè le condizioni degli altri regni erano di lunga mano diverse, in quell’isola pure le sêtte popolari de’ puritani e presbiteriani non tardarono ad insorgere {{Pt|con-|}}<noinclude><references/></noinclude> leoxm219na9gc6dzp5jzc819t5l81at Pagina:Bianchi-Giovini - Biografia di Frà Paolo Sarpi, vol.1, Zurigo, 1846.djvu/182 108 467061 3905044 1765695 2026-09-29T05:13:46Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3905044 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|174|{{Sc|capo ix.}}|}}</noinclude>{{Pt|tro|contro}} agli episcopali, origine a lunghe e miserevoli guerre civili. Se la Riforma non avesse mirato che all’eccesso della monarchia papale, avrebbe travato favore in ogni classe; ma invadendo tutti gl’interessi del clero e per riverbero anco le costituzioni statuali, il Sacerdozio e l’Imperio, tratti dalla necessità della propria conservazione, furono obbligati a sostentarsi a vicenda. Questo intreccio fu pure la causa per cui i papi seppero tirare così grande profitto dal concilio di Trento cui temevano dover congregare a proprio danno. Tutti chiedevano riformazione nel capo e nei membri della Chiesa, ma ciascuno la voleva in ciò solo che non fosse a suo pregiudizio. Per gli ordini di quel tempo il clero dov’era al tutto emancipato dalla potestà laica, e dove in assai poche cose vi era sottomesso; ma quasi ovunque non dava tributi allo Stato se non in quanto piaceva al supremo gerarca. Da questo lato sarebbono piaciute le innovazioni luterane a’ principi se non avessero paventato le altre conseguenze narrate di sopra. Ai vescovi ancora sarebbe piaciuto sottrarsi dalla troppa soggezione romana; ma temevano pei loro beni ed esenzioni, e la servitù de’ laici. In Francia dopo il Concordato di Francesco I la nominazione ai beneficii ecclesiastici apparteneva alla corona, che oltre al darli in premio a’ suoi fedeli ed esercitare sul clero una sorte di dominio, traeva un profitto dalle rendite de’ beneficii vacanti e da altri emolumenti a sè riservati; laddove restituendo la Prammatica Sanzione, que’ vantaggi smarrivano. Il cardinale di Lorena ebbe in pensiero di staccare<noinclude><references/></noinclude> 298rw8unrf6rchxgerojrcv4lf0c9oq Pagina:Bianchi-Giovini - Biografia di Frà Paolo Sarpi, vol.1, Zurigo, 1846.djvu/183 108 467062 3905045 1765696 2026-09-29T05:13:51Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3905045 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|capo ix.}}|175}}</noinclude>la Francia da Roma e far sè patriarca della Chiesa Gallicana; e quel progetto, se non lo attraversavano altre ambizioni e i laceri regni di Francesco II e Carlo IX, avrebbe forse avuto adempimento. Ancora nella Spagna il re aveva il diritto di nominare agli episcopati; ma i Capitoli composti dalla nobiltà del regno, erano quasi tutti di collazione pontificia. Imperciò quando era il caso d’impor decime o alienar beni chericali a profitto dello Stato, i vescovi per la doppia loro dependenza obbedivano, i Capitoli no. Desideravano adunque i re di Spagna di soggettare i Capitoli a’ vescovi; ma abborrivano una maggiore libertà nei secondi onde non farne altri tanti papi e tornare a’ tempi che un concilio deponeva i re e giudicava del regno: il giogo romano essendo considerato dalla corte di Madrid un utile freno alla soverchia potenza del clero nazionale. Altronde l’Inquisizione spagnuola, indipendente da quella di Roma, era un terribile ma giovevole istromento nella mano regia a contenere o spogliare le famiglie potenti o i prelati illustri, cui le regole ordinarie della giustizia non concedevano di percuotere. Quel Sant’Uffizio era ai re di Spagna, ciò che all’Impero germanico la famosa camera Vemica e alla repubblica di Venezia il Consiglio de’ Dieci. La corona traeva ancora molto danaro dallo smercio di quella che chiamavano la Crociata; ed erano indulgenze concesse a prezzo stabilito, l’introito delle quali si diceva per fare la guerra ai Maomettani, ma più spesso era per farla a’ Cristiani. Popolo corrotto aveva bisogno di facili mezzi onde far tacere<noinclude><references/></noinclude> cu138hh2eu3w7zmcv9b8i9authl755t Pagina:Bianchi-Giovini - Biografia di Frà Paolo Sarpi, vol.1, Zurigo, 1846.djvu/184 108 467063 3905046 1765697 2026-09-29T05:13:53Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3905046 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|176|{{Sc|capo ix.}}|}}</noinclude>i rimproveri della coscienza contro i vizi e il mal costume; e quantunque que’ traffichi scandalosi fossero stati la causa della insurrezione di Lutero, l’ambasciatore spagnuolo a Trento chiese che le indulgenze della Crociata non potessero essere date ''gratis''. Ciò piaceva alla corte di Roma, porgendole occasione di giustificare sè medesima. Nella Germania i vescovi e gli abati essendo anco principi temporali, s’investivano di due o più vescovati, godevano di numerose prebende: e per tanto erano necessitati a sostenere un sistema così favorevole e ad opporsi ad una riforma che avrebbe scemate le immense loro rendite e abbassata la loro potenza. Il papato fruttava all’Italia lo scolo di sterminate ricchezze, e il sapere o l’ambizione trovavano in corte di Roma un utile patrocinio; e maggiore stimolo agli alacri ingegni era la perfetta uguaglianza dei meriti. Oscuro frate nato in misera cuna saliva ai primi onori della Chiesa, e per fasto grandeggiava coi principi; o conseguiva il gran manto, e all’apice del potere soperchiava i primi monarchi. Quindi colà tutti accorrevano, uomini dotti, artisti preclari, cherici o bisognosi o cupidi. I prelati minori o i vescovi poveri servivano le mense o nelle anticamere ai prelati grandi, e da questi umili principii ascendevano a’ gradi supremi. Intanto chi conseguiva ricco beneficio in commenda, e chi pensione sopra altro beneficio, e chi il diritto di succedere a vecchio prebendato, ciò che chiamavano aspettativa, e chi faceva traffico del proprio beneficio, ritenendo i titoli e rassegnando ad altri, per<noinclude><references/></noinclude> dg1tnpwsdu2ky05xtep3dulbnmyif5g Pagina:Bianchi-Giovini - Biografia di Frà Paolo Sarpi, vol.1, Zurigo, 1846.djvu/185 108 467064 3905047 1765698 2026-09-29T05:14:03Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3905047 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|capo ix.}}|177}}</noinclude>pattovito prezzo, i proventi. Innumerevoli beneficiati cortegiani e sparsi in tutto il mondo cattolico, in ogni città, in ogni terra, e direi quasi in ogni casa, riconoscevano dalla Curia i loro agi, o ne traevano promesse e speranze: quindi generale il lamento, massime in Inghilterra e in Germania, che i migliori beneficii fossero pappati da Italiani; i quali per questo appunto difendevano, come articoli di fede, le prerogative romane. Nè omettevano i pontefici di palpare gli orgogli nazionali facendo sentire il lustro che dalla Santa Sede ridondava alla comune patria, acciocchè non patissero la ignominia che da superbi Oltremontani, cui gl’Italiani chiamavano barbari, le fosse fatta ingiuria. Altro elemento di forza erano i frati mendicanti, i quali sotto qualunque clima nati e qualsiasi lingua parlassero tutti erano papalisti, e in tanto numero che sommavano almeno 500,000: i soli francescani a’ tempi del Sabellico contavano 60,000 individui; e quando Pio II volle fare la sua spedizione contro i Turchi, il generale di quell’Ordine gli offrì 30,000 de’ suoi frati. E se a’ frati si aggiungano i loro clienti, i pinzocheri che tutto coprono di religione, le donne che hanno tanta ingerenza nelle abitudini domestiche; e se si contano i validi mezzi con cui agivano in pubblico col linguaggio libero delle prediche, in occulto colle insinuazioni del confessionario, ben è da concedersi che i papi esercitavano sulle opinioni un impero universale, assoluto, terribile. Ed essi così bene il sapevano che quando appunto sembravano versare nel maggiore pericolo Clemente VII scomunicava Enrico VIII re<noinclude> <references/>{{PieDiPagina|''Vita di F. Paolo'' T. I.||12}}</noinclude> pwo4flfsksqad6rc5pwn5a5sx9aw8bh Pagina:Bianchi-Giovini - Biografia di Frà Paolo Sarpi, vol.1, Zurigo, 1846.djvu/186 108 467065 3905048 1765699 2026-09-29T05:14:08Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3905048 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|178|{{Sc|capo ix.}}|}}</noinclude>d’Inghilterra; altra più feroce scomunica contro la regina Elisabetta fulminava Paolo IV; Pio IV citava al suo tribunale Giovanna d’Albret regina di Navarra; e il fiero Sisto V scomunicava e privava del regno Enrico III re di Francia, Enrico IV re di Navarra e poi di Francia, e il principe di Condé di regio sangue. Con tutto questo la Riforma fece progressi e tolse di belle, ricche e fruttevoli provincie alla monarchia sacerdotale. Ma i papi anzichè transigere coi ribelli, gli rescissero dalla Chiesa, e dannatili in perpetuo, pensarono a sostenere la propria grandezza. Usciti con gloria dal tumultuoso concilio di Trento, diventato la pragmatica del nuovo diritto papale, i papi si ristrinsero viepiù col clero aggiogato a loro per nuove leggi; moltiplicarono i Regolari che diventarono la loro truppa di linea; si affortificarono coi gesuiti che ne furono la guardia del corpo; instituirono i seminari per dare ai cherici una educazione uniforme e quale il bisogno voleva; diffusero ovunque i collegi dei gesuiti a propagare gli stessi principii ne’ laici; fondarono in Roma i collegi germanico, ungarico, inglese, greco, maronita, a Loreto il collegio illirico, a Milano il collegio elvetico, provvedimenti profondi per l’avvenire onde riguadagnare col lento ma sicuro processo del tempo que’ popoli; diedero forza alla Inquisizione e ne ridussero tutti i fili alla Congregazione di Roma; instituirono la Congregazione dell’Indice onde respingere l’audacia degl’intelletti e impedire gli effetti irreligiosi delle scienze: e con questi ed altri artificiosi congegni il papato uscì<noinclude><references/></noinclude> 82tiyrckv00mnjimom9qyrngju9qdqu Pagina:Bianchi-Giovini - Biografia di Frà Paolo Sarpi, vol.1, Zurigo, 1846.djvu/187 108 467066 3905049 1765700 2026-09-29T05:14:34Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3905049 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|capo ix.}}|179}}</noinclude>fuori più poderoso, di forma che Pio V, poi santo, ardì pubblicare nel 1568 la sua famosa bolla ''in Cœna Domini''. Così detta, perchè leggevasi il Giovedì Santo da un cardinale diacono in presenza de’ cardinali e del pontefice; e il pontefice, finita la lettura, gettava nella piazza un cereo acceso in segno di maledizione. Se ne ignora l’origine. Alcuni la attribuiscono a Martino V nel 1420; ma dalle Clementine, capo ''Dudum Bonifacius'', e dalla Glossa a quel capo si ricava che era già in uso prima di Clemente V, cioè prima del 1305, e gli eruditi ne trovano indizi anteriori al 1180: a talchè si può forse attribuirne la prima derivazione a Gregorio VII di cui ho sopra descritte le massime e che morì nel 1085. Ma sembra che prima di Martino V fosse uso di leggerla tre volte l’anno, Giovedì Santo, Ascensa e Dedicazione della basilica di San Pietro; e che da quel papa in poi sia prevalso di leggerla solamente nel Giovedì Santo. Varii pure furono gli autori di essa bolla, avendovi ciascun papa fatto delle aggiunte ad occasione, finchè da Clemente XIV (Ganganelli) nel 1773 fu non già soppressa ma posta in tacere: a dì nostri la Curia cova tentativi per farla rivivere. Conteneva alcuni capi lodevoli come laddove scomunica i pirati, gli assassini, i ladri, i falsari; altri sopportabili, trattandosi di un papa che deve pensare da papa e non da filosofo, come le scomuniche contro gli eretici; ma in genere tendeva a niente meno che a sottomettere all’ecclesiastico tutte le potestà temporali. Era caso di scomunica {{Pt|gravis-|}}<noinclude><references/></noinclude> 3x5ay55t35jwhzflz5ckwxhp7u34cag Pagina:Bianchi-Giovini - Biografia di Frà Paolo Sarpi, vol.1, Zurigo, 1846.djvu/188 108 467067 3905050 1765701 2026-09-29T05:14:37Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3905050 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|180|{{Sc|capo ix.}}|}}</noinclude>{{Pt|simo|gravissimo}} l’appellare dal papa al concilio, tradurre i cherici ai tribunali secolari, impedire le appellazioni a Roma, imporre tributi sui beni de’ cherici, fornire armi e munizioni ai Turchi, impedire l’importazione di vettovaglie o denari negli Stati del papa o turbarne il commercio con leggi doganali; ed era caso di scomunica imporre nuovi tributi ai popoli, ed accrescere od esigere gli antichi senza una dispensa del papa. Pio V dissimulava così poco la sua ambizione alla monarchia universale che a chi gli rimostrò quanto quella bolla fosse sovversiva di ogni buon governo e contraria ai diritti di ogni società politica, rispose: «A noi e non ad altri incombe il carico di governare i popoli, nè vogliam patire che siano tiranneggiati. Se i principi hanno bisogno di levar tributi, li dimandino a noi». Stante quella bolla era impossibile, come osserva Frà Paolo, che vi fosse principe alcuno, per quanto pinzochero, che non si avesse in dosso 15, o 20 scomuniche: il gesuita Comitolo ne contò 36 sulle spalle della sola repubblica veneta. Ma come di tutte le cose eccessive, così la bolla in ''Cœna Domini'' cagionò bene assai tumulti, massime in Italia, ma non fu osservata; e solo contribuì a rendere viepiù indocili i cherici, sediziosi i frati, scontenti i popoli e a far increscere a’ principi la tirannia ecclesiastica. Ma se per avventura avesse potuto sortire il suo effetto, i pontefici romani diventavano maggiori che non erano mai stati, e i principi loro vassalli. Ma le circostanze non erano più favorevoli; non era più l’età in cui i cherici soli sapevano leggere e scrivere. La stampa moltiplicava i libri, rendeva<noinclude><references/></noinclude> sebd73uy1kxiilpo7rnuv3deqxtfj3d Pagina:Bianchi-Giovini - Biografia di Frà Paolo Sarpi, vol.1, Zurigo, 1846.djvu/189 108 467068 3905051 1765702 2026-09-29T05:14:40Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3905051 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|capo ix.}}|181}}</noinclude>indestruttibili le cognizioni; la scoperta del nuovo mondo accresceva i bisogni e le industrie; i Riformati esistevano potenti e facevano valida opposizione al papato: e da questi tre elementi, combinandosi in varie forme, usciva una civiltà nuova con nuovi pensieri e nuove instituzioni; e respingeva o attraversava con mano invisibile e tuttora poco sentita, ma che sempre riceveva nuova forza, tutti i mezzi che l’industria romana aveva saputo inventare per sollevarsi alla prima altezza. Anzi a deprimerla contribuirono i papi medesimi colla loro arroganza: imperocchè quel continuo metter le mani nelle faccende politiche e nella amministrazione degli Stati; quel concedere ogni licenza ai preti; quel continuo scomunicare i re, privarli dei loro dominii, e scioglierne i sudditi dal giuramento; quel continuo abusare della religione affine di coprire l’ambizione propria; e de’ loro nepoti, accreditarono le accuse de’ protestanti: e la mala fama si accrebbe pei decreti tridentini, gran parte di cui offendevano i diritti del principato e le consuetudini o la libertà de’ popoli; manifestando eziandio troppo chiaramente che in quella sinodo la Curia non ebbe tanto amore agl’interessi del cristianesimo quanto di esaltare sè proprio colla depressione della potestà temporale. I cattolici se ne adombrarono, e formossi tra loro una fazione potente per ingegno e dottrina, che conservando intatti i dogmi della Chiesa si accomunarono coi protestanti per fare opposizione alla monarchia papale. Ciò avvenne principalmente in Francia nelle turbolenze durate sotto il regno di Enrico III. Gli orrori e i<noinclude><references/></noinclude> 1u5f5gh8sbhe1fgoftr25ulrwutnohi Pagina:Bianchi-Giovini - Biografia di Frà Paolo Sarpi, vol.1, Zurigo, 1846.djvu/190 108 467069 3905052 1765704 2026-09-29T05:14:42Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3905052 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|182|{{Sc|capo ix.}}|}}</noinclude>delitti della lega di Parigi fomentata da Sisto V e dai preti e frati del partito romano, Enrico III assassinato da un domenicano, e i tentativi di assassinio contro Enrico IV, fecero detestare da ogni coscienza non pervertita dal fanatismo la dottrina che sia lecito ammazzare l’eretico scomunicato dal papa, e che questi possa disporre de’ regni altrui. Le controversie parlamentarie per l’accettazione del Concilio di Trento e gli anatemi fulminati contra i detti due principi, suscitarono una folla di scrittori avversi alla Curia; e la loro eloquenza popolare, declamatoria, appassionata, e, come volevano i tempi, non disgiunta da ingiurie, fu accolta favorevolmente. La potestà papale fu soggettata ad esame, se ne rintracciò l’origine; l’Inquisizione perseguitava gli scrittori, faceva abbruciare i libri, ne registrava i titoli nell’Indice; ma altri scrittori sorgevano, altri libri pullulavano: e come oggi a dispetto delle vigili polizie, così allora a dispetto del Sant’Offizio superavano le barriere degli Stati, confondevano l’ignoranza monastica, illuminavano i popoli, traducevano gl’intelletti sulla via delle ricerche. Tale era la condizione della corte di Roma al principio del secolo XVII. Due forze occulte premevano per direzione contrarie lo spirito umano: il papismo e la civiltà nuova. L’uno aveva più mezzi meccanici, l’altra reagiva con mezzi intellettuali: pendevano in bilico; Frà Paolo fece cadere la bilancia in favore dell’ultima. {{rule|4em}}<noinclude><references/></noinclude> 506bofcon9eq9avxswzmx5xabi4hyc1 Pagina:Bianchi-Giovini - Biografia di Frà Paolo Sarpi, vol.1, Zurigo, 1846.djvu/191 108 467070 3905053 1765705 2026-09-29T05:14:52Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3905053 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|||183}}</noinclude>{{Ct|f=120%|CAPO DECIMO.}} Ma la potestà ecclesiastica, formidabile a tutta l’Europa, trovò sempre più o meno intoppo in un angolo dell’Adriatico. La repubblica veneta ebbe la sua origine nel V secolo, quando la Venezia continentale, florida per industria, fu desolata e distrutta dalle invasioni dei Barbari, e gli abitatori fuggendo colle ricchezze mobili cercarono un asilo nelle lagune. Quella nuova società non si formò tutta ad un tratto, ma poco a poco: il governo popolare; ogni isola faceva da sè, ma necessità le riuniva quasi in vincolo federativo e con capi in comune. La debolezza e i disordini inseparabili da reggimento così incomposto suggerì, verso la fine del VII secolo, l’idea di un capo unico, e fu il doge o duca, dignità imitata dai Greci d’Italia. Non si conosceva a quei tempi altra costituzione tranne quella di un primo magistrato elettivo che riuniva in sè tutti i poteri, civile, militare e giudiziario, in grado sconfinato, ma pure moderato dal concorso dell’assemblea generale del popolo. Il quale, in sì informe governo, se è attivo e geloso di libertà è agitato da tumulti continui. Imperocchè il principe tende ad usurpare, il popolo a resistere, donde risulta una lotta d’interessi opposti; dalla quale, ove il popolo sia sano, scaturisce quasi sempre una libertà sostantiva.<noinclude><references/></noinclude> 8cp1y6usq7wmfmm82rfoywc80jnaso8 Pagina:Bianchi-Giovini - Biografia di Frà Paolo Sarpi, vol.1, Zurigo, 1846.djvu/192 108 467071 3905054 1765706 2026-09-29T05:15:00Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3905054 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|184|{{Sc|capo x.}}|}}</noinclude>{{Nop}} Infatti le frequenti rivoluzioni patite dai Veneti lo spazio di cinque secoli, tutte derivate dalla soperchia autorità dei dogi, de’ quali sopra 50, 19 almeno furono o spenti o esulati, suggerirono i rimedii di prevenirle. Nell’XI secolo fu vietato a’ dogi di associarsi i figliuoli; a scemarne la troppa autorità furono con loro aggiunti due consiglieri, senza i quali nulla operare potessero; e fu creato un magistrato di tre cittadini per l’amministrazione della giustizia, di cui il doge era capo, e anche giudice in appello. Nel secolo seguente l’aristocrazia fece nuovi progressi, e la potestà ducale fu viepiù limitata. Allontanata la moltitudine dalle pubbliche faccende, fu in sua vece creato un Gran Consiglio di 470 in cui fu rimesso il potere sovrano: i due consiglieri del doge diventarono sei. E usando il principe ne’ casi ardui consultare alcuni tra i primi, cui il popolo nei suo dialetto chiamava ''Pregadi'', fu deciso che questo consiglio non fosse più ad occasione, ma permanente in un corpo di 60, non scelto a talento del doge, ma per scrutinio del Gran Consiglio. Da qui il Senato detto anco il Pregadi. Per l’amministrazione della giustizia civile e criminale fu eletto un corpo di 40 cittadini detto perciò la Quaranzia, onde al doge non restò più della facoltà giudiziaria se non se la decisione di piccole cause, e il ricorso in appello di alcuni tribunali subalterni, d’instituzioue popolare. Così nel XII secolo, quando ancora gli altri popoli non avevano governo o l’avevano tumultuario, la repubblica veneta si era data una sensata {{Pt|costi-|}}<noinclude><references/></noinclude> 6kkseli3z45vde5jr1b0116w90ml5yr Pagina:Bianchi-Giovini - Biografia di Frà Paolo Sarpi, vol.1, Zurigo, 1846.djvu/193 108 467072 3905055 1765707 2026-09-29T05:15:05Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3905055 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|capo x.}}|185}}</noinclude>{{Pt|tuzione|costituzione}}, non certo così metafisica come alcune imaginate dai moderni, ma più utile e meno imbarazzante nella pratica. Al popolo il diritto di eleggere i suoi rappresentanti ogn’anno; e i rappresentanti, non potendo congregarsi ad ogni bisogno per essere in troppo numero e occupati ne’ privati negozi, delegavano parte dei loro poteri al Senato, scelto dal loro seno, il quale colla sua permanenza era freno alle usurpazioni del doge. E questo doge, eletto dai rappresentanti, a vita, aveva tanto potere che basti al piano e spedito andamento degli affari di guerra e civili, e privo solo dell’infelice attributo di poter nuocere. I sei consiglieri erano il ministero, la Quaranzia il tribunale giudiziario, onde la divisione dei poteri e dei lavori fu trovata dai Veneziani assai prima delle altre nazioni. Questa costituzione subì un importante mutamento ai primi anni del secolo XIV, Venezia, per l’estensione del suo commercio e per la protezione accordata all’industria, allettava gran numero di forestieri; ed ivi riparavano solitamente i profughi delle città d’Italia scacciati ora da’ Guelfi ora da’ Ghibellini, nomi ignoti nelle lagune: vi apportavano capitali e nuove arti, e ricevevano protezione e cittadinanza. Ma la gelosia delle repubbliche di escludere gli estrani dalla participazione al governo produsse quella rivoluzione conosciuta nella storia col nome di ''Serrata del Gran Consiglio''. Da prima le vecchie famiglie si adoperarono a ristringere sempre più in loro la somma delle cose; poi il doge Pietro Gradenigo fece passare la legge che il Maggior Consiglio non si componesse se non se di tali<noinclude><references/></noinclude> a9gw07bzxrftz83krdqxyoh5jmryroo Pagina:Bianchi-Giovini - Biografia di Frà Paolo Sarpi, vol.1, Zurigo, 1846.djvu/194 108 467073 3905056 1765708 2026-09-29T05:15:07Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3905056 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|186|{{Sc|capo x.}}|}}</noinclude>e tali famiglie, le quali in perpetuo avessero sole il diritto di farvi parte. E poichè tutti gli officii statuali si cavavano da questo corpo, ne proveniva che lo Stato fosse anco in mano tutto delle famiglie privilegiate. Così fu stabilita l’aristocrazia. Questo passo a cui la Repubblica già da gran tempo si preparava, fu per versarla nel precipizio. Bajamonte Tiepolo, nobile, ambizioso, capo di numerosi malcontenti, congiurò col pretesto di ristabilire la democrazia, ma invero per comandar lui: e già stava per compiere il suo disegno, quando prevenuto dal doge fu vinto e bandito. La congiura diede origine al famoso Consiglio dei Dieci. Non è mio scopo di descrivere la storia del governo veneto; solo dirò per brevi capi quale fosse al principio del secolo XVII. La popolazione si distingueva in tre classi, patrizi, cittadini, e popolani o plebe. La sovranità era tutta in mano dei patrizi; l’amministrazione, divisa coi cittadini. Il Maggior Consiglio o corpo legislativo e sovrano si componeva di tutti i patrizi che avessero compiuti i 25 anni: 600 almeno perchè la riduzione fosse legale, e di rado toccava i 900. Esso eleggeva a tutte le cariche o per sè o sulle proposte del Senato o del Collegio: tutti gli atti di legislazione, o dati da lui o da lui convalidati. Deliberava a pluralità di suffragi, ed erano di tre sorta: sì, no, e non-sinceri; cioè nè l’uno nè l’altro. Si contavano i due primi; e i non-sinceri erano a puro complemento del numero legale. Era però necessario che i sì e i no sommati insieme fossero maggiori dei non-sinceri; e se non erano, la {{Pt|delibera-|}}<noinclude><references/></noinclude> tft6p3w5d274609pxme7yykdod1wsw9 Biografia di Frà Paolo Sarpi/Vol. I/Capo IX 0 467096 3905058 3795787 2026-09-29T05:15:35Z Dr Zimbu 1553 Porto il SAL a SAL 100% 3905058 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=29 settembre 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Capo IX.|prec=../Capo VIII|succ=../Capo X}} <pages index="Bianchi-Giovini - Biografia di Frà Paolo Sarpi, vol.1, Zurigo, 1846.djvu" from=147 to=190 /> dhfbia6fst42sq7crjtx3swk8wzr8xc Pagina:Opere di Niccolò Machiavelli VI.djvu/458 108 473242 3905099 1780448 2026-09-29T05:27:55Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3905099 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|438|{{Sc|serenata}}|}}</noinclude><poem> E perchè la natura di mutarsi Gli avea concesso in variati volti, Soleva alcuna volta un villan farsi, {{R|60}}Ch’avesse allotta i buoi dal giogo sciolti; Ed ora in un soldato transformarsi, Ed or parea ch’avesse pomi colti; E così transformava sua natura Per veder sol di costei la figura. {{R|65}}Dipoi, per quietar le fiamme accese, E per venir d’ogni sua voglia al fine, L’immagin d’una donna vecchia prese Con la rugosa fronte e ’l bianco crine, E dentro all’orto di Pomona scese {{R|70}}Tra pomi e frutte che parean divine, E salutolla e disse: figlia mia Bella, e più bella assai, se fussi pia. Beata ben tra l’altre ti puoi dire, Da che con questi pomi ti compiaci; {{R|75}}Poi la baciò, e lei potè sentire Non esser quelli d’una vecchia i baci, E simulando non poter più ire, Si pose sopra un sasso, e disse: taci, Figliuola, se ti piace, meco alquanto, {{R|80}}E quest’olmo, che è quì, pon mente intanto. Vedi ancor quella vite, che lui serra Tra le sue fronde e la chiude e invoglie; Senza quell’olmo ella sarebbe in terra, E non si onoreria di tante spoglie. {{R|85}}L’olmo, senza la vite ch’egli afferra, Non arebbe altro in se, che rami e foglie. Così l’un senza l’altro in poco d’ora Inutil tronco, inutil legno fora. </poem><noinclude> <references/></noinclude> ktuep5b2dvx53p4bsoyme3obc6gqsd8 Pagina:Opere di Niccolò Machiavelli VI.djvu/459 108 473256 3905101 1780477 2026-09-29T05:28:24Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3905101 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|serenata}}|439}}</noinclude><poem> Tu nondimeno stai proterva, e dura, {{R|90}}E non ti muovi per lo esemplo loro, E di prendere amante non hai cura, Che dia agli anni tuoi degno ristoro; E benchè molti per la tua figura Sentino affanni assai, doglia e martoro, {{R|95}}Se creder tu vorrai a’ mia consigli, Vo’ che Vertunno per amante pigli. Credi a me, che il conosco, costui t’ama Più che la vita sua, e te sol vuole, Sol te disia in questo mondo e brama, {{R|100}}E non cerca altra cosa sotto il Sole. Costui tuo servo per tutto si chiama, Sol di te parla, sol ti onora e cole; Tu se’ il suo primo amor, e se tu vuoi, T’ha dedicati tutti gl’anni suoi. {{R|105}}Oltre odi questo: egli è giovane amante: E può pigliar qual forma più gli piace: Come vorrai te lo vedrai d’avante, Pur che tu ceda all’amorosa face. Quello ama come tu gli orti e le piante, {{R|110}}E come te de’ pomi si compiace: E questa valle intorno, e questi fonti Ha sempre frequentato, e questi monti. Et bench’egli ami assai i pomi, e gli orti, Ogni diletto nondimanco lascia {{R|115}}Per vederti e, veggendo si conforti, E mitighi la fiamma, che lo fascia. Credi esso proprio a far questo ti esorti, Non una vecchia, che già il tempo accascia; Abbi misericordia di chi arde: {{R|120}}Grazie amorose mai non furon tarde. </poem><noinclude> <references/></noinclude> 7phr71mipex5ww9mh5xkwjfgfsn7nig Pagina:Opere di Niccolò Machiavelli VI.djvu/460 108 473257 3905105 1780479 2026-09-29T05:29:16Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3905105 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|440|{{Sc|serenata}}|}}</noinclude><poem> E se mai crudeltà ti tiene, o tenne Empiendo il petto tuo d’amaro fele, In Cipri io ti dirò quel che intervenne Ad una donna per esser crudele, {{R|125}}Qual contro al regno d’Amor dura venne, Proterva, iniqua, malvagia, infedele; Ma la vendetta tanto atroce, e rara Fa ch’ogni donna alle sue spese impara. Amava Ifi leggiadro giovinetto {{R|130}}La bella e la crudele Anassarete. Ardevagli di foco il cor nel petto, Come una facellina arder vedete; Avea sempre quel volto per obbietto, Che gli accendeva l’amorosa sete, {{R|135}}E fece molte prove seco stessi Se per se spegner quel foco potessi. Ma poi che non potette con ragione In parte mitigar tanto furore, Davanti alle sue porte ginocchione {{R|140}}Venne piangendo a confessar l’amore; E con umile, e pietoso sermone Cercava alleggerire il suo dolore, Ed or co’ servi, or con la sua nutrice I suoi affanni, e le sua doglie dice. {{R|145}}Talvolta qualche lettera scrivea, E le sua pene descritte mandolle. Spesso alla porta la notte ponea Fiori, e grillande dal suo pianto molle; E spesso per mostrar, quanto egli ardea, {{R|150}}Dormire a piè della sua casa volle, Dove facea d’un freddo sasso letto Al miser corpo, all’amoroso petto. </poem><noinclude> <references/></noinclude> spon16u1ys2if4fikbdphxh1n1qp18f Pagina:Opere di Niccolò Machiavelli VI.djvu/461 108 473258 3905106 1780480 2026-09-29T05:29:44Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3905106 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|serenata}}|441}}</noinclude><poem> Ma costei più crudele era che ’l mare, Quando da’ venti è tempestato e mosso, {{R|155}}E via più dura ancor che ’l ferro pare Qual da Norico fuoco è fatto rosso; E più che ’l sasso, che fuor non appare, Ma stassi ancor sotterra duro e grosso; E con parole, e con fatti il disprezza: {{R|160}}Tanto era questa donna male avvezza! Sopportar questo giovin non potette Del dolor la lunghezza, e del tormento, E lagrimando avanti all’uscio stette Della sua donna ripien di spavento; {{R|165}}Poi questa voce lacrimabil dette: Tu vinci, Anassarete. Io son contento Morire, acciò che più tu non sopporti I mia fastidj, e vittoria ne porti, Orna le tempie tue di verde alloro, {{R|170}}Trionfa della guerra, ch’io ti mossi: Tu se’ contenta, e io contento moro; Poi ch’altrimenti piacerti non puossi. E poi che non ti muove il mio martoro, Come se ferro, o dura pietra fossi, {{R|175}}Godi, da che la sorte mi conduce A mancare or dell’una, e l’altra luce, Perchè non ti abbia a narrare altra gente Il lieto nuntio della morte mia, Tu me vedrai co’ tuoi occhi pendente, {{R|180}}Il che maggior contento assai ti fia; Prendi, crudel, questo crudel presente, Ch’ha meritato la tua villania; Ma voi, Celesti, che questo vedete, Forse di me qualche pietate arete, </poem><noinclude> <references/></noinclude> 218hgdmv0r7p1cwecph2m4f17q43ome Pagina:Opere di Niccolò Machiavelli VI.djvu/462 108 473259 3905107 1780482 2026-09-29T05:30:03Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3905107 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|442|{{Sc|serenata}}|}}</noinclude><poem> {{R|185}}E se il prego d’alcun mai vi fu grato, Se mai cedeste a nostre umane voglie, Fate, che lungo tempo ricordato Sia questo mio morir, queste mie doglie. E che mi sia per fama almanco dato {{R|190}}Quel che durezza, e crudeltà mi toglie. E così detto, tal furor lo vinse, Ch’intorno al collo un capestro si cinse. Poi pien di caldi, e lacrimosi umori Alzò tutto affannato gli occhi suoi, {{R|195}}E disse: cruda, questi sono i fiori, Queste son le grillande, che tu vuoi. In fin per terminar tanti dolori Si lasciò ir tutto pendente poi; E nel cader parve la porta desse {{R|200}}Un suon, che del suo caso si dolesse. Fu portato alla madre il corpo morto, La qual lo pianse miserabilmente Dolendosi del Ciel, che li fa torto, Vedendo morto il figliuol crudelmente; {{R|205}}E non voleva udir priego, e conforto, Tanto era del dolore impaziente Per la sua sorte cotanto immatura! Pur s’ordinò di darli sepoltura. Mentre che ’l corpo al sepolcro n’andava, {{R|210}}D’Anassarete alla casa pervenne, La qual sentendo che ’l corpo passava, Di farsi alle finestre non si tenne. E come il volto di colui mirava, Subito pietra la crudel divenne; {{R|215}}Per tutto il corpo suo con grande orrore Diventò il sasso, ch’ell’avea nel core. </poem><noinclude> <references/></noinclude> rxdr3k7py63wpivbyujzg0e1o78bc4t Pagina:Opere di Niccolò Machiavelli VI.djvu/463 108 473260 3905108 1780483 2026-09-29T05:30:46Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3905108 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|serenata}}|443}}</noinclude><poem> Dunque, per la memoria di tal sorte Pon giù quella superbia, che tu hai. Segui il regno di Venere e la corte. {{R|220}}Se a mio modo, o Pomona, farai, Apri allo amante le serrate porte, Usa pietà, e pietà troverai; E come questo la Vecchia ebbe detto, Si fece un bello, e gentil giovanetto. {{R|225}}Talchè Pomona, parte per paura, Parte commossa da sì lieta faccia Non quasi stette od ostinata, o dura, Ma dal suo petto ogni crudeltà caccia; E di Vertunno assai lieta, e secura {{R|230}}Si mise volontaria nelle braccia; E visse seco un gran tempo felice, Se ’l ver di questo chi ne scrive dice. Donna beata, a cui si canta, e suona, E voi d’intorno che questo intendete, {{R|235}}Imitate lo esemplo di Pomona, E non la crudeltà d’Anassarete. Ecco il tuo servo, che piange, e ragiona, E di veder sol la tua faccia ha sete. E ti prega, che al mal d’altrui ti specchi, {{R|240}}Ed a’ suoi prieghi porga un po’ gli orecchi. Non è la sua età vecchia, e matura, Non è la vita sua tanto diversa, Nè sì brutto creato l’ha natura, Che tu debbi essere a sue voglie avversa. {{R|245}}Vedi la macilente sua figura, E dagli occhi le lacrime, che versa Da far pietoso un cor, benchè villano, E muover a sua posta un tigre ircano. </poem><noinclude> <references/></noinclude> lo7jc29aumhhwrjdxe4oceayzx3gotf Pagina:Opere di Niccolò Machiavelli VI.djvu/464 108 473261 3905109 1780484 2026-09-29T05:31:02Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3905109 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|444|{{Sc|serenata}}|}}</noinclude><poem> Tu sapesti con arte, e con ingegno {{R|250}}Prender costui negli amorosi lacci, Però convien, che presto qualche segno Verso di lui benigno, e lieto facci. Altrimenti ripien d’ira, e di sdegno Convien, che morto alla tua porta adiacci; {{R|255}}Poi satisfaccia all’amoroso inganno Venere Dea con tua vergogna, e danno. Da ogni parte dunque se’ constretta A rispondere, o Donna, a chi ti chiama; Dall’un canto ti sforza la vendetta {{R|260}}Contro a colei, che amata non ama. Dall’altro canto il premio che si aspetta A chi seguir d’Amore il Regno brama; Però posa ogni voglia altera, e schiva, E fa con lui felice, e lieta viva. </poem><noinclude> <references/></noinclude> da5al6dzgj3kovxw26cklmpozrsteuh Pagina:Annali overo Croniche di Trento.djvu/34 108 495155 3904989 2010190 2026-09-28T16:39:20Z MARIO ZANELLO 54906 /* Riletta */ 3904989 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="MARIO ZANELLO" />{{RigaIntestazione||{{x-larger|Libro Primo.}}|{{x-larger|7}}}}</noinclude>Padre l’animo instabile, & infedele di questo Ribelle pensò più volte farlo morire, lo placò sempre il Prencipe, fece non solo gli donasse la vita ma gli fossero remesse di cuore tutte l’ingiurie, & mancamenti commessi di ribellione. Impetrò con importune preghiere gli fusse data la prefettura di Brescia, recusando dar il Padre una Città tanto popolata alla fede d’un animo inconstante, inclinato alle guerre, amatore di dissensioni; diceva esser pazzia somministrar pece al fuoco, accrescere forze ad un animo feroce, in luogo di troncare l’occasione, era affirmava egli, somministrare materia per inoltrarsi nella sua audacia, conchiudea che mai si sarebbe quietato genio di quella temperatura fattagli copia di guerreggiare; & che parimente haverebbe inganato l’istesso incauto Cuniperto dopò tanti beneficij, che anzi l’haverebbe scacciato dal Regno. Il che non molto dopò si conobbe esser stata profetia. Morto Re Bertharito in suo luogo ellessero Cuniperto suo figliolo, {{Annotazione a lato|''Cuniperto Re de Longobardi.''}} il qual di già haveva sposata Hermilinda di legnagio Britana, & Sassona. Ora Alachio cominciò a fantasticare il modo con cui scacciato Cuniperto potesse usurparsi tiranicamente il Regno. La dove ritrovandosi Cuniperto per affari, & interessi publici assente dalla Città Reggia: riconoscendo Alachio oportuno il tempo, d’invadere il Regno, giudicò bene non tralasciar tal occasione, quasi che gli venisse dal Cielo; spalleggiato da molti Cittadini Bresciani, da Aldone principalmente, è Grausone Fratelli, occupò {{Annotazione a lato|''Alachio occupa il Regno''}} con inganno Pavia, & il Palazzo Regale, il che venuto all’orechie di Cuniperto, conoscendosi ingannato, tradito e privato del Regno, da quello al quale haveva fatti tanti beneficij rimase stupido, e poco mancò non tramortisse. Racolse il misero ogni {{Annotazione a lato|''Cuniperto scacciato dal Regno.''}} suo pensiero nel solo oggetto della propria salvezza, si ridusse per ciò nell’isola del Lago Lacio puoco distante da Como, ove convocati li suoi adherenti consultava con essi loro come recuperar potesse il perduto Regno. Regeva fra tanto Alachio con insoportabil superbia, & eccesivo orgoglio l’impero; il tutto per isfogar {{Annotazione a lato|''Alachio signoreggia con grandissima superbia.''}} li suoi sfrenati desiderij, per metter in essecutione le sue sregolatezze metteva in iscompiglio, ogni cantone si riempiva di terrori, in ogni luogo risuonavano flebilmente i pianti, la tristezza funestava miserabilmente ciascun contorno: sgorgavano fiumi di lagrime (più di qualunque altro) li Sacerdoti, givano gli lor lamenti fino al Cielo, in si lugubre maniera, che impietosite havrebbero le fiere medeme. Accompagnavano con querule voci, con tronchi singozzi, e con radoppiati sospiri gl’infortunij<noinclude><references/></noinclude> jdeahwbqr1y8hi18qu9j0ya5cpvhynz Autore:Paolo Emilio Pavolini 102 500085 3904697 3790306 2026-09-28T12:09:41Z Modafix 8534 3904697 wikitext text/x-wiki {{Autore | Nome = Paolo Emilio | Cognome = Pavolini | Attività = linguista/poeta/traduttore | Nazionalità = italiano | Professione e nazionalità = }} == Traduzioni == * ''I sette fratelli'', di [[Autore:Aleksis Kivi|Aleksis Kivi]] ([https://archive.org/details/kivi-sette-fratelli IA]) hjd24rmh635s9t8c51otwkuk2qyq8vc Pagina:Archivio storico italiano, serie 5, volume 7 (1891).djvu/11 108 516037 3904996 1911306 2026-09-28T16:50:57Z MARIO ZANELLO 54906 /* Riletta */ 3904996 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="MARIO ZANELLO" />{{RigaIntestazione||{{Sc|atti della r. deputazione}}|{{sc|vii}}}}</noinclude>serie: cioè cronologico, geografico, e onomastico; e si pubblicherà dentro il 1891. 3. Che nel 1892, compiendosi cinquanta anni dalla fondazione dell’''Archivio storico italiano'' di {{AutoreCitato|Giovan Pietro Vieusseux|Giovampietro Vieusseux}}, se ne celebri il giubbileo in modo degno. E su ciò fu stabilito in massima che sia pregato il Presidente della R. Deputazione di tenere in quell’occasione una conferenza che riassuma la storia dell’''Archivio''; che questa conferenza sia poi stampata in un libretto, dove siano pure raccolte notizie sintetiche sulle materie contenute nell’''Archivio''; e che infine questo libretto venga offerto in omaggio al Quinto Congresso storico italiano, che si terrà in quell’anno in Genova. '''Relazione del Segretario'''. — Fu presentata al Consiglio direttivo dal segretario prof. {{type|l=2px|{{AutoreCitato|Cesare Paoli|Cesare Paoli}}}} nell’adunanza del 16 gennaio 1891: ma, riferendosi essa a cose operate nel triennio 1888, ’89, ’90, crediamo opportuno darne qui un sunto, in specie per quanto risguarda l’Archivio e la Biblioteca della R. Deputazione. I. ''Archivio'' — Si è ordinato il ''Carteggio'' e i documenti adesso allegati, per anni e per affari dal 1862 al 1880; per gli anni 1881-87 l’ordinamento è già bene avviato, e sarà compiuto nell’anno corrente. Il carteggio dell’ultimo triennio è tenuto in pieno ordine, e contiene 30 inserti d’affari pel 1888; 34 per l’89; 26 pel ’90; oltre due buste che contengono, diligentemente ordinati per materie e provveduti d’indici, gli ''Atti del Quarto Congresso storico italiano''. — Si è costituito un ''Registro degli Ufficiali della R. Deputazione'' cronologico e onomastico; e un ''Registro dei Soci'', per anzianità di nomina, che è compiuto riguardo agli ordinari, e rimane ancora da essere meglio appurato riguardo ai corrispondenti. — Il libro dei ''Processi verbali'', incominciato fino dall’istituzione della R. Deputazione, si è continuato regolarmente. — Si è avviata una migliore sistemazione delle carte spettanti all’''Archivio storico italiano'', le quali si distinguono in due epoche: quella in cui l’''Archivio storico'' era di proprietà di G. P. Vieusseux; e l’altra dacché (1865) l’''Archivio'' stesso passò in proprietà della R. Deputazione. II. ''Biblioteca''. — La Biblioteca della R. Deputazione si compone: di periodici ricevuti in cambio dell’''Archivio storico italiano''; delle pubblicazioni delle altre Deputazioni e Società storiche italiane, non che di alcune Accademie italiane e straniere; di libri pervenuti in dono o, in minima parte, comprati; e di qualche manoscritto. Si è cominciato il catalogo della Biblioteca (che mancava), e si sono catalogate finora 495 opere e 771 opuscoli di miscellanea, inoltre, per maggior garanzia della restituzione dei libri dati a lettura fuori della Biblioteca, si è impiantato un ''Libro dei''<noinclude></noinclude> 5zpjt6jx467qhpw01d875z4n63770fr Indice:Guidiccioni, Giovanni – Rime, 1912 – BEIC 1850335.djvu 110 556360 3905088 3645498 2026-09-29T05:20:23Z Dr Zimbu 1553 3905088 proofread-index text/x-wiki {{:MediaWiki:Proofreadpage_index_template |Autore=Giovanni Guidiccioni/Francesco Beccuti |NomePagina=Rime (Guidiccioni - Beccuti) |Titolo=Rime |TitoloOriginale= |Sottotitolo= |LinguaOriginale= |Lingua= |Traduttore= |Illustratore= |Curatore=Ezio Chiorboli |Editore=Laterza |Città=Bari |Anno=1912 |Fonte={{IA|035GuidiccioniRimeSi152}} |Immagine=5 |Progetto=Letteratura |Argomento=Poesie |Qualità=75% |Pagine=<pagelist 1to4=- 5=frontespizio 6=- 7=1 /> |Sommario={{Indice sommario|nome=Rime (Guidiccioni - 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ninfe d'Arno, arabi odori|from=44|delta=6}} {{Indice sommario|nome=A la bell'ombra de la nobil pianta|titolo=A la bell'ombra de la nobil pianta|from=45|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Grazie rendo a' bei lumi onesti e chiari|titolo=Grazie rendo a' bei lumi onesti e chiari|from=45|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Splende nel mio pensier l'imagin viva|titolo=Splende nel mio pensier l'imagin viva|from=46|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Correggio, se 'l tuo cor sospira invano|titolo=Correggio, se 'l tuo cor sospira invano|from=46|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Parmi veder che su la destra riva|titolo=Parmi veder che su la destra riva|from=47|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Al chiaro foco del mio vivo sole|titolo=Al chiaro foco del mio vivo sole|from=47|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Questo che gli occhi abbaglia e l'alma accende|titolo=Questo che gli occhi abbaglia e l'alma accende|from=48|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Dolce è 'l legame, Amor, ch'ordito m'hai|titolo=Dolce è 'l legame, Amor, ch'ordito m'hai|from=48|delta=6}} {{Indice sommario|nome=O tu cui 'l Sol de la sua luce adorna|titolo=O tu cui 'l Sol de la sua luce adorna|from=49|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Avvezzianci a morir, se proprio è morte|titolo=Avvezzianci a morir, se proprio è morte|from=49|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Rime (Guidiccioni)/Rime d'amore e di religione/Secondo amore/La lontananza|titolo=La lontananza|from=50|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Qui, donde a forza, doloroso e lasso|titolo=Qui, donde a forza, doloroso e lasso|from=50|delta=6}} {{Indice sommario|nome=O tristi pensier miei|titolo=O tristi pensier miei|from=51|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Vedrò quegli occhi mai chiari e lucenti|titolo=Vedrò quegli occhi mai chiari e lucenti|from=51|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Io aspetto pur quel giorno sospirando|titolo=Io aspetto pur quel giorno sospirando|from=52|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Qui dove i lumi bei solean far giorno|titolo=Qui dove i lumi bei solean 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almen de' sospir caldi e spessi|from=57|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Com'avrá sparsi i santi odor l'Aurora|titolo=Com'avrá sparsi i santi odor l'Aurora|from=57|delta=6}} {{Indice sommario|nome=I dí giá involan parte|titolo=I dí giá involan parte|from=58|delta=6}} {{Indice sommario|nome=S'io il dissi mai, che l'onorata fronde|titolo=S'io il dissi mai, che l'onorata fronde|from=60|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Iniquissimo sdegno|titolo=Iniquissimo sdegno|from=60|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Io son sì stanco sotto il grave peso|titolo=Io son sì stanco sotto il grave peso|from=61|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Quella ch'a l'ombra e al sol ne' miei sospiri|titolo=Quella ch'a l'ombra e al sol ne' miei sospiri|from=61|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Se l'armi d'umiltade, ond'io pur soglio|titolo=Se l'armi d'umiltade, ond'io pur soglio|from=62|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Or ch'atra nebbia, o re de' monti, il crine|titolo=Or ch'atra nebbia, o re de' monti, il crine|from=62|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Tanti con mia vergogna aspri tormenti|titolo=Tanti con mia vergogna aspri tormenti|from=63|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Mentre che voi, cui vien dal ciel concesso|titolo=Mentre che voi, cui vien dal ciel concesso|from=63|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Soleano i miei famelici ed ardenti|titolo=Soleano i miei famelici ed ardenti|from=64|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Come su l'olmo i suoi fieri accidenti|titolo=Come su l'olmo i suoi fieri accidenti|from=64|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Ora che forse voi con gli occhi fiso|titolo=Ora che forse voi con gli occhi fiso|from=65|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Non pur quel terso e crespo oro lucente|titolo=Non pur quel terso e crespo oro lucente|from=65|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Quando talor vo rimembrando l'ore|titolo=Quando talor vo rimembrando l'ore|from=66|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Rime (Guidiccioni)/Rime d'amore e di religione/Secondo amore/Il pentimento|titolo=Il pentimento|from=67|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Apra e dissolva il tuo beato lampo|titolo=Apra e dissolva il tuo beato lampo|from=67|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Vago pensier, che dietro a' miei desiri|titolo=Vago pensier, che dietro a' miei desiri|from=68|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Or che l'etate mia piú verde è gita|titolo=Or che retate mia piú verde è gita|from=68|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Se 'l tempo fugge e se ne porta gli anni|titolo=Se 'l tempo fugge e se ne porta gli anni|from=69|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Chi per quest'ombre de l'umana vita|titolo=Chi per quest'ombre de l'umana vita|from=69|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Traggeti a piú bel rio l'ardente sete|titolo=Traggeti a piú bel rio l'ardente sete|from=70|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Almo e beato giorno|titolo=Almo e beato giorno|from=70|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Duo lustri ho pianto il mio foco vivace|titolo=Duo lustri ho pianto il mio foco vivace|from=71|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Se mai pianto e sospir d'afflitto core|titolo=Se mai pianto e sospir d'afflitto core|from=71|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Rotto è l'antico nodo e 'l foco spento|titolo=Rotto è l'antico nodo e 'l foco spento|from=72|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Rime (Guidiccioni)/Rime d'amore e di religione/Terzo amore|titolo=Terzo amore|from=40|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Ben mille volte avea ristretto al core|titolo=Ben mille volte avea ristretto al core|from=73|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Sia tanto lungi il tuo focile e l'esca|titolo=Sia tanto lungi il tuo focile e l'esca|from=74|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Rime (Guidiccioni)/Rime varie|titolo=Rime varie|from=75|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Se 'l vostro sol, che nel piú ardente e vero|titolo=Se 'l vostro sol, che nel piú ardente e vero|from=75|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Quanto a' begli occhi vostri e quanto manca|titolo=Quanto a' begli occhi vostri e quanto manca|from=76|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Se ben s'erge talor lieto il pensiero|titolo=Se ben s'erge talor lieto il pensiero|from=76|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Lá dove il Mincio, dal paterno seno|titolo=Lá dove il Mincio, dal paterno seno|from=77|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Scipio, io fui ratto dal cantar celeste|titolo=Scipio, io fui ratto dal cantar celeste|from=77|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Dimmi, se 'l tuo desio, com'esser suole|titolo=Dimmi, se 'l tuo desio, com'esser suole|from=78|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Eran pur dianzi qui tra le fresche erbe|titolo=Eran pur dianzi qui tra le fresche erbe|from=78|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Degnissim'ombra, che d'intorno aggiri|titolo=Degnissim'ombra, che d'intorno aggiri|from=79|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Spirto gentile, che ne' tuoi verdi anni|titolo=Spirto gentile, che ne' tuoi verdi anni|from=79|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Crispo, s'avvolto sei tra scogli e sirti|titolo=Crispo, s'avvolto sei tra scogli e sirti|from=80|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Teolo gentil, s'al ver dritto si mira|titolo=Teolo gentil, s'al ver dritto si mira|from=81|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Per me da questo mio romito monte|titolo=Per me da questo mio romito monte|from=81|delta=6}} {{Indice sommario|nome=O messaggier di Dio, che 'n bigia vesta|titolo=O messaggier di Dio, che 'n bigia vesta|from=82|delta=6}} {{Indice sommario|nome=A quei ferventi spirti, a le parole|titolo=A quei ferventi spirti, a le parole|from=82|delta=6}} {{Indice sommario|nome=O sante figlie de l'eterno Sire|titolo=O sante figlie de l'eterno Sire|from=83|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Piú di voi 'l Po che d'altra gloria altèro|titolo=Piú di voi 'l Po che d'altra gloria altèro|from=83|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Al bel Metauro, a cui non lungi fanno|titolo=Al bel Metauro, a cui non lungi fanno|from=84|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Il verde de l'etá nel foco vissi|titolo=Il verde de l'etá nel foco vissi|from=84|delta=6}} {{Indice 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d'orror piena, oimè! fu quella|titolo=Qual voce, d'orror piena, oimè! fu quella|from=100|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Piú che di lunghe e bionde chiome e crespe|titolo=Piú che di lunghe e bionde chiome e crespe|from=101|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Da' bei vostri occhi raggia un sole ardente|titolo=Da' bei vostri occhi raggia un sole ardente|from=101|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Come, crudel, potesti esprimer dianzi|titolo=Come, crudel, potesti esprimer dianzi|from=102|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Piangete, occhi miei lassi, occhi piangete|titolo=Piangete, occhi miei lassi, occhi piangete|from=102|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Se io non ho vita in questa morta vita|titolo=Se io non ho vita in questa morta vita|from=103|delta=6}} {{Indice sommario|nome=De le bellezze il colmo e l'eccellenza|titolo=De le bellezze il colmo e l'eccellenza|from=104|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Poiché lungi da me la bella spera|titolo=Poiché lungi da me la bella 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Cornia in terra nacque|from=183|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Ecco Laura che spiega ai nostri giorni|titolo=Ecco Laura che spiega ai nostri giorni|from=184|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Donna, di cui nel viso i gigli e l'ostro|titolo=Donna, di cui nel viso i gigli e l'ostro|from=184|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Con veloci pensier, con passi lenti|titolo=Con veloci pensier, con passi lenti|from=185|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Tra nugoli si sta Febo sepolto|titolo=Tra nugoli si sta Febo sepolto|from=188|delta=6}} {{Indice sommario|nome=La dotta man che in questa pietra volse|titolo=La dotta man che in questa pietra volse|from=188|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Splenderá dunque il sol, vedendo a terra|titolo=Splenderá dunque il sol, vedendo a terra|from=188|delta=6}} {{Indice sommario|nome=De l'arbor suo pensando al terzo danno|titolo=De l'arbor suo pensando al terzo danno|from=189|delta=6}} {{Indice sommario|nome=Rime (Beccuti)/Rime varie|titolo=Rime 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3904978 3872202 2026-09-28T16:11:58Z MARIO ZANELLO 54906 /* Riletta */ 3904978 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="MARIO ZANELLO" />{{RigaIntestazione||— 54 —|}}</noinclude> del comune Dora, Berretta III ''gran proposto'' dell’Olona, Manin Il ''doge'' di Venezia, Libeny II governatore di Vienna, Camillo Ugo presidente di Parigi, Carlo Bixio borgomastro di Genova, non sono che mandatarii del popolo, eletti per voto universale, incaricati di presiedere il ''Consesso degli Anziani'' o ''Padri di famiglia'' nelle adunanze Comunali. Vittorio Emanuele III, con titolo di Re, rappresenta il capo del dipartimento Italia, sebbene i ''proposti'' dei singoli comuni sieno affatto indipendenti da lui. Tutti i proposti (usiamo questo titolo per intenderci) sono anche rappresentanti del comune nelle assemblee del dipartimento e nei congressi generali della ''Unione''. Le assemblee ''parziali'' del dipartimento, per l’Italia, si tengono a Napoli nell’ultimo giorno di ciascun mese. I congressi ''generali'' si adunano a Berlino due volte all’anno, alla fine di ciascun semestre. I rappresentanti del popolo ''Europeo'' sommavano, nel 1976, a duemilasettecento quattordici. Lo statuto della Unione ha per base la santificazione di un diritto naturale che l’umanità per lunghi secoli disconobbe; il diritto di esistenza. Ciascun cittadino di Europa, dal giorno della nascita fino al giorno dell’estinzione, è alloggiato, vestito, nutrito a spese del comune. Questo comune, che noi chiameremo ''Famiglia'' per conformarci al linguaggio dei tempi, diviene necessariamente l’esclusivo proprietario delle terre, l’amministratore della sostanza pubblica. Tutti i cittadini della ''Unione'' sono guarentiti dalla miseria, e l’educazione si estende a tutte le classi del popolo. — Ed ora, chi vorrà consacrarsi alle manuali fatiche? Chi vorrà sottomettersi ai disagi, alla servitù dei lavori agricoli? I canapi e le officine rimarranno deserte... I terrori del nostro parroco reverendissimo si sono realizzati da oltre venti anni. La rivoluzione del 1935<noinclude></noinclude> cj8966jabmt9wjc5324eustmb7818ct Pagina:Wells - Quando il dormente si sveglierà, 1907.djvu/276 108 592659 3905139 3565850 2026-09-29T07:56:29Z Carbonchiolo 81333 /* Riletta */ 3905139 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione|266|{{Sc|quando il dormente si sveglierà}}||riga=sì}}</noinclude> aggiunse Ostrog sorridendo. — Anche se noi differiamo.... Graham gli rivolse uno sguardo penetrante. — Credete che scoppierà presto una sommossa sanguinosa? — s’informò egli a bruciapelo. — No certo. — Ho pensato a quei negri: non credo che il popolo voglia abbandonarsi a delle ostilità contro di me, e, del resto io sono il padrone. Non desidero che vengano dei negri a Londra. Forse questo è un pregiudizio arcaico, ma io ho dei sentimenti particolari riguardo agli Europei e alle razze soggette. Ed anche per Parigi, io.... Ostrog l’osservava sotto le sopracciglia corrugate. — Io non ho l’intenzione di far venire dei negri a Londra, — disse lentamente, — ma se.... — Voi non condurrete nessun negro armato a Londra, qualunque cosa accada, — fece Graham. — Sopra un tal punto sono fermamente deciso. Dopo un minuto di silenzio, Ostrog pensò di non dir nulla e s’inchinò con deferenza.<noinclude><references/></noinclude> 0orhe238ew55900yppi0yq1vg94j8xa Pagina:Serao - All'erta, sentinella!, Milano, Galli, 1896.djvu/115 108 598432 3904986 3154834 2026-09-28T16:27:18Z MARIO ZANELLO 54906 /* Riletta */ 3904986 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="MARIO ZANELLO" />{{RigaIntestazione||{{Sc|all’erta, sentinella!}}|101}}</noinclude>si mitigava, il suo rossore si scoloriva, le bianche pustolette, portate via dalla pennellazione, non si riproducevano; e il grado della febbre che consumava il povero bambino, diminuiva, diminuiva, egli pareva sulla via della guarigione. Il cuore della madre si apriva subito a una grande speranza. Solo la faccia del medico Caracciolo restava sempre la stessa, non turbata, ma seria; e il metodo di cura continuava in tutta la sua durezza, con le causticazioni due o tre volte al giorno, con le forti dosi di chinino, con un nutrimento forte. Gli è che i peggioramenti venivano improvvisi. Ricominciava, come per una improvvisa fatalità, quell’apparizione nella gola di grandi pustole corrodenti e soffocatrici, la febbre si accendeva più dura, più ardente, e il bimbo smaniava, smaniava, portando le manine alla gola, volgendo gli occhi disperati nel pallido volto disfatto. La madre restava stordita, confusa dal subitaneo peggioramento, perdendo in un minuto tutto quel tesoro di speranze, essendo ripresa, improvvisamente, da un terrore nero: balbettava, chiamandolo a nome, ripetutamente, chiedendogli come si sentisse; tremava, sollevandolo nelle braccia, per cullarlo e per quietarlo, la voce soffocata non poteva più canticchiare la solita canzoncina. Così di giorno in giorno, di notte in notte, il suo cuore trabalzava dalla gioia al dolore, dalla speranza alla disperazione. Il marito, spesso, nella notte, corroso da una mortale inquietudine,<noinclude> <references/></noinclude> qqpu49jcsi4qgd9qhlp2js1o6jiyaj1 Pagina:Barrili - Galatea, Milano, Treves, 1896.djvu/21 108 615983 3904967 2878513 2026-09-28T15:54:27Z MARIO ZANELLO 54906 /* Riletta */ 3904967 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="MARIO ZANELLO" />{{RigaIntestazione||— 13 —|}}</noinclude>di là dal sentiero, davanti a me ed al mio ponte di legno, si dilunga verso la montagna una doppia fila di pioppi, spettacolosi per l’altezza delle vette ed anche per la grossezza dei tronchi. Ah, sia lodato il cielo; si capisce qui che il padrone di quei pioppi è un signore per davvero, o che almeno non ha l’acqua alla gola, e in ogni caso è un poeta, che ama le belle cose e vuol dare la sua parte anche agli occhi. Che sarà mai questa piantata di pioppi? Sono un centinaio per parte, e il largo viale che si stende nel mezzo dovrebbe condurre ad un castello, ad un palazzo, ad un nobile edifizio, insomma. Cerca cerca, l’edifizio non c’è; neanche le rovine. Meglio così; le rovine non avrebbero carattere; un edifizio in piedi, abitato e custodito, mi costringerebbe a girar largo, per non dar noia o non riceverne dai suoi possessori. Quel gran viale, bontà sua, ti conduce ad una vasta prateria, ad una conca, ad un anfiteatro di verdura, più nobile di qualsivoglia edifizio. Che bellezza! e che pace, compimento di bellezza! Il dolce<noinclude><references/></div></noinclude> 7wrkexu0qd8a5m3u4wypxp4d0jftnzr Pagina:Barrili - Galatea, Milano, Treves, 1896.djvu/22 108 615984 3904968 2878514 2026-09-28T15:56:11Z MARIO ZANELLO 54906 /* Riletta */ 3904968 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="MARIO ZANELLO" />{{RigaIntestazione||— 14 —|}}</noinclude>piano, leggermente incavato, è tutto un tappeto di verde tenero, che si ravviva di toni gialli al sorriso del sole; screziato a capriccio dalle candide rappe delle piantaggini tremolanti alla brezza sui loro elegantissimi steli, o dai rossi calici spampanati dei rosolacci in ritardo; rotto a larghi intervalli, o infoscato sui lembi, da cesti di sermollino, da ciuffi di règamo, da cespugli di mentastro. In capo alla prateria, che sale via via come il labbro d’una coppa di malachite, sorge e si spande una siepe di carpinelle, oltre la quale si leva la costa del poggio, tutta densa di castagni fino al suo colmo, donde sbuca un campanile aguzzo e trapela il tetto della chiesuola di Santa Giustina. Non conosco la santa, e non ho ancora veduto il santuario. È la prima volta che mi decido a passare il fiume, e che quel campanile m’invita. Dicono che il fulmine l’abbia già visitato due volte. Certo, il fulmine è più volenteroso alpinista di me; ed anche più allegro. Lo ha notato il poeta nella indimenticabile strofa:<noinclude><references/></div></noinclude> gw1prm8nq32d6e5hiah8a3iggo33i7f Pagina:Barrili - Galatea, Milano, Treves, 1896.djvu/23 108 615985 3904969 2879104 2026-09-28T15:57:29Z MARIO ZANELLO 54906 /* Riletta */ 3904969 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="MARIO ZANELLO" />{{RigaIntestazione||— 15 —|}}</noinclude><nowiki /> {{Blocco centrato|<poem> Il gentile terremoto Con l’amabile suo moto Diroccava le città; Ed il fulmine giulivo Che non lascia uomo vivo Saltellava qua e là. </poem>}} Facciamoci avanti. Tra la siepe delle carpinelle e le falde del monte, serrata ai fianchi dal margine naturale del terreno e da quello di un rialto artificiale tutto vestito di zolle verdeggianti, corre un’acqua profonda, limpida e cristallina. Ah, capisco finalmente perchè il fiume abbia sete. Gli han fatto una pescaia molto più in su, e l’acqua se ne viene da un lato, per il suo canaletto, mormorando il suo saluto alle felci e ai capelveneri, cheta cheta immollando il terreno senza corroderlo. Quante erbe ci vivono, in quella grazia di Dio, succhiandola con mille e mille radici! quanti fiori ci pendon sopra, come se volessero covarla con gli occhi innamorati! Fiorellini, fiorellini, oserò dir io i vostri nomi, nella barbara lingua dotta che voi non sa-<noinclude><references/></div></noinclude> 0x77zgzh5klhrgvev37d3xh8foqcv9r Pagina:Barrili - Galatea, Milano, Treves, 1896.djvu/24 108 615986 3904970 2879105 2026-09-28T15:58:40Z MARIO ZANELLO 54906 /* Riletta */ 3904970 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="MARIO ZANELLO" />{{RigaIntestazione||— 16 —|}}</noinclude>pete? Nella lingua del paese non li so io, e non ho tempo da perdere, volendo piuttosto ammirarvi. Il vostro nome è bellezza; e questo in tutte le lingue del mondo. Uno di essi è bianco di latte, e la sua corolla piccina, fatta di quattro petali spanti, pesa ancor molto sulla lunga asticciuola filiforme. Dev’esser zuccherino, il suo calice, perchè troppo volentieri gl’insetti vanno ad immergere il muso là dentro. Un altro ha il gambo più grosso, almeno quanto un cordoncino di tre fili di refe; e porta in capo un tubetto rigonfio alla base, più stretto al collo, donde salgono arrovesciandosi quattro eleganti lacinie, per mezzo alle quali guardando s’intravvede nel fondo un giro di grumoletti d’oro, sospesi su tenui stami d’argento, come perle o gemme sulle punte d’una corona. A chi è destinato il tesoro? Qual genio minuscolo, della figliuolanza di Oberone e Titania, cingerà il grazioso diadema custodito in quell’urna di zaffiro? Non indaghiamo, non facciamo almanacchi. Vegetiamo, sia la parola d’ordine per me, come a Pertinace il suo {{Pt|“''Milite-''|}}<noinclude><references/></div></noinclude> ogox7hachiou4g6dbxcosnb2ofzrrru Pagina:Barrili - Galatea, Milano, Treves, 1896.djvu/25 108 615987 3904971 2879106 2026-09-28T16:02:14Z MARIO ZANELLO 54906 /* Riletta */ 3904971 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="MARIO ZANELLO" />{{RigaIntestazione||— 17 —|}}</noinclude>{{Pt|''mus''|“''Militemus''}}„ come il suo “''Laboremus''„ a Settimio Severo. “Qui freno al corso,„ come dice David nella prima scena del ''Saul''; qui siedo e me ne sto un paio d’ore al rezzo, contemplando i moscerini che volano nell’aria cupa, non trattenendo i pensieri che passano liberamente per l’anima, senza lasciarci una traccia. È in questo recesso ombroso una quiete, una calma tiepida, attraversata a quando a quando da soavissimi aliti di frescura, onde hai tutte le sensazioni del supremo benessere. Non so come sia che un miliardo e mezzo di creature, tra ragionanti, e sragionanti, sparse sulla faccia della terra, non l’abbiano ancora sentito. Capisco che per molti è questione di vivere, e i bisogni urgenti non dànno agio a pensare: capisco ancora che la felicità suprema dell’estasi inerte richiede un alto grado di perfezione intellettuale. Ma tutti quelli che l’hanno raggiunto, quel grado, perchè si vengono moltiplicando senza ragione i bisogni? perchè vanno attorno cercando i malanni col lumicino? perchè ficcano la mano nel vaso<noinclude>{{PieDiPagina|BARRILI. "Galatea".||2}}</noinclude> cnfrqet8csl9yu0jdw9um67l3h67kez 3904972 3904971 2026-09-28T16:02:55Z MARIO ZANELLO 54906 3904972 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="MARIO ZANELLO" />{{RigaIntestazione||— 17 —|}}</noinclude>{{Pt|''mus''|“''Militemus''}}„ come il suo “''Laboremus''„ a Settimio Severo. “Qui freno al corso,„ come dice David nella prima scena del ''Saul''; qui siedo e me ne sto un paio d’ore al rezzo, contemplando i moscerini che volano nell’aria cupa, non trattenendo i pensieri che passano liberamente per l’anima, senza lasciarci una traccia. È in questo recesso ombroso una quiete, una calma tiepida, attraversata a quando a quando da soavissimi aliti di frescura, onde hai tutte le sensazioni del supremo benessere. Non so come sia che un miliardo e mezzo di creature, tra ragionanti, e sragionanti, sparse sulla faccia della terra, non l’abbiano ancora sentito. Capisco che per molti è questione di vivere, e i bisogni urgenti non dànno agio a pensare: capisco ancora che la felicità suprema dell’estasi inerte richiede un alto grado di perfezione intellettuale. Ma tutti quelli che l’hanno raggiunto, quel grado, perchè si vengono moltiplicando senza ragione i bisogni? perchè vanno attorno cercando i malanni col lumicino? perchè ficcano la mano nel vaso<noinclude>{{PieDiPagina|BARRILI.''Galatea''.||2}}</noinclude> 4j0o895cumuc4dhxdsvc7qpxga1ce7n 3904973 3904972 2026-09-28T16:05:02Z MARIO ZANELLO 54906 3904973 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="MARIO ZANELLO" />{{RigaIntestazione||— 17 —|}}</noinclude>{{Pt|''mus''|“''Militemus''}}„ come il suo “''Laboremus''„ a Settimio Severo. “Qui freno al corso,„ come dice David nella prima scena del ''Saul''; qui siedo e me ne sto un paio d’ore al rezzo, contemplando i moscerini che volano nell’aria cupa, non trattenendo i pensieri che passano liberamente per l’anima, senza lasciarci una traccia. È in questo recesso ombroso una quiete, una calma tiepida, attraversata a quando a quando da soavissimi aliti di frescura, onde hai tutte le sensazioni del supremo benessere. Non so come sia che un miliardo e mezzo di creature, tra ragionanti, e sragionanti, sparse sulla faccia della terra, non l’abbiano ancora sentito. Capisco che per molti è questione di vivere, e i bisogni urgenti non dànno agio a pensare: capisco ancora che la felicità suprema dell’estasi inerte richiede un alto grado di perfezione intellettuale. Ma tutti quelli che l’hanno raggiunto, quel grado, perchè si vengono moltiplicando senza ragione i bisogni? perchè vanno attorno cercando i malanni col lumicino? perchè ficcano la mano nel vaso<noinclude>{{PieDiPagina|{{smaller|BARRILI. ''Galatea'}}||{{smaller|2}}}}</noinclude> rle6y0xxb6qffgpxupor1vbaqgja3pr 3904974 3904973 2026-09-28T16:05:27Z MARIO ZANELLO 54906 3904974 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="MARIO ZANELLO" />{{RigaIntestazione||— 17 —|}}</noinclude>{{Pt|''mus''|“''Militemus''}}„ come il suo “''Laboremus''„ a Settimio Severo. “Qui freno al corso,„ come dice David nella prima scena del ''Saul''; qui siedo e me ne sto un paio d’ore al rezzo, contemplando i moscerini che volano nell’aria cupa, non trattenendo i pensieri che passano liberamente per l’anima, senza lasciarci una traccia. È in questo recesso ombroso una quiete, una calma tiepida, attraversata a quando a quando da soavissimi aliti di frescura, onde hai tutte le sensazioni del supremo benessere. Non so come sia che un miliardo e mezzo di creature, tra ragionanti, e sragionanti, sparse sulla faccia della terra, non l’abbiano ancora sentito. Capisco che per molti è questione di vivere, e i bisogni urgenti non dànno agio a pensare: capisco ancora che la felicità suprema dell’estasi inerte richiede un alto grado di perfezione intellettuale. Ma tutti quelli che l’hanno raggiunto, quel grado, perchè si vengono moltiplicando senza ragione i bisogni? perchè vanno attorno cercando i malanni col lumicino? perchè ficcano la mano nel vaso<noinclude>{{PieDiPagina|{{smaller|BARRILI. ''Galatea''}}||{{smaller|2}}}}</noinclude> 7juze99z2f7t2jchc4r24yh0vx1yxcb 3904975 3904974 2026-09-28T16:05:46Z MARIO ZANELLO 54906 3904975 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="MARIO ZANELLO" />{{RigaIntestazione||— 17 —|}}</noinclude>{{Pt|''mus''|“''Militemus''}}„ come il suo “''Laboremus''„ a Settimio Severo. “Qui freno al corso,„ come dice David nella prima scena del ''Saul''; qui siedo e me ne sto un paio d’ore al rezzo, contemplando i moscerini che volano nell’aria cupa, non trattenendo i pensieri che passano liberamente per l’anima, senza lasciarci una traccia. È in questo recesso ombroso una quiete, una calma tiepida, attraversata a quando a quando da soavissimi aliti di frescura, onde hai tutte le sensazioni del supremo benessere. Non so come sia che un miliardo e mezzo di creature, tra ragionanti, e sragionanti, sparse sulla faccia della terra, non l’abbiano ancora sentito. Capisco che per molti è questione di vivere, e i bisogni urgenti non dànno agio a pensare: capisco ancora che la felicità suprema dell’estasi inerte richiede un alto grado di perfezione intellettuale. Ma tutti quelli che l’hanno raggiunto, quel grado, perchè si vengono moltiplicando senza ragione i bisogni? perchè vanno attorno cercando i malanni col lumicino? perchè ficcano la mano nel vaso<noinclude>{{PieDiPagina|{{smaller|BARRILI. ''Galatea.''}}||{{smaller|2}}}}</noinclude> o8w7rribnpkovkc4bekeigh5yzu3iev Pagina:Barrili - Galatea, Milano, Treves, 1896.djvu/26 108 615988 3904976 2879107 2026-09-28T16:07:01Z MARIO ZANELLO 54906 /* Riletta */ 3904976 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="MARIO ZANELLO" />{{RigaIntestazione||— 18 —|}}</noinclude>di Pandora, rovistando nel fondo, se per caso ci fosse rimasto ancora un fastidio? A buon conto, io non mi prenderò quello di salire a Santa Giustina. Si sta qui tanto bene, mezzo appoggiati e mezzo seduti sulla spalla dell’argine! Passano a coppie le farfalle, pieridi e vanesse dorate, rincorrendosi tra le piante, apparendo e disparendo senza posa, contente di agitarsi e di vivere; vengono folgorando nell’aria, quasi radendo il pelo dell’acqua, le damigelle e i cavalocchi dalle diafane ali iridate, dai corpicini sottili, tutti a colori metallici, per andare a librarsi un tratto sulle rappe fiorite, donde guizzano e scintillano senza posa, come pennini di gioie tremolanti sul capo di una bella donna a teatro. E dove lascio gli uccellini? Ce ne sono di tutte le specie, che attendono ai fatti loro senza curarsi di me; cincie, pettirossi, cardellini, scriccioli; pigolanti, strillanti, zirlanti nella macchia, ch’è un piacere a sentirli. Le stonature non mancano. Laggiù, dagli olmi del gran viale, si sente un gracchio che non mi va niente a sangue.<noinclude><references/></div></noinclude> 84xy6kn69v3gsacnqxo5jmsvf5wrt8h Pagina:Barrili - Galatea, Milano, Treves, 1896.djvu/177 108 616139 3905060 3049243 2026-09-29T05:16:04Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3905060 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 169 —|}}</noinclude>''and I am resolved to make the trial....'' sopra di te, mio dolce e fiero Filippo. Tu non hai niente che ti trattenga in città, salvo l’abitudine, o la pigrizia, mentre io ho bisogno qui d’un amico, ''an uncommon want'', come lord {{AutoreCitato|George Gordon Byron|Byron}} aveva bisogno di un eroe. Lascia dunque i tuoi affari inutili, e vieni a confortare l’amico tuo; il quale non ti ha scritto da tanti giorni per la semplicissima ragione che ha speso il suo tempo a commettere un certo numero di sciocchezze, e ti vorrebbe qui per dargli una mano. In altri termini, temo (senza sgomenti, però) di avere ai fianchi una piccola tribù di scioperati. Dipenderà forse da me, di causarne gli attacchi; ma se proprio dipendesse da me, non vorrei causarli davvero, e mi metterei volentieri in guerra, come Marlborough. Qui non ho persona amica, seria ed armigera quanto bisogna, a cui commetter tutto me stesso. Hai capito? Vieni dunque tu, vola, e porta per ogni buon fine una coppia di tutte le armi cavallerescamente possibili. Per dar colore alla spedizione potresti portare un arsenale di sciabole, fioretti e pi-<noinclude><references/></div></noinclude> acbc7wr8jnz5zmel65ae60y14y7hqus Pagina:Barrili - Galatea, Milano, Treves, 1896.djvu/178 108 616140 3905061 3049244 2026-09-29T05:16:06Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3905061 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 170 —|}}</noinclude>stole, da esercitarci tra noi. Saresti nella tua beva, non ti pare? “Non ti ho mai chiesto nulla; non mi ricusare la prima. Credi pure che questa volta ho somma necessità d’essere raffidato dalla tua presenza. Ti aspetto, e preceduto da un telegramma, per venirti a prendere alla stazione, ch’è un po’ lontanetta da qui. Grazie, anticipate, e un amplesso spirituale per giunta. {{Blocco a destra|{{Centrato|“''Il tuo''<br> “{{Sc|Rinaldo}}„.}}|margine=2em}} Ho impostata la lettera in tempo, e più tranquillo me ne sono andato a desinare. Questa sera, passeggiando in paese, ho incontrata mezza la colonia, che ritornava dal suo eterno ''lawn-tennis''. Si è fatto sosta all’unico ma infame caffè di Corsenna, in grazia del suo “Qui si gela„ che promette alle signore la dolce voluttà del sorbetto. Poi diranno che Corsenna è un villaggio. Conosco delle città, dove si gela, sì, ma solamente e naturalmente d’inverno. Ho potuto sapere che la contessa Quarneri<noinclude><references/></div></noinclude> 80xdktolad3h6nhyvn50zx2wm7utj7o Pagina:Barrili - Galatea, Milano, Treves, 1896.djvu/179 108 616141 3905062 3049245 2026-09-29T05:16:08Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3905062 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 171 —|}}</noinclude>non è andata a Dusiana. I tre satelliti devono esser furenti; imbronciati li vedo, ma quieti, in atto di rodere il freno. Che abbiano avuto una correzione salutare? Mi dispiacerebbe per me, che li vedrei volentieri andare in collera, specie se mi danno due giorni di tempo, tanto che arrivi il Ferri, con tutti gli omonimi suoi. Quanto a loro, se han presa la ramanzina, non hanno male che non si sian meritato, avendo smascherate le loro batterie in presenza della contessa. Mi paiono tre ragazzi, con quel loro cospirare all’aperto, in un sentiero di villa, dove tutti gli alberi hanno orecchi per udire, e bocche per riferire. Viva la faccia delle Berti. Quelle non sentono, non vedono quasi, e non han niente da riferire a nessuno. Passano nel mondo sorridendo e sperando; beate loro, e madre bofficiona e figliuole snelle, che cresceranno in bellezza e in rotondità come lei. La signorina Kathleen mi pare un po’ sostenuta. Cara fanciulla! ma che cosa ne posso io? Se sapesse che non ci ho colpa, e che mi trovo impegnato in questo negozio per l’onor<noinclude><references/></div></noinclude> ltnxp0l6477cx5aucr2yxz6jg6fytr4 Pagina:Barrili - Galatea, Milano, Treves, 1896.djvu/180 108 616142 3905063 3049246 2026-09-29T05:16:11Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3905063 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 172 —|}}</noinclude>della firma! Del resto, veda un po’ lei; non è mica Rinaldo Morelli, l’uomo che accompagna al Roccolo la contessa Adriana, quando ella si risolve di lasciare il caffè di Corsenna. E infine, lei stessa, la signorina Kathleen carissima, non è forse tutta fiori e baccelli colla luminosa contessa? Si direbbe anzi che da iersera le è diventata più amica che mai. Animo, dunque, la preghi un pochino, e si faccia dir tutto. Ma forse m’inganno, e do troppa importanza al mio signor me stesso. Quell’aria della signorina non è di sostenutezza con me; è di stanchezza, per la fatica del ''lawn-tennis''. Infatti, ecco che si rianima, dopo partita la contessa coi suoi tre satelliti. Terenzio Spazzòli ha incominciato un discorso di ''rowing-club'' e di ''swimming-club'', e lei è tutta intenta alle belle imprese del mare, da quella gran vogatrice, da quella gran nuotatrice che è. Galatea, ninfa marina! A Viareggio, dov’ella ha passata l’estate scorsa, ne sanno qualche cosa: nessuna di quelle Nereidi era più intrepida e più valente di lei.<noinclude><references/></div></noinclude> no1zntwag46to6l3hwzxwlmc8kswzds Pagina:Barrili - Galatea, Milano, Treves, 1896.djvu/181 108 616143 3905064 3049247 2026-09-29T05:16:14Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3905064 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 173 —|}}</noinclude><nowiki /> Confessiamolo, è una bella cosa, e buona sopra tutto, viver la vita così pienamente come ella fa. A questo modo vengon su le belle schiatte, sane, forti, robuste, pari a quelle che hanno lasciato tanto buon nome nel mondo. E tuttavia, se Kathleen fosse mia moglie, non vorrei tante cose da lei; nè racchetta, nè tuffi in acqua, nè remo, nè vela; casa, casa, casa; e tè, magari, quantunque non mi piaccia; e latte e burro a tutto spiano. Similmente non vorrei che la luminosa contessa, dato e non concesso che portasse il mio nome, avesse tre satelliti per accompagnarla tutte le sere a casa. Piuttosto una mezza legione di carabinieri. Per compenso le permetterei, crepi l’avarizia, di confessare ai suoi visitatori quattro anni di più. Sono ancor primavere, che diamine!<noinclude><references/></div></noinclude> aydtlui6ckaamd8jmx7p226zyhkxhmz Galatea (Barrili)/XI 0 616383 3905065 3802489 2026-09-29T05:16:27Z Dr Zimbu 1553 Porto il SAL a SAL 100% 3905065 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=29 settembre 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=XI|prec=../X|succ=../XII}} <pages index="Barrili - Galatea, Milano, Treves, 1896.djvu" from=161 to=181 /> qvlwgmkajn3spxmvces2boephda2o1l Pagina:Wells - Quando il dormente si sveglierà, 1907.djvu/277 108 662507 3905148 3566394 2026-09-29T08:56:30Z Carbonchiolo 81333 /* Riletta */ 3905148 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" /></noinclude>{{ct|f=100%|v=2|t=5|L=0.2em|{{Sc|Capitolo XX.}}}} {{Ct|f=120%|L=0.1em|v=1|'''Nelle vie della Città.'''}} E quella notte, sconosciuto e insospettato, Graham vestito come un impiegato subalterno dei Motori a vento, che avesse preso un giorno di libertà, e accompagnato da Asano che aveva indossato il costume azzurro della Compagnia del Lavoro, esplorò il centro della città a traverso la quale aveva errato quando essa era velata dalle tenebre. Ma adesso egli la vedeva rischiarata e desta, in un turbine di vita. A dispetto del fiotto agitato della rivoluzione, a dispetto del malcontento anormale e del mormorio dell’accresciuta lotta, di cui la prima rivolta non era stato che il preludio, le molteplici correnti del commercio scorrevano sempre, larghe ed irresistibili. Egli sapeva adesso qualche cosa del carattere generale e delle proporzioni dell’età novella, ma non era preparato alla infinita sorpresa dei dettagli, al torrente di colori e d’impressioni vive che affluivano intorno a lui. In questo suo primo contatto reale con quel popolo nuovo egli comprese che tutto quello che era accaduto prima, salvo le sue vedute del gran teatro e dei mer-<noinclude><references/></noinclude> o4m85xbzcezh565eitd2a69qufdch96 Pagina:Wells - Quando il dormente si sveglierà, 1907.djvu/278 108 662508 3905150 3566396 2026-09-29T08:58:19Z Carbonchiolo 81333 /* Riletta */ 3905150 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione|268|{{Sc|quando il dormente si sveglierà}}||riga=sì}}</noinclude> cati pubblici, aveva avuto un aspetto particolare, era stato un movimento limitato al quartiere politico, comparativamente stretto, e che tutte le sue esperienze anteriori avevano girato attorno alla sua situazione. Ma ecco che il cuore della città si offriva al suo sguardo nelle ore più laboriose ed attive della notte; egli vedeva la vita reale e non officiale, vedeva il popolo tornare ai suoi propri interessi immediati; vedeva le abitudini comuni del tempo nuovo. Dapprima essi entrarono in una contrada le cui vie mobìli dirigentisi in opposti sensi erano affollate di persone in livrea di tela bleu. Graham osservò che questa compagnia faceva parte di un corteggio, il quale, spettacolo bizzarro, percorreva le vie seduto. Gli uomini portavano bandiere di grossolana stoffa rossa guernite di iscrizioni. «Niente disarmo» si leggeva su quelle bandiere, per la maggior parte scarabocchiate grossolanamente e con una ortografia variabile; «Perchè disarmeremmo?» «Niente disarmo». Una dopo l’altra le bandiere passavano a torrenti e in ultimo venne il canto della rivolta, accompagnato da un’orchestra assordante d’insoliti istrumenti. — Dovrebbero esser tutti al lavoro, — disse Asano. — Non hanno preso cibo da due giorni, o se l’hanno avuto, l’hanno rubato. Quasi subito Asano si volse per evitare la folla che assisteva oziosa al passaggio dei cadaveri che erano portati dall’ospedale a un cimitero; spigolature della messe di morte della prima rivolta. Quella notte pochi dormivano, tutti erano fuori. Un’animazione immensa; perpetue folle perpetuamente rinnovate, circondavano Graham; un tumulto inces-<noinclude><references/></noinclude> 5q19fkustirg6rwomksq6gpctliuyaf Pagina:Wells - Quando il dormente si sveglierà, 1907.djvu/279 108 662510 3905151 3566395 2026-09-29T09:00:22Z Carbonchiolo 81333 /* Riletta */ 3905151 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione||''Nelle vie della Città''|269|riga=sì}}</noinclude> sante, le grida e i frammenti enigmatici della lotta sociale appena cominciata, confondevano e oscuravano il suo spirito. Dappertutto festoni e stendardi, decorazioni nere e barocche rendevano più intenso il carattere della sua popolarità. Dappertutto egli afferrava tronche frasi di quel dialetto grave e triviale che impiegava la classe illetterata, vale a dire la classe che non poteva offrirsi la cultura fonografica. Per tutto le proteste contro il disarmo si ripetevano con una violenza di cui non aveva avuto la minima idea, finchè era rimasto confinato nel quartiere dei Motori a vento. Capì che avrebbe dovuto, appena tornato, discuter subito questa questione con Ostrog, in modo più concludente di quello che non aveva fatto fino allora, come pure le conseguenze più grandi di cui quei torbidi erano espressioni. Continuamente quella notte, anche nelle prime ore della loro passeggiata vagabonda a traverso la Città, questo spirito di disordine e di rivolta occupò unicamente la sua attenzione, esclusi gli innumerevoli dettagli che avrebbe potuto osservare in altre circostanze. A causa di questa preoccupazione, egli non potè raccogliere che delle impressioni frammentarie. Tuttavia, fra tante cose strane e vive, nessun oggetto, nessun fatto, per quanto personale e persistente, poteva esercitare una preponderanza assoluta. Spesso il moto rivoluzionario usciva totalmente dal suo spirito, era messo da parte come un sipario che dissimulasse qualche aspetto impressionante dell’epoca. Elena gli aveva imposto questo intenso ardore di ricerca, ma, a momenti, ella stessa si allontanava dai suoi pensieri coscienti. Un istante, per esempio, si accorse che traversavano il quartiere religioso — poichè, la<noinclude><references/></noinclude> gz14dhta6kicuk2jhly29tlkgndtb3a Pagina:Wells - Quando il dormente si sveglierà, 1907.djvu/280 108 662512 3905178 3566397 2026-09-29T09:34:51Z Carbonchiolo 81333 /* Riletta */ 3905178 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione|270|{{Sc|quando il dormente si sveglierà}}||riga=sì}}</noinclude> facile circolazione a traverso la Città, grazie alle vie mobili, non rendeva più necessaria la dispersione delle chiese e delle cappelle, — e la sua attenzione fu vivamente attratta dalla facciata dell’edificio d’una sètta cristiana. Essi viaggiavano seduti su una delle piattaforme superiori. Ad una svolta, l’edificio apparve ad un tratto, sembrando avanzarsi verso di loro a grande velocità. La facciata era coperta dalla sommità alla base d’iscrizioni rosse e bleu, salvo là, dove l’enorme tela trasparente di un cinematografo presentava una crocifissione realista, ed ove un vasto festone di color nero, per dimostrare che la religione popolare seguiva la politica popolare, sventolava davanti le insegne. Graham si era già familiarizzato con la scrittura fonetica, e queste iscrizioni lo colpirono per la maggior parte come altrettante stupefacenti bestemmie. Fra le meno offensive per il suo senso, si leggeva: «La salvezza al primo piano a destra». «Impiegate il vostro denaro sul vostro Creatore». «La più rapida conversione di Londra. Operatori espertissimi! Aprite gli occhi!» «Ciò che Cristo direbbe al Dormente». «Abbiate fiducia nei Santi ultima moda!» «Siate cristiani senza darvi pena delle vostre occupazioni presenti». «Grazie rapide e comode per persone d’affari». — Ma questo è stomachevole! — esclamò Graham davanti al gigantesco edifizio dove si esponevano questi appelli di una pietà mercantile. — Cos’è stomachevole qui? — domandò il suo piccolo assistente, cercando apparentemente se in quei fervorini sfacciati vi fosse qualche cosa d’insolito. — Ma questa réclame! L’essenza della religione è certamente il rispetto.<noinclude><references/></noinclude> snbyvrq6re669x78mbp5b2qm8c39q5u Pagina:Wells - Quando il dormente si sveglierà, 1907.djvu/281 108 662513 3905182 3566398 2026-09-29T09:56:32Z Carbonchiolo 81333 /* Riletta */ 3905182 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione||''Nelle vie della Città''|271|riga=sì}}</noinclude> — Oh! è questo! — Asano guardò Graham. — È questo che vi disgusta? — diss’egli col tono di qualcuno che fa una scoperta. — Infatti, lo comprendo. Mi ero dimenticato.... Ai giorni nostri la concorrenza per attirare l’attenzione, non indietreggia innanzi a nulla, e le persone, semplicemente, non hanno agio di occuparsi delle anime loro, come facevano prima. Altra volta voi avevate i pacifici sabati, e le escursioni in campagna.... benchè abbia letto in qualche luogo.... che i pomeriggi della domenica qualche volta.... — Ma questo, — disse Graham volgendosi e designando, coll’occhio, quel bleu e quel bianco che si allontanavano, — questo non è certamente il solo mezzo... — Vi sono centinaia di mezzi differenti. Ma naturalmente, se una sètta non ricorre alla réclame, non fa affari. Il culto ha camminato col tempo. Vi sono delle sètte dell’alta società che hanno mezzi più discreti.... incensi preziosi, cerimonie private, ecc. Ma queste qui sono molto prospere e popolari. Pagano al Consiglio.... a voi, voglio dire.... parecchie dozzine di leoni per questi locali. Le monete avevano già imbarazzato Graham e quest’accenno alle «dozzine di leoni» lo condusse a farsi dare delle spiegazioni indispensabili. Ad un tratto, questo nuovo soggetto gli fece dimenticare i templi chiassosi e tutte le loro fanfare. Un giro di frase suggerì, e una risposta confermò in lui questa idea che l’oro e l’argento non avevano più corso di moneta, che l’oro coniato che aveva cominciato il suo regno fra i mercanti della Fenicia, era detronizzato. Questo cambiamento era stato graduale, ma rapido, prodotto dall’estendersi del sistema<noinclude><references/></noinclude> icumxrvgypxy4g43uwbc605uwks2ihw Pagina:Wells - Quando il dormente si sveglierà, 1907.djvu/282 108 662514 3905232 3566399 2026-09-29T11:51:06Z Carbonchiolo 81333 /* Riletta */ 3905232 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione|272|{{Sc|quando il dormente si sveglierà}}||riga=sì}}</noinclude> degli chèques, che già nella sua vita anteriore aveva rimpiazzato l’oro nelle grandi transazioni commerciali. In realtà, il traffico comune della Città e il credito comune del mondo intero erano condotti per mezzo di questi piccoli chèques del Consiglio, bruni, verdi e rosa, per somme minime, stampati su carta fortissima, una specie di tessuto di una flessibilità di seta, con uno spazio in bianco per indicare il nome della persona che usufruiva della somma menzionata. Asano ne aveva con sè parècchi, e alla prima occasione colmò le lacune della sua collezione. Sopra tutti figurava un fac simile della firma del Maestro. Dopo duecentotrè anni Graham ritrovava le curve e le fioriture di questo autografo familiare. Alcune esperienze intermediarie non fecero su lui un’impressione tanto viva da impedire che la questione del «disarmo» s’impossessasse di nuovo dei suoi pensieri. L’immagine confusa di un tempio teosofo che prometteva {{Spaziato|miracoli}} in lettere enormi, a luce intermittente, non fu forse intieramente sommersa, ma lo spettacolo dell’enorme refettorio del viale di Northumberland l’interessò immensamente. Grazie all’energia e alla perspicacia d’Asano, fu anche in grado di contemplare quelle immense tavolate, dall’alto di una piccola galleria coperta, riservata alle persone di servizio. L’edificio era invaso da cima a fondo da un rumore lontano, specie di fischio, di ululato, di clamore coperto, di cui non potè dapprima distinguere il senso, ma che gli rammentò una certa voce misteriosa e rauca che aveva udita dopo il riapparir della luce, nella notte della sua passeggiata solitaria. Adesso si abituava alle vaste proporzioni e alle mol-<noinclude><references/></noinclude> ayjw5e1f9a0g7hb6g136i3u9uvjb318 Pagina:Wells - Quando il dormente si sveglierà, 1907.djvu/283 108 662516 3905234 3566400 2026-09-29T11:53:14Z Carbonchiolo 81333 /* Riletta */ 3905234 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione||''Nelle vie della Città''|273|riga=sì}}</noinclude> titudini; nonostante questo spettacolo lo ritenne a lungo. Mentre osservava il servizio della tavola situata immediatamente al disotto, in mezzo alle incessanti domande e risposte concernenti i dettagli, il pieno significato di quel pasto, al quale prendevano parte più migliaia di persone, brillò al suo spirito. Era la sua perpetua sorpresa, il constatare che certi fatti i quali avrebbero dovuto colpirlo vivamente a primo colpo, gli sfuggivano invece, fino a che una circostanza triviale non veniva a completare l’enigma attirandosi la sua attenzione. Così, per esempio, non gli era venuta l’idea che questa cinta continuata della città, questa esclusione delle intemperie, queste vaste sale e queste interminabili vie, implicavano la scomparsa del focolare domestico; che il tipico «Home» vittoriano, la piccola cella di mattoni contenente la cucina e la dispensa e le due o tre stanze di abitazione, salvo fra le ruine della campagna, era completamente sparito come era sparita la capanna di vimini. Ma adesso vedeva quello che era stato manifesto fin da principio, che Londra considerata come luogo abitato, non era più un’agglomerazione di case, ma un prodigioso albergo, un albergo che offriva mille categorie di benessere, migliaia di refettorii, di cappelle, di teatri, di mercati e di luoghi di riunione, tutta una sintesi di intraprese, di cui egli, Graham era il principale possessore. Il popolo aveva i suoi dormitorii con forse delle anticamere, delle sale che almeno erano sempre sane, qualunque ne fosse il grado di comodità e d’isolamento, e quanto agli altri abitanti, essi vivevano come avevano vissuto molti, nei giganteschi alberghi del periodo vittoriano, mangiando, leggendo, pensando, giuocan-<noinclude><references/></noinclude> 0mwy6nnf9hhn7i1byr8ivcvrod7fzrz Pagina:Wells - Quando il dormente si sveglierà, 1907.djvu/271 108 662527 3905128 3565845 2026-09-29T07:22:38Z Carbonchiolo 81333 /* Riletta */ 3905128 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione||''Il punto di vista di Ostrog''|261|riga=sì}}</noinclude> — Io me lo domando, — mormorò Graham. Ostrog lo guardò sorpreso. — È realmente necessario che il mondo vada in questo modo? — riprese Graham incapace di contenersi un momento di più. — È proprio necessario che vada così? Allora tutte le nostre speranze sarebbero state vane? — Che cosa volete dire? — chiese Ostrog. — Quali speranze? — Io provengo da un secolo democratico.... e mi trovo in piena tirannia aristocratica. — Eh!... ma voi siete l’incarnazione stessa del tiranno. Graham scosse la testa. — Ebbene, — disse Ostrog, — ponetevi al punto di vista generale. È così che la trasformazione è sempre avvenuta. Da una parte l’aristocrazia, o il predominio dei migliori.... dall’altra, la sofferenza e la soppressione degli inetti: così c’incamminiamo verso il progresso. — L’aristocrazia! È forse composta di quelle persone che ho incontrato? — Oh! no di quelle là! — esclamò Ostrog. — La maggior parte di esse vanno alla morte a causa del vizio e del piacere. Esse non hanno progenitura. Quella specie di persone si estinguerà se il mondo andrà per la retta via, se non cambierà strada.... La via piacevole degli eccessi, in fondo alla quale vi è la perfetta eutanasia per i cercatori di piaceri che la fiamma ha disseccato.... Ecco la maniera più opportuna per migliorare la razza. — Bella maniera, — replicò Graham. — Eppure.... — e qui riflettè un momento, — v’ha quest’altro ele-<noinclude><references/></noinclude> rm4rgi9i43m9laagpwl8bffl3syxlrx Pagina:Wells - Quando il dormente si sveglierà, 1907.djvu/272 108 662528 3905129 3565846 2026-09-29T07:24:14Z Carbonchiolo 81333 /* Riletta */ 3905129 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione|260|{{Sc|quando il dormente si sveglierà}}|riga=sì}}</noinclude> mento.... la folla, la grande massa dei poveri. Si estingueranno? Ma no; non si estingueranno mai. Essi soffrono e la loro sofferenza è una forza che noi stessi.... Ostrog fece un movimento d’impazienza e quando tornò a parlare, assunse un tono differente. — Non v’inquietate di ciò; — egli disse. — Tutto sarà accomodato in poco tempo. La folla è un bruto enorme e stupido. Che cosa importa se essa non si estinguerà? Anche se essa non muore, può sempre essere domata e dominata. Io non ho alcuna simpatia per gli schiavi. Due notti fa, voi avete udito urlare e cantare quella gente. Le era stato insegnato quell’inno. Eppure se aveste preso il primo venuto, e d’improvviso gli aveste domandato perchè egli gridasse, non ve l’avrebbe saputo dire. Essi credevano che le loro grida vi allettassero e s’immaginavano di testimoniarvi in tal modo la loro fedeltà e il loro affetto. In quel momento essi sarebbero stati pronti a massacrare il Consiglio.... Oggi, essi incominciano già a mormorare contro coloro che hanno rovesciato il Consiglio. — No, no: non è così! — protestò Graham. — Essi gridavano perchè la loro esistenza è miserabile, senza gioia, senz’orgoglio, e perchè.... in me.... in me.... speravano.... — E qual era la loro speranza? Qual è? Qual diritto hanno essi di sperare? Essi lavorano male e vogliono la ricompensa di coloro che lavorano bene. La speranza dell’umanità.... qual è? Che un giorno sorgerà il superuomo, che un giorno l’inferiore, il debole e lo stupido, potranno esser soggiogati, oppure eliminati. Il mondo non ha posto per i cattivi, per gli<noinclude><references/></noinclude> a47gr1etihwn6h25rgp7pfw4rgczas8 Pagina:Wells - Quando il dormente si sveglierà, 1907.djvu/273 108 662529 3905130 3565847 2026-09-29T07:34:41Z Carbonchiolo 81333 /* Riletta */ 3905130 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione||''Il punto di vista di Ostrog''|263|riga=sì}}</noinclude> stupidi, per i deboli. Il loro dovere.... un dovere grande, elevato.... è di morire, poichè la morte è la ricompensa dell’insuccesso, dello scorno! È questo il sentiero per il quale la bestia si è elevata fino all’umanità, per il quale l’uomo s’incammina verso un destino più elevato.... Ostrog fece alcuni passi; sembrò riflettere e si voltò verso Graham. — Io m’immagino facilmente quanto debba sembrare strano il nostro mondo a un inglese del periodo della regina Vittoria. Voi rimpiangete tutte le antiche forme di governo rappresentativo, i parlamenti, le assemblee deliberanti, e tutta quella follia infantile del secolo XIX di cui gli spettri seducono ancora certi cervelli. Voi siete pronto a disprezzare, a respingere le nostre Città di piaceri.... Avrei dovuto pensarci.... se non avessi avuto tanto da fare. Ma voi v’istruirete e penserete meglio. Il popolo ha bisogno di tante cose.... e i vostri sentimenti saranno d’accordo co’ suoi. Nelle strade, si reclama a grandi grida la distruzione di queste Città di piaceri: ma esse sono gli organi di escrezione dello Stato, i luoghi attraenti che, ogni anno, raccolgono tutto ciò che è debole e vizioso; corrotto e debole; tutta la facile canaglieria che corre ad una distruzione elegante. Essi vanno là, si divertono, muoiono senza progenitura, giacchè tutte le belle donne sciocche e lascive muoiono senza prole, e l’umanità migliora. Se il popolo giudicasse giustamente, non invidierebbe ai ricchi la loro maniera di procurarsi la morte.... E voi vorreste emancipare questi lavoratori stupidi e idioti, di cui noi abbiamo fatto tanti schiavi, voi vorreste tentare di rimettere a nuovo la loro vita comoda e<noinclude><references/></noinclude> r2o0u6oibm2qhl51b77kysx6go5eeh1 Pagina:Wells - Quando il dormente si sveglierà, 1907.djvu/274 108 662530 3905131 3565848 2026-09-29T07:37:00Z Carbonchiolo 81333 /* Riletta */ 3905131 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione|262|{{Sc|quando il dormente si sveglierà}}|riga=sì}}</noinclude> piacevole, e ciò proprio nel momento in cui essi sono riusciti a compiere le funzioni per le quali sono capaci. E sorrise di un sorriso che irritò stranamente Graham. — Voi vi istruirete, — riprese. — Conosco queste idee: nella mia infanzia ho letto il vostro Shelley e sognato la libertà. Non v’ha libertà alcuna al di fuori della saviezza e del controllo di sè stesso. La libertà è in noi.... non fuori di noi. È affare di ognuno, questo. Supponete l’impossibile: cioè che quelle bande importune d’idioti vestiti di azzurro, giungano a trionfare su di noi. Eppoi? Esse non farebbero che ricadere sotto altri padroni. Fino a che esisteranno dei montoni, la natura produrrà forzatamente dei lupi. Il loro trionfo non significherebbe altro che un ritardo di alcune centinaia d’anni. L’arrivo dell’aristocrazia è fatale e assicurato; la fine sarà il superuomo, malgrado tutte le pazze proteste dell’umanità. Se essi si rivoltano, se trionfano, se uccidono me e i miei simili.... altri sorgeranno.... altri padroni. E la fine sarà la stessa. — Io me lo domando, — ripetè ostinatamente Graham. Quindi rimase in piedi cogli occhi fissi a terra. — Ma io voglio vederle da me tutte queste cose, — disse prendendo ad un tratto un tono recisamente risoluto. — Soltanto vedendo coi miei occhi potrò capire. Bisogna che m’istruisca. Ecco ciò che volevo dirvi, Ostrog. Io non mi curo d’esser re in una Città di piaceri; questo non è il mio desiderio. Ho consacrato abbastanza tempo all’aereonautica.... e ad altre distrazioni. Bisogna che impari adesso come si vive, come<noinclude><references/></noinclude> fp89n4e91c5apz3m84skaambv54qjr2 Pagina:Wells - Quando il dormente si sveglierà, 1907.djvu/275 108 662531 3905137 3565849 2026-09-29T07:55:16Z Carbonchiolo 81333 /* Riletta */ 3905137 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione||''Il punto di vista di Ostrog''|265|riga=sì}}</noinclude> si sono sviluppate le esistenze inferiori. Allora capirò meglio tutte queste cose. Bisogna che sappia come vive l’umile popolo.... il popolo specialmente che soffre.... come lavora, come si forma una famiglia, come muore.... — Voi troverete tutto ciò nei nostri romanzieri realisti, — suggerì Ostrog improvvisamente preoccupato. — Io voglio la realtà, — ribattè Graham, — non il realismo. — Vi sono delle difficoltà, — obiettò Ostrog pensoso. — Tutto ben considerato, forse.... — Io non mi aspettavo.... — Avevo pensato.... Eppure, chi lo sa! Voi dite che volete andare per le strade della città, a vedere il popolo.... Ad un tratto giunse a una conclusione. — Bisognerebbe che voi foste mascherato, — disse. — La città è in uno stato di sovreccitazione intensa e la scoperta della vostra presenza fra loro, provocherebbe una spaventosa agitazione. Pur tuttavia un tal desiderio di andare attraverso la città.... Sì, riflettendoci bene, ciò non mi sembra affatto impossibile.... Si cercherà il mezzo.... Se voi pensate realmente di trovarci un interesse! Voi siete il padrone, naturalmente. Partirete subito, se volete. Asano vi procurerà un travestimento per quest’escursione. Egli vi accompagnerà. Dopo tutto, questa non è una cattiva idea. — Non avrete bisogno di consultarmi su nulla? — domandò improvvisamente Graham, colpito da uno strano sospetto. — Oh! mio Dio, no! Io credo che voi possiate affidarmi gli affari.... per un certo tempo, almeno, —<noinclude><references/></noinclude> 24g5jtwhu3hzsa96fdk4ltrpwflng5w Pagina:Ascensioni umane Fogazzaro.djvu/101 108 664384 3904998 2315179 2026-09-28T16:53:18Z MARIO ZANELLO 54906 /* Riletta */ 3904998 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="MARIO ZANELLO" />{{RigaIntestazione||''Per la bellezza d’un’idea''|79|riga=si}}</noinclude>a poco il tipo della specie, crea delle varietà, le quali sonù a suo avviso principii di specie nuove. Questa è la selezione umana. Ma come si fa la selezione degli animali selvatici? Chi sceglie i produttori che modificheranno poco a poco il tipo della specie fino a che sorga una specie nuova? Darwin ci si perde. Un giorno, stanco di studiare e di meditare, piglia, per distrarsi dalla zoologia e dalla botanica, il primo libro che gli viene alle mani, Il libro non parla di bestie nè di piante, parla di uomini; dimostra che una grande quantità degli uomini che nascono devono morir presto perchè altrimenti non vi sarebbe sulla terra da mangiare per tutti. Questo è un lampo nella mente del giovane. Come si moltiplicano anche gli animali e quali quantità enormi ne devon perire prima dello sviluppo completo! Evidentemente in ogni generazione di ogni specie i pochi che sopravvivono alla strage, i pochi vincitori della battaglia per la vita sono i più forti, i meglio conformati. Ora voi non trovate due individui della stessa specie che siano del tutto identicamente conformati. Vi hanno differenze vantaggiose nella lotta per la vita, ve ne hanno di svantaggiose. Ebbene, per forza di natura, coloro cui son toccate le prime trionfano e accoppiandosi trasmettono questi vantaggi di struttura ai loro discendenti che<noinclude> <references/></noinclude> bsjjn31b013s2bkgfp9nb2u0mxqikav Pagina:Ossino - Appunti di relatività.pdf/121 108 702906 3904994 2590660 2026-09-28T16:46:47Z MARIO ZANELLO 54906 /* Riletta */ 3904994 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="MARIO ZANELLO" />{{RigaIntestazione||APPUNTI DI RELATIVITÀ|119|riga=si}}</noinclude>- La linea (2) deriva dalla teoria di Schrödinger. Questa semiretta parte dall’origine e si estende illimitatamente. La teoria si basa su parametri non-relativistici, quindi vale soltanto per velocità <math>u \ll c</math>. - La linea (3) rappresenta la ''velocità di fase operazionale'' <math>V_\phi</math>. Vediamo che si sovrappone alla linea di Schrödinger per <math>u \ll c</math>, comincia a differenziarsi al limite di validità della teoria di Schrödinger, e termina nel punto di Maxwell, dopo il quale assume valori immaginari. L’evidenza grafica mostra chiaramente che la ''formulazione operazionale'' vale senza interruzione per qualsiasi velocità <math>u \le c</math>. Dal grafico di <math>V_\phi</math> si evince chiaramente l’essenza unitaria di Meccanica ed Elettromagnetismo. Abbiamo un’altra conferma che tutti i fenomeni di propagazione ondulatoria nel vuoto hanno la stessa origine. {{left|f=120%|v=-1|t=2|COINCIDENZE?}} Dai ''parametri operazionali'' ricaviamo il rapporto seguente: {{Centrato|<math>V_\phi / V_\mathrm{g} = 1/(1+1/\gamma)</math>.}} Il grafico di questa espressione è riportato nella figura successiva. Si segnala la singolare circostanza che i limiti di questa espressione coincidono esattamente con i valori di ''spin'' ben noti. Per la particella ''non-relativistica'' abbiamo <math>V_\phi / V_\mathrm{g} = 1/2</math>, che corrisponde al valore di ''spin fermionico'' in termini di <math>\hbar</math>, mentre per il fotone risulta <math>V_\phi / V_\mathrm{g} = 1</math>, che coincide col valore di ''spin bosonico''. Se lo ''spin'' fosse legato alla velocità in questo modo, alla velocità <math>u = 0,94 c</math> le particelle sarebbero associate al valore di ''spin'' di <math>(3/4) \hbar</math>. Le polarizzazioni circolari destra o sinistra del fotone si potrebbero interpretare come valori opposti di ''spin'', ed estendere quindi lo stesso concetto alle particelle materiali. Sarebbe possibile verificare questa ipotesi per via sperimentale.<noinclude></noinclude> 597zfccm861fvtlmrex5jl7lzm4spxz Pagina:Guidiccioni, Giovanni – Rime, 1912 – BEIC 1850335.djvu/82 108 725764 3905067 3613337 2026-09-29T05:17:16Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3905067 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|76|giovanni guidiccioni|}}</noinclude><section begin="s1" /> {{ct|c=t1|CXXI}} {{ct|c=t|A fra Bernardino Ochino da Siena<br>lodandone l’austera predicazione.}} {{ct|c=t|(1538)}} <poem> :O messaggier di Dio, che ’n bigia vesta l’oro e i terreni onor dispregi tanto e nei cuor duri imprimi il sermon santo, {{R|4}}che te stesso e piú ’l ver ne manifesta, :il tuo lume ha via sgombra la tempesta dal core ove fremea, dagli occhi ’l pianto; contra i tuoi detti non può tanto o quanto {{R|8}}de’ fèri altrui desir la turba infesta. :L’alma mia si fe’ rea de la sua morte dietr’al senso famelico, e non vide {{R|11}}sul Tebro un segno mai di vera luce: :or, raccolta in se stessa, invia le scorte per passar salva e s’arma e si divide {{R|14}}da le lusinghe del suo falso duce. </poem> <section end="s1" /><section begin="s2" /> {{ct|c=t1|CXXII}} {{ct|c=t|A fra Bernardino Ochino da Siena<br>sul medesimo argomento.}} {{ct|c=t|(1538)}} <poem> :A quei ferventi spirti, a le parole che quasi acuti strai dentr’al cor sento, scaldo i freddi pensieri, e lor rammento {{R|4}}quanto talor invan da me si vòle; :levansi allor ardenti al sommo Sole che tutto scorre e vede in un momento. Servo fedel di Dio, quel che divento {{R|8}}allora è don de le tue voci sole. :Ché non sí tosto ne’ bei rai m’affiso, ch’io scorgo il ver che qui l’ombra ne vela; {{R|11}}e quel tanto son io per te beato. :S’aggelan poi; ma tu, cui solo è dato, spesso gl’infiamma e lor mostra e rivela {{R|14}}li ordini occulti e ’l bel del paradiso. </poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude> ixo2p682rbzjg8jv1kaok7dnlugl2xl Pagina:Guidiccioni, Giovanni – Rime, 1912 – BEIC 1850335.djvu/83 108 725765 3905068 3613339 2026-09-29T05:17:34Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3905068 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||iii - rime varie|77}}</noinclude><section begin="s1" /> {{ct|c=t1|CXXIII}} {{ct|c=t|A fra Bernardino Ochino da Siena<br>sul medesimo argomento.}} {{ct|c=t|(1538)}} <poem> :O sante figlie de l’eterno Sire, Fede, Speranza e Caritá, ch’avete spesso assalito il core, or pur sarete {{R|4}}vittoriose del suo folle ardire. :Fuggesi giá l’antico uso e ’l desire, ché non può cosa indegna ove voi sete; giá tra le schiere de’ beati liete {{R|8}}la virtú vostra mi si fa sentire: :sí dolce adorna il dicitor celeste i vostri merti e sí nel vostro foco {{R|11}}le sue parole e lo mio spirto accende. :De le repulse che vi die’ moleste il cor, che ardí soverchio e vide poco, {{R|14}}duolsi e v’inchina con divote emende. </poem> <section end="s1" /><section begin="s2" /> {{ct|c=t1|CXXIV}} {{ct|c=t|Forse per Ippolito d’Este sacrato cardinale.}} {{ct|c=t|(dicembre 1538)}} <poem> :Piú di voi ’l Po che d’altra gloria altèro, rendendo al mare il suo tributo usato, gli dice: — Tosto avrem piú lieto stato, {{R|4}}se per vera virtú s’acquista impero; :ché par non ha ne la magion di Piero l’alto Ippolito mio, cui il cielo ha dato d’esser prudente, giusto e temperato {{R|8}}e forte a quanto brami, a quant’io spero. :A l’acque tue s’inchinerá il Tirreno, a le mie ’l Tebro, e noi, lor grati, andremo {{R|11}}a ringraziar del ben locato onore. :Giá ’l fato rio ch’a lui tener nel seno vietò la nuora del Fattor supremo, {{R|14}}duolsi e prepara emenda a tanto errore. </poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude> fv78vrw0rstavfcaqa3ccikyn9ym8ey Pagina:Guidiccioni, Giovanni – Rime, 1912 – BEIC 1850335.djvu/84 108 725766 3905069 3619253 2026-09-29T05:17:39Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3905069 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|78|giovanni guidiccioni|}}</noinclude><section begin="s1" /> {{ct|c=t1|CXXV}} {{ct|c=t|Lieto della sua tranquillitá lungi dalla curia romana.}} {{ct|c=t|(1539)}} <poem> :Al bel Metauro, a cui non lungi fanno servi devoti a Dio romito seggio, ai boschi, ai vaghi prati eterno deggio, {{R|4}}poich’a l’ingiuste brame esilio danno. :Qui, dove l’odio è vinto e muor l’inganno, il bel de’ sacri studi amo e vagheggio, spio lo mio interno e quelli error correggio, {{R|8}}ove m’avvolsi è giá l’undecimo anno: :non son dai crudi ed affamati morsi de l’invidia trafitto, e quella maga {{R|11}}non può cangiarmi il volto e la favella; :maga perfida e ria, cui dietro corsi incauto: or l’alma, del suo fin presaga, {{R|14}}ritorna in signoria, dov’era ancella. </poem> <section end="s1" /><section begin="s2" /> {{ct|c=t1|CXXVI}} {{ct|c=t|Rimpiange la vanitá della sua vita.}} {{ct|c=t|(1539)}} <poem> :Il verde de l’etá nel foco vissi e punse ’l cor sol amorosa cura, poi nacque altro disio, per la cui dura {{R|4}}legge a me stesso libertá prescrissi. :Quanto carco d’error e vil men gissi chiaro il veggio or ne la mia fama oscura. Volea, purgati in quest’etá matura {{R|8}}i pensier ch’io tenea nel fango fissi, :tanto appressar a le faville vive di gloria il nome mio, ch’avesse lume, {{R|11}}come molt’altri ancor, poi ch’io fia spento; :ma giá Morte il mio dí nel ghiaccio scrive, e rammentar dal divin Sol mi sento {{R|14}}ch’altro splendor che ’l suo piú no’ m’allume. </poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude> 65zvibhpudfgt5p08wg08r3i6kgqv1d Pagina:Guidiccioni, Giovanni – Rime, 1912 – BEIC 1850335.djvu/85 108 725767 3905070 3613345 2026-09-29T05:17:49Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3905070 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||iii - rime varie|79}}</noinclude><section begin="s1" /> {{ct|c=t1|CXXVII}} {{ct|c=t|Ecco di nuovo turbata la sua quiete.}} {{ct|c=t|(1539)}} <poem> :Quella che ’n sen portai scolpita e viva, falsa e caduca imagine d’onore, quell’interna speranza e quello errore {{R|4}}che fêr la mente del ben proprio schiva, :avea deposto in su la manca riva del bel Metauro, e ’n su ’l mio freddo core piovean giá fiamme de l’eterno Amore {{R|8}}e ’l sentier di salute mi s’apriva; :giá gli affetti terreni erano in bando, giá l’alma era per gir lieta e spedita {{R|11}}a mirar sua beltá nel divin volto; :quand’ecco che dal Tebro aura turbando vien sí tranquilla e sí serena vita: {{R|14}}dolce stato gentil, chi mi t’ha tolto? </poem> <section end="s1" /><section begin="s2" /> {{ct|c=t1|CXXVIII}} {{ct|c=t|A Francesco Venier<br>scampato da fiero fortunale.}} {{ct|c=t|(maggio 1540)}} <poem> :Dimmi, Veniero mio, se ti sovvenne del tuo lume nel mar fèro e turbato e se col raggio suo chiaro e beato {{R|4}}nel periglio t’apparve e ti sostenne; :o se ’l bel coro de le ninfe venne con Doride a placar Nettuno irato, o se, nel santo seno innamorato {{R|8}}fuggendo Amor, la madre ti ritenne, :perché sentissi che il suo foco è vivo ancor ne l'acque, né difesa o fuga {{R|11}}val contra lui che tutto frena e vince. :Veggio di sí lontan che ’l dolce rivo de’ suoi begli occhi la Pietade asciuga {{R|14}}ed odo Amor che tua ragion convince. </poem><section end="s2" /><noinclude></noinclude> 5gr2spkaynvlrgyzwf149jp4q9qukst Pagina:Guidiccioni, Giovanni – Rime, 1912 – BEIC 1850335.djvu/86 108 725768 3905071 3613347 2026-09-29T05:17:52Z Dr Zimbu 1553 /* Riletta */ 3905071 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|80|giovanni guidiccioni|}}</noinclude> {{ct|c=t1|CXXIX}} {{ct|c=t|A Francesco Venier<br>nell’occasione medesima.}} {{ct|c=t|(maggio 1540)}} <poem> :Senza ’l bel lume in cui vedei te stesso e la tua veracissima salute e come il fato rio si vinca e mute {{R|4}}per privilegio de’ suoi raggi espresso, :agli assalti del mar t’eri commesso, quasi uomo altèro de la sua virtute il bel dono d’Amor fugga e rifiute, {{R|8}}che vien sí raro e si desia sí spesso: :credevi il foco tuo, che dolce nacque e fèro crebbe, intiepidir fra via, {{R|11}}del cor mal grado, a cui cotanto piacque. :O giustizia d’Amor leggiadra e pia, che, spegnendo il tuo ardor ne le sals’acque, {{R|14}}piú l’accese, e salvò tua vita e mia! </poem><noinclude></noinclude> lxo48fmotw7wl8o9wo5nwdlgm970g1q Pagina:Guidiccioni, Giovanni – Rime, 1912 – BEIC 1850335.djvu/345 108 726027 3905087 3641042 2026-09-29T05:20:03Z Dr Zimbu 1553 3905087 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||i - giovanni guidiccioni|339}}</noinclude>{{nop}} {{Vi|larghezzap=50|titolo=[[Ne lo spuntar che il sol fe' in oriente]]|pagina={{pt|pag.|»}} {{Pg|49}}}} {{Vi|larghezzap=50|titolo=[[Non pur quel terso e crespo oro lucente]]|pagina=» {{Pg|59}}}} {{Vi|larghezzap=50|titolo=[[O cor piú ch'altro saggio e piú pudico]]|pagina=» {{Pg|36}}}} {{Vi|larghezzap=50|titolo=[[O fronte, piú che 'l ciel chiara e serena]]|pagina=» {{Pg|47}}}} {{Vi|larghezzap=50|titolo=[[O messaggier di Dio, che 'n bigia vesta]]|pagina=» {{Pg|76}}}} {{Vi|larghezzap=50|titolo=[[Ora che forse voi con gli occhi fiso]]|pagina=» {{Pg|59}}}} {{Vi|larghezzap=50|titolo=[[Or ch'atra nebbia, o re de' monti, il crine]]|pagina=» {{Pg|56}}}} {{Vi|larghezzap=50|titolo=[[Or che l'etate mia piú verde è gita]]|pagina=» {{Pg|62}}}} {{Vi|larghezzap=50|titolo=[[O sante figlie de l'eterno Sire]]|pagina=» {{Pg|77}}}} {{Vi|larghezzap=50|titolo=[[O tristi pensier miei]]|pagina=» {{Pg|45}}}} {{Vi|larghezzap=50|titolo=[[O tu cui 'l Sol de la sua luce adorna]]|pagina=» {{Pg|43}}}} {{Vi|larghezzap=50|titolo=[[O voi che sotto l'amorose insegne]]|pagina=» {{Pg|24}}}} {{Vi|larghezzap=50|titolo=[[Parmi veder che su la destra riva]]|pagina=» {{Pg|41}}}} {{Vi|larghezzap=50|titolo=[[Perch'io sia a' colpi, Amor, di sdegni e d'ire]]|pagina=» {{Pg|47}}}} {{Vi|larghezzap=50|titolo=[[Perdoninmi i begli occhi, ove s'asside]]|pagina=» {{Pg|30}}}} {{Vi|larghezzap=50|titolo=[[Per me da questo mio romito monte]]|pagina=» {{Pg|75}}}} {{Vi|larghezzap=50|titolo=[[Piú di voi 'l Po che d'altra gloria altèro]]|pagina=» {{Pg|77}}}} {{Vi|larghezzap=50|titolo=[[Poiché questa mia donna in terra nacque]]|pagina=» {{Pg|50}}}} {{Vi|larghezzap=50|titolo=[[Poiché qui fusti la mia luce prima]]|pagina=» {{Pg|19}}}} {{Vi|larghezzap=50|titolo=[[Prega tu meco il ciel de la su' aita]]|pagina=» {{Pg|9}}}} {{Vi|larghezzap=50|titolo=[[Quando, Amor, da quel dí ch'al tuo foco arsi]]|pagina=» {{Pg|48}}}} {{Vi|larghezzap=50|titolo=[[Quando giú nel mio core]]|pagina=» {{Pg|26}}}} {{Vi|larghezzap=50|titolo=[[Quando i begli occhi e i lor soavi giri]]|pagina=» {{Pg|24}}}} {{Vi|larghezzap=50|titolo=[[Quando talor vo rimembrando l'ore]]|pagina=» {{Pg|60}}}} {{Vi|larghezzap=50|titolo=[[Quanto a' begli occhi vostri e quanto manca]]|pagina=» {{Pg|70}}}} {{Vi|larghezzap=50|titolo=[[Quella ch'a l'ombra e al sol ne' miei sospiri]]|pagina=» {{Pg|55}}}} {{Vi|larghezzap=50|titolo=[[Quella che 'n sen portai scolpita e viva]]|pagina=» {{Pg|79}}}} {{Vi|larghezzap=50|titolo=[[Questa, che tanti secoli giá stese]]|pagina=» {{Pg|7}}}} {{Vi|larghezzap=50|titolo=[[Questo che gli occhi abbaglia e l'alma accende]]|pagina=» {{Pg|42}}}} {{Vi|larghezzap=50|titolo=[[Qui, donde a forza, doloroso e lasso]]|pagina=» {{Pg|44}}}} {{Vi|larghezzap=50|titolo=[[Qui dove i lumi bei solean far giorno]]|pagina=» {{Pg|46}}}} {{Vi|larghezzap=50|titolo=[[Rotto è l'antico nodo e 'l foco spento]]|pagina=» {{Pg|66}}}} {{Vi|larghezzap=50|titolo=[[Salgo con l'ali de' pensieri ardenti]]|pagina=» {{Pg|23}}}} {{Vi|larghezzap=50|titolo=[[Scaldava Amor ne' chiari amati lumi]]|pagina=» {{Pg|37}}}} {{Vi|larghezzap=50|titolo=[[Scipio, io fui ratto dal cantar celeste]]|pagina=» {{Pg|71}}}} {{Vi|larghezzap=50|titolo=[[Se a caso o ad arte miro]]|pagina=» {{Pg|31}}}} {{Vi|larghezzap=50|titolo=[[Se ben s'erge talor lieto il pensiero]]|pagina=» {{Pg|70}}}} {{Vi|larghezzap=50|titolo=[[Se l'armi d'umiltade, ond'io pur soglio]]|pagina=» {{Pg|56}}}} {{Vi|larghezzap=50|titolo=[[Se 'l pensier, che dal core]]|pagina=» {{Pg|12}}}}<noinclude></noinclude> t4npwjyweyznquh6waqkpqv5cquoom8 Template:PAGES NOT PROOFREAD 10 753893 3905123 3903194 2026-09-29T07:00:16Z SodiumBot 71905 Unattended update of statistics templates 3905123 wikitext text/x-wiki 88911 i5m2rlravelxhynn39xgq8set6tdig7 Template:ALL PAGES 10 753894 3905124 3903195 2026-09-29T07:00:26Z SodiumBot 71905 Unattended update of statistics templates 3905124 wikitext text/x-wiki 632849 dm5crwumxn359obpu7ki90z6t8y2us2 Template:PR TEXTS 10 753895 3905125 3903196 2026-09-29T07:00:36Z SodiumBot 71905 Unattended update of statistics templates 3905125 wikitext text/x-wiki 87820 l59pt1kaeajwtnljy5v2sb2tqfqmwge Template:ALL TEXTS 10 753896 3905126 3903197 2026-09-29T07:00:46Z SodiumBot 71905 Unattended update of statistics templates 3905126 wikitext text/x-wiki 109641 b9l05snn8prfj6obskfq2g74ssrmjqb Template:PR PERCENT 10 753897 3905127 3899928 2026-09-29T07:00:56Z SodiumBot 71905 Unattended update of statistics templates 3905127 wikitext text/x-wiki 80.10 n5d9kirv402bpgvqxatlyjcyjnzkn2s Autore:Filippo De Filippi (1869-1938) 102 759981 3905187 3852038 2026-09-29T10:01:53Z Spinoziano (BEIC) 60217 testo in trascrizione 3905187 wikitext text/x-wiki {{Autore | Nome = Filippo | Cognome = De Filippi | Disambigua = (1869-1938) | Attività = medico/viaggiatore | Nazionalità = italiano | Professione e nazionalità = }} == Opere == * {{Testo|Il Ruwenzori|Il Ruwenzori. Viaggio di esplorazione e prime ascensioni}}, relazione della spedizione del principe [[Autore:Luigi Amedeo di Savoia-Aosta|Luigi Amedeo di Savoia]] * {{Testo|Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia}} {{Sezione note}} by5o4k4h5mjcwbz1c3py9ncakxmm3sz Pagina:Alpi e Appenini.djvu/45 108 792457 3904987 3498872 2026-09-28T16:33:00Z MARIO ZANELLO 54906 /* Riletta */ 3904987 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="MARIO ZANELLO" />{{RigaIntestazione||— {{smaller|35}} —||riga=si}}</noinclude> {{ct|t=3|v=1|f=120%|INAUGURAZIONE DELLA FERROVIA}} {{ct|v=1|COLICO-SONDRIO}} {{Capolettera|[[File:Alpi e Appenini (page 45 crop).jpg|100px|I]]||-1em}}{{Sc|l}} giorno 7 p. v. Giugno si compie, dopo lunghe peripezie, uno dei voti più ardenti della nobile e troppo obliata provincia Valtellinese: la vaporiera correrà dall’estremo Lario alla capitale della valle superiore dell’{{Wl|Q63109|Adda}}, ove è sperabile che non s’arresti per troppo tempo, ma ardita prosegua per lo meno fino all’industre borgata di {{Wl|Q40868|Tirano}}. Se naturali ostacoli, angustia di mezzi e diversità di vedute non avessero intralciato il compimento del breve tronco Colico-Chiavenna, che ''da cinque anni'' è in corso di costruzione... a piccola velocità, certamente doppia sarebbe stata la solennità dell’evento fortunato: ma pur troppo volgerà un’altro anno avanti che la locomotiva rianimi la capitale della Mera. Troppo lungo sarebbe enumerare le vicende tristi, le lotte e divisioni che da oltre un ventennio procrastinarono il compimento del più sacro diritto di una laboriosa e patriottica popolazione ed ora giova sperare che la presente festività e le prossime consimili e la sospirata costruzione della Lecco-Colico non si risolvano in una disillusione costosa ed immeritata. Del tratto Colico-Chiavenna già s’erano stesi progetti negli ultimi anni del dominio austriaco e nei primi del nuovo regno italico, quando ardente ferveva la lotta per la scelta del miglior tracciato per la ferrovia delle {{Wl|Q1404383|Alpi Centrali}}: ne fanno fede gli studii degli egregi ingegneri Vanossi, Quadrio ed altri, di cui non ho presenti i nomi. Risolta la questione nel 1868 e 1872 in favore del Gottardo per viste più ampie di ordine politico e commerciale, la {{Wl|Q685105|Valtellina}} vide sfumare il bel sogno della gran ferrovia internazionale per le valli della Mera e del Liro e dovette accontentarsi per il momento di provvedere alla meglio ai puri interessi locali, che già in quell’epoca avevano risentiti fieri colpi. Ed a dir vero sembra che una fatalità pesi su questa valle, nei secoli andati prospera per attivi commerci e troppo celebre per vicende guerresche, oggidì affatto dimenticata: una sequela di sanguinose guerre fratricide nel medio evo, le invasioni e dominazioni straniere, il fanatismo religioso e terribili pestilenze nei tempi di mezzo avevano stremate le risorse della Valtellina, che nel 1650 non conteneva più di 50 mila abitanti immiseriti al di là d’ogni idea, laddove secoli addietro, secondo parecchi cronisti, dava comoda esistenza a più che 200 mila. La lunga quiete dal 1680 alla rivoluzione francese, la conseguente annessione al primo regno<noinclude><references/></noinclude> jkkkc425cihfxbsx2m0ciltj13y9678 Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. I, Milano 1846.djvu/12 108 838447 3904983 2998336 2026-09-28T16:24:30Z MARIO ZANELLO 54906 /* Riletta */ 3904983 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="MARIO ZANELLO" />{{RigaIntestazione||PREFAZIONE|VII|}}</noinclude>tri mai. E al contrario ricorrendo da capo Shakespear trovava il sopranaturale scaturirvi tutto dalli incantesimi, e dalli spiriti della terra e del mare, e altretali reliquie dell'era cèltica; onde anche tra le fosse e i teschi di {{TestoCitato|Amleto|''Hamleto''}} non si leva fiammella di cristianèsimo; nè si potrebbe tampoco ritrarne di che fede il poeta si fosse. Nè il frate in {{TestoCitato|Giulietta e Romeo|''Giulietta''}}, nè il legato in {{TestoCitato|Il Re Giovanni|''Re Giovanni''}} sono figure introdutte con devota intenzione; e forse ai giorni di Shakespear e tra le rigide opinioni dei riformatori, il teatro come profanità tollerata appena, non poteva osare di farsi intèrprete a solenni credenze. E parimenti io non mi persuadeva che dalla serena austerità dell'evangelio fossero derivate le adorazioni amorose dei Provenzali, o le voluttuose fate dell'{{AutoreCitato|Ludovico Ariosto|Ariosto}}, o quel tenace propòsito di vendetta onde sono i roventi tre mondi del Ghibellino. Tutta adunque quell'unità poètica da cui s'intitolavano le nuove opinioni mi pareva risòlversi in estrani elementi, i quali se si accozzàrono in grembo al medio evo, tèngono per certo le fonti loro in più remote e oscure regioni. Laonde non intendeva come nel paragone d'antico con antico fòssero tanto a vituperare le tradizioni dei nostri padri, o se meglio piace, dei nostri antecessori su questo suolo italogreco. E non vedeva perchè dovèssimo farci pedìssequi di pensieri e d'interessi non nostri, affettando frivola disistima di quelle generazioni che fecero le nostre città e i nostri campi, e depòsero sino nei loro sepolcri le vestigia d'un vivere così umano e adorno, e sèppero dare sì sublime parola a Filottete derelitto e a Didone disonorata, e imprimere sul volto della Nìobe e del Laocoonte le note di sì squisito dolore. Non vedeva perchè a tanto intervallo di sècoli dovessimo levare uno sguaiato riso contro quelle arcane fantasie, che avèvano pure confortati e scorti a sì nòbili fatti i nostri padri. Poichè, infine, è più bello figurarci sacro l'aratro, e onorato dalla mano vittoriosa dei cònsoli e dalli armoniosi insegnamenti dei poeti, che<noinclude></noinclude> ap2hzrlyz5wks179dubib954sl88r5k Pagina:Anonimo - Azioni egregie operate in guerra.pdf/7 108 845657 3905000 3022629 2026-09-28T16:55:41Z MARIO ZANELLO 54906 /* Riletta */ 3905000 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="MARIO ZANELLO" />{{RigaIntestazione|||{{Sc|vii}}}}</noinclude>{| |||||||ERRORI||CORREZIONI |- |Pag.||2||29||Baristene||Boristene |- |||colspan=2|4, ''ed altrove''||potete||potè |- |||colspan=2|19 ''ed altrove''||Silesia||Slesia |- |||20||5||Compresero||Compreso |- |||27||23||spegner||spingere |- |||30||20||Iforn||Horn |- |||31||37||che poco||che però |- |||65||18||parte||parto |- |||39||29||Galasso||Coloredo |- |||40||38||il Principe||i Principi |- |||49||18 e 19||Conte Iforn||Conte Horn |- |||51 ''ed altrove''||23||Isorn||Horn |- |||60||31||Sana||Saona |- |||70||9||terrapieni||terreni |- |||||36||ricovrarono||ricovrò |- |||76||10||furono||furono i suoi |- |||85||11||Trasportò||Trasportò poi |- |||90||8||ove attaccarla||ove attacchi |- |||93||1||rivolto||rivoltato |- |||102||11||Mirgental||Mergental |- |||107||10||de loro||di loro |- |||108||42||dopo||. Questa dopo |- |||119||22||liberazione||deliberazione |- |||121||18||Nipote||Cugino |- |||125||1||Maced||Macedo. Egli |- |||129||32||Casimiro||Casimiria |- |||130||26 e 29||Tionia||Fionia |- |||132||6||Viven||Vitten |- |||179||11||Elettore||Elettore di Brandeburg |- |||210||13||del General||del Caprara |- |||213||11||chiuse ||chiusero |- |||231||5||Foldo||Toldo |}<noinclude></noinclude> 4zrxhxiiugx25tk5wvyiu7vvp610htp Pagina:Autobiografia di Monaldo Leopardi.pdf/11 108 850741 3904999 3597347 2026-09-28T16:54:54Z MARIO ZANELLO 54906 /* Riletta */ 3904999 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="MARIO ZANELLO" />{{RigaIntestazione|||{{Roman|7}}}}</noinclude>{{nop}} La prima contiene quel tanto di vita che il Leopardi lasciò scritta di se stesso, e il cui originale con servasi tuttora negli archivî della famiglia in Recanati. Della sua importanza dirà altri. Io dirò solo che a me sembra nello stesso tempo storia e romanzo: tanto è varia ed utile, tanto dilettevole e grave. Se gli articoli prenominati ebbero onesta accoglienza, il merito diasi tutto all’''Autobiografia''. Non mi piace farmi bello delle penne altrui, perchè poi non mi avvenga come alla malcapitata cornacchia. Se anche l’''Appendice'' abbia qualche importanza, giudichi egli il lettore. Io non saprei. Una cosa so, ed è che non ho avuto di mira altro che la verità. Talora forse, trattandosi di certe persone e di certe cose, sembrerà che avrei dovuto usare riguardi e prudenza, più che non ho fatto. Ma dopochè tutto quanto s’atteneva a quelle persone e a quelle cose, era già stato sciorinato al pubblico, il tacerne o il dissimularlo oltre all’essere prepostero, avrebbe stuzzicata vieppiù la curiosità, e alla narrazione dato sospetto di parziale. Il perchè, fatta qualche rarissima eccezione, ho presentato le cose nel loro aspetto, facendo solo qua e là qualche leggiero smussamento. Se ciò è colpa, mi s’imponga pur la penitenza. E poichè ci siamo messi in via di confessare, aggiungerò che ho rifuggito a tutt’uomo dall’impigliarmi in rabbiose polemiche; che non ho voluto, e forse non avrei saputo, fare sfoggio di critica; che non ho stimato di dovere infarcire le mie pagine di erudizione, se non sempre difficile a pescare, spesso non facile a smaltire. Le quali cose se presso taluno de’ lettori, ove<noinclude><references/></noinclude> e8i0nesic77um9hevs1e6ssfu0wr6pq Pagina:Aggiustare il mondo - Aaron Swartz.pdf/23 108 862145 3904981 3099669 2026-09-28T16:16:48Z MARIO ZANELLO 54906 /* Riletta */ 3904981 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="MARIO ZANELLO" />{{RigaIntestazione|||}}</noinclude>{{left|f=120%|v=1|L=0px|{{Sc|'''1. Un bambino e un computer'''}}}} Montare. Smontare. Rompere. Riparare. Leggere. Scrivere. Rileggere. Annotare. Catalogare. Imparare cose nuove. Schedare tutte le informazioni. Collegarle. Linkare. Programmare. Prendere un libro dalla libreria di famiglia. Spostarlo. Prenderne un altro. Trovare i collegamenti tra i due. Incrociare le note. Rimetterli a posto, ma con una collocazione differente. Cambiare ogni giorno, di prima mattina, l’ordine di tutti i volumi di casa in base alle nuove nozioni apprese. E, poi, riorganizzare di nuovo tutte le informazioni, prima di sera, davanti a una macchina meravigliosa e incredibile che si chiama computer. Già a tre anni compiuti – nel 1989 – le giornate del piccolo Aaron Swartz sono più intense, e impegnative, di quelle di un adulto medio. Dopo aver imparato a leggere, ha iniziato a giocare e, poi, a scrivere al computer. Poco dopo, ha imparato a capire il codice, e programmare. All’età delle scuole elementari è già in grado di elaborare piccoli programmi. Al di là della sua spiccata intelligenza, l’Aaron-bambino ha un grandissimo vantaggio iniziale rispetto a molti suoi coetanei: non è soltanto un ragazzino particolarmente vivace e curioso – grazie anche all’ottimo rapporto con i due fratelli – ma può utilizzare, nel suo ambiente domestico, diversi computer e strumenti informatici moderni e potenti, dato il lavoro del padre, consulente informatico e sviluppatore di software. Ha accesso senza problemi e senza limiti allo stato dell’arte delle tecnologie esistenti in un momento critico: l’espansione del web e la sua trasformazione in rete commerciale. Per di più, può utilizzare computer Apple: l’interfaccia grafica di quel sistema operativo si presenta particolarmente adatta ai bambini, e gli permette di incanalare al meglio tutta la sua creatività e di rendere concrete le sue innumerevoli idee, in maniera semplice e intuitiva. Nelle foto e video di famiglia, Aaron non sta mai fermo, né si mette in posa. Sta costruendo qualcosa. O sfreccia per la casa su uno skateboard improvvisato per, poi, rovinare tra le tende della cucina. O, ancora, è davanti allo schermo di un computer, dove muove un mouse, digita codice o gioca. Deve, in ogni momento, fare qualcosa. Con un dinamismo che ha dell’incredibile. La sua casa diventa, ben presto, anche la sua scuola e il suo “luogo di lavoro”: i tentativi dei genitori di orientarlo verso un percorso educativo tradizionale si dimostrano, fin dalla sua tenera età, molto difficoltosi. Un simile rapporto conflittuale con l’ambiente scolastico, e le sue istituzioni, sarà una costante di tutta la vita di Aaron: dalle scuole elementari al college sino, poi, all’università.<noinclude><references/></noinclude> kve6wl9pnzlhexl6mo1cl99c1qtlet1 Pagina:Alcune operette di Bartolommeo Gamba bassanese.djvu/18 108 862544 3904982 3097588 2026-09-28T16:19:42Z MARIO ZANELLO 54906 /* Riletta */ 3904982 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="MARIO ZANELLO" />{{RigaIntestazione|10|{{Sc|narrazione}}|}}</noinclude>tempi ed edificj, cimentò il loro valore, la loro industria e la loro cultura. Sappiamo con ammirabile precisione non solo il numero, ma eziandio il nome di tutti gli abitatori di Bassano a quell’epoca; poichè, essendo stati essi costretti nell’anno 1175, durante l’assenza di {{AutoreIgnoto|Ecelino}}, a promettere fedeltà ai Vicentini, venne firmata la carta di giuramento, che tuttavia esiste<ref>Codice Ecelin. Docum. 40, pag. 59.</ref>, da 770 persone dagli anni l4 sino ai 70, eccettuati i religiosi, le donne e gli ammalati. Ad {{AutoreIgnoto|Ecelino Balbo}} succedette ''{{AutoreIgnoto|Ecelìno il Monaco}}'' che pure dai nostri storici viene dipinto qual prode guerriero e qual uomo eloquente; ed a lui poi tenne dietro Ecelino, quel gran capitano che trovasi aspramente ricordato dall’{{Wl|Q48900|Ariosto}} qual ''immanissimo tiranno, che fia creduto figlio del dimonio.''<ref name="p10">È celebre ne’ tempi Eceliniani la storia di quella nostra eroina ''Bianca de’ Rossi'', simile alla moglie di Collatino e nelle vicende e nel tragico fine. Resta però a dubitare sì dell’esistenza del fatto, come della sua nazionalità bassanese, non trovandosene cenno alcuno nè in antiche carte, nè in autori coetanei, ed essendo stata essa Bianca posteriormente spacciata ora qual bassanese cittadina, or padovana, or vicentina, or cremonese. Le sue vicende {{Pt|eserci-|}}</ref>. Dopo frequenti guerre e clamorose<noinclude>{{Rule|4em}}</noinclude> 808os0x0u1vaky7bs93h7639q370ndv Pagina:La moneta - vocabolario generale.pdf/11 108 862777 3905184 3096000 2026-09-29T09:58:20Z Gatto bianco 43648 /* Problematica */ 3905184 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="2" user="Gatto bianco" /></noinclude>{{Ct|f=80%|{{Sc|Pompei}} - ''Casa dei Vetti'' - Pittura murale rappresentante una officina monetaria romana.}} {{Ct|LA MONETA}} {{Ct|VOCABOLARIO GENERALE}} {{Ct|COMPILATO DALL’INGEGNERE}} {{Ct|EDOARDO MARTINORI}} {{Ct|VICE PRESIDENTE DELL’ISTIT. ITAL. DI NUMISMATICA}} {{Ct|CON 1600 FOTOINCISIONI NEL TESTO, 140 TAVOLE E 3 INDICI}} {{Ct|ROMA}} {{Ct|PRESSO L’ISTITUTO ITALIANO DI NUMISMATICA}} {{Ct|{{Sc|Castel Sant’Angelo}}}} {{Ct|MCMXV}}<noinclude></noinclude> 5gxm8jf7aau3mejjtwk4ki6prcdm2mc Pagina:Pascoli - Antico sempre nuovo.djvu/67 108 891915 3904990 3224480 2026-09-28T16:40:53Z MARIO ZANELLO 54906 /* Riletta */ 3904990 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="MARIO ZANELLO" />{{RigaIntestazione||{{Sc|pensieri scolastici}}|53}}</noinclude>{{Ct|t=2|v=2|f=120%|'''Il poeta e l’astrologo'''}} <poem> Diceva Omar poeta, occhio che avanza, illuminando, tra le nebbie cupe: «Misero te, per quanto in una rupe scopra la bianca vergine che danza; e te, per quanto da fornaci ardenti tragga vivo l’eroe sopra, il cavallo che sbuffa! Lenti sono gli anni e lenti rodono il marmo, limano il metallo. Tra mille, tra duemila anni, tra poco, il fosco eroe, la vergine serena, chi cercherà nella brillante arena, chi troverà nei grappoli di fuoco? Miseri voi!... ma l’opera mia forte, fatta d’anima pura e di parole, vola col tempo, vola con la morte, vive la vita immobile del sole!» «Dunque morrà» qui disse Ben-zilahi, il viatore delle vie celesti: «però che il sole, cui la commettesti, morrà pur esso, come tu morrai. Quando? tu conta i battiti al tuo cuore. Secoli sono i palpiti del sole; ma sono, istanti e secoli, a chi muore, o poeta, una cosa e due parole». Disse; il poeta meditò, nè piacque al suo cuore il fugace inno più mai: colse fugaci rose da’ rosai, al bosco udì fugaci trilli; e tacque. Moriva; e disse, mentre un usignolo cantava ancora ne’ verzieri suoi: «Giova ciò solo che non muore, e solo per noi non muore ciò che muor con noi!» </poem><noinclude></noinclude> 2oeknw022h9k3gvycrclw7y7ejsueww Indice:Gogol - Novelle, traduzione di Domenico Ciampoli, 1916.djvu 110 908630 3904800 3286884 2026-09-28T13:50:37Z Marcella Medici (BEIC) 22982 Porto il SAL a SAL 100% 3904800 proofread-index text/x-wiki {{:MediaWiki:Proofreadpage_index_template |Autore=Nikolaj Vasil'evič Gogol' |NomePagina=Novelle (Gogol) |Titolo=Novelle |TitoloOriginale= |Sottotitolo= |LinguaOriginale= |Lingua= |Traduttore=Domenico Ciampoli |Illustratore= |Curatore= |Editore=Istituto Editoriale Italiano |Città=Milano |Anno=1916 |Fonte={{IA|gogol-novelle}} |Immagine=1 |Progetto= |Argomento= |Qualità=100% |Pagine=<pagelist 1to2=- 3=1 /> |Sommario={{Indice sommario|nome=Novelle (Gogol)|titolo=Novelle|from=1|delta=-}} {{Indice sommario|nome=Novelle (Gogol)/Vita e opere di Nicola Gogol|titolo=Vita e opere di Nicola Gogol|from=11|delta=2}} {{Indice sommario|nome=Una notte di maggio o l'annegata|titolo=Una notte di maggio o l'annegata|from=25|delta=2}} {{Indice sommario|nome=La lettera smarrita|titolo=La lettera smarrita|from=57|delta=2}} {{Indice sommario|nome=Il punto stregato|titolo=Il punto stregato|from=73|delta=2}} {{Indice sommario|nome=La terribile vendetta|titolo=La terribile vendetta|from=85|delta=2}} {{Indice sommario|nome=La notte di san Giovanni|titolo=La notte di san Giovanni|from=129|delta=2}} {{Indice sommario|nome=Memorie di un pazzo|titolo=Memorie di un pazzo|from=149|delta=2}} {{Indice sommario|nome=L'uniforme|titolo=L'uniforme|from=173|delta=2}} {{Indice sommario|nome=Il naso|titolo=Il naso|from=205|delta=2}} |Volumi= |Note= |Css= }} 4303ybq6hc8g9qg31w3lrb6ch9cvneb Pagina:Gogol - Novelle, traduzione di Domenico Ciampoli, 1916.djvu/175 108 908790 3904713 3308441 2026-09-28T12:34:13Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Riletta */ 3904713 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{rule|30em}} {{rule|30em}}</noinclude>{{nop}} In una divisione di Ministero... Ma forse è meglio non dirvi in quale divisione. Non vi è, in Russia, razza più suscettibile dei funzionari dei ministeri, dell’esercito, della cancelleria; breve, di tutti quelli che si comprendono sotto il nome generico di burocratici. Per poco che un di costoro si creda offeso, subito crede che tutta l’{{Ec|ammintsrazione|amministrazione}} subisca un affronto nella propria persona. Dunque, un ''ispravnik'' <ref>Funzionario pubblico.</ref>, non so più in quale città, aveva redatto un rapporto con lo scopo di dimostrare che gli ordini del governo non eran più rispettati, considerato che si permettevano di dare al sacro titolo di ''ispravnik'' una significazione sprezzante; e, per provarlo, aveva unito al suo rapporto un enorme in-foglio, contenente una specie di romanzo, dove s’incontrava, a ogni dieci pagine, un ''ispravnik'' in perfetto stato di ubriachezza. Così, per metter a tacere anticipatamente su ogni reclamo, amai meglio non precisare in modo certo la divisione del Ministero dove avviene il mio racconto, e mi accontentai di dire: «in una cancelleria». Vi era dunque, in una cancelleria, un uomo, un impiegato che, non posso nasconderlo, era d’un esteriore abbastanza insignificante. Basso di statura, aveva il viso alquanto butterato, i capelli un po’ fulvi, il cranio discretamente calvo, le tempie e le guance solcate da rughe, senza contare le altre imperfezioni. Tale era il ritratto del nostro eroe, come l’aveva fatto il clima di Pietroburgo. In quanto al suo grado nell’amministrazione — poichè da noi conviene prima di tutto designare il grado di un funzionario, — era quello che comunemente si chiama un «consigliere titolare» <ref>La gerarchia burocratica, o il ''cin'', in Russia si divide in quattordici classi. Il consigliere titolare appartiene alla nona.</ref>, vale a dire un di quei disgraziati sui quali s’esercita, come si sa, la fantasia ironica di<noinclude><references/></noinclude> mecjxk6hwhlir4xy1545jgd3ji50yil Pagina:Gogol - Novelle, traduzione di Domenico Ciampoli, 1916.djvu/176 108 908793 3904716 3266967 2026-09-28T12:35:40Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Riletta */ 3904716 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>certi scrittori macchiati dalla deplorevole abitudine di prendersela con gente che non può difendersi. Il nostro eroe si chiamava col nome di famiglia, Basmaskin <ref> Da ''basmask'', scarpa. ''Basmaskin'' vuol dire calzolaio.</ref>. Si chiamava ancora col suo nome e col nome di suo padre, Akaki Akakevic <ref>Akaki, figlio d’Akaki. In Russia i fanciulli portano, dopo il loro nome, quello del padre. Essi hanno generalmente un solo nome.</ref>. Forse il lettore troverà questi nomi un po’ strani e un po’ ricercati, ma posso assicurarlo che non lo sono punto e che le circostanze m’hanno messo nella impossibilità di sceglierne altri. Difatti, ecco cosa era avvenuto. Akaki Akakevic, se la memoria non mi tradisce, venne al mondo nella notte del due marzo. La defunta sua madre, che aveva sposato un funzionario e che era una buona donnetta, si occupò subito, com’era doveroso, di far battezzare il neonato. Alla sua destra stava in piedi il padrino, Ivan Ivanovic Ieroskin, personaggio importantissimo, che era incaricato di registrare gli atti del Senato; e, a sinistra, la madrina, Arina Semenovna Belocruskow, moglie d’un ispettore di polizia, dotata di rare virtù. Si proposero tre nomi a scelta alla puerpera: Mokuis, Kokuis e Shosdakuis. — No, disse lei, — nessuno dei tre mi piace. Per sodisfare i suoi desideri, si aprì l’almanacco in un altro luogo, e si mise il dito su due altri nomi: Trifili e Warasciatins. — Ma è una punizione del buon Dio! — esclamò la madre. — Si videro mai simili nomi! È la prima volta in vita che ne sento parlare. Fosse almeno Waradat o Baruch, ma Trifili e Warasciatins! Si sfoglio nuovamente l’almanacco e si trovò Pavsikachi e Wachlissi. — No. Davvero, — disse la madre, la sorte è avversa; se non vi è meglio da scegliere, e’ si tenga il nome di suo padre. Il padre si chiama Akaki. Ebbene... anche il figlio si chiami Akaki. Ed ecco come lo si battezzò Akaki Akakevic. Il fanciullo fu spruzzato d’acqua, il che lo fece gridare e dimenar con ogni sorta di smorfie, come se avesse previsto che un giorno diventerebbe consigliere titolare.<noinclude><references/></noinclude> 5l9uamai409bab2b1ycwi5qjvlrjemc 3904726 3904716 2026-09-28T12:48:59Z Marcella Medici (BEIC) 22982 3904726 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|174||''GOGOL''}}</noinclude>certi scrittori macchiati dalla deplorevole abitudine di prendersela con gente che non può difendersi. Il nostro eroe si chiamava col nome di famiglia, Basmaskin <ref> Da ''basmask'', scarpa. ''Basmaskin'' vuol dire calzolaio.</ref>. Si chiamava ancora col suo nome e col nome di suo padre, Akaki Akakevic <ref>Akaki, figlio d’Akaki. In Russia i fanciulli portano, dopo il loro nome, quello del padre. Essi hanno generalmente un solo nome.</ref>. Forse il lettore troverà questi nomi un po’ strani e un po’ ricercati, ma posso assicurarlo che non lo sono punto e che le circostanze m’hanno messo nella impossibilità di sceglierne altri. Difatti, ecco cosa era avvenuto. Akaki Akakevic, se la memoria non mi tradisce, venne al mondo nella notte del due marzo. La defunta sua madre, che aveva sposato un funzionario e che era una buona donnetta, si occupò subito, com’era doveroso, di far battezzare il neonato. Alla sua destra stava in piedi il padrino, Ivan Ivanovic Ieroskin, personaggio importantissimo, che era incaricato di registrare gli atti del Senato; e, a sinistra, la madrina, Arina Semenovna Belocruskow, moglie d’un ispettore di polizia, dotata di rare virtù. Si proposero tre nomi a scelta alla puerpera: Mokuis, Kokuis e Shosdakuis. — No, disse lei, — nessuno dei tre mi piace. Per sodisfare i suoi desideri, si aprì l’almanacco in un altro luogo, e si mise il dito su due altri nomi: Trifili e Warasciatins. — Ma è una punizione del buon Dio! — esclamò la madre. — Si videro mai simili nomi! È la prima volta in vita che ne sento parlare. Fosse almeno Waradat o Baruch, ma Trifili e Warasciatins! Si sfoglio nuovamente l’almanacco e si trovò Pavsikachi e Wachlissi. — No. Davvero, — disse la madre, la sorte è avversa; se non vi è meglio da scegliere, e’ si tenga il nome di suo padre. Il padre si chiama Akaki. Ebbene... anche il figlio si chiami Akaki. Ed ecco come lo si battezzò Akaki Akakevic. Il fanciullo fu spruzzato d’acqua, il che lo fece gridare e dimenar con ogni sorta di smorfie, come se avesse previsto che un giorno diventerebbe consigliere titolare.<noinclude><references/></noinclude> hf9097rgj4m3gw5es4awehu1lztg4hh Pagina:Gogol - Novelle, traduzione di Domenico Ciampoli, 1916.djvu/177 108 908796 3904717 3266971 2026-09-28T12:37:17Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Riletta */ 3904717 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>{{nop}} Abbiamo tenuto a riportare i fatti esattamente, perchè il lettore si persuada bene che la cosa non poteva andare altrimenti e che il piccolo Akaki non poteva aver ricevuto altro nome. A che tempo Akaki Akakevic entrò nella Cancelleria e chi gli fece ottenere quel posto, nessuno oggi potrebbe dirlo. Ma i superiori d’ogni ordine avevano un bel succedersi; lui si vedeva sempre allo stesso posto, nella stessa attitudine, occupato del medesimo lavoro, conservando lo stesso ordine gerarchico, così bene, da costringere a credere che fosse venuto al mondo tale qual’era, con le tempie calve e l’uniforme ufficiale. Nella cancelleria dov’era impiegato, nessuno lo rispettava. Gli stessi giovani d’ufficio non si alzavano quand’egli entrava, non ponevano mente a lui, non ne facevano più caso d’una mosca che fosse passata volando. I superiori lo trattavano con tutta la freddezza del dispotismo. Gli aiutanti del capo d’ufficio si guardavan bene dal dirgli, quando gli gettavano sotto il naso una montagna di carte: — Abbia la bontà di copiar questo. Oppure: — Ecco qualcosa di interessante, un grazioso lavoretto. O un’altra parola amabile, com’è d’uso fra gl’impiegati per bene. Akaki, a sua volta, prendeva gli atti, senza chiedersi se avevano torto o ragione di portarglieli. Li prendeva e si metteva subito a copiarli. I colleghi, più giovani di lui, ne facevano l’oggetto dei loro scherzi e il bersaglio ai loro tratti di spirito — per quanto gl’impiegati di cancelleria possano pretendere a far dello spirito. — Talora raccontavano inanzi a lui un fascio di storie imaginate a capriccio sul suo conto e su quello della donna che l’ospitava, una vecchia settuagenaria. Dicevano ch’essa lo picchiava, oppure gli chiedevano quando la condurrebbe all’altare, oppure lasciavano cadergli addosso ritagli di carta, sostenendo che eran fiocchi di neve. Akaki non aveva una parola di rimbrotto contro tutti questi attacchi; faceva come se non vi fosse anima intorno a lui. Tutte queste piccole cattiverie non avevano alcuna influenza sulla sua assiduità al lavoro; pur fra tante tentazioni a distrarsi, non faceva un solo sbaglio di scrittura. E allorchè lo scherzo diveniva troppo intollerabile, allor-<noinclude><references/></noinclude> 0510u8cw8t3y6uh7hjx9kd8zzyek0wb 3904727 3904717 2026-09-28T12:49:18Z Marcella Medici (BEIC) 22982 3904727 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|''NOVELLE''||175}}</noinclude>{{nop}} Abbiamo tenuto a riportare i fatti esattamente, perchè il lettore si persuada bene che la cosa non poteva andare altrimenti e che il piccolo Akaki non poteva aver ricevuto altro nome. A che tempo Akaki Akakevic entrò nella Cancelleria e chi gli fece ottenere quel posto, nessuno oggi potrebbe dirlo. Ma i superiori d’ogni ordine avevano un bel succedersi; lui si vedeva sempre allo stesso posto, nella stessa attitudine, occupato del medesimo lavoro, conservando lo stesso ordine gerarchico, così bene, da costringere a credere che fosse venuto al mondo tale qual’era, con le tempie calve e l’uniforme ufficiale. Nella cancelleria dov’era impiegato, nessuno lo rispettava. Gli stessi giovani d’ufficio non si alzavano quand’egli entrava, non ponevano mente a lui, non ne facevano più caso d’una mosca che fosse passata volando. I superiori lo trattavano con tutta la freddezza del dispotismo. Gli aiutanti del capo d’ufficio si guardavan bene dal dirgli, quando gli gettavano sotto il naso una montagna di carte: — Abbia la bontà di copiar questo. Oppure: — Ecco qualcosa di interessante, un grazioso lavoretto. O un’altra parola amabile, com’è d’uso fra gl’impiegati per bene. Akaki, a sua volta, prendeva gli atti, senza chiedersi se avevano torto o ragione di portarglieli. Li prendeva e si metteva subito a copiarli. I colleghi, più giovani di lui, ne facevano l’oggetto dei loro scherzi e il bersaglio ai loro tratti di spirito — per quanto gl’impiegati di cancelleria possano pretendere a far dello spirito. — Talora raccontavano inanzi a lui un fascio di storie imaginate a capriccio sul suo conto e su quello della donna che l’ospitava, una vecchia settuagenaria. Dicevano ch’essa lo picchiava, oppure gli chiedevano quando la condurrebbe all’altare, oppure lasciavano cadergli addosso ritagli di carta, sostenendo che eran fiocchi di neve. Akaki non aveva una parola di rimbrotto contro tutti questi attacchi; faceva come se non vi fosse anima intorno a lui. Tutte queste piccole cattiverie non avevano alcuna influenza sulla sua assiduità al lavoro; pur fra tante tentazioni a distrarsi, non faceva un solo sbaglio di scrittura. E allorchè lo scherzo diveniva troppo intollerabile, allor-<noinclude><references/></noinclude> d8khmh0u725vppruykaf6cm0s8u254r Pagina:Gogol - Novelle, traduzione di Domenico Ciampoli, 1916.djvu/178 108 908797 3904718 3266972 2026-09-28T12:38:30Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Riletta */ 3904718 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>chè lo prendevano per le braccia e gli impedivano di scrivere, egli diceva: — Via, lasciatemi stare! Perchè volete assolutamente disturbarmi nel mio lavoro? E vi era qualcosa di singolarmente commovente in queste parole e nella maniera che le pronunziava. Un giorno accadde che un giovinotto, il quale aveva appena ottenuto un impiego all’ufficio, spinto dall’esempio degli altri, volle rider come loro alle sue spalle; si trovò a un tratto inchiodato al suolo da quella voce; tanto che d’allora guardò il vecchio impiegato con tutt’altro occhio. Si sarebbe detto che una potenza soprannaturale l’allontanasse dagli altri colleghi, che aveva imparato a conoscere, e che sulle prime aveva preso per gente da bene e educata. Ora provava per loro una vera ripugnanza. E molto tempo dopo, fra le più allegre brigate, aveva sempre sotto gli occhi l’imagine del piccolo consigliere titolare, dalla fronte calva, e udiva risuonarsi alle orecchie: — Via, lasciatemi stare! Perchè ci tenete assolutamente a disturbarmi nel mio lavoro? E con queste parole ne udiva altre: — Non sono vostro fratello? Il giovinotto nascose il viso fra le mani e riflettè ai pochi sentimenti veramente umani che vibravano nel cuore dell’uomo, e quanto la crudeltà e la rudezza sia un’abitudine in quelli che ricevettero una buona educazione; anche nelle persone che passano generalmente per buone e stimabili. Non v’è luogo ove si sarebbe trovato un impiegato che adempiesse ai suoi doveri con tanto zelo quanto il nostro Akaki Akakevic. Che dico? zelo?... egli lavorava con amore, con passione. Quando copiava degli atti officiali, vedeva aprirsi innanzi un mondo tutto bello e tutto ridente. Il piacere che provava gli si leggeva sul viso. Vi erano dei caratteri che egli dipingeva nel vero senso della parola, con particolare sodisfazione; quando giungeva a un punto importante, diveniva altro uomo: sorrideva, gli occhi scintillavano, le labbra si piegavano, e quelli che lo conoscevano potevano indovinare dalla sua fisionomia che lettere modellava in quel momento. Se fosse stato pagato secondo il suo merito, si sarebbe inalzato, certo con viva sua sorpresa, forse al grado di con-<noinclude><references/></noinclude> g7ads7rih3zdpmnyq89xdbro7x8hw03 3904728 3904718 2026-09-28T12:49:36Z Marcella Medici (BEIC) 22982 3904728 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|176||''GOGOL''}}</noinclude>chè lo prendevano per le braccia e gli impedivano di scrivere, egli diceva: — Via, lasciatemi stare! Perchè volete assolutamente disturbarmi nel mio lavoro? E vi era qualcosa di singolarmente commovente in queste parole e nella maniera che le pronunziava. Un giorno accadde che un giovinotto, il quale aveva appena ottenuto un impiego all’ufficio, spinto dall’esempio degli altri, volle rider come loro alle sue spalle; si trovò a un tratto inchiodato al suolo da quella voce; tanto che d’allora guardò il vecchio impiegato con tutt’altro occhio. Si sarebbe detto che una potenza soprannaturale l’allontanasse dagli altri colleghi, che aveva imparato a conoscere, e che sulle prime aveva preso per gente da bene e educata. Ora provava per loro una vera ripugnanza. E molto tempo dopo, fra le più allegre brigate, aveva sempre sotto gli occhi l’imagine del piccolo consigliere titolare, dalla fronte calva, e udiva risuonarsi alle orecchie: — Via, lasciatemi stare! Perchè ci tenete assolutamente a disturbarmi nel mio lavoro? E con queste parole ne udiva altre: — Non sono vostro fratello? Il giovinotto nascose il viso fra le mani e riflettè ai pochi sentimenti veramente umani che vibravano nel cuore dell’uomo, e quanto la crudeltà e la rudezza sia un’abitudine in quelli che ricevettero una buona educazione; anche nelle persone che passano generalmente per buone e stimabili. Non v’è luogo ove si sarebbe trovato un impiegato che adempiesse ai suoi doveri con tanto zelo quanto il nostro Akaki Akakevic. Che dico? zelo?... egli lavorava con amore, con passione. Quando copiava degli atti officiali, vedeva aprirsi innanzi un mondo tutto bello e tutto ridente. Il piacere che provava gli si leggeva sul viso. Vi erano dei caratteri che egli dipingeva nel vero senso della parola, con particolare sodisfazione; quando giungeva a un punto importante, diveniva altro uomo: sorrideva, gli occhi scintillavano, le labbra si piegavano, e quelli che lo conoscevano potevano indovinare dalla sua fisionomia che lettere modellava in quel momento. 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Questo nuovo lavoro consisteva nel redigere un rapporto diretto a un magistrato, nel modificare le intestazioni di alcuni atti e nel cambiare nel corso del testo il pronome di prima persona in quello di terza. Akaki adempì il suo compito. Ma questo lo mise tanto fuori di sè, gli costò tanti sforzi che il sudore gli scorreva sulla fronte; egli finì con l’esclamare: — No, datemi piuttosto qualche cosa da copiare. E d’allora lo lasciarono copiare esclusivamente sino alla fine della vita. Sembrava che, all’infuori della copia, per lui non esistesse niente, niente al mondo. Non pensava a vestirsi. La sua uniforme che originariamente era verde, tendeva ormai al rosso; la cravatta era divenuta così stretta, così raggrinzita, che il suo collo, sebbene non fosse lungo, usciva dal colletto dell’abito e appariva d’una grandezza smisurata come que’ gatti di gesso con la testa dondolante che i mercanti portano attorno nei villaggi russi, per venderli ai contadini. Vi era sempre qualcosa che gli si attaccava ai panni; ora un filo, ora un festuca di paglia. Aveva anche una speciale predilezione a passare sotto le finestre, giusto quando lanciavano sulla via qualcosa punto pulita; ed era raro che il suo cappello non fosse ornato di qualche buccia d’arancio o d’altro avanzo di questo genere. Non gli accadeva mai d’occuparsi di ciò che avveniva nelle vie e tutto ciò che colpiva gli sguardi penetranti dei suoi colleghi, abituati a vedere subito sul marciapiede opposto a quello che seguivano, un mortale coi pantaloni sdruciti: cosa che loro procurava sempre una contentezza inesprimibile. Akaki Akakevic, invece, vedeva soltanto le righe molto diritte, molto regolari delle sue copie; e doveva urtarsi bruscamente con un cavallo che gli soffiava con le narici sul viso, per ricordarsi che non era al leggio, davanti gli stupendi modelli di calligrafia, ma nel bel mezzo della via.<noinclude>{{RigaIntestazione|{{smaller|{{Sc|Gogol}}}}: ''Novelle''.||{{smaller|12}}}}</noinclude> nxsy176l2aris7l6ubdsht3fgi8fh3u 3904729 3904719 2026-09-28T12:49:50Z Marcella Medici (BEIC) 22982 3904729 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|''NOVELLE''||177}}</noinclude>sigliere di Stato. Ma, come dicevano i suoi colleghi, non poteva portare una croce all’occhiello, e tutta la sua assiduità non gli fruttava che emorroidi. Tuttavia, devo dire che gli accadde un giorno d’attirare una certa attenzione. Un direttore che era un brav’uomo, e che voleva ricompensarlo dei lunghi servigi, ordinò di confidargli un lavoro più importante degli atti che era abituato a copiare. Questo nuovo lavoro consisteva nel redigere un rapporto diretto a un magistrato, nel modificare le intestazioni di alcuni atti e nel cambiare nel corso del testo il pronome di prima persona in quello di terza. Akaki adempì il suo compito. Ma questo lo mise tanto fuori di sè, gli costò tanti sforzi che il sudore gli scorreva sulla fronte; egli finì con l’esclamare: — No, datemi piuttosto qualche cosa da copiare. E d’allora lo lasciarono copiare esclusivamente sino alla fine della vita. Sembrava che, all’infuori della copia, per lui non esistesse niente, niente al mondo. Non pensava a vestirsi. La sua uniforme che originariamente era verde, tendeva ormai al rosso; la cravatta era divenuta così stretta, così raggrinzita, che il suo collo, sebbene non fosse lungo, usciva dal colletto dell’abito e appariva d’una grandezza smisurata come que’ gatti di gesso con la testa dondolante che i mercanti portano attorno nei villaggi russi, per venderli ai contadini. Vi era sempre qualcosa che gli si attaccava ai panni; ora un filo, ora un festuca di paglia. Aveva anche una speciale predilezione a passare sotto le finestre, giusto quando lanciavano sulla via qualcosa punto pulita; ed era raro che il suo cappello non fosse ornato di qualche buccia d’arancio o d’altro avanzo di questo genere. Non gli accadeva mai d’occuparsi di ciò che avveniva nelle vie e tutto ciò che colpiva gli sguardi penetranti dei suoi colleghi, abituati a vedere subito sul marciapiede opposto a quello che seguivano, un mortale coi pantaloni sdruciti: cosa che loro procurava sempre una contentezza inesprimibile. Akaki Akakevic, invece, vedeva soltanto le righe molto diritte, molto regolari delle sue copie; e doveva urtarsi bruscamente con un cavallo che gli soffiava con le narici sul viso, per ricordarsi che non era al leggio, davanti gli stupendi modelli di calligrafia, ma nel bel mezzo della via.<noinclude>{{RigaIntestazione|{{smaller|{{Sc|Gogol}}}}: ''Novelle''.||{{smaller|12}}}}</noinclude> idkwbx7rw87smt7yzx01gh8nuqaq9z5 Pagina:Gogol - Novelle, traduzione di Domenico Ciampoli, 1916.djvu/180 108 908800 3904720 3266992 2026-09-28T12:41:33Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Riletta */ 3904720 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>{{nop}} Appena giunto a casa, si metteva a tavola, inghiottiva in fretta la zuppa di cavoli e divorava, senza curarsi di ciò che mangiava, un pezzo di bue all’aglio, ingojandolo con le mosche e altri condimenti che Dio e il caso vi avevano seminato. Saziata la fame, si metteva, senza perder tempo, al tavolino, facendosi un dovere di copiare gli atti che aveva portati a casa. Se per caso non aveva lavoro ufficiale da copiare, riscriveva, per suo piacere, i documenti ai quali dava un’importanza particolare, non pel tenore più o meno interessante, ma perchè diretti a qualche alto personaggio. Quando il cielo grigio di Pietroburgo si avvolgeva nel velo della notte e la società dei funzionari ha finito il pasto, ch’è vario, secondo il gusto gastronomico, o secondo il peso della borsa; quando tutti cercano di fare una diversione al raschiamento delle penne d’ufficio, alle cure e agli affari che l’uomo si crea così spesso inutilmente; è proprio naturale che si voglia consacrare il resto della giornata a qualche distrazione personale. Alcuni vanno a teatro, altri passeggiano divertendosi a guardare le abbigliature; gli uni dedicano a qualche stella che si leva sull’orizzonte modesto del loro cielo burocratico parole lusinghiere e sentite; gli altri infine vanno a visitare un collega che occupa al terzo o al quarto piano un appartamentino composto di una cucina e d’una camera, quest’ultima ornata da qualche oggetto di lusso desiderato da molto, una lampada o altro arnese casalingo comperato a prezzo di lunghe privazioni. Insomma, è l’ora in cui ogni impiegato gode in un modo o nell’altro della sua libertà: qui si fa una partita di whist, là si prende il tè con biscotti a buon mercato o si fuma una gran pipa di tabacco. Si raccontano i pettegolezzi che corrono nell’alta società, perchè la Russia ha un bell’essere in non so qual condizione, ma non può stornare il pensiero da quest’alta società, dove circolano tanti aneddoti curiosi; come, per esempio, quello del comandante, al quale vennero a dire secretamente che un malfattore aveva mutilato la statua di Pietro il Grande tagliando la coda del cavallo. In quei momenti di ricreazione e di riposo, Akaki Akakevic rimaneva fedele alle sue abitudini. Nessuno poteva dire d’averlo incontrato neppure una volta la sera in società. Quando era stanco di copiare e non ne poteva più,<noinclude><references/></noinclude> qg3701vfmlqpxpjajebq4e1q4v5nice 3904730 3904720 2026-09-28T12:50:04Z Marcella Medici (BEIC) 22982 3904730 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|178||''GOGOL''}}</noinclude>{{nop}} Appena giunto a casa, si metteva a tavola, inghiottiva in fretta la zuppa di cavoli e divorava, senza curarsi di ciò che mangiava, un pezzo di bue all’aglio, ingojandolo con le mosche e altri condimenti che Dio e il caso vi avevano seminato. Saziata la fame, si metteva, senza perder tempo, al tavolino, facendosi un dovere di copiare gli atti che aveva portati a casa. Se per caso non aveva lavoro ufficiale da copiare, riscriveva, per suo piacere, i documenti ai quali dava un’importanza particolare, non pel tenore più o meno interessante, ma perchè diretti a qualche alto personaggio. Quando il cielo grigio di Pietroburgo si avvolgeva nel velo della notte e la società dei funzionari ha finito il pasto, ch’è vario, secondo il gusto gastronomico, o secondo il peso della borsa; quando tutti cercano di fare una diversione al raschiamento delle penne d’ufficio, alle cure e agli affari che l’uomo si crea così spesso inutilmente; è proprio naturale che si voglia consacrare il resto della giornata a qualche distrazione personale. Alcuni vanno a teatro, altri passeggiano divertendosi a guardare le abbigliature; gli uni dedicano a qualche stella che si leva sull’orizzonte modesto del loro cielo burocratico parole lusinghiere e sentite; gli altri infine vanno a visitare un collega che occupa al terzo o al quarto piano un appartamentino composto di una cucina e d’una camera, quest’ultima ornata da qualche oggetto di lusso desiderato da molto, una lampada o altro arnese casalingo comperato a prezzo di lunghe privazioni. Insomma, è l’ora in cui ogni impiegato gode in un modo o nell’altro della sua libertà: qui si fa una partita di whist, là si prende il tè con biscotti a buon mercato o si fuma una gran pipa di tabacco. Si raccontano i pettegolezzi che corrono nell’alta società, perchè la Russia ha un bell’essere in non so qual condizione, ma non può stornare il pensiero da quest’alta società, dove circolano tanti aneddoti curiosi; come, per esempio, quello del comandante, al quale vennero a dire secretamente che un malfattore aveva mutilato la statua di Pietro il Grande tagliando la coda del cavallo. In quei momenti di ricreazione e di riposo, Akaki Akakevic rimaneva fedele alle sue abitudini. Nessuno poteva dire d’averlo incontrato neppure una volta la sera in società. 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A Pietroburgo coloro che hanno una rendita di quattrocento rubli o poco più o poco meno, hanno un terribile nemico, e questo nemico così spaventevole non è altro che il freddo del settentrione, sebbene lo dicano generalmente molto favorevole alla salute. Verso le nove del mattino, quando gl’impiegati delle varie divisioni vanno all’ufficio, il freddo pizzica loro così rudemente il naso, che per la maggior parte, essi non sanno se devono proseguire il cammino o tornarsene a casa. Se in quei momenti gli stessi alti dignitari soffrono il freddo al punto d’aver le lacrime agli occhi, quanto non devono sopportare i titolari, che non hanno i mezzi di garantirsi contro i rigori dell’inverno? Se per coprirsi non hanno che un cappotto leggero, resta loro per unica risorsa l’infilar, correndo, cinque o sei strade e far poi una fermatina dal portiere per riscaldarsi, aspettando d’aver ricuperato le facoltà burocratiche. Da qualche tempo Akaki sentiva nella schiena e nelle spalle dei dolori acuti, sebbene avesse l’abitudine di percorrere a passo di corsa e a perdifiato la distanza che separava la sua casa dall’ufficio. Dopo aver molto ponderata la cosa, concluse definitivamente che il suo pastrano ufficiale doveva aver qualche difetto. Ritornato nella camera, esaminò con cura il vestito e constatò che la stoffa così rara era divenuta in due o tre luoghi tanto sottile da essere quasi trasparente; di più, la fodera era stracciata. Questo cappotto, o pipistrello che voglia dirsi, era da tempo l’oggetto degli incessanti scherzi degli spietati colleghi d’Akaki. Gli avevano persino rifiutato il nobile nome di uniforme, per battezzarlo casacca. Fatto sta, che quel vestito era davvero strano. D’anno in anno la pellegrina era stata accorciata, perchè d’anno in anno il povero ti<noinclude><references/></noinclude> q2tynmji31jli7rxs5ohiz7rhvwtlkv 3904722 3904721 2026-09-28T12:43:20Z Marcella Medici (BEIC) 22982 3904722 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>si coricava sognando le gioie del domani, le belle copie che il buon Dio potrebbe inviargli da fare. Così trascorreva la semplice esistenza d’un uomo che, con quattrocento rubli di paga, era perfettamente contento della sua sorte, e avrebbe raggiunto un’età avanzata, se non fosse stato vittima d’uno di quei disgraziati accidenti che possono avvenire non solo ai consiglieri titolari, ma anche ai consiglieri segreti, ai consiglieri effettivi, ai consiglieri della Corte, ed anche a quelli che non danno mai un consiglio e non ne ricevono punto. A Pietroburgo coloro che hanno una rendita di quattrocento rubli o poco più o poco meno, hanno un terribile nemico, e questo nemico così spaventevole non è altro che il freddo del settentrione, sebbene lo dicano generalmente molto favorevole alla salute. Verso le nove del mattino, quando gl’impiegati delle varie divisioni vanno all’ufficio, il freddo pizzica loro così rudemente il naso, che per la maggior parte, essi non sanno se devono proseguire il cammino o tornarsene a casa. Se in quei momenti gli stessi alti dignitari soffrono il freddo al punto d’aver le lacrime agli occhi, quanto non devono sopportare i titolari, che non hanno i mezzi di garantirsi contro i rigori dell’inverno? Se per coprirsi non hanno che un cappotto leggero, resta loro per unica risorsa l’infilar, correndo, cinque o sei strade e far poi una fermatina dal portiere per riscaldarsi, aspettando d’aver ricuperato le facoltà burocratiche. 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A Pietroburgo coloro che hanno una rendita di quattrocento rubli o poco più o poco meno, hanno un terribile nemico, e questo nemico così spaventevole non è altro che il freddo del settentrione, sebbene lo dicano generalmente molto favorevole alla salute. Verso le nove del mattino, quando gl’impiegati delle varie divisioni vanno all’ufficio, il freddo pizzica loro così rudemente il naso, che per la maggior parte, essi non sanno se devono proseguire il cammino o tornarsene a casa. Se in quei momenti gli stessi alti dignitari soffrono il freddo al punto d’aver le lacrime agli occhi, quanto non devono sopportare i titolari, che non hanno i mezzi di garantirsi contro i rigori dell’inverno? Se per coprirsi non hanno che un cappotto leggero, resta loro per unica risorsa l’infilar, correndo, cinque o sei strade e far poi una fermatina dal portiere per riscaldarsi, aspettando d’aver ricuperato le facoltà burocratiche. Da qualche tempo Akaki sentiva nella schiena e nelle spalle dei dolori acuti, sebbene avesse l’abitudine di percorrere a passo di corsa e a perdifiato la distanza che separava la sua casa dall’ufficio. Dopo aver molto ponderata la cosa, concluse definitivamente che il suo pastrano ufficiale doveva aver qualche difetto. Ritornato nella camera, esaminò con cura il vestito e constatò che la stoffa così rara era divenuta in due o tre luoghi tanto sottile da essere quasi trasparente; di più, la fodera era stracciata. Questo cappotto, o pipistrello che voglia dirsi, era da tempo l’oggetto degli incessanti scherzi degli spietati colleghi d’Akaki. Gli avevano persino rifiutato il nobile nome di uniforme, per battezzarlo casacca. Fatto sta, che quel vestito era davvero strano. 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Petrovic era un uomo dagli occhi loschi, dal viso butterato, che aveva l’onore di far gli abiti e i calzoni agli alti funzionari, quando però non era ubriaco. Potrei dispensarmi dal parlar qui lungamente di questo sarto; ma poichè è uso di non introdurre in un racconto nessun personaggio senza presentarlo con la sua propria fisonomia, sono obbligato a dipingere bene o male il mio Petrovic. Un tempo si chiamava semplicemente Gregorio. Appena libero, si credette in dovere di prendere un nuovo nome. Cominciò a bere, prima nei giorni di gran festa soltanto, poi tutti i giorni che nel calendario sono segnati con una croce. Sosteneva che osservando così le solennità prescritte dalla Chiesa, rimaneva fedele ai principî della sua infanzia, e quando la moglie lo sgridava, egli la trattava da mondana tedesca. In quanto a sua moglie, tutto ciò che noi dobbiamo dir qui è che era la moglie di Petrovic, e che portava una cuffia sul capo. Inoltre non era graziosa, e molte volte coloro che passavano inanzi a lei, non potevano {{Ec|rtattenersi|trattenersi}} dal sorridere guardandola. Akaki Akakevic s’arrampicò sino alla soffitta del sarto. Vi giunse per una scala buia, sporca, umida, che, come tutte quelle delle case occupate dalla gente comune a Pietroburgo, esalava un odore d’acquavite che dava al naso e agli occhi. Mentre il consigliere titolare scavalcava i gradini scivolanti, calcolava quanto Petrovic potrebbe chiedergli per la riparazione, e risolvette d’offrirgli un rublo. La porta dell’operaio era aperta per dare un’uscita alle nuvole emananti dalla cucina, dove la moglie di Petrovic faceva in quel momento cuocere del pesce. Akaki traverso la cucina quasi accecato dal fumo, senza che la donna lo vedesse, entrò nella stanza dove il sarto era seduto su un grosso tavolo grossolano foggiato, con le gambe incrociate come un pascià turco e, seguendo l’abitudine di quasi tutti i sarti russi, coi piedi nudi.<noinclude><references/></noinclude> q1vg4mkskaz4ks40boz9lpn1xc1ny7w 3904732 3904723 2026-09-28T12:50:44Z Marcella Medici (BEIC) 22982 3904732 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|180||''GOGOL''}}</noinclude>tolare ne aveva levato una parte per rappezzare in un altro punto, e le racconciature non rivelavano l’esperta mano di un sarto. Erano state fatte con la più maldestra imperizia e non facevano certo bell’effetto. Quando Akaki Akakevic ebbe finita la sua triste esplorazione, disse fra sè che doveva senza esitanza alcuna portare l’uniforme al sarto Petrovic, che abitava al quarto piano una celletta affatto oscura. Petrovic era un uomo dagli occhi loschi, dal viso butterato, che aveva l’onore di far gli abiti e i calzoni agli alti funzionari, quando però non era ubriaco. Potrei dispensarmi dal parlar qui lungamente di questo sarto; ma poichè è uso di non introdurre in un racconto nessun personaggio senza presentarlo con la sua propria fisonomia, sono obbligato a dipingere bene o male il mio Petrovic. Un tempo si chiamava semplicemente Gregorio. Appena libero, si credette in dovere di prendere un nuovo nome. Cominciò a bere, prima nei giorni di gran festa soltanto, poi tutti i giorni che nel calendario sono segnati con una croce. Sosteneva che osservando così le solennità prescritte dalla Chiesa, rimaneva fedele ai principî della sua infanzia, e quando la moglie lo sgridava, egli la trattava da mondana tedesca. In quanto a sua moglie, tutto ciò che noi dobbiamo dir qui è che era la moglie di Petrovic, e che portava una cuffia sul capo. Inoltre non era graziosa, e molte volte coloro che passavano inanzi a lei, non potevano {{Ec|rtattenersi|trattenersi}} dal sorridere guardandola. Akaki Akakevic s’arrampicò sino alla soffitta del sarto. Vi giunse per una scala buia, sporca, umida, che, come tutte quelle delle case occupate dalla gente comune a Pietroburgo, esalava un odore d’acquavite che dava al naso e agli occhi. Mentre il consigliere titolare scavalcava i gradini scivolanti, calcolava quanto Petrovic potrebbe chiedergli per la riparazione, e risolvette d’offrirgli un rublo. La porta dell’operaio era aperta per dare un’uscita alle nuvole emananti dalla cucina, dove la moglie di Petrovic faceva in quel momento cuocere del pesce. Akaki traverso la cucina quasi accecato dal fumo, senza che la donna lo vedesse, entrò nella stanza dove il sarto era seduto su un grosso tavolo grossolano foggiato, con le gambe incrociate come un pascià turco e, seguendo l’abitudine di quasi tutti i sarti russi, coi piedi nudi.<noinclude><references/></noinclude> gahy04v98vlh1upa00yhxclqmbmmgej Pagina:Gogol - Novelle, traduzione di Domenico Ciampoli, 1916.djvu/183 108 908821 3904724 3267039 2026-09-28T12:46:14Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Riletta */ 3904724 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>{{nop}} Ciò che attirava subito l’attenzione, avvicinandosi a lui, era l’unghia del suo pollice, un poco intaccata, ma dura e rigida come una scaglia di tartaruga. Portava al collo più matassine di filo e sulle ginocchia aveva un vestito stracciato. Da alcuni minuti s’ingegnava d’infilar l’ago senza riuscirvi. Aveva prima tempestato contro l’oscurità, poi contro il filo. — Entrerai, alla fine, mascalzone? — gridava. Akaki s’accorse subito ch’era giunto in un momento inopportuno. Avrebbe avuto più piacere di trovar Petrovic in uno di quegli istanti favorevoli, quando il sarto si somministrava un nuovo rinfresco o, come diceva la moglie, si concedeva una solida razione d’acquavite. Allora era facile al cliente di fargli accettare il prezzo, anzi lui spingeva ancora la compiacenza sino a inchinarglisi rispettosamente, colmandolo di ringraziamenti. Ma spesso la moglie interveniva nei contratti, lo trattava da ubriacone, gridava e smaniava, proibendogli di accettare il lavoro a troppo vil prezzo. Allora si aggiungeva una piccola cosa e l’affare era concluso. Per disgrazia del consigliere titolare, Petrovic non aveva ancora in quel momento toccata la bottiglia, e in tale condizione il sarto era testardo, ostinato e capace d’esigere un prezzo spaventevole. Akaki previde il pericolo e volentieri sarebbe ritornato indietro; ma era tardi: l’occhio del sarto, il suo unico occhio, perchè era guercio, l’aveva già scorto, e Akaki Akakevic balbettò macchinalmente: — Buon giorno, Petrovic. — Siate il benvenuto, signore, — rispose il sarto, il cui sguardo si fermò sulla mano del consigliere titolare per scorgere ciò che teneva. — Ero venuto... per... Vorrei... Faremo notare qui che il timido consigliere titolare aveva per regola d’esprimere i suoi pensieri con dei principi di frasi, verbi, preposizioni, avverbi o particelle, che non formavano mai un senso continuato. Se l’affare in questione era importante, difficile, egli non giungeva a finir la proposizione incominciata. S’imbarazzava nelle formole. Questa volta avvenne lo stesso: egli rimase senza parola. Intanto restò in piedi, immobile, dimenticando ciò che voleva dire o credendo d’averlo già detto.<noinclude><references/></noinclude> qumo4crw0wrvdpcdbsv4h67q30v45y1 3904733 3904724 2026-09-28T12:50:59Z Marcella Medici (BEIC) 22982 3904733 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|''NOVELLE''||181}}</noinclude>{{nop}} Ciò che attirava subito l’attenzione, avvicinandosi a lui, era l’unghia del suo pollice, un poco intaccata, ma dura e rigida come una scaglia di tartaruga. Portava al collo più matassine di filo e sulle ginocchia aveva un vestito stracciato. Da alcuni minuti s’ingegnava d’infilar l’ago senza riuscirvi. Aveva prima tempestato contro l’oscurità, poi contro il filo. — Entrerai, alla fine, mascalzone? — gridava. Akaki s’accorse subito ch’era giunto in un momento inopportuno. Avrebbe avuto più piacere di trovar Petrovic in uno di quegli istanti favorevoli, quando il sarto si somministrava un nuovo rinfresco o, come diceva la moglie, si concedeva una solida razione d’acquavite. Allora era facile al cliente di fargli accettare il prezzo, anzi lui spingeva ancora la compiacenza sino a inchinarglisi rispettosamente, colmandolo di ringraziamenti. Ma spesso la moglie interveniva nei contratti, lo trattava da ubriacone, gridava e smaniava, proibendogli di accettare il lavoro a troppo vil prezzo. Allora si aggiungeva una piccola cosa e l’affare era concluso. Per disgrazia del consigliere titolare, Petrovic non aveva ancora in quel momento toccata la bottiglia, e in tale condizione il sarto era testardo, ostinato e capace d’esigere un prezzo spaventevole. Akaki previde il pericolo e volentieri sarebbe ritornato indietro; ma era tardi: l’occhio del sarto, il suo unico occhio, perchè era guercio, l’aveva già scorto, e Akaki Akakevic balbettò macchinalmente: — Buon giorno, Petrovic. — Siate il benvenuto, signore, — rispose il sarto, il cui sguardo si fermò sulla mano del consigliere titolare per scorgere ciò che teneva. — Ero venuto... per... Vorrei... Faremo notare qui che il timido consigliere titolare aveva per regola d’esprimere i suoi pensieri con dei principi di frasi, verbi, preposizioni, avverbi o particelle, che non formavano mai un senso continuato. Se l’affare in questione era importante, difficile, egli non giungeva a finir la proposizione incominciata. S’imbarazzava nelle formole. Questa volta avvenne lo stesso: egli rimase senza parola. Intanto restò in piedi, immobile, dimenticando ciò che voleva dire o credendo d’averlo già detto.<noinclude><references/></noinclude> f49cbb6w8ynnq5amx2xq5hynuw7spus Pagina:Gogol - Novelle, traduzione di Domenico Ciampoli, 1916.djvu/184 108 908837 3904725 3267064 2026-09-28T12:47:40Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Riletta */ 3904725 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>{{nop}} — Cosa desiderate, signore? — fece Petrovic squadrandolo da capo a piedi e girando lo sguardo interrogatore sul collo, le maniche, la cintura, i bottoni, insomma su tutta l’uniforme di Akaki, sebbene la conoscesse perfettamente, poichè l’aveva fatta lui. I sarti non hanno l’abitudine d’ispezionare con tanta insistenza gli abiti che non escono da loro; ma è il loro primo pensiero quando incontrano una conoscenza. Akaki rispose balbettando come sempre: — Vorrei... Petrovic... questo cappotto, vedete... d’altra parte... mi pare... lo credo ancora buono... salvo un po’ di polvere... Eh! senza dubbio, sembra un po’ vecchio.... ma è ancora proprio nuovo... solo un po’ logorato... là, sulla schiena... non val la pena di parlarne... Me lo raccomoderete in due minuti. Petrovic prese il disgraziato pastrano, lo distese sul tavolo, lo considerò in silenzio e crollò il capo. Poi stese il braccio verso la finestra per afferrare la tabacchiera rotonda ornata d’un ritratto di generale. Non saprei dire di qual generale, perchè quest’imagine eroica essendo stata per caso danneggiata, il sarto, uomo accorto, vi aveva incollato sopra un pezzo di carta. Quando Petrovic ebbe finito di fiutare la sua presa, esaminò ancora l’uniforme, l’espose alla luce e crollò il capo per la seconda volta. Poi visitò la fodera, alzò da capo il coperchio della tabacchiera un tempo ornato dall’imagine del generale, ne trasse una seconda presa e finalmente esclamó: — Qui non vi è più niente da raccomodare! Non è più che un miserabile straccio! A queste parole Akaki si scoraggiò. — Come! — chiese con la voce piagnucolosa d’un fanciullo; — non è possibile accomodare questo buco? Ma guardate, dunque, Petrovic; vedete bene che vi è soltanto un paio di fori, e voi avete abbastanza pezze per ripararli. — Pezze ne ho abbastanza, senza dubbio, ma come volete che le cucia? La stoffa è consumata, non è più possibile che tenga un punto. — Bah! dove i punti non resisteranno, metterete una toppa. — Non vi sono toppe da mettere; il panno insomma è panno, e nello stato di questo basterà un colpo di vento per ridurlo a brandelli.<noinclude><references/></noinclude> bqkao0uudm1gzyho7h6hr17ghrbjgfg 3904734 3904725 2026-09-28T12:51:14Z Marcella Medici (BEIC) 22982 3904734 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|182||''GOGOL''}}</noinclude>{{nop}} — Cosa desiderate, signore? — fece Petrovic squadrandolo da capo a piedi e girando lo sguardo interrogatore sul collo, le maniche, la cintura, i bottoni, insomma su tutta l’uniforme di Akaki, sebbene la conoscesse perfettamente, poichè l’aveva fatta lui. I sarti non hanno l’abitudine d’ispezionare con tanta insistenza gli abiti che non escono da loro; ma è il loro primo pensiero quando incontrano una conoscenza. Akaki rispose balbettando come sempre: — Vorrei... Petrovic... questo cappotto, vedete... d’altra parte... mi pare... lo credo ancora buono... salvo un po’ di polvere... Eh! senza dubbio, sembra un po’ vecchio.... ma è ancora proprio nuovo... solo un po’ logorato... là, sulla schiena... non val la pena di parlarne... Me lo raccomoderete in due minuti. Petrovic prese il disgraziato pastrano, lo distese sul tavolo, lo considerò in silenzio e crollò il capo. Poi stese il braccio verso la finestra per afferrare la tabacchiera rotonda ornata d’un ritratto di generale. Non saprei dire di qual generale, perchè quest’imagine eroica essendo stata per caso danneggiata, il sarto, uomo accorto, vi aveva incollato sopra un pezzo di carta. Quando Petrovic ebbe finito di fiutare la sua presa, esaminò ancora l’uniforme, l’espose alla luce e crollò il capo per la seconda volta. Poi visitò la fodera, alzò da capo il coperchio della tabacchiera un tempo ornato dall’imagine del generale, ne trasse una seconda presa e finalmente esclamó: — Qui non vi è più niente da raccomodare! Non è più che un miserabile straccio! A queste parole Akaki si scoraggiò. — Come! — chiese con la voce piagnucolosa d’un fanciullo; — non è possibile accomodare questo buco? Ma guardate, dunque, Petrovic; vedete bene che vi è soltanto un paio di fori, e voi avete abbastanza pezze per ripararli. — Pezze ne ho abbastanza, senza dubbio, ma come volete che le cucia? La stoffa è consumata, non è più possibile che tenga un punto. — Bah! dove i punti non resisteranno, metterete una toppa. — Non vi sono toppe da mettere; il panno insomma è panno, e nello stato di questo basterà un colpo di vento per ridurlo a brandelli.<noinclude><references/></noinclude> hoq7prvmv1jdcbaca0c93k3uhqlmhs0 Pagina:Gogol - Novelle, traduzione di Domenico Ciampoli, 1916.djvu/185 108 908857 3904735 3889207 2026-09-28T12:52:27Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Riletta */ 3904735 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|''NOVELLE''||183}}</noinclude>{{nop}} — Ma se... tuttavia... questo lo facesse durare ancora un poco... vedete... veramente... — No, — replicò Petrovic, decisamente, — non vi è niente da fare; è una stoffa che ha fatto il suo tempo. Sarebbe meglio farne dei peduli per l’inverno, questi vi terrebbero i piedi più caldi delle calze. Furono i tedeschi ad inventare i peduli, e hanno guadagnato molto danaro con questo articolo. Petrovic non si lasciava sfuggire nessuna occasione di dar una botta ai tedeschi. — Dovete farvi un’uniforme nuova, — aggiunse. — Una uniforme nuova?... Akaki Akakevic vide nero. Il laboratorio del sarto gli girava intorno, e il solo oggetto che potè vedere distintamente fu il ritratto del generale coperto di carta sulla tabacchiera di Petrovic. — Un’uniforme nuova? — mormorò come perduto in un sogno; — ma non ho danaro. — Sì, una uniforme nuova, — ripetè Petrovic con insistenza crudele. — Ma... anche... se... supponendo che prenda simile risoluzione... quanto?... — Volete dire quanto vi costerà? — Sì. — Qualcosa meno di centocinquanta rubli di carta, — rispose il sarto, stringendo le labbra. Questo maledetto sarto prendeva un piacere affatto particolare nel mettere i clienti in affanno, spiando col suo unico occhio losco l’espressione del loro viso. — Centocinquanta rubli per un cappotto? — disse Akaki Akakevic. E il consigliere titolare pronunciò queste parole con un tono che somigliava a un grido, forse il primo che aveva emesso dopo la nascita, perchè d’ordinario parlava con la più grande timidezza. — Sì, — rispose Petrovic, — senza il collo di martora e la fodera di seta per il cappuccio, che faranno insieme duecento rubli. — Petrovic, vi scongiuro, — interruppe Akaki Akakevic con voce supplichevole, non ascoltando più e non volendo più ascoltare il sarto, — vi scongiuro di riparare questo pastrano, perchè possa durare ancora qualche tempo.<noinclude><references/></noinclude> mhos2p2nvchwl28pej6iyl0f63gbpwa Pagina:Gogol - Novelle, traduzione di Domenico Ciampoli, 1916.djvu/186 108 908877 3904736 3267109 2026-09-28T12:53:53Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Riletta */ 3904736 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|184||''GOGOL''}}</noinclude>{{nop}} — No! sarebbe fatica perduta e una spesa inutile, un puro spreco. Akaki si ritirò assolutamente schiacciato, mentre Petrovic, con le labbra chiuse, sodisfatto di sè stesso per aver così validamente difesa la corporazione dei sarti, rimaneva seduto sul tavolo. Senza scopo, smarrito, Akakevic errò per le vie come un sonnambulo. — Quale contrarietà! — diceva fra sè, seguitando camminar senza mèta. — Veramente non avrei mai pensato che questo finirebbe così... No, — continuò dopo un breve silenzio, — non potevo supporre che arriverei a questo... Eccomi in una situazione assolutamente inaspettata... in un imbarazzo che... E continuando a caso il suo monologo, prese, invece della via di casa, una direzione affatto opposta, senza neppur accorgersene. Uno spazzacamino gli annerì il dorso passando. Dall’alto d’una casa in costruzione un cesto di gesso gl’impolverò il capo, ma egli non vedeva, non capiva niente. Soltanto quando urtò a testa bassa contro una sentinella, che gli sbarrò il passo incrociando l’alabarda e vuotando su lui un sacco di contumelie, egli uscì bruscamente dal suo sogno. — Cosa vieni a far qui? — gli gridò il ruvido guardiano della sicurezza pubblica; — non puoi seguire, come si conviene, il marciapiedi? Quest’apostrofe repentina strappò alla fine Akaki completamente dal suo stato di torpore. Raccolse le idee, guardò in faccia la situazione con uno sguardo freddo e prese consiglio con sè stesso, seriamente, francamente, come avrebbe fatto con un amico, al quale si confidano tutti i segreti del cuore. — No, — disse finalmente, — oggi non otterrò niente da Petrovic; oggi è di cattivo umore... forse sua moglie l’ha picchiato... lo rivedrò domenica ventura. La domenica avrà sete, vorrà bere, la moglie non gli dà danaro; gli metterò in mano un ''grivenik'' <ref>''Grivenik'': moneta di 10 copeki, o 40 centesimi.</ref>, sarà più trattabile e potremo riparlar del pastrano. Sostenuto da questa speranza, Akaki aspettò la domenica. Quel giorno, quando vide la moglie di Petrovic u-<noinclude><references/></noinclude> osfn5ob0ddk1si3psdcpidwsjsoy3cx Pagina:Gogol - Novelle, traduzione di Domenico Ciampoli, 1916.djvu/187 108 908895 3904737 3267128 2026-09-28T12:55:26Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Riletta */ 3904737 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|''NOVELLE''||185}}</noinclude>scir di casa e allontanarsi, andò dal sarto e lo trovò, come aveva previsto, in uno stato di grave abbattimento. Ma appena Akaki lasciò uscir di bocca la prima parola a proposito del cappotto, il diabolico sarto lasciò di botto l’umor nero per esclamare: — No, non vi è niente da fare! Non avete che a comperarvi una uniforme nuova! Il consigliere titolare gli scivolò in mano il suo ''grivenik''. — Grazie, vostro onore, rispose Petrovic: — questo m’aiuterà un poco a ricuperare le forze e berrò, alla vostra salute. Ma in quanto al pastrano, vedete, perchè parlarne ancora? Non val più un quattrino. Lasciate pensare a me; vi farò una divisa magnifica; ne rispondo io. Il povero Akaki Akakevic supplicò ancora una volta il sarto di raccomodare il vecchio. — No, ancora una volta, no, — replicò Petrovic; — è assolutamente impossibile. Fidatevi di me. Non vi chiederò più del prezzo. E metterò, com’è di moda, cifre e ganci d’argento al bavero. Akaki comprese che doveva sottomettersi alla volontà del sarto e per la seconda volta sentì le forze abbandonarlo. Farsi fare una divisa nuova? Ma con che pagarla? Aveva, per dir il vero, da contare su una gratificazione ufficiale. Ma le aveva già dato destinazione. Doveva comperarsi un paio di calzoni e pagare il calzolaio, che gli aveva aggiustato due paia di scarpe; doveva comperare biancheria: in una parola... tutto era già regolato. Se pure il Direttore, — e sarebbe stata fortuna insperata, — portasse la gratificazione da quaranta rubli a cinquanta, che era mai questo magro soprappiù in confronto della somma inaudita, enorme, chiesta da Petrovic? una goccia d’acqua nell’oceano. Vi era anche da sperare, per parte di Petrovic, se fosse di buon umore, una riduzione importante nel prezzo, tanto più che la moglie gli disse: — Sei pazzo? Ora lavori per niente, e ora pretendi un prezzo proprio inumano. Credette dunque che Petrovic consentirebbe a fargli l’uniforme per ottanta rubli; ma questi ottanta rubli dove trovarli? Forse mettendo a contribuzione ogni risorsa, giungerebbe a procurarsene la metà. Noi dobbiamo raccontare al lettore i mezzi che il con-<noinclude><references/></noinclude> mbj76yb4gmi9xjyi5cbexsk3jw3ry2g Pagina:Gogol - Novelle, traduzione di Domenico Ciampoli, 1916.djvu/188 108 908909 3904738 3267142 2026-09-28T12:56:50Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Riletta */ 3904738 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|186||''GOGOL''}}</noinclude>sigliere titolare intendeva adoperare per riunir questa metà. Aveva preso l’abitudine, ogni volta che riceveva un rublo, di mettere un copek in un piccolo salvadanaio. Alla fine del semestre, riprendeva queste piccole monete di rame e le cambiava con l’equivalente in argento. Praticava questo sistema di risparmio da moltissimo tempo e allora le sue economie sommavano a quaranta rubli. In tal modo si trovava padrone della metà della somma necessaria. Ma l’altra metà? Akaki fece infiniti calcoli; poi finì col dirsi che potrebbe rinunziare al tè della sera, e, quando avesse lavoro, andar con gli atti nella camera della padrona, per economizzare il fuoco. Prese anche la risoluzione d’evitar nelle vie le pioggie di gesso per risparmiar le scarpe, e decise di non comperar biancheria. In principio queste privazioni gli furono un po’ penose; ma a poco a poco vi si abituò e giunse anche a coricarsi senza cena. Mentre il corpo soffriva di questa diminuzione di nutrimento, lo spirito trovava un nuovo alimento nell’incessante preoccupazione che gli creava il suo pastrano. D’allora, si sarebbe detto che la sua natura si fosse completata, ch’ei si fosse maritato, che avesse una compagna, la quale non lo lasciava più nel sentiero della vita; e questa compagna era l’imagine dell’uniforme ben ovattata e ben foderata. Così lo si vide più deciso, più animato di prima, come un uomo che ha scelto il suo scopo e che vuol raggiungerlo a qualunque costo. L’insignificanza dei lineamenti, la noncuranza dell’aspetto, il contegno negletto, tutto era sparito. Talvolta un lampo affatto nuovo gli brillava negli occhi, e nei bisogni arditi si proponeva già la questione se non farebbe bene a metter un colletto di martora all’uniforme. Questi pensieri lo rendevano talvolta singolarmente distratto. Un giorno che copiava gli atti, si accorse a un tratto che aveva fatto un errore. — Oh, oh! esclamò. E rapidamente fece il segno della croce. Almeno una volta al mese andava da Petrovic, per intrattenersi con lui della preziosa uniforme e chiedergli degli schiarimenti importanti; per esempio, sul prezzo che potrebbe offrire sul panno e sul colore che sceglierebbe di preferenza.<noinclude><references/></noinclude> ny3td9s8xcimm44xax3z5g2f3ydb191 Pagina:Gogol - Novelle, traduzione di Domenico Ciampoli, 1916.djvu/189 108 908924 3904739 3267158 2026-09-28T13:06:43Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Riletta */ 3904739 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|''NOVELLE''||187}}</noinclude>{{nop}} Ognuna di queste visite dava luogo a nuove considerazioni; ma egli ritornava a casa ogni volta più felice, perchè il giorno finalmente doveva giungere che tutto sarebbe comperato, che la uniforme sarebbe pronta. Questo grande avvenimento giunse più presto che non quaranta, non di {{Ec|ciquanta|cinquanta}}, ma di sessantacinque rubli. Questo degno funzionario aveva notato che il nostro amico Akaki Akakevic aveva bisogno d’un’uniforme? Oppure il nostro eroe doveva questa liberalità eccezionale a una buona fortuna? Comunque sia, Akaki si arricchì di venti rubli. Un simile aumento nelle sue risorse doveva necessariamente affrettare il compimento della sua memorabile impresa. Ancora due o tre mesi di fame, e Akaki avrebbe gli ottanta rubli. Il suo cuore di solito tanto calmo cominciò a battere la carica. Appena ebbe in mano l’enorme somma d’ottanta rubli, andò {{Ec|o|a}} trovar Petrovic e tutti e due insieme si recarono da un mercante di stoffe. Senza esitare ne comperarono una buona quantità. Da più d’un anno s’erano intrattenuti di questo acquisto, ne avevano discusso ogni dettaglio, e tutti i mesi avevano passato in rivista la mostra del mercante per informarsi dei prezzi. Petrovic diede alcuni colpi secchi sul panno e dichiarò che non si poteva trovar di meglio. Per fodera, presero della tela ben forte, che, a parere del sarto, era migliore della seta e aveva uno splendore incomparabile. Non comperarono martora, perchè troppa cara, ma si decisero per la più bella pelliccia di gatto che vi era nel magazzino e che poteva molto bene passar per martora. A far quest’abito, Petrovic ebbe bisogno di quindici giorni giusti, perchè fece una innumerevole quantità di punti, senza di che sarebbe stato pronto più presto. Valutò il suo lavoro dodici rubli: non poteva chieder meno; tutto era cucito con la seta, e il sarto aveva stirate le cuciture con i denti, dei quali si vedevano ancora i segni. Finalmente giunse l’uniforme tanto desiderata.... Non posso dire esattamente che giorno, ma fu certo il più solenne che il consigliere titolare Akaki abbia conosciuto nella sua vita. Il sarto portò lui stesso l’uniforme, di buon mattino, prima della partenza del consigliere titolare pel suo uf-<noinclude><references/></noinclude> bozp2hew9e4v1rc4i2fcjuqi1hbvzk9 Pagina:Gogol - Novelle, traduzione di Domenico Ciampoli, 1916.djvu/190 108 908934 3904740 3267169 2026-09-28T13:08:08Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Riletta */ 3904740 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|188||''GOGOL''}}</noinclude>ficio. Non poteva giungere più a proposito, perchè il gelo cominciava a farsi sentire aspramente. Petrovic affrontò il suo cliente con l’aria importante di un grande sarto. Aveva la fisonomia d’una gravità eccezionale; il consigliere titolare non l’aveva mai visto così. Era tutto compreso del suo merito, e nel pensiero misurava l’abisso che separava l’operaio che fa soltanto riparazioni dall’artista che fa il nuovo. L’uniforme era avvolta in una tela nuova, appena lavata, che il sarto slegò con cura e ripiegò poi per metterla in tasca. Allora prese superbamente con le due mani l’uniforme e la pose sulle spalle d’Akaki Akakevic. Poi la palleggiò, ed ebbe un sorriso di sodisfazione vedendola cader maestosamente in tutta la sua lunghezza. Akaki volle misurar le maniche; andavano meravigliosamente bene. Breve, l’uniforme era irreprensibile sotto ogni rapporto, e il taglio non lasciava nulla a desiderare. Mentre il sarto contemplava la sua opera, non mancò di dire che, se l’aveva lasciata a così buon prezzo, era perchè non pagava troppo forte pigione e perchè conosceva Akaki Akakevic da molto tempo; poi, fece notare che un sarto della Prospettiva della Nevà avrebbe chiesto almeno sessantacinque rubli soltanto per il lavoro d’una simile uniforme. Il consigliere titolare non volle impegnarsi in una discussione con lui su questo punto. Pagò, ringraziatolo, e uscì per andare all’ufficio. Petrovic uscì anche lui e si fermò nel bel mezzo della via per seguirlo con lo sguardo fin che potè, poi prese una scorciatoia per gettar un ultimo colpo d’occhio sul consigliere titolare e la sua uniforme. Pieno dei più piacevoli pensieri, Akaki si avvicinava passo passo all’ufficio. Sentiva a ogni istante che aveva un nuovo vestito sulle spalle e dirigeva a sè stesso un dolce sorriso di contentezza. Due cose, fra le molte, gli frullavano nel cervello: prima, l’uniforme era calda, poi era bella. Senza curarsi della strada che faceva, entrò difilato nel palazzo della Cancelleria, depose il suo tesoro nell’anticamera, l’esaminò per ogni verso e guardò poi il portiere in modo particolare. Non so se la voce s’era sparsa negli uffici che il vecchio cappuccio aveva cessato d’esistere. Tutti i colleghi<noinclude><references/></noinclude> pwmyvdj6x9t9wt60h0thk5ow1893q0y Pagina:Gogol - Novelle, traduzione di Domenico Ciampoli, 1916.djvu/191 108 908951 3904741 3267186 2026-09-28T13:09:32Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Riletta */ 3904741 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|''NOVELLE''||189}}</noinclude>di Akaki accorsero per ammirare la splendida uniforme e lo colmarono di felicitazioni così calorose, che egli non potè evitar di rispondere con un sorriso di sodisfazione, che poi lasciò posto a una certa apprensione. Ma quale non fu la sua sorpresa, quando i terribili colleghi gli fecero osservare, che doveva inaugurare l’uniforme solennemente, e ch’essi contavano su di un pasto delicato. Il povero Akaki era così stupito, così stordito da non saper che dire per scusarsi. Balbettò arrossendo che il vestito non era tanto nuovo come lo credevano e che la stoffa era vecchia. Allora un superiore, che voleva senza dubbio mostrare di non esser superbo del suo grado e del suo titolo, e di non sdegnare la compagnia de’ suoi subordinati, prese la parola e disse: — Signori, invece d’Akaki Akakevic, vi invito io a prendere questa sera un tè in casa mia; ricorre oggi l’anniversario della mia nascita. Tutti gli impiegati ringraziarono il loro superiore della sua bontà e si affrettarono ad accettare l’invito con gioia. Akaki volle esimersi; ma gli fecero comprendere che sarebbe una grossolana sconvenienza, un atto imperdonabile, e dovette cedere alla sua fatalità. D’altra parte provava una certa gioia pensando che avrebbe così occasione di mostrarsi nella via con la sua uniforme. Tutto quel giorno fu per lui un giorno di festa. In questa felice disposizione, andò a casa, si tolse l’uniforme, e dopo aver un’altra volta esaminato il panno e la fodera, l’appese al muro. Poi andò a prendere il vecchio pipistrello per confrontarlo col capolavoro di Petrovic. I suoi sguardi andavano da un vestito all’altro, e pensava, sorridendo internamente: — Che differenza! Tutto allegro, pranzò, e finito il pasto, non sedette punto a copiare. No; si stese come un sibarita sul divano e aspettò la sera. Poi si vestì, prese l’uniforme e uscì. Non mi sarebbe possibile dirvi dove dimorava il superiore che aveva così liberamente invitato i subordinati. La memoria comincia a mancarmi un poco, e le vie, le case {{Ec|innumerevloi |innumerevoli}} di Pietroburgo fanno una tal confusione nella mia testa, che stento a raccapezzarmi. Tutto ciò che ricordo è che l’onorevole funzionario abitava un bel quartiere della capitale e che per conseguenza la sua casa era molto lontana da quella d’Akaki Akakevic.<noinclude><references/></noinclude> 66ax3gjn0indiet4ryq7kdid2c87bxu Pagina:Gogol - Novelle, traduzione di Domenico Ciampoli, 1916.djvu/192 108 908963 3904742 3268727 2026-09-28T13:10:55Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Riletta */ 3904742 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|190||''GOGOL''}}</noinclude>{{nop}} Prima il consigliere titolare traversò parecchie vie mal rischiarate, che parevano tutte deserte, ma più s’avvicinava all’abitazione del suo superiore, più le vie divenivano brillanti e animate. Incontrò un numero incalcolabile di passanti vestiti all’ultima moda, di belle signore e di signori che avevano dei colletti di castoro. Le slitte di contadini con le panche di legno diventavano sempre più rare, e ad ogni istante scorgeva cocchieri con berrette di velluto, che conducevano slitte di legno verniciato, guernite di pelle d’orso, o splendide carrozze. Era pel nostro Akaki uno spettacolo assolutamente nuovo. Da molti anni non era uscito di casa. Si fermò curiosamente innanzi a un mercante d’oggetti d’arte. Un quadro attirò più degli altri la sua attenzione. Era il ritratto di una donna che levava la scarpa mostrando il piccolo piede a un giovinotto, con gran {{Ec|mustaccchi|mustacchi}} e gran favoriti, che guardava per la porta socchiusa. Dopo essersi fermato un istante a considerare questo ritratto della scuola francese, Akaki Akakevic crollò il capo e proseguì la sua via sorridendo. Perchè dunque sorrideva? Era a causa dell’originalità del soggetto? Oppure, perchè pensava, come la maggior parte dei suoi colleghi, che i francesi hanno talvolta delle idee bizzarre? Oppure non pensava a nulla? Infatti è molto difficile legger nel cuore della gente per saper ciò che pensa. Eccolo finalmente giunto alla casa dov’è invitato. Il suo superiore è alloggiato da gran signore; alla porta vi è una lanterna, ed egli occupa tutto il secondo piano. Quando il nostro Akaki entrò, vide una lunga fila di galoscie; al muro erano appesi i mantelli, molti dei quali guerniti con colli di velluto o pelliccia. Nella stanza vicina si faceva un rumore confuso, che divenne un po’ più distinto quando un domestico aprì la porta e uscì dalla sala con un vassoio pieno di tazze vuote, d’un vaso da latte e una cesta di biscotti. Gli invitati dovevano esser riuniti da molto e avevano già vuotato la prima tazza di tè. Akaki appese l’uniforme all’attaccapanni e si diresse verso la stanza, dove i suoi colleghi, armati di lunghe pipe, erano aggruppati intorno a un tavolo da giuoco e facevano del chiasso. Egli entrò, ma rimase inchiodato sulla soglia dell’uscio non sapendo che fare; i suoi colleghi lo salutarono con allegre grida e accorsero nell’anticamera per ammirare la<noinclude><references/></noinclude> 7aer0lnoeqe4ukbe3mk4qxgmzp1kbfw Pagina:Gogol - Novelle, traduzione di Domenico Ciampoli, 1916.djvu/193 108 908977 3904744 3267212 2026-09-28T13:12:22Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Riletta */ 3904744 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|''NOVELLE''||191}}</noinclude>uniforme. Quest’assalto smarrì del tutto il bravo consigliere titolare. Ma nel fondo del cuore gioiva per le congratulazioni prodigate al suo prezioso vestito. Subito dopo, i colleghi gli resero la libertà e ripresero la partita di whist. Quest’agitazione, l’eccitamento, l’animazione del conversare, turbarono il timido Akaki sino al più alto grado: non sapeva dove metter le mani, dove nasconderle; finalmente, sedette vicino ai giuocatori, guardando ora le carte, ora i visi, poi sbadigliò, perchè sentiva che da molto era passata l’ora ch’egli aveva l’abitudine di coricarsi. Volle ritirarsi, ma lo trattennero, dichiarandogli che non poteva allontanarsi senza aver bevuto un bicchiere di sciampagna per celebrare quel giorno memorabile. Servirono la cena, composta di brodo freddo, vitello freddo, dolci e diverse pasticcerie, il tutto accompagnato da pseudo sciampagna. Akaki si vide obbligato a vuotar due gran bicchieri di questo liquido spumante, e poco dopo intorno a lui ogni cosa prese un aspetto giocondo. Però non dimenticava che mezzanotte era passata e che egli avrebbe dovuto esser a letto da parecchie ore. Temendo d’esser ancora trattenuto, scivolò furtivamente nell’anticamera, dove ebbe il dolore di veder l’uniforme per terra. La scosse con la più gran cura, l’indossò, e via. Le strade erano ancora rischiarate. Le piccole bettole frequentate dai domestici e dal popolo erano ancora aperte: alcune eran già chiuse, ma dalle lampade, che si vedevano al di fuori, era facile indovinare che gli avventori non erano ancora partiti. Tutto allegro e quasi ebro, Akaki Akakevic prese la via di casa. A un tratto s’accorse ch’era in una via dove di giorno e ancor più di notte tutto era silenzioso. Intorno a lui ogni cosa aveva un aspetto sinistro. Qua e là un fanale, che per mancanza d’olio, minacciava di spegnersi, case di legno, palizzate, ma in nessun luogo un’anima viva. Alla pallida luce di questo fanale, le piccole costruzioni s’allineavano tristamente. Giunse a un luogo dove la via sboccava in un’immensa piazza appena fiancheggiata, dall’altra estremità, con alcune case, e che offriva l’aspetto d’un vasto e lugubre deserto. Lontano, Dio sa dove, vacillava la luce di un lampione che rischiarava un casotto, il quale gli parve in capo al<noinclude><references/></noinclude> 4ptd2s5yfcy7o273q24zrwi7fvfle4k Pagina:Gogol - Novelle, traduzione di Domenico Ciampoli, 1916.djvu/194 108 908996 3904746 3267231 2026-09-28T13:13:29Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Riletta */ 3904746 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|192||''GOGOL''}}</noinclude>mondo. Il Consigliere titolare perdette a un tratto l’umore giocondo. Andò, col cuore stretto, verso la luce; presentiva il pericolo imminente. Lo spazio che aveva dinanzi gli parve un oceano. — No, — disse, — preferisco non guardare. E continò a camminare, abbassando la testa. Quando la rialzò, si vide di botto circondato da molti uomini con la barba lunga, dei quali non poteva distinguere i volti. La vista gli si offuscò, gli si strinse il cuore. — Questa uniforme è mia — gridò uno di quelli, afferrando il consigliere titolare pel colletto. Akaki volle chiamar al soccorso. Un altro degli aggressori gli chiuse la bocca col pugno dicendogli: — Provati un po’ a gridare! Nel medesimo istante, il disgraziato consigliere titolare sentì che gli levavano l’uniforme e contemporaneamente una pedata lo mandò a rotolare nella neve, dove rimase svenuto. Pochi minuti dopo, riprese i sensi; ma non vide più nessuno. Spogliato del suo vestito e tutto gelato, cominciò a gridare con quanta forza aveva, ma le sue grida non potevano giungere sino all’altra estremità della piazza. Perduto, si precipitò con lo slancio supremo della disperazione verso il casotto dove la sentinella con l’arma in riposo, gli chiese per che diavolo faceva tanto schiamazzo e correva così come un pazzo. Quando Akaki gli fu vicino, trattò il soldato d’ubriacone perchè non aveva visto che a pochissima distanza dal suo posto derubavano e saccheggiavano i passanti. — Vi ho visto perfettamente, — rispose l’uomo, — in mezzo alla piazza con due individui. Credevo che foste amici. È inutile di mettersi sossopra. Andate domani a trovar l’ispettore di polizia, s’incaricherà lui dell’affare, farà cercare i ladri e aprirà un’inchiesta. Che fare? Il disgraziato consigliere titolare giunse a casa in uno stato spaventevole: i capelli gli pendevano in disordine sulla fronte, gli abiti erano coperti di neve. Quando la sua padrona l’intese picchiare come un pazzo furioso alla porta, si alzò di soprassalto e accorse seminuda; ma {{Ec|indiereggiò|indietreggiò}} spaventata dall’aspetto di Akaki. Quand’egli le raccontò ciò che era successo, ella giunse le mani e esclamò:<noinclude><references/></noinclude> ls7kxrz8533hhop21lk6c8sif41fkdx Pagina:Gogol - Novelle, traduzione di Domenico Ciampoli, 1916.djvu/195 108 909008 3904750 3267243 2026-09-28T13:14:59Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Riletta */ 3904750 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|''NOVELLE''||193}}</noinclude>— Non è all’ispettore di polizia che dovete dirigervi, ma al commissario del quartiere. L’ispettore vi divertirà con belle parole; e non farà niente. Ma il commissario del quartiere lo conosco da molto. La mia antica cuoca Anna è ora al suo servizio e la vedo spesso passare sotto le nostre finestre. Egli va ogni festa in chiesa e s’indovina subito dall’aspetto che è un brav’uomo. Dopo questa raccomandazione piena di sollecitudine, Akaki si ritirò tristemente nella sua camera. Per poco che si imagini la sua situazione, si comprenderà che notte passò. La dimane andò dal commissario del quartiere. Gli dissero che quest’alto funzionario dormiva ancora. Alle dieci ritornò. L’alto funzionario dormiva sempre. A mezzogiorno il commissario era uscito. Il consigliere titolare si ripresentò ancora all’ora del pasto, ma allora i commessi gli chiesero perchè metteva tanta insistenza nel voler vedere il capo. Per la prima volta nella sua vita Akaki diede prova d’energia. Dichiarò che aveva bisogno di parlar subito al commissario e che non dovevano mandarlo via, perchè si trattava d’un affare ufficiale e che se qualcuno si permetteva di mettergli il bastone fra le ruote, poteva costargli caro. Non v’era nulla da replicare a questo tono. Un commesso uscì per avvisare il capo. Questo diede udienza a Akaki, ma l’ascoltò in un modo abbastanza singolare. Invece di interessarsi al fatto principale, cioè al ladrocinio, chiese al consigliere titolare come mai egli correva quelle vie a un’ora indebita, e se non s’era trovato a qualche riunione sospetta. Stordito da questa domanda, il consigliere titolare non trovò risposta e si ritirò senza sapere esattamente se darebbero o no corso al suo affare. Non andò in ufficio in tutto il giorno: avvenimento inaudito nella sua vita. Il giorno dopo, vi riapparve; ma in quale stato! Pallido, agitato, con la vecchia uniforme che aveva l’aria ancor più pietosa di prima. Quando i suoi colleghi seppero la sventura che l’aveva colpito, ve ne furon parecchi tanto crudeli da ridere sgangheratamente; però molti di essi furono commossi da vera pietà e organizzarono una sottoscrizione in suo favore. Disgraziatamente questa lodevole impresa ebbe un risultato insignificante, perchè gli stessi impiegati e funzionari superiori<noinclude>{{RigaIntestazione|{{smaller|{{Sc|Gogol}}}}: ''Novelle''.||{{smaller|13}}}}</noinclude> dzf52kfrlu79d3527zsqakh67vr3a2r Pagina:Gogol - Novelle, traduzione di Domenico Ciampoli, 1916.djvu/196 108 909023 3904752 3267258 2026-09-28T13:16:12Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Riletta */ 3904752 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>avevano già dato la loro quota a due sottoscrizioni anteriori: la prima per far fare il ritratto del loro direttore, la seconda per abbonarsi a un’opera che un amico del loro capo aveva pubblicata. Uno d’essi che aveva realmente compassione d’Akaki, volle, in mancanza di meglio, dargli un buon consiglio. Gli disse che sarebbe pena perduta il ritornare dal commissario del quartiere, perchè, supponendo che il funzionario avesse la fortuna di ritrovare l’uniforme, la polizia la serberebbe finchè il consigliere titolare dimostrasse perentoriamente di esserne il vero e solo proprietario. Lo esortò dunque a dirigersi a qualche personaggio altolocato, il quale personaggio altolocato, grazie ai suoi buoni rapporti con le autorità, condurrebbe l’affare prontamente. Nel suo smarrimento Akaki si decise a seguire questo consiglio. Quale fosse la posizione gerarchica occupata da quest’alto personaggio e qual’era il suo grado di elevazione nella gerarchia, non si potrebbe dire. Tutto ciò che si sapeva, era che quest’alto personaggio era giunto da poco al suo alto impiego. Vi erano, è vero, altri personaggi collocati ancora più in alto e il funzionario in questione metteva in opera tutte le leve possibili per poter salire anche lui ancora più in alto. In compenso, obbligava tutti gli impiegati al di sotto di lui ad attenderlo in basso della scala e nessuno poteva giungere sino a lui direttamente. Il segretario del collegio faceva parte della domanda d’udienza a un segretario di governo che a sua volta trasmetteva la domanda a un alto funzionario, che finalmente la comunicava all’alto personaggio. È il cammino ordinario degli affari nella nostra santa Russia. Il desiderio di fare come gli alti funzionari, fa che tutti scimmiottino le maniere del superiore. Non è molto, un consigliere titolare divenuto capo d’un piccolo ufficio, fece metter in una stanza un cartello con queste parole: Sala delle deliberazioni. Ivi se ne stavano dei servi col colletto rosso, l’abito ricamato, per annunciare i postulanti che introducevano nella sala tanto piccola che vi era giusto il posto per una sedia. Ma ritorniamo al nostro alto personaggio. Aveva l’aspetto imponente, ma un po’ imbarazzato: il suo sistema si riassumeva in una parola: Severità, severità, severità. Ripeteva questa parola tre volte, una dopo l’altra, e l’ul-<noinclude><references/></noinclude> 3sa1okbjkote6yzmricxnrjlj0ecrth 3904753 3904752 2026-09-28T13:16:33Z Marcella Medici (BEIC) 22982 3904753 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|194||''GOGOL''}}</noinclude>avevano già dato la loro quota a due sottoscrizioni anteriori: la prima per far fare il ritratto del loro direttore, la seconda per abbonarsi a un’opera che un amico del loro capo aveva pubblicata. Uno d’essi che aveva realmente compassione d’Akaki, volle, in mancanza di meglio, dargli un buon consiglio. Gli disse che sarebbe pena perduta il ritornare dal commissario del quartiere, perchè, supponendo che il funzionario avesse la fortuna di ritrovare l’uniforme, la polizia la serberebbe finchè il consigliere titolare dimostrasse perentoriamente di esserne il vero e solo proprietario. Lo esortò dunque a dirigersi a qualche personaggio altolocato, il quale personaggio altolocato, grazie ai suoi buoni rapporti con le autorità, condurrebbe l’affare prontamente. Nel suo smarrimento Akaki si decise a seguire questo consiglio. Quale fosse la posizione gerarchica occupata da quest’alto personaggio e qual’era il suo grado di elevazione nella gerarchia, non si potrebbe dire. Tutto ciò che si sapeva, era che quest’alto personaggio era giunto da poco al suo alto impiego. Vi erano, è vero, altri personaggi collocati ancora più in alto e il funzionario in questione metteva in opera tutte le leve possibili per poter salire anche lui ancora più in alto. In compenso, obbligava tutti gli impiegati al di sotto di lui ad attenderlo in basso della scala e nessuno poteva giungere sino a lui direttamente. Il segretario del collegio faceva parte della domanda d’udienza a un segretario di governo che a sua volta trasmetteva la domanda a un alto funzionario, che finalmente la comunicava all’alto personaggio. È il cammino ordinario degli affari nella nostra santa Russia. Il desiderio di fare come gli alti funzionari, fa che tutti scimmiottino le maniere del superiore. Non è molto, un consigliere titolare divenuto capo d’un piccolo ufficio, fece metter in una stanza un cartello con queste parole: Sala delle deliberazioni. Ivi se ne stavano dei servi col colletto rosso, l’abito ricamato, per annunciare i postulanti che introducevano nella sala tanto piccola che vi era giusto il posto per una sedia. Ma ritorniamo al nostro alto personaggio. Aveva l’aspetto imponente, ma un po’ imbarazzato: il suo sistema si riassumeva in una parola: Severità, severità, severità. Ripeteva questa parola tre volte, una dopo l’altra, e l’ul-<noinclude><references/></noinclude> 9b8j20uee8yxji14h4w8h0yhwbpbhbl Pagina:Gogol - Novelle, traduzione di Domenico Ciampoli, 1916.djvu/197 108 909034 3904754 3268728 2026-09-28T13:17:33Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Riletta */ 3904754 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|''NOVELLE''||195}}</noinclude>tima volta fissava uno sguardo penetrante su colui che aveva da ascoltare. Avrebbe potuto dispensarsi dallo impiegare tanta energia, perchè i dieci subalterni che aveva sotto i suoi ordini, lo temevano abbastanza anche senza questo. Appena lo vedevano giungere da lungi, s’affrettavano a deporre la penna e accorrevano rimanendo ritti al suo passaggio. Nelle conversazioni coi suoi subalterni, conservava sempre un’attitudine superba e non diceva più di queste parole: — Cosa volete? Sapete a chi parlate? Non dimenticate a chi vi dirigete! Del resto era un brav’uomo, amabile e compiacente con gli altri amici. Il titolo di direttore generale gli aveva montata la testa. Dal giorno che gliel’avevano dato, passava buona parte della giornata in una specie di vertigine, conservando però tutta la presenza di spirito con gli eguali, non sospettando punto che gli mancasse qualche cosa. Ma appena si trovava con un inferiore, si rinchiudeva in un severo mutismo, e questo contegno gli era tanto più penoso in quanto che sentiva come avrebbe potuto passar il suo tempo ben più piacevolmente. Tutti coloro che l’osservavano in simile circostanza, non potevano metter in dubbio che egli ardeva dal desiderio d’unirsi a una conversazione interessante, ma che il timore di far apparire qualche imprudente prevenzione, di mostrarsi troppo famigliare e di compromettere con questo la sua dignità, lo tratteneva. Per sottrarsi a un tale pericolo, conservava una straordinaria riservatezza e parlava di tratto in tratto per monosillabi. Breve, aveva spinto il suo sistema tanto lontano che lo chiamavano l’annoiato, e questo titolo era perfettamente meritato. Tale era l’alto personaggio, del quale Akaki doveva accaparrarsi l’aiuto e la protezione. Il momento ch’egli scelse per tentar il suo passo sembrava proprio opportuno per lusingare la vanità del direttore generale e per servir la causa del consigliere titolare. L’alto personaggio si trovava nel suo gabinetto e parlava allegramente con un vecchio amico che non aveva visto da molti anni, allorchè gli annunziarono che il sig. Basch-makschin sollecitava l’onore d’ottenere una udienza da Sua Eccellenza. — Che uomo è? — chiese con alterigia.<noinclude><references/></noinclude> m5dp9kopt1fav7rlr6ahdezcu8tcjju Pagina:Gogol - Novelle, traduzione di Domenico Ciampoli, 1916.djvu/198 108 909046 3904755 3267281 2026-09-28T13:18:34Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Riletta */ 3904755 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|196||''GOGOL''}}</noinclude>{{nop}} — Un impiegato. — Fate aspettare. Occupato. Manca tempo per ricevere. L’alto personaggio mentiva. Niente gl’impediva di accordar l’udienza richiesta. Egli e l’amico avevano già esauriti tutti i soggetti di conversazione. Già più d’una volta il loro colloquio era stato interrotto da lunghe pause, in capo alle quali s’erano alzati l’uno e l’altro, picchiandosi famigliarmente sulla spalla: — Ed ecco, mio caro. — Eh! sì, Stefano. Ma il direttore generale non voleva ricevere il sollecitatore, per far sentire tutta la sua importanza all’amico che aveva lasciato il servizio e abitava la campagna, e per fargli comprendere che gli impiegati dovevano aspettare lungamente ritti in anticamera, finchè piacesse a lui d’accoglierli. Finalmente, dopo molti altri dialoghi e molte altre pause, durante le quali i due amici, stesi nelle poltrone, mandavano al soffitto il fumo dei sigari, il direttore generale si ricordò a un tratto che gli avevano chiesto udienza. Chiamò il segretario che stava sull’uscio e gli ordinò di far entrare il sollecitatore. Quando vide Akaki, dall’aspetto umile, dalla vecchia uniforme consumata, avvicinarglisi, si volse bruscamente verso di lui e con modo rude: — Cosa volete? La sua voce era ancor più severa del solito ed egli cercava di darle un’intonazione ancora più vibrante, perchè erano otto giorni che si esercitava dinanzi allo specchio. Il timido Akaki si trovò completamente schiacciato sotto questa rude apostrofe. Pure, fece uno sforzo per riprendere il suo sangue freddo, per raccontare come, dove e quando gli avevano rubato l’uniforme, non senza ornare la sua narrazione di molti dettagli oziosi. Aggiunse che si era rivolto a Sua Eccellenza nella speranza che, grazie a quest’alta e benevola protezione presso il Presidente della polizia o presso altre autorità superiori, potesse tornar in possesso del suo vestito. Il direttore generale trovò questo passo molto poco burocratico:<noinclude><references/></noinclude> foyolwobmyx5g3yetyenug76hk4tzqn Pagina:Gogol - Novelle, traduzione di Domenico Ciampoli, 1916.djvu/199 108 909061 3904756 3268729 2026-09-28T13:19:46Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Riletta */ 3904756 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|''NOVELLE''||197}}</noinclude>{{nop}} — Eh, signore! — disse alla fine, — non sapete dunque ciò che dovete fare in simile caso? D’onde venite dunque? Non sapete dunque quale è la via gerarchica da seguire? Voi dovevate dirigere una petizione, che sarebbe giunta nelle mani del capo di ufficio e dalle sue al capo divisione, che l’avrebbe mandata al mio segretario, e il mio segretario l’avrebbe rimessa a me. — Mi permetta, — interruppe Akaki, facendo un nuovo sforzo, ma questa volta uno sforzo supremo per raccogliere quel poco di spirito che aveva conservato, perchè sentiva che il sudore gli colava sulla fronte; — permetta, Vostra Eccellenza, di farle notare che se mi presi la libertà di disturbarla per questo affare, è perchè il segretario.. i segretari sono gente da cui non si può aspettar nulla. — Eh? Cosa? Davvero? — esclamò il direttore generale. — Voi osate tenere simile linguaggio! Dove avete pescate simili supposizioni? È vergognoso il vedere gl’infimi, i giovincelli, i subordinati insorgere contro i capi! Nel suo trasporto, il direttore generale non vedeva che il consigliere titolare aveva oltrepassata la cinquantina e che la qualità di giovine gli conveniva molto relativamente, cioè nel caso di paragone con un uomo di settant’anni. — Sapete, — continuò l’alto personaggio, — a chi parlate? Ricordatevi innanzi a chi siete! Ricordatevene! Dico: ricordatevene! E dicendo queste parole batteva il piede, e la sua voce prendeva un accento, una larghezza spaventevole. Akaki era completamente fulminato; trasaliva, fremeva, e poteva appena tenersi in piedi, e senza un ragazzo dell’ufficio, che accorse in suo aiuto, sarebbe caduto a terra. Lo portarono, o meglio, lo trasportarono fuori quasi svenuto. Il direttore generale era sommamente stupito dell’effetto prodotto dalle sue parole: quest’effetto sorpassava la sua aspettativa; e, sodisfatto che il suo modo imperioso avesse prodotto su di un vecchio una tale impressione da far perdere al pover’uomo la conoscenza, gettò uno sguardo obliquo sull’amico per vedere come questo avesse preso quel gesto. Quale non fu la sua gioia quando constatò che il suo stesso amico era tutto commosso e lo considerava con un certo spavento!<noinclude><references/></noinclude> c5efhly87d9jlj47h8fj4e6duikrohy Pagina:Gogol - Novelle, traduzione di Domenico Ciampoli, 1916.djvu/200 108 909072 3904757 3267308 2026-09-28T13:21:09Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Riletta */ 3904757 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|198||''GOGOL''}}</noinclude>{{nop}} Come Akaki giunse in fondo alla scala e come traversò la via, egli medesimo sarebbe stato senza dubbio incapace di dire, poichè era più morto che vivo. Mai in tutta la vita era stato sgridato da un direttore generale, e specialmente da un direttore generale così severamente. Camminò sotto l’uragano che ruggiva di fuori, senza accorgersi dello spaventevole tempo che. faceva, senza cercare un ricovero contro la tempesta, sul marciapiedi. Il vento che soffiava da ogni parte, uscendo in raffiche da ogni vicoletto, gli procurò un’infiammazione alla gola. Giunto a casa, era nell’impossibilità di pronunziare una parola. Si mise a letto, tanto era decisivo l’effetto prodotto dalla lezione del direttore generale. La dimane, Akaki ebbe una febbre violenta. Grazie al clima di Pietroburgo, la malattia fece in pochissimo tempo progressi allarmanti. Quando giunse il medico, ogni soccorso dell’arte era già inutile. Il dottore gli tastò il polso, scrisse una ricetta per non lasciarlo morire senza il soccorso della scienza, e dichiarò che l’ammalato aveva soltanto due giorni di vita. Disse poi alla padrona d’Akaki: — Non avete tempo da perdere: occupatevi a fargli fare una bara di pino, perchè per un pover’uomo come lui una bara di quercia costerebbe troppo cara. Il consigliere titolare intese queste parole? gli diedero un altro accesso di febbre più violenta ancora? Si lagnava pian piano della sua triste sorte? Nessuno potrebbe dire, perchè delirava. Strane visioni passavano senza posa nel suo cervello. Ora si vedeva innanzi a Petrovic che incaricava di far un’uniforme con alcune corde per i ladri che lo perseguitavano persino nel letto. Ora pregava la padrona di casa di scacciare i ladri che s’erano nascosti sotto la coperta. Ora si vedeva inanzi al direttore generale, che udiva colmarlo di rimproveri, e chiedeva grazia a Sua Eccellenza. Ora si perdeva in discorsi così strani che la povera donna si segnava spaventata. Mai nella sua vita ella aveva inteso simili cose, e le stravaganze inaudite del malato la mettevano tanto più fuori di sè, in quanto il titolo d’Eccellenza vi entrava a ogni istante. Ora mormorava ancora parole incoerenti, che mancavano di legame, pur aggirandosi sempre sulla stessa cosa: l’uniforme. Finalmente Akaki rese l’ultimo sospiro. Non si mi-<noinclude><references/></noinclude> 7gi9zc0ggtzjqbqrrbzplk1seaaw0vc Pagina:Gogol - Novelle, traduzione di Domenico Ciampoli, 1916.djvu/201 108 909073 3904759 3267309 2026-09-28T13:22:27Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Riletta */ 3904759 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|''NOVELLE''||199}}</noinclude>sero i suggelli nè alla camera, nè sull’armadio, per la semplice ragione che non vi erano eredi e che lasciava per tutta eredità un pacco di penne d’oca, un quaderno di carta bianca, tre paia di calze, alcuni bottoni da calzoni e il suo vecchio mantello. A chi andarono queste reliquie? Dio sa. L’autore di questo racconto non se ne è informato. Akaki fu avvolto in un lenzuolo e trasportato al cimitero, dove l’inumarono. La grande città di Pietroburgo continuò a condurre la sua solita vita, come se il consigliere titolare non fosse mai esistito. Così sparve un essere umano che non aveva avuto nè protettore, nè amico; che non aveva inspirato interesse realmente cordiale a nessuno; che non aveva mai suscitata la curiosità di alcuno e che non aveva mai infilato un insetto raro sulla punta d’uno spillo per esaminarlo microscopicamente. Senza una sola parola di lamento, quest’essere aveva sopportato il disprezzo e le burle dei colleghi. Senza esservi spinto da un avvenimento straordinario, avevo preso la via della tomba, e quando alla fine de’ suoi giorni un’uniforme gli aveva dato tutti i trasporti della gioventù, la sventura lo aveva atterrato. Qualche giorno dopo l’udienza, il suo capo, poichè non seppero dirgli che cosa fosse avvenuto, fece dire a casa sua, esser tempo che egli tornasse al suo posto. Il ragazzo di ufficio tornò con la notizia che non vedrebbero più il consigliere titolare. — E perchè? — chiesero tutti gli impiegati. — Perchè è sotterrato da quattro giorni. Fu così che i colleghi d’Akaki seppero della sua morte. Il giorno seguente il suo posto fu occupato da un altro impiegato, d’una natura un po’ più robusta, il quale non si diede la pena di modellare le lettere copiando gli atti. Sembrerebbe che la storia d’Akaki dovesse finir qui e che non ci restasse niente a sapere di lui. Ma il modesto consigliere titolare era destinato a far più rumore dopo morto che in vita, e qui il nostro racconto prende una forma fantastica. Un giorno si sparse la nuova a Pietroburgo che nelle vicinanze del Ponte Caterina appariva ogni notte un fantasma in uniforme di funzionario di Cancelleria e che il fantasma cercava una uniforme rubata e toglieva, senza curarsi dei titoli, nè dei gradi, a tutti i passanti le uni-<noinclude><references/></noinclude> ebbsyft5ncwfa9d8nspfxf9w9hpt7e5 Pagina:Gogol - Novelle, traduzione di Domenico Ciampoli, 1916.djvu/202 108 909074 3904762 3267310 2026-09-28T13:23:57Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Riletta */ 3904762 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|200||''GOGOL''}}</noinclude>formi ovattate con pellicce di gatto, di lontra, d’orso, di castoro, o di qualsiasi altra pelle o stoffa. Un antico collega del consigliere titolare aveva visto lo spettro e perfettamente riconosciuto Akaki. Aveva lottato con tutte le forze per uscirgli di mano, ma era già lontano, che lo vedeva ancora minacciare col pugno. Ovunque, sentiva che consiglieri e non consiglieri titolari, ma consiglieri di Stato, avevano preso seri raffreddori in seguito a quest’atto inqualificabile che li spogliava della loro più calda veste. La polizia impiegò tutte le misure possibili per impadronirsi di questo spettro morto o vivo, e infliggergli un castigo esemplare; ma ogni tentativo rimase vano. Però una sera una sentinella ebbe la fortuna d’arrestare il malfattore nel momento che toglieva l’{{Ec|uniformeme|uniforme}} a un musicista. Il funzionario chiamò due compagni al soccorso e confidò loro il prigioniero mentre cercava la tabacchiera per rianimare il naso gelato. Bisogna credere che il tabacco avesse un odore capace di svegliare un morto. Appena ne approssimò qualche granellino alle narici, il prigioniero prese a starnutare così fortemente che i tre soldati sentirono come un velo coprir loro gli occhi. Mentre si fregavano le pupille, il prigioniero disparve. Da quel giorno le sentinelle ebbero un tale spavento dello spettro, che non si arrischiarono più ad arrestarlo vivo, e si limitarono a gridargli a distanza: — Passate al largo! al largo! Il fantasma continuò a frequentare le contrade del ponte Hatinka e sparse il terrore in tutto il quartiere. Ritorniamo ora al nostro direttore generale, la prima causa del nostro racconto, fantastico bensì, ma assolutamente vero. Per verità dobbiamo dire che dopo la morte d’Akaki ebbe una certa pietà del defunto. Il sentimento dell’equità non era estraneo al suo cuore; aveva anzi delle eccellenti qualità, e unico suo difetto era l’impedir a sè stesso, per orgoglio del titolo, di mostrarsi dal suo lato buono. Quando l’amico l’ebbe lasciato, la sua mente corse all’infelice consigliere titolare che vedeva ancora prostrato, atterrito sotto il rude insulto che gli aveva fatto subire. Questa visione l’assediò a tal punto, che un giorno incaricò un impiegato di informarsi intorno ad Akaki e se si poteva far ancora qualche cosa per lui.<noinclude><references/></noinclude> ow0vyb462bobphho403jmilcknol32i Pagina:Gogol - Novelle, traduzione di Domenico Ciampoli, 1916.djvu/203 108 909075 3904765 3267311 2026-09-28T13:25:20Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Riletta */ 3904765 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|''NOVELLE''||201}}</noinclude>{{nop}} Quando il messaggero ritornò con la notizia che, subito dopo l’udienza, il povero piccolo funzionario era morto, il direttore generale ebbe rimorso di coscienza e rimase tutto il giorno immerso nelle nere idee. Per scacciare le spiacevoli impressioni, andò, verso sera, da un amico, dove sperava incontrare una lieta brigata, e specialmente funzionari del suo grado, così da non sentirsi a disagio. Infatti si trovò presto liberato dai pensieri melanconici, si animò, prese fuoco, si unì alla conversazione come se niente fosse, e passò una bellissima serata. A cena bevette due bicchieri di sciampagna, ciò che, come si sa, è un eccellente mezzo di ricuperar l’allegria. Sotto l’influenza della bevanda spumante, ebbe l’idea di non ritirarsi subito, e di andare a visitare un altro amico che non vedeva da un pezzo. Salì nella slitta e diede al cocchiere l’indirizzo. Accuratamente avvolto nel mantello, era nel più piacevole stato che un russo possa desiderare di trovarsi, nello stato ove lo spirito si culla in un circolo di pensieri uno più incantevole dell’altro. Ricordava la compagnia che aveva lasciato, tutti i discorsi arguti che aveva uditi e che ripeteva a bassa voce con piccoli scoppi di risa. Di tratto in tratto era turbato nelle sue meditazioni da un violento colpo di vento che l’assaliva bruscamente, voltando un angolo di via, e gli lanciava sul viso un turbine di neve. La tramontana penetrava sotto il mantello, lo gonfiava come una vela, obbligandolo a impiegar tutte le forze per tenerlo sulle spalle. D’improvviso, si sentì afferrare al colletto da una mano potente. Si volse e scorse un ometto vestito con una vecchia uniforme{{Ec|,|.}} Ravvisò con spavento le fattezze di Akaki, ma queste fattezze erano pallide, livide, emaciate, come quelle di un morto. — Finalmente ti tengo... Posso prenderti per il colletto... voglio la mia uniforme! Tu non ti sei curato di me quando avevo bisogno; ti sei imaginato che avevi soltanto a colmarmi di male parole. Rendimi la mia uniforme! L’alto funzionario si sentì soffocare. Nei suoi uffici, inanzi ai subordinati, era un uomo di aspetto imponente; non aveva che alzar gli occhi su d’un inferiore per-<noinclude><references/></noinclude> ql5i1zrm229j2mxl99ynqnvvib4mmfz Pagina:Gogol - Novelle, traduzione di Domenico Ciampoli, 1916.djvu/204 108 909076 3904767 3267312 2026-09-28T13:26:53Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Riletta */ 3904767 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|202||''GOGOL''}}</noinclude>chè tutti intorno a lui esclamassero: che gran personaggio! Ma come molti altri funzionari, dell’eroe aveva soltanto l’apparenza esteriore, e in quel momento era in una situazione che gl’inspirava seri timori per la sua salute. Con mano tremante e febbrile, levò egli stesso il mantello e gridò al cocchiere: — Presto, a casa! Presto! Quando il cocchiere udì questa voce che non aveva più nulla di quella che era abituato ad ascoltare e che ora accompagnava con colpi di frusta, abbassò prudentemente la testa e fece partir la slitta come una freccia. Subito il direttore generale giunse a casa, salì in camera col viso pallido, spaventato, e passò una notte tanto terribile che la dimane sua figlia esclamò inorridita: — Ma papà, sei dunque ammalato? Non disse niente, nè di ciò che aveva visto, nè di ciò che aveva fatto il giorno prima. Però questo avvenimento fece su lui una grande impressione. Da quel giorno, non interpello più i subordinati, e non disse più loro: — Sapete a chi parlate? Sapete chi è inanzi a voi? O se gli accadeva ancora di rivolgersi a uno in modo imperioso, era almeno dopo aver ascoltato la domanda. Ed anche raramente! Da quel giorno pure lo spettro cessò di mostrarsi. È probabile che sua intenzione fosse di mettere la mano sul mantello del direttore generale; ora che lo aveva preso, non desiderava più niente. Non di meno, molti assicurano che il fantasma comparisse ancora in altri quartieri della città... Un funzionario raccontò che l’aveva veduto coi suoi occhi, come un’ombra, urlare e dileguar dietro una casa. Ma questo funzionario era di carattere così timoroso che la gente prendeva spesso piacere a burlarlo delle sue chimeriche paure. Non osando affrontare lo spettro, mentre passava, s’era contentato di scivolar molto prudentemente dietro di lui. Allora lo spettro si era voltato bruscamente, gridando: «Cosa vuoi?» e mostrando un pugno così formidabile che nessuno aveva mai visto l’eguale. — Non voglio niente, — rispose il funzionario, — e si affrettò a tornare indietro. Quest’ombra era più grande di quella del consigliere e portava un’enorme barba. Traversò a gran passi il ponte d’Obuchoff, e sparve poi nelle tenebre della notte.<noinclude><references/></noinclude> 0fbx0cbo4u0faa74wag19sfkncdmfqe L'uniforme 0 909077 3904774 3810800 2026-09-28T13:30:26Z Spinoziano (BEIC) 60217 Porto il SAL a SAL 100% 3904774 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=28 settembre 2026}}{{Intestazione | Nome e cognome dell'autore = Nikolaj Vasil'evič Gogol' | Nome e cognome del curatore = | Titolo =L'uniforme | Anno di pubblicazione = 1842 | Lingua originale del testo =russo | Nome e cognome del traduttore = Domenico Ciampoli | Anno di traduzione =1916 | Progetto = | Argomento =Novelle | URL della versione cartacea a fronte = Indice:Gogol - Novelle, traduzione di Domenico Ciampoli, 1916.djvu }} {{Raccolta|Novelle (Gogol)}} <pages index="Gogol - Novelle, traduzione di Domenico Ciampoli, 1916.djvu" from="173" to="204" /> {{Sezione note}} nrz956h41gwdu7p6m5wpvggtwnb48as Novelle (Gogol) 0 909225 3904825 3733405 2026-09-28T14:11:51Z Spinoziano (BEIC) 60217 Porto il SAL a SAL 100% 3904825 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=28 settembre 2026}}{{Intestazione | Nome e cognome dell'autore = Nikolaj Vasil'evič Gogol' | Nome e cognome del curatore = | Titolo =Novelle | Anno di pubblicazione = XIX secolo | Lingua originale del testo =russo | Nome e cognome del traduttore = Domenico Ciampoli | Anno di traduzione =1916 | Progetto = | Argomento =Novelle | URL della versione cartacea a fronte = Indice:Gogol - Novelle, traduzione di Domenico Ciampoli, 1916.djvu }} <pages index="Gogol - Novelle, traduzione di Domenico Ciampoli, 1916.djvu" from="3" to="9" exclude="4,5,7"/> ==Indice== * {{testo|/Vita e opere di Nicola Gogol}} * {{testo|Una notte di maggio o l'annegata|tipo=tradizionale}} * {{testo|La lettera smarrita|tipo=tradizionale}} * {{testo|Il punto stregato|tipo=tradizionale}} * {{testo|La terribile vendetta|tipo=tradizionale}} * {{testo|La notte di san Giovanni|tipo=tradizionale}} * {{testo|Memorie di un pazzo|tipo=tradizionale}} * {{testo|L'uniforme|tipo=tradizionale}} * {{testo|Il naso|tipo=tradizionale}} tvj6ohac4vkh54azy33n9db9x7bgu7u Pagina:Gogol - Novelle, traduzione di Domenico Ciampoli, 1916.djvu/209 108 909490 3904772 3285458 2026-09-28T13:29:53Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Riletta */ 3904772 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|''NOVELLE''||207}}</noinclude>lare poi per un’altra via. Ma disgraziatamente, ecco incontrare una conoscenza che si mette a dimandargli: Dove vai? Chi vai a radere così di buon’ora?». In questa guisa Ivan Iakovlevic non potette profittar lì per lì di un solo minuto. Due volte, poi, riescì a far cadere il naso; ma una guardia gli fe’ cenno di lontano con l’alabarda e gli gridò: Raccogli; ti è caduta qualcosa». E Ivan Iakovlevic fu costretto a raccogliere il naso e ricacciarselo in tasca. Fu colto da disperazione, tanto più che la folla andava sempre più crescendo nella via, a mano a mano che si aprivano i magazzini e le botteghe. Decise di raggiungere il ponte Isaakev: forse, là, avrebbe avuto agio di gettare il naso nell’acqua della Nevà. Ma io ho commesso il fallo di non avervi ancor detto nulla su quel ch’era Ivan Iakovlevic, uomo eminente sotto diversissimi aspetti. Ivan Iakovlevic, come ogni artiere russo che si rispetti, era un ubriacone inveterato, e sebbene radesse tutti i giorni le barbe altrui, non radeva quasi mai la sua. La sua marsina (giacchè Ivan Iakovlevic non andava mai in gabbano) era bigiastra, o meglio, era nera con macchie giallocannella, e bigia; il collo lucido di grasso, e al posto de’ tre bottoni, penzolavano ancora i fili attorcigliati. Ivan Iakovlevic era cinico addirittura: quando l’assessore di collegio Kovalev gli diceva, secondo il solito, mentre lui lo radeva: «Ti puzzan sempre le mani, Ivan Iakovlevic», lui rispondeva: «Perché puzzerebbero?». «Non so, fratel mio, ma puzzano», ripeteva l’assessore di collegio Kovalev; e Ivan Iakovlevic, annusata una presa, gl’insaponava poi le guancie, sotto il naso, dietro le orecchie, sotto il mento, ovunque, in una parola, credesse conveniente. Questo onorando cittadino giunse alla fine sul ponte Isaakev. Gettò un’occhiata intorno, si avvicinò poi alla balaustrata come per veder se sotto il ponte passassero molti pesci; e, adagio adagio, vi gettò il pannolino col naso. Gli parve esser liberato dal peso a un tratto di dieci ''pudi''<ref>''Pud'': misura di peso, che vale 10 chilogrammi e mezzo.</ref> sulla persona. E sorrise, persino. Invece poi di andarsene a radere la barba agl’impiegati, entrò in uno stabilimento con l’insegna: «Cibi e tè», e chiese un bic-<noinclude><references/></noinclude> gukro5etgyjcgs17w5iokvzm250bks4 Pagina:Gogol - Novelle, traduzione di Domenico Ciampoli, 1916.djvu/210 108 909543 3904775 3283990 2026-09-28T13:31:28Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Riletta */ 3904775 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|208||''GOGOL''|riga=si}}</noinclude>chiere di poncio. Scorse, subito, in capo al ponte, il commissario di polizia del quartiere, uomo dalle forme distinte, da’ favoriti fulvi, dal tricorno, e lunga spada. Ivan Iakovlevic addiacciò dallo spavento. Intanto il Commissario gli accennò con la mano, e gli disse: «Avvicinati qui, caro!». Ivan Iakovlevic, uso alle belle maniere, si tolse di lontano il berretto, e, avvicinatosi senza indugio, disse: — Auguro il buon giorno a Vostra Nobiltà. — No, no, fratel mio, non c’è nobiltà. Dimmi, che hai fatto laggiù, sul ponte? — Affè, signore, andavo a radere i miei clienti, e ho guardato solo se la corrente è rapida... — Mentisci, mentisci. Così non te la cavarai. Vuoi rispondere a tono? — Son disposto a radere Vostra Grazia due volte la settimana, e anche tre, senza fallo... — rispose Ivan Iakovlevic. — No, amico mio, codeste son ciarle. Già mi radono tre barbieri e se ne stimano onoratissimi. Invece io ti domando che cosa hai fatto laggiù... Ivan Jakovlevic impallidì... Ma qui la storia si copre di una nubre opaca, e di quel che avvenne poi non si sa proprio assolutamente nulla. {{Ct|t=3|v=1|II.}} L’assessore di collegio<ref>''Assessore di collegio'': si chiama il funzionario di ottava classe nel ''cin''. Nell’esercito si chiama ''maggiore'', nelle scienze ''dottore''. Ecco perchè più giù si dice non potersi comparare chi riceva quel grado con le pergamene a chi lo guadagna, combattendo, nel Caucaso.</ref> Kovalev si destò per tempo e fece con le labbra: Brrr... brrr....!, come soleva fare ogni volta al destarsi, senza aver mai saputo dire perchè. Si stirò e comandò che gli portassero uno specchietto che si trovava sul tavolino. Voleva osservare un foruncolo che la sera avanti gli era spuntato sul naso; ma, con somma sorpresa, vide che invece del naso era un taglio netto<noinclude><references/></noinclude> k42peclea7zpkvbl5zhy1slc96px8y0 Pagina:Gogol - Novelle, traduzione di Domenico Ciampoli, 1916.djvu/214 108 913736 3904776 3283922 2026-09-28T13:32:00Z Marcella Medici (BEIC) 22982 3904776 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|212||''GOGOL''}}</noinclude>{{Nop}} — Mi scusi... ma io non arrivo a comprendere di che cosa mi parli. Si spieghi. — Come spiegarmi con lui? — pensò Kovalev. E, raccogliendo le forze, cominciò: — Sicuro, io... d’altra parte, io sono maggiore. Mi trovo senza naso. Lei capirà; non è proprio conveniente. Per qualche rivendugliola che spaccia arance sul ponte Voskresenski, passi pure lo star senza naso; ma per me che intendo diventar funzionario, e che ho inoltre relazioni in molte case, con signore, per esempio la signora Cekhtareva, moglie di un consigliere di Stato, e molte altre, giudichi un po’ lei stessa... Io non so, signore (e così dicendo il maggiore Kovalev alzò le spalle)... Scusi... scusi... se si considera codesto dal punto di vista dell’onore e del dovere... lei stessa capirà... — Non capisco addirittura niente! — rispose il naso. — Si spieghi meglio. Signore, — rispose Kovalev col sentimento di alta dignità personale: — non so come spiegar invece le sue parole. Qui la faccenda, a quel che mi pare, è chiara e tonda... o lei vuole... Giacchè, insomma, lei ha il naso mio! Il naso fissò il maggiore e aggrottò alquanto le sopracciglia. — Lei s’inganna, signore; il mio naso è mio. D’altra parte, fra noi non può esser nulla a partire. A giudicar dai bottoni della sua uniforme di subalterno, lei dev’essere impiegato in altro ramo di servizio. E, con queste parole, il naso si volse altrove. Kovalev era tutto crucciato, non sapendo che farsi e che pensare. In quel mentre, un gradevole fruscio di gonne s’intese: una signora attempata, adorna di pizzi, si avvicinò con a fianco un’esile giovinetta, la cui veste bianca le disegnava elegantissimamente la personcina armoniosa, con un cappello giallo-paglino lieve come pasta frolla. Kovalev si avvicinò alquanto, si raccomodò il collo della camicia di bastista, protese i piccoli sigilli pendenti dalla catena d’oro, e, sorridendo di lato, volse l’attenzione sulla giovinetta snella, che s’inchinava leggermente, quasi fiore primaverile, e si portava alle labbra una manina bianca dalle dita quasi trasparenti. Il sorriso, apparso appena sul volto di Kovalev, si diffuse meglio quando scorse sotto il cappellino un mento ovale d’un niveo<noinclude><references/></noinclude> t9nbaoadu06uln1ysszb2yplwomcw8j Pagina:Gogol - Novelle, traduzione di Domenico Ciampoli, 1916.djvu/216 108 913739 3904778 3283940 2026-09-28T13:32:13Z Marcella Medici (BEIC) 22982 3904778 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|214||''GOGOL''|}}</noinclude>{{Nop}} — Sì, — aggiunse il portiere: — non è molto, ma è uscito; se fosse arrivata un minutino prima, probabilmente lo avrebbe trovato. Kovalev, senza togliersi il fazzoletto dal viso, sedette di nuovo vicino al cocchiere e gli gridò con voce disperata: — Su, via; corri. — Dove? — chiese il cocchiere. — Va’ diritto. — Come diritto? Siamo a un angolo di via: a destra o a sinistra? Questa dimanda intrigò Kovalev e lo costrinse di {{Ec|nuovovo|nuovo}} a pensare. Nelle sue condizioni, lui doveva anzitutto recarsi al Tribunale di polizia, non già perchè la sua faccenda avesse una diretta inerenza con la polizia, ma perchè le sue indagini potevano essere più rapide colà che non altrove. Andare a chieder giustizia nella direzione degli uffici, ov’era in funzione il naso, poteva essere imprudenza, giacchè, udite le risposte del naso medesimo, era evidente che per lui non esisteva nulla di nascosto, e lui poteva mentire anche in questa occasione, come aveva già mentito, assicurando di non essersi trovato mai con lui. Kovalev voleva dunque ordinare d’esser condotto al tribunale di polizia, quando gli venne in mente che quel briccone astuto, il quale, nel primo incontro, si era comportato in maniera sleale, poteva a bell’agio profittar dell’indugio e scappar dalla città, e allora, tutte le ricerche diventerebbero inutili, anzi si prolungherebbero, Dio ne scampi, per un mese intero. Alla fine, pare che proprio lo aiutasse il cielo. Egli risolse di andar di corsa all’amministrazione di un giornale, e far inserire subito un annunzio con la descrizione minuta de’ connotati, perchè chi lo incontrasse potesse condurglielo, o almeno almeno indicargli la casa di quel ribaldo. Preso questo partito, comandò al cocchiere di menarlo appunto all’amministrazione d’un giornale, e per tutta la via si dette a picchiar sodo coi pugni sulla schiena dell’automedonte, gridandogli: «Corri più presto, mascalzone! più presto, canaglia!». — Eh via, barin! — diceva il cocchiere, scuotendo il capo, e sforzando con le redini il cavallo dal pelo lungo. Il ''droski'' si fermò alla fine, e Kovalev entrò, a perdifiato, in una stanzetta da ricevere, ove un vecchio impie-<noinclude><references/></noinclude> 2l4kp6q1ul6g6spf4tfyajo6jy3yy5v Pagina:Gogol - Novelle, traduzione di Domenico Ciampoli, 1916.djvu/218 108 913742 3904779 3283893 2026-09-28T13:33:47Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Riletta */ 3904779 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|216||''GOGOL''|}}</noinclude>{{Nop}} La stanza, nella quale si pigiava tanta gente, era piccola e l’aria greve, densa; ma l’assessore di collegio Kovalev non poteva sentir niente, avendo la faccia coperta da un fazzoletto e il naso... Dio sa dove. — Signore, mi permetta di pregarla... Ho molta fretta... — disse egli alla fine, impazientito. — Subito! Subito!... due rubli e quarantatrè copeki!... Un minuto!... Un rublo e sessantaquattro copeki! — disse il vecchio signore, lasciando in disparte, anche cogli occhi, i fogli delle vecchie e dei portieri. — Lei che desidera? — chiese in fine voltosi a Kovalev. — Prego... — disse Kovalev. — È avvenuta una frode o una ladreria... sinora non so come. Io la prego d’inserire soltanto che colui il quale mi consegnerà quel furfante avrà una buona ricompensa. — Voglia dirmi il suo cognome. — No; perchè il mio cognome non posso dirlo. Ho molte relazioni: la signora Cekhtareva, moglie di un consigliere di Stato, la signora Pelagia Grigorevna Podtocina, moglie di un ufficiale superiore... Se venissero a saper d’improvviso... Dio me ne guardi! Lei può scrivere semplicemente: «Un assessore di collegio», o meglio, «Un maggiore». — Dunque, il suo mozzo di stalla è scappato... — Che mozzo di stalla!... C’è di peggio... Ciò che è scappato è... il naso! — Ve’, che strano cognome! E qual somma questo signor Naso le ha preso? — Naso! Ma lei non ha compreso ancora! È il mio naso, proprio il mio naso, ch’è scomparso, nè so dove si trovi. Il diavolo ha voluto giuocarmi un brutto tiro! — Ma come mai è scomparso? lo non ci capisco niente affatto. — Io non posso dirle come. Ma l’importante è che esso va in giro adesso per la città e s’intitola consigliere di Stato. E però io la prego di annunziare: che colui, il quale lo afferri, me lo porti subito, nel tempo più breve. Lei d’altronde capisce come mai possa io vivere senza questa parte della mia persona. Non si tratta, per esempio, d’un dito del piede... Nella scarpa non se ne vede la mancanza... Io vado ogni giovedi dalla moglie d’un consigliere di Stato, la signora Cekhtareva; conosco pure la signora Pelagia Grigorevna Podtocina, moglie di un ufficiale su-<noinclude><references/></noinclude> ek19ddbwh1zn3z22r0b5v8rjs6ajnv8 Pagina:Gogol - Novelle, traduzione di Domenico Ciampoli, 1916.djvu/219 108 913743 3904780 3283950 2026-09-28T13:35:04Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Riletta */ 3904780 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|''NOVELLE''||217}}</noinclude>periore, che ha una graziosissima figlia... Ho ancora altre brillanti relazioni, e lei comprende come io posso oramai... Oramai mi è impossibile comparire in qualsiasi luogo. L’impiegato riflettè, mordendosi forte le labbra. — No; io non posso inserire tale annunzio nel giornale, — disse alla fine, dopo lungo silenzio. — Come?... Perchè? — Perchè un giornale non può perdere il suo buon nome. Se ognuno comincia a inserirvi che gli è scomparso il suo naso, allora... Ecco perchè poi si sparge la voce che si stampano fandonie e si raccolgono voci menzognere... — E perchè questo sarebbe fandonia? Nel mio caso, pur troppo, non è niente di simile, mi pare. — Lei pensa così; or senta un fatto avvenuto la settimana scorsa. Venne qui un funzionario, proprio come lei è venuto quest’oggi, recando una noterella, che gli costò due rubli e settantacinque copeki. Tutto l’annunzio consisteva in ciò: un barboncino dal pelo nero è fuggito. Lei mi dirà: Oh come c’entra? Avvenne questa ridicola coincidenza: che il barboncino non era se non il cassiere di non so quale amministrazione. — Ma io non le chiedo di pubblicare circa un barboncino; ma pel mio naso, e, in conseguenza, per me stesso. — No, non posso inserire codesto annunzio. — Neppur quando il mio naso sia veramente scomparso? — Se è scomparso, è affare del medico; si dice che costoro possan piantar nasi convenientissimi. E poi, e poi, io credo che sia un uomo d’indole allegra, che ama divertirsi e scherzare in società... — Le giuro per quanto è di più sacro! E poichè siamo a tal punto, mi permetta che le mostri... — Perchè adirarsi? — seguitò l’impiegato, annasando una presetta. — Del resto, se non le spiace, — soggiunse con moto di curiosità: — sarei pur contento di vedere... L’assessore di collegio si tolse il fazzoletto dal viso. — Davvero la cosa è singolarmente stupefacente!! — esclamò l’impiegato: — il filo è proprio come tagliato di netto... Sì, è piatto, che pare impossibile. — Ebbene, discuterà ancora adesso? Vede lei stessa quanto importi l’inserir questo avviso. Glie ne sarò par-<noinclude><references/></noinclude> qyfypjjt9iv22j0p3bd9bq3qw4wgfj5 Pagina:Gogol - Novelle, traduzione di Domenico Ciampoli, 1916.djvu/220 108 913744 3904781 3283952 2026-09-28T13:36:40Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Riletta */ 3904781 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|218||''GOGOL''}}</noinclude>ticolarmente grato, e son lieto di questa occasione che mi ha procurato il piacere di conoscerla... Il maggiore, come si vede, si era proposto, per quella volta sola, di usar le lusinghe. — Annunziar codesto, certo, è cosa da poco, — disse l’impiegato; — solo credo che lei non ne trarrà vantaggio di sorta. Lei dovrebbe incaricar qualcuno dalla penna industre di descriverlo come fenomeno di natura e d’inserir tale articolo nella «Abeille du Nord» (qui aspirò una presa), per giovare a’ giovani (qui si soffiò il naso), e anche per la pubblica curiosità. L’assessore di collegio era sempre più disperato. Abbassò gli occhi in calce al giornale, ove si trovavan le notizie teatrali, e sul viso già gli si diffondeva il sorriso, scorgendo il nome di una artista sua preferita, e già cacciava la mano in tasca per trarne un biglietto azzurro, giacchè a suo avviso, gli ufficiali superiori devono adagiarsi solo nelle poltrone, quando l’idea del naso gli conturbò tutto. Pare che lo stesso impiegato fosse commosso pel terribile caso di Kovalev. Desiderando alleviargli lo strazio, credette bene esprimergli la propria compassione con poche parole: «In verità, io sono molto sdegnato per l’avventura che l’è occorsa. Desidera una presa di tabacco? Scaccia il mal di testa e l’inclinazione alla melanconia; è anche un rimedio sovrano contro le emorroidi». E, così dicendo, l’impiegato presentò a Kovalev una tabacchiera della quale aperse delicatissimamente il coperchio, adorno del ritratto d’una signora col cappello. A questo imprudente procedere dell’impiegato, Kovalev finì col perdere la pazienza. «Non capisco», disse adirato, «come lei possa trovar qui cagione di burla; non vede che mi manca l’organo essenziale a fiutare? Il diavolo le porti via il suo tabacco! Adesso io non posso neppur più soffrirlo a vedere, non solo il suo esecrando ''berezinski'', ma perfino il rapè». A queste parole, uscì profondamente sdegnato contro l’amministrazione del giornale, e si diresse verso il commissariato di polizia. Kovalev giunse proprio sul punto che il funzionario stendevasi sbadigliando e dicendo fra sè: «Vo’ dormire per un paio di orette». Onde si vede che l’arrivo dell’assessore di collegio era oltremodo inopportuno. Il commissario era grande amatore di cose artistiche,<noinclude><references/></noinclude> s54lgagsctn6d7zh25u9k5yagun5b90 Pagina:Gogol - Novelle, traduzione di Domenico Ciampoli, 1916.djvu/221 108 913745 3904782 3283954 2026-09-28T13:38:17Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Riletta */ 3904782 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|''NOVELLE''||219}}</noinclude>e anche di oggettini industriali; ma preferiva a tutto un biglietto imperiale. «È cosa», soleva dire, «che non v’è la migliore: non chiede cibo, tien poco posto, rientra sempre bene in tasca, e se lo si lascia scivolare non si rompe». Ricevette Kovalev freddamente, facendogli capire che quella non era l’ora, subito dopo il desinare, di procedere ad una indagine; che la natura stessa insegna qualmente dopo il pasto dobbiamo riposare alquanto (così l’assessore di collegio potè vedere come gli apoftegmi de’ filosofi antichi non erano ignoti al commissario), e che un uomo d’ordine non perde il naso. Queste parole feriron profondamente il nostro eroe. Bisogna notare che Kovalev era uomo molto suscettibile. Poteva bensì perdonare quanto si dicesse sulla sua persona, ma non perdonava mai quanto oltraggiasse il grado o la funzione. Pensare che in teatro, sulle scene, si potesse lasciar correre, via, quanto si diceva contro i sottufficiali; ma che non si deve permetter parole contro gli ufficiali superiori. L’accoglienza del commissario lo sconvolse tanto, che tentennò la testa e disse con sentimento di dignità, stendendo un po’ la mano: «Confesso che dopo le parole offensive udite da lei, io non abbia più niente da aggiungere». E uscì. Rientrò in casa, sentendo appena di reggersi sulle gambe. Scendeva la notte e la sua dimora gli parve triste e sudicia, dopo tante inutili ricerche. Entrando nell’anticamera, vide sul divano di cuoio frusto il suo servo Ivan, che, coricato sul dorso, si divertiva a sputare sull’impiantito, cogliendo con molta destrezza, or questa or quella parte. Quella indifferenza lo rese furibondo; lo percosse col cappello sulla bocca, dicendogli: «Eccoti a far sempre scempiaggini». Ivan saltò d’un balzo dal posto e corse a tutte gambe per togliergli il mantello. Il maggiore, stanco ed afflitto, entrò nella sua stanza, si gettò su di una poltrona, e, dopo alcuni sospiri, disse: — Mio Dio! Mio Dio! Perchè questa sciagura? Se fossi senza mani e senza piedi... sarebbe meglio; ma un uomo senza naso, il diavolo sa che sia; un uccello non sarebbe più uccello, un cittadino non è più cittadino; è semplicemente cosa da prendere e buttar dalla finestra. Almeno me lo avessero tagliato in guerra, o in duello, o ne fossi<noinclude><references/></noinclude> 32rujrpvngqeqhr4i6f9snvtcx0yz96 Pagina:Gogol - Novelle, traduzione di Domenico Ciampoli, 1916.djvu/222 108 913746 3904783 3283955 2026-09-28T13:39:47Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Riletta */ 3904783 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|220||''GOGOL''}}</noinclude>io la cagione! Ma cascarmi così, per niente, per niente, addirittura per niente, gratuitamente, nemmanco per un centesimo! Orsù; no, non può essere, — soggiunse dopo aver riflettuto: — è incredibile che un naso caschi così; di tutte le maniere, questa è la più inverosimile. Certo, io sogno, o, semplicemente, me lo figuro; può darsi benissimo ch’io abbia bevuto, invece di acqua, l’acquavite con la quale mi lavo le guancie dopo d’essermi raso. Quello sciocco d’Ivan non me l’avrà tolta di mano, e, certamente io l’ho inghiottita. Per assicurarsi con certezza di non esser briaco, il maggiore si pizzicò così forte, che pel dolore gettò un grido. Questa ferita lo persuase affatto ch’era vivo davvero, e davvero operava sul serio. Si avvicinò pian piano allo specchio, battendo le palpebre sulle prime, e sperando che il naso comparirebbe al suo posto; ma indietreggiò subito d’un salto, esclamando: «Che caricatura!». La cosa diventava assolutamente incomprensibile: fosse scomparso un bottone, un cucchiaio d’argento, un orologio o qualcosa di simile, meno male; ma scomparire il naso...! E a chi, poi?... E nella stessa casa!... Il maggiore Kovalev, passando in rassegna tutte le vicende del caso, penso che a occhio e croce, la causa più certa doveva esser, nè altra c’era, la moglie dell’ufficiale superiore signora Podtocina, che desiderava fargli sposare la figlia. Egli si compiaceva bensì di corteggiare costei; ma eludeva sempre una conclusione finale. Quando la signora gli dichiarava apertamente di volergliela dare, egli indietreggiava a poco a poco, con molta cortesia, dicendo di esser ancora giovine, di dover servire ancora cinque anni, di aver appena giusto quarantadue anni. Appunto per ciò la moglie dell’ufficiale superiore, a vendicarsi, si era indotta a deformarlo, e aveva dovuto pagar per tanto qualche vecchia strega, essendo impossibile che il naso, in una o in altra guisa, gli fosse stato tagliato altrimenti: nella sua stanza non lo aveva avvicinato alcuno; il barbiere Ivan Ivanovic lo avea raso il mercoledì, e durante tutto quel giorno e tutto il giovedì, aveva avuto il naso intatto: questo lui ricordava perfettamente; n’era sicuro; e poi dolore ne avrebbe sentito, e, senza dubbio, la ferita non si sarebbe cicatrizzata presto, non sarebbe rimasta piatta come.... {{Ec|Almanacccò|Almanaccò}} in testa de’ disegni: intentare azione giu-<noinclude><references/></noinclude> 2j0kfe4nrwf3hiuftrjtvc16960c2is Pagina:Gogol - Novelle, traduzione di Domenico Ciampoli, 1916.djvu/223 108 913747 3904785 3283907 2026-09-28T13:40:58Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Riletta */ 3904785 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|''NOVELLE''||221}}</noinclude>diziaria alla signora Podtocina o presentarsi di persona da lei e svergognarla. Queste riflessioni furono interrotte dalla vista della luce, che penetrava dagli spirali dell’uscio e lo fece accorto che Ivan aveva acceso un lume nell’anticamera. Subito dopo apparve lo stesso Ivan con la candela in mano, e la stanza fu vivamente illuminata. Il primo moto di Kovalev fu di afferrar il fazzoletto e di coprire il posto ove il giorno innanzi trovavasi il naso, perchè lo sciocco servitore non cominciasse dallo spalancar tanto di bocca vedendo nel padrone quella stravaganza. Ivan non aveva avuto ancor tempo di riprendere il suo cantuccio, quando s’intese nell’anticamera una voce sconosciuta che chiedeva: «Abita qui l’assessore di collegio Kovalev?». — Entri; il maggiore Kovalev è proprio qui, — disse Kovalev accorrendo per aprire l’uscio. Entrò un agente di polizia, uomo di bell’aspetto, dai favoriti non troppo chiari nè troppo scuri, dalle guancie paffute; lo stesso che abbiam veduto sul cominciar di questo racconto star in capo al ponte Isaakev. — È lei che ha avuto l’onore di perdere il naso? — Proprio io. — Esso è ormai rinvenuto! — Cosa dice? — esclamò il maggiore Kovalev. La gioia gli toglieva la favella; guardò un po’ perplesso il poliziotto, che gli stava davanti, con le labbra e le gote illuminate dalla vacillante luce della candela. — E come mai? — domandò alla fine. — Per un caso sorprendente; l’hanno arrestato sul punto che partiva. Lui si era già insediato nella diligenza, e voleva recarsi a Riga. Il suo passaporto era già da gran tempo intestato a un funzionario. Il più stupefacente è poi ch’io stesso l’avevo preso per un signore, sulle prime; ma, fortunatamente, messi gli occhiali, mi accorsi subito che era un naso. Devo dirle che io sono miope, e, se lei mi si pone dinanzi, vedo bene che lei ha la faccia, ma non distinguo il naso, la barba, niente. Mia suocera, la madre di mia moglie, neppure lei vede niente. Kovalev stava sulle spine. — Dov’è? Dov’è? Vi corro subito. — Non si disturbi tanto, Sapendo che vi è necessario l’ho portato con me. Ciò che poi è curioso è il fatto che<noinclude><references/></noinclude> 1po56qrus0woj2q9co4tt6lwcpcwo0u Pagina:Gogol - Novelle, traduzione di Domenico Ciampoli, 1916.djvu/224 108 913748 3904787 3283934 2026-09-28T13:42:22Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Riletta */ 3904787 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|222||''GOGOL''}}</noinclude>il complice principale di questa briga è un briccone di barbiere in via Vosnesenski, che ora si trova in gattabuia. Io lo sospettavo da un pezzo come ubriacone e ladruncolo; due giorni or sono, egli ha portato via da un negozio due carte di bottoni. Il suo naso è perfettamente intatto. E, così dicendo, l’agente si frugò nelle tasche, e ne trasse il naso, avvolto in un pezzo di carta. — Sì; è proprio desso! — esclamò Kovalev: — è desso, sicuramente desso! Accetti di prender ora con me una tazza di tè. — Le sono riconoscentissimo per la sua squisita cortesia; ma non posso, devo correre di qui a una casa di correzione... In questi ultimi tempi è avvenuto un gran rincaro ne’ viveri... Ho con me mia suocera, la madre di mia moglie, e tanti figliuoli... Il primogenito dà veramente grandi speranze; è un ragazzo intelligentissimo; ma mi mancano affatto i mezzi per la sua educazione... Il medico comparve quasi subito. Dopo d’aver chiesto da quanto tempo era avvenuta la disgrazia, afferrò il maggiore Kovalev pel mento, e col pollice gli percosse il punto ove già trovavasi il naso. Così il maggiore fu costretto a dar della testa all’indietro tanto forte che battè l’occipite alla parete. Il medico disse che non era niente; e allontanatosi dal muro, gli ordinò di piegar la testa prima a destra e tastandogli il posto del naso, fece: Oè! poi gli ordinò di piegarla a sinistra, tastò e rifece: Oè! Per concludere, lo percosse di nuovo, sì che Kovalev ritrasse la testa, come un cavallo cui si osservino i denti. Fatta quella prova, il medico tentennò il capo, e disse: — No; è impossibile. Preferisca di restare così, perchè sarebbe peggio. Certo, lo si può attaccare; posso attaccarglielo or ora, sicuro; ma le assicuro che sarà peggio per lei. — Stupendo! E come posso rimaner senza naso? — disse Kovalev. — Non può esser peggio di adesso, senza contar che solo il diavolo sa che cosa sia. Dove comparire con una testa così grottesca? Io ho bellissime relazioni; e oggi stesso, di sera, debbo recarmi in due case; son conosciuto da molta gente; per esempio dalla moglie del consigliere di Stato Cekhtareva, dalla signora Podtocina, moglie d’un ufficiale superiore, sebbene dopo il procedere attuale io non avrò più niente a spartire con lei, se non<noinclude><references/></noinclude> f5gk6fazayewcoicrfzsv0jo5wugvd4 Pagina:Gogol - Novelle, traduzione di Domenico Ciampoli, 1916.djvu/225 108 913749 3904788 3283910 2026-09-28T13:43:47Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Riletta */ 3904788 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|''NOVELLE''||223}}</noinclude>per mezzo della giustizia. Mi faccia grazia, — soggiunse Kovalev con voce supplichevole, — di attaccarlo e non importa come. Se pur non vada d’incanto, basta che regga; potrò anche sostenerlo leggermente con la mano, ne’ casi un po’ pericolosi. Nè mi metterò a ballare, per paura che non corra rischio in qualche moto inatteso. Circa poi il compenso per questa visita, creda che per quanto posso... — Sappia, — disse il medico con voce non tanto alta nè tanto bassa, ma singolarmente insinuante e persuasiva, — che io non curo mai per amor di guadagno. È contro i miei principi e l’arte mia. Prenderò qualcosa per la visita, ma solo per non offenderla con un rifiuto. Sicuro; posso attaccarvi il naso; ma le dò la mia parola d’onore che così sarà più brutto, molto più brutto. Lasciamo invece far la natura. Lavi soltanto la parte con acqua fredda e l’assicuro che, privo del naso, lei starà bene quanto col naso. Ma le consiglio di conservare il suo naso nello spirito di vino in un vaso, o meglio, di versar nel recipiente due buone cucchiaiate d’acquavite e di aceto caldo... e davvero ne potrà cavar molto danaro. Lo porterei via io stesso, se lei non ci tenesse. {{Ec|No|— No}}, no; non lo venderò per tutto l’oro del mondo! — esclamò il maggiore, disperato. — Preferisco perderlo! — Scusi, — disse il dottore, andandosene: — volevo esserle utile... Che fare?... D’altra parte, lei ha veduto la mia sollecitudine... Così dicendo il dottore uscì dalla stanza, con nobile andatura. Kovalev non lo guardò neppure in viso, e, immerso in profondo annientamento, non distinse che i polsi della candida camicia netta come neve che uscivan dalle maniche della marsina nera. La dimane, prima di dar querela, s’indusse a scrivere alla signora Podtocina per sapere se lei non volesse consentir di buon grado alla sua dimanda. La lettera era concepita così: ::«''Signora Alessandra Grigorevna,'' «Io non posso imaginar da parte sua un’azione così inaspettata; sia certa che, operando in tal guisa, lei non ci guadagnerà niente, e non m’indurrà punto a sposare sua figlia. Oramai, da un pezzo, la faccenda che riguarda<noinclude><references/></noinclude> pgr4wfcmkynoeowulp4obu1usv2nesf Pagina:Gogol - Novelle, traduzione di Domenico Ciampoli, 1916.djvu/226 108 913750 3904791 3283935 2026-09-28T13:45:00Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Riletta */ 3904791 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|224||''GOGOL''}}</noinclude>il mio naso è chiarita, circa la parte che lei vi ha avuto come principale istigatrice; anzi addirittura la sola. Il suo staccarsi dal posto, la sua fuga, e il suo travestimento da funzionario, tutto ciò in somma, nel singolare suo atteggiamento, non è altro che una serie di stregonerie eseguite da voi o da persone che si dànno per conto suo alle nobili concentrazioni di tal genere. A mia volta, sento il dovere di avvertirla prima che, se il naso del quale io parlo non sarà oggi stesso rimesso a posto, io sarò costretto a ricorrere all’aiuto e all’assistenza delle leggi. «Intanto, col massimo rispetto per lei, ho l’onore di essere suo umile servitore {{A destra|{{Sc|Platone Kovalev}}».}} ::«''Signor Platone Kovalev,'' «La sua lettera mi ha sommamente sorpresa. Le confesso che davvero non me l’aspettavo, massime pei suoi ingiusti rimproveri. L’avverto che non ho mai ricevuto in casa il funzionario del quale lei parla nè travestito, nè sotto il suo vero aspetto. Da me venne, è vero, Filippo Ivanovic Potancicov; e, sebbene egli chieda ora la mano di mia figlia e che sia di sobria ed ottima condotta, e abbia molta cultura, io non gli ho lasciata punto speranza. Lei parla anche del suo naso. Se lei con ciò vuol dire ch’io ho intenzione di ridere sul naso, vale a dire di darle un formale rifiuto, io sono stupita che lei dica così; giacchè io sono di parere affatto contrario, lei lo sa benissimo; e se lei richiede adesso mia figlia in forma legale per ottenerla in isposa, io sono disposta a sodisfarla senza alcun indugio. Ciò sarà sempre oggetto del mio desiderio più vivo, nella cui speranza son sempre disposta a servirla. {{A destra|{{Sc|Alessandra Podtocina.»}}}} — No, — disse Kovalev dopo aver letta questa lettera: — lei è proprio incapace di tanto. Non può essere! Una lettera scritta così non può essere d’una persona che abbia commesso un delitto. — L’assessore di collegio era esperto in simili faccende e in altre, anzi una volta era stato mandato a compiere una inchiesta nel Caucaso. — In che modo, con quali malie, intanto, si è compiuto? — disse fra sè. — Oramai vada tutto al diavolo. E si lasciò cader le mani.<noinclude><references/></noinclude> nxgg335kmgwxkqy8bwysuxsjxtup70o Pagina:Gogol - Novelle, traduzione di Domenico Ciampoli, 1916.djvu/227 108 913751 3904792 3283912 2026-09-28T13:46:32Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Riletta */ 3904792 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|''NOVELLE''||225}}</noinclude>{{Nop}} Frattanto, in tutta la capitale, correvan le voci sul singolare avvenimento, e, come sempre avviene, non senza frange e ricami. Tutti gli animi, di quel tempo, eran rivolti allo straordinario. Poco tempo prima il pubblico si era commosso a due esperienze di magnetismo; era ancor recente la storia delle tavole giranti in via delle Scuderie. Non bisogna dunque meravigliarsi se si cominciò subito a diffonder la novella che il naso dell’assessore di {{Ec|colleigo|collegio}} Kovalev passeggiava verso le tre sulla Prospettiva della Nevà, e già da un bel pezzo. Una gran moltitudine di curiosi vi affluì ogni giorno. Alcuno affermò che il naso trovavasi nel magazzino di Iunker, ove si accalcò tanta folla, occupando anche i dintorni, che la polizia fu costretta a stabilirvi un servizio d’ordine. Uno speculatore, uomo da bene, con favoriti, che vendeva all’uscita dei teatri caramelle e paste secche, fece inalzare apposta bellissimi palchetti solidi di legno, ove invitava i curiosi a salire per sessanta copeki ciascuno. Un colonnello di gran merito uscì di casa a buon’ora per veder codesto; e potè penetrare a stento tra la folla; ma, con profonda indignazione, non vide nella finestra della bottega, invece del naso, che una comunissima maglia di lana e un quadro in litografia rappresentante una giovinetta che rammenda calze, e un elegante dal corpetto scollato, dalla barbettina corta, che la guarda dall’alto di un albero... quadro che era là da oltre dieci anni. Il colonnello se ne andò indispettito, dicendo: «Come mai si può ingannare il popolo con ciarle tanto sciocche e inverosimili!». Corse poi la voce che il naso del maggiore Kovalev passeggiava, non più sulla Prospettiva della Nevà, ma nel giardino di Tauride: vi si trovava già da molto tempo, dicevano, sin da quando vi soggiornava Khozrev Mizza, che si meravigliava di quel bizzarro capriccio della natura. Vi furon mandati alcuni studenti dell’accademia di medicina. Una rispettabile signora, di altissima nascita, pregò il guardiano di quel giardino, con lettera riservata, di mostrare ai figli quel raro fenomeno, e, possibilmente, di unirvi una spiegazione introduttiva ed edificante per la gioventù. Questi fatti formaron la delizia de’ visitatori mondani, necessari a ogni discorso, ove cercasi di svagare le signore, e ove le argute raccolte di notizie vanno sempre più scemando. Invece, un gruppetto di persone onorevoli e ben pensanti se ne mostrò scontentissimo; anzi un si-<noinclude>{{RigaIntestazione|{{smaller|{{Sc|Gogol}}}}: ''Novelle''.||{{smaller|13}}}}</noinclude> nkpsyrexep5s60dlorslqy0gveolcgz Pagina:Gogol - Novelle, traduzione di Domenico Ciampoli, 1916.djvu/228 108 913752 3904795 3283956 2026-09-28T13:47:29Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Riletta */ 3904795 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|226||''GOGOL''}}</noinclude>gnore, sdegnato, ebbe a dire di non comprendere come nel secolo civile in cui viviamo potevan diffondersi cotali voci false e assurde, meravigliandosi che il governo non rivolgesse più vigili cure sull’argomento. Quel signore, evidentemente, era di coloro che vogliono mischiare da per tutto il governo, magari ne’ pettegolezzi quotidiani con le proprie mogli. Dopo di che... ma qui la storia copresi novellamente di un denso velo e di quel che avvenne dopo non si sa niente addirittura. {{Ct|t=3|v=1|III.}} Avvengono nel mondo scioccherie d’ogni sorte, e i fatti talora non hanno alcuna verisimiglianza: or quello stesso naso che girava in divisa di consigliere di Stato e suscitava nella città tanto scalpore, si ritrovò d’improvviso, non si sa come, al suo posto preciso, fra le due guancie del maggiore Kovalev. Ciò avvenne il 7 di aprile. Svegliatosi, e guardandosi nello specchio, il maggiore vide il suo naso! Vi portò la mano... Era davvero davvero il suo naso. — Ah, ah! — esclamò Kovalev, e poco mancò non si desse a ballare coi piedi scalzi per la stanza. Ne fu impedito dall’arrivo d’Ivan. Gli comandò di portargli subito da lavarsi, e lavandosi, si guardava nello specchio; il naso era là, ben piantato. Si asciugò con un pannolino, e si mirò novellamente nello specchio... il naso era sempre là. — Guarda qui, Ivan; mi sembra di aver sul naso un foruncoletto, — disse: intanto, pensava: «Il guaio sarà che Ivan mi dirà: — Ma lei, signor mio, non solo non ha foruncolo, ma neppur naso». Invece, Ivan rispose: — Non c’è niente; nemmeno l’ombra di foruncolo: il suo naso è intatto. — Benissimo! Or il diavolo mi porti! — disse fra sè il maggiore, e fece schioccar le dita. In quel momento apparve sull’uscio il barbiere Ivan Iakovlevic, dall’aria paurosa d’un gatto frustato. — Dimmi prima: hai le mani nette? — gli gridò di lontano Kovalev. — Nettissime. — Menti.<noinclude><references/></noinclude> ebj1ik4b7kwqze1rsqgcgx2f7z5timw Pagina:Gogol - Novelle, traduzione di Domenico Ciampoli, 1916.djvu/229 108 913753 3904797 3283958 2026-09-28T13:49:04Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Riletta */ 3904797 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|''NOVELLE''||227}}</noinclude>{{Nop}} — Giuro a Dio che sono nette, signore! — Orsù: fammele vedere. Kovalev sedette. Ivan Iakovlevic gli attorse al collo un asciugamano, in men che si dica gl’insaponò la barba e parte delle guancie con un pennello in crema, come quella che vendono i gelatieri nelle feste. «Vedi, ve’!», disse fra sè Ivan Iakovlevic, dopo aver guardato il naso! e poi, chinando il capo di lato, osservato nell’altro senso: «Vedi! Sta proprio a dovere!», soggiunse; e stette per un pezzo a contemplare il naso. Alla fine, con vigile cura e prudenza, come si fa per sè stessi, egli strinse due dita per prenderne la punta. Era il metodo di Ivan Iakovlevic. — Su, via! bada! — gridò Kovalev. Ivan Iakovlevic lasciò cader la mano, perdette la testa e si sconvolse come non mai sino allora. Cominciò alla fine a raspare accuratamente col rasoio sotto la barba, e sebbene gli fosse difficile il radere senza poggiar le dita sulla parte olfattiva del corpo, tuttavia aiutavasi alla meglio col pollice posato sulla guancia e sulla gengiva inferiore, e, bene o male, giunse a vincer le difficoltà e conseguì l’operazione. Quando fu pronta ogni cosa, Kovalev si affrettò a vestirsi; prese un cocchiere e andò difilato a una dolceria. Entrando, ancor lontano, gridò: «Giovinotto! Una tazza di cioccolatte!» e si guardò nell’un tempo in uno specchio: il naso era proprio a posto! Si volse allegramente, e con aria spavalda osservò, strizzando l’occhio, due militari, uno dei quali aveva il naso più piccolo di un bottone da corpetto. Si recò poi nella cancelleria del Ministero, dove sollecitava per aver un posto di vice-governatore; e, in caso avverso, almeno quello di usciere; traversando la sala da ricevere, si guardò ancora nello specchio; il naso era sempre là. Si diresse poi da un altro assessore di collegio, un maggiore, grandissimo burlone, motteggiatore, al quale soleva dire in risposta a’ frizzi mordaci: «Oh, io ti conosco, io: tu sei pungente!». Pensava per via: Se il maggiore non scoppia a ridere nel vedermi, sarà segno che in me tutto sta bene. Ma l’assessore di collegio non c’era. Benissimo! Ottimamente! Se lo porti il diavolo, disse fra sè Kovalev. Incontrò per via la moglie dell’ufficiale supe-<noinclude><references/></noinclude> lvcsu9shr6a5ky1wztnk60xj4h1lpbq Pagina:Gogol - Novelle, traduzione di Domenico Ciampoli, 1916.djvu/230 108 913754 3904799 3283936 2026-09-28T13:50:16Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Riletta */ 3904799 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|228||''GOGOL''}}</noinclude>riore, signora Podtocina, con la figlia, le fece una riverenza, e fu accolto da liete manifestazioni: non gli mancava dunque niente. Conversò a lungo, e, apposta, aperta la tabacchiera, fiutò il tabacco, dinanzi a loro, per le due narici, dicendo fra sè: «Pigliate, ora, femmine, popolo di galline! Io non sposerò punto tua figlia. A meno che lei non consenta... ''simplement par amour!''<ref>In francese nel testo.</ref> Allora, sia! E il maggiore Kovalev girò per la Prospettiva della Nevà, pei teatri, da per tutto. E il naso, come se niente fosse, gli restò lì, piantato in faccia, senza pur l’ombra di piegar da lato. E da quel giorno in poi il maggiore Kovalev sembra di buon umore, sorridente, e cercatore appassionato di belle donne; lo si vide anche una volta in un banco del Gostini comperar un nastro cavalleresco; non si può sapere il motivo, perchè lui non era cavaliere di niun ordine. Questa è la storia avvenuta nella capitale settentrionale del nostro vasto impero. Ora, ora, a ben considerare ogni cosa, vediamo che vi sono molte inverosimiglianze: senza pensar di quel che è stupefacente in quello staccarsi subitaneo del naso, del suo comparir in vari luoghi sotto l’aspetto di segretario di Stato, come mai Kovalev non capì che per un naso non può farsi l’annunzio su d’un giornale? E qui non voglio discutere l’alto prezzo da sborsare per una inserzione, poichè io non sono punto da metter fra le persone avare; ma la cosa è indecente, goffa e sconveniente. E questo ancora: come mai il naso si trovò in un pane cotto, e come mai Ivan Iakovlevic stesso fu a trovarlo...? No, io non posso affatto capir codesto; davvero, non capisco. Ma ciò ch’è ancora più curioso, più incomprensibile, è che qualche scrittore possa scegliere simili argomenti. Lo confesso; anche questo è per me inconcepibile e, davvero... no, no! Non ci capisco niente! E proprio non so che... Eppure, in fin dei conti, forse in fondo in fondo si potrà ammettere prima una cosa, poi una seconda, poi una terza, e via via... Giacchè, a dirla fra noi, dove non si trovano rassomiglianze? E quando si pensi a ciò, sicuro, qualcosa c’è. Si ha un bel dire; ma fatti simili avvengono nel mondo; di rado sì, ma avvengono. {{Centrato|{{Sc|Fine.}}}}<noinclude><references/></noinclude> 4syf4li3rc7me9onrgbrwc262vp2grw Il naso 0 913755 3904824 3808125 2026-09-28T14:11:21Z Spinoziano (BEIC) 60217 Porto il SAL a SAL 100% 3904824 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=28 settembre 2026}}{{Intestazione | Nome e cognome dell'autore = Nikolaj Vasil'evič Gogol' | Nome e cognome del curatore = | Titolo =Il naso | Anno di pubblicazione = 1836 | Lingua originale del testo =russo | Nome e cognome del traduttore = Domenico Ciampoli | Anno di traduzione =1916 | Progetto = | Argomento =Novelle | URL della versione cartacea a fronte = Indice:Gogol - Novelle, traduzione di Domenico Ciampoli, 1916.djvu }} {{Raccolta|Novelle (Gogol)}} <pages index="Gogol - Novelle, traduzione di Domenico Ciampoli, 1916.djvu" from="205" to="231" /> {{Sezione note}} 0uv4hqgh87mq9fawf58wkp301e9sxt8 La notte di san Giovanni 0 913922 3904714 3812643 2026-09-28T12:34:32Z Spinoziano (BEIC) 60217 Porto il SAL a SAL 100% 3904714 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=28 settembre 2026}}{{Intestazione | Nome e cognome dell'autore = Nikolaj Vasil'evič Gogol' | Nome e cognome del curatore = | Titolo =La notte di san Giovanni | Anno di pubblicazione = 1830 | Lingua originale del testo =russo | Nome e cognome del traduttore = Domenico Ciampoli | Anno di traduzione =1916 | Progetto = | Argomento =Novelle | URL della versione cartacea a fronte = Indice:Gogol - Novelle, traduzione di Domenico Ciampoli, 1916.djvu }} {{Raccolta|Novelle (Gogol)}} <pages index="Gogol - Novelle, traduzione di Domenico Ciampoli, 1916.djvu" from="129" to="148" /> {{Sezione note}} qojm6i460tc62320htnvvmhizbtamy4 Pagina:Gogol - Novelle, traduzione di Domenico Ciampoli, 1916.djvu/155 108 913941 3904688 3301877 2026-09-28T12:00:59Z Marcella Medici (BEIC) 22982 3904688 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Accolturato" />{{RigaIntestazione|''NOVELLE''||153}}</noinclude>za», volevo dirle, «non mi comanda di picchiarmi, ma se tuttavia vuol picchiarmi lei, lo faccia pure con la sua manina aristocratica». Ma, che il diavolo mi porti, la lingua non mi si sciolse, e risposi semplicemente: «Non è qui»: Guardò allora me, guardò i libri e si lasciò cadere il fazzoletto. Accorsi, scivolai sul maledetto pavimento e poco mancò non mi schiacciassi il naso; nondimeno mi rifeci, e raccolsi il fazzoletto. Santi del Cielo, che fazzoletto! Finissimo, di batista; ambra, ambra purissima, d’onde esalava come un profumo di generalato. Lei mi ringraziò, e sorrise quasi, così che le sue labbra zuccherine si toccaron lievemente, e se ne andò. Io rimasi là, seduto ancora un’ora. D’improvviso comparve un valletto, che mi disse: «Vada pure a casa; Aksentij Ivanoric, mio padrone, non esce dalle sue stanze». Io non posso sopportare la genia dei valletti; se ne sta sempre sdraiata nell’anticamera e non degna di far neppure un cenno del capo. E questo è niente; un giorno, uno di questi Oresti, dimenticando chi era, si permise di offrirmi una presa di tabacco. Ma sai tu, sai tu, stupido servo, che io sono funzionario, che sono di nobile stirpe? Presi intanto il cappello, imbracciai da me la pellegrina, giacchè quei messeri non ve la presentan mai, e uscii. A casa rimasi sul letto quasi tutto il mio tempo. Poscia, copiai bellissimi versi: <poem style="font-style: italic"> «Se da un’ora non vegga la mia Mi pare un anno. Or se L’attesa nel dolor sembra infinita, Posso vivere ancor?» dico fra me. </poem> {{no rientro}}Questa poesia dev’essere di {{AutoreCitato|Aleksandr Sergeevič Puškin|Puskin}}. A sera, indossata la pellegrina, me ne andai verso il portone a scalini di Sua Eccellenza, e aspettai lungamente se mai ella venisse a salir in carrozza, per poter rivederla ancora una volta; ma no, lei non è uscita. {{A destra|''6 novembre''}} Il nostro capo-sezione è sulle furie. Quando son giunto al Ministero, mi ha chiamato a sè e ha preso a parlarmi così: «Orsù, dimmi, se ti garba, cosa fai?». — «Come? Che faccio? Non faccio niente», ho risposto... «Via; pensa<noinclude><references/></noinclude> fg6x9zi3l3g4fo1a0d78bvjp90w2msh Pagina:Gogol - Novelle, traduzione di Domenico Ciampoli, 1916.djvu/156 108 913942 3904690 3285366 2026-09-28T12:03:15Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Riletta */ 3904690 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|154||''GOGOL''}}</noinclude>un po’. Tu hai sorpassata la quarantina; è tempo di mettere senno. Che credi? Credi che io non sappia le tue scappatelle? E ora fai la corte alla figlia del Direttore. Orvia; rimirati un momento, e pensa a quel che sei!... Tu non sei che uno zero e nulla più. Tu non possiedi un ''gros''<ref>Moneta che vale due ''copeki'', cioè otto centesimi.</ref>, il becco di un quattrino. Guardati un po’ nello specchio.... Come ti è potuto passare in testa una cosa simile?». Il diavolo mi porti, se poi la faccia sua non somiglia a una ampolla da speziale! Ha in testa un ciuffo di capelli acconciati a cresta, che tira su, in aria, e poichè se li unge con pomata alla rosa, crede che lui solo possa quel che vuole. Capisco, capisco, ciò non lo cruccia contro di me, Lui mi invidia, ha forse veduto i segni di preferenza accordatimi. Ma io gli sputo addosso! Gran che, un consigliere di corte!<ref>Settimo grado del ''cin'', che ne ha quattordici.</ref>. Lui porta una catena d’oro, si ordina stivali da trenta rubli; ma che il diavolo lo porti, forse io appartengo alla plebaglia, ai figli dei sottufficiali? Io sono nobile. E poi, in fin delle fini, posso anche io avanzar nella carriera. Aspetta, caro! Diventeremo anche noi colonnello! e poi, coll’aiuto di Dio, qualcosa di meglio ancora. Anche noi acquisteremo un appartamento, e più bello del tuo! Che ti sei fitto in capo? Che tu solo sei al mondo un uomo per bene? Dammi, non dico altro, una marsina di gala, di nova foggia, annodami una cravatta come la tua, e tu, tu non sarai degno di levarmi le scarpe... Io non ho quattrini... ecco la mia sventura! {{A destra|''8 novembre''}} Io sono stato a teatro: si dava il ''Buffone russo Filalka''. Ho riso molto. C’era anche una canzonetta in versi giocondi, sugli avvocati, massime sopra un registratore di collegio<ref>Ultimo grado del ''cin''.</ref>; versi audacemente scritti, tanto audaci, ch’io mi meravigliai come la questura li avesse lasciati correre; è pei mercanti, si diceva, senza tanti preamboli, che truffano la gente, mentre i figli si danno bel tempo e scimiottano i nobili. V’era anche un’arietta contro i giornalisti; che essi aman dir male di tutto, e che l’autore si metteva sotto la<noinclude><references/></noinclude> c1nvi6qjkd82fwqt0ugx5uz0lqct0b5 Pagina:Gogol - Novelle, traduzione di Domenico Ciampoli, 1916.djvu/157 108 913943 3904692 3285369 2026-09-28T12:04:48Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Riletta */ 3904692 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|''NOVELLE''||155}}</noinclude>protezione del pubblico. Gli scrittori del tempo nostro scrivono versi molto ameni. — A me piace l’andare a teatro. Appena qualche monetina ci tintinna nelle tasche, non possiamo resistervi dall’andarvi. E tuttavia fra i nostri colleghi funzionari, ci son tanti bestioni che non ci vanno di proposito deliberato, tranne quando si regalano loro biglietti gratuiti. Io penso a lei... Olà, briccone!... Niente, niente... {{A destra|''9 novembre''}} Verso le otto sono andato al Ministero. Il capo-sezione ha assunto l’aria di non notare il mio arrivo. Ed io, a mia volta, finsi che tra noi non fosse niente di comune. Ho rivisto e collazionato carte. Son venuto via alle quattro, passando vicino al quartiere del Direttore; ma non mi è venuto fatto di scorgere cosa alcuna. Dopo il desinare, ho passato nel letto quasi tutto il mio tempo. {{A destra|''11 novembre''}} Oggi sono stato ad adagiarmi nel gabinetto del nostro direttore, e ho ritemprate per lui e per lei... ventitrè penne... Ahi, ahi!... per Sua Eccellenza quattro penne. Piace al nostro Direttore veder abbondanza di penne. Ah, dev’essere proprio una testa quadra! Tale sembra bensì, ma quella testa deve scrutar tutto. Vorrei sapere a che cosa pensi di più. Vorrei vedere inoltre più da vicino la vita di questi signori, gl’intrighi, le astuzie di corte: come sono, che fanno nella loro cerchia; ecco che cosa desidererei conoscer bene. Mi è venuto in mente talora di appiccar discorso con Sua Eccellenza; ma, se il diavolo mi porti, la lingua non mi obbedisce punto; si dice al solito, che fa freddo o tiepido di fuori, e addirittura nient’altro. Ho gran desiderio di vedere il salone, del quale si trova talvolta l’uscio aperto; e, dopo il salone, una certa stanza... Oh, che ricchezza di ornamenti! Che specchiere, che porcellane! Vorrei penetrar coll’occhio là, nella porta dov’è Sua Eccellenza la Signorina, ecco; vorrei trovarmi proprio là, nel suo salottino segreto; esaminar quei vasettini, quelle fialette, quei fiori, che quasi mette paura ad aspirarli; come giaccion le sue vesti, abbandonate al vento, più simiglianti ad aria,<noinclude><references/></noinclude> 7mqxezdsza4z43efn4b1qjbx9beyhbv Pagina:Gogol - Novelle, traduzione di Domenico Ciampoli, 1916.djvu/158 108 913944 3904694 3285372 2026-09-28T12:06:54Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Riletta */ 3904694 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|156||''GOGOL''}}</noinclude>che a vesti... Vorrei veder la camera da letto... Ivi, suppongo, saranno meraviglie; ivi, credo, è il paradiso quale non è nei cieli. Esaminar quel piccolo cuscino, sul quale, nell’uscir di letto, posa i piedini; veder quel piedino appunto con calza bianca come la neve... Ahimè, ahimè!... Niente, niente!... Zitto! Oggi ecco, non di meno, schiarirmi un raggio; e mi son ricordato del dialogo fra le due cucciole, inteso sulla Prospettiva della Nevà. «Benissimo», ho pensato fra me: «ora vo’ mettere tutto in chiaro. Occorre prendere il carteggio scambiatosi fra quelle due bestiolinacce. Di là, certamente, scoprirò qualcosa». Confesso, avevo già una volta chiamato a me Medij e le avevo detto: «Senti, Medij, vedi che ora siam soli; se vuoi, posso anche chiuder l’uscio, perchè nessuno ci veda: raccontami quel che sai sulla tua padroncina, che cosa è, come vive. Ti giuro di non fiatarne con anima viva». Ma l’astuta cagnetta si mise la coda fra le gambe, si raccolse, e via verso l’uscio, come se non avesse udito parola. Da un pezzo sospettavo che il cane fosse più intelligente dell’uomo; ero già sicuro che può parlare, e che se non parla, è solo per testardaggine. È un singolare politicone; scruta ogni cosa, ogni passo dell’uomo. Sì, qualunque cosa avvenga, domani mi recherò in casa di Zverkov, interrogherò Fedele, e, se mi viene il destro, le prenderò tutte le lettere scrittele da Medji. {{A destra|''12 novembre''}} Verso le due del pomeriggio, mi sono avviato per andare a veder Fedele e interrogarla. Detesto il tanfo di cavoli ch’esce da tutte le bottegucce della Mescianskaia; di sotto le porte di ogni casa sbuffa tal lezzo, che, turandomi il naso, mi detti a correre da perdere il fiato. Lerci artigiani poi lascian scorrere dalle luride officine sugna fetida fumante, così ch’è addirittura impossibile a una persona per bene il girarvi. Quando fui giunto al sesto piano, e tirai il campanello, vidi comparire una ragazza, non tanto brutta, con macchioline di rossore. La riconobbi; era quella che accompagnava la vecchia signora. Arrossì alquanto e subito compresi. — «Tu, cara, tu cerchi marito». — «Che desidera?» — domandò. — «Vorrei parlare alla sua cagnolina». Quella ragazza era stupida; capii lì per lì ch’era stupida. La cucciola accorse su quel punto abbaiando; vol-<noinclude><references/></noinclude> g0ty5fwx76frvkpw00bzjeig9ore6fu Pagina:Gogol - Novelle, traduzione di Domenico Ciampoli, 1916.djvu/159 108 913945 3904696 3285375 2026-09-28T12:08:32Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Riletta */ 3904696 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|''NOVELLE''||157}}</noinclude>li prenderla, ma la ribalda poco mancò non m’addentasse il naso. Vidi intanto la sua cuccia in un canto. Ah, ecco appunto quel che mi occorre! Mi avvicinai al covaccio, ne mossi la paglia nel cestone di legno, e con sommo giubilo, ne trassi un pacchettino di foglietti. Ciò vedendo, la maledetta bestiola prese a saltarmi a’ polpacci; ma poi, scorto che avevo preso le carte, pur abbaiando, parve volermi addolcire: «No, colomba, addio!» le dissi, e via, correndo fuori. Credo che la fanciulla mi abbia preso per pazzo, poichè sembrava molto spaventata. Tornato a casa, volevo subito mettermi all’opera e scorrere le lettere, poichè alla luce leggo con qualche stento; ma Mavra stava lavando il pavimento; si sa, queste balorde ''cukuki''<ref>Finlandesi.</ref> son sempre nette a proposito. E però me ne sono andato a spasso, a riflettere sulla curiosa ventura. Adesso, alla fine, conoscerò tutti i fatti, tutti i pensieri, tutte le fila, e strigherò la matassa. Queste lettere sveleranno l’arcano. I cani son di natura intelligenti: san tutte le relazioni politiche; e così tutto si troverà là: il ritratto e gli eventi di quell’uomo. Troverò anche lì qualcosa su colei... Basta! Silenzio! Son ritornato in casa a sera, e son rimasto a letto la maggior parte del mio tempo. {{A destra|''13 novembre''}} Orsù, vediamo! Esaminiamo! Una lettera abbastanza leggibile, se pur nella scrittura è qualcosa di canino. Leggiamo da cima a fondo. «Cara Fedele! Non posso proprio abituarmi a codesto tuo nome borghese! Come se non si trovasse di meglio! Fedele, Rosa... che brutto gusto! Ma lasciamo questo da parte. Io son felicissima di aver pensato di scriverci a vicenda». La lettera è scritta correttissimamente. La punteggiatura, e sin la lettera ''iati''<ref>Il cui uso corretto è alquanto difficile nel russo.</ref>, sono al posto loro. No; il nostro capo-sezione non scrive così, sebbene dica di avere studiato in una università. Vediamo più giù. «Mi sembra che il comunicare ad altro pensieri, sentimenti, impressioni, sia uno de’ maggiori piaceri di questo<noinclude><references/></noinclude> r9doglfr3pjzjab4iqlpsh1it6dpt7h Pagina:Gogol - Novelle, traduzione di Domenico Ciampoli, 1916.djvu/160 108 913946 3904699 3285378 2026-09-28T12:10:16Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Riletta */ 3904699 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|158||''GOGOL''}}</noinclude>mondo». O ve’: questo pensiero è tratto da un’opera tradotta dal tedesco! Ne ho scordato il titolo. «Ti dico ciò per esperienza, sebbene io non sia stata nel mondo mai più in là della porta di casa. Non scorre forse la mia vita nell’abbondanza? La mia padroncina, che il babbo chiama Sofia, mi ama follemente». Ahimè, ahimè!... Niente, niente! Zitto! «Anche il babbo mi carezza spesso. Bevo tè, caffè con crema. Ah, ''ma chère!''<ref>Le parole francesi sono nel testo.</ref>. Devo dirti che non trovo piacere di sorta negli ossoni che il nostro Polkan rode e divora in cucina. Non mi piacciono, fra le ossa grosse, che quelle della selvaggina, massime quando non ne hanno succhiato il midollo. Bonissimo è mescolarvi un bel po’ di salsa, ma senza capperi o legumi; però, stimo non ci sia cosa peggiore quanto l’uso di dare ai cani pallottoline di pane a tortello. Un messere qualunque, seduto a mensa, che ha preso con le mani ogni specie di lordure, indura fra le dita del pane, lo chiama e gli ficca delle pallottoline fra i denti. Rifiutarle, sarebbe scortesia... allora, tu ingozzi, nauseato bensì, ma ingozzi...». Solo il diavolo sa che cosa voglia dir cotesto. Che sciocchezze! Come se non vi fosse di meglio per scrivere! Vediamo un’altra pagina; può darsi che vi trovi qualcosa di più ragionevole. «Son disposta col più gran piacere a raccontarti tutti i fatti che avvengon da noi. Ti ho già parlato del padrone, chiamato babbo da Sofia. È un uomo stupefacente...». Ah, eccoti alla fine! Sì, lo sapevo: in essi trovasi una veduta politica sovra qualsiasi oggetto. Vediamo sul babbo. «... un uomo stupefacente; rimane sempre muto; parla rarissimamente. La settimana passata egli diceva continuamente fra sè: «L’avrò o non l’avrò?». Prendeva una carta fra una mano, chiudeva l’altra vuota, e diceva: «L’avrò o non l’avrò?». Si volse una volta a me e mi chiese: «Che ne pensi, Medij? Lo avrò o non l’avrò?». Non ci capivo niente; gli annusai gli stivali e uscii. Poco dopo, ''ma chère'', in capo a una settimana, il babbo rientrò tutto raggiante... durante la mattinata vennero per casa tanti signori in uniforme, che si congratulavano di non so che.<noinclude><references/></noinclude> l0ijf9xyn1bi24kj5nrck3883lcemv9 Pagina:Gogol - Novelle, traduzione di Domenico Ciampoli, 1916.djvu/161 108 913947 3904701 3285434 2026-09-28T12:12:01Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Riletta */ 3904701 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|''NOVELLE''||159}}</noinclude>A tavola egli era più allegro che non l’avessi mai visto sino allora, e narrava storielle. Dopo il pasto, mi prese pel collo e mi disse: «Via, guarda, Medij, ch’è mai questo!». Vidi un nastrino. Lo annasai; ma, in verità, non aveva odore; infine, lo leccai pian piano; era un po’ sudicio...». O ve’; codesta cucciola mi pare troppo... Perchè non la staffilano? Insomma, lui è ambizioso. E ciò sta bene notare. «Addio, ''ma chère''... Scappo... ''et cætera''... Domani finirò la lettera... Ah, buondì! Eccomi di nuovo a te. Oggi la mia padroncina Sofia...». Ah, vediamo che dice di Sofia... Olà, briccone!... niente, niente. Seguitiamo: «...la mia padroncina Sofia era tutta affannata. Si preparava per un ballo e io sono stata felicissima pensando che durante la sua assenza potrò scriverti. La mia Sofia è beata sempre quando va a’ balli, sebbene ogni volta si adiri mentre si veste. Non capisco perchè la gente si vesta; perchè non vanno come noi, ad esempio? Si sta benissimo e più tranquilli. E neppure capisco, ''ma chère'', la felicità di andare al ballo. Sofia torna quasi sempre dal ballo verso le sei del mattino, e mi accorgo quasi ogni volta, da quell’aria di pallore, di vuoto, che non le han dato niente da mangiare. Sventurata! Confesso che io non potrei vivere così. Se non mi dessero salse con una starna o una aletta di pollo arrosto, allora... chi sa che mi avverrebbe! Anche la salsa al semolino è bonissima; ma la carota, la rapa, i carciofi... tutta roba da buttar via...». Questo stile è singolarmente ineguale. Si vede subito che non scrive un uomo. Comincia convenevolmente, e finisce in... canaglia. Vediamo ancora un’altra lettera; qualcosa un po’ lunga. Guarda; qui non c’è data: «Ah, ''très chère'', come si sente l’avvicinar della primavera! Mi batte il cuore come se aspettasse qualcosa. Ho nelle orecchie un continuo corneamento, tanto che certe volte, alzando una zampa, rimango per alcuni minuti ad ascoltare alla porta. Ti svelerò che ho molti corteggiatori. Li guardo spesso seduta sulla finestra. Ah, se sapessi, fra loro, quanti son brutti! Un di essi, rozzo can da cortile, terribilmente balordo, che porta la stupidità sulla faccia, se ne va serio serio per la via, si crede un personaggio importante e pensa che tutti sieno là per mirarlo. Io non gli ho badato punto, proprio come se non lo vedessi. E quell’alano se ne sta pure dinanzi alla mia finestra! Se si drizzasse sulle<noinclude><references/></noinclude> h2srqi6z89zmvuenkkzz8pbhgzm94z7 Pagina:Gogol - Novelle, traduzione di Domenico Ciampoli, 1916.djvu/162 108 913948 3904702 3285380 2026-09-28T12:13:52Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Riletta */ 3904702 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|160||''GOGOL''}}</noinclude>zampe di dietro, cosa che il villanaccio certo non sa fare, sorpasserebbe di tutta la testa il babbo della mia Sofia, che pure è toroso e di alta statura... quello stupido deve essere un vero manigoldo. Gli ho ringhiato appresso, ma è quasi niente per lui; non ha neppure aggrottato le ciglia; anzi, ha cavato la lingua; si è lasciato cader le orecchie all’indietro, e ha guardato la finestra come un ''muzik''...<ref>Contadino, colono, villano.</ref>. Ma è possibile tu creda, ''ma chère'', che il mio cuore sia insensibile a tante richieste? Ah, no!... Se tu vedessi un certo cavaliere, che si è introdotto nel cancello della casa vicina! Si chiama... Tesoro... Ah, ''ma chère'', ha un musetto!...». Via, via, al diavolo!... che scipitaggini! Come mai si può riempire una lettera con simili corbellerie? Datemi un uomo, voglio vedere un uomo! Ho bisogno di nudrimento spirituale, che mi alimenti e allieti l’anima; e, invece di questo, quante inezie! Voltiamo pagina; sarà forse meglio. «... Sofia era seduta presso una tavola e cuciva... Io stavo alla finestra perchè godo nel veder passare la gente, quand’ecco entrare di botto un servo che dice: «Teplov!» — «Entri!» esclamò Sofia, e corse ad abbracciarmi. «Ah, Medij! Se tu sapessi chi è! Bruno, gentiluomo della camera; e che occhi! Neri come agata». E Sofia scappò nelle sue stanze. Un minuto dopo, entrò il giovine gentiluomo di camera con favoriti neri; andò verso lo specchio, si lisciò i capelli, e osservò la stanza. Io ringhiavo, seduta al mio posto. Sofia rientrò quasi subito; salutò lietamente con un inchino; io, come se non vedessi niente, seguitai a guardar dalla finestra; tuttavia voltavo un po’ la testa e tentavo di sentire quello che dicevano. Ah, ''ma chère'', che ciance, che ciarle sciocche! Parlavano di questo: una signora, ballando, invece di una figura, ne aveva fatta un’altra; e poi dicevano che un certo Bobov, col suo cravattone spiovente di pizzi, sembrava una cicogna e poco era mancato non cadesse; che una tale, chiamata Lidina, credeva avere gli occhi azzurri, mentre li aveva verdi, e perdevan tempo in altre cose simili. «Come mai», pensavo fra me, «paragonare quel gentiluomo di camera con Tesoro? Cielo, qual differenza! Prima di tutto, la faccia di quel gentiluomo è larga e affatto schiacciata, e ha intorno intorno i favoriti, che<noinclude><references/></noinclude> 4p6ubx5sixxrp1xapptlymvid8xk1bd Pagina:Gogol - Novelle, traduzione di Domenico Ciampoli, 1916.djvu/163 108 913949 3904703 3285381 2026-09-28T12:15:59Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Riletta */ 3904703 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|''NOVELLE''||161}}</noinclude>la circondano come una benda nera, mentre Tesoro ha un musettino acuto, e sulla testa una macchietta bianca. In quanto alla snellezza poi, è impossibile qualunque paragone col gentiluomo di camera. Ma gli occhi, le movenze, la maniera... non è pur da parlarne! Oh, quanta differenza! Io non so, ''ma chère'', cosa lei trovi nel suo Teplov. Perchè dunque ne è rapita?...». A me pare invece che qui ci sia qualche inesattezza. Non può essere che Teplov l’abbia potuta ammaliare così. Vediamo appresso. «Mi sembra che se il gentiluomo le piace, allora le piacerà subito anche quel cinovnik che si adagia nel gabinetto del babbo. Ah, ''ma chère'', se tu lo conoscessi, che mostro! Proprio una tartaruga nel sacco!...». Di qual cinovnik conta costei? «Il suo nome di famiglia è curiosissimo. Sta sempre seduto e tempera le penne. Ha i capelli, su su in testa, addirittura simili a fieno. Il babbo certe volte lo fa chiamare in vece del servo...». Mi pare che questa lurida cagnetta alluda a me. Dove ha mai veduto che i miei capelli somigliano al fieno? «Sofia, quando lo vede, non può trattenere le risa...». Tu mentisci, maledetta cucciola! Che mala lingua! Come s’io non sapessi che c’è di mezzo la gelosia! Come s’io non sapessi d’onde vien codesto tiro! È un difettuccio del capo-sezione. Quell’uomo m’ha votato un odio implacabile... e, vedi, mi nuoce, mi nuoce, mi nuoce ad ogni piè sospinto. Leggiamo intanto una lettera ancora. Là, forse, la matassa si strigherà da sẻ. «''Ma chère Fidèle'', scusami se non ti ho scritto da un pezzo. Era in un’ebrezza completa. Ha davvero ragione lo scrittore quando dice che l’amore è una seconda vita. Vi sono poi stati da noi grandi cambiamenti. Il gentiluomo di camera viene adesso in casa ogni giorno. Sofia è innamorata pazza di lui. Il babbo è contentissimo. Ho pure inteso dire dal nostro Gregorio, che, quando spazza l’impiantito, parla da solo a solo, come le nozze si faranno presto, giacchè il babbo vuole assolutamente veder Sofia o con un generale, o con un gentiluomo di camera, o con un colonnello di esercito...». Il diavolo lo porti! Io non posso legger oltre. Tutto consiste in ciò: o un generale o un gentiluomo di camera. Quanto è di meglio al mondo, si riduce, dunque, o a un<noinclude>{{RigaIntestazione|{{smaller|{{Sc|Gogol}}}}: ''Novelle''.||{{smaller|11}}}}</noinclude> rfknx760bwrbc2c69c09wt2id4ne8qh Pagina:Gogol - Novelle, traduzione di Domenico Ciampoli, 1916.djvu/164 108 913950 3904704 3285387 2026-09-28T12:18:18Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Riletta */ 3904704 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|162||''GOGOL''}}</noinclude>generale o a un gentiluomo di camera. Ma sei ricco, molto ricco? chiedi la sua mano, e allora eccoti scomparire il gentiluomo di camera e il generale. Lo trascini il diavolo!... Io vorrei diventar generale, non per chiedere la sua mano e il resto, no; vorrei esser generale per veder come sarebbero estasiati, e come userebbero tutte le astuzie, tutte le arti cortigianesche, e per dir loro poi che io sputo sopra entrambi. Oh, diavolo, quant’è seccante! Ho strappato a pezzettini le lettere di quella stupida cagna! {{A destra|''3 decembre''}} Non può essere! Son frottole! Non vi sarà matrimonio. Su via! Che vuol dire esser gentiluomo di camera? È nient’altro che una dignità, ove non è cosa visibile che si possa toccar con mano. In fin delle fini, pel solo fatto che colui è gentiluomo di camera, non ha aggiunto un terzo occhio in fronte. Il suo naso non è d’oro, ma è come il mio, come quello d’ognuno; e con quel naso annusa, non mangia, starnuta e non tossisce. Varie volte ho voluto scrutare onde derivino tutte codeste varietà. Perchè io sono consigliere titolare? Onde avviene? Può essere benissimo ch’io non sia punto consigliere titolare. Forse son conte, son generale, e, solo in apparenza, son consigliere titolare. Forse non sono quel che credo di essere. Quanti esempi di ciò nella storia! Un uomo comune, neppur nobile, semplicemente borghese o addirittura contadino, a un tratto si scopre gentiluomo o barone o qualcosa di simigliante. Se da un contadino può venir tanto, che può venire da un nobile? D’improvviso, per esempio, io arrivo in divisa di generale... ho sulla spalla destra una spallina, sulla sinistra una spallina, e a mo’ di croce un nastro azzurro. Ebbene? In che tono canterà la bella, allora? che dirà lo stesso babbo, il nostro Direttore? Oh, quello lì, è un solennissimo ambizioso; è... un framassone, certo un framassone; e sebbene lui finga costì e colà, io ho subito scoperto che è<noinclude> (1) Nono grado del ''cin''. <references/></noinclude> nxxjux7joxnjdnrczup141b4es99kgd Pagina:Gogol - Novelle, traduzione di Domenico Ciampoli, 1916.djvu/165 108 913951 3904705 3285388 2026-09-28T12:19:54Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Riletta */ 3904705 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|''NOVELLE''||163}}</noinclude>un framassone. Quando vi dà la mano, sporge solo due dita. Ma non posso forse anch’io essere promosso in questo momento generale, governatore, o intendente, o altro? Vorrei ben sapere: perchè sono consigliere titolare? perché proprio consigliere? {{A destra|''5 decembre''}} Oggi ho letto durante l’intera mattinata i giornali. Avvengono cose singolarissime in Ispagna. Io non giungo neppure a capirle bene... Scrivono che il trono è vacante, che i poteri si trovano in seri imbarazzi per la scelta del successore, e che di là derivino i tumulti. Stimo codesto molto strano: Come mai un trono può essere vacante? Dicesi che una certa ''doña'' debba ascendere su quel trono. Codesto non si può. Sopra un trono, dev’essere un re, «senza dubbio»; dicono: «ma se il re non c’è?». Non può avvenire che il re non ci sia. Uno Stato non può esistere senza re. C’è il re. Solo, si trova incognito in qualche luogo. Trovasi forse anche qui; ma ragioni sue particolari o di famiglia, o timori da parte degli Stati vicini, come la Francia ed altri paesi, lo costringono a nascondersi... e vi {{Ec|posono|possono}} essere anche altri motivi. {{A destra|''8 decembre''}} Avevo deciso di recarmi al Ministero; ma varie ragioni e riflessioni mi hanno trattenuto. Gli affari di Spagna non vogliono davvero uscirmi di mente. Come mai può avvenire che una ''doña'' diventi regina? Non lo permetteranno. E prima di tutti, non lo permetterà l’Inghilterra; e poi, anche gli affari politici dell’intera Europa, l’imperatore d’Austria, il nostro imperatore. Lo confesso: questi avvenimenti mi hanno talmente sconvolto e stremato da non poter badare ad altro durante tutta la giornata. Mavra mi ha fatto osservare che a mensa io era singolarmente distratto. E in verità, ho gettato sull’impiantito due piatti, a quel che pare, appunto per distrazione, che si son rotti... Dopo desinare, sono stato vicino alla montagna, senza trarne niente di giovevole. Poi son rimasto sul letto quasi tutto il mio tempo, pensando e ripensando agli affari di Spagna.<noinclude><references/></noinclude> fsz9orgc6nitnmak3c7p87bp4ngbtlw Pagina:Gogol - Novelle, traduzione di Domenico Ciampoli, 1916.djvu/166 108 913952 3904706 3285390 2026-09-28T12:21:34Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Riletta */ 3904706 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|164||''GOGOL''}}</noinclude>{{Nop}} {{A destra|''Anno 2000, 43 aprile''}} Oggi è il giorno del trionfo supremo. C’è un re nella Spagna. È trovato il re, il re son io! Solo oggi ho saputo questo. Confesso: tutto mi si è schiarito in mente d’improvviso, come in un baleno. Non capisco come mai ho potuto credere, anzi imaginare di essere consigliere titolare. Come mi è potuta passar in testa un’idea così balorda, così folle? Meno male che non sia venuto in capo ad alcuno di cacciarmi in una casa di pazzi! Ora tutto mi si è rivelato; ora vedo tutto come sulla palma della mano. E prima, io non capivo niente; prima, ogni cosa mi stava davanti come avvolta nella nebbia. E tutto ciò deriva, credo, dal perchè la gente suppone che il cervello umano trovasi nella testa: nient’affatto; esso è portato dal vento spirante dal mar Caspio... Sulle prime, ho svelato a Mavra chi sono. Quando ha saputo che aveva dinanzi agli occhi il re di Spagna, ha battuto le mani ed è stata sul punto di morir dalla paura; è una sciocca che non ancora ha veduto un re di Spagna. Mi sono tuttavia sforzato di calmarla, e, con amabili frasi, darle fede nella mia benevolenza, dicendole che non sono punto adirato perchè lei qualche volta mi ha mal pulite le scarpe. Appartiene al popolo basso, e non è possibile tenerle altri discorsi. Era addirittura terrificata poichè credeva che tutti i re in Ispagna rassomiglino a Filippo II. Ma io le ho spiegato che fra me e Filippo II non è alcuna analogia e che vicino a me non si trovan cappuccini. Non sono andato al Ministero. Vadano al diavolo! No, cari miei; adesso voi non mi prenderete più; io non copierò più le vostre luride carte! {{A destra|''86 Martobre, fra il giorno e la notte''}} Il nostro usciere è venuto oggi per pregarmi di andare al Ministero, giacchè, da oltre tre settimane, non adempio le mie funzioni. Ma gli uomini sono ingiusti; loro fanno i conti a settimana. Sono gli ebrei che stabiliscono codeste costumanze, poichè, durante quel periodo, il loro rabbino si lava. Tuttavia, per ischerzo, mi son recato al Ministero.<noinclude><references/></noinclude> dcjukgjcrvupx8i03qum8s3zdmtap09 Pagina:Gogol - Novelle, traduzione di Domenico Ciampoli, 1916.djvu/167 108 913953 3904707 3285391 2026-09-28T12:23:47Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Riletta */ 3904707 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|''NOVELLE''||165}}</noinclude>Il capo-sezione credeva che io andassi a salutarlo e a scusarmi; ma io l’ho guardato con indifferenza, senza troppo sdegno o benevolenza, come se non vedessi anima viva. Guardavo tutta quella combriccola burocratica e pensavo: «Che avverrebbe se costoro sapessero chi è seduto fra loro?». Signore Iddio, quante follie farebbero! Lo stesso capo-sezione comincerebbe dall’inchinarsi fino a terra, come fa adesso col nostro Direttore. Mi portarono innanzi alcune carte, perchè le copiassi. Ma non le toccai neppure col mignolo. Dopo alcuni minuti, ecco tutti appaiono sconvolti. Dicevano che stava per passare il Direttore. Molti cinovniki si disponevano a gara per mostrarglisi; ma io non mi mossi dal posto. Quando passò nella nostra sezione, tutti abbandonarono l’uniforme; io invece rimasi lì, com’ero. Che cosa è un Direttore? Ch’io mi alzi inanzi a lui? Mai! Chi è codesto Direttore? È un turacciolo e non un Direttore. È un turacciolo comune, un semplice turacciolo, e nient’altro, come quello con cui si tura una bottiglia. Quel che per me è stato più ameno, avvenne quando mi portarono a firmare una carta. Credevano che in calce al foglio io scrivessi: Il capo di Ufficio Tizio di Caio». Baje! In testa al foglio, proprio là dove firma il Direttore del Ministero, scrissi a grandi lettere: «Ferdinando VIII». Bisognava vedere che rispettoso silenzio regnò d’intorno; ma io feci solo un cenno di mano, dicendo: Io non chiedo alcun segno di sommissione!» e uscii. Di là, andai difilato nell’appartamento del Direttore. Lui non c’era. Un valletto volle impedirmi l’entrata, ma io gli dissi tal parola, che si lasciò cadere le mani. Così vo diritto al salottino da toeletta. Lei era seduta davanti lo specchio; trasalì e si scostò da me. Non le avevo tuttavia detto che ero il re di Spagna. Le dissi solo che stava per allietarla una grande gioia, sì grande che lei non poteva neppur figurarsela, e che, a malgrado degli intrighi dei miei nemici, diverremmo l’uno dell’altra. Non volli dirle altro e me ne andai. Oh, la donna è un essere audace: solo adesso capisco che cosa è la donna. Sinora nessuno ha saputo di che cosa è innamorata: l’ho scoperto io, pel primo. La donna è innamorata del diavolo. Sì, del diavolo, sul serio. I fisici scrivon fandonie, dicendo, dicendo ch’è questo o quello; ella ama unicamente il diavolo. Ve’: da un palco di prima fila, lei fissa qualcosa con l’occhialetto. Voi supponete che guardi quel messere bracalone, che ha una placca cavalleresca. Niente affat-<noinclude><references/></noinclude> elvdb59p798mvvc1swok0465giy7ou6 Pagina:Gogol - Novelle, traduzione di Domenico Ciampoli, 1916.djvu/168 108 913954 3904708 3285394 2026-09-28T12:25:36Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Riletta */ 3904708 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|166||''GOGOL''}}</noinclude>to. Lei guarda il diavolo, che le sta alle spalle. Eccolo: lui si nasconde sotto la marsina; ecco, di là le fa un cenno col dito. E lei lo seguirà, lo seguirà. Guardate tutti coloro, decorati, granduchi, guardateli. Intrigano, si ficcano nella corte, si proclaman patrioti e questo e quello; ma codesti patrioti vonno ''arende'', buone ''arende''<ref>Terre governative che lo zar suol donare a impiegati governativi in ritiro o a coloro che vuol favorire.</ref>. Rinnegano le madri, padri, Dio, pel danaro, codesti ambiziosi, che venderebbero Cristo! Tutto ciò è schietta ambizione, e questa ambizione deriva da questo, che sotto la lingua c’è un bottoncino, nell’intimo del quale è un vermicello, come la capocchia di uno spillo, e autore di tutto codesto è un certo barbiere che dimora nella Gorokhovaia. Non ricordo più come si chiami; ma si sa del rimanente che con una levatrice egli vuol propagare nel mondo intero il maomettismo; ed è perciò che in Francia, assicurano, la maggior parte del popolo riconosce la fede di Maometto. {{A destra|''Senza data. Il giorno non aveva data.''}} Sono stato in incognito sulla Prospettiva della Nevà. Vi passeggiava l’Imperatore. Tutti si levavano il cappello; anch’io ho fatto lo stesso; e però non ho dato alcun indizio ch’io fossi il re di Spagna. Ho creduto non fosse conveniente il rilevarsi così, dinanzi a tutti; è necessario esser prima presentato alla corte. Me lo ha impedito finora il fatto ch’io non ho il costume nazionale spagnuolo. Se avessi almeno un mantello! Volevo ordinarlo a un sarto; ma costoro son ciuchi addirittura; di più, trascurano il lavoro, si gettano negli affari e passano il miglior tempo a logorare il lastrico delle vie. Ho deliberato di farmi un manto con un bell’uniforme nuovo, che ho indossato solo due volte. Ma perchè quei guastamestieri non me lo concino male, ho deciso di cucirlo da me, dopo aver chiuse le porte, che nessuno veda. L’ho tagliato intero con le forbici; il taglio in fatto differisce completamente.<noinclude><references/></noinclude> fmkuanrkfjmgu92d195n3fabodins1t Pagina:Gogol - Novelle, traduzione di Domenico Ciampoli, 1916.djvu/169 108 913955 3904709 3285396 2026-09-28T12:27:05Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Riletta */ 3904709 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|''NOVELLE''||167}}</noinclude>{{Nop}} {{A destra|''Non rammento la data. Neppure il mese.''}} {{A destra|''Il diavolo sa in qual momento.''}} Il mantello è bell’è cucito, interamente. Mavra ha strillato nel vedermelo addosso. Eppure non mi sono ancora risolto di presentarmi a corte, finora non è giunta di Spagna alcuna deputazione. Senza inviati non è conveniente; non si crederebbe alla mia dignità. Io li aspetto da un’ora all’altra. {{A destra|''Il primo''}} La lentezza degli inviati mi sorprende immensamente: che ragioni avrebbero potuto trattenerli? Non sarebbe mai la Francia? Sì; è dessa, la potenza più ostile. Sono andato a prender novelle alla posta, se fossero giunti inviati spagnuoli; ma il mastro di posta, un vero melenso, non sa niente. «No,» ha risposto; «qui non c’è nessun inviato spagnuolo; ma se lei desidera scivere una lettera, noi la spediremo per la solita via». Se lo porti il diavolo; qual lettera!... una lettera? Una lettera è... una sciocchezza. Gli speziali scrivon lettere, dopo d’essersi inumidita la lingua con l’aceto, perchè altrimenti avrebbero la faccia tutta coperta di erpete. {{A destra|''Madrid, il 30 febbraio''}} Eccomi alla fine in Spagna, e in così poco tempo, che non credo quasi a me stesso. Delegati spagnuoli sono comparsi stamane al mio cospetto, e io mi sono adagiato con loro in una carrozza. La velocità mi è parsa proprio sorprendente. Noi siamo stati tanto rapidi che in capo a una mezz’ora siamo giunti alle frontiere spagnuole. Non c’è che dire: oramai, in tutta Europa, le strade ferrate e le navi a vapore vanno come il vento. Che strana terra, la Spagna! Quando siamo entrati nella prima stanza, eccoti vedo una moltitudine di teste rase. Ho supposto tuttavia che siano soldati, che per ciò si rasano la testa... Addirittura stupefancenti mi son parse le maniere del Cancelliere di Stato; mi ha preso per mano, e mi ha spinto in una celletta dicendo: «Siedi costì; e se t’esce ancor di bocca che<noinclude><references/></noinclude> s7rnvczkwxadq114uuuhemz7o8hxcx5 Pagina:Gogol - Novelle, traduzione di Domenico Ciampoli, 1916.djvu/170 108 913956 3904710 3285399 2026-09-28T12:29:00Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Riletta */ 3904710 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|168||''GOGOL''}}</noinclude>tu sei il re di Spagna, te ne toglierò la voglia». Ma io, sapendo che quella era solo una prova, ho risposto con un rifiuto. Allora il cancelliere mi ha percosso due volte la schiena con un bastone e così forte che stavo per gridare; ma mi trattenni ricordando che quello è un uso cavalleresco adoperato nel ricevimento per l’assunzione ad alti gradi; la Spagna, in fatto, ha conservato sino ad ora le costumanze cavalleresche. Rimasto solo, risolvetti di occuparmi d’affari di governo. Ho scoperto che la Cina e la Spagna sono una sola, unica terra, e che solo per mera ignoranza esse son considerate come Stati differenti. Consiglio a tutti di scrivere sulla carta Spagna», e ne uscirà «Cina». Tuttavia, un fatto mi ha profondamente contristato, fatto che deve avvenir domani. Domani, alle sette, si compirà uno spaventevole avvenimento: la terra crollerà sulla luna. Il celebre chimico inglese Wellington ha scritto sull’argomento. Lo confesso: ho provato una stretta al cuore, quando mi son figurato la singolarissima delicatezza della luna e la lieve solidità. La luna, in effetto, è di solito fatta in Amburgo ed è fatta malissimo. Resto attonito che l’Inghilterra non vi badi. Essa è fatta da un bottaio zoppo, ed è evidente che lo scemo non abbia alcuna nozione sulla luna. Egli mischia una corda di resina e una parte di olio di olive; onde, su tutta la terra, un tanfo tale da doversi turare il naso. E di là deriva anche che la luna è un globo tanto fragile che la gente non vi può vivere, e ora vi vivono solo nasi. Ed ecco perchè noi non possiamo vedere i nostri nasi; perchè sono tutti nella luna... Quando ho pensato che la terra, pesante com’è, sedendosi, può ridurre i nostri nasi in farina, allora sono stato preso da tale ansia, che, dopo aver messo calze e scarpe, mi son gettato verso la sala del Consiglio di Stato, per dar ordine alla polizia d’impedire alla terra di sedersi sulla luna... I grandi tosati, che trovati in folla nella sala del Consiglio di Stato, son gente assennatissima, e quando ebbi detto: «Signori, salviamo la luna, poichè la terra vuol sedervisi su», a un tratto essi si slanciarono ad eseguire il nostro regale desiderio, e in gran numero si arrampicarono a un muro per afferrar la luna; ma, in quel momento, entrò il Gran Cancelliere. A questa vista, tutti scapparono. Io solo restai, come re. Ma con sommo stupore, il Cancelliere mi percosse col bastone e mi scacciò nella cella. Tanto potere hanno in Ispagna le costumanze nazionali.<noinclude><references/></noinclude> r0vuwod7znpy6mmcg2wo7rfesxyapmk Pagina:Gogol - Novelle, traduzione di Domenico Ciampoli, 1916.djvu/171 108 913957 3904711 3285406 2026-09-28T12:30:58Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Riletta */ 3904711 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|''NOVELLE''||169}}</noinclude>{{Nop}} {{A destra|''Gennaio di questo stesso anno, che ha seguito febbraio.''}} Sinora io non posso capir niente intorno a questa terra di Spagna. Le costumanze nazionali e il cerimoniale di corte sono addirittura strani. Non capisco, non capisco, non ci capisco proprio niente. Oggi mi hanno rasa la testa, non badando punto alle mie grida di non {{Ec|voelr|voler}} essere prete. Ma non posso più ricordarmi di quel che è avvenuto, quando han preso a gettarmi acqua fredda sul capo. Non avevo provato mai simile inferno. Stavo per divenir furente, tanto che potevano trattenermi a stento. Non comprendo affatto l’usanza, e che possa valere. Usanza stolta, dissennata! Nè concepisco la sconsideratezza dei re, che fino ad oggi non l’hanno abolita. A giudicare da tutte le apparenze, mi domando se io non son caduto nelle mani della Inquisizione, e se colui che ho preso per Cancelliere non sia il grande Inquisitore in persona. Solo non posso concepire come mai un re si esponga alla Inquisizione. Codesto in verità, può provenir di Francia, e, massime, da Polignac. Oh, quel bestione di Polignac! Egli ha giurato di perseguitarmi sino alla morte. E davvero, or mi perseguita, mi dà la caccia! Ma io so, caro, che vi conduce l’Inglese. L’Inglese è un grande politico. Esso intriga dovunque. Ed è noto in tutta la terra, che quando Inghilterra prende tabacco, la Francia starnuta. {{A destra|''Il 25''}} Oggi, il grande Inquisitore è venuto nella mia stanza; ma io, che avevo sentito di lontano i suoi passi, mi ero nascosto sotto una sedia. Non vedendomi, cominciò a chiamare. Gridò sulle prime: «Perprîxin!». Io non risposi. Poi: «Akscutii Ivanov! Consigliere titolare! Nobile!». Non fiatai. «Ferdinando VIII, re di Spagna!». Volevo sporgere la testa; ma pensai subito: «No, fratel caro, tu non mi pigli! Noi ti conosciamo. Tu mi verserai ancora acqua fredda sulla testa!». Non di meno mi vide, e mi scacciò di sotto la sedia col bastone, il maledetto bastone che picchia sodo! D’altra parte, mi ha compensato di tutto ciò una sco-<noinclude><references/></noinclude> 4jpw34ib0y5q5cyvffhfrlvnprxkbxk Pagina:Gogol - Novelle, traduzione di Domenico Ciampoli, 1916.djvu/172 108 913958 3904712 3285412 2026-09-28T12:32:19Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Riletta */ 3904712 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|170||''GOGOL''}}</noinclude>perta fatta or ora. Ho scoperto che in ogni gallo c’è la Spagna, la quale si trova sotto le penne, non lontano dalla coda. Il grande Inquisitore però mi ha lasciato furibondo con la minaccia di un castigo. Ma io ho sprezzata sdegnosamente la sua malvagità inquisitoriale, poichè so che opera come una macchina, come un istrumento all’Inglese. {{A destra|El 34 Ms. de l’aeenn Febral 349.}} No, io non ho più la forza di durarla. Dio! Che fanno di me? Mi gettan sulla testa acqua gelata! Non mi capiscono, non mi vedono, non mi ascoltano! Che ho fatto loro? perchè mi perseguitano? Che vogliono da un disgraziato come me? Che posso dar loro? Non ho niente. Sono stremato; non reggo più a’ loro strazi, mi gira la testa e tutto mi gira intorno. Salvatemi, portatemi via! Datemi una ''troika''<ref>Vettura a tre cavalli di fronte.</ref>, dai cavalli veloci come la tempesta. Siedi, cocchiere mio; suona, campanello mio; galoppate, cavalli, e rapitemi fuori del mondo! Più lontano, sempre più lontano, che non si veda più nulla. Il cielo mi turbina davanti, laggiù; brilla una stellina remota, ondeggia un bosco cogli alberi scuri; ecco la luna; sotto i piedi mi si stende la nebbia azzurro-cupa; e nella nebbia risuona una corda; da una parte il mare, dall’altra l’Italia; ed ecco apparir le ''isbà''<ref>Capanne da contadini.</ref> russe. È la mia casa che biancheggia lontano? È la mia mamma che sta sulla finestra? Mamma, salva il tuo povero figlio; versa una lacrima sulla sua testina dolorosa. Vedi come lo torturano! Stringiti al petto il tuo povero orfanello! Non c’è più posto sulla terra per lui. Lo scacciano!... Mamma, abbi pietà del tuo figliuolo malato!... A proposito: sapete che è spuntato un bernoccolo proprio sul naso del bey di Algeri?<noinclude><references/></noinclude> jveqb6pzpz9c553k0e4neq36c5b30j6 Memorie di un pazzo 0 913959 3904715 3817969 2026-09-28T12:35:11Z Spinoziano (BEIC) 60217 Porto il SAL a SAL 100% 3904715 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=28 settembre 2026}}{{Intestazione | Nome e cognome dell'autore = Nikolaj Vasil'evič Gogol' | Nome e cognome del curatore = | Titolo =Memorie di un pazzo | Anno di pubblicazione = 1835 | Lingua originale del testo =russo | Nome e cognome del traduttore = Domenico Ciampoli | Anno di traduzione =1916 | Progetto = | Argomento =Novelle | URL della versione cartacea a fronte = Indice:Gogol - Novelle, traduzione di Domenico Ciampoli, 1916.djvu }} {{Raccolta|Novelle (Gogol)}} <pages index="Gogol - Novelle, traduzione di Domenico Ciampoli, 1916.djvu" from="149" to="172" /> {{Sezione note}} bd5oe8ds3eb8xjtru70hccqy85b1tmi Pagina:Antologia provenzale, Hoepli, 1911.djvu/12 108 931348 3904991 3446597 2026-09-28T16:42:49Z MARIO ZANELLO 54906 /* Riletta */ 3904991 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="MARIO ZANELLO" />{{RigaIntestazione|6|{{Sc|antologia poetica provenzale}}|riga=si}}</noinclude><section begin="s1" />{{Ct|c=autore|Marius André}} {{Ct|c=data|1868.}} {{Ct|c=titolo|LA GLÒRI D’ESCLARMOUNDO.}} <poem> Chato, adusès de faudo emplido De roso emé de margarido; Drole, trasès sus li camin Un abounde de jaussemin; Ome, fasès subre li tèsto Davala ’n plueio li genèsto; E vàutri, pourgès, capelan, Uno garbeto d’ièli blanc. Vierge, trenas vous en blancado: Tóuti li tlour soun counvidado! Que li sentour de l’amelié Mounton coume d’un encensié! Que li gaudre e li parpaiolo Adugon li fleirour di colo! Femo, poudès peréu landa: Tóuti li gènt soun counvida! </poem> <section end="s1" /> {{Rule|t=1|v=1}} <section begin="s2" />{{Ct|c=titolo|LA GLORIA D’ESCLARMONDA.}} Fanciulle, portate grembiali pieni di rose e di margherite; Giovani, spargete pei sentieri una profusione di gelsomini; Uomini, fate scendere sulle teste una pioggia di ginestre; E voi, porgete, cappellani, una cesta di gigli bianchi. Vergini, intrecciatevi in bianche processioni; tutti i fiori sono chiamati a convito. Che i profumi del mandorlo s’alzino come da un incensiere, che i ruscelli e le farfalle apportino il profumo delle colline; Donne, potete pure accorrere; tutte le genti sono convitate.<section end="s2" /><noinclude></noinclude> ovafxgyqki649s7b7ph90smgdjaq2ot Pagina:Canestrini - Antropologia.djvu/16 108 934690 3904992 3551224 2026-09-28T16:45:09Z MARIO ZANELLO 54906 /* Riletta */ 3904992 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="MARIO ZANELLO" />{{RigaIntestazione|2|Antropologia|}}</noinclude>{{Pt|diati|studiati}} con diligenza, perchè possono servire a distinguere quest’ordine dagli affini, e forniscono anche dei criterii per la classificazione dell’intero ordine. Inoltre la zoologia studia i costumi, le abitudini e gli istinti degli animali, ma nell’uomo questi costumi costituiscono una forte somma di cognizioni che l’antropologo non può trascurare. Di più, anche le malattie, le anomalie e mostruosità fanno parte dell’antropologia, quando sieno considerate in modo comparativo o chiariscano l’influenza delle condizioni esterne della vita sulla nostra specie. Finalmente, come la zoologia segue un dato gruppo animale nel remoto passato per stabilirne l’albero genealogico, così l’antropologo deve occuparsi dell’antichità e delle origini dell’uomo. Fortunatamente l’antropologia trova un valido appoggio nelle scienze affini, perchè l’uomo è da lungo tempo argomento di osservazioni e di ricerche. Infatti la medicina ha studiato profondamente ed in tutti i suoi dettagli la struttura interna dell’uomo, le funzioni de’ suoi organi, le malattie, le anomalie e mostruosità, per giovarsene nel pratico esercizio, e l’antropologia attinge a questi rami della medicina quei risultati che illuminano la posizione dell’uomo nella natura e ci manifestano delle differenze fra le singole divisioni del genere. La filosofia ha studiato il lato psichico dell’uomo con cura particolare, e l’antropologia si vale dei risultati così conseguiti. Inoltre l’antropologo ricorre alla filologia per farsi un giusto concetto generale delle diverse lingue estinte e viventi. Ma l’antropologo ha anche difficoltà speciali da superare. L’uomo è sparso sopra una gran parte<noinclude></noinclude> tkeug57pw3i3phq62u56vs7pl8q1fzm 3904993 3904992 2026-09-28T16:45:26Z MARIO ZANELLO 54906 3904993 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="MARIO ZANELLO" />{{RigaIntestazione|2|Antropologia.|}}</noinclude>{{Pt|diati|studiati}} con diligenza, perchè possono servire a distinguere quest’ordine dagli affini, e forniscono anche dei criterii per la classificazione dell’intero ordine. Inoltre la zoologia studia i costumi, le abitudini e gli istinti degli animali, ma nell’uomo questi costumi costituiscono una forte somma di cognizioni che l’antropologo non può trascurare. Di più, anche le malattie, le anomalie e mostruosità fanno parte dell’antropologia, quando sieno considerate in modo comparativo o chiariscano l’influenza delle condizioni esterne della vita sulla nostra specie. Finalmente, come la zoologia segue un dato gruppo animale nel remoto passato per stabilirne l’albero genealogico, così l’antropologo deve occuparsi dell’antichità e delle origini dell’uomo. Fortunatamente l’antropologia trova un valido appoggio nelle scienze affini, perchè l’uomo è da lungo tempo argomento di osservazioni e di ricerche. Infatti la medicina ha studiato profondamente ed in tutti i suoi dettagli la struttura interna dell’uomo, le funzioni de’ suoi organi, le malattie, le anomalie e mostruosità, per giovarsene nel pratico esercizio, e l’antropologia attinge a questi rami della medicina quei risultati che illuminano la posizione dell’uomo nella natura e ci manifestano delle differenze fra le singole divisioni del genere. La filosofia ha studiato il lato psichico dell’uomo con cura particolare, e l’antropologia si vale dei risultati così conseguiti. Inoltre l’antropologo ricorre alla filologia per farsi un giusto concetto generale delle diverse lingue estinte e viventi. Ma l’antropologo ha anche difficoltà speciali da superare. L’uomo è sparso sopra una gran parte<noinclude></noinclude> 69f8c4myjlrks0fu9xb10ise9p9cayf Pagina:Luigi Barzini. Sotto la tenda.djvu/157 108 937436 3905133 3571229 2026-09-29T07:39:11Z Sentrac98 29209 /* Riletta */ 3905133 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Sentrac98" /></noinclude>{{FI |file = Luigi Barzini. Sotto la tenda (page 157 crop).jpg |width = 100% |caption = ''{{Sc|Tipi di schiavi negri e di servi.}}'' }} {{ct|t=4|v=2|f=125%|LA CAISERIYA.}} Si lavora, intorno alla Caiseriya. Tutti i mestieri rumoreggiano in un dedalo di viuzze oscure, si accalcano in poco spazio; gli artieri oprano l’uno vicino all’altro come le figurine di quei teatri meccanici che abbiamo ammirato da ragazzi nei baracconi della fiera. E sono antichi mestieri, che non conoscono altra forza che il braccio ed altra macchina che la mano, che vivono per una sapienza atavica lenta e paziente. Rivediamo tutte le nostre industrie passate che la meccanica ha ucciso; le ritroviamo viventi e floride, rette da leggi e da amministrazioni medioevali che le nostre città conobbero, obbedienti a tradizioni che vissero nei nostri paesi. La difficoltà dei trasporti, la distanza dal mare, la magnifica isolazione di Fez, hanno mantenuto le sue secolari produzioni, alcune delle quali ebbero origine nella Spagna araba. Da Granata vennero i maestri ''Fakharin'', i quali creano gli ''zellij'', quelle maioliche smaltate che sono parte così importante nell’ornamentazione delle moschee e delle case moresche. I bagni, le numerose fontane, i minareti, i pavimenti<noinclude><references/></noinclude> 5ub77f91qyy9o072zp5lgts7jpiz9ly Pagina:Spanò Bolani - Storia di Reggio Calabria, Vol. II, Fibreno, 1857.djvu/208 108 949634 3905142 3873265 2026-09-29T08:11:02Z Modafix 8534 3905142 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione|{{spazi|3}}198|{{Sc|tavola terza}}|}}</noinclude>concittadino, potrà leggerne la biografia da me scritta e pubblicata ne’ numeri 1, 2 e 3 dell’anno terzo (1843) della Fata Morgana. {{Sc|{{AutoreCitato|Giuseppe Fozi|Giuseppe Foti}}}} Gesuita. Scrisse e pubblicò le ''Vite di S. Francesco Sales'', ''di S. Maria Maddalena de Pazzis, del Vener. Ignazio Abezeda'' e Compagni, ''di S. Demetrio, e di Annibale d’Afflitto Arcivescovo di Reggio''. Inoltre ''La Conversione del buon Ladrone; Consolazione delle anime afflitte; Gli efficaci rimedii contro la peste; Risposte alle domande di un gran Prelato circa la Gerarchia ecclesiastica; Degli efficaci diletti dell’amore di G. Cristo; Il perpetuo coltello della Regina de’ Martiri di Lodovico Andries'' (traduzione dallo spagnuolo)''; Casi ed eventi della confessione fatta da Cristofaro Vega'' (traduzione dallo spagnuolo)''; L’Istoria Santa di Niccolò Folone'' (traduzione dallo spagnuolo)''; Epistola Parenetica della Povertà'' del Padre Goswin-Nikel (traduzione dal latino). Lasciò poi manoscritte ''Il Plauso Romano, e Gloriae Petri Mariae Burghesii S. R. E. Cardinalis'' (in versi latini); le quali due opere si conservavano già nella libreria dei Cappuccini di Reggio. {{Sc|{{AutoreCitato|Ignazio Cumbo|Ignazio Cumbo}}}}. Dell’ordine de Cappuccini, teologo e poeta di molta fama a’ suoi tempi. Dovette nascere verso la fine del decimosesto secolo, poichè sappiamo di certo esser uscito di vita assai decrepito nel 1686. Era Guardiano del nostro Convento de’ Cappuccini nell’anno 1657; ma niun’altra particolarità ci è nota della sua vita. Egli è autore di una raccolta di versi intitolata ''La lira sacra di varie corde poetiche, ordinata in due classi'', che non fu mai pubblicata, e di un poema sacro intitolato {{TestoCitato|La Maddalena liberata|''La Maddalena liberata in venti canti''}} pubblicato in Venezia presso Paolo Baglione 1673 in 12. Di tal poema fece un esame il nostro egregio {{AutoreCitato|Girolamo Arcovito|Girolamo Arcovito}} nella ''Fata Morgana'', anno primo 1838, ne’ num. 8, 10 e 12, a cui rimandiamo i lettori. Ma siccome non tutti possono avere tal foglio periodico, fatto già raro, non sarà discaro ad alcuno che io qui, per saggio del poetare del Cumbo, riferisca talune stanze del suo poema. <section begin="s1" />{{Ct|t=1|v=1|''(Canto XV, Stanza 60 a 62)''}} {{Ct|v=1|{{Sc|Su’ Profeti}}.}} <poem> Colui che lor precede allegramente È il Profeta evangelico Isaïa, Che di Cristo parlò sì chiaramente Che sembra istoria la sua Profezia; </poem><section end="s1" /><noinclude></noinclude> lu36mf3xjf51155ri6yein0k5j4klug 3905144 3905142 2026-09-29T08:11:41Z Modafix 8534 3905144 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione|{{spazi|3}}198|{{Sc|tavola terza}}|}}</noinclude>concittadino, potrà leggerne la biografia da me scritta e pubblicata ne’ numeri 1, 2 e 3 dell’anno terzo (1843) della Fata Morgana. {{Sc|{{AutoreCitato|Giuseppe Fozi|Giuseppe Foti}}}} Gesuita. Scrisse e pubblicò le ''Vite di S. Francesco Sales'', ''di S. Maria Maddalena de Pazzis, del Vener. Ignazio Abezeda'' e Compagni, ''di S. Demetrio, e di Annibale d’Afflitto Arcivescovo di Reggio''. Inoltre ''La Conversione del buon Ladrone; Consolazione delle anime afflitte; Gli efficaci rimedii contro la peste; Risposte alle domande di un gran Prelato circa la Gerarchia ecclesiastica; Degli efficaci diletti dell’amore di G. Cristo; Il perpetuo coltello della Regina de’ Martiri di Lodovico Andries'' (traduzione dallo spagnuolo)''; Casi ed eventi della confessione fatta da Cristofaro Vega'' (traduzione dallo spagnuolo)''; L’Istoria Santa di Niccolò Folone'' (traduzione dallo spagnuolo)''; Epistola Parenetica della Povertà'' del Padre Goswin-Nikel (traduzione dal latino). Lasciò poi manoscritte ''Il Plauso Romano, e Gloriae Petri Mariae Burghesii S. R. E. Cardinalis'' (in versi latini); le quali due opere si conservavano già nella libreria dei Cappuccini di Reggio. {{Sc|{{AutoreCitato|Ignazio Cumbo|Ignazio Cumbo}}}}. Dell’ordine de Cappuccini, teologo e poeta di molta fama a’ suoi tempi. Dovette nascere verso la fine del decimosesto secolo, poichè sappiamo di certo esser uscito di vita assai decrepito nel 1686. Era Guardiano del nostro Convento de’ Cappuccini nell’anno 1657; ma niun’altra particolarità ci è nota della sua vita. Egli è autore di una raccolta di versi intitolata ''La lira sacra di varie corde poetiche, ordinata in due classi'', che non fu mai pubblicata, e di un poema sacro intitolato {{TestoCitato|La Maddalena liberata (1673)|''La Maddalena liberata in venti canti''}} pubblicato in Venezia presso Paolo Baglione 1673 in 12. Di tal poema fece un esame il nostro egregio {{AutoreCitato|Girolamo Arcovito|Girolamo Arcovito}} nella ''Fata Morgana'', anno primo 1838, ne’ num. 8, 10 e 12, a cui rimandiamo i lettori. Ma siccome non tutti possono avere tal foglio periodico, fatto già raro, non sarà discaro ad alcuno che io qui, per saggio del poetare del Cumbo, riferisca talune stanze del suo poema. <section begin="s1" />{{Ct|t=1|v=1|''(Canto XV, Stanza 60 a 62)''}} {{Ct|v=1|{{Sc|Su’ Profeti}}.}} <poem> Colui che lor precede allegramente È il Profeta evangelico Isaïa, Che di Cristo parlò sì chiaramente Che sembra istoria la sua Profezia; </poem><section end="s1" /><noinclude></noinclude> s870bfnno4e9zjef943s0i3r92p7hh7 Pagina:Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu/511 108 956531 3904952 3483652 2026-09-28T15:14:47Z Utoutouto 16823 /* Riletta */ 3904952 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||sagra del signore della nave|501}}{{block|recita}}</noinclude><noinclude>{{block|is}} </noinclude>e suoni in contrasto di varii strumenti di sonatori ambulanti sopravvenuti. </div> {{block|is|Ancora il giovane pedagogo cercherà di difendere contro il signor Lavaccara la dignità umana, nonostante lo scempio ch’ella comincia a far di se stessa sotto i suoi occhi; ma alla fine la sua fede vacillerà atterrita, ed egli cascherà avvilito prostrato davanti all’osceno e spaventoso spettacolo della bestialità trionfante.}} {{Sc|Il signor Lavaccara}} (''levandosi in piedi, minaccioso, già un po’ sborniato anche lui''). E hanno fatto male! Finisca di difendere codesta sua umanità! Preferisco a questi bizzochi chi viene qua per dimostrarsi piú porco dei porci! Ma guardi qua, là! Non sente come gridano? {{Sc|Il giovane pedagogo}}. Ma le sembrano grida di festa, giulive? {{Sc|Il signor Lavaccara}}. Piú bestiali, mi sembrano, di quelle dei porci che scannano! {{Sc|Il giovane pedagogo}}. Appunto! appunto! Grida che pajono strappate dalla violenza d’un ferocissimo dolore! S’intonano, senza saperlo, su le strida delle povere bestie immolate! Questa è sensibilità! E ci riconoscono ancora l’uomo! {{block|is|Non avrà finito di dire cosí, che dalla tavola dei giocatori partirà il primo scompiglio. Tre scatteranno in piedi, vociando, rovesciando le seggiole, e aggrediranno il quarto, che si leverà anche lui, e tutti e quattro s’azzufferanno, producendo un tumulto generale.}} {{Sc|I giocatori}}. — Ah ladro! — Tu bari! — Afferralo! — Carogna! — Non è vero! Lasciatemi! — Da’ qua le carte! — Ladro! Ladro! {{block|is|Del tumulto approfitteranno quei due arnesi della malavita, per tirare una spinta alla moglie dell’avvocato e strapparle la collana.}} {{Sc|La moglie dell’avvocato}} (''strillando come un’aquila''). La collana! La collana! Quei due mariuoli: la collana! {{block|is|Al marito:}}Corri! corri! Acchiappalo! {{block|{{Pt|isb|is}}}} L’avvocato cercherà di rompere la calca per inseguire i due ladri scomparsi da destra; lei seguiterà a strillare ma nessuno le darà<noinclude></noinclude> dw931nqlxm4gk6fek62hg8j1ssi0y5k Pagina:Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu/512 108 956532 3904947 3473171 2026-09-28T15:11:59Z Utoutouto 16823 /* Riletta */ 3904947 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione|502|maschere nude|}}{{block|recita}}</noinclude><noinclude>{{block|is}} </noinclude>retta. Uno dei quattro giocatori, quello accusato di barare, avrà tratto il coltello per scagliarsi contro gli altri tre, tra le grida di spavento delle donne e il pianto dei ragazzi: gli uomini cercheranno di spartire i rissanti. Sopravverrà intanto da sinistra, stravolto, lo scrivano, a cui saranno scappate la moglie e la figlia, e si precipiterà dal palcoscenico sul ponticello, attraversando la sala e urlando: </div> {{Sc|Lo scrivano}}. Scappate! scappate! Mia moglie! Mia figlia! Scappate! Mentre dormivo! {{block|is|Nessuno darà retta neanche a lui! Divisi i rissanti, tra il tumulto crescente, le tavole rovesciate, donne ubriache strappate scarmigliate e uomini in foja sborniati e furenti si rovesceranno da destra e da sinistra sulla scena, e alle feroci stonature d’una piccola banda di musici girovaghi, avvinazzati, si butteranno a danzare un frenetico trescone. La luce, a questo punto, sarà di fiamma sulla scena. Il signor Lavaccara, trionfante, urlerà al giovane pedagogo, caduto in un disperato avvilimento:}} {{Sc|Il signor Lavaccara}}. La sua umanità! Eccola! eccola! La sua umanità! La riconosce ancora? {{block|{{Pt|isb|is}}}} D’un tratto, cupo enorme solenne, s’udrà dall’alto un rintocco di campana, e subito, come per un improvviso tracollo del sole, la luce, da rossa, si farà violetta. Tutti, come atterriti, taceranno, in miserabili atteggiamenti sguajati, cangiando le urla in un bestiale affanno di pianto, in una mugolante ànsima di contrizione. Altri tremendi rintocchi s’udranno intanto, a cui dalla chiesa risponderà il rombo dell’organo e il coro dei divoti: e dal portale della chiesa apparirà, spettrale, un altissimo prete in cappa e stola, che reggerà alto con tutt’e due le braccia il Signore della Nave: grande macabro Crocefisso insanguinato. Due chierici, anch’essi spettrali, gli staranno ai lati; altri due, inginocchiati davanti, agiteranno i turiboli; tutta la folla, sempre ansimando, gemendo, mugolando, cadrà in ginocchio e si darà pugni rintronanti sul petto. Il prete lentamente scenderà la cordonata, seguito dai divoti oranti e da altri chierici che recheranno alti su neri bastoncelli dei lampioncini accesi, e aprirà la processione, attraversando il palcoscenico e poi sul ponticello la sala. Dietro al Crocefisso molti andranno barcollanti e non cesseranno di picchiarsi il petto e di piangere e di gemere a mano a mano più forte;<noinclude></noinclude> e6sbisjaq5iaqq1w2dau5qtwwazjhr5 Pagina:Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu/513 108 956533 3904949 3483653 2026-09-28T15:13:21Z Utoutouto 16823 /* Riletta */ 3904949 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" />{{RigaIntestazione||sagra del signore della nave|503}}{{block|recita}}</noinclude><noinclude>{{block|is}} </noinclude>altri, non riuscendo a levarsi in piedi, resteranno accosciati sul palcoscenico come bestie ferite, barbugliando: ''«Mea culpa! Mea culpa! Cristo, perdonaci! Cristo, pietà!»''. Allora il giovane pedagogo, rimasto col signor Lavaccara sul palcoscenico, tutti e due come basiti, si leverà gradatamente e additando al compagno la tragica processione, dirà: </div> {{Sc|Il giovane pedagogo}}. No, no, vede? piangono, piangono! Si sono ubriacati, si sono imbestiati; ma eccoli qua ora che piangono dietro al loro Cristo insanguinato! E vuole una tragedia piú tragedia di questa? {{block|is|La processione scomparirà dalla sala; cesseranno i rintocchi e cadrà la}} </div> {{Ct|f=100%|v=1|TELA}}<noinclude></noinclude> mhgle4yiasvcd3ndtfstud2m0bi59v5 Pagina:Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu/515 108 956534 3904956 3483654 2026-09-28T15:18:36Z Utoutouto 16823 /* Riletta */ 3904956 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" /><!--{{RigaIntestazione||ma non è una cosa seria|505}}{{block|recita}}--></noinclude> {{Ct|f=140%|v=5|t=5|MA NON È UNA COSA SERIA}}<noinclude></noinclude> 3suevby180tgod8umxr0xjfn421sn3a Pagina:Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu/517 108 956535 3904957 3483655 2026-09-28T15:20:20Z Utoutouto 16823 /* Riletta */ 3904957 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Utoutouto" /><!--{{RigaIntestazione||ma non è una cosa seria|507}}{{block|recita}}--></noinclude> {{Ct|c=atto|PERSONAGGI}} {{block|is|{{Sc|Gasparina Torretta - Memmo Speranza - Il Signor barranco - Il Professor Virgadamo - Grizzoffi La Maestrina Terrasi - Magnasco - Vico Lamanna - Loletta Festa - Fanny Martinez - Celestino,}} ''cameriere'' - {{Sc|Rosa}}, ''cameriera''. {{*}} In una città dell’Italia settentrionale.<br> Oggi.}}<noinclude></noinclude> 490wttclo22c373c9lcb86vh7ju6mzi Pagina:Ars et Labor, 1906 vol. I.djvu/1 108 960455 3904997 3559777 2026-09-28T16:51:35Z MARIO ZANELLO 54906 /* Riletta */ 3904997 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="MARIO ZANELLO" /></noinclude>{{A destra|{{xxx-larger|'''ARS'''}} {{xx-larger|'''ET'''}}<br> {{xxx-larger|'''LABOR'''}} {{xx-larger|MUSICA e MUSICISTI}} RIVISTA MENSILE ILLUSTRATA}} {{FI |file = Ars et Labor, 1906 vol. I (page 1 crop).jpg |width = 100% |caption = }} {{x-larger|G·RICORDI}} e {{x-larger|C·}} EDITORI<noinclude><references/></noinclude> 19nwyh52womelkacp48bq1ctgrjmrz6 Sagra del Signore della Nave 0 962397 3904951 3826222 2026-09-28T15:13:44Z Utoutouto 16823 Porto il SAL a SAL 100% 3904951 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=28 settembre 2026}}{{Intestazione | Nome e cognome dell'autore = Luigi Pirandello | Nome e cognome del curatore = | Titolo =Sagra del Signore della Nave | Anno di pubblicazione = 1924 | Lingua originale del testo = | Nome e cognome del traduttore = | Anno di traduzione = | Progetto = teatro | Argomento = commedie | URL della versione cartacea a fronte = Indice:Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu }} {{Raccolta|Maschere nude}} <pages index="Pirandello - Maschere nude, Volume II - Verona, Mondadori, 1965.djvu" from="489" to="514" /> 8tjt0vhnlpwlwuzvns1u9mbyybp83xb Pagina:Alfredo Casella - Ventuno piu ventisei (1931).djvu/25 108 971720 3904977 3639576 2026-09-28T16:09:35Z MARIO ZANELLO 54906 /* Riletta */ 3904977 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="MARIO ZANELLO" /></noinclude>''Già un secolo fa, il vecchio Rossini aveva così definito le caratteristiche essenziali della nostra musica:'' «Melodia semplice e varietà nel ritmo». ''Oggi, passato lo'' Sturm und Drang, ''sepolto il wagnerismo, dileguatosi l'impressionismo debussista, placata infine l'esasperazione sonora dell’ultimo quindicennio, è lecito, a Dio piacendo, di veder chiaro. Sono lontani i tempi (pur così recenti) ove poesia, pittura e musica già esprimevano solamente per mezzo di'' rebus ''quasi universalmente indecifrabili. È tramontata l'epoca ove la melodia faceva schifo al solo nominarla, ed i musicisti si sarebbero creduti disonorati scrivendo quattro battute di canto fresco ed ingenuo. Oggi il pubblico europeo è sazio di esperimenti e di tentativi, e vuole qualcosa di più concreto. Può essere questa l'ora della musica italica. Il meraviglioso testamento verdiano — il'' Falstaff — ''non è ancora stato aperto. Però da mille sicuri indizi, non è più lontano quel giorno. Ed allora, ritrovato il segreto mirabile della nostra commedia buffa, restituite alla nostra musica strumentale quelle stupende e salde ed elastiche forme del ’600 e del ’700 nostri, si rinnoverà anche ciò che fu il vero «melodramma italico» e che non vogliamo veder morire, ma che deve però adattarsi alle nuove epoche. Vi è in questi tempi, nella triste ed angosciata atmosfera europea, una musica «latente», che si potrebbe {{Pt|chia-|}}''<noinclude>{{PieDiPagina||29|}}</noinclude> p2yb7lj1090name2v292w9l6zq92na2 Pagina:Eisenstein o della coerenza stilistica.pdf/10 108 979008 3904966 3628884 2026-09-28T15:49:36Z Gatto bianco 43648 3904966 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" /></noinclude>Maurice Bardèche e Robert Brasillac: ''Histoire du Cinema'', Denoël et Steele, Paris, 1943. G. L. George: ''Le Cinéma sovietique à Hollywood'', in « La Revue du Cinéma » n. 24, luglio 1931. Lo Duca: ''Histoire du Cinéma'', Presses Universitaires de France, Paris 1943. A. V. Lunacarsky: ''Der russische Revolutions film'', Orel Fuessli, Berlin, 1929. Ettore M. Margadonna: ''Cinema ieri e oggi'', Editoriale Domus, Milano 1932, p. 169 e segg. Léon Moussiac: ''Le Cinéma sovietique'', Gallinard, Paris 1932. Mario Orsoni: ''Ricordo di Eisenstein'', su « Il Mattino del Popolo », Venezia, 15 febbraio 1948. Francesco Pasinetti: ''Storia del Cinema dalle origini ad oggi'', Ed. Bianco e Nero, Roma, 1939 Francesco Pasinetti: ''Mezzo secolo di Cinema'', Ed. Poligono, Milano, 1946, p.53-55. Francesco Pasinetti: ''Filmlexikon'', Ed. Filmeuropa, Milano, 1948, p. 327. Francesco Pasinetti e Gianni Puccini: ''La Regia Cinematografica'', Ed. Riako, Venezia 1945. Jean Richard: ''Les grands réalisateurs russes'', in «Cinéa », n. 21, gennaio 1932. Paul Rotha: ''The Film Till Now'', Smith, London 1930 F. Slang: ''Panzerkreuzer Potemkin'', Ed. Malik-Verlag, Berlin. Jacques Spitz: ''Le Cuirassé Potemkine'', in « La Révue du Cinéma » n. 14, sett. 1930. Carl Vincent: ''Histoire de l’Art Cinématographique'', Ed. du Trident, Bruxelles 1939. Edmund Wilson: ''Eisenstein in Hollywood'', in « The New Republic », 4 novembre 1931<noinclude>{{PieDiPagina||— 48 —|}} <references/></noinclude> g9agvjgbre9s6iawm7a5bnt5sz3fh2b Autore:Luigi Amedeo di Savoia-Aosta 102 981612 3905188 3788589 2026-09-29T10:03:44Z Spinoziano (BEIC) 60217 /* Testi */ +1 3905188 wikitext text/x-wiki {{Autore | Nome = Luigi Amedeo | Cognome = di Savoia-Aosta | Attività = esploratore/ammiraglio/alpinista/duca | Nazionalità = italiano | Professione e nazionalità = esploratore, ammiraglio e alpinista italiano, primo Duca degli Abruzzi }} == Testi == Relazioni ufficiali delle spedizioni esplorative del Duca degli Abruzzi: * {{testo|Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia}} * {{testo|Il Ruwenzori|Il Ruwenzori. Viaggio di esplorazione e prime ascensioni}} Altri testi: * {{testo|La Stella Polare ed il suo viaggio avventuroso}} {{Sezione note}} ca10n35lbyycwu7jclnqz19if0f220z Pagina:Luigi Barzini. Sotto la tenda.djvu/158 108 988812 3905134 3577708 2026-09-29T07:47:12Z Sentrac98 29209 /* Riletta */ 3905134 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Sentrac98" /></noinclude>e le pareti delle corti, sono coperti di ''zellij'' dai colori armoniosi, dai rabeschi eleganti che perpetuano gli ornati degli ''zellij'' scintillanti nell’Alhambra e nell’Alkazar. I ''Fakharin'' lavorano all’aria aperta; impastano le argille all’ombra di olivi {{FI |file = Luigi Barzini. Sotto la tenda (page 158 crop).jpg |width = 50% |float = left |margin-right = 2em |caption = ''{{Sc|Una via di Fez.}}'' }} secolari, cantando certe loro ''kaside'' che sembrano andaluse. Formano i pezzi allo stampiglio, lasciano al sole la cura di asciugarli, e quando li escono dai forni primitivi che fumano fra i rami degli alberi, li coprono di smalti vivaci, li dipingono rapidamente con mano sicura, secondo tradizioni immutabili, e li ricuociono. È una arte aristocratica e fine praticata in modo rudimentale, ancora accampata come al primo momento in cui venne a trapiantarsi qui. Battono e cigolano i telai nella via dei tessitori, turbinano gli aspi, e le lunghe pezze di lana bianca si svolgono attraverso la strada, pendono a centone sulle canne quasi per un addobbo. I tintori, nella loro via, umida, sporca come un vecchio banco di scuola, corsa da ruscelli di colori bizzarri, torcono pezze e fili con le mani intrise di tinta, in mezzo al vapore delle grandi caldaie, nell’oscurità dei piccoli laboratori dal pavimento fangoso e nero. E le stoffe fumanti, sono appese fuori ad asciugare, ed oscillano la loro frangia di gocciole colorate e brillanti, tremule gemme, sulle teste dei passanti. La strada dei conciatori è profumata dall’aspro odore del cuoio marocchino, una volta famoso sotto al suo nome d’origine di ''Cordovano'' (da cui derivò il francese ''cordonnier''). Vengono dall’interno le droghe segrete per la concia, semi di acacia gommifera, rami d’euforbie, polpa di datteri freschi, radici d’una pianta dell’Atlante detta ''uzza'',<noinclude><references/></noinclude> es3032zqs97yomlbbl8v5csqa7doowl Pagina:Luigi Barzini. Sotto la tenda.djvu/159 108 988813 3905135 3577709 2026-09-29T07:48:42Z Sentrac98 29209 /* Riletta */ 3905135 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Sentrac98" /></noinclude>scorze di melograno. Le belle pelli pronte, gialle per le scarpe, rosse per le ''shkara'' — borse ricamate — bianche per le rilegature dei libri, si ammassano sulla via, aperte, conservando vagamente il contorno dell’animale squarciato. Poco discosto lavorano i calzolai che battono e cuciono a stesa di braccio. Più in là i rilegatori di libri, intenti ai piccoli telai, vestono i grossi manoscritti con cuoio rabescato d’oro, e all’appressarsi del ''Nazarene'' allontanano i volumi ancora nudi perchè il suo sguardo non profani le sacre scritture. I ciabattini, in doppia fila sopra un ponticello, seduti in terra fra gli arnesi del mestiere che potrebbero star tutti in un fazzoletto, riparano tutte le calzature dei fasi poveri; e come tutti i ciabattini del mondo, per una misteriosa ma {{FI |file = Luigi Barzini. Sotto la tenda (page 159 crop).jpg |width = 50% |float = right |margin-left = 2em |caption = ''{{Sc|La porta di Giat.}}'' }} evidente relazione fra le scarpe vecchie e la felicità umana, si dimostrano i più allegri e ciarlieri operai. Un battere sonoro di martelli annunzia da lontano la via dei vasari che foggiano anfore, e incensieri, e bacili, e vasi da profumo, con il bel rame puro, dai riflessi ardenti, che i berberi portano giù dalle loro montagne, da miniere nascoste nell’Atlante. Vicino a loro, nella via degli orefici, è un martellare più fitto, assiduo, ma sommesso, un pulsare paziente e delicato degli ordigni sopra i gioielli massicci e strani destinati ad adornare le fronti, il petto, le braccia, le caviglie nude delle arabe, le quali si fanno belle per il loro signore nell’intimità della casa. Gli armaioli, riuniti in una strada scoscesa, fabbricano alle piccole fucine le lunghe ''skobite'' a pietra, e le impreziosiscono di barbari ornamenti d’argento,<noinclude><references/></noinclude> ggraqajdpso156uxzejjeyr9a1yaxy1 Pagina:Luigi Barzini. Sotto la tenda.djvu/160 108 988844 3905136 3577767 2026-09-29T07:51:34Z Sentrac98 29209 /* Riletta */ 3905136 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Sentrac98" /></noinclude>innestano singolari impugnature moresche a vecchie lame cristiane che portano talvolta incisi motti religiosi spagnuoli come questo: ''Por Dios y la Santa Virgen''. Ho visto una spada le cui parole incise mi sono sembrate un saluto d’amico; da una parte era scritto: ''Ferrara'' — e dall’altra: ''Andrea fece''. Con pochi ''duros'' ho riscattato quell’arma italiana dalla sua secolare schiavitù barbaresca. E v’è anche la via degli ''adul'', dei notari, che aspettano come gufi nelle tane, in mezzo a scartafacci, con le penne di canna, ben temperate, in rango, a portata di mano. Essi sono gli azzeccagarbugli del Marocco. I pettinari hanno pure una loro via, ingombra di riccioli sottili di piallature; nelle loro bottegucce tagliano pettini nei legni duri che vengono dal Tafilelt. “Via degli armorari„, “via dei pettinari„, “via degli orefici„, sono nomi familiari a noi, nomi rimasti nelle nostre città. Quattro o cinque secoli fa, un giro per il quartiere più industrioso di Milano, intorno alla Cattedrale, doveva far vedere uno spettacolo non troppo dissimile da quello che ci si mostra in un giro per Fez, intorno alla Moschea di Muley Idris. Ogni tanto s’incontra una gran porta, ornata tutto in giro da quegli esuberanti intrecci geometrici che sono una specialità degli artisti arabi, una porta vecchia, dai battenti rivestiti di bronzo scolpito e borchiato che non si chiudono più. Nell’interno si scorge una corte, un porticato, delle porticine in giro, e un rumoroso va e vieni di gente, un entrare e uscire di mercanti e di notabili sulle grosse mule bardate di rosso, un aggrupparsi di asini, di cammelli, un correre e vociare di carovanieri. È un ''Fondak''. I Veneziani italianizzarono la parola e ne fecero ''fondaco''. Il ''fondak'' è il piede a terra delle carovane, ed è il deposito delle merci. I mercanti vi tengono i loro grandi magazzini. E albergo, stalla, caravan serraglio, mercato, il tutto proprietà di una moschea. Ogni ''fondak'' ha la sua clientela speciale. Ce n’è uno per le carovane del sud, uno per quelle di Tangeri, uno per quelle di Tetuan. Tutto ciò che parte e tutto ciò che arriva si accumula al ''fondak'', dove si vendono all’asta i profumi e le pelli, i datteri e i cotoni, le babbucce e gli schiavi.<noinclude><references/></noinclude> negjpqg9cl9xubf8efdbn5kjqa4y71h Pagina:Luigi Barzini. Sotto la tenda.djvu/161 108 988845 3905138 3578463 2026-09-29T07:56:01Z Sentrac98 29209 /* Riletta */ 3905138 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Sentrac98" /></noinclude>{{Nop}} Veramente la vendita all’asta degli schiavi avviene al ''Soko El-Gkzal'', un mercato dove al mattino si contratta dell’innocente cotone filato, all’ora del ''dohor'' vi si vende il grano e soltanto dall’ora dell’''aser'' a quella del ''moghrib'' — cioè dalle {{FI |file = Luigi Barzini. Sotto la tenda (page 161 crop).jpg |width = 50% |float = right |margin-left = 2em |caption = ''{{Sc|Una via del Mellah di Fez.}}'' }}tre e mezza al tramonto — al cotone e al grano succede mercanzia umana. I compratori guardano, palpano, osservano i denti, come si fa per i cavalli, discutono. Se arriva un cristiano il mercato è sospeso, in onore alle nostre idee, e la gente aspetta con pazienza che l’intruso se ne vada. Ma la buona merce, le giovani negre, le brave cuoche sudanesi, le bellezze ricercate, non arrivano al mercato; sono vendute per trattativa diretta e in un modo più piacevole. Il mercante è quasi sempre un tipo giovialone, un festaiuolo, che ha una bella casa nella quale le schiave stanno di buon umore, cantano e si ingrassano. S’ingrassano sopra tutto. Per l’arabo la bellezza di una donna cresce in proporzione della circonferenza: egli non ama le esili grazie, non si commuove per meno d’un quintale. L’ottimo mercante accoglie il cliente nel lusso della sua casa, fra i profumi degli incensi preziosi, chiama le ancelle color d’ebano a suonare, a cantare, a servire il tè, a danzare quei loro balli ''sur place'' nei quali i piedi e la testa sono le sole parti del corpo che stiano ferme, e ride, e fa ridere. Si contratta allegramente.<noinclude><references/></noinclude> al1g8gyyozu90zr25hcftqsd5jga8oh Pagina:Luigi Barzini. Sotto la tenda.djvu/162 108 988846 3905140 3577770 2026-09-29T07:57:43Z Sentrac98 29209 /* Riletta */ 3905140 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Sentrac98" /></noinclude>{{Nop}} I prezzi variano. Sul ''Sok'' sono bassi, e un negro giovane non arriva a costare più di tre o quattrocento ''pesetas''; ma una bella negra che abbia ricevuto una completa educazione marocchina, si paga fino a diecimila ''pesetas''. È come per i cavalli: dal cavallo da lavoro al cavallo da correre.... alla rovina. Gli schiavi vengono tutti dal Sudan, che i Mori chiamano senz’altro ''Bled el-Abid'', cioè “Paese degli Schiavi„. Gli uomini di laggiù sono considerati come virtualmente schiavi del Marocco, per nascita, allo stesso modo che il metallo chiuso in una miniera è ritenuto proprietà più o meno accessibile di chi la sfrutta. Il Bled el-Abid è una miniera che si va facendo difficile; la navigazione ha diminuito l’importanza delle carovane del Sahara, e gli arrivi sono molto più rari. Gli schiavi al di là del deserto, costituiscono una mercanzia che i carovanieri ricevono insieme all’avorio, alla polvere d’oro, al legno d’aloe, in cambio dei tessuti e delle babbucce. Del resto, sui registri che si conservano degli antichi mercanti veneziani, nelle liste di merci in arrivo si può leggere fra il ''piper curto'' e il ''piper longo'', tante ''teste'', oppure tante ''pulselle circasse''... Ordinariamente gli schiavi sono importati bambini, perchè possano imparare presto la lingua e farsi alla cerimoniosa educazione araba; vengono caricati nei cesti delle some, al di qua e al di là delle gobbe dei cammelli, quattro o cinque per parte, con le sole teste fuori, come fanno i polli portati al mercato, e fanno la traversata del Sahara così, tra sofferenze atroci. A Marrakesh è il loro deposito e la loro scuola; incomincia per loro una dura esistenza, ma quando hanno un padrone ricevono abiti vistosi, e la loro vita diventa tranquilla. Ordinariamente essi non sono che dei servi inamovibili, e l’anima di un sudanese ne è soddisfatta. La schiavitù al Marocco non ha nulla di comune con l’infame e atroce schiavitù d’America, per la quale il mondo ancora freme. Un arabo non sarebbe mai capace di trattare i suoi negri con la crudeltà spaventosa d’un qualsiasi piantatore bianco e cristiano. È un po’ la schiavitù romana, que-<noinclude><references/></noinclude> eaiabl8ev48nmu1s06f23h1nwohtz6n Pagina:Luigi Barzini. Sotto la tenda.djvu/163 108 988847 3905141 3578464 2026-09-29T07:59:01Z Sentrac98 29209 /* Riletta */ 3905141 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Sentrac98" /></noinclude>sta; e più benigna ancora, perchè la differenza di razza e di colore fra padroni e servi rende inutili durezze e umiliazioni che segnino la distanza e la mantengano. I Mori preferiscono {{FI |file = Luigi Barzini. Sotto la tenda (page 163 crop).jpg |width = 50% |float = right |margin-left = 2em |caption = ''{{Sc|Interno di una casa del Mellah.}}'' }}spesso le schiave negre alle loro mogli. I figli delle schiave sono considerati legittimi, e hanno gli stessi diritti degli altri figli nella casa; la loro nascita fa della madre una donna libera. È anche uso abbastanza comune che il padrone in punto di morte affranchi i suoi schiavi, i quali però quasi sempre rifiutano di lasciare il servizio, e rimangono come membri inferiori della famiglia, un’umile e devota parentaglia. Dagli schiavi del Sultano emergono spesso grandi dignitari. Il ''Kaid el-Meshuar'', capo dei servizi, una specie di gran ciambellano, è sempre un negro. Il passato Gran Visir, il potentissimo Ba Hamed, era pure un negro. Gli schiavi liberati forniscono un corpo di truppe all’esercito sceriffiano, quello degli ''Abid'', il quale ha avuto una parte importante nella storia del Marocco. Gli ''Abid'' sono stati dei veri pretoriani color cioccolata, ed hanno fatto e disfatto imperatori. Tutto questo prova che la schiavitù marocchina non è quella istituzione feroce che si potrebbe supporre; è informata ad una bonarietà patriarcale. Gli schiavi vivono liberamente nella casa, mescolano la loro vita a quella dei padroni (anche troppo), v’introducono una quantità di usi, d’idee, di superstizioni, di feticismi portati dalla loro patria lontana e dimen-<noinclude><references/></noinclude> d6xyebxe1f8oweazebmwqrim34l3eic Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 1, 1865.pdf/657 108 990311 3904812 3588133 2026-09-28T14:04:39Z Tuvok1968 33641 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3904812 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|appendice.}}|{{Sc|637}}}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}che il popolo crede con gran fermezza, lo spazio essere cosa infinita; e veramente il Bruno in parecchi suoi dialoghi va procacciando di provare la infinitudine dello spazio con un copia di ragioni le più calzanti e vive che dar potea la dialettica de’ suoi tempi, e alcune delle quali, a rispetto della immensità dello spazio, reggono pure oggili molto bene. Certo, questa materia dell’estensione à provocato gran numero di paradossi e perchè bisogna risolverla, quanto almeno al suo legamento con la questione del finito e dell’infinito, io verrò sponendo molto in compendio i concetti miei sul proposito, e coglieremo anche in ciò quella porzione di vero, che scampa dalle ambagi e dalle sottilità della controversia, e splende della evidenza pienissima di ragione. Dire cogl’idealisti e co’ seguaci di {{AutoreCitato|Immanuel Kant|Kant}}, che lo spazio è nulla obbiettivamente, non giova a porre i panteisti in silenzio; conciossiachè il senso comune sta questa volta dalla loro, e afferima con essi la realità e l’infinità, od almeno la interminabilità dello spazio, senza qui accennare di altre ragioni che il provano; e per cotesti giudicati del senso comune cade pure l’altra opinione de’ Locchiani e d’altri moderni, secondo cui lo spazio è un mero concetto universale indotto dal paragone dell’estensioni particolari, e la immensità sua à la possibilità logica di sempre poter concepire uno spazio più grande dell’assegnato. Quanto poi a coloro a’ quali è sembrato di tagliar netto il nodo pronunciando che lo spazio è composto, e al composto non potersi attribuire l’infinità, bene rispondeva il {{w|Samuel Clarke|Clarke}} essere nello spazio moltiplicità non assoluta, ma relativa, e la composizione sua essere modale e non già sostanziale, permanendo di sotto alle divisioni e varietà fenomeniche dell’estensioni particolari una continuità semplice, indivisibile ed impartibile. In fine, quel trovato di {{AutoreCitato|Gottfried Wilhelm von Leibniz|Leibnizio}} che l’estensione sia ''l’ordine dei coesistenti possibili'', non mi par degno di sì gran mente. E sciocchezza dire che gli spiriti abbiano luogo, e però lo spazio non è l’ordine di tutti i coesistenti, ma si di quelli propriamente che ànno corpo, cioè degli estesi; primo paralogismo. Più sorte di ordini vengono divisate in mezzo ai coesistenti, dandosi l’ordine di perfezione, di causalità, di tempo, di dignità, di bellezza o d’altre ragioni. L’ordine speciale dei coesistenti a<noinclude><references/></noinclude> rhxb1tq92kcqxy3mrvy7jqbi0mdxw1t Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 1, 1865.pdf/659 108 990318 3904813 3588135 2026-09-28T14:04:56Z Tuvok1968 33641 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3904813 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|appendice.}}|{{Sc|639}}}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}pronto, egli è da badare che le grandezze circoscritte intercidono con la estensione lor peculiare quella lunghezza dello spazio circoscrivente, la qual cade perpendicolare sovr’esse; quindi si à due lunghezze in cambio di una, le quali non ponno essere ambedue realmente infinite, perchè due infiniti congeneri non si danno. Similmente si prova ciò considerandosi che lo spazio il quale circoscrive non è il subbietto puro dello spazio universo, ma un modo di lui amplissimo e indefinito. E di vero, il subbietto dello spazio sta così presente nella finita grandezza come nell’altra indefinta, e si modifica egualmente con l’una e con l’altra senza rimaner chiuso e determinato in alcuna delle due. Ora, se i modi sono più, ei sono finiti, perchè famo moltiplicità, e finito è anche il modo che circoscrive, perchà fa parte del molteplice. Rimane per ultimo da conoscere quello che sia da pronunziare del subbietto dello spazio in quanto è mero subbietto. E prima, convien distruggere una illusione continua che la fantasia nostra ingenera spontaneamente, e contro di cui la virtù sola del raziocinio può prevalere. E. per fermo, qualunque volta a noi giova di concepire il subbietto puro dello spazio, s’attraversa alla nostra mente il fantasma di certa grandezza vuota, nella quale si possono di nuovo disegnare e descrivere altre particolari estensioni; il che prova che quel fantasma non offre la intelligenza pura del subbietto dello spazio sciolto da tutti i modi; attesochè non si può descrivere alcuno spazio determinato in un continuo affatto indeterminato, cioè tale che non presenti certa lunghezza e certa larghezza maggiore di altre o effettive o possibili. La sola idea pertanto che venga lecito di formare intorno al subbietto nudo e semplice di ogni estensione è il famoso punto metafisico di {{AutoreCitato|Zenone|Zenone}}, con tanta originale e profonda speculazione dichiarato dal Vico: ''in mundo vero, quem Deus condidit, est quædam individua virtus extensionis, quæ quia individua est iniquis extensis ex æquo sternitur''. La qual virtù non è però nè grande, nè piccola, nè un più, nè un meno, nè esigua, nè immensa. Da ciò segue che non si può applicare al subbietto comune delle estensioni quell’attribuzione di finità o d’infinità che sogliamo ne’ modi suoi contemplare, conciossiachè<noinclude><references/></noinclude> 79qyd2cjtg99137s214udc8rjqc8y6o Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 1, 1865.pdf/660 108 990319 3904814 3588136 2026-09-28T14:05:48Z Tuvok1968 33641 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3904814 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|{{Sc|640}}|{{Sc|appendice.}}|}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}nei modi il finito vuol dire il circoscritto commensurabile, e l’infinito vuol dire il circoscrivente immenso e maggiore d’ogni grandezza commensurabile. Però noi dobbiamo giudicare della finità del subbietto non nel senso peculiare e proprio dell’estensione, ma nel senso universale metafisico, cioè a dire che debbasi investigare raziocinando se nel subbietto dello spazio cade o no la deficienza dell’essere. Condotta a simil termine la nostra tesi, può averai bene per risoluta. Difatto, ragionata prima in universale, noi ricorderemo che ogni cosa la qual non à Dio soffre necessariamente una deficienza di essere, e però il subbietto dello spazio altresì la soffre. In secondo luogo avvisiamo che lo spazio difetta nell’essere anche a rispetto della sua propria e individua natura, avvegunchè non possiede dell’estensione il tutto in perfetta gaisa, rimanendo la serie delle sue modificazioni sempre finita e numerabile, e però sempre difettiva di tutto ciò che le si può aggiungere. E ciò che le si può aggiungere è maggiore sempre di quel che possiede: atteso che il numero e la grandezza delle quantità possibili à sempre maggiore d’ogni quantità determinata ed in atto. È da avvertire per ultimo che questa dottrina intorno allo spazio non contraddice minimamente all’adagio del senso comune menzionato qui sopra, e il qual vuole lo spazio essere cosa infinita. Nel vero, ognun sa che quando gli uomini proferiscono tale credenza loro della infinità dello spazio, ei pensano ad una estensione immensa ed incircoscritta, comprensiva d’ogni estensione particolare, sia reale o possibile. Per fermo, il concetto d’una simile grandezza terminativa di tutte l’altre risponde, come vedemmo, a cosa obbiettiva e dal raziocinio confermata: solo è da riflettere che in siffatta locuzione volgare la voce ''infinito'' vale ''incircoscritto'', e che assolutamente parlando ella è sinonima d'''indefinito'', vale a dire, che questa grandezza suprema ed indeterminata riesce maggiore d’ogni estensione assegnabile. Perchè appena tale o tal altra estensione assegnabile passa in atto, subito si rinnova il doppio fenomeno d’uno spazio circoscritto e d’uno circoscrivente. E intanto cotesta grandezza medesima è una relazione di quantità e un certa forma di proporzione, il che disconviene dall’infinito. {{Pt|Peroc-|}}<noinclude><references/></noinclude> j7ervqjq66nokalng54l1xecz9t9oyl Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 1, 1865.pdf/661 108 990320 3904817 3588137 2026-09-28T14:07:09Z Tuvok1968 33641 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3904817 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|appendice.}}|{{Sc|641}}}}</noinclude>{{Pt|<br>|Peroc}}chè questo non à e non può avere proporzione nessuna col finito. Lo spazio adunque è solo infinito sotto al rispetto che nulla cosa creata lo limita nè lo può limitare; ed è come intende ognuno la negativa significazione del vocabolo; e già scrivea {{AutoreCitato|Tommaso d'Aquino|san Tommaso}}<ref>''Summæ'', Pars Iª, quæstio 10ª, 5, 4.</ref>: ''Non inconveniens est aliquod creatura sic esse infinitum quod non finiatur ab alio''. Ma si conobbe da noi, poco addietro, mancare allo spazio la positiva significazione della voce ''infinto'' o vogliam dire la interiore infinitudine che è la pienezza perfetta e assoluta del proprio essere il quale essere proprio, a rispetto dello spazio, non si manifesta che nelle cose corporee capaci di divisione e scomposizione, non penetra gli elementi immateriali de’ corpi stessi che sono le forze e le monadi, e non à virtù continente nessuna per le essenze spirituali. Quindi lo spazio appena ci aiuta a formare un concettor legno e proporzionato della immensità di Dio, la quale è presente e negli spiriti e nelle forze, e penetra esso lo spazio e però lo comprende. Il perchè lo spazio è solo della iminensità e onnipresenza di Dio una immagine languidissima. Avvegnachè oltre all’essere una smisuranza al tutto speciale e non altro che località interminabile, non vedesi (ripetiamo) in atto giammai, salvo che ne’ suoi modi finiti ed accidentali, e però è sempre necessariamente incompiuto, ed è, a parlar giusto, una sorta d’immensità locale in potenza. Segue che cotesta natura d’immensità mai non può essere attributo di Dio, come pensava {{AutoreCitato|Isaac Newton|Newton}}, nè può affermarsi di lei che sia un che positivo escluso dalla essenza di Dio, perchè da ultimo è un deficiente e un finito appresso della vera e divina immensità ed onnipresenza. E perchè lo spazio si attua ne’ suoi fenomeni solo in quanto la materia vi comparisce e vi si dilata, è infruttuoso il discorrere se lo spazio antecedette o no la creazione dei corpi; e torna parimente a pretta opera di fantasia l’immaginare un vuoto assoluto ed interminabile, e vogliam dire una estensione infinita in atto, quando non v’è alcuna materia che determini lo spazio e però questo si rimane in essere {{Pt|vir-|}}<noinclude>{{rule|2=000000|h=1px|33em}}<references/>{{PieDiPagina|{{smaller|{{Sc|Mamiani}}}}||{{smaller|41}}}}</noinclude> qy5tsf09jd1ikjw8iee30ohyel9h010 Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 1, 1865.pdf/665 108 990372 3904818 3588141 2026-09-28T14:07:59Z Tuvok1968 33641 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3904818 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|appendice.}}|{{Sc|645}}}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}di fare entrare nell’ente alcuna determinazione; e determinar l’ente e finirlo in alcuna maniera à tutt’uno. In ultimo, dopo {{AutoreCitato|Immanuel Kant|Kant}} non par più lecito di annettere al finito ed all’infinito altro valore di quello di forme e categorie subbiettive applicate al cumulo dei fenomeni. Tale è l’obbiezione; odasi ora la risposta. Prima noto che noi siamo al presente nella regione dei puri concetti. Non ci cada, pertanto, dalla memoria che i concetti in quanto tali sono tutti somiglianti in fra loro; e quel del finito similissimo all’altro dell’infinito. Per vero, il concetto della finità non è esso pure eterno, necessario, universale, assoluto? condizioni tutte contrarie alla natura obbiettiva e concreta della finità stessa? Chi vuol dunque la cognizione delle cose finite non punto (come la dicono) analoga ma diretta, propria e conformissima alle realità, la cerchi nel fatto e nella percezione e paragonando quelle esistenze caduche, anguste e mutabili con l’idea dell’eterno, dell’universale e dell’assoluto, dica se avvisa non correre nessuna discrepauza profonda e durevole in fra que’ due termini, e se l’uno può entrare mai nell’essenza dell’altro e ambedue essere consustanziali. E qui pure rinnovasi la conferma che l’infinito è propriamente conosciato ne’ concetti, il finito nelle percezioni e nel senso; e quanto riesce improprio il cercare il vero infinito nelle percezioni e nelle sensibili realità, altrettanto è sconvenevole cercare la finità vera nelle intellezioni. Secondamente, le determinazioni le quali pensiamo dell’infinito sono negazioni e limiti dal lato del nostro pensiere non dell’obbietto pensato. Notammo già che noi siamo astretti a non pure distinguere l’una perfezione dall’altra, ma si a pensarle una dopo l’altra e a non toccar mai la loro interezza, come a non concepire l’assoluta loro unità. Ma noi suppliamo alla fincchezza ed insufficienza di nostra mente negando appunto le separazioni, le quantità, il numero ed ogni sorta d’implicazione e distinguendo profondamente le interiori determinazioni dalle esteriori. Conciossiachè nelle sole esteriori è vera limitazione perchè si convertono in altrettante privazioni assolute. Oltrechè, quando io pronunzio il nome di Dio, sebbene la mia mente pensi allora l’infinito, non lo pensa ancora sotto {{Pt|al-|}}<noinclude><references/></noinclude> j0y7u6aytqbv8f0rj7f5ribtdh1mygb Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 1, 1865.pdf/666 108 990373 3904819 3588142 2026-09-28T14:09:31Z Tuvok1968 33641 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3904819 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|{{Sc|646}}|{{Sc|appendice.}}|}}</noinclude>{{Pt|<br>|al}}cuna distinta e sceverata determinazione. E ad ogni modo, quando io penso le determinazioni speciali dell’ente infinite, non è egli vero che io compio una negazione relativa e che il mio giudicio analitico à per fine ultimo di restituire il predicato al subbietto e ricomporre la integrità piena e indefettibile del medesimo? In quel cambio, le negazioni che io pronunzio dei finiti non sono relative nè sospensive, e allora che dico Socrate à grande sapienza, io nego prima assolutamente la infinitudine di quella sapienza; e poi quando restituisco il predicato al subbietto, la integrazione che io fo è d’un finito nel fluito. Chè se fosse altrimenti, i giudicj nostri analitici verrebbero in ultimo ad affermare o che il finito è infinito, o viceversa che l’infinito è finito; ma l’una e l’altra espressione è contradittoria e mai non verrà compresa sotto la compiuta unità del pensiere. Neghisi dunque risolutamente la pretesa necessaria reciprocazione dei prefati due termini. Per terza cosa avvertiamo che niuno il quale abbia fede alla verità delle leggi che governano il raziocinio, oserà dire l’essere e il nulla risolversi anch’essi in semplici termini correlativi; ma concederà che la ripugnanza loro è essenziale, ed anzi la sola ed unica che permanga eterna ed inalterabile. Il che concedendosi, pure insieme conceduta la discrepanza intrinseca ed essenziale tra il finito e l’infinito. Conciossinchè il nulla assoluto non essendo nemmanco pensabile, non viene mai a riscontro con l’essere. Ma ciò veramente che discerniamo e paragoniamo nella realità, sono le cose e la lor privazione o limitazione che voglia chiamarsi. E di cotesti limiti noi ci avvediamo, ragguagliando mentalmente le cose individue con l’infinito del genere, le forze, per esempio, col concetto universale di forza, le estensioni col concetto di spazio, le entità parziali con la intellezione astratta dell’essere. La mente allora coglie e forma questo adagio solenne, che tutte le cose sperimentali e finite riescono un misto di ente e di non ente. Per tal guisa, la necessaria esclusione del nulla dall’essere alla quale pensiamo, e che viene siguificata in universale dal principio supremo di contraddizione, altro non diventa in ultimo che la espressione più assoluta della discrepanza che interviene tra l’essere e la privazione, o con altri vocaboli tra l’infinito e il finito; tanto<noinclude><references/></noinclude> fr48md8r9kg4981feqdc499sw5j05vq Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 1, 1865.pdf/673 108 990381 3904821 3588149 2026-09-28T14:10:22Z Tuvok1968 33641 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3904821 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|appendice.}}|{{Sc|653}}}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}certo, da tutti in modo luminoso od oscuro che in ''Deo vicimus, mocemur et sumus''; ma però non Dio è nel mondo, bensì il mondo è perpetuamente in Dio, e alla divinità è connesso estremamente più che non siamo capaci d’immaginare e d’intendere; salvo che cotesto legame e cotesta immanenza di Dio nell’uomo e nella natura non confonde e non abolisce le sostanze create, ed è un legame unitivo da quello differentissimo che lega il modo e l’accidente al subbietto, l’atto alla potenza e il fenomeno a ciò che il sostiene. Domandimi tu che specie, adunque, di congiunzione e di unione ella sia? Rispondiamo schiettamente di non saperlo e che nessun definito concetto ne possediamo. Solo questo si sa, essere mera unione, non sostanziale medesimezza, e la intimità sua differire assolutamente da quella che à nel fondo la identità e fa di due cose una essenza sola. Ella è unione di cui l’altra che strignesi fra i nostri atti e noi stessi è figura e similitudine e niente più; nè abbiamo arbitrio di affermare che sia maggiore o minore; perchè il quanto si prédica delle cose di simil natura o proporzionabili almeno. Solo possiamo negare di lei alcune condizioni, come che non sia inolto intima o non penetri tutto l’essere od altrettali. Questa è scienza negativa pur troppo: ma la presente disputazione domanda sol questo che niuno la роssa redarguire di logica contraddizione. {{AutoreCitato|Giordano Bruno|Giordano Bruno}} asserisce non una volta sola che il ''fondamento dell’essere di tutte cose è Dio, il quale è più unito con esse di quello che noi con noi medesimi''. Qui introducesi un più ed un meno che non à luogo. Il quanto, ripetiamo, entra nelle cose congeneri e misurabili. Dove non è misura nè proporzione o similitudine, per lo manco, di natura, il quanto rimane escluso. La congiunzione di Dio con le cose, perciò ch’egli n’è creatore e conservatore, si separa da tutti i generi di congiunzione e d’unione che noi conosciamo. Ma rivocando il discorso al principio suo, rimane certo e provato che il finito non componendo insieme con l’infinito un’assoluta dualità, resta, in quella vece, assoluto il contrario suo che è l’unità, la quale è più vera e maggiormente una, se è così lecito di parlare, di quella dai panteisti vagheggiata. Conciossinchè intromettendo essi nel loro {{Pt|asso-|}}<noinclude><references/></noinclude> ql72ljx2bty5blwmlt9uc9tv4jbe84i Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 1, 1865.pdf/674 108 990382 3904823 3588150 2026-09-28T14:11:08Z Tuvok1968 33641 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3904823 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|{{Sc|654}}|{{Sc|appendice.}}|}}</noinclude>{{Pt|<br>|asso}}luto la deficienza, fanno la interezza di lui imperfetta; e intromettendovi il molteplice, fanno imperfetta l’unità. In quel cambio, l’assoluto che noi contempliamo è l’uno e il tutto purissimo e perfettissimo; dalla cui libera sapienza e bontà procede il creato che in lui si sostiene, a lui ritorna, nella immensità sua è contenuto, dalla onnipresenza sua à penetrato, e nel nulla ruinerebbe in quell’attimo stesso che l’efficienza suprema l’abbandonasse. {{Pt|{{rule|t=2|v=4|4em}}|}}<section end="s1" /><section begin="s2" />{{Ct|f=115%|t=2|v=2|'''II.'''}} {{Ct|f=85%|t=2|v=2|'''{{larger|{{Sc|Al signor abate Giovanni della Cella<br>A Parma.}}}}'''}} {{Ct|{{rule|2em}}}} {{Ct|f=115%|t=2|I.}} Nel leggere il dotto ed elegante suo libro d’intorno al metodo, erami bene avveduto ch’ella non si scostava punto da quel modo di filosofare che scorge nella sola esperienza la fonte prima di tutto lo scibile. Ora, ella stima che in quelle poche pagine mie della ''Rivista contemporanea'', io me ne sin dilungato molto imprudentemente ed abbia con iscarsa ragione deviato dai principj coi quali da giovane dettavo il libro del ''Rinnovamento della filosofia antica italiana''. Io per me reputo invece che a’ que’ principj ò serbato fede interissima. E nel fatto, le due massime che io professo con fermo convincimento di verità sono: ogni universale ''ante rem''; ogni cognizione ''post rem''. Della seconda non è mestieri che io le parli, essendo così propria della filosofia domandata sperimentale che nulla più: ed anzi n’è, come a dire, l’impronta e il carattere più generale insieme e più peculiare. Ella può dunque mover questione unicamente intorno la prima: ogni universale ''ante rem''. Ma che vuol significare nella teorica mia questa frase? Forse, che v’abbiano idee innate?<noinclude><references/></noinclude> gn13xw47xvtzl5dk7z9rexdfgio2wdc Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 1, 1865.pdf/680 108 990412 3904826 3588156 2026-09-28T14:12:18Z Tuvok1968 33641 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3904826 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|{{Sc|660}}|{{Sc|appendice.}}|}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}come verità, posto che ella sia conosciuta e risplenda al pensiere. E chi dice la verità necessaria è verità eterna e assoluta, vien pure a dire che la verità necessaria esiste assoluta ed eterna, e però esiste cusi fatto eziandio l’oggetto suo di qual natura ch’egli sia. Quando l’obbietto d’una verità necessaria e che non risolvesi in negazione fosse temporaneo invece che eterno, avverrebbe che la verità star potria senza obbietto, o vogliam dire che non sarebbe più verità di qualche cosa ma unicamente del nulla; o con altri termini, la verità assoluta sarebbe assoluta menzogna. E per fermo, se l’obbietto della verità necessaria non possiede forma inconsumabile e coeterna con lei, ma va in ischiera coi contingenti, simile oggetto non à sempre esistito; e oltre di ciò, esso potrebbe non esistere mai nel fatto; o esistendo, cessare e annullarsi. Un solido da mille facce regolarissime accader può molto bene che per opera di natura mai non giunga all’atto di esistere; od anche esistendo, rimane soggetto a dissoluzione; e fu un tempo ad ogni modo in cui era nulla. Un altro esempio non materiale si cavi dall’''Oratore'' e dal {{TestoCitato|Il libro del Cortegiano|''Cortigiano''}} che {{AutoreCitato|Marco Tullio Cicerone|Marco Tullio}} e il {{AutoreCitato|Baldassarre Castiglione|Castiglione}} delineavano. Perchè nè oratore al perfetto nè cortigiano al portentoso avranno mai vita; ma il loro concetto ed i predicati correlativi esistono eterni e assoluti. L’ipotesi nel suo valor metafisico è l’intellezione di una cosa, e vuolsi dire che è la cosa pensata mediante la sua idea o rappresentazione mentale che la si chiami, e dove non entrano nè fantasmi nè altra forma di senso e di percezione. Chè se i fantasmi vi si meschiano, la mente far debbe astrazione da loro. Così, quando io penso al triangelo ovvero al cerchio in universale, io so troppo bene che certo fantasma di determinata grandezza, il qual di leggieri interpousi tra la mente e l’idea, non appartiene propriamente al concetto puro del cerchio e del triangolo. La ipotesi adunque à la cosa in quanto si manifesta non al senso e alla facoltà percettiva ma si alla mente e alla nera virtà intellettiva di lei. E come simile cosa rimane disciolta d’ogni contingenza per esser l’obbietto d’un vero eterno e assoluto: cosi esclude<noinclude><references/></noinclude> l154a7j3fkvwjok8qda5u9oek275ltj 3904827 3904826 2026-09-28T14:12:38Z Tuvok1968 33641 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3904827 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|{{Sc|660}}|{{Sc|appendice.}}|}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}come verità, posto che ella sia conosciuta e risplenda al pensiere. E chi dice la verità necessaria è verità eterna e assoluta, vien pure a dire che la verità necessaria esiste assoluta ed eterna, e però esiste cusi fatto eziandio l’oggetto suo di qual natura ch’egli sia. Quando l’obbietto d’una verità necessaria e che non risolvesi in negazione fosse temporaneo invece che eterno, avverrebbe che la verità star potria senza obbietto, o vogliam dire che non sarebbe più verità di qualche cosa ma unicamente del nulla; o con altri termini, la verità assoluta sarebbe assoluta menzogna. E per fermo, se l’obbietto della verità necessaria non possiede forma inconsumabile e coeterna con lei, ma va in ischiera coi contingenti, simile oggetto non à sempre esistito; e oltre di ciò, esso potrebbe non esistere mai nel fatto; o esistendo, cessare e annullarsi. Un solido da mille facce regolarissime accader può molto bene che per opera di natura mai non giunga all’atto di esistere; od anche esistendo, rimane soggetto a dissoluzione; e fu un tempo ad ogni modo in cui era nulla. Un altro esempio non materiale si cavi dall’''Oratore'' e dal {{TestoCitato|Il libro del Cortegiano|''Cortigiano''}} che {{AutoreCitato|Marco Tullio Cicerone|Marco Tullio}} e il {{AutoreCitato|Baldassarre Castiglione|Castiglione}} delineavano. Perchè nè oratore al perfetto nè cortigiano al portentoso avranno mai vita; ma il loro concetto ed i predicati correlativi esistono eterni e assoluti. L’ipotesi nel suo valor metafisico è l’intellezione di una cosa, e vuolsi dire che è la cosa pensata mediante la sua idea o rappresentazione mentale che la si chiami, e dove non entrano nè fantasmi nè altra forma di senso e di percezione. Chè se i fantasmi vi si meschiano, la mente far debbe astrazione da loro. Così, quando io penso al triangelo ovvero al cerchio in universale, io so troppo bene che certo fantasma di determinata grandezza, il qual di leggieri interpousi tra la mente e l’idea, non appartiene propriamente al concetto puro del cerchio e del triangolo. La ipotesi adunque à la cosa in quanto si manifesta non al senso e alla facoltà percettiva ma si alla mente e alla nera virtà intellettiva di lei. E come simile cosa rimane disciolta d’ogni contingenza per esser l’obbietto d’un vero eterno e assoluto: così esclude<noinclude><references/></noinclude> e212nu9iblmepssv7na65u9p62a8acm Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 1, 1865.pdf/682 108 990415 3904829 3588158 2026-09-28T14:12:51Z Tuvok1968 33641 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3904829 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|{{Sc|662}}|{{Sc|appendice.}}|}}</noinclude>{{Pt|<br>|Conciossia}}chè la sola esistenza estemporanea di Dio è quella che nell’ipotesi à contemplata e non v’à riferimento nessuno a cosa possibile a comparire nel tempo; però dubitandone si viene a dire che non è certo neppure che Dio esista siccome oggetto assoluto di assoluta verità; o con altri termini si viene a dire che quel Dio oggetto della verità non è Dio propriamente ma si una immagine sua, un’idea, una finzione della mente e simili. E qui tornano le considerazioni fatte più volte, e ciò è, che il pensiere pone a termine del proprio atto la cosa e non la rappresentazione e l’immagine: però il concetto che è l’idea della cosa non la idea della idea: e quante volte il pensiere pone a termine del proprio atto la immagine e la rappresentazione, sentesi astretto a riferirla all’oggetto correlativo; come quando proponesi di contemplare non Dio ma la sua idea, e pronunzia quindi a sè stesso; io penso alla idea di Dio; e vale a dire che l’atto proprio cogitativo termina eziandio in tal caso nel vero e concreto obbietto, ma non immediatamente. Se dunque la proposizione ipotetica esprime la cosa in sè e nel proprio e assoluto essere, il convertirla in frase dubitativa torna a un medesimo che negare l’obbietto della verità e distruggere dal fondamento essa verità. Concludesi che ogni proposizione la quale significhi alcuna cosa intorno ai non contingenti, reca unicamente con sè ed in sè l’attuazione piena del proprio oggetto e non è da cercarla altrove. Il che vedesi agevolmente facendosi il caso di alcun concetto astrattissimo: quindi non à senso, può dirsi, cotale discorso, se il numero quattro esiste, egli è uguale a due più due. Ognuno sente che è vanità il dubitare dell’esistenza del numero quattro, perchè egli esiste e prova la sua esistenza col sol fatto del pensarlo. Quanto poi al fingere che fa la mente alcuna fiata a se stessa l’oggetto proprio, deesi notare con fermo giudizio, come pur dianzi accennavasi, che quelle finzioni non sono ideali, ma percettive e fantastiche, venendo composte con le vestigie delle percezioni e le immagini, a così parlare, materiate e crasse che ci corrono per la mente. Come allorquando io fingo a me stesso l’eroe d’un romanzo o d’una tragedia; e so molto bene che la realità di quell’obbietto<noinclude><references/></noinclude> krer1favv578jd6wtcjgf9beg7ug03o Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 1, 1865.pdf/685 108 990459 3904830 3588161 2026-09-28T14:13:04Z Tuvok1968 33641 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3904830 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|appendice.}}|{{Sc|665}}}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}un obbietto esattamente conforme; senza di che, più non sarebbe verità e mentirebbero i due principi d’identità e di ripugnanza. Ora, tale proposizione o tale altra esprime una verità necessaria e però eterna e assoluta: dunque a tale proposizione od a tale altra risponde un obbietto compitamente conforme, o vogliam dire risponde una esistenza eterna e assoluta. Secondo, pertanto, la nostra dottrina ogni verità necessaria e però ciascun suo membro o concetto rivela e dimostra l’ente assoluto di cui fa pensare e conoscere una qualche distinta determinazione. Quindi, la dimostrazione a priori della esistenza di Dio, già ella prevede, o signore, che qui diventa un caso particolare della prova generale e comune, onde viene attestata la necessaria sussistenza degli oggetti ipotetici. Ne questo, per mio giudicio, reca nocumento veruno alla bontà e dignità della prova; conciossiachè, ripeto, la dimostrazione particolare della realita obbiettiva di ciascuna idea individua, nou meno che la universale della realità obbiettiva di tutte le idee, risolvesi in una dimostrazione a priori dell’esistenza dell’Assoluto o vogliam dire di Dio. Tale esistenza, intanto, si prova con ispeciale sillogismo così: Ogni verità necessaria esistendo eterna e assolata, inchiude l’esistere eterno e assoluto dell’oggetto suo rispettivo. Ma nel concetto di Dio sono tante verità necessarie quanti predicati vi si distinguono; dunque l’oggetto loro rispettivo esiste assoluto ed eterno. {{Ct|f=115%|t=2|X.}} Diamisi licenza per prima cosa di fare avvertire la diversità essenziale che corre tra questo mio argomento e quello antico e famoso che cambiando forma e non già sostanza purvo ne’ libri d’insigni metafisici ed ebbe ad autore {{AutoreCitato|Anselmo d'Aosta|sant’Anselmo d’Aosta}}. L’entimema di sant’Anselmo e l’altro di {{AutoreCitato|Cartesio|Cartesio}}, di {{AutoreCitato|Baruch Spinoza|Spinoza}} e di {{AutoreCitato|Gottfried Wilhelm von Leibniz|Leibnizio}} torna sempre i questo medesimo, che cioè nel concetto di Dio è inchiusa la necessità del suo esistere, da onde segue immediatamente che Dio esiste. Al qual raziocinio fu sempre risposto col {{Pt|vol-|}}<noinclude><references/></noinclude> c14vrr7r5ydda2j523asecq2qi1iuim Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 1, 1865.pdf/686 108 990460 3904831 3588162 2026-09-28T14:13:20Z Tuvok1968 33641 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3904831 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|{{Sc|666}}|{{Sc|appendice.}}|}}</noinclude>{{Pt|<br>|vol}}tare la sua espressione così: nel concetto di Dio sta inchiuso altresì il concetto dell’esistenza necessaria di lui; dunque Dio non realmente ma sole concettualmente esiste. Nulla, pertanto, non è conseguito insino a che non si rechi prova evidente ed irrepugnabile che il concetto esso medesimo implica necessariamente la sussistenza di ciò che esprime. Però convien dire: al concetto di Dio risponde una necessaria sussistente e conforme obbiettività, dunque Dio esiste. {{AutoreCitato|Immanuel Kant|Kant}} confessava che, supposto Dio, conviene ammettere a marcia forza ogni suo contenuto. Ma s’io levo il supposto, soggiungeva egli, pure ogni contenenza e levata. Sarà molto curioso a vedere come farà il Kant a levare il supposto; perché, se le verità necessaria sono il nulla e durano eterne e assolute, io sfido il Kant alla prova impossibile di fare esistere le verità e sopprimere gli obbietti loro o parte degli obbietti; e similmente di confessare che quelle non ànno tempo ma durarono e durano dall’eternità e volere insieme che non durino eterni e assoluti i termini loro e che possiamo a nostro arbitrio abolirli. Ma di grazia, che è ciascuno di tali termini, se non un supposto? {{Ct|f=115%|t=2|XI.}} Ma lasciando per al presente il Kant, io riconosco assai volentieri che al comune degli uomini l’ipotesi o il supposto mentale apparisce come uns nostra finzione, agevole a farsi, agevole altrettanto a disfarsi. E perchè l’oggetto da esso rappresentato non ci penetra dell’attività sua e nascondesi in certa guisa dietro al velame dell’idea, il volgo inclina a giudicarlo privo di sussistenza e chinma reali le cose sole sensibili e percettibili e le somiglianti a quelle. Ma secondo ragione la realità massima dovrebbe attribuirsi da noi alle cose intellette e la minima agli oggetti del senso. Altri poi venue escogitando una certa natura media tra l’essere e il nulla, una forma mentale fornita di tutto fuorché dell’atto dell’esistenza. Noi, per essere brevi e uscire a un tratto del gineprajo di mille sottilissime divisioni e astrazioni, stringeremo l’avversario con questo dilemma: La verità à qualche cosa; e la verità necessaria è qualche cosa di universale<noinclude><references/></noinclude> ej43hqaj93b9y5s52z1j98ywjnkudlz Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 1, 1865.pdf/688 108 990462 3904836 3588164 2026-09-28T14:14:46Z Tuvok1968 33641 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3904836 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|{{Sc|668}}|{{Sc|appendice.}}|}}</noinclude>{{Ct|f=115%|t=2|XII.}} Rimane che si dichiari con manifesto discorso l’oggetto a cui guardano in diritta guisa le nostre idee non essere unicamente da registrare tra i possibili logici e che tutto non si risolve in una mera pensabilità. E prima, la pensabilità sola per sè non sussiste; ma le occorre un subbietto fermo e positivo di cui si predichi. Noi siamo dunque a ricominciare e conviensi chiedere e conoscere quello che sia cotale subbietto. Tu dici egli è un’idea: no del sicuro, rispondo io, perchè ragioniamo dell’ideato non dell’idea; cerchiamo il termine del pensiere fuor della mente non il suo principio dentro la mente; cerchiamo l’oggetto della verità, non la verità in quanto è semplice cognizione e al nostro atto conoscitivo si riferisce. Che è pertanto, ripetiamo, quel subbietto pensabile? Insino a che tu risponderai non essere altro che un possibile logico o vogliam dire la rimozione delle contradittorie, io proseguirò ad affermare che tu poni il nulla ad obbietto della verità, essendo che la rimozione delle contradittorie à pretta negazione e risolvesi in nulla. Oltrechè, io nego ciò che più volte tu scrivi e replichi, il possibile logico e il possibile metafisico essere uno e medesimo. Da tutta l’eternità esiste la possibilità metafisica del creato; ora, a tuo giudicio, cotal frase vuol dire da tutta l’eternità esiste la rimozione delle contradittorie dal concetto del creato. Ma io nego che le due proposizioni sieno accettate come sinonime da chicchessin. Aggiungasi che nell’idea del possibile racchiudesi alcuna cosa di positivo; perchè, come nota {{AutoreCitato|Anicio Manlio Torquato Severino Boezio|Boezio}}, ''possibile a potestate traductum est; e dinamis'' lo chiamò {{AutoreCitato|Aristotele|Aristotile}}, che appunto vuol dire virtù, forza, potenzialità. Il consenso poi e l’uso delle scuole s’accordano a distinguere il possibile logico dal metafisico. Aristotele adoperò pel primo un vocabolo appostatamente trovato ''τό ενδεχόμενον''. In tutto il medio evo fu sentenziato chi ''possibile et contingens idem sunt''; dunque cotale possibile non il logico, avvegnachè il contingente è pensabile quanto il non contingente. Ma tu medesimo non pronunzii in un<noinclude><references/></noinclude> 0hcbivayre6t17fdu080fn9wmighckv Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 1, 1865.pdf/687 108 990465 3904834 3588163 2026-09-28T14:13:53Z Tuvok1968 33641 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3904834 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|appendice.}}|{{Sc|667}}}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}e di perdurevole nell’infinito dell’essere, della immensità e del tempo. Questa natura estemporanea e inconsumabile della verità che è dunque? Certo, o una sussistenza in atto od una possibilità. Se il primo, è conceduto quello che noi affermiamo. Se il secondo, insurgonvi contra due istanze invincibili. Noi manteniamo per prima cosa che l’obbietto delle verità le quali discorrono di non contingenti, come per esempio le verità intorno al bene assoluto, non può essere un possibile. Conciossiachè ogni cosa assoluta ed eterna, dove non esista, è intrinsecamente contradittorio che incominci ad esistere. Così Dio è al tutto impossibile che cominci ad esistere s’egli già non esiste. Quindi le verità dei non contingenti o mancano dell’oggetto loro e più non sono verità, o l’oggetto che esprimono è già sussistente ed esiste in atto e non in potenza. In secondo luogo, un ente possibile in quanto tale è ciò che ancora non à esistenza. Come dunque avrà l’esistenza obbiettiva e perpetua delle verità necessarie ed eterne? Ne varrebbe il dire che l’oggetto espresso dalle verità necessarie debb’essere ravvisato in quegli enti correlativi che appariranno nel tempo e che l’Assoluto sempre li scorge presenti ed in atto. Perchè non pure, come notavasi dianzi, l’eterna verità ricerca un obbietto coeterno con lei; ma d’innumerabili contingenti accade o può accadere che mai non vengano all’atto. Nè all’oggetto immediato delle verità necessarie è conceduto di esistere virtualmente, o come facoltà preordinata all’operare o come atto operabile; avvegnachè ogni possibile naturale, come di sopra fu chiamato, non trapassa all’atto se non mediante la mutazione od il moto dell’agente, come dissero gli scolastici, quandochè nelle cose eterne e assolute ou cape la mutazione ed il moto. E ricordiamoci che l’oggetto o il contenuto che dir si voglia della verità esser debbe o il medesimo con la cosa di cui si pensa o simile o diverso o immagine e rappresentanza sua. Nel primo caso, l’oggetto è quale da noi si predica; nel secondo, egli è doppio; nel terzo, è falso o a dir meglio la verità à falsa; nell’ultimo caso, bisogna che vi sia il rappresentato.<noinclude><references/></noinclude> 53n81grbzankca1hfvaca7evml636h7 Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 1, 1865.pdf/689 108 990473 3904838 3588165 2026-09-28T14:15:02Z Tuvok1968 33641 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3904838 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|appendice.}}|{{Sc|669}}}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}luogo:<ref>''Nuovo Saggio'', vol. III. pag. 32.</ref> la possibilità non può essere oggetto del senso, perchè ciò che è meramente possibile non può produrre sensazioni, giacchè ciò che non esiste ancora attualmente non può agire? Ma la rimozione delle contradittorie è data appena dato il concetto, e non è cosa che ancor non asista e possa più tardi venire all’atto dell’essere. {{Ct|f=115%|t=2|XIII.}} Nè basta ancora; e torna a gran profitto de’ nostri studj stringere da tutte le bande un così gagliardo avversario. Tu dici oggetto della verità e oggetto de’ nostri pensieri essere sempre l’ente possibile. Quello che sia, secondo tua mente, la possibilità di cotesto ente l’abbiamo veduto, una negazione e null’altra cosa. Siamo dunque licenziati a non occuparcene. Rimane a parlare dell’ente, il quale, giusta i principj tuoi, essendo preordinato alla formazione di tutti i nostri pensieri e porgendosi loro come oggetto perpetuo ed inalterabile non può esser un nulla; e se dal nulla differisce, è dunque una esistenza; e perchè è forma di tutte le verità necessarie, tale esistenza trascende ogni tempo e mostrasi eterna e assoluta; e ciò tu nou domandi un sussistere? ma che altro ci vuole per mettere in atto il reale ed il sussistente? dirai che l’ente da te concepito purissimo od astrattissimo e spoglio per fino della determinazione del l’esistenza? Ma tu intendi troppo bene siccome sia facile di rispondere che altra cosa è il distinguere o non distinguere nell’idea dell’ente ente pensato non ea del suo esistere, ed altra che tale abbia esistenza nessuna. Del sicuro, egli esiste; perocchè togliergli l’esistenza e annullarlo affatto e annullare insieme il nostro pensiere è tutt’uno. E c’imbattiamo allora nel paradosso egheliano che l’essere puro non si differenzii dal nulla. L’essere, invece si differenzia dal nulla appunto perchè esiste, nè l’esistenza è una condizione o dote o qualità da poterglisi dare o torre e quando noi pensiamo l’ente spogliato d’ogni determinazione, non per questo lo<noinclude>{{rule|2=000000|h=1px|33em}}<references/></noinclude> d61z47drm7a088m3zc3ap7gzk2s0iy6 Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 1, 1865.pdf/691 108 990475 3904839 3588167 2026-09-28T14:15:43Z Tuvok1968 33641 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3904839 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|appendice.}}|{{Sc|671}}}}</noinclude>{{Ct|f=115%|t=2|XIV.}} Ma perchè si cessi una volta di mettere innanzi le forme del possibile qualichesieno a proposito dei nostri concetti, osserveremo brevissimamente che da un lato si afferma tuttodi dal popolo e dai filosofi il possibile, in quanto tale, riferirsi a cosa la quale non è ma può essere. E in questo senso, l’obbietto delle idee nostre e delle verità necessarie intorno ai non contingenti non è del sicuro un possibile; conciossiachè, come più volte fu dimostrato, quell’obbietto ipotetico no può dirsi che non sia nè può dirsi che verrà un giorno all’atto d’esistere. Dall’altro lato, affermasi parimente la possibilità delle cose finite sopraesistere, per così parlare, all’annientamento di tutto il creato e permanere eterna e assoluta. Cotesta possibilità, invece, non guari compete agli enti finiti che sono in fieri ed Anno natura contingente e caduca. Ma se compete alle cose eterne e assolute, ella riferiscesi nondimeno a ciò che ancora non è in atto o può non essere in atto; è dunque delle cose eterne una relazione esteriore, e la qual non compone nessuna parte dell’essere proprio. E così sta veramente. Perocchè le idee nostre dei contingenti anno doppia attinenza; l’una, con l’oggetto assoluto; l’altra, con le cose temporali e finite che or sono ed ora non sono, e a tutte le quali preesiste l’essenza e l’archetipo respettivo in grembo della divina e infinita efficienza. Concludesi in questa sentenza evidente e feconda che cioé l’ipotesi à compimento in sè stessa e non à bisogno veruno che si trascorra al concetto della possibilità. L’oggetto iporetico (già mille volte lo pronunciamnio) esiste coeterno e assoluto con la verità rispettiva; e in quanto esiste od è oggetto immediato del vero, non è certo un possibile o vogliam dire una cosa che non venne ancora all’atto dell’essere. {{Ct|f=115%|t=2|XV.}} Sembrami, s’io non piglio errore massiccio, aver dissipata la troppo comune preoccupazione che nega la sussistenza agli obbietti ipotetici, perchè possiedono altra {{Pt|rea-|}}<noinclude><references/></noinclude> ojwzeqmyew9vsr4zpzkrn1z24moo9q2 Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 1, 1865.pdf/692 108 990476 3904842 3588168 2026-09-28T14:17:47Z Tuvok1968 33641 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3904842 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|{{Sc|672}}|{{Sc|appendice.}}|}}</noinclude>{{Pt|<br>|rea}}lità di quella che percepiamo e sentiamo. Che se invece la realità loro torna così certa e così impossibile ad esser negata come il principio stesso d’identità e contradizione, noi abbiamo costituito veracemente il cardine dell’ontologia; e la dimostrazione a priori dell’Ente primo esce di per sè dal profondo di qualunque concetto; atteso che ogni qualunque concetto porge la visioue intellettuale di cosa eterna e assoluta che fuori dell’Ente primo non può dimorare. Del resto, da {{AutoreCitato|Platone|Platone}} in poi, anzi dalle vetustissime scuole dell’Italia meridionale, sempre vi fu in filosofia chi mantenne la realita obbiettiva dei puri concetti, Ma Platone nocque estremamente alla dottrina propria col fare le idee non già aspetti lucenti e determinazioni manifeste dell’Assoluto, ma postanze coeterne con Dio e da lui separate: quando pure fosse tale l’intendimento delle sue alte speculazioui, sul che è varia la sentenza dei critici. Nel medio evo i realisti, e l’Alesio fra essi, toccarono molto bene il fondo della quistione; ma l’avvolsero in astruserie tali e così malagevoli a pigliarne sincera notizia che i posteriori ingegni ne perdettero a breve andare la riposta significazione e con poche e superficiali ragioni contradissero al disputare ed al meditare faticoso di molti secoli. Più tardi, dalla scuola di {{AutoreCitato|Cartesio|Cartesio}} uscirono due ontologi sommi e professanti ambedue la sussistenza degli obbietti ideali; l’un di abborrito nome, l’altro di venerato e di santo; io voglio dire {{AutoreCitato|Baruch Spinoza|Spinoza}} e {{AutoreCitato|Nicolas Malebranche|Malebranche}}. Ma ciò che impedi loro di dare credito peruutnente alla teorica delle idee si fu la involuta ed erronea dottrina che quella età professava intorno all’immaginare ed al percepire, facilmente confusi e scambiati con l’intendere puro ed astratto e non isceverandosi allora con diligenza ne’ nostri pensieri il subbiettivo dall’obbiettivo. Il {{AutoreCitato|Immanuel Kant|Kant}}, venuto dopo i sensisti che crebbero l’oscurità e i viluppi, e propostosi di far cessare il litigio fra razionali e sperimentali, menò la filosofis mille miglia discosto dalle largle vie platoniche. Parvero poi i concetti ripigliar valore e sostanza negli ultimi panteisti alemanni. Se non che essi immedesimando nell’intrinseca forma e sostanza l’obbietto col subbietto, il pensare con l’essere, l’idea con<noinclude><references/></noinclude> j0jejabqmrypkg7o4v7kbfadffxilmn Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 1, 1865.pdf/693 108 990478 3904843 3588169 2026-09-28T14:18:09Z Tuvok1968 33641 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3904843 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|appendice.}}|{{Sc|673}}}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}la percezione, il relativo con l’assoluto fecero delle intellezioni l’uso e la stima che vollero. In Italia uno stupendo ingegno, or sono pochi anni, pose la mente umana in congiunzione immediata con Dio senza interponimento d’idee, o vogliam dire di esseri rappresentativi; ed anzi chiamò idea l’Assoluto medesimo, in quanto è oggetto immediato del nostro conoscere; e stimò che l’intuito umano non solo pervenga a direttamente apprendere e percepire Iddio, ma sempre lo percepisca nel suo creare e conservare le contingenze in atto e nel tempo; quindi il fatto e l’idea, il percepire e l’intendere, il finito e l’infinito, il temporale e l’eterno furono in quel suo sistema raccolti da ultimo sotto una medesima forma e natura di cognizione; e l’ontologia cominciando da quel pronunziato: l’Ente crea l’Esistente, ebbe inizio e base più che disputabile e al tutto sfornita dell’evidenza. All’ontologia rigorosa e scientifica non verrà mai conceduto di pigliar le mosse da tale proposizione di cui si possa venir pensando il contrario senza incorrere nell’assurdo. Ella vedrà, mio signore, quello che io abbia corretto e quello che tolto ed aggiunto alla teorica delle idee; vedrà se la dimostrazione che io porgo della realità obbiettiva dei nostri concetti sia mai stata prodotta ne’ libri con la certezza apodittica che io presumo aver rinvenuta; e se in ciò si contiene, secondo mi sembra, la speciale dimostrazione priori dell’esistenza di Dio, che è il problema fondamentale e massimo di tutta quanta l’ontologia. {{Pt|{{rule|t=4|v=6|4em}}|}}<noinclude>{{PieDiPagina|{{smaller|{{Sc|Mamiani}}}}||{{smaller|43}}}}</noinclude> hyzb4gnakj223zivk8b167arq4gf85k Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 1, 1865.pdf/695 108 990486 3904846 3588171 2026-09-28T14:19:16Z Tuvok1968 33641 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3904846 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|appendice.}}|{{Sc|675}}}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}dubbiezza della seconda; l’una è il principio di cui l’altra è la conseguenza. Consideriamo la prima, è un epicherema che si può ridurre a forma di sillogismo semplice levando le prove aggiunte alla maggiore. Rimane così un sillogismo della prima figara, secondo modo, perfettissimo in quanto alla sua costruzione, poichè i termini e le proposizioni vi sono ordinate e stabilite secondo le regole. Tuttavia vi potrebbe essere sofisma se vi fosse equivocazione nell’uso di uno dei termini, dovendo essi essere mantenuti nel medesimo significato onde non ce ne sia più di tre; vi potrebbe essere anche sofisma se vi si tenesse come vero ciò che non è accordato. Onde seuoprire se si nasconde o no uno di questi difetti nel sillogismo sopracitato, è d’uopo esaminarne accuratamente la maggiore e la minore. La minore è una definizione che suppone un dato esempio di verità necessaria, e se la elezione dell’esempio è acconcia, non pare possibile che l’errore sia contenuto in essa proposizione. La maggiore, o è un assioma, o è una proposizione dimostrata. Se è dimostrata, la sua verità dipenderà dalla dimostrazione, e la dimostrazione si ridurrà a dedurre dai principii della ragione, o la identità del vero e dell’essere assoluto in una proposizione analitica, o la loro semplice convenienza in una proposizione sintetica. Se è un assioma, sarà o una proposizione analitica, o una proposizione sintetica a priori. Suppongo in primo luogo che sia una proposizione sintetica a priori; lo sarà alla condizione che il predicato non sia implicitamente contenuto nel soggetto, e tuttavia a noi venga dato dalla natura in congiunzione con esso. Noi non potremo cavare la sussistenza o realità dell’oggetto dal vero da noi pensato, poiché, se il potassimo, il giudizio sarebbe analitico; e neppure potremo dimostrare che la realità e la sussistenza conviene alle verità assolute, poichè il giudizio non sarebbe allora un principio o proposizione a priori. D’altronde la realità degli oggetti assoluti non può aver riscontro nella esperienza. La sintesi dei due termini (il vero e la esistenza assoluta) sarebbe dunque un dato impossibile a verificarsi e inaccessibile alla riprova, un dato che sarebbe l’oggetto di una fede o affermazione primitiva. La realità obbiettiva delle idee consisterebbe nella {{Pt|rispon-|}}<noinclude><references/></noinclude> 32ptu1qozr0kiuhjvi43py3jteiwcg7 Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 1, 1865.pdf/697 108 990488 3904847 3588173 2026-09-28T14:19:37Z Tuvok1968 33641 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3904847 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|appendice.}}|{{Sc|677}}}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}il senso comune ammette spontaneamente la sussistenza perenne degli oggetti assoluti che corrispondono alle verità necessarie, ma quale sia la natura dei due termini e come siano legati insieme è questione che mi pare oltrepassare le forze di esso, e quindi la maggiore da lei proposta o ritiene le qualità di un pronunziato del senso comune, ed allora non essendo preciso il principio, la conclusione ne risulta dubbia ed indeterminata, non già nell’uso comune delle parole, ma nel loro senso filosofico; o esprime una determinata relazione (e se ben m’avviso è ciò che qui avviene), ed allora abbisogna di una dichiarazione; la quale, se non m’inganno, sembrami potersi envare dalle sue sentenze ed esprimersi nel seguente sillogismo: Gli oggetti delle verità necessarie hanno quella esistenza che è inchiusa nelle verità necessarie, ma le verità necessarie si risolvono in idee, dunque essi hanno la esistenza che è inchiusa nelle idee; sono parte di un tutto che è l’idea e partecipano della medesima natura. Se l’idea non fosse che una semplice determinazione mentale, come voleva il {{AutoreCitato|Immanuel Kant|Kant}}, l’ideato o il contenuto non sarebbe che una parte integrante della rappresentanza, e la esistenza di quello dipenderebbe come da sua condizione, dalla esistenza di questa. Ma tale non è per certo la di lei dottrina, che anzi tutta diretta a disciogliere la reta del criticismo, e a conciliare le due massime forme del dogmatismo in una sintesi più comprensiva. Mi pare di lei ferma sentenza che le idee non sono ''divise sostanzialmente dal loro oggetto, che si concerto col loro oggetto'', che le intellezioni terminano ''nelle relazioni necessarie e nelle realità a sussistenze assolute'', che colgono le ''cose in sè'' e quindi ''nell’essere loro necessario ed eterno''. Dalle quali espressioni apparirebbe chiaro che le idee non sono per lei semplici rappresentanze, ma modi dell’essere e modi della mente nello stesso tempo, e, per servirmi di una formola conosciuta, che non vi sarebbe differenza fra i reale assoluto e l’ideale. Ella non ammette la possibilità della illusione nelle intellezioni del necessario, e pronunzia essere congiunti intimamente i due termini ''della mente e dell’essere''. In questa intima unione o identità sta, se non erro, il cardine della dimostrazione da lei proposta, e quindi anche il<noinclude><references/></noinclude> izd9ga1r93glu89d5ayluzdtsm9o52r Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 1, 1865.pdf/698 108 990489 3904848 3588174 2026-09-28T14:19:57Z Tuvok1968 33641 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3904848 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|{{Sc|678}}|{{Sc|appendice.}}|}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}segno delle obbiezioni che le si possono voltar contro. Conciossiachè se i concetti, presi nella loro integrità, contengono l’esistere eterno o ciò che costituisce la possibilità eterna del loro oggetto, la maggiore del suo sillogismo rimane una proposizione analitica, la cui verità dipenderà dal modo d’intendere il soggetto. Posto il soggetto, idea o verità, come identico all’essenza della cosa in sè, il sillogismo sembra inattaccabile. Rimane tuttavia da dileguare il dubbio: se si abbia il diritto di porre l’idea come identica alla ''essenza'' delle cose o all’''assoluto''. Io non mi arbitro di pronunziare; cercherò solo di spiegare più accuratamente per quali ragioni, secondo me, delle tre principali maniere d’intendere e di significare la idea, additate da lei nelle diverse parti delle ''Confessioni'', due non mi sembrano potersi conciliare colla dimostrazione da lei impresa, e col valore assoluto delle verità necessarie, e sono: l’idea considerata come seguo e l’idea considerata come rappresentanza. Eliminate le quali, si restringerà almeno il campo della disquisizione, e riescirà meno dubbiosa la determinazione della vera natura dell’idea. In una cosa che serve di segno io noto: 1ª la cosa; 2ª le sue relazioni con un’altra: 3ª quest’altra; 4ª la sua relazione col pensiero, ossia la sua attitudine a far presente quest’altra cosa al pensiero. Così, verbigrazia, io percepisco il lampo e lo scoppio del fulmine, e la relazione di successione che passa fra di loro. Di più, questa relazione essendo costante, io posso considerare il primo termine come l’indizio del secondo, posso aspettare il secondo dopo di essere stato testimonio del primo. Sia ancora un altro esempio: io percepisco le lettere scritte e percepisco i suoni articolati. Percepisco eziandio le relazioni istituite fra quelle e questi, intendo che si possono moltiplicare e ordinare le lettere secondo il numero e l’ordine dei suoni. Finalmente intendo la possibilità di suscitare nell’udito i suoni, mentre colla vista raccolgo le lettere; in altre parole intendo che le lettere possono farmi ritrovare i suoni, possono essere i segni dei suoni. Ora, facendo l’analisi di una rappresentanza mentale, vi troveremo i seguenti elementi:<noinclude><references/></noinclude> axcyfk6ou7v8mukbip552bwngrcyjdj Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 1, 1865.pdf/701 108 990492 3904850 3588177 2026-09-28T14:20:20Z Tuvok1968 33641 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3904850 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|appendice.}}|{{Sc|681}}}}</noinclude>{{Pt|<br>|simulta}}neità o di successione il fatto interno, come la passione, e la sensazione dal fatto esterno, come è quella del movimento. Il valore di un segno convenzionale à fondato sulla volontà che opera la sintesi del segno e della cosa significata. Se l’Idea è un segno convenzionale, cadiamo nelle conseguenze di un nominalismo radicale; se è un segno naturale, essa fa parte di una relazione nella quale sono due termini, l’ideato e l’idea, l’oggetto e il segno, relazione che dà luogo, per ipotesi, alla legge seguente: data una idea, è dato pure un oggetto; ovvero: quando apprendo un’idea, posso dire che havvi un oggetto correlativo. Ma non potendo noi ne istituire nè sperimentare la sintesi dell’ideasegno e dell’oggetto segnato, ne segue che non possiamo neppure verificarla. Questa è precisamente la conclusione di {{AutoreCitato|Immanuel Kant|Kant}} riguardo ai modi del pensiero. I suoi ''concetti'' non si possono considerare come vere rappresentanze di cose rispondenti al pensiero, ma egli medesimo si è affaticato a fare intendere che non sono altro che segni, o pure notazioni mentali di quelle ''incognite'' o ''x'' che chiama ''Noumena''. Coloro che non vogliono attribuire alla idea altro ufficio che quello di segno, sono costretti di accettare le conclusioni del Kantismo, eccettuato il caso che contradicendo a sè stessi, ammettano la possibilità di un esperimento ''trascendente'', il quale serva di fondamento e di verificazione alla sintesi dell’ideato e dell’idea. Dico che contradirebbero a sè stessi, perchè, concesso che la mente possa passare, colla propria forza e per ingenita legge, dall’idea o segno dell’oggetto intelligibile al pensiero determinato della cosa segnata, l’idea sarà bensì il segno naturale della ''cosa in sè'', ma per fermo non sarà più vera idea; tutto l’essere d’idea sarà trasportato al pensiero che termina nella cosa, poichè con questo solo la cosa si conosce nella sua determinata essenza, mentre la pretesa idea non è che l’occasione onde passare a un pensiero più adeguato a cui solo si conviene il nome e l’ufficio d’idea. Sia pure l’idea un semplice segno, ma allora o se ne annulla affatto il valore obbiettivo confessando la impossibilità di verificare il nesso che la lega all’oggetto (''x''), o si pretende di poter determinare tal nesso, e di stabilire, verbigrazia, la corrispondenza o la causalità degli oggetti verso le<noinclude><references/></noinclude> ebche8tz3indfcfswis2cu4edxfhae5 Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 1, 1865.pdf/703 108 990517 3904852 3588179 2026-09-28T14:20:45Z Tuvok1968 33641 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3904852 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|appendice.}}|{{Sc|683}}}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}è fuori di noi, la medesima visione sarà un fatto passivo, vi sarà fra noi e gli oggetti intelligibili la relazione di passione e di azione, dalla quale non veggo come si potranno rimovere le qualità e le condizioni a cui soggiace il rapporto della stessa specie che lega la sensazione al sensibile, e per cui la critica filosofica condanna il senso, preso da solo, alla ignoranza delle cose quali sono in sè stesse. Se la passività dei modi sensitivi à la ragione della loro relatività, come poi la passività dei modi intellettivi sarebbe la condizione di un assoluto conoscere? come lo stesso nesso può essere assunto per ispiegare il relativo e l’assoluto della cognizione? La passività dei modi sensitivi è un fatto, e che da questo fatto consegua il carattere relativo dei medesimi mi pare fuori di ogni dubbio, conciossiachè noi apprendiamo gli esseri esterni nelle azioni che esercitano su di noi o piuttosto nelle apparenze (''fenomeni'') che fra coteste azioni e le correlative nostre passioni tramezzano. Il fenomeno sensibile, come osserva {{AutoreCitato|Platone|Platone}} nel {{w|Teeteto|''Teeteto''}}, suppone una doppia limitazione del soggetto e dell’oggetto, per cui l’essere non ci è dato nel senso quale è veramente ed assolutamente, ma quale apparisce in questo movimento e in questo rapporto. Ora per quale artificio della immaginazione potremo noi figurarci una maniera d’intuizione che sfugga a queste conseguenze? dov’è il tipo di ogni intuizione, di ogni visione, di ogni vedere? Evidentemente nel senso; e tanto è vero che i filosofi, i quali istituiscono una visione di oggetti intelligibili separati dal pensiero, la fanno passiva e la sottopongono ad alcuna delle condizioni inerenti alle rappresentanze sensibili; parecchi eziandio non indugiano a chiamarla un senso, così la chiama talvolta il {{AutoreCitato|Antonio Rosmini|Rosmini}} e così l’appellano quegli ecclettici francesi pei quali la ragione è il senso dell’assoluto. Ma o questo termine di senso applicato al pensiero è una metafora, e allora in che consiste l’intuito, in che differisce dall’idea, in che dal senso? È egli una sovraintelligenza a cui corrisponda un sovraintelligibile, e nella determinazione della quale nulla possa la ragione come facoltà subordinata? Se è un termine preciso trasportato analogicamente dalla visione sensibile a una visione sovrasensibile, in tal caso non pare possibile di spogliare cotesto senso, quantunque sublimato al grado di {{Pt|pri-|}}<noinclude><references/></noinclude> he15bk7az2sc8xz172nm5sxvf2hod3j Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 1, 1865.pdf/704 108 990518 3904853 3588180 2026-09-28T14:21:36Z Tuvok1968 33641 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3904853 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|{{Sc|684}}|{{Sc|appendice.}}|}}</noinclude>{{Pt|<br>|pri}}ma facoltà dello spirito, delle essenziali condizioni del senso in genere, nè di mantenerne assoluti e immobili gli oggetti, senza segregarne per astrazione la passività e la relatività, tolte le quali non si scorge più vestigio di senso. Non si può tacere che a molti la passività dello intelletto sembra fondamento saldissimo di veracità, e sicurissima guarentigia contro l’inganno, parendo loro non poter nascere la fallacia e il sofisma dentro la mente che per una cotale immistione della sua attività finita colla pura impressione del vero. Ma su che si fondano per proporre questa sentenza? Da quanto mi pare, sui seguenti supposti: 1° Gli oggetti intelligibili sono separati dal soggetto intelligente; 2° Vi ha un senso per l’intelligibile come ve n’ha uno pel sensibile; 3° L’oggetto intelligibile opera sul senso intellettivo in modo diverso dall’oggetto sensibile; mentre il sensibile non fa su di noi che un’impressione estrinseca nella quale appena si adombra una immagine della realtà, l’intelligibile si affaccia all’intuito quale esiste in sè stesso, e colla sua azione significa in noi le proprie determinazioni. Convengo che, ammessi questi supposti come principii, ne viene come corollario la certezza dell’intuito malgrado la sua passività, o, se si vuole, in ragione di essa, e non ostante la sua analogia col senso. Ma in primo luogo, queste proposizioni, il cui complesso forma l’ipotesi dell’intuito, si risolvono esse in concetti armonizzanti, o in elementi discordi; la sintesi del senso e dell’assoluto della cognizione è perfettamente logica, o difettosa e ripugnante in sè stessa? Supposto che sia perfettamente logica in sè stessa, resterebbe ancora ad escogitarne e a proporne la dimostrazione provandone la compita convenienza colla economia dell’intelletto. La posizione dell’idea-segno ci ha condotti alla supposizione di un intuito e quindi alla critica di questo intuito; mi pare che la istituzione della idea-rappresentanza porti con sè le stesse conseguenze. L’idea presa come rappresentanza mi sembra assai superiore in valore e in dignità alla idea considerata come semplice segno, e più atta ad esprimere l’inclinazione naturale dell’animo a credersi in possesso del vero. Per {{AutoreCitato|Cartesio|Cartesio}}, per {{AutoreCitato|John Locke|Locke}}, per {{AutoreCitato|Gottfried Wilhelm von Leibniz|Leibnitz}} istesso le idee sono rappresentanze la cui fedeltà à fondata o sulla<noinclude><references/></noinclude> tokacp3wocyvxotioksrhr5ww5kh4bx Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 1, 1865.pdf/706 108 990532 3904856 3588182 2026-09-28T14:22:59Z Tuvok1968 33641 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3904856 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|{{Sc|686}}|{{Sc|appendice.}}|}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}potersi analiticamente tale esistenza ricavare dalla idea, perché in essa non è contenuta. Confesso candidamente che il piacere di partecipare a una disputazione da lei istituita mi ha condotto in una analisi che somiglia a una digressione, e che adoperando ella la parola ''Verità'', avrei potuto contentarmi della sua definizione del vero, e così, sostituendo la definizione al definito, verificare se la maggiore della sua argomentazione è analitica o sintentica. Mi dia licenza di farlo ora. Ella definisce il Vero così: l’Essere in quanto è conosciuto o almeno conoscibile. Il conosciuto o il conoscibile accennano una relazione attuale o possibile all’intelletto, ma sottoponendo la esistenza del vero ad una relazione attuale colla mente, si farebbe, da quanto sembrami, dipendere l’oggetto dal soggetto, il vero che è legge e principio del conoscere, che qui è fatto. E nondimeno um relazione possibile colla mente mi sembrerebbe necessaria per intendere la parola verità per raggiungerne l’idea. Comprendo che il vero sia anteriore all’atto del conoscere, ma non capirei che supposta la esistenza di un intelletto sufficiente, il vero non potesse essere conosciuto. Il vero mi parrebbe dunque l’essere in quanto conoscibile o intelligibile, e il vero necessario; l’essere che non può non essere in quanto la mente non può non intenderlo, o l’essere in quanto la mente intende che non può non essere. I vocaboli ''in quanto'' soglionsi adoperare per segnare un accidente o un rispetto astratto; non li prenderei qui con questo intendimento, ma come segni di un’intima connessione, anzi identità delle due cose. Da queste dichiarazioni seguirebbe, se non erro, che nel vero è una dipendenza dal doppio termine dell’essere e del pensiero, e che quindi esso è una doppia determinazione dell’uno e dell’altro, o possibile o in atto (avvertendo però che il possibile suppone sempre una preesistenza reale); che ad esso vero è tanto essenziale l’aspetto reale quanto l’aspetto ideale, che il medesimo deve fondamentarsi tanto in ciò ch’ella chiama le divine efficienze quanto nelle leggi della mente, e che tanto è reale o possibile quanto è ideale o conoscibile, tanto ontologico quanto logico, che anzi questi due caratteri in esso si agguagliano e si compenetrano.<noinclude><references/></noinclude> pixeczglmxv3gzzxqcp770ppmxtxwi1 Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 1, 1865.pdf/708 108 990550 3904857 3588184 2026-09-28T14:23:43Z Tuvok1968 33641 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3904857 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|{{Sc|688}}|{{Sc|appendice.}}|}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}dare a dubitare che il termine maggiore, ''obbietto od ''esistenza'' assoluta, fosse preso in un senso nella maggiore'' e in altro senso nella conclusione, e qui sarebbe stato il sofisma. Ma nel presente raziocinio essendo agguagliata la esistenza alla verità, il reale che è nella conclusione si trova anche nella maggiore. Mi perdoni di avere condotto così per le lunghe una verificazione che si poteva eseguire con tanta brevità. Se la mia veduta fu corta da principio, la confessione che ora le luccio, le provi almeno ch’io cerco d’imitare, non potendo in altro, nella schiettezza, l’esempio dato da V. S. Ill. ai cultori della Filosofia. Mi protesto con tutto il rispetto {{spazi|5}}Casale, li 19 luglio 1857. {{Blocco a destra|{{Ct|Suo dev. ed obb. servitore<br>{{Sc|Luigi Ferri.}}}}}} {{Ct|t=2|{{rule|2em}}}} {{Ct|t=2|''Al signor professore'' {{Sc|Luigi Ferri.}}}} Lette appena, o signore, le vostre acutissime e lucidissime considerazioni, io venni fra me dicendo: vedi quanto ingegno e quanto sapere è in questo giovine, e come la sua modestia, che in ogni tempo sarebbe rara, diventa prodigiosa al di d’oggi che il mondo è pieno di saputelli di quindici anni ai quali puzzano tutte le cose non nate e non fiorite nel loro cervello. Io mi rallegro impertanto di cuore con voi e con gli studi razionali italiani in cui certo imprimerete orma gloriosa e condurreteli in termine che non abbiamo in ciò almeno ad invidiare la scienza di nessun altro popolo. Ma per nou tenere a disagio nè voi nè i lettori con parole remote dal nostro tema, io vo’ che sappiate che quanto veniste notando circa la forma de’ due miei sillogismi sembrami tutto vero, esatto, perspicuo; e voi giovanissimo insegnate a me canuto a scansare le ambiguità e trovar le voci e maniere del dire veramente adeguate ai concetti. Ne diverso giudicio fo dell’altre vostre considerazioni sulle note proprie e qualitative dei segni e delle {{Pt|rap-|}}<noinclude><references/></noinclude> 4o5olr4313brfigbygsj94o46ij1p1g Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 1, 1865.pdf/711 108 990558 3904858 3588187 2026-09-28T14:27:07Z Tuvok1968 33641 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3904858 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|appendice.}}|{{Sc|691}}}}</noinclude>{{Pt|<br>|chia}}marsi non potere consistere mai in una vuota apparenza, come giudicano molto leggermente gli scettici. Chè se l’ideato è apparente o vogliam dire diverso da ciò che pensiamo, la verità è falsa e ingannevole. Neppure quell’ideato può convertirsi in un possibile, se questa voce intenda di esprimere un ente che non sussiste, ovvero una semplice mentale rappresentazione. Conciossinchè, quando io penso Dio, per modo d’esempio, io volgo la mente a cosa la quali dove non sussista, è impossibile al tutto che mai trapassi all’atto di essere. In secondo luogo, io penso a Dio, cioè alla cosa ideata non alla idea, penso al rappresentato non alla rappresentazione sua, penso all’oggetto in sè, al contenuto della verità, all’ultimo termine insomma del mio atto cogitativo, mentre l’idea e la possibilità non sono l’ultimo termine e v’è qualcosa da chiedere e da pensare di là da loro ed è l’oggetto, per appunto al quale si riferiscono l’idea, la possibilità, l’intuito e qualunque altra specie di entità o di atto vogliamo interporre tra la mente e la cosa pensata. E qui torna da capo il dilemma: la mente o incontra l’ideato o riferisce a quello l’idea. Se io penso, poniamo, a Dio, conviene o ch’io col pensiere raggiunga l’oggetto, ovvero ch’io riferisca l’idea dell’oggetto al termine suo che è l’oggetto medesimo. Quando a me non sia peranco venuto fatto di mettere in chiaro cotesto capo della teorica mia, confesso di non trovare altri modi në altri vocaboli a ciò sufficienti e mi stringe necessità di pregare un poco il lettore a farci sopra considerazione e ruminar la materia con un millesimo di quella diligenza e pazienza con la quale l’ò io trovata e ordinata. Perchè, sebbene la cosa paia semplice sopra modo nè ricerchi nel filosofo altra disposizione, ad essere escogitata e provata da lui convenientemente, che l’uso del buon senso e del retto giudicio, pure al povero ingegno mio à costato molti anni di indagazione meditazione, rassomigliando ella a quegli edificj venerabili e antichi, addosso a’ quali sono state murate in più tempi altre fabbriche; e voglio dire che i sistemi degl’idealisti e degl’ipercritici anno come travisato e sepolto il vero di questa nobilissima parte della metafisica. In questo punto mi occorre un pensiere, ed è che alcun<noinclude><references/></noinclude> ldeyjsz4oor9g5ke46o4ccih8i0v8gs Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 1, 1865.pdf/716 108 990568 3904859 3588192 2026-09-28T14:27:39Z Tuvok1968 33641 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3904859 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|{{Sc|696}}|{{Sc|appendice.}}|}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}lecito di adunare e concludere la sostanza de’ nostri ragionamenti in questo dilemma: o confutare e smentire gli assiomi surriferiti, o concedere che i vera ed invitta la dimostrazione mia ''a priori'' dell’esistenza di Dio. Ma infine, sembrani che voi soggiungiate, potrebbesi egli sapere a quale opinione voi vi attenete circa all’essere delle idee? possibile che vi paia argomento sul quale vi torni lecito ed anzi utile e bello mantenervi in silenzio? qual filosofo a’ nostri di non ne à scritto distesamente? e degli studiosi ordinarj di metafisica forse non ne rinverrete al nostro tempo uno solo il quale accostandosi a voi in fretta e tirandovi per la giubba non vi interroghi subito con queste parole: messere, poiché avete nome di filosofo, di grazia, ditemi quello che sono le idee? Io vi aprirò dunque la mia sentenza intorno di ciò, poichè mi sembra che voi il vogliate e la generale curiosità esiga. Ma sento di dovervi avvertire che, assai differentemente dal comune dei metafisici, io non affermerò ogni cosa siccome certa, ne darò i miei pensamenti per l’ultimo termine della scienza. Della tesi proposta alcune parti definirà risolutamente, altre assai dabiamente. Perchè tale reputo oggi lo stato della controversia e tale debbesi tramandare ai futuri speculatori. E prima, io pronuzio che veramente le idee sono esseri rappresentativi e non sono l’intuito immediato e sostanziale dell’Assoluto. Della qual sentenza mi pare che si raccolgano molte prove e, a parlar più esatto, molte poderosissime congetture, tutte le quali se non fanno dimostrazione apodittica, nondimeno bastano a sforzare il consentimento nostro. ''La prima'' è che le idee non anno in sè stesse nulla di sostanziale, nulla di attivo, non anima, non potenza, non vita. Ora, se le idee fossero intuiti diretti ed intrinseci della divina sostanza, come non vi scorgeremmo noi l’attività, l’efficienza e la vita, poichè Dio è chiamato il vivente ed è atto purissimo e assolutissimo e non pure dobbiamo reputarlo sostanza, ma, come il {{AutoreCitato|Vincenzo Fardella di Torrearsa|Fardella}} diceva, egli solo è vera sostanza e le altre sono come ombre e segni e vestigi di quella? E quando si obbietti che a noi è impossibile concepire la vita, l’attività, l’efficienza e la sostanza di Dio, tanto diverse dal<noinclude><references/></noinclude> r77knfpkc2ybxrfi80f8e4idqxhkk6m Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 1, 1865.pdf/717 108 990596 3904860 3588193 2026-09-28T14:28:36Z Tuvok1968 33641 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3904860 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|appendice.}}|{{Sc|697}}}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}nostro essere, rispondo che ciò propriamente ne porge buona riprova che l’idea non è l’intrinseca intuizione dell’Ente, supposta la quale, già non sarebbe negato all’uomo qualunque notizia e apprensione del vivere ed operare divino. ''Secondo''. Le idee delle cose divine ed eterne e quelle dei contingenti più tenui e caduchi non si dispaiano nè si differenziano. Intanto, sappiamo e veggiamo che l’idea del limite non è limite; quella della divisione o della corruzione o del corpo o del male non è divisa, non corrotta, non corporea, non mala; perciò affermiamo l’oggetto correlativo di esse idee (intendasi l’oggetto assoluto) non essere simigliante ma solo analogo alle cose contingenti rappresentate. Il quale aggiuntivo ''analogo'' è ritrovato ed usato a indicare una entità sussistente e diversissima dalle conosciute, sebbene di essa diversità non abbiasi notizia veruna speciale, e che, d’altro lato, ella serbi strettissima rispondenza con le conosciute. Ma quando le idee fossero non nude rappresentazioni, sibbene intuiti diretti e penetrativi, come non avremmo alcuna cognizione dell’essere analogo il qual risponde a capello e prima d’ogni tempo alle condizioni e limitazioni dei contingenti? ''Terzo''. A chi ben guarda, si mostreranno ugualissime di natura e di forma, così le idee positive come le negative, così quelle che esprimono gli enti reali come l’altre che esprimono i midi enti di ragione, le idee delle cose concrete non meno di quelle da cui sono significate le sottilissime e supreme astrazioni. In che modo si potrà ciò spiegare, semprechè la idea non rappresenti l’oggetto ma sia esso l’oggetto da noi percepito? ''Quarto''. Noi pensiamo tuttogiorno l’eternità di Dio, la sapienza, bellezza e beatitudine sua; nè le idee che di ciò concepiamo differiscono in niente dall’altre di altre cose, quanto al loro essere propriamente ideale. Ma intanto come possiamo noi, chiusi nella finità del tempo, intuire l’eternità in atto? Certo, dunque, l’idea della eternità di Dio non è un intuito diretto e immediato di quella. Si dica il simile della beatitudine, la quale si può per segni arguire ma non percepire direttamente, perocchè ella nell’essere proprio ed intrinseco al tutto incomunicabile, ed è ciò<noinclude><references/></noinclude> 69zv9urdub80tm7hwbkp5l33dbfmsvx Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 1, 1865.pdf/718 108 990597 3904861 3588194 2026-09-28T14:29:14Z Tuvok1968 33641 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3904861 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|{{Sc|698}}|{{Sc|appendice.}}|}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}appunto che i metafisici domandano subbiettivo. E qualora alcuno dicesse che l’intuito nostro coglie della divina beatitudine la parte comunicabile o, parlandosi con più rigore, l’atto espansivo che a noi si congiunge, replico prestamente che un intuito siffatto varrebbe una specie di visione beatifica; e l’idea, in luogo di essere al tutto inattiva ed inoperante siccome è, spiegherebbe una suprema energia di azione e passione. Ma se la beatitudine è da venir rasseguata fra le cose più intrinseche e subbiettive, il contrario deesi affermare della bellezza, che è la forma e la luce esteriore del bene. Ora, posto che il concetto della bellezza divina sia l’intuizione diretta e propria di lei, oude avviene che non la percepiamo per nulla e non c’innonda tutta l’anima di soavità ne penetrano in veruna parte dell’essere nostro i raggi purissimi e splendentissimi della increata pulcritudine? Tutte queste idee, pertanto, dei divini attributi sono mere rappresentanze e come nè di natura, nè di forma, nè di condizione alcuna si diversificano menomamente da tutte le altre sembrami esser troppo legittimo il pervenire alla conclusione che le idee guardate in sè e per sè, cercate nell’essere loro più proprio e più peculiare, sono, come disse l’antichità, non le cose ma le immagini loro e sono rappresentanze ''ad intra'' dell’Assoluto, ''ad extra'' dei contingenti, ognora che esse ai contingenti si riferiscono. Le quali conclusioni trovano conferma amplissima nell’uso odierno di tutte le lingue; per fermo, quelle espressioni idea di Dio. idea dell’infinito, idea del corpo e così prosiegui, che vogliono altro significare salvo che elle non sono Dio, l’infinito, il corpo ec., ma la rappresentazione di quegli oggetti? Ma qui insorge una gravissima difficoltà, ed io procaccerò di significarla con brevità e chiarezza, la prima richiesta dai termini angusti di un lettern, l’altra dal subbietto implicato ed astruse. Se le idee sono mere rappresentanze e tuttavolta sono materia propria e immediata de’ nostri pensieri speculativi, questi non pervengono mai all’obbietto; e la verità, la quale afferma continuamente pur esso l’obbietto, mantiene un perpetuo inganno alla mente umana. Ne giova attenuare la cosa {{Pt|af-|}}<noinclude><references/></noinclude> j0z1whh6dckq4fgf6r14bfmlyaitj03 Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 1, 1865.pdf/719 108 990598 3904862 3588195 2026-09-28T14:31:00Z Tuvok1968 33641 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3904862 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|appendice.}}|{{Sc|699}}}}</noinclude>{{Pt|<br>|af}}fermando che l’intelletto riferisce per certa forza d’istinto e di abito la idea che pensa all’oggetto pensato. Perocchè questo oggetto pensato che è in ultimo, salvo che una nuova idea o rappresentanza che voglia dirsi? Di quindi un nuovo inganno dello spirito nostro, il qual erede di riferire l’idea all’oggetto, quando nel fatto il termine del riferimento è pur esso un’idea. Pongasi invece che l’intelletto pervenga alla fine all’oggetto reale e assoluto, qual mestiere si à in tal caso dell’intermezzo dell’idee? Onde la necessità e il profitto di tali, parte inutili, parte incomode rappresentanze? Dove sono presenti i principi, gli ambasciatori fanno impaccio e non altro. E come effettivamente abbiam dimostrato un oggetto reale e assoluto rispondere sempre ed esattamente alle nostre idee; e rimanere al tutto impossibile che il pensiere speculativo non pensi la cosa in sè e non termiui in lei, ne segue che si debbano piuttosto negare gli esseri mentali rappresentativi di quello che l’intuito diretto e immediato della realità obbiettiva a cui mira la nostra mente nelle astratte cogitazioni sue. Questo è un nodo molto aggruppato, come scorgete, e a slegare il quale ci vogliono mani infinitamente più abili ed scrcitate che le mie non sono. Pur nondimanco mi ci voglio provare, ponendo sempre in disparte e in riserbo la dimostrazione ''a priori'' da me rintracciata dell’esistenza di Dio, la qual regge e dura intatta ed irreprobabile comunque si opini si giudichi intorno all’essere dell’idee. Conciossinchè ella si fonda sulla forma essenziale della verità; e perciò dico quella prima parte del ragionar nostro rimanere chiusa e compita, e dalla seconda che or trattiamo potere del certo ricevere maggior lume, non maggior nerbo e vigore di prova. Ciò bene avvisato, piacemi di ripetere quel che io scrivea el decimo capo delle ''Confessioni'', e vale a dire che la idea si è l’Assoluto in quanto apparisce e significa se medesimo all’intelligenza; e più avanti aggiungeva che l’idea «è il manifestarsi dell’Assoluto allo spirito sotto forma intellettuale e non altramente: quindi per la idea noi nou sentiamo ne percepiamo in guisa veruna l’Ente assoluto, nè abbiamo l’intuito diretto ed intrinseco dell’attività sua nè della potenza causale nè d’altro vivente attributo.»<noinclude><references/></noinclude> 5478mvgji28xvov34d5amp6al70j6qx Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 1, 1865.pdf/720 108 990599 3904863 3588196 2026-09-28T14:31:23Z Tuvok1968 33641 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3904863 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|{{Sc|700}}|{{Sc|appendice.}}|}}</noinclude> Che è dunque cotesta forma intellettuale onde l’Assoluto si manifesta? E la idea o vogliam dire la rappresentazione di lui, la quale la mente nostra scurge altres congiunta al rappresentato e però scorge il rappresentato in quanto almeno è termine della congiunzione, ma non lo penetra nè punto nè poco, e perciò propriamente nol percepisce. Sa ognuno che altra cosa è il penetrarsi e immedesimarsi di due o più enti, altra l’esser congiunti. Del pari, una cosa si è l’avvertire il termine della congiunzione ed un’altra il percepirlo o vogliam dire l’aver coscienza della mutua penetrazione degli atti, uscenti così da lui come dall’altro termine con esso congiunto. Nessuna contradizione s’incontra a pensare che la intellexione di un oggetto non trapassi più oltre del legame di questo con altro ente: perchè nel modo che esso legame può essere più o meno esterno, così più o meno esterna può riuscire la intellezione del termine. Del sicuro, l’Assoluto per sè ed in sè non à parti nè gradi, e la esteriorità sua non è meno sostanziale della interiorità. Ma la unione e intellexione nostra con lui e di lui d’infiniti gradi è capace. Quindi l’Assoluto, a parlar per figura, traspare a noi dall’idea come un corpo luminoso per la trama di un denso velo. E nella maniera appunto che la luce manifesta delle cose la superficie sola, in quel modo la vista mentale scorge l’ideato nella massima esteriorità, e solo, ripeto, nel suo legame con l’essere rappresentativo; e quando presuma l’occhio nostro intellettuale trascorrer quel segno e raccogliere dell’obbietto una nozione definita e propria, esso obbietto sembra eclissarsi ed unicamente rimane in cospetto l’idea sua specie e sembianza. Del pari, l’occhio avvisando il sole dietro a dipinte vetriere, non può per niune sforzo discernere e lineare la forma di quello ma sempre lo vede determinato e contornate delle dipinte figure del vetro. Sebbene io m’accorgo che tali comparazioni nocciono piuttosto che giovino alla chiarezza del concetto e v’introducono troppi elementi materiali ed improprj. Il perchè giudico miglior partito, mancandomi opportunità e spazio da partitamente ragguagliare il lettore del mio concetto, contentarmi per al presente di questo cenno fugace e rimettermi ad altra scrittura a ciò deputata,<noinclude><references/></noinclude> jxun9foqg7qakes1yjyk9vfaiqb7hak Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 1, 1865.pdf/729 108 990705 3904866 3588205 2026-09-28T14:32:29Z Tuvok1968 33641 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3904866 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|appendice.}}|{{Sc|709}}}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}corpo cadente, ora la formola e a estrinseca in una proposizione generale applicabile a tutti i casi possibili. Il particolare e il generale sarebbero dunque una medesima determinazione dell’essere, ora ristretta nel giro della individualità, ora sciolta dai vincoli della quantità limitata; e tanto nel levare i limiti, e ascendendo dal sensibile all’intelligibile, quanto nel porli di nuovo, e discendendo dall’intelligibile al sensibile, la mente avrebbe sempre dinanzi a se una medesima cosa veduta diversamente, e diversamente modificata. Ma ben m’accorgo che conducendo la di lei dottrina questa conclusione, io la interpreto in modo contrario alle sue massime fondamentali, e lascio in disparte due sentenze che la ripongono sulla distinzione assoluta della percezione e della intellezione, del sensibile e dell’intelligibile. Con queste proposizioni ella afferma: 1° che una percezione non può essere che il soggetto o l’attributo di una percezione, e 2° che un’idea non può essere che il soggetto e l’attributo di un’altra idea; di guisa che dall’oggetto percepito altro non si ricava che qualità sensibili, e dall’oggetto inteso null’altro deriva che qualità intelligibili. Non ignoro su quali autorità storiche e tradizionali si appoggi questo filosofema, riconosco il vincolo di nobile parentela che lo stringe a quante dottrine platoniche ebbero grido o nome in Italia e altrove. {{AutoreCitato|Vincenzo Gioberti|Gioberti}} divide i conoscibili in due classi differentissime, l’una delle quali comprende i fatti e l’altra le idee, e sentenzia che l’intelligenza differisce essenzialmente dalla sensibilità interna ed esterna, in quanto i suoi elementi, cioè gl’intelligibili, sono pensabili, ma non sensibili; dovechè, all’incontro, gli elementi atti ad essere sentiti non ponno essere pensati.<ref>Vedi {{Sc|Gioberti}}, ''Teorica del Sovrannaturale'', $ 29 e 33</ref> E prima di lui {{AutoreCitato|Antonio Rosmini|Rosmini}} aveva diviso l’essere in due forme inconfusibili, così egli le chiama, ed assegnandole come oggetti proprii all’idea e al sentimento, avea profondamente separato il sensibile e l’intelligibile, il reale e l’ideale, la intellezione la percezione. E {{AutoreCitato|Agostino d'Ippona|Agostino}} e {{AutoreCitato|Nicolas Malebranche|Malebranche}}, fedeli all’assoluta opposizione del senso e della ragione, delle percezioni<noinclude>{{rule|2=000000|h=1px|33em}}<references/></noinclude> l5x02910f6tl7xqbnay9hmh35xjl3j8 Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 1, 1865.pdf/738 108 990807 3904868 3588214 2026-09-28T14:33:11Z Tuvok1968 33641 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3904868 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|{{Sc|718}}|{{Sc|appendice.}}|}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}che vennero dopo di lui si accorsero che mancava un concetto nella di lui filosofia, e che nelle sue mani il sapere sfumava per mancanza dell’assoluto. Chi poteva accontentarsi di una logica puramente relativa all’uomo, di una verità semplicemente umana? Il concetto poteva egli essere una unità soggettiva destinata a raccogliere le sensazioni, e l’idea una unità razionale a priori, senza oggetto e senza fondamento nella realtà? Il pensiero era egli il parto dell’Io, o l’Io supponeva egli il pensiero, e la mentalità aveva ella la sua essenza assoluta, le sue leggi immutabili e divine; ovvero dovevasi, secondo il detto di {{AutoreCitato|Protagora|Protagora}}, riporre l’uomo a misura di tutte le cose? Ella sa come diversamente si rispose in Germania, in Francia ed in Italia a queste interrogazioni; ma dovunque si riconobbe la necessità di rimettere in onore il concetto dell’assoluto. Che avvenisse in Germania di questo rilevantissimo concetto, non cercherò per disteso; ricorderò soltanto che la filosofia di {{AutoreCitato|Friedrich Schelling|Schelling}}, immedesimando, senz’altro, assoluto e infinito, fu occasione di molte ambagi e di molti viluppi, in cui si avvolse dopo le peregrinazioni scientifiche del {{AutoreCitato|Victor Cousin|Cousin}}, la debole metafisica dell’eclettismo. Imperocchè per essa le verità necessarie oscillarono, inconsistenti fra l’essenza delle cose e l’infinito, ora ricettate dal mondo, ora raccolte nel grembo misterioso della divina sostanza. L’assoluto dei Tedeschi e l’infinito dei Cartesiani, ridotti a medesima essenza per opera di Cousin in Francia, non ebbero sorte diversa in Italia. Convinti che l’assoluto fosse sempre lo stesso che l’infinito, {{AutoreCitato|Antonio Rosmini|Rosmini}} e {{AutoreCitato|Vincenzo Gioberti|Gioberti}}, nelle opere pubblicate durante la loro vita, si studiarono di cacciar l’assoluto fuori del pensiero e fuori del mondo. Ella non ammette con Rosmini idealità senza realità; ma, se non m’appongo, dopo di avere restituito alla idealità il suo valore mentale e In sun efficacia ontologica, ella si contenta di asserirne con Gioberti l’insistenza nell’infinito, e di affermarne la congiunzione col mondo, tenendola tuttavia fuori di lui. Gli oggetti contemplati nei concetti sono assoluti, e l’assoluto è l’infinito, è l’ente è Dio; tale è la loro conclusione. Che l’idealità sia l’assoluto, è cosa che di buon grado concederò a lei e a Gioberti; che l’infinito, essendo la {{Pt|som-|}}<noinclude><references/></noinclude> 3z7r98alt5vcn5y8jmic6nniygh8ej8 Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 1, 1865.pdf/741 108 990812 3904869 3588217 2026-09-28T14:33:26Z Tuvok1968 33641 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3904869 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|appendice.}}|{{Sc|721}}}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}sgombrino l’animo dal timore coloro che, mirando al morale indirizzo delle dottrine, paventano per l’umanità l’invasione dell’orgoglio. La partecipazione alla verità assoluta non distrugge la imperfezione degli esseri pensanti che abitano questo piccolo pianeta, e non dà loro il diritto d’insuperbire. La sentenza che {{AutoreCitato|Blaise Pascal|Pascal}} applicava all’uomo in nome della religione, io gliela posso, ridire in nome della filosofia: «se si inalza, lo abbasso; se si abbassa, lo inalzo.» Egli sarà sembre abbastanza impacciato ne’ suoi raziocinii per comprendere la vanità del suo orgoglio, e farà sufficienti progressi nei suoi costumi e nelle sue scienze, per amare e stimare quella parte di sè stesso, che gli schiude i tesori inesauribili della sapienza e della virtù. Nel terminare questa dissertazione, già troppo lunga, mi permetta di segnare le parti principali delle dottrine Platoniche ed Aristoteliche, che potrebbero, a mio avviso, conciliarsi, e insieme concorrere alla unità della metafisica. Ciò servirà di conclusione alle mie istanze e le avvierà a uno scopo, desiderato da molti, e da lei pure preso di mira. {{AutoreCitato|Platone|Platone}} ed {{AutoreCitato|Aristotele|Aristotele}} convengono nell’attribuire la esistenza reale alla idealità delle cose, poichè la ''forma'' Aristotelica è reale come la ''idea'' di Platone. Si accordano nel riconoscere in essa l’oggetto assoluto ed immutabile del sapere, poichè l’uno ammette la perpetuità delle forme, e l’altro l’eternità delle idee. La dialettica dell’uno e la logica dell’altro, quantunque sotto diversi rispetti e per diverse vie, poggiano sull’essere in sè, e sull’assoluto. Ma mentre per Aristotele l’idea è nel mondo, unita al moto, inseparabile dagl’individui, per Platone è fuori del mondo, ove appare come ospite in luogo non suo, e lascia un riflesso o una traccia di sè, pel rapporto di imitazione e di partecipazione (''mimesi e metessi'') che le cose sostengono con essa. E quindi necessario che Platone mantenga nell’anima fra la ragione, facoltà dell’assoluto, e la percezione, facoltà del relativo, la stessa relazione che fra l’idea e il fenomeno. La percezione non può servire che di occasione all’esercizio della ragione. L’una non può fare che dare all’altra la spinta, dopo di che, questa si solleva per virtù<noinclude>{{PieDiPagina|{{smaller|{{Sc|Mamiani}}}}||{{smaller|46}}}}</noinclude> lnylna8n9f5jfxs6mi0rggtgnncosfe Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 1, 1865.pdf/743 108 990814 3904870 3588219 2026-09-28T14:33:47Z Tuvok1968 33641 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3904870 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|appendice.}}|{{Sc|723}}}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}dell’unità dell’essere, non può derivare il mondo dall’infinito e rimane nel dualismo; mentre la Platonica, salendo i gradi della dialettica, giunge sino all’Ente e all’Uno. Non mi sfugge che in {{AutoreCitato|Aristotele|Aristotele}} non potrebbe trovarsi la bella definizione ch’ella dà di Dio, dichiarandolo: Unità sostanziale di un infinito di infiniti attributi; nè rinvenire in esso la somma idealità che rende possibile l’attuazione e la unificazione di tutte le idealità parziali che compongono il dialettico ordinamento del cosmo. Ma ne’ di lui principii sono in gran parte riposti, a mio avviso, i fondamenti della dignità degli enti finiti e del valore del creato. Se l’uomo e il mondo hanno comunione con Dio per l’immanenza di un elemento assoluto, la storia dell’umanità e la scienza della natura hanno una parte veramente divina, da cui possono provenire ammaestramenti ammirevoli di verace e universale sapienza; le cause e le leggi, dalle quali, con intendimento degno di un concittadino di Vico, ella sta derivando gli eventi sociali e la vita civile delle nazioni, saranno naturali e divine, avranno la certezza di un fatto e il valor di un’idea. Ma io affermo e non provo; così mi tocca di fare per ora, e così accade a chi cerca la dimostrazione compiuta di una credenza ragionevole: ''fides quœrens intellectum!'' {{Blocco a destra|{{Ct|{{Sc|Luigi Ferri.}}}}}} {{Ct|t=2|v=2|{{rule|2em}}}} {{spazi|10}}''Risposta alle Considerazioni del prof.'' {{Sc|Luigi Ferri.}} Io avrei gran voglia d’encomiare la vostra dottissima lettera tanto e più di altre scritture da voi messe in luce, ma le troppe lodi che sempre vi mescolate del fatto mio me ne trattengono e me lo vietano; e certo si direbbe da molti che noi da un pezzo in qua ci prestiamo a vicenda il turibolo; e le vostre modeste obbiezioni non essere trovate ed espresse con altro fine che di dar passaporto a que’ panegirici. Io vi ringrazierò, non pertanto, della cura assidua che ponete a richiamare a forza gl’ingegni dagli studj applicativi all’ardua speculazione dei principj. La voce de’ gio-<noinclude><references/></noinclude> 29aux60mt1jn1taxxx2bssppku9flug Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 1, 1865.pdf/744 108 990854 3904872 3588220 2026-09-28T14:34:56Z Tuvok1968 33641 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3904872 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|{{Sc|724}}|{{Sc|appendice.}}|}}</noinclude>{{Pt|<br>|gio}}vani à qualcosa di più gradito e di più efficace; perché la intonazione sua, per così domandarla, s’accorda col genio dei tempi e quindi penetra in tutte le orecchie comechè disattente; e, per un poco almeno, le attira a sè. Io profitterò dunque della buona disposizione che il vostro largo ed ornato filosofare à certamente prodotto nell’animo de’ lettori nostri per far loro sopportare la freddezza e l’aridezza soverchia delle mie risposte; le quali a fine di riuscire brevi e precise non si scosteranno punto dalle forme scolastiche e rimarrannosi nude e brulle d’ogni qualunque eleganza. Farò nondimeno che il mio discorrere proceda quanto è possibile con le dizioni più conosciute e comuni, mantenendo ai vocaboli le loro usuali e legittime significazioni; perchè fra tutti i vizj onde sono ancora macchiati fra noi gli studj razionali, il peggiore o il più fastidioso almeno mi sembra quello dell’ambiguità del linguaggio. E prima, le vostre obbiezioni contro le dottrine platoniche e segnatamente contro la mia non mi paiono atterrare il lor più saldo fondamento che sta nel porgere dimostrazione esatta ed irreprobabile della realità obbiettiva di tutte le idee. Pregovi di ricordare che in quella che io domandava (se non fu presunzione matta) una vera e certa dimostrazione ''a priori'' della esistenza di Dio, giace altresi raccolta la prova rigorosa e apodittica della eterna e assoluta realità di qual sia iden guardata nell’oggetto in cui termina. Ora, il carattere più spiccato ed originale della filosofia platonica si à lo sciogliere la idea da qualunque caducità e fallacia di subbiettive condizioni (per parlare come i moderni) e riconoscere in esse una divina aussistenza, la quale, quando pur fosse vero che io avessi illustrata fornita di piena ed irrepugnabile dimostrazione, stimerei aver bene spesa la più parte di mia vita in meditare cotesti paurosi problemi. Io non tornerò sulle cose già esposte altra volta intorno al proposito; ma solo io noto che reputar debbo a guadagno assai rilevato che il vostro cortese e cavalleresco armeggiare contro le mie opinioni ontologiche non abbia voluto investire nè dare assalto alla mia rupe tarpea che è la dimostrazione evidente della realità obbiettiva di qual sia concetto positivo e pensabile. Vero è che<noinclude><references/></noinclude> gwa6fc8x9zzuycnm8qyrco1ybjeyx2o Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 1, 1865.pdf/748 108 990858 3904873 3588224 2026-09-28T14:35:28Z Tuvok1968 33641 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3904873 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|{{Sc|728}}|{{Sc|appendice.}}|}}</noinclude>{{Pt|<br>|ve}}stigio suo. E mera forma senza ombra di sostanzialità e di materia secondo che osservava lo stesso {{AutoreCitato|Aristotele|Aristotele}}; e però con acconcio battesimo piglio appellazione di specie intelligibile. Nè potrebbe affermarsi mai che ella sia un qualche fantasma assottigliato, a così parlare, e a poco a poco spiritualizzato. Conciossiachè infino a quando la fasci e la colorisca un’orma e un residuo di sensazioni e di fantasmi, idea vera e pura non è. Non rinviensi dunque nessun processo generativo dalla sensazione e dal fantasma all’idea pura e guardata nel proprio essere. Ognuno poi sa che in questo suo proprio essere, l’idea è nudo segno e rappresentanza, laddove le percezioni sono atti compenetrati e avvertiti; emanano dalle cose, con esse s’incorporano e non le segnano unicamente e dinotano. In fine, la idea à certa entità perfettamente una, semplice ed impartibile, nè sembra nascere tante volte e annullarsi quante noi In pensiamo; sembra invece sussistere indipendente da noi o indipendente almeno dal nostro atto d’intenderla; quindi, per ciò che ne conosciamo, direbbesi ch’ella non principia, non muta, non si trasforma; nè se l’analisi sembra scomporla in molti e diversi elementi, ciò porta in lei la concretezza di subbietto e di attributo ovvero di tutto e di parte. Ma le percezioni in quel cambio principiano, mutano e si trasformano; sono composte di due subbietti, l’interno e l’esterno: nè mai si scompagnano da qualche moto del nostro volere, e sono reali suoi elementi ogni sempre il sentire e l’intuire, la passione e l’azione e qualche specie e grado di piacere o dolore. Visitata la intellezione nell’atto mentale e nel suo primo e immediato termine che è la nuda e semplice rappresentazione, trapassiamo all’oggetto; e le differenze non ci riusciranno minori di numero e d’importanza. Per fermo, l’oggetto assoluto e proprio dell’intellezione, è uno ed universale, è necessario, eterno e immutabile; laddove quello dei nostri atti percettivi neppure l’ombra di tali attribuzioni possiede. Nella realità obbiettiva degl’intelligibili non è divisione, non successione, non corporeità, non composizione e simili altre contingenze comuni alle cose esteriori da noi percepite; e mentre queste moltiplicano ed ànno la pluralità<noinclude><references/></noinclude> luaxrdhcov42bicnbvqchqzt0jd724f Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 1, 1865.pdf/752 108 990918 3904875 3588228 2026-09-28T14:35:51Z Tuvok1968 33641 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3904875 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|{{Sc|732}}|{{Sc|appendice.}}|}}</noinclude>{{Pt|<br>|in}}vece annunzio la legge universale dei gravi; il corpo, il moto, lo spazio ed il tempo sono puri concetti, e però il corpo non à materia, il moto non si more, il tempo non succede, ec. Potrei mostrarvi altre notabilissime diversità nella diversa indole della scienza, secondochè è originata dal fatto od originata dalla idea. Per fermo, il fatto è una continua rivelazione, e mill’anni di meditazione e di studio non lo può prevedere; se la natura non rivelava lo scottar della fiamma e la sua forza consumatrice, noi ne avremmo osservato per secoli lo splendore, il guizzo, il calore e simili qualità senza discoprire par mai quelle due. Ma la scienza delle idee, che è tutta di relazioni, può essere cercata e trovata dentro la mente col semplice raffrontarle insieme; laonde ciò sembra all’uomo non propriamente uno scoprire, ma un riconoscere. {{AutoreCitato|Platone|Platone}} per questo medesimo lo riputava un ricordarsi. Di quindi pure proviene che i fatti danno un sapere induttivo ed empirico; le idee un sapere dedotto e apodittico. Per contra, i fatti rivelano di quando in quando elementi originali e ignotissimi; nelle idee, nessuno elemento è nuovo, perchè la notizia dei concetti succede, non antecede mai le rivelazioni della natura; e perchè nei fatti v’è altresì il veramente nuovo, dappoichè diventano quel che non erano; e la mutazione è tanta quanta si ravvisa, per via d’esempio, tra la molecola embriogenica e l’uomo pervenuto al colmo della vita. La geometria d’{{AutoreCitato|Euclide|Euclide}} lavorata sui concetti sarà certa e identica a sé medesima in ogni smisurata lunghezza di tempo. Ma la scienza dei fatti muta continuo: e la meglio costruita e precisa non affermo che sarà contradetta, ma certo nella langhezza del tempo sari trasformata. Gli ingegnosi paragoni adunque che istituite tra i fatti e le idee non mi paiono giovare al segno la vostra intenzione da discuoprire veracemente fra le due cose alcuna profonda e terminativa medesimezza di essenza. Non disputo sull’accezione della parola, e l’accolgo quale voi me la proferite. Credo anch’io nelle cose finite giacere un che d’essenziale e immutabile; e {{AutoreCitato|Platone|Platone}} stesso nel {{w|Teeteto|Teeteto}} sentenziava con acutezza mirabile che il perpetuo movimento implica contraddizione, e che quando non vi sia nulla di {{Pt|fer-|}}<noinclude><references/></noinclude> elv7li04ausb4i4xkoe21ha6nh5fbfb Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 1, 1865.pdf/754 108 990945 3904878 3588230 2026-09-28T14:36:22Z Tuvok1968 33641 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3904878 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|{{Sc|734}}|{{Sc|appendice.}}|}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}che le note musicali (esempio troppe volte citato ma molto chiaro), a quel modo dico che le note musicali rappresentano esattamente i suoni, ovvero le lettere scritte o stampate rappresentano le parole e tanto dissomigliano esse lettere e note dai suoni e dalle parole, così per virtù di semplice analogia i concetti rappresentano le cose. Io so molto bene che pure l’analogia risolvesi in qualche specie di somiglianza; ma questa risulta nel nostro caso non dalla forma sostanziale ed intrinseca, ma dal corrispondere minutamente e scambievolmente certo numero di attinenze e certe guise di connessione con certe altre; e più ancora dal legame strettissimo che il pensiere statuisce tra il segno e l’ente significato. Per ciò la difficoltà giace tutta nel sapere come l’intendimento nota da prima quel nesso di analogia e discopre ferma nelle idee l’ufficio e il valore rappresentativo. Se non che, tal quistione è psicologica propriamente e non ontologica. E con tutto ciò, indagandosi assai per minuto l’opera dello spirito dalla quale sembra pigliar nascimento l’idea, si mostrerà, credo, patente e limpida la ragione e necessità di quel nesso; ma spariranno al tempo medesimo le somiglianze intrinseche tra i termini correlativi. Quando io paragono, per grazia d’esempio, le molte palle che un giocoliere fa correre sopra un suo trespolo, io ne ritraggo parecchi concetti comuni; e fra gli altri, il concetto della comune rotondità. Ma la specie intelligibile di tale rotondità spunta forse nella mia mente involta in alcun fantasma? A dir vero, io non so imaginare un fantasma di sfericità, il quale non possieda spazio, estensione, e figura determinata. Una sfericità nè grande nè piccola, nè limitata nè illimitata è cosa intellettuale ma non figurabile e perciò non fantastica. Ecco dunque scomparsa insieme coi fantasmi ogni sensala rassomiglianza; e nullameno, la mente non può non iscorgere l’attinenza immediata di quella specie intelligibile coi termini del paragone, dai quali appunto l’ha dedotta, o a parlar più preciso, per via dei quali l’à suscitata e in cui ravvisa l’idoneità di rappresentarli in certa loro comunanza di essere. Dico la mente dovere scorgere quel legame con piena certezza. Atteso che la specie pura,<noinclude><references/></noinclude> 1qm9qefzd5laaae8idn6kmvmoctpvql Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 1, 1865.pdf/755 108 990949 3904881 3588231 2026-09-28T14:37:35Z Tuvok1968 33641 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3904881 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|appendice.}}|{{Sc|735}}}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}intelligibile, involta prima ne’ fantasmi, già compiva insieme con essi l’ufficio rappresentativo; e seguita quindi compierlo tanto di più, quanto i fantasmi vannosi scolorendo e sfumando, ovvero la mente piglia abilità di fare da essi astrazione. Stimo, peraltro, che voi ripigliate immediatamente dicendo che la somiglianza dove manchi ai segni rappresentativi debba nullameno sussistere fra gli oggetti rappresentati; e i platonici stessi avere le cose finite per copie fedeli degli eterni esemplari; e si debbe eziandio aggiungere che quanto in esse à valor positivo non può mancare alle perfezioni dell’assoluto; da onde nuova cagione di simiglianza tra le realità intellette e le percepite. Al che io replico, primamente come di sopra, la somiglianza non solo dover riuscire al tutto spirituale, ma in gran parte misteriosa e simbolica. Ad ogni modo, forse che il simigliante e l’identico sono un medesimo? o si cancellerà mai quella diversità di natura e di essenza che il finito separa dall’infinito? e ogni cosa creata non sarà ognora sostanzialmente e numericamente distinta dall’increata? e ciò che nel pensiere per simiglianza diventa uno, sussiste poi sempre siccome uno fuor del pensiere? o si dileguano forse per ciò le differenze sostanziali sopra descritte così in risguardo delle facoltà come degli oggetti correlativi? Ma su ciò torneremo a discorrere un poco più sotto con istringato ed evidente raziocinio. Quanto poi alla comunanza nell’essere e nella realità predicata ugualmente per le intellezioni e le percezioni, pei fatti e per le idee, a mo costa poco il lasciarvela intera intera; dacchè per la sola partecipazione delle cose all’essere comunissimo, niuno à pensato che quelle immedesimino e unifichino le loro proprie essenze. Ad ogni modo, la vostra considerazione porrà in impaccio non me, si veramente quei platonici i quali edificano i loro sistemi sul concetto dell’essere puro. Certo, se, giusta il {{AutoreCitato|Antonio Rosmini|Rosmini}}, tre sono le forme ed un la essenza dell’ente<ref>Vedi l’''Appendice'' del vol XXIX della ''Storia'' del {{AutoreCitato|Cesare Cantù|Cantù}}, pag. 559.</ref> e le due prime forme sono idealità e realità, in ciascuna delle quali giace lo stesso identico essere, a voi non bisogna cercar più oltre per riavenire un’ultima<noinclude>{{rule|2=000000|h=1px|33em}}<references/></noinclude> all7thh1unpr7qgkzydik185i3qknhw Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 1, 1865.pdf/758 108 990953 3904883 3588234 2026-09-28T14:37:52Z Tuvok1968 33641 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3904883 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|{{Sc|738}}|{{Sc|appendice.}}|}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}manifestino ad ogni istante. Le monadi, direbbe il {{AutoreCitato|Gottfried Wilhelm von Leibniz|Leibnitz}}, spirituali o materiali che sieno anno tutte qualcosa di semplice, d’impartibile e d’invariabile. Ma del pari in tutte esse v’è un principio comune di varietà e trasmutazione nel moto e nella virtualità: il moto nella materia, la virtualità nella spirito. Il moto col solo accostare o disgiungere varia interminabilmente e infinitamente i fenomeni e gli atti. La virtualità negli spiriti trapassando di mano in mano all’effettuazione, gl’innova e trasforma senza toccare l’ultimo compimento giammai. Ecco il ritratto della natura; chi la finge diversa, la fa diversa troppo da ciò che è. Ma d’altra parte, nell’idea non v’à moto nè principio virtuale nessuno; le idee non sono mobili e non sono possibili; invece tutte le cose sono mobili e possibili per quelle. Non ostante, adunque, ogni varietà ed acuità di considerazioni da un lato, e il mutare per ogni verso le vedute e gli aspetti della discussa materia dall’altro, a me è avviso di far bene e secondo ragione, ed anzi secondo la necessità del vero, mantenendo sempre la differenza intima ed essenziale tra le intellezioni e le percezioni così guardate dentro la mente come fuori negli oggetti. Niente à a ridire contro quello che giustamente opponete alla più parte de’ platonici, i quali rinserrando ogni cognizione nelle sole idee e solo da esse derivando ogni luce conoscitiva, s’interdicono a rigor di logica la notizia diretta e certa delle percezioni e di qualunque oggetto correlativo. Conoscono, dite voi con ragione, l’infinito, non il finito e s’avvolgono per distrigare la loro matassa in molte e sottilissime astruserie non sufficienti all’uopo. Io confesso d’intendermi molto poco della ''mimessi'' e della ''metessi'' da voi accennate, comecchè senta dire che nella ''Protologia'' il {{AutoreCitato|Vincenzo Gioberti|Gioberti}} accettava e spiegava a suo modo l’ultimo termine. Io m’accordo con voi a credere che la visione ideale truslatata dai concetti alle percezioni, invece di por nella luce le esistenze finite in atto, le avvolge e copre di tenebre. Sicchè mi riesce strano che a parecchi de’ nostri platonici si applichi il nome di realisti, mentre in quel cambio i sistemi loro tornano in pretto idealismo. Non provano nè la realità obbiettiva delle idee nè quella delle cose percette, e poi si {{Pt|arbi-|}}<noinclude><references/></noinclude> 4u77fn2zutvjzq6mfvf5v8y3nn6p8i8 Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 1, 1865.pdf/761 108 990961 3904885 3588237 2026-09-28T14:39:26Z Tuvok1968 33641 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3904885 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|appendice.}}|{{Sc|741}}}}</noinclude>{{Pt|<br>|al}}tre è subbietto sostanziale e indiviso, avverte e giudica si le percezioni a si le intellezioni in lei accadute; e materia di tale avvertire e di tal giudicare sono le sintesi naturali ch’entro l’anima si compongono. Il me che vuole è pure il medesimo che sente e patisce; e il me che sente e patisce è altresi quello stesso il quale intuisce, non l’intrinseco della forza esteriore, ma il termine dell’azione patita, e solo in quanto l’atto penetrativo esterno congiungesi al proprio esterno subbietto. Abbiamo perciò due sintesi prime e dalla natura stessa composte, e vale a dire che abbiamo due subbietti semplici e in essi, due unità sostanziali con varietà e compenetrazione di atti. E come potrebbe la mente dotata di riflessione e attenzione, e preformata a guardare le cose o partitamente o nel tutto insieme, in che guisa, dico, potrebbe da un lato confondere il suo volere col suo sentire e patire, e dall’altro non attribuirebbe quegli atti e quelle passioni ai termini loro, se ciò à parte della realità del suo proprio essere,. e quelle congiunzioni sono di per sé offerte e manifeste all’occhio mentale? Ma non apparisce (ci dicono) dove sia la cagione sufficiente e promovitrice di tali atti del pensiere! Dove sia, chiedete? nella disparità delle percezioni stesse, rispondo io, e dello stesso sentire nella spontaneità dell’anima, nelle affezioni or dolorose, or piacevoli, nei moti e impulsi variatissimi dell’istinto. Iniziatrice di ogni cosa à la natura medesima; e se per riflettere, astrarre, paragonare e simili operazioni essenziali, elementari e continue mestier facesse all’uomo di anteriormente possedere il concetto di mezzo e di fine, come arbitrano i rosminiani, credo che ei si starebbe in eterno come il giumento {{Blocco centrato|<poem>{{smaller|«Infra due cibi distanti e moventi»}}</poem>|}} con quel che segue. Conciossiachè la nozione dell’ente puro e indeterminato, non insegna nè può insegnare veruna cosa; e il mezzo e il fine gli sono ignotissimi come qualunque determinazione e specificazione di esistenza. Per simile, tornando all’esempio soprallegato delle palle del giocoliere, e fingendole divisate, come per lo più sono, a spicchi di vario colore, torna impossibile alla mente nostra di percepirne alcuna quale è in effetto, e non distinguere l’un colore {{Pt|dal-|}}<noinclude><references/></noinclude> av9oo064nzeikh0jexp05nup72y2n9b Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 1, 1865.pdf/763 108 990963 3904887 3588239 2026-09-28T14:40:27Z Tuvok1968 33641 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3904887 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|appendice.}}|{{Sc|743}}}}</noinclude>{{Pt|<br>|vo}}cabolo propriamente denominato verbo indugiò assai tempo ad assumere la significazione sostantiva, e mai non si è potuto con questa seconda cavar l’altra di sella, che è la copulativa. Perocchè a queste frasi: Dio è, gli uomini sono, sempre abbiamo facoltà di aggiungere la interrogazione: che rosa à Dio, e che cosa gli uomini? Ed allora, posto che tu voglia esprimere il solo attributo dell’esistenza, ti occorre li rispondere che Dio è essente, e gli uomini sono esistenti; e cosi è mantenuto al verbo l’ufficio suo peculiare ed antico di mostrare l’inerenza di una cosa in un’altra. E dove il secondo e speciale ufficio di esprimere In esistenza gli fosse proprio e connaturale, certo le frasi: Dio à essente, e gli uomini sono esistenti parrebbero un vaniloquio e, per dirla all’inglese, un non-senso. Del pari quando quell’ufficio gli fosse proprio e connaturale, comparir dovrebbe il primo nella pratica delle lingue. Per contra, esso è l’ultimo a farsi notare; nè so, p. es., se in tutta l’{{TestoCitato|Iliade|''Iliade''}} e {{TestoCitato|Odissea|''Odissea''}} si trovi giaminni, e presso i latini si trova radissimo, nè già ne’ vecchi scrittori, ma in {{AutoreCitato|Marco Tullio Cicerone|Cicerone}} e {{AutoreCitato|Publio Virgilio Marone|Virgilio}} una o due volte. Voi sapete che ai rosminiani fa gran pietà questo modo grossolano di spiegare le percezioni e il giudizio; e infrattanto non vi è parte alcuna della loro teorica, la quale per la intromissione perpetua dell’ente possibile non inchiuda un manifesto paralogismo. Ponete, per atto di esempio, che certe sintesi primitive non fossero date, o la mente non le scorgesse con intuito immediato, senza intervenimento veruno d’idee, io sfido l’abilità portentosa del concetto dell’essere alla prova di poterla creare o di farla conoscere. Perocchè l’ente puro ed universale, appunto perchè si fatto, non può mai circoscrivere cosa veruna, nè indicare e insegnare nessuna distinta unità, levata e sceverata dal suo infinito. E venendo al caso, l’idea dell’ente indeterminato e obbiettivo informando di sè l’attività esteriore da noi sentita, la converte subito in attività universale e infinita dell’essere; e la mente mai non perviene ad affermare l’attività sentita d’un subbietto particolare e speciale che opera in noi; sibbene dirà ella sempre: ecco un’attività infinita dell’ente infinito. Ma i paradossi in tale dottrina non vanno<noinclude><references/></noinclude> t9r30p4adkch61fp24g6en7t81d82n7 3904889 3904887 2026-09-28T14:41:12Z Tuvok1968 33641 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3904889 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|appendice.}}|{{Sc|743}}}}</noinclude>{{Pt|<br>|vo}}cabolo propriamente denominato verbo indugiò assai tempo ad assumere la significazione sostantiva, e mai non si è potuto con questa seconda cavar l’altra di sella, che è la copulativa. Perocchè a queste frasi: Dio è, gli uomini sono, sempre abbiamo facoltà di aggiungere la interrogazione: che rosa à Dio, e che cosa gli uomini? Ed allora, posto che tu voglia esprimere il solo attributo dell’esistenza, ti occorre li rispondere che Dio è essente, e gli uomini sono esistenti; e così è mantenuto al verbo l’ufficio suo peculiare ed antico di mostrare l’inerenza di una cosa in un’altra. E dove il secondo e speciale ufficio di esprimere In esistenza gli fosse proprio e connaturale, certo le frasi: Dio à essente, e gli uomini sono esistenti parrebbero un vaniloquio e, per dirla all’inglese, un non-senso. Del pari quando quell’ufficio gli fosse proprio e connaturale, comparir dovrebbe il primo nella pratica delle lingue. Per contra, esso è l’ultimo a farsi notare; nè so, p. es., se in tutta l’{{TestoCitato|Iliade|''Iliade''}} e {{TestoCitato|Odissea|''Odissea''}} si trovi giaminni, e presso i latini si trova radissimo, nè già ne’ vecchi scrittori, ma in {{AutoreCitato|Marco Tullio Cicerone|Cicerone}} e {{AutoreCitato|Publio Virgilio Marone|Virgilio}} una o due volte. Voi sapete che ai rosminiani fa gran pietà questo modo grossolano di spiegare le percezioni e il giudizio; e infrattanto non vi è parte alcuna della loro teorica, la quale per la intromissione perpetua dell’ente possibile non inchiuda un manifesto paralogismo. Ponete, per atto di esempio, che certe sintesi primitive non fossero date, o la mente non le scorgesse con intuito immediato, senza intervenimento veruno d’idee, io sfido l’abilità portentosa del concetto dell’essere alla prova di poterla creare o di farla conoscere. Perocchè l’ente puro ed universale, appunto perchè si fatto, non può mai circoscrivere cosa veruna, nè indicare e insegnare nessuna distinta unità, levata e sceverata dal suo infinito. E venendo al caso, l’idea dell’ente indeterminato e obbiettivo informando di sè l’attività esteriore da noi sentita, la converte subito in attività universale e infinita dell’essere; e la mente mai non perviene ad affermare l’attività sentita d’un subbietto particolare e speciale che opera in noi; sibbene dirà ella sempre: ecco un’attività infinita dell’ente infinito. Ma i paradossi in tale dottrina non vanno<noinclude><references/></noinclude> h2pbiyfa4d3bktn29exsmrrg0akkivx Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 1, 1865.pdf/764 108 990964 3904890 3588240 2026-09-28T14:41:38Z Tuvok1968 33641 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3904890 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|{{Sc|744}}|{{Sc|appendice.}}|}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}mai scompagnati. Suppongasi pure come data e come possibile la cognizione particolare del nostro proprio subbietto e dell’esteriore; nou perciò siamo franchi dalle contraddizioni; e qui ricorre il titolo della commedia ''Eran due ed or son tre''; per fermo, od ogni subbietto sparisce nella sostanza dell’essere, o sono tre necessariamente; l’essere che si realizza; il me: e il diverso da me del quale sento l’azione. Di più, la universalità, come a dire, immanente e perpetua dell’essere non è negata dai rosminiani, anzi predicata con entusiasmo, come un suo carattere proprio, eminente e qualitativo; epperciò pretendono dovere lo spirito per forza intima dell’intelletto assegnar sempre ad un subbietto particolare un predicato universale; e se mom dice, per atto d’esempio, la vostra mano è bianca, parla d’una generale bianchezza, nou di quella al tutto peculiare e individua che scorgesi in fatto nella vostra mano. Ciò importa assolutamente, o che all’uomo sia negata ogni facoltà di percepire e conoscere i modi particolarissimi e al tutto individuali delle cose; ovvero, non possa giudicare ed esprimere quello che sente e percepisce. Due sentenze ugualmente strane e paradossastiche. Ma in effetto, la teorica celebrata dell’ente possibile spianta dalla radice qualunque notizia così del reale come del particolare; e ogni cosa vi veste la forma sola dell’esistere possibilmente o universalmente; e perchè la natura è tutta composta di esseri sussistenti e particolari, perciò la detta teorica vieta e contende all’uomo qualunque notizia e della natura è di sè stesso. Sonomi diffuso, più del convenevole forse, nel tratteggiare alcuna porzione de’ miei concetti circa l’atto del percepire, a engione che voi mi dovete per quelli purgare da ogni qualunque accusa d’incorrere nell’idealismo. Quanto alla cognizione e interpretazione dei fatti, io non inclino ad {{AutoreCitato|Aristotele|Aristotele}} meno di voi, salvo le emende e le ampliazioni che la progredita scienza domanda oggi ad ogni filosofo. Certo da Aristole ampliato e corretto e in conveniente modo associato e connesso a {{AutoreCitato|Platone|Platone}} esce una dottrina della mente e dell’animo così semplice come profonda e così patente agli ingegni comunali come sostanziosa ai robusti e meditativi. No so tenermi dal lineare qualche {{Pt|con-|}}<noinclude><references/></noinclude> ryoiq7q9nygcwzjhkxydvks6zblsic5 Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 1, 1865.pdf/765 108 990965 3904892 3588241 2026-09-28T14:43:07Z Tuvok1968 33641 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3904892 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|appendice.}}|{{Sc|745}}}}</noinclude>{{Pt|<br>|con}}torno del suo disegno; perchè credo con ciò di aggiungere luce non poca alla nostra disputazione. Io sento e percepisco; il primo fatto e fondamentale è cotesto nella storia nota dello spirito. La mente eccitata dalle sensazioni, quasi un occhio che s’apre, avverte ciò che dentro l’anima accade; e per tal veduta e ispezione ella avvisa l’attività propria e l’attività esteriore insieme congiunte e compenetrate. E sebbene il ''me'' e il non ''me'' sieno intuiti non nella intrinseca essenza, ma nei termini loro, e vale a dire solo in quanto si congiungono coi proprj atti e per quanto è ciò necessario a conoscere la natura stessa di atto il quale cosa che è legata ad un’altra, ed emerge da cotest’altra: nullameno quello intuito mi fa varcare forzatamente dall’atto all’agente, dal fenomeno al noumeno e dal subbietto all’obbietto; nè la esistenza esterna mi si manifesta con certezza minore di quella ond’io sono astretto ad affermare il fenomeno o l’atto sentito e patito; perocchè una stessa veduta semplice, primitiva, immediata distendesi all’una ed all’altro. Avvertire poi tali sintesi naturali e l’inerenza degli atti nei loro subbietti, e ciò accompagnare con certo moto e adesione speciale e viva dell’animo, domandasi giudicare; alla cui espressione sono necessarie tre note o segui, quella del subbietto, quella dell’attributo e la terza che mostra il legame e l’inerenza dell’uno nell’altro. La mente à la facoltà ingenita di attendere, astrarre e paragonare; e il primo uso che ella ne fa è governato del sicuro non da ragione e previdenza, ma da solo istinto. Il paragonare, intanto, e l’astrarre, operando sopra gli oggetti sensibili o sopra i fantasmi, pongono in cognizione il simile e il differente; e questo apparisce come un molteplice; il simile come uno. Se non che quest’uno è già cosa al tutto spirituale e i fantasmi ed i paragoni l’ànno provocato non generato, schiudendo la veduta d’una specie intelligibile e pura che fassi presente allo spirito, ed è segno e rappresentanza del comune degl’oggetti reali. Così riman vero che ogni cognizione è ''post rem'', dacchè la mente si addestra a concepire le specie intelligibili solo provocata dai fantasmi e dal paragone; come al percepire e al riflettere le bisogno lo stimolo delle sensazioni.<noinclude><references/></noinclude> 2gk2hr16ak1l3a5p36vgnhh6u3rtf41 Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 1, 1865.pdf/766 108 990966 3904893 3588242 2026-09-28T14:43:54Z Tuvok1968 33641 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3904893 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|{{Sc|746}}|{{Sc|appendice.}}|}}</noinclude> Ma quella specie intelligibile rivela di là dai fantasmi e al mondo sensato un intero universo, che all’occasione dell’astrarre e paragonare si manifesta di mano in mano come le stelle in sull’annottare che l’una appo l’altra si fa parvente; e come esse tutte campeggiano nel vasto azzurro al quale sembrano affisse, in quel modo ciascuna specie intelligibile si mostra congiunta a un che di eterno e d’incomprensibile, il qual solo conosciamo come termine di congiunzione e in quanto non potrebbe altrimenti venire avvisata e conosciuta la congiunzione medesima. Nè ciò è nostro fingimento e trovato; perchè, da una banda, le verità assolute e ingannerebbero, quando mancasse al nostro spirito la facoltà di riferire direttamente le idee a un reale ed eterno ideato dall’altra, elle ce lo additano sempre sotto il velame dei concetti o dir vogliamo degli esseri mentali rappresentativi. Ma qui il filosofo vien consegnato da {{AutoreCitato|Aristotele|Aristotele}} a {{AutoreCitato|Platone|Platone}}, non diversamente di ciò che adopera {{AutoreCitato|Publio Virgilio Marone|Virgilio}} con {{AutoreCitato|Dante Alighieri|Dante}} allorchè il consegna a Beatrice per sollevarlo a più sublime e riposto sapere. Oltre la specie intelligibile, lo Stagirita non si affatica di stender lo sguardo. Ma il suo maestro avezzami a contemplare il vero assoluto e l’assoluta realità che vi si conuette, e me ne addita i caratteri eccelsi, come la universalità. I necessità, l’esistere eterno ed inalterabile, la unicità ed altri conformi. Onde escono questi caratteri e in che guisa la notizia loro dalla esperienza è preceduta? Dicemmo le specie intelligibili e le verità espresse dalle loro attineuze terminar tutte in un che di reale e assoluto che è obbietto comune e delle specie e delle verità, e in cui fermiamo continuamente il pensiere speculativo, perchè in solo esso concretansi i nostri supposti intellettuali. Dicemmo altresì cotesto obbietto assoluto, quanto alle determinazioni sue, rilevarsi a noi nelle nude specie intelligibili e cioè per intellezioni e rappresentanze mentali, non mai per atto di percezione. E mentre del mio proprio essere avviso e conosco in sè stesse le mutazioni e le operazioni, e delle cose esteriori conosco gli atti involti e commisti alle mie proprie affezioni passioni; dell’obbietto assoluto, sostegno e termine d’ogni<noinclude><references/></noinclude> hkqxk9sp2srb0h7murqsprava5ws8bf Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 1, 1865.pdf/767 108 991025 3904895 3588243 2026-09-28T14:44:35Z Tuvok1968 33641 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3904895 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|appendice.}}|{{Sc|747}}}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}concetto speculativo, men posso cogliere direttamente nessun atto, nessuna forma, nessuna determinazione; e sempre tra lui e la mente viene interposta (mi si conceda così parlare) una superficiale, fredda ad estenuata parvenza che domandasi idea. Ciò non pertanto, quell’obbietto mi si mostra infinito ed eterno, appunto perchè immobile e inalterabile, e in cui non discerno veruna sorta di limiti e non ò facoltà di scuoprire direttamente veruna determinazione; e così mi porge il concetto di esso infinito e dell’ente puro o logico che voglia chiamarsi. Quindi paragonato col finito promove l’idea della deficienza e della privazione; per ultimo, dal ragguagliarsi l’uno con l’altro il concetto dell’essere e quello della privazione, sorge il concetto del contingente e del necessario; perocchi discerno l’essere astratto escludere in modo compito la privazione o negazione di se medesimo. Splende dunque dinnanzi a ne il vero primo co’ suoi divini caratteri; e questi debitamente cercati ed analizzati mi affermano poi in modo apodittico la sussistenza d’un oggetto assoluto correspettivo. Così per via dimostrativa torno da capo a incontrarmi in ciò che la intellezione mi fa intuire con immediata rivelazione. E così à trovato il principio d’una scienza ''a priori'' della ragion delle cose; avvegnachè non è più nascosto e serrato il varco dalla idea alla realtà e dal subbietto all’obbietto. Il perchè, l’ontologia sebbene si leghi per mille lati alla psicologia, può separarsene ad arbitrio suo e reggersi tutta per sè medesima. Di cotal guisa io sono innalzato alla cognizione certa e immediata dell’esistenza del supremo noumeno, e sono da mezzo alla finità e alla contingenza, introdotto alla visione e contemplazione dell’infinito; nè la facoltà discorsiva o ragionatrice rimane dalla sua parte non soddisfatta; conciossiachè il raziocinio dimostra poi invittamente la necessità di esse cose intuite. Ne consegue che i tre obbietti sostanziali, l’uomo, la natura e Dio, dopo essersi rivelati immediatamente nella realità loro, diventanmi noti scientificamente ad un modo stesso, e cioè con la certezza medesima dell’impossibilità del contrario. Similmente le idee con la doppia loro attinenza ''ad intra''<noinclude><references/></noinclude> 8elwu2myh2smd05za9c123h7qaxf86e Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 1, 1865.pdf/769 108 991027 3904898 3588245 2026-09-28T14:45:14Z Tuvok1968 33641 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3904898 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|appendice.}}|{{Sc|749}}}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}è attribuita in proprio da noi all’uno o all’altro dei termini e suolsi dire l’ente è diverso dal nulla, l’infinito esclude il finito. Ma non intendiamo con ciò che il nulla sia predicato dell’ente o parte del predicato, nè che l’atto di escludere la finità e tutta la finità esclusa compongano insieme un attributo dell’infinito. Ei si conviene adunque in ogni pronunciazione di giudizio distinguere e separare nei subbietti correlativi ciò che a questi appartiene direttamente ed intrinsecamente da ogni attribuzione remota, e la quale per sè estrinseca alla loro essenza e natura. Certo, venendo all’esempio di sopra descritto, la idea di arbusto rappresenta un genere assai distante di questa camelia speciale e individuale che stammi ora d’innanzi agli occhi; ma ciascuno avvisa che questa camelia effettiva, o a dir meglio, la percezione che io ne à, è termine estrinseco alla idea generale di arbusto da me pensata. E se mi è in volontà che il fiore il quale stammi davanti agli occhi diventi un predicato proprio e un’attinenza interiore dell’idea sopraccennata, occorre che io pensi questa camelia vivente e presente nel suo rispettivo concetto, il quale, ancora che sia peculiare ed anzi al tutto individuale nelle sue note più accidentali e minute, è pure astratto ed universalissimo; e potrò allora comporre cotale giudicio: la idea di arbusto rappresenta ed esprime un genere estesissimo di enti organati, al quale appartiene il genere delle camelie e l’ente specificato e individuato così e così; eccetto che allora ben vi avvedete che ogni cosa è trasformata in idea, e la percezione non v’à più luogo. Nel fatto, quando paragoniamo l’idea con la percezione, il giudizio che ne risulta à per subbietto suo vero noi stessi, e viene a significare: io veggo tra questa tale idea e questa tal percezione la relazione di rappresentanza a rappresentato. Parimente, ne’ sillogismi ne’ quali si raffronta insieme una percezione particolare con un principio astratto ed universale, io mantengo il subbietto immediato del giudicio comparativo essere noi stessi; e che vi si viene a dire: io veggo in questa singola percezione avverarsi la tale proposizione astratta; ossia, veggo di nuovo in fra li due termini la relazione di rappresentanza a rappresentato; e però concludo che io posso attribuire {{Pt|all’og-|}}<noinclude><references/></noinclude> b4d4qc4kmhip44yenda9399pxpng3ur Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 1, 1865.pdf/771 108 991029 3904903 3588247 2026-09-28T14:47:46Z Tuvok1968 33641 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3904903 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|appendice.}}|{{Sc|751}}}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}a forza trasmutate in idee. Ne si creda che al {{AutoreCitato|Vincenzo Gioberti|Gioberti}} nei suoi molti libri intorno al proposito sia succeduto di poter esaurire la quantità immensa di paradossi che da ogni parte del loro sistema fluiscono. Egli è indifferente, scrive il {{AutoreCitato|Antonio Rosmini|Rosmini}},<ref>Vedi l’''Appendice'' del vol XXIX della ''Storia'' del {{AutoreCitato|Cesare Cantù|Cantù}}, pag. 575.</ref> fare subbietto la percezione, e far predicato l’essere comunissimo, ovvero questo mutare in subbietto e l’altro in suo predicato, a cagione che i due termini sono identici. Voi l’avete inteso, mio degno signore, e ottenete quindi da lui più certo che non sareste per chiedere; quelle due cose le quali poco avanti erano le più diverse e opposte del mondo, sono divenute identiche infra di loro nonchè somiglianti, a modo che possono indifferentemente scambiarsi l’ufficio di subbietto e di predicato; trasformazione inaudita in tutto quanto l’universo sensibile e intelligibile; perchè pure gli enti considerati in sè stessi e però identici con sè stessi perfettamente, non anno facoltà di mutare i lor predicati in subbietto e questo nei predicati; nè mai fu scritto per esempio, che noi possiamo dire di noi medesimi con egual proprietà l’uomo sente, ovvero l’atto del sentire è l’uomo. Od ancora questo fiore è odoroso, ovvero questo odore è fiorito. Ne basta; la immedesimazione del percepire e dell’intendere, afferma il Rosmini, non à opera del giudicio, a propriamente parlare, ma dell’unità sostanziale del nostro spirito. Già io notava altra volta che quando ciò fosse vero, dovrebbero del pari mutarsi scambievolmente in predicati e in subbietti le altre tutte facoltà dello spirito; e la volontà farebbesi una percezione, le percezioni farebbersi volontà; il sentire dovrebbe intendere, e le intellezioni dovrebbero sentire, e così prosegui. Ma in ogni tempo e luogo i dotti e gl’indotti pensarono con fermezza la unità sostanziale del nostro spirito non confondere insieme le sue facoltà e gli atti loro speciali; bensì convengono i dotti e gli indotti in questo che la nostra mente possa farne riscontro e notarne le attinenze e i legami; il che diversifica sostanzialmente dal convertirle a vicenda l’una in predicato dell’altra. Và più ancora; se l’unione dei due termini è opera non del giudicio ma dello spirito sostanzialmente uno, ella<noinclude>{{rule|2=000000|h=1px|33em}}<references/></noinclude> 9caphhlsg959t3m19tnfa1nlo8uckwo Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 1, 1865.pdf/772 108 991030 3904904 3588248 2026-09-28T14:48:37Z Tuvok1968 33641 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3904904 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|{{Sc|752}}|{{Sc|appendice.}}|}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}è sempre compiuta, perocchè sempre lo spirito à uno, e se non par verosimile che nella vita dell’anima l’intendere preceda il sentire, ei torna falsissimo quel giudicio che il {{AutoreCitato|Antonio Rosmini|Rosmini}} fa compiere al neonato con tali parole: l’ente che io pensava prima da sè, eccolo ''realizzato'' in questa attività sentita. Ad ogni modo, la mente è impossibile che distingua l’essere comunissimo dall’attività sentita Per fermo, se due termini sono identici, come distinguerli? Se il subbietto e il predicato possono indifferentemente scambiarsi l’uno nell’altro, per necessità sono indiscernibili fra di loro; e già vedemmo più sopra che in fatto l’essere puro e indeterminato non è conoscibile nelle cose concrete e finite nè come subbietto nè come attributo, nè come l’unione d’entrambi. Forse rispondono i rosminiani che l’attività sentita o la percezione, come altri la chiama, è pur conosciuta nell’ente ideale, e cioè a dire che questo eute, riuscendo infinito, sopravanza sempre l’attività sentita a cui è impossibile di esaurirlo. Sia come vogliono. Ma allora la mente vede l’altività sentita da una parte e l’essere ideale dall’altra, perchè nell’attività sentita nou lo ravvisa e nemmanco vede scemato l’essere di molto o di poco, stantechè la infinità non iscema. Oude torna falso di nuovo e contradittorio quel giudicio surriferito che dice: l’essere ideale a cui penso è ''realizzato'' in questa attività sentita. Vorrei pure mi si dicesse che cosa sia il ''realizzarsi''. Conosco alcune potenze naturali che dalla virtualità pura trapassano all’atto; ma questo non è il caso. Conosco eziandio l’uso corrente di dire alla francese il tal disegno, o il tal principio, o la tale ipotesi si realizzano così o così; ma sono tropologiche forme di favellare; nel fatto quel realizzarsi vuol dire che viene prodotta e compiuta uun realità rispondente con esattezza al disegno, al principio e all’ipotesi correspettiva; è insomma una relazione che coglie la mente tra rappresentanza e rappresentato. Ma la mente del neonato non sa nulla di ció; non sa l’ufficio rappresentativo delle idee; non sa che l’ente possa attuarsi; debbe anzi reputare il contrario. L’ente che pensa è pusissimo e perfettamente indeterminato; come dunque diventa determinato, particolare e speciale? Del pari, se l’ente à immutabile, universale, eterno, {{Pt|as-|}}<noinclude><references/></noinclude> t75eqd3f7k25ire88feu8ooyhjqvqzg 3904905 3904904 2026-09-28T14:49:18Z Tuvok1968 33641 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3904905 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|{{Sc|752}}|{{Sc|appendice.}}|}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}è sempre compiuta, perocchè sempre lo spirito à uno, e se non par verosimile che nella vita dell’anima l’intendere preceda il sentire, ei torna falsissimo quel giudicio che il {{AutoreCitato|Antonio Rosmini|Rosmini}} fa compiere al neonato con tali parole: l’ente che io pensava prima da sè, eccolo ''realizzato'' in questa attività sentita. Ad ogni modo, la mente è impossibile che distingua l’essere comunissimo dall’attività sentita Per fermo, se due termini sono identici, come distinguerli? Se il subbietto e il predicato possono indifferentemente scambiarsi l’uno nell’altro, per necessità sono indiscernibili fra di loro; e già vedemmo più sopra che in fatto l’essere puro e indeterminato non è conoscibile nelle cose concrete e finite nè come subbietto nè come attributo, nè come l’unione d’entrambi. Forse rispondono i rosminiani che l’attività sentita o la percezione, come altri la chiama, è pur conosciuta nell’ente ideale, e cioè a dire che questo eute, riuscendo infinito, sopravanza sempre l’attività sentita a cui è impossibile di esaurirlo. Sia come vogliono. Ma allora la mente vede l’altività sentita da una parte e l’essere ideale dall’altra, perchè nell’attività sentita nou lo ravvisa e nemmanco vede scemato l’essere di molto o di poco, stantechè la infinità non iscema. Oude torna falso di nuovo e contradittorio quel giudicio surriferito che dice: l’essere ideale a cui penso è ''realizzato'' in questa attività sentita. Vorrei pure mi si dicesse che cosa sia il ''realizzarsi''. Conosco alcune potenze naturali che dalla virtualità pura trapassano all’atto; ma questo non è il caso. Conosco eziandio l’uso corrente di dire alla francese il tal disegno, o il tal principio, o la tale ipotesi si realizzano così o così; ma sono tropologiche forme di favellare; nel fatto quel realizzarsi vuol dire che viene prodotta e compiuta una realità rispondente con esattezza al disegno, al principio e all’ipotesi correspettiva; è insomma una relazione che coglie la mente tra rappresentanza e rappresentato. Ma la mente del neonato non sa nulla di ció; non sa l’ufficio rappresentativo delle idee; non sa che l’ente possa attuarsi; debbe anzi reputare il contrario. L’ente che pensa è pusissimo e perfettamente indeterminato; come dunque diventa determinato, particolare e speciale? Del pari, se l’ente à immutabile, universale, eterno, {{Pt|as-|}}<noinclude><references/></noinclude> giellnue5wopgq01d1nku6bzswkcp2m Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 1, 1865.pdf/774 108 991037 3904907 3588250 2026-09-28T14:50:22Z Tuvok1968 33641 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3904907 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|{{Sc|754}}|{{Sc|appendice.}}|}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}più tollerarsi che la sublime e vasta filosofia platonica, avversaria nata d’ogni sottilità e angustia dialettica, sia messa in gravissima compromissione da questi nuovi scotisti, mirabili solo per la intrepidezza con la quale resistono all’evidenza dei paradossi, imitando in ciò solo il maestro loro, invece di approssimarglisi nella virtù inventiva, nella rara potenza analitica, nella smisurata varietà e larghezza di cognizioni, nel bello e nel nuovo di molte dottrine particolari, onde vivrà immortale il suo nome. Io non mi sono certo ricreduto della impotenza che à la filosofia empirica a edificare la scienza, e segnatamente l’ontologia, per confonder da capo il sentire, il percepire e l’intendere. Nè li confonderei insieme con minor pregiudizio della verità e della scienza, quando mi accostassi a quell’altra teorica celebratissima, In quale in un solo atto primitivo, con lo esercizio di una sola identica facoltà, fa conoscere e giudicare all’uomo l’ente e l’esistente, ciò che è nel tempo, e ciò che è nella eternità, il subbietto dell’intendere e il subbietto proprio del sentire. Onde la metà dell’intuito compiesi nell’assoluto e nell’infinito, l’altra nel contingente, nel mutabile e nel fenomenico. Vi prego per ultimo di considerare come In ontologia che io propongo è la sola la quale non move da alcun dato suppositivo, che è il gran peccato antico dei sistemi platonici. Suppositive in gran parte sono le idee del fondatore dell’Accademia nel modo che egli le determina e le sostanzia; suppositivo il mutare i nostri pensieri speculativi ne’ pensieri stessi di Dio, come sembra che voglia {{AutoreCitato|Agostino d'Ippona|sant’Agostino}} ed altri; suppositiva la percezione sostanziale, immediata ed intrinseca dell’assoluto che il {{AutoreCitato|Nicolas Malebranche|Malebranche}} e il {{AutoreCitato|Vincenzo Gioberti|Gioberti}} asseriscono suppositiva la innata visione dell’ente possibile che fuor della mente non à sussistenza. Io reputo non doversi ammettere nulla ali tutto ciò per non viziare la scienza nel suo fondamento medesimo. Riconosco In esistenza delle verità necessarie, e cioè quel solo che da niuno è negato e negare è impossibile. Queste poi, guardate nella significazione loro, mi manifestano l’altra necessità o di impugnarle e con esse impugnare il principio d’identità e contraddizione o di concedere che loro risponde una realità obbiettiva e assoluta<noinclude><references/></noinclude> 0m5fpnzoxl84pxdf0i8zyn15hyc9q68 Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 1, 1865.pdf/776 108 991039 3904909 3588252 2026-09-28T14:50:41Z Tuvok1968 33641 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3904909 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|{{Sc|756}}|{{Sc|appendice.}}|}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}rappresentar possono le esistenze finite così pienamente ed esattamente, serbando nullamneno natura differentissima e non unificaudosi mai con quelle in veruna essenza creata o increata. Il secondo problema ricerca in che guisa l’obbietto assoluto delle verità necessarie intorno i contingenti sia ne più nè meno di quello che noi lo pensiamo e la verità lo significa, mentre nessuna contingenza o limitazione effettiva può in lui sussistere. Il terzo problema domanda come le innumerabili determinazioni de’ nostri concetti non introducano nell’infinito neppur l’ombra della finità; e d’altro lato, le verità necessarie uscenti da esse determinazioni sieno sostanzialmente vere e identiche a sè medesime, in Dio al pari che nell’uomo. E facendoci dalla rappresentanza piena ed esatta delle idee, diciamo che questo accade per la virtù dei concetti i quali da ultimo si sustanziano nelle cagioni e ragioni eterne delle cose finite rappresentate, o perchè nulla è di positivo negli effetti contingenti che non esista in modo sopraeminente nella rispettiva e assoluta efficienza. V’à dunque fra le due serie di termini (le cose create ed i loro archetipi) legame di causalità e di simiglianza, sebbene le condizioni finite dei contingenti, le quali da ultimo si riducono al non ente, vengano rappresentate per mera correspettività ed analogia; con esattezza per altro squisita e continua, come le notazioni algebraiche inverso le quantità d’ogni specie e d’ogni valore. Chiaro è poi che i termini simiglianti, quando pur non fossero differenziati dalla discrepanza che interviene tra il finito e l’infinito, sempre rimarrebbersi numericamente distinti e divisi; dappoiché gli effetti non sono qui sostanzialmente nella cagione, siccome incontra per le cagioni inferiori e create. Intorno al secondo problema dico e ripeto che l’obbietto assoluto delle verità necessarie, le quali esprimono la condizione dei finiti, è certamente nè più nè meno di quello che noi lo pensiamo; perchè quando fosse altramente, ogni verità sarebbe levata dal mondo. Ma in che guisa noi lo pensiamo? Per prima cosa non si possono concepir {{Pt|nell’og-|}}<noinclude><references/></noinclude> gbwx872ha8tprfplbazefxtl4xhektt Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 1, 1865.pdf/777 108 991040 3904910 3588253 2026-09-28T14:50:58Z Tuvok1968 33641 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3904910 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|appendice.}}|{{Sc|757}}}}</noinclude>{{Pt|<br>|nell’og}}getto assoluto condizioni contradittorie, per le quali sarebbe annullato l’oggetto medesimo, e cesserebbe di essere anche pensabile. Ora, per concepirlo assoluto e non ripugnante, è bisogno che tutte le sue condizioni rispondenti alla finità e alla contingenza sieno di forma intelligibile o ipotetica, però analoghe e non simili alle concrete e finite che percepiamo nelle cose. Il corpo (a non uscire dal più volte allegato esempio), il corpo pensato assolutamente è eterno; però è sfornito delle contingenze quali nel tempo appariscono. La composizione, adunque, la divisibilità, la estensione e simili saranno di forma ipotetica ed analogica, e quali appunto noi li pensammo ne’ concetti particolari che a mano a inano noi ricavammo dai paragoni; atteso che, ragguagliando insieme molte cose composte, molte divisibili, molte estese ed impenetrabili, ne traemuno una specie intellettuale che non era composta, nè divisibile, nè estesa, nè impenetrabile, e la quale ad intra risponde compiutamente e minutamente alla eterna correlativa efficienza e ragione della cosa pensata. Replichiamo poi che non potendo i contingenti e finiti risultare unicamente di contingenza e limitazione, la qual si risolve in non ente, v’à in esse un positivo che nell’assoluto rincontra il suo termine simile. Così, tornando all’esempio espresso qui sopra, certissimo è che nel corpo ipotetico và il positivo del proprio esistere e dell’essere sostanza in attor e del possedere alcune virtualità o atti iniziali di forze. Tutto ciò à giusto riscontro nell’assoluto, il quale è infinita esistenza, infinito atto, infinita energia. E se tutto ciò è pensato nel corpo in condizioni finite, queste nel corpo trascendente e ipotetico altro non sono che le eterne efficienze e le eterne ragioni del loro apparire nel tempo. In queste circoscrizioni, impertanto, per sole le quali i concetti sono pensabili, le verità necessarie e l’oggetto loro perfettamente si rispondono. Ed è il contrario affatto di quanto viene affermato dalla teorica rosminiana, secondo cui gli esemplari delle cose finite somigliano loro in tutto, salvo nella sostanza, nella energia, nella vita e in qualunque forma di realità, li attività e di sussistenza. Sul terzo problema accade di pronunziare questa serie di rigorosi giudicj. La eterna possibilità dei contingenti e<noinclude><references/></noinclude> me89kyyzpjem394vkydpdzegs5rbezw Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 1, 1865.pdf/778 108 991041 3904915 3588254 2026-09-28T14:52:34Z Tuvok1968 33641 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3904915 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|{{Sc|758}}|{{Sc|appendice.}}|}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}dei finiti non può esser negata, e in ciò convengono tutti gl’ingegni e tutte le scuole. Tale eterna possibilità consister deve da ultimo in una realità obbiettiva, perpetua ed esattamente conforme a ciò che si pensa delle cose finite in ipotesi contemplate; perchè quando fosse non reale e non coeterna con l’idea, e fosse disforine da ciò che si pensa di esse cose, le verità necessarie correlative non avrebbero contenuto nessuno o l’avrebbero menzognero, perchè diverso da ciò che annunciano. Quindi concludesi quella possibilità immanente e indefettibile dei contingenti dover essere la eterna cagione e ragione loro, posta la quale, sono poste altresì le attinenze tutte e le relazioni che la mente vi può ravvisare. E perchè in Dio à la pienezza infinita dell’essere; e il particolare, lo speciale, l’individuo, il proprio, non meno che il generale, il comune e l’universale, in quanto ànno del positivo e partecipano della perfezione, non mancano a quella pienezza; e non vi manca ad ogni modo la efficienza e ragione per cui le cose particolarissime appariscono tali o cotali nel tempo; ne scende direttamente che non ingannasi l’intelletto nelle sue ipotesi a definire e delineare insino all’ultimo apice le cose a cui pensa, o vogliam dire la loro eterna, propria, individua possibilità e il loro perfetto esemplare. Ma qui occorre con diligenza distinguere. La individualità e specialità dell’essere e qualunque determinazione vasta o minuta, leggiera o profonda sono nell’assoluto perfettamente e supremamente semplificate e unizzate; e questa forma ineffabile di unità e semplicità è termine trascendente ed inconoscibile. Perocchè non è una semplicità vuota ed astratta, no quella sola unità che risulta dalla negazione totale d’ogni molteplice e d’ogni composto. Sono l’una e l’altra il colmo dell’essere, l’infinito d’ogni infinito, senza implicazione nè divisione, e dove tutto è sostanziale e identico, per maniera che ciascuna perfezione debb’essere predicata di tutte le altre, e la bontà è bellezza, potenza, giustizia e così prosiegui; la intelligenza bontà, santità, giustizia, onnipotenza, bellezza; e di tal guisa è affermata ogui essenza d’ogni essenza, ogni forma d’ogni forma; sebbene queste espressioni medesime non sono proprie, nè {{Pt|con-|}}<noinclude><references/></noinclude> c4u680y09db2tbzgpu6007nf7up1y2d Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 1, 1865.pdf/779 108 991043 3904912 3588255 2026-09-28T14:51:35Z Tuvok1968 33641 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3904912 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|appendice.}}|{{Sc|759}}}}</noinclude>{{Pt|<br>|con}}venienti; ma, per dar loro una qualche verità, è bisogno accettarle piuttosto come simboliche ed enigmatiche. Il che tutto consuona a quanto esponevasi nelle ''Confessioni'' per rispetto agli attributi di Dio; e certo è che non si può in guisa veruna discorrere dell’assoluto e infinito senza entrar nelle strette di terribili antilogie, alle quali poi ripeto che reca soluzione un termine trascendente e inescogitabile per lo cui mezzo già non viene spiegato l’arcano, ma si è rimossa la intrinseca ripugnanza e contraddizione; e tale è il giusto e ragionevole metodo della trichotomia hegeliana; così per una sintesi sopraeminente davvero riescono conciliate In tesi e l’antitesi. Per compire lo scioglimento della superiore antilogia debbesi aggiungere che la mente finita non essendo capace d’intendere la semplicità e unità divina, pensa le determinazioni, le efficienze e le ragioni eterne dell’ente, l’una, quasi a dire, fuori dell’altra, e l’una come limite e negazione dell’altra. Il che, nullameno, non rende falsa nè subbiettiva la verità; essendo ch’essa rimane sostanzialmente identica con sè medesima: salvo che ella à pare la verità divina e assoluta la quale si comunica agli enti finiti; e ciò importa a marcia forza un modo finito di apprenderla. Chi esce da questo punto ende senza manco in opposti paradossi; e per via d’esempio, affermerà con {{AutoreCitato|Cartesio|Cartesio}}, Dio poter fare che il circolo sin quadrato, e quadrato il circolo, ovvero con eccesso contrario ripeterà il detto di {{AutoreCitato|Nicolas Malebranche|Malebranche}}, che Dio vede le verità nostre allo stesso modo precisamente: ''Dieu coit précisement.... le même rapport que je vois maintenant entre 2 et 2 et 4''. Dicasi, invece, con più ragione e saviezza il rapporto di due e due con quattro esiste necessario ed eterno nell’infinito, sebbene io non indovini in che maniera vi esista nè il modo ineffabile col quale Dio il conosce e ''ab eterno'' lo ingenera; ma certo à il suo fondamento in quella suprema efficienza e ragione, onde sussistono ''ad extra'' tutte le quantità numerabili in cui si avvera la relazione astratta di due e due con quattro. Il mio modo finito di vedere e conoscere la verità non l’annichila u la falsifica; primo, perchè io so questo di lei che la pongo parzialmente e finitamente; secondo, perchè il<noinclude><references/></noinclude> s9priduhz4w6f84hb9yrsfyig8wnjxl Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 1, 1865.pdf/783 108 991104 3904914 3588259 2026-09-28T14:51:55Z Tuvok1968 33641 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3904914 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|appendice.}}|{{Sc|763}}}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}aristoteliche sia continuata, io non indugio a corrispondere al cortese ed onorevole invito. Fra le altre ragioni che mi confortano a tornare nell’aringo, io pregio certamente con compiacimento la benevolenza che accompagna le sue risposte; mu assai più mi muove la loro importanza e la speranza, che da esse concepisco, di vedere progredire cotesta disputazione e farsi qualche luce sui problemi rilevantissimi che ne sono l’oggetto. Imperocchè, se una parte delle sue risposte non muta il mio convincimento, un’altra m’ispira dei dubbi e mi suggerisce nuove riflessioni; alcuni punti dell’ultima sua dissertazione mi parvero concessioni di cui io cercherò di prevalermi, insistendo sui veri ai quali mi sembrano riferirsi; alcuni altri accennano a problemi vedute che mi dimostrano i mancamenti delle mie osservazioni, e mi costringono o a nuove istanze, o a patti tanto più agevoli che ad altro non miro, nel sostenere la mia parte, qualunque siasi, in questa polemica, che alla mia istruzione e alla dichiarazione del vero. Fino dalle prime riflessioni che nel 1857 io ebbi l’onore di sottoporle nella ''Rivista Contemporanea'' intorno alla sua filosofia, io pensai che il problema del valore delle idee e della relazione loro col mondo e con Dio fosse il centro intorno al quale si aggirassero gli ultimi suoi scritti, e sul quale dovesse stabilirsi la critica, prima di discendere ad altre questioni subordinate; e come la soluzione da lei data a questo problema consiste essenzialmente nel porre le verità, oggetti delle idee, come sussistenti per sè stesse e indipendenti dalla mente e dal mondo, così io credetti che altro nome nou si potesse dare alla sua dottrina, che quello di platonismo; per cui ella mi parve, malgrado le differenze non piccole che dividono il suo dall’altrui pensiero, continuare quella scuola che da {{AutoreCitato|Marsilio Ficino|Ficino}} a {{AutoreCitato|Vincenzo Gioberti|Gioberti}} si perpetuò in Italia a fianco della scuola aristotelica, e stringendo alleanza ora colla religione, ora colle lettere nazionali, quando colla filosofia moderna d’altri paesi, quando colla storia coll’archeologia, sotto varie forme, non cessò d’aver voce e seggio magistrale nelle nostre contrade. Fu dessa pure che nel medio evo suscitò il realismo contro il nominalismo ed il concettualismo nella questione dell’universale, la quale<noinclude><references/></noinclude> co6qxjkmipj24ze8dfshvfjci02q9d7 Pagina:Andreas e I fati degli Apostoli.djvu/11 108 997847 3904988 3629333 2026-09-28T16:34:36Z MARIO ZANELLO 54906 /* Riletta */ 3904988 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="MARIO ZANELLO" /></noinclude><nowiki /> {{capolettera|''L’''|45pt}}{{wl|Q1799221|Andreas}} ''appartiene al bellissimo gruppo di poesie anglosassoni di carattere mistico, che risplende accanto al gruppo di poesie anglosassoni di carattere epico. Noi vediamo in questa brillante costellazione componimenti sul Salvatore<ref>''{{wl|Q3002800|Christ}}'' (Exeter Book), ''{{wl|Q339763|The Dream of the Rood}}'' (Vercelli Book), ''The Harrowing of Hell'' (Exeter Book), ''{{wl|Q5108943|Christ and Satan}}'' (Brit. Mus., Junius XI).</ref>, poesie di argomento biblico<ref>''{{wl|Q19873486|Genesis A}}'' (Junius XI), ''{{wl|Q3100980|Genesis B}}'' (Junius XI), ''{{wl|Q1994196|Exodus}}'' (Junius XI), ''{{wl|Q5216315|Daniel}}'' (Junius XI), ''{{wl|Q1157209|Judith}}'' (Brit. Mus. Vitellius A, XV), ''The Wonder of Creation'' (Exeter Book), ''{{wl|Q6392038|The Kentish Psalm}}'' (Brit. Mus. Vespasian D, VI), ''Psalter'' (Paris, Nat. Lib. 8824).</ref>, lavori di forma simbolica<ref>''{{wl|Q1950063|Phoenix}}'' (Exeter Book), ''{{wl|Q117262857|Physiologus}}'' (Exeter Book).</ref>, poesie didattiche<ref name="p11">''De Creatura'' (in ''Riddles'' [XLI], Exeter Book), ''Psalm XXIII'' (Vercelli Book), ''{{wl|Q131531256|The Gifts of Men}}'' (Exeter Book),</ref>, e {{pt|tratta-}}''<noinclude><references/> {{PieDiPagina|IX||}}</noinclude> g1rxrez4kdljg2k86srknnhtceauqe9 Modulo:Dati/Guidiccioni, Giovanni – Rime, 1912 – BEIC 1850335.djvu 828 998481 3905089 3645499 2026-09-29T05:20:43Z Dr Zimbu 1553 Creazione/aggiornamento di Modulo:Dati 3905089 Scribunto text/plain local d2b = {} local b2d = {} local pagine = {} d2b[1]="-" d2b[2]="-" d2b[3]="-" d2b[4]="-" d2b[5]="frontespizio" d2b[6]="-" d2b[7]="1" d2b[8]="2" d2b[9]="3" d2b[10]="4" d2b[11]="5" d2b[12]="6" d2b[13]="7" d2b[14]="8" d2b[15]="9" d2b[16]="10" d2b[17]="11" d2b[18]="12" d2b[19]="13" d2b[20]="14" d2b[21]="15" d2b[22]="16" d2b[23]="17" d2b[24]="18" d2b[25]="19" 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d'intorno aggiri|tipo=tradizionale}} * {{testo|Spirto gentile, che ne' tuoi verdi anni|tipo=tradizionale}} * {{testo|Crispo, s'avvolto sei tra scogli e sirti|tipo=tradizionale}} * {{testo|Teolo gentil, s'al ver dritto si mira|tipo=tradizionale}} * {{testo|Per me da questo mio romito monte|tipo=tradizionale}} * {{testo|O messaggier di Dio, che 'n bigia vesta|tipo=tradizionale}} * {{testo|A quei ferventi spirti, a le parole|tipo=tradizionale}} * {{testo|O sante figlie de l'eterno Sire|tipo=tradizionale}} * {{testo|Piú di voi 'l Po che d'altra gloria altèro|tipo=tradizionale}} * {{testo|Al bel Metauro, a cui non lungi fanno|tipo=tradizionale}} * {{testo|Il verde de l'etá nel foco vissi|tipo=tradizionale}} * {{testo|Quella che 'n sen portai scolpita e viva|tipo=tradizionale}} * {{testo|Dimmi, Veniero mio, se ti sovvenne|tipo=tradizionale}} * {{testo|Senza 'l bel lume in cui vedei te stesso|tipo=tradizionale}} q5vdicz2fpi8chauflciksfm5rl5u28 O messaggier di Dio, che 'n bigia vesta 0 999176 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j87qq7c4lxazf0cm4a1ni40bss36r09 Il verde de l'etá nel foco vissi 0 999181 3905077 3808939 2026-09-29T05:18:29Z Dr Zimbu 1553 Porto il SAL a SAL 100% 3905077 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=29 settembre 2026}}{{Intestazione | Nome e cognome dell'autore = Giovanni Guidiccioni | Nome e cognome del curatore = Ezio Chiorboli | Titolo =Il verde de l'etá nel foco vissi | Anno di pubblicazione = | Lingua originale del testo = | Nome e cognome del traduttore = | Anno di traduzione = | Progetto = Letteratura | Argomento = sonetti | URL della versione cartacea a fronte = Indice:Guidiccioni, Giovanni – Rime, 1912 – BEIC 1850335.djvu | prec = Al bel Metauro, a cui non lungi fanno | succ = Quella che 'n sen portai scolpita e viva }} {{Raccolta|Rime (Guidiccioni)/Rime varie|Rime varie}} <pages index="Guidiccioni, Giovanni – Rime, 1912 – BEIC 1850335.djvu" from="84" to="84" fromsection="s2" /> 8lvtxb52z6cu8nsxeruq6qc4bwq38dk Quella che 'n sen portai scolpita e viva 0 999182 3905078 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{{Qualità|avz=100%|data=29 settembre 2026}}{{Intestazione | Nome e cognome dell'autore = Giovanni Guidiccioni | Nome e cognome del curatore = Ezio Chiorboli | Titolo =Dimmi, Veniero mio, se ti sovvenne | Anno di pubblicazione = | Lingua originale del testo = | Nome e cognome del traduttore = | Anno di traduzione = | Progetto = Letteratura | Argomento = sonetti | URL della versione cartacea a fronte = Indice:Guidiccioni, Giovanni – Rime, 1912 – BEIC 1850335.djvu | prec = Quella che 'n sen portai scolpita e viva | succ = Senza 'l bel lume in cui vedei te stesso }} {{Raccolta|Rime (Guidiccioni)/Rime varie|Rime varie}} <pages index="Guidiccioni, Giovanni – Rime, 1912 – BEIC 1850335.djvu" from="85" to="85" fromsection="s2" /> 9nr28z4klcagt00geg30t66axcicy05 Senza 'l bel lume in cui vedei te stesso 0 999184 3905080 3826802 2026-09-29T05:18:56Z Dr Zimbu 1553 Porto il SAL a SAL 100% 3905080 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=100%|data=29 settembre 2026}}{{Intestazione | Nome e cognome dell'autore = Giovanni Guidiccioni | Nome e cognome del curatore = Ezio Chiorboli | Titolo =Senza 'l bel lume in cui vedei te stesso | Anno di pubblicazione = | Lingua originale del testo = | Nome e cognome del traduttore = | Anno di traduzione = | Progetto = Letteratura | Argomento = sonetti | URL della versione cartacea a fronte = Indice:Guidiccioni, Giovanni – Rime, 1912 – BEIC 1850335.djvu | prec = Dimmi, Veniero mio, se ti sovvenne }} {{Raccolta|Rime (Guidiccioni)/Rime varie}} <pages index="Guidiccioni, Giovanni – Rime, 1912 – BEIC 1850335.djvu" from="86" to="86" /> 9hywu80wxmnuv8xulgb3aulsc6em0u3 Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf/222 108 999448 3904931 3614938 2026-09-28T15:03:24Z Tuvok1968 33641 3904931 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|{{Sc|214}}|{{Sc|libro secondo.}}|}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}certa unità subbiettiva e cogitativa, nullameno ei conviene persuadersi che la natura poco bada al nostro bisogno e non lascia guari imprigionarsi dentro lo stampo formale di nostra mente. {{larger|176.}} — Il diverso è del sicuro attribuzione del finito come si asseri nel principio; dacchè il diverso, in quanto tale, vuol dire il molteplice. Nella creazione adunque moltiplica per lo certo il diverso tanto da trascendere ogni nostra immaginazione e da far vano qualunque sforzo d’ingegno per concepirne le specie. Laonde, come scrivemmo nei ''Dialoghi di scienza prima'', quando anche all’anima nostra fosse regalato da Dio un carro celeste {{Ec|simile a quello di Febo|simile a quello di Fedro}}, noi, dopo visitati i mondi meno dissomiglianti dal nostro, giungeremmo pure in luogo dove ci sarebbe necessità di retrocedere sgomentati e atterriti, perocchè l’ignoto e l’inopinabile svegliano sempre un senso di paura, e conosceremmo allora evidentemente che quello che noi domandiamo universo è solo la picciola porzione di lui che meno si scosta e meno si differenzia dalla nostra natura. {{larger|177.}} — Tuttavolta, se la saggezza divina scaturir lasciasse il diverso dal gran mare del possibile senza temperamento nè legge, l’intero creato confonderebbesi. Entra, dunque, e noi nol neghiamo, nella moltitudine dei mondi diversi alcun principio di unità. E certo in ogni angolo del creato regna e governa il fine medesimo; e debbe fra l’uno e l’altro termine e cioè tra il fine ed i mezzi essere proporzione rispondenza e omogeneità. Ma dall’altro canto come il fine è il bene e questo convertesi con la perfezione e le perfezioni, distinguendole, sono infinite e diverse; egli è lecito di concepire infiniti mondi diversi cospiranti appunto a questo gran fine di ripetere partitamente e finitamente nella creazione il bene divino che è l’infinito e l’uno di tutte le forme di perfezione.<noinclude><references/></noinclude> bnolj8l1g9tavcjocgs3gny4m7lu6f6 3904944 3904931 2026-09-28T15:09:26Z Tuvok1968 33641 3904944 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|{{Sc|214}}|{{Sc|libro secondo.}}|}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}certa unità subbiettiva e cogitativa, nullameno ei conviene persuadersi che la natura poco bada al nostro bisogno e non lascia guari imprigionarsi dentro lo stampo formale di nostra mente. {{larger|176.}} — Il diverso è del sicuro attribuzione del finito come si asseri nel principio; dacchè il diverso, in quanto tale, vuol dire il molteplice. Nella creazione adunque moltiplica per lo certo il diverso tanto da trascendere ogni nostra immaginazione e da far vano qualunque sforzo d’ingegno per concepirne le specie. Laonde, come scrivemmo nei ''Dialoghi di scienza prima'', quando anche all’anima nostra fosse regalato da Dio un carro celeste {{Ec|simile a quello di Febo|simile a quello di Fedro|Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf/1002}}, noi, dopo visitati i mondi meno dissomiglianti dal nostro, giungeremmo pure in luogo dove ci sarebbe necessità di retrocedere sgomentati e atterriti, perocchè l’ignoto e l’inopinabile svegliano sempre un senso di paura, e conosceremmo allora evidentemente che quello che noi domandiamo universo è solo la picciola porzione di lui che meno si scosta e meno si differenzia dalla nostra natura. {{larger|177.}} — Tuttavolta, se la saggezza divina scaturir lasciasse il diverso dal gran mare del possibile senza temperamento nè legge, l’intero creato confonderebbesi. Entra, dunque, e noi nol neghiamo, nella moltitudine dei mondi diversi alcun principio di unità. E certo in ogni angolo del creato regna e governa il fine medesimo; e debbe fra l’uno e l’altro termine e cioè tra il fine ed i mezzi essere proporzione rispondenza e omogeneità. Ma dall’altro canto come il fine è il bene e questo convertesi con la perfezione e le perfezioni, distinguendole, sono infinite e diverse; egli è lecito di concepire infiniti mondi diversi cospiranti appunto a questo gran fine di ripetere partitamente e finitamente nella creazione il bene divino che è l’infinito e l’uno di tutte le forme di perfezione.<noinclude><references/></noinclude> ehbihrcuwb1n060qkugiodesa3m6fcw Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf/386 108 1001538 3905004 3620851 2026-09-28T17:24:41Z Tuvok1968 33641 3905004 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|{{Sc|378}}|{{Sc|libro terzo.}}|}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}sensibile e misurabile, non è allo stesso modo da consentire a chi vuol riferirlo alla resistenza d’un mezzo la cui tenuità ed elasticità oltrepassa qualunque immaginazione umana. {{larger|336.}} — A ciò debbesi aggiungere cosa notabilissima che tale resistenza del mezzo non fa segno alcuno di sè nella cometa di {{AutoreCitato|Edmond Halley|Halley}} la quale secondo i calcoli del Rosemberg avrebbe dovuto tardare di sette giorni il passaggio suo nel perielio, quando rinvenisse per via l’impedimento medesimo della cometa di {{AutoreCitato|Johann Franz Encke|Encke}}; o il simile pare si debba concludere a rispetto della cometa di {{AutoreCitato|Hervé Faye|Faye}}; o per lo manco, la resistenza sofferta da cotest’ultima non procederebbe con egual proporzione.{{Ec|| Nel mese di settembre di questo anno il {{AutoreCitato|Angelo Secchi|Padre Secchi}} annunciava che la cometa del {{AutoreCitato|Hervé Faye|Faye}} à ricomparsa giusta le previsioni e i calcoli del sígnor Möller il quale non à tenuto in essi calcoli veran conto della presunta resistenza dell’etere.|Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf/1002}} {{larger|337.}} — Oltre di che, scorgendo il magistero maraviglioso e infinito mediante cui la natura provvede alla conservazione e inalterabilità del nostro sistema contro cause molto maggiori di perturbamento e conquasso, si à buona licenza di dire che ci rimangono ignoti ancora innumerevoli temperamenti e compensi che possono fornirsi dall’arte divina al nostro sistema per ovviare a quel minimo disequilibrio di cui si discorre. {{larger|338.}} — E forse la mente insino da ora giunge a ravvisarne uno molto evidente per sè, tuttochè indocile, credo io, alle determinazioni ed alle esattezze del calcolo. Nondimeno mi risolvo ad accennarlo come per saggio, e perchè i dotti vadano più a rilento a giudicare e concludere in cotesta specie di cose. {{larger|339.}} — Il compenso, dunque, a cui accenno è fornito dal camminare degli uomini e degli animali, non che dal moversi d’ogni peso trasportato per arte o comechessia e dall’agire delle macchine che risvegliano in mille maniere la energia di forze latenti. Certo, da tuttociò risulta un impulso contrario alla<noinclude><references/></noinclude> 9twhqdtfra9pooabefw8sn6ewnhzvs3 3905005 3905004 2026-09-28T17:25:03Z Tuvok1968 33641 3905005 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|{{Sc|378}}|{{Sc|libro terzo.}}|}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}sensibile e misurabile, non è allo stesso modo da consentire a chi vuol riferirlo alla resistenza d’un mezzo la cui tenuità ed elasticità oltrepassa qualunque immaginazione umana. {{larger|336.}} — A ciò debbesi aggiungere cosa notabilissima che tale resistenza del mezzo non fa segno alcuno di sè nella cometa di {{AutoreCitato|Edmond Halley|Halley}} la quale secondo i calcoli del Rosemberg avrebbe dovuto tardare di sette giorni il passaggio suo nel perielio, quando rinvenisse per via l’impedimento medesimo della cometa di {{AutoreCitato|Johann Franz Encke|Encke}}; o il simile pare si debba concludere a rispetto della cometa di {{AutoreCitato|Hervé Faye|Faye}}; o per lo manco, la resistenza sofferta da cotest’ultima non procederebbe con egual proporzione.{{Ec| | Nel mese di settembre di questo anno il {{AutoreCitato|Angelo Secchi|Padre Secchi}} annunciava che la cometa del {{AutoreCitato|Hervé Faye|Faye}} à ricomparsa giusta le previsioni e i calcoli del sígnor Möller il quale non à tenuto in essi calcoli veran conto della presunta resistenza dell’etere.|Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf/1002}} {{larger|337.}} — Oltre di che, scorgendo il magistero maraviglioso e infinito mediante cui la natura provvede alla conservazione e inalterabilità del nostro sistema contro cause molto maggiori di perturbamento e conquasso, si à buona licenza di dire che ci rimangono ignoti ancora innumerevoli temperamenti e compensi che possono fornirsi dall’arte divina al nostro sistema per ovviare a quel minimo disequilibrio di cui si discorre. {{larger|338.}} — E forse la mente insino da ora giunge a ravvisarne uno molto evidente per sè, tuttochè indocile, credo io, alle determinazioni ed alle esattezze del calcolo. Nondimeno mi risolvo ad accennarlo come per saggio, e perchè i dotti vadano più a rilento a giudicare e concludere in cotesta specie di cose. {{larger|339.}} — Il compenso, dunque, a cui accenno è fornito dal camminare degli uomini e degli animali, non che dal moversi d’ogni peso trasportato per arte o comechessia e dall’agire delle macchine che risvegliano in mille maniere la energia di forze latenti. 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Nel mese di settembre di questo anno il {{AutoreCitato|Angelo Secchi|Padre Secchi}} annunciava che la cometa del {{AutoreCitato|Hervé Faye|Faye}} à ricomparsa giusta le previsioni e i calcoli del sígnor Möller il quale non à tenuto in essi calcoli veran conto della presunta resistenza dell’etere.|Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf/1002}} {{larger|337.}} — Oltre di che, scorgendo il magistero maraviglioso e infinito mediante cui la natura provvede alla conservazione e inalterabilità del nostro sistema contro cause molto maggiori di perturbamento e conquasso, si à buona licenza di dire che ci rimangono ignoti ancora innumerevoli temperamenti e compensi che possono fornirsi dall’arte divina al nostro sistema per ovviare a quel minimo disequilibrio di cui si discorre. {{larger|338.}} — E forse la mente insino da ora giunge a ravvisarne uno molto evidente per sè, tuttochè indocile, credo io, alle determinazioni ed alle esattezze del calcolo. Nondimeno mi risolvo ad accennarlo come per saggio, e perchè i dotti vadano più a rilento a giudicare e concludere in cotesta specie di cose. {{larger|339.}} — Il compenso, dunque, a cui accenno è fornito dal camminare degli uomini e degli animali, non che dal moversi d’ogni peso trasportato per arte o comechessia e dall’agire delle macchine che risvegliano in mille maniere la energia di forze latenti. 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Nel mese di settembre di questo anno il Padre Secchi annunciava che la cometa del Faye à ricomparsa giusta le previsioni e i calcoli del sígnor Möller il quale non à tenuto in essi calcoli veran conto della presunta resistenza dell’etere.|Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf/1002}} {{larger|337.}} — Oltre di che, scorgendo il magistero maraviglioso e infinito mediante cui la natura provvede alla conservazione e inalterabilità del nostro sistema contro cause molto maggiori di perturbamento e conquasso, si à buona licenza di dire che ci rimangono ignoti ancora innumerevoli temperamenti e compensi che possono fornirsi dall’arte divina al nostro sistema per ovviare a quel minimo disequilibrio di cui si discorre. {{larger|338.}} — E forse la mente insino da ora giunge a ravvisarne uno molto evidente per sè, tuttochè indocile, credo io, alle determinazioni ed alle esattezze del calcolo. Nondimeno mi risolvo ad accennarlo come per saggio, e perchè i dotti vadano più a rilento a giudicare e concludere in cotesta specie di cose. {{larger|339.}} — Il compenso, dunque, a cui accenno è fornito dal camminare degli uomini e degli animali, non che dal moversi d’ogni peso trasportato per arte o comechessia e dall’agire delle macchine che risvegliano in mille maniere la energia di forze latenti. 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Nel mese di settembre di questo anno il Padre Secchi annunciava che la cometa del Faye à ricomparsa giusta le previsioni e i calcoli del sígnor Möller il quale non à tenuto in essi calcoli veran conto della presunta resistenza dell’etere.|Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf/1002}} {{larger|337.}} — Oltre di che, scorgendo il magistero maraviglioso e infinito mediante cui la natura provvede alla conservazione e inalterabilità del nostro sistema contro cause molto maggiori di perturbamento e conquasso, si à buona licenza di dire che ci rimangono ignoti ancora innumerevoli temperamenti e compensi che possono fornirsi dall’arte divina al nostro sistema per ovviare a quel minimo disequilibrio di cui si discorre. {{larger|338.}} — E forse la mente insino da ora giunge a ravvisarne uno molto evidente per sè, tuttochè indocile, credo io, alle determinazioni ed alle esattezze del calcolo. 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Di tal guisa ripullula appo i dotti sperimentali cotesto concetto pericoloso ch’ei sono prossimi ad agguantare la cagione unica e sola di tutti i fenomeni, scordando assai presto che tale invenzione non pure si sovrappone al termine delle facoltà umane, ma sì è discorde dal vero concetto dell’ordine della natura, la quale intende mai sempre ad effettuare l’indefinito dei possibili nelle cose simili nelle varie e nelle diverse, e che quanto più si complicano le sue sintesi con la moltiplicità delle cause tanto più si accosta ella ai suoi fini ed alla perfezione ultima delle sue opere. Del sicuro, come spiegammo altrove, dicendo sintesi diciamo fattura in cui apparisce o certa unità relativa o certa totalità strettamente connessa e cospirante ad un fatto complessivo e terminativo. Ma queste medesime sintesi diventerebbero impossibili, qualora non intervenissero da ogni parte principj originali e diversi. {{larger|343.}} — Vogliono, dunque costoro che nel mondo fisico e chimico ed altresì nell’etereo prosegnano in sostanza ad agire un po’ trasformate le forze del mondo meccanico e ogni fenomeno vi si spieghi per sole leggi di moto; le quali sebbene, a lor confessione, non si<noinclude><references/></noinclude> g1j0f09h371qvo4mgtrgvpb0jexa4wc Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf/410 108 1001689 3904948 3621499 2026-09-28T15:12:16Z Tuvok1968 33641 3904948 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|{{Sc|402}}|{{Sc|libro terzo.}}|}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}verrà trasmesso dall’atmosfera medesima e rifluito nel ripositorio immenso e comune. Così non risolvo se l’atmosfera mauda agli spazj celesti il di più del suo calore per effetto d’irraggiamento o per lenta opera di contatto; e del pari, s’ella è veicolo pronto {{Ec|è diretto|e diretto|Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf/1002}} al raggiar della terra insino a quegli alti spazi, com’io toccava nella nota B dell’aforismo V. {{Ct|f=115%|t=2|''B.''}} {{larger|393.}} — Qui poi torna acconcio il notare la differenza che interviene fin il calore vibrato dal Sole e quello che emana da qualunque corpo terrestre. Il calor solare, come dicemmo più sopra, è ondulazione aperta e spiegata dell’etere promossa continuamente e uniformemente dalla libera vibrazione degli atomi esterni della fotosfera. In quel cambio il calore dei corpi terrestri esce dall’etere accumulato qua e là per accidentarie cagioni; e però tendendo al pareggiamento si versa a grado per grado ne’ corpi contigui e raggia dall’interno negli spazj intermedj insino a tanto che l’equilibrio sia fatto e i corpi ritornino allo stato normale del calore latente e specifico. E cotesto irradiamento medesimo si differenzia sopra misura dall’altro del Sole non pure per la quantità ma pel modo; essendo che nei corpi terrestri la vibrazione degli atomi ponderabili e dell’etere circonfuso non è sciolta e spiegata ma soggetta ai legami diversi della coesione e delle forme molecolari e l’etere vi è variamente distribuito combinato e addensato. Da tutto il che nasce la luce perenne ed inalterabile del Sole e dell’altre stelle, mentre nei corpi terrestri rado avviene e solo parzialmente e per poco che i raggi caloriferi {{Pt|diven-|}}<noinclude><references/></noinclude> fdj9q1sa61usr7mg70wybnqoponmayz Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf/417 108 1001729 3904950 3621548 2026-09-28T15:13:35Z Tuvok1968 33641 3904950 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|coordinazione dei mezzi nell’universo.}}|{{Sc|409}}}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}luogo le forze dei corpi, tanto che non s’abbiano fermo riposo giammai; ed anzi varcando d’un cambiamento in un altro pervengano infine a quelle complicazioni particolari e sintetiche alle quali intende la divina mentalità. {{larger|413.}} — Già vedemmo che l’etere, ancora che nel generale {{Ec|si equilibri|faccia equilibrio|Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf/1002}} con la forza di coesione, pure ad ogni momento o lo rompe o lo rinnova o lo varia e sempre con la virtù espansiva impedisce di quella forza il dominio soverchio e durevole. {{larger|414.}} — Vedemmo altresì che le più minute e speciali combinazioni delle sostanze provengono dalle azioni chimiche, e intendiamo dire da quelle congiunzioni e penetrazioni più intime che accader possono fra materie differenti, onde poi nasce in natura la cooperazione del simile e la partecipazione del diverso. {{larger|415.}} — Ma come ciascuna sostanza è fornita di certo essere inalterabile e le combinazioni di lei sono parimente determinate di qualità e di numero, occorreva una potenza universale e comune, la quale impedisse che, adempiute una volta in questo corpo e in cotesto tale acidificazione tal combustione ed altri atti di affinità, ne seguitasse certa inerzia immobile e permanente o per lo manco un trasmutarsi ed un moversi troppo lento e troppo parziale. {{larger|416.}} — Quindi per insino dal suo primo apparire l’etere si mostrò provveduto di certa efficienza operosa mediante la quale furono da ogni parte promosse le affinità chimiche; e per contra furono con gagliardezza estrema disfatte le più tenaci affine di abilitare le sostanze ad altre ed altre senza mai numero. {{larger|417.}} — Questo nella natura è l’ufficio massino dello elettro-magnetismo; e perciò le correnti sue<noinclude><references/></noinclude> m6j22oygmtvnzt3049v0ks7up2tdc1w Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf/420 108 1001733 3904953 3621553 2026-09-28T15:15:21Z Tuvok1968 33641 3904953 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|{{Sc|412}}|{{Sc|libro terzo.}}|}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}giunzioni delle sostanze prodotte dalla chimica affinità e superi la efficienza espansiva dell’etere calorifico. Perocchè, s’ella è meno sottile a rispetto dell’altro {{Ec|etereo|etere|Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf/1002}}, vince nondimeno assaissimo la tenuità e minutezza d’ogni forma molecolare. {{Ct|f=115%|t=2|{{Sc|Aforismo}} XIII.}} {{larger|422.}} — Resta che girando da capo gli sguardi della mente pel tutto insieme del cielo stellato e in quanto egli dee servire di mezzo e preparazione al mondo morale o finale che il domandiamo, si determini alcuna cosa di più intorno al suo destino comune e all’ordine perpetuo delle sue parti. Noi producemmo più sopra le sode ragioni perchè neghiamo di credero che i mondi siderei compongano insieme una vivente organizzazione. Tuttavolta, dicemmo allora che i sistemi solari, le costellazioni e le coacervazioni di astri oude il firmamento è cosparso non furono del sicuro disposti qua e là e ripartiti alla ventura. Ma i luoghi che tengono, le figure che formano e le connessioni e rispondenze che anno in fra loro tendono come ogni cosa in natura ad esaurire il Possibile e il Convenevole della materia strumentale e a moltiplicare e variare insino all’estremo la cooperazione del simile e la partecipazione del diverso. {{larger|423.}} — Però è da gindicarsi che tutti que’ grandi membri del corpo immenso degli astri, se tal nome può darsi a tutto il complesso del firmamento, sono chiamati a partecipare ed a ricambiare gl’influssi diversi che emanano dalla tempra differente di ciascheduno, come ciascheduno ricambierà prima gl’influɛsi diversi de’ suoi membri minori. Al che fare sarà proveduto che l’un sistema solare circoli o in modo {{Pt|qua-|}}<noinclude><references/></noinclude> a7ojkadr20lszweoztwdut7ak9yixje Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf/421 108 1001734 3904954 3621554 2026-09-28T15:16:22Z Tuvok1968 33641 3904954 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|coordinazione dei mezzi nell’universo.}}|{{Sc|413}}}}</noinclude>{{Pt|<br>|qua}}lunque si aggiri intorno o frammezzo ad altri. Poi venga quel sistema e cotesto o da sè o con molti insieme rapito e aggirato in qualche sistema maggiore per effetto forse di moti iperbolici, come sembra accadere dei moti erranti delle comete. Così è lecito di pensare che in lunghezza di tempo, maggiore assai d’ogni estimazione e computazione umana, ogni parte del firmamento visiterà di mano in mano tutte le altre; imitando quanto è possibile a materia inorganica il corso e l’aggirazione de’ nostri fluidi vitali che trapassando per ogni viscere arrecano in quello la propria virtù e per contra fanno gli elementi propri partecipare alle qualità di tutti i composti pei quali trascorrono e ne’ quali s’infiltrano. {{larger|424.}} — Quando questa legge non si avverasse nel mondo sidereo, rimarrebbesi egli escluso dalla partecipazione del diverso; mentre per ciò che venne veduto ne’ Libri anteriori circa all’ordine dei finiti, si conobbe essere legge costante e generalissima d’ogni parte del creato che da per tutto vi sia azione e reazione mediante il simile e il dissimile, l’omogeneo e l’eterogeneo, così dentro a ciascun aggregato come di fuori. In quel modo, impertanto, che nelle picciole masse allato alla coesione opera l’affinità, certo fra i sistemi solari oltre la legge meccanica del moto passivo ed attivo debbono svegliarsi molte influenze analoghe all’affinità o vogliamo dire all’azione dei differenti. {{Ct|f=115%|t=2|{{Sc|Aforismo}} XIV.}} {{larger|425.}} — Dopo ciò ed a fine che a noi torni fattibile di concepire una idea men gretta, {{Ec|meno determinata|più determinata|Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf/1002}} e più esatta di tale coordinazione immensa e operosa dell’universo, buono è di contemplar nel concreto e<noinclude><references/></noinclude> ogkn6dqbsyaom3vxtwed3b3hiig49h0 Pagina:Romani - Abruzzesismi, III ed. Firenze, Bemporad, 1907.pdf/9 108 1005360 3904979 3636141 2026-09-28T16:12:48Z MARIO ZANELLO 54906 /* Riletta */ 3904979 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="MARIO ZANELLO" /></noinclude>{{ct|f=120%|v=0.6|FEDELE ROMANI}} {{ct|f=70%|v=0.8|Professore di Lettere italiane nel R. Liceo Dante di Firenze}} {{rule|4em}} {{ct|f=330%|L=1pt|t=3|v=3|ABRUZZESISMI}} {{rule|4em}} {{ct|t=1|v=1|''Terza edizione riveduta e corretta''}} {{rule|v=3|4em}} {{FI|file = Romani - Abruzzesismi, III ed. Firenze, Bemporad, 1907 (page 9 crop).jpg|width=20%}} {{ct|f=120%|t=3|v=0.2|FIRENZE}} {{ct|f=110%|v=0.3|'''R. BEMPORAD & FIGLIO''' — {{sc|Librai-Editori}}}} {| align=center style="text-align:center; font-size:70%; line-height:1.2; border-collapse:collapse;" cellspacing=0 | |{{cs|r|padding-left:0.6em}}|'''MILANO'''||{{cs|r|padding-left:0.6em}}|'''ROMA'''||{{cs||padding-left:0.6em}}|'''PISA''' |- |{{cs|r|padding-left:0.6em}}|Via Agnello, 6||{{cs|r|padding-left:0.6em}}|Via Muratte, 25||{{cs||padding-left:0.6em}}|Sottoborgo |} {{ct|f=70%|t=0.2|'''TORINO''', {{sc|S. Lattes & C.}} — '''NAPOLI''', {{sc|Società Commerciale Libraria}}}} {{ct|f=70%|t=0.2|v=0.4|'''BOLOGNA''', {{sc|Nicola Zanichelli}} - '''GENOVA''', {{sc|Edoardo Spiotti}}}} {{rule|1em}} {{ct|L=1pt|t=0.2|1907}}<noinclude><references/></noinclude> d3j6sio463wvy125i54t0jkr61t2tmx Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf/560 108 1007628 3904955 3645055 2026-09-28T15:18:05Z Tuvok1968 33641 3904955 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|{{Sc|552}}|{{Sc|libro quarto.}}|}}</noinclude>{{Pt|<br>|di}}remo che nelle scimie affinando anche e perfezionando l’organismo la congiunzione speciale con l’Assoluto non accadrebbe per difetto intrinseco della natura dell’anima. Per contra, nei cretini della valle d’Aosta il quasi intero annullamento della vita razionale e morale procede tutto dal vizio dell’organo il quale coopera a quella vita occasionalmente e come necessario apparecchio. V à impertanto fra l’uomo e i quadrumani diversità sostanziale del principio animatore. {{Ct|f=115%|t=2|''A''.}} {{larger|304.}} — Ai moderni materialisti nessuna scoperta è paruta più acconcia pel fatto loro, quanto le pochissime differenze e pressochè accidentali che ànno trovato nell’organismo dell’uomo posto a riscontro di quello di parecchi quadrumani. Sebbene la scimia che mettono a ragguaglio con l’uomo sia piuttosto ideale che altro, dapoichè raccolgono in un essere solo quel che di più perfetto si rinviene nel genere intero. Ma ripetiamo pur con {{AutoreCitato|Linneo|Linneo}}: ''nullum characterem hactenus eruere potui unde homo a scimia internoscatur''. Da nessun fatto come da questo agguagliamento risulta chiara e manifestissima la superiorità immensurabile dello spirito umano. Poichè, se nelle cose create gli effetti non possono in guisa veruna eccedere le cagioni loro immediate e proprie, è impossibile che dall’organismo uguale delle scimie e dell’uomo escano effetti tanto diversi quanto ognuno conosce. Quella diversità, dunque, che interviene tra un {{Ec|Chimpansè|Chimpanzè|Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf/1002}} e {{AutoreCitato|Galileo Galilei|Galileo}} rivela di necessità una cagione altrettanto diversa e dall’organismo indipendente.<noinclude><references/></noinclude> c8zw9be4gt8ihnig4jcjtx2ep5t0rk4 Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf/578 108 1007814 3904958 3645423 2026-09-28T15:24:14Z Tuvok1968 33641 3904958 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|{{Sc|570}}|{{Sc|libro quarto.}}|}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}senza esplicazione di atto e parte soggiace alle mancanze e strettezze loro. {{larger|344.}} — D’altro canto, egli è troppo vero che quando le monadi vegetative riuscissero superiori assai di natura alla materia organizzabile, il composto organato non accadrebbe; e contuttociò, quella materia differisce pur tanto dal principio vegetativo, che solo gli può obbedire e congiungervisi sostanzialmente per un poco li tempo. Da onde proviene la necessità ineluttabile del suo flusso perpetuo e il dover ritornare o in parte o in intero alle disposizioni e all’abito generale e comune del mondo meccanico. {{larger|345.}} — Adunque si concluda che ancora che la materia organata sia sufficiente apparecchio a render possibile la congiunzione tra lei e un alto principio razionale, tal congiunzione impedisce più assai che non risveglia e dispiega le facoltà portentose di quel principio. La qual cosa non accadrebbe in altro ordine di sostanze dove altra fosse la natura della materia organizzabile e fosse migliore per conseguente l’indole, la potenza, l’arte e il lavoro dell’anima vegetativa. Il perchè su questo pianeta tutto quello che opera l’uomo di grande e di strepitoso emerge dal proprio spirito, ed ogni sua fiacchezza caducità e miseria gli proviene dallo strumento e dalle sostanze materiali che lo strumento compongono. Vegga ora il Democritista se egli è possibile di ridurre a un medesimo la materia e lo spirito e trovar proporzione tra gli effetti dell’uno e gli effetti dell’altro. Vegga similmente quanto sia ragionevole dar nome li Cesare a una manata delle sue ceneri e non allo c immortale, mentre nelle membra ancora viventi di lui fu tanto poco dell’essere vero e della essenza immutabile che il formano e costituiscono. E certo<noinclude><references/></noinclude> dg7bmk2efq50dh015ev6rrrbirm4xm5 Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf/591 108 1009583 3904960 3650488 2026-09-28T15:27:47Z Tuvok1968 33641 3904960 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|della vita e del fine nell’universo.}}|{{Sc|583}}}}</noinclude>{{Pt|<br>|scri}}gnetto {{Ec|ad una patera|o ad una patera|Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf/1002}}; quando sia dall’artista modificato a foggia di scrignetto debbe in tutte le parti assumere necessariamente i contorni allo scrignetto confacevoli e non già quelli proprj alla patera. {{larger|373.}} — Altrettale giudicio si dee pronunziare dei generi più larghi e meno definiti insíno a che si raggiunge per virtù di astrazione quell’ultimo fondo comune di tutti gli esseri organizzati, il quale per conseguente riesce una cosa al tutto uniforme, semplice ed infigurata nel modo stesso che la materia comune dei corpi nel mondo meccanico e nel mondo chimico. {{larger|374.}} — Concludiamo che gl’individui sono esattamente la replicazione della specie con l’aggiunta variabile di qualche accidente. Il genere, invece, sebbene è per intero compreso dentro la specie, non diventa individuo per semplice aggiungimento delle dette accidenze, ma conviene intrinsecamente modificarlo tanto che nella realità non sussiste come l’astrazione lo rappresenta, ma sibbene sussiste intrinsecamente modificato così o così. {{Ct|f=115%|t=2|II.}} {{larger|375.}} — Ripigliando ora il filo del nostro tema, gli è certo che se vuolsi con metodo aristotelico delineare un archetipo di organi e forme essenziali insieme ed universali e però applicabile a tutti mai i viventi, nessuno escluso, noi ci ridurremo al fine ad immaginare un sacco membranoso e mucoso con qualche sorta di forame abile al doppio uso della nutrizione e della deiezione. Nè impertanto saremo sicuri di avere incluso in quell’archetipo la struttura semplicissima d’infinito numero d’infusorj ovvero quella dei zoofitie d’altri esseri d’anfibia natura. E questo per gli<noinclude><references/></noinclude> sit9v75mthstyona4d9s5eh5j8mzeqw Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf/597 108 1009589 3905009 3650503 2026-09-28T17:32:16Z Tuvok1968 33641 3905009 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|della vita e del fine nell’universo.}}|{{Sc|589}}}}</noinclude> {{larger|388.}} — A rigore di raziocinio non è lecito di affermare che l’uomo stesso raduni in sè ogni sparso perfezionamento del regno animale. Chè il volo, per esempio, ed il nuoto sottacqueo non gli sono conceduti e qualche senso appare più vivo esquisito talvolta negli animali bruti, come a dire l’odorato e la vista; e mancano all’uomo alcuni istinti sicuri e giovevoli che in parecchie bestiuole si ammirano. Vero è che l’ingegno l’arte e l’industria suppliscono largamente e nel più dei casi oltrepassano il punto ai bruti assegnato. Ma l’arte e l’ingegno non sono più l’organismo e procedono da un altro principio. {{larger|389.}} — Del resto, nè tutte le specie viventi nè le fossili conosciute bastano a riempiere gl’intervalli profondi che ciascuno ravvisa tra le diverse famiglie di animali e di piante. Nè sembra credibile che per la voglia di rinvenire uccelli non mai sussistiti nella catena degli esseri abbiano naturalisti dottissimi grossamente traveduto; siccome coloro, per esempio, che affermano il rettile alato di Solenhofen dar prova palmare del come la natura varcò blandamente all’ordine dei pennuti che da quello delle serpi e dei savridi parea diviso per un abisso.<ref>{{AutoreCitato|Carl Vogt|{{Sc|Vogt}}}}, ''Leçons sur l'homme'', pag. 605.</ref> Or come? una membrana che forse spunta e si dilata lunghesso il fianco di quella lucertola è rassomigliata alle ossa e alle penne che tengon luogo negli uccelli di braccia, di falangi e di mani? Restarono impressi, rispondono, vestigi di piume o di peli o di squame. Aspettate, adunque, migliore e più netta rivelazione avanti di correre a conclusioni sì nuove e sì poco accettabili.{{Ec|.|. Sono per gran cortesia del signor Professore Cesare D’Ancona avvertito che il celebre Owen esaminando testo con somma diligenza l’animale fossile di Solenhofen lo gindicò essere un uccello e non punto un rettile alato.|Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf/1002}} {{larger|390.}} — Dopo tutto ciò si conclude che la unità indagata di ordine e di disegno nella organizzazione {{Pt|ve-|}}<noinclude>{{rule|2=000000|h=1px|33em}}<references/></noinclude> 5wuw24lcwq93v8npismquscwa8yn8ff 3905010 3905009 2026-09-28T17:32:51Z Tuvok1968 33641 3905010 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|della vita e del fine nell’universo.}}|{{Sc|589}}}}</noinclude> {{larger|388.}} — A rigore di raziocinio non è lecito di affermare che l’uomo stesso raduni in sè ogni sparso perfezionamento del regno animale. Chè il volo, per esempio, ed il nuoto sottacqueo non gli sono conceduti e qualche senso appare più vivo esquisito talvolta negli animali bruti, come a dire l’odorato e la vista; e mancano all’uomo alcuni istinti sicuri e giovevoli che in parecchie bestiuole si ammirano. Vero è che l’ingegno l’arte e l’industria suppliscono largamente e nel più dei casi oltrepassano il punto ai bruti assegnato. Ma l’arte e l’ingegno non sono più l’organismo e procedono da un altro principio. {{larger|389.}} — Del resto, nè tutte le specie viventi nè le fossili conosciute bastano a riempiere gl’intervalli profondi che ciascuno ravvisa tra le diverse famiglie di animali e di piante. Nè sembra credibile che per la voglia di rinvenire uccelli non mai sussistiti nella catena degli esseri abbiano naturalisti dottissimi grossamente traveduto; siccome coloro, per esempio, che affermano il rettile alato di Solenhofen dar prova palmare del come la natura varcò blandamente all’ordine dei pennuti che da quello delle serpi e dei savridi parea diviso per un abisso.<ref>{{AutoreCitato|Carl Vogt|{{Sc|Vogt}}}}, ''Leçons sur l'homme'', pag. 605.</ref> Or come? una membrana che forse spunta e si dilata lunghesso il fianco di quella lucertola è rassomigliata alle ossa e alle penne che tengon luogo negli uccelli di braccia, di falangi e di mani? Restarono impressi, rispondono, vestigi di piume o di peli o di squame. Aspettate, adunque, migliore e più netta rivelazione avanti di correre a conclusioni sì nuove e sì poco accettabili{{Ec|.|. Sono per gran cortesia del signor Professore Cesare D’Ancona avvertito che il celebre Owen esaminando testo con somma diligenza l’animale fossile di Solenhofen lo gindicò essere un uccello e non punto un rettile alato.|Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf/1002}} {{larger|390.}} — Dopo tutto ciò si conclude che la unità indagata di ordine e di disegno nella organizzazione {{Pt|ve-|}}<noinclude>{{rule|2=000000|h=1px|33em}}<references/></noinclude> 208f5dsto0sits3i8p0vm07vsbtxc1g 3905011 3905010 2026-09-28T17:33:47Z Tuvok1968 33641 3905011 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|della vita e del fine nell’universo.}}|{{Sc|589}}}}</noinclude> {{larger|388.}} — A rigore di raziocinio non è lecito di affermare che l’uomo stesso raduni in sè ogni sparso perfezionamento del regno animale. Chè il volo, per esempio, ed il nuoto sottacqueo non gli sono conceduti e qualche senso appare più vivo esquisito talvolta negli animali bruti, come a dire l’odorato e la vista; e mancano all’uomo alcuni istinti sicuri e giovevoli che in parecchie bestiuole si ammirano. Vero è che l’ingegno l’arte e l’industria suppliscono largamente e nel più dei casi oltrepassano il punto ai bruti assegnato. Ma l’arte e l’ingegno non sono più l’organismo e procedono da un altro principio. {{larger|389.}} — Del resto, nè tutte le specie viventi nè le fossili conosciute bastano a riempiere gl’intervalli profondi che ciascuno ravvisa tra le diverse famiglie di animali e di piante. Nè sembra credibile che per la voglia di rinvenire uccelli non mai sussistiti nella catena degli esseri abbiano naturalisti dottissimi grossamente traveduto; siccome coloro, per esempio, che affermano il rettile alato di Solenhofen dar prova palmare del come la natura varcò blandamente all’ordine dei pennuti che da quello delle serpi e dei savridi parea diviso per un abisso.<ref>{{AutoreCitato|Carl Vogt|{{Sc|Vogt}}}}, ''Leçons sur l'homme'', pag. 605.</ref> Or come? una membrana che forse spunta e si dilata lunghesso il fianco di quella lucertola è rassomigliata alle ossa e alle penne che tengon luogo negli uccelli di braccia, di falangi e di mani? Restarono impressi, rispondono, vestigi di piume o di peli o di squame. Aspettate, adunque, migliore e più netta rivelazione avanti di correre a conclusioni sì nuove e sì poco accettabili{{Ec|.|. 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CAVALIERE}} {{X-larger|GIORGIO VASARI}} {{Larger|PITTORE ET ARCHITETTO}} {{Larger|ARETINO.}} Sopra le in{{Ec|u|v}}entioni da lui dipinte in Firenze nel Palaz- zo di loro Altezze Sereniſsime. ''Con lo Illuſtriß. & Eccellentiß. Signor Don Franceſco Medici'' ''allora Principe di Firenze.'' Inſieme con la in{{Ec|u|v}}entione della Pittura da lui comincia- ta nella {{Sc|C{{Ec|v|u}}pola}}. ''Con due Ta{{Ec|u|v}}ole, {{Ec|v|u}}na delle coſe piu notabili, & l’altra delli huomini Illuſtri,'' ''che ſono ritratti e nominati in queſt’opera.'' }} {{FI |file = Ragionamenti del Sig. cavaliere Giorgio Vasari, pittore et architetto aretino, sopra le inuentioni da lui dipinte in Firenze nel palazzo di Loro Altezze Serenissime (IA delsigcavaliere00vasa) (page 7 crop).jpg |width = 40% |caption = }} {{Centrato|{{X-larger|IN FIRENZE.}}}} {{Linea}} {{Centrato|{{Larger|''Appreſso Filippo Giunti. MDLXXXVIII.''}}}} {{Centrato|Con Licenza, e Pri{{Ec|u|v}}ilegio.}}<noinclude><references/></noinclude> 8lcbc40sak7fde13e9bbck4mvgg47m5 Pagina:Gemelli Careri - Aggiunta a' viaggi di Europa, Napoli, Mosca,1711.djvu/5 108 1016971 3904980 3773045 2026-09-28T16:14:07Z MARIO ZANELLO 54906 /* Riletta */ 3904980 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="MARIO ZANELLO" /></noinclude>{{Ct|v=1|L=0.3em|f=140%|'''AGGIUNΤΑ'''}} {{Ct|v=0.8|f=100%|'''A’'''}} {{Ct|v=0.8|L=0.6em|f=220%|'''VIAGGI'''}} {{Ct|v=0.8|L=0.3em|w=0.3em|f=140%|DI EUROPA}} {{Ct|v=0.7|L=0.3em|f=100%|DI}} {{Ct|v=0.8|L=0.2em|f=130%|D. GIO: FRANCESCO}} {{Ct|v=1|L=0.5em|f=100%|GEMELLI CARERI}} {{Ct|v=0.8|Giudice della G. C. della Vicaria, e Regio<br/>Uditore per S. M. delle Squadre di galee,<br/>e vascelli di Napoli.}} {{Ct|v=0.7|{{Sc|''ove si contiene spezialmente''}}}} {{Ct|v=1|''Il viaggio della Maestà di CARLO III. da<br/>Vienna a Barcellona, e quanto è accaduto<br/>di più notabile in guerra dalla morte del<br/>Serenissimo Carlo II. sino al presente.}} {{FI |file = Gemelli Careri - Aggiunta a' viaggi di Europa, Napoli, Mosca,1711 (page 26 crop).jpg |width = 20% |margin-bottom = 1em }} {{Ct|f=90%|v=0.7|In Napoli, Per Felice Mosca 1711.<br/>''Con licenza de’ Superiori.''}}<noinclude></noinclude> 0hajvm2q1j1i9s8dtzcb1kun4d3jfc0 Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf/660 108 1019129 3904963 3904252 2026-09-28T15:30:12Z Tuvok1968 33641 3904963 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|{{Sc|652}}|{{Sc|libro quarto.}}|}}</noinclude>{{Pt|<br>|pri}}mitivo e di impermutabile, tutto il regno della vita confonderebbesi ad ogni momento. {{larger|549.}} — Nè basta il dire, siccome fa la scuola dei Darvinisti, che le mutazioni succedono lentissimamente ed a gradi minimi. Conciossiachè, se il principio della mutazione esiste dentro le specie ed è essenziale ed ingenito, la difficoltà è capovolta, e conviene spiegare perchè l’essenziale non opera sempre; ed anzi occorre spiegare qual cosa sia quella che opera, e come mutando sostanzialmente e senza mai termine, tuttavolta resta identica a sè medesima. {{larger|550.}} — Nè avvedesi cotesta scuola di porre in ultimo un’astrazione in luogo della realità{{Ec| e la vita; e l’organizzazione|; e la vita e l’organizzazione|Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf/1002}} convertono in certo ente di ragione e in certo Ile vivificabile, a così chiamarlo, che è tutto in potenza ed è nulla in atto e verso le infinite disposizioni ed attuazioni che sta per assumere è indifferente in compiuto modo. Per cotal guisa la filosofia loro indietreggia insino alle vuote astrattezze che tolsero credito al Peripato ed alla Scolastica. Ma di ciò parleremo altrove più acconciamente. {{Ct|f=115%|t=2|V.}} {{larger|551.}} — Posto che le specie non mutino sostanzialmente e a vedere sorgere altre specie diverse oltre alle ibride, fa spediente ricondurre sul mondo l’epoca generatrice, seguita di conoscere in che maniere durante l’epoca stessa le forme viventi esaurivano la immensità relativa del possibile che è uno dei fini a’ quali tende la natura perpetuamente ed in ogni cosa. Intorno di che il raziocinio discopre essere stati non più di tre i fattori supremi d’ogni diversità di organismo.<noinclude><references/></noinclude> 86aixuh0ikf8p64t4pxr9p33qrzweit Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf/672 108 1020738 3904965 3849860 2026-09-28T15:34:05Z Tuvok1968 33641 3904965 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|{{Sc|664}}|{{Sc|libro quarto.}}|}}</noinclude> {{larger|581.}} — Noi venimmo qua poco addietro considerando, che a variar la vita e a serbarla sulla faccia del globo non pure abbisognava che il tutto insieme delle forze e circostanze esteriori vi si adattassero, ma eziandio i germi primitivi iniziando la propria strattura in materia idonea trovassero intorno di sè tale disposizione di altra materia da poter ciascuno mutare e crescere e disvilupparsi al punto che loro compete. Conciossiachè a qualunque organismo prima fa bisogno di comporre sè medesimo nella sua forma iniziale e tutta essenziale, poi disvilupparsi giusta l’archetipo della specie; da ultimo la sua tendenza diventa conservativa e per la trasmissione del germe ripetesi indefinitamente e perpetua. Quindi a lui non è sufficiente di abbattersi in certa materia idonea dove fabbricare la prima cellula; nè ancora gli basta, sviluppato e compiuto che sia, di trovare ambiente confacevole alla propria incolumità e propagazione. {{larger|582.}} — Più che altra cosa ed insino che dura la tenerezza, a chiamarla così, del germe originale e la debolezza dei primi conati, occorregli, dico, sopra ogni cosa avere aiutrici le sostanze e i composti ond’è circondato, di qualità che gli sia fattibile di passarsi d’ogni matrice, d’ogni incubazione e d’ogni lattazione. {{larger|583.}} — A tutto il che provvide, per nostro giudicio, la natura in due modi. Primamente con le combinazioni ternarie e quadernarie spontanee; appresso con larghi ripositorj di sostanze ternarie e quadernarie sì fatte da simulare e supplire parecchi prodotti della vegetazione e della animalità. Per ultimo, {{Ec|con radumi|raduni|Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf/1002}} ed accumulazioni incorrotte di spoglie e tessuti di animali inferiori. Ognuna delle quali cose divenne allora possibile mediante la facoltà chimica e ingenita della materia bruta di combinar sè medesima in composti {{Pt|or-|}}<noinclude><references/></noinclude> q59zy6bbfey18j76tx0lc3818r2felq Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf/697 108 1022701 3905001 3857470 2026-09-28T17:17:39Z Tuvok1968 33641 3905001 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|della vita e del fine nell’universo.}}|{{Sc|689}}}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}quale il perfezionarsi non gioverebbe, essendo ogni cosa ben conformata all’esser loro presente. Ma tu non sembri avvertire che il discorso medesimo può venir fatto d’altre specie infinite, per non dire di tutte, le quali, essendo bene adatte e in ogni parte conformate al tenore di loro vita, doveano in quello rimanersi e non progredire; ed è ciò che intesero a maraviglia i Greci, quando posero Ulisse a confabulare con gli animali, e dissero che ciascheduno di quelli si dichiarava soddisfatto e contento del proprio stato. Affermi pure che i pesci vivono più avvantaggiati che le balene. O perchè dunque non pochi pesci si tramutarono in balene? O vuoi tu credere che alcun terrestre mammifero sia entrato in mare e divenutovi foca o balena? Ma sia pur vero che tra le specie inferiori e le superiori, segnatamente in grembo all’oceano, interviene poca o niuna competenza di vita: o perchè dunque, replico io, i molluschi si fecero pesci e questi diventarono foche e delfini? O la competenza tra le specie simili e affini esisteva, ed ella non è cessata, perocchè a ragguaglio dei minuti animali marini, sono pochissimi i grossi cetacei; od ella non esisteva, ed allora risuscita l’obbiezione, perchè qualche specie inferiore marina si trasmutò nelle superiori. {{larger|660.}} — Nè cotesto ragionamento sostiene {{Ec|troppo difficoltà|troppa difficoltà|Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf/1002}} di venire nel generale esteso alle piante ed agli animali terrestri. Vero è che tu non escludi il caso anche delle retrocessioni, quando tornano profittevoli all’individuo oppure alla specie o al genere intero. Di cotal guisa schiudi per ogni lato ogni sorta di usci per iscansare le istanze e sciogliere i groppi. Ma non t’accorgi, al mio sentire, che aprendone uno parecchi altri ti si chiudono dietro le spalle; atteso<noinclude><references/>{{PieDiPagina|{{smaller|{{Sc|Mamiani — II.}}}}||{{smaller|44}}}}</noinclude> im6bgpt86y40u2fsf24j3shk1vqxynt Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf/731 108 1024654 3905002 3864507 2026-09-28T17:20:37Z Tuvok1968 33641 3905002 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|del progresso nell’universo.}}|{{Sc|723}}}}</noinclude>{{Pt|<br>|con}}temperanze e conciliazioni sembrino conseguite assai tardamente e con fatica. {{larger|70.}} — Da ultimo, essendo per gli enti morali perfezione massima e nobilissima l’imitare quanto possono Iddio che è puro e assoluto atto, di tal maniera la natura tende negli enti morali (come notammo più volte) ad accrescere l’attività, e s’intende la perfettiva. Onde poi la beatitudine, {{Ec|che conseguíta al progredire|che consèguita al progredire|Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf/1002}} di simile attività trovi bensì l’oggetto ed il termine in Dio, ma per la operosità propria di essi enti morali venga promossa e svolta di mano in mano e alla vita e all’anima loro intrisecata ed assimilata. {{larger|71.}} — Per ciò medesimo l’Assoluto non si comunica agli enti morali per guisa da porli in istato passivo di ratto e di invasamento, ma iniziandone invece la massima spontaneità e l’azione più profonda e più intima dello spirito e dello intelletto; ed ancora ciò non dee succedere mai in istante, ma per progresso indefinito. Avvegnachè Dio può molto bene dare immutabile contentezza, ma può solo in successione di tempo e variazione di atti concedere tutto l’acquisto possibile del fine e della beatitudine. {{larger|72.}} — Del perchè poi, venendo agli ordini particolari delle cose, l’ascendere nella scala perfettiva dell’essere cominci da un grado più tosto che da un altro sembra non potersi dare definizione e ragione assoluta; e del pari sembra ignorarsi nel generale da che punto sia necessità o convenienza che l’essere incominci il suo movimento dal nulla. Gli è certo, nientedimeno, che a noi rappresentasi come adatto e conformissimo alla sapienza divina l’ordinare l’universo per modo, che quale fu creato da prima basti ad adempiere tutti i fini della bontà increata e infinita, movendosi perpetuamente con le forze e leggi sue proprie.<noinclude><references/></noinclude> 8b1z44g9c047utlv15dj0mv3izq7jeb Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf/801 108 1025770 3905003 3872184 2026-09-28T17:22:59Z Tuvok1968 33641 3905003 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|del progresso nell’universo.}}|{{Sc|793}}}}</noinclude>{{Ct|f=115%|t=2|{{Sc|''A.''}}}} {{larger|251.}} — Una grande e generale decadenza del genere umano avveniva del sicuro in que’ tempi in cui l’Occidente incominciava ad uscire dalla barbarie per opera segnatamente delle schiatte greche e latine. Per fermo, ei si troverà che in quel torno l’India la Cina l’Egitto l’Assiria e l’Iran grandi focolari della civiltà, quale che fosse, del mondo antico riuscivano inferiori a sè stessi per magnitudine d’arti d’imprese e di religione, e preparavansi ad essere o vinti e sottomessi o predati sovente e sfruttati da nazioni picciolissime a lor paragone. Nè dir tu: Queste nazioni mai non decaddero perchè mai non salirono, essendo stata fallace sempre e sdrucciolevole la civiltà loro. Rispondo: Se parli di progresso civile pieno e assoluto, forse non lo puoi ammirare nemmanco ne’ nostri giorni. Se di relativo, quel mondo antico orientale progredi per avventura più del moderno. Conciossiachè trascorse la gran distanza che separa le tribù selvagge e antropofaghe {{Ec|dall’impero di Manete|dall’impero di Ramsete|Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf/1002}}, dall’etica di {{AutoreCitato|Confucio|Confucio}} e dai poemi di {{AutoreCitato|Vālmīki|Valmichi}}. {{larger|252.}} — L’altra decadenza evidente ed assai generale corse dal regno (poniamo) di {{AutoreCitato|Diocleziano|Diocleziano}} insino al compirsi del Mille. Parecchi obbiettarono che l’ultima fiacchezza e declinazione dell’Impero provenne dal disfarsi gli antichi principj, e i nuovi, massimamente cristiani, non saperli ancora supplire. Tutti gli elementi poi del mondo moderpo europeo avere fermentato in quello scombuiamento e squallore del medio evo. E però non doversi chiamar decadenza lo stato intermedio fra lo scomporsi d’una forma sociale e il comporsi d’un’altra molto migliore. {{larger|253.}} — Correggo la sentenza loro in tal guisa: Che<noinclude><references/></noinclude> ng9xd3k672kaqyf2ormij1ap6rwf0l5 Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. II, 1846.djvu/7 108 1026853 3904984 3879420 2026-09-28T16:25:05Z MARIO ZANELLO 54906 /* Riletta */ 3904984 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="MARIO ZANELLO" />{{RigaIntestazione|||II}}</noinclude> {{Centrato|'''ALCUNI SCRITTI'''}}<noinclude></noinclude> auu400skk1cuafs5qmnjqrhj02vgx74 Pagina:Alcuni scritti del dottor Carlo Cattaneo vol. III, Milano 1846.djvu/5 108 1027128 3904985 3878610 2026-09-28T16:25:35Z MARIO ZANELLO 54906 /* Riletta */ 3904985 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="MARIO ZANELLO" />{{RigaIntestazione|||II}}</noinclude> {{Centrato|'''ALCUNI SCRITTI'''}}<noinclude></noinclude> prfn6wpfur5o3nrfln8nk7hzhrygu22 Indice:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu 110 1030782 3904809 3904327 2026-09-28T14:02:53Z Alex brollo 1615 3904809 proofread-index text/x-wiki {{:MediaWiki:Proofreadpage_index_template |Autore=Autori vari |NomePagina=Fiori d'Oriente (1907) |Titolo= |TitoloOriginale= |Sottotitolo= |LinguaOriginale= |Lingua= |Traduttore=Italo Pizzi |Illustratore= |Curatore= |Editore=Casa Editrice Scolastica E. 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Molto interessante il Registro dei nomi, che contiene notizie abbastanza dettagliate dei vari autori. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 20:19, 19 set 2026 (CEST) |Css= }} 1g6xdd5q51uig0d9iz2md7azd510cp2 3904820 3904809 2026-09-28T14:10:08Z Alex brollo 1615 3904820 proofread-index text/x-wiki {{:MediaWiki:Proofreadpage_index_template |Autore=Autori vari |NomePagina=Fiori d'Oriente (1907) |Titolo= |TitoloOriginale= |Sottotitolo= |LinguaOriginale= |Lingua= |Traduttore=Italo Pizzi |Illustratore= |Curatore= |Editore=Casa Editrice Scolastica E. Trevisini |Città=Milano |Anno=1907 |Fonte={{IA|pizzi-fiori-oriente}} |Immagine=5 |Progetto=letteratura |Argomento=antologie |Qualità=25% |Pagine=<pagelist 1to16=roman 17=1 591to594=- /> |Sommario=Fiori d'Oriente (1907) Fiori d'Oriente (1907) 5 F Fiori d'Oriente (1907) Prefazione Prefazione 9 ix Fiori d'Oriente (1907) Libro primo Libro primo 17 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro primo 1 Nobile fermezza d'un discendente degli Ommiadi 17 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro primo 2 Umiltà e giustizia del Califfo Omar 25 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro primo 3 Un rigido consigliere 27 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro primo 4 Lealtà eroica di Samuele giudeo 32 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro primo 5 Morte di Amr detto quel dal cane 33 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro primo 6 Avventura di Giozeyma e di Al-Zebba 36 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro primo 7 Prepotenza di Koleyb e sua morte 42 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro primo 8 Gratitudine verso i benefattori ricompensata 46 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro primo 9 Vita salvata a stento 51 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro primo 10 Morte del Califfo Al-Mamûn 54 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro primo 11 Saladino 57 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro primo 12 Morte di Al-Hakim Califfo d'Egitto 59 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro primo 13 Avventure di Al-Hârith e sua morte 63 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro primo 14 Accoglienze fatte ad un celebre musico d'Arabia 70 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro primo 15 Il poeta Firdusi 74 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro primo 16 Straordinaria ostinazione d'un ladro del denaro pubblico 78 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro primo 17 La guerra di Dâhis 84 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro primo 18 Duello tra Sultano e soldato 98 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro primo 19 Crudele atto di giustizia 103 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro primo 20 Avventuriere generosamente trattato 104 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro primo 21 Spada fatale 108 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro secondo Libro secondo 113 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro secondo 1 L'uomo più generoso 113 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro secondo 2 Un matto che fa da maestro a un re 115 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro secondo 3 Avventura di Giafar alla corte di Suleyman 116 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro secondo 4 Severa lezione data a due prepotenti 122 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro secondo 5 Gara di generosità 124 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro secondo 6 Sagacità di astronomo 126 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro secondo 7 L'anello rinvenuto 127 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro secondo 8 Generosità d'un governatore destituito 128 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro secondo 9 Storia meravigliosa di due vecchie pianelle 130 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro secondo 10 Vittima della propria generosità 134 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro secondo 11 Vittima dei proprî versi 135 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro secondo 12 Storia meravigliosa del re Salomone e della regina Bilqîsa 136 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro secondo 13 Mania religiosa del poeta Abu '1- Atahiya 146 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro secondo 14 I figliuoli di Nizâr nel cospetto di Al-Afaa 148 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro secondo 15 Follia d'amore 150 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro secondo 16 Adamo e il Diavolo poeti 154 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro secondo 17 Vittime dell'amore 156 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro secondo 18 L'Arcimago e il dialogo delle upupe 160 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro secondo 19 Le voci misteriose nelle solitudini d'Arabia 164 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro secondo 20 Generosità d'un povero negro 169 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro secondo 21 Invidia d'artefice punita e perdonata 171 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro secondo 22 Generosità d'un nemico 175 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro secondo 23 Il primo agricoltore 177 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro secondo 24 Scrupolo di coscienza pagato caro 180 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro secondo 25 Imprese e vanti di ladri 182 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro secondo 26 Ambasceria speditiva 185 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro secondo 27 L'erede d'un palazzo diroccato 186 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro secondo 28 Uno scroccone tra i Manichei 188 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro secondo 29 Mercante di foglie di palma medico d'un leone 197 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro secondo 30 Sovrano che si fa penitente 197 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro secondo 31 Pronto ingegno d'uno scroccone 198 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro secondo 32 Un beduino alla corte del Re di Persia 202 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro secondo 33 Un solitario misterioso 204 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro secondo 34 Alessandro Magno alle porte del Paradiso 206 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro secondo 35 Povertà, prefettura, carcere, frutti di generosità 208 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro terzo Libro terzo 215 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro terzo 1 Estrema prova di fedeltà 215 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro terzo 2 Quattro amanti alla prova 222 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro terzo 3 Ciò che toccar dovea, incoglie all'uom quaggiù 224 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro terzo 4 Il Savio e il Matto 229 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro terzo 5 L'avventura del giovane mercante 233 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro terzo 6 Tenace amore alla vita 241 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro terzo 7 Presunzione di giovane punita 243 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro terzo 8 Il lottatore e la smania del viaggiare 244 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro terzo 9 Tre novelle dell'Angelo della morte 252 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro terzo 10 Ricordanza perenne della morte 258 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro terzo 11 Avventura di Sindibâd marinaio 260 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro terzo 12 Storia del banchiere di Bagdad 269 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro quarto Libro quarto 291 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro quarto 1 Le Isole Maldive 291 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro quarto 2 Le sorgenti del Nilo 298 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro quarto 3 Descrizione del Mâzenderân 303 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro quarto 4 L'idolo di Somnâta 304 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro quarto 5 La regione del Caucaso 306 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro quarto 6 La Cina 314 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro quarto 7 Il monte Citrakuta 321 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro quarto 8 Templi e idoli sabei 324 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro quarto 9 Templi e idoli egiziani 327 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro quarto 10 Costumi degli Arabi antichi e loro elogio 332 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro quarto 11 Monti e metalli 335 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro quarto 12 Le piante 337 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro quarto 13 La palma 338 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro quarto 14 Gli animali 340 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro quarto 15 Gli uccelli 341 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro quarto 16 L'usignuolo 343 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro quarto 17 L'airone 343 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro quarto 18 La zanzara 344 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro quarto 19 Il baco da seta 345 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro quarto 20 Il ragno 346 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro quarto 21 L'ape 347 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro quarto 22 Le sanguisughe volanti 350 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro quarto 23 La torpedine 351 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro quarto 24 Il corallo 351 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro quarto 25 La pesca delle perle nel Golfo Persico 351 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro quarto 26 Fontane di bitume 352 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro quarto 27 Precetti per trovar l'acqua secondo i Nabatei 353 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro quarto 28 I fuochi di Sant'Elmo 354 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro quinto Libro quinto 357 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro quinto 1 Onnipotenza e perfezione di Dio 357 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro quinto 2 Iddio non può essere compreso da mente umana 359 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro quinto 3 Preghiera d'un Arabo del deserto 360 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro quinto 4 Dialogo del Sceicco Omar al-Sîni con un anacoreta 361 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro quinto 5 Del contentarsi del proprio stato 363 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro quinto 6 Avvertimenti ad un principe 365 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro quinto 7 Detti memorabili del gran savio Buzurcimihr 368 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro quinto 8 Consolazione della filosofia 370 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro quinto 9 Parole di Nizâr morente ai suoi figli 371 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro quinto 10 Visita la tomba de' tuoi genitori 372 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro quinto 11 Dialogo intorno alle diverse qualità dell'uomo 374 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro quinto 12 Grave responsabilità dei sovrani davanti a Dio 376 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro quinto 13 Vanità delle cose umane 378 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro quinto 14 Condanna della filosofia scettica e panteistica 379 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro quinto 15 Egoismo e durezza di cuore 380 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro quinto 16 Improntitudine di ricchi e di poveri 381 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro quinto 17 Insaziabilità 381 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro quinto 18 Condanna del motteggiare 382 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro quinto 19 Qualità perfette dell'uom generoso 383 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro quinto 20 Disputa intorno all'essenza dell'amore 390 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro quinto 21 Lodi del silenzio e della sincerità e lealtà nel parlare 401 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro quinto 22 Il libro 406 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro quinto 23 Gli scrittori 407 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro quinto 24 I poeti 410 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro quinto 25 L'anima umana e le sue energie 411 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro quinto 26 Misera vita umana! 416 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro quinto 27 Dottrina dell'unità assoluta dell'Essere universale 420 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro quinto 28 La fine del mondo secondo i Zoroastriani 425 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro sesto Libro sesto 431 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro sesto 1 Sentenze e proverbi 431 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro sesto 2 Motti arguti e facezie 467 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro sesto 3 Favole 477 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro settimo Libro settimo 513 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro settimo 1 Il linguaggio dei fiori e degli uccelli 513 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro settimo 2 Allegoria delle stagioni 524 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro settimo 3 Il giovane principe e il mendico (allegoria dell'anima umana che sospira alla Beltà divina) 530 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro settimo 4 Il cielo e le sue bellezze 535 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro settimo 5 Del mare e dei fiumi 538 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro settimo 6 Del cero e del fuoco 542 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro settimo 7 Della notte e del giorno 545 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro settimo 8 Allegoria dell'ape, del cero e della farfalla 548 16 Fiori d'Oriente (1907) Libro settimo 9 Allegoria della Fenice 554 16 Fiori d'Oriente (1907) Registro dei nomi Registro dei nomi 561 16 Fiori d'Oriente (1907) Indice Indice 587 16 |Volumi= |Note=Nota: la struttura ns0 è provvisoria; probabilmente i singoli elementi saranno convertiti in elementi autonomi di livello principale, associati a un tl/Intestazione. Molto interessante il Registro dei nomi, che contiene notizie abbastanza dettagliate dei vari autori. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 20:19, 19 set 2026 (CEST) |Css= }} ht3xj9vgdu6qpk0jxn4zbbhtcya1sb3 3904822 3904820 2026-09-28T14:10:21Z Alex brollo 1615 3904822 proofread-index text/x-wiki {{:MediaWiki:Proofreadpage_index_template |Autore=Autori vari |NomePagina=Fiori d'Oriente (1907) |Titolo= |TitoloOriginale= |Sottotitolo= |LinguaOriginale= |Lingua= |Traduttore=Italo Pizzi |Illustratore= |Curatore= |Editore=Casa Editrice Scolastica E. 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Molto interessante il Registro dei nomi, che contiene notizie abbastanza dettagliate dei vari autori. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 20:19, 19 set 2026 (CEST) |Css= }} 1g6xdd5q51uig0d9iz2md7azd510cp2 Discussioni indice:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu 111 1030791 3905120 3904328 2026-09-29T05:54:14Z Alex brollo 1615 /* Difetto di scansione */ Risposta 3905120 wikitext text/x-wiki == memoRegex == <nowiki>{"xxxx":["","xxxx","g"], "^t (.+)":["(regex)","{{block|t1|$1}}","gm"], "\\(\\d+\\) <ref>":["(regex)","<ref>","g"], "^\\n\\n([a-z])":["(regex)","\n$1","gm"], "^d (.+)":["(regex)","{{a destra|c=dx|$1}}","gm"], "H[àa]r[uù]n":["(regex)","Hârûn","g"], "^pdp":["(regex)","{{PieDiPagina|Italo Pizzi - Fiori d’Oriente||2}}","gm"], "sz":["","{{Sezione note}}","g"]}</nowiki> == Regex temporanee == <pre> "^(\\d+\\.) 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'''[[Utente:OrbiliusMagister|<span style="color:orange;">&epsilon;</span><span style="color:blue;">&Delta;</span>]][[Discussioni utente:OrbiliusMagister|<span style="color:brown;">&omega;</span>]]''' 23:59, 16 set 2026 (CEST) ::@[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]] @[[Utente:OrbiliusMagister|OrbiliusMagister]] Un esempio di antologia con caratteristiche simili è [[Antologia provenzale]] a cui ci si può ispirare nella struttura della digitalizzazione. Peccato che Italo Pizzi non abbia messo anche una datazione per ciascun brano, saremo costretti a usare date approssimative, a meno che qui non ci sia qualche orientalista esperto... [[User:Myron Aub|Myron Aub]] ([[User talk:Myron Aub|disc.]]) 21:35, 18 set 2026 (CEST) :::@[[Utente:Myron Aub|Myron Aub]] Grazie del suggerimento. Per ora ho costruito un Sommario provvisorio a sottopagine, ma penso che lo convertirò sul modello dell'edizione che mi hai indicato. Penso di partire, con la trascrizione, con il Registro dei nomi che cercherò di associare a elementi wikidata. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 20:22, 19 set 2026 (CEST) == Difetto di scansione == Le immagini delle pagine a fronte, dalla 70 in poi, non riproducono bene le parole adiacenti al margine sinistro. La trascrizione è talora incerta; non ho trovato online altre scansioni dell'edizione. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 16:30, 27 set 2026 (CEST) :@[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]] io nel PDF originale presente su Internet Archive le pagine dalla 70 in poi riesco a leggerle bene. Tuttavia vedo che la pagina 73 è molto meno leggibile sul djvu caricato su Wikisource... [[User:Myron Aub|Myron Aub]] ([[User talk:Myron Aub|disc.]]) 16:44, 27 set 2026 (CEST) ::@[[Utente:Myron Aub|Myron Aub]] Hai ragione, il pdf originale (enorme: oltre 300 Mby) ha senz'altro una leggibilità superiore al _text.pdf che ho usato per derivare il djvu. Lo sto scaricando. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 20:44, 27 set 2026 (CEST) :::@[[Utente:Myron Aub|Myron Aub]] Stranamente, la conversione djvu con Convertio del pdf originale (dove, in effetti, si legge bene) è meno pesante, ma con migliore leggibilità. Ipotizzo di sostituirlo all'attuale. Le parole illeggibili sono state comunque verificate dal pdf. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 07:54, 29 set 2026 (CEST) m4f1zvlfzoa7i8zvmgl89gpdgxt2cdu 3905121 3905120 2026-09-29T05:59:19Z Alex brollo 1615 /* Proposta "creativa" */ nuova sezione 3905121 wikitext text/x-wiki == memoRegex == <nowiki>{"xxxx":["","xxxx","g"], "^t (.+)":["(regex)","{{block|t1|$1}}","gm"], "\\(\\d+\\) <ref>":["(regex)","<ref>","g"], "^\\n\\n([a-z])":["(regex)","\n$1","gm"], "^d (.+)":["(regex)","{{a destra|c=dx|$1}}","gm"], "H[àa]r[uù]n":["(regex)","Hârûn","g"], "^pdp":["(regex)","{{PieDiPagina|Italo Pizzi - Fiori d’Oriente||2}}","gm"], "sz":["","{{Sezione note}}","g"]}</nowiki> == Regex temporanee == <pre> "^(\\d+\\.) 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'''[[Utente:OrbiliusMagister|<span style="color:orange;">&epsilon;</span><span style="color:blue;">&Delta;</span>]][[Discussioni utente:OrbiliusMagister|<span style="color:brown;">&omega;</span>]]''' 23:59, 16 set 2026 (CEST) ::@[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]] @[[Utente:OrbiliusMagister|OrbiliusMagister]] Un esempio di antologia con caratteristiche simili è [[Antologia provenzale]] a cui ci si può ispirare nella struttura della digitalizzazione. Peccato che Italo Pizzi non abbia messo anche una datazione per ciascun brano, saremo costretti a usare date approssimative, a meno che qui non ci sia qualche orientalista esperto... [[User:Myron Aub|Myron Aub]] ([[User talk:Myron Aub|disc.]]) 21:35, 18 set 2026 (CEST) :::@[[Utente:Myron Aub|Myron Aub]] Grazie del suggerimento. Per ora ho costruito un Sommario provvisorio a sottopagine, ma penso che lo convertirò sul modello dell'edizione che mi hai indicato. Penso di partire, con la trascrizione, con il Registro dei nomi che cercherò di associare a elementi wikidata. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 20:22, 19 set 2026 (CEST) == Difetto di scansione == Le immagini delle pagine a fronte, dalla 70 in poi, non riproducono bene le parole adiacenti al margine sinistro. La trascrizione è talora incerta; non ho trovato online altre scansioni dell'edizione. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 16:30, 27 set 2026 (CEST) :@[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]] io nel PDF originale presente su Internet Archive le pagine dalla 70 in poi riesco a leggerle bene. Tuttavia vedo che la pagina 73 è molto meno leggibile sul djvu caricato su Wikisource... [[User:Myron Aub|Myron Aub]] ([[User talk:Myron Aub|disc.]]) 16:44, 27 set 2026 (CEST) ::@[[Utente:Myron Aub|Myron Aub]] Hai ragione, il pdf originale (enorme: oltre 300 Mby) ha senz'altro una leggibilità superiore al _text.pdf che ho usato per derivare il djvu. Lo sto scaricando. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 20:44, 27 set 2026 (CEST) :::@[[Utente:Myron Aub|Myron Aub]] Stranamente, la conversione djvu con Convertio del pdf originale (dove, in effetti, si legge bene) è meno pesante, ma con migliore leggibilità. Ipotizzo di sostituirlo all'attuale. Le parole illeggibili sono state comunque verificate dal pdf. [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 07:54, 29 set 2026 (CEST) == Proposta "creativa" == @[[Utente:OrbiliusMagister|OrbiliusMagister]] Gran parte dei brani sono seguiti dal nome dell'autore; e tutti i nomi degli autori sono elencati, con breve testo illustrativo, nella sezione finale "Registro dei nomi". Farei una piccola violazione delle regole trasformando il Registro in un insieme di Note separate richiamate come annotazione ai nomi; così sarebbero visualizzabili sia da nsPagina che da ns0 senza necessità di seguire un link. Che ne dici? [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 07:59, 29 set 2026 (CEST) eu70xzdtr36tvhohcaa7y9zmg2pg025 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/87 108 1031555 3904758 3904621 2026-09-28T13:22:22Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3904758 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 71 —|}}</noinclude> corridori<ref>Si facevano dimagrare i cavalli dando loro un sibo scarso acciocchè fossero più agili e leggeri al corso.</ref>. Se tu vuoi incominciare a scegliere prima di me, determina tu una delle tre, e io determinerò le altre due. Se dovrò scegliere io per il primo, a te le due scelte e una a me. — Incomincia! rispose Hodheyfa, e Qeys: La distanza sia di cento tirar di freccia. — E Hodheyfa: La dieta sia di quaranta giorni; la corsa da Vâridât a Dhât al-Isâd<ref>Nomi di luoghi.</ref>. — Consegnarono allora i pegni ad un tale dei Benî Thalaba che chiamavasi Hasîn. Riempiron d’aequa uno stagno all’estremo della corsa, e stabilirono che il cavallo vincitore sarebbe stato quello dei due che per il primo, con le labbra, avrebbe sfiorato l’acqua. Hodheyfa e Qeys se ne vennero, a cavallo, al luogo dove i due corridori dovevano esser slanciati alla corsa, per vedere in che modo se ne sarebbero spiccati. Quando furono slanciati, ambedue cavalcaron loro di fianco accompagnandoli. Ad un certo punto, Hodheyfa gridò: Te l’ho accoccata, Qeys! — E Qeys: Lasci di volerla accoccare chi fa correr cavalli per cento tirar di freccia! — Galopparono ancora per qualche tempo, e intanto la puledra<ref>Essa era Ghabra (vedi una nota antecedente) per la quale (asserondosi da quei di Hodheyfa ch’essa era più valorosa di Dâhis) si fece la gara.</ref> di Hodheyfa avanzava, mentre il puledro di Qeys, cioè Dâhis, restava a dietro. Hodheyfa allora gridò: T’ho preceduto, Qeys! — E Qeys: Correr di puledri di due anni dopo la dentizione, cresce sempre!<ref>Qeys aveva puledri di questa età, mentre Hodheyfa ne aveva dei più giovani che presto si stancano.</ref> — Galopparono ancora per un certo tempo, e Hodheyfa gridava: Ma tu non fai correr corridori! — E soggiunse: Ho preceduto il tuo, Qeys! — Adagio! ripigliò Qeys; ora passano sul terren duro!<ref>Così, secondo il mio testo. Secondo un altro, si deve intendere: Ora è cavalli dal terreno duro passano sul sabbioso! E forse è meglio.</ref>. Ma quelli della tribù dei Benî Fezâra<ref>Questi erano d’una tribù congiunta a quella di Hodheyfa.</ref> s’erano<noinclude></noinclude> gzjg5vuup6uqhhot04yyxhiwgp6yw7n Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/88 108 1031556 3904770 3901035 2026-09-28T13:29:20Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3904770 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 72 —|}}</noinclude> posti in agguato là sul luogo. Verso la fine della corsa, Dâhis aveva il sopravvento, mentre la Ghabra gli era rimasta a dietro e faceva di gran sbalzi. Essi allora. sbucaron fuori, si avventarono contro Dâhis, uno di essi lo percosse nelle nari<ref>Costui chiamavasi Amîr ibn Nadhla. Era detto «Quel dalla mano incallita» perchè l’aveva durissima.</ref>, e così lo sviarono. Ghabra e Dàhis erano quasi alla pari, ma, per tale artificio, giunse Ghabra la prima all’acqua dello stagno. Giungevano intanto anche Qeys e Hodheyfa in mezzo agli ultimi, ma quei dei Fezâra, perchè non s’avvedessero dell’inganno, si slanciarono al loro incontro e percotendone nelle nari i cavalli, di alquanto li sviarono di là. Ne vennero contestazioni e baruffe. Qeys allora esclamò: O gente mia, una tribù non può fare ad un’altra male maggiore dell’ingiustizia e della frode! Rendeteci perciò i nostri pegni! — Quei dei Fezâra dissero che non avrebbero dato nulla. Il pegno era di venti cammelle, e quelli degli Abs instavano: Dateci almeno parte dei nostri pegni! — Gli altri si ricusarono, e questi di nuovo: Rendeteci almeno una cammella! Noi la scanneremo e la darem da mangiare a quelli che ci hanno riempito d’acqua lo stagno. Non vorremmo che gli Arabi ce ne biasimassero. — Disse allora un tale dei Benî Fezâra: Cento cammelle e una sola sono la stessa cosa. Per Dio! noi non vi concederem mai che voi degli Abs ci abbiate vinti alla corsa, perchè non siamo stati vinti! — Un altro dei Mâzin (tribù congiunta a quella dei Fezâra) — si levò e disse: O gente mia, Qeys, da principio, non voleva saperne di questa gara, ma poi vi si è comportato assai lealmente. Ora, la frode riesce sempre a male, e però voi dategli una cammella delle vostre. — Anche questa volta si ricusarono, ond’egli, accostatosi ad una cammella delle sue proprie, le gittò al collo un capestro, e già la menava là da Qeys per dargliela e per pacificarlo. Ma un figliuolo di lui si levò d’un subito e gridò: Padre — mio, tu la sbagli d’assai! Vuoi tu opporti al volere di<noinclude></noinclude> 2ij28ras5fp5mvef5bwjas5k0v26mct Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/89 108 1031557 3904789 3901036 2026-09-28T13:44:03Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3904789 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 73 —|}}</noinclude> tutta la tua tribù e procacciarle un’onta che non ha? — E il garzone, così dicendo, tolse il capestro alla cammella e la rimenò al branco. Vedendo ciò, Qeys, con molto sdegno, si partì di là con tutti quelli degli Abs ch’erano con lui. Dopo cotesto, passò (come piacque a Dio) del tempo. Ma poi avvenne ch’egli fece una scorreria contro codesti dei Fezâra e che vi ammazzò Auf fratello di Hodheyfa, scontratolo in battaglia, menandone via, inoltre, le cammelle. Quando quei dei Fezâra lo seppero, pensarono subito alla guerra, avendone concepito un’ira grandissima. Ma Al-Rabî ibn Ziyâd, d’un ramo della tribù degli Abs, fissò il prezzo d’ammenda per il morto Auf a cento cammelle, gestanti da dieci mesi, che avrebbero figliato nell’estate di quell’anno<ref>Nota i particolari minuziosi della vita nomade e pastorale di questi antichi Arabi del deserto.</ref>, e fu fatta una certa pace fra quella gente che vi rimase, come a Dio piacque. Un giorno<ref>Cioè due anni appresso l’uccisione di Auf per opera di Qeys.</ref>, Mâlik ibn Zoheyr, fratello di Qeys, si mosse per andare in Liqâta dove doveva sposare una donna di là. Ne venne la notizia anche a Hodheyfa, il quale gli mandò dietro certi suoi famigliari montati sui migliori de’ suoi cavalli, dicendo loro: Non indugiate tanto con Mâlik; ma, se l’incontrate, ammazzatelo!<ref>Hodheyfa voleva vendicar la morte di suo fratello Auf ucciso da Qeys, e quosto Mâlik era appunto fratello di Qeys</ref>. In quel tempo, Al-Rabî ibn Ziyâd dimorava presso di Hodheyfa, e la moglie di lui, Moâdha, era sorella di Hodheyfa. I cavalieri intanto, mandati da costui, andarono, s’incontrarono in Malik, lo freddarono, e poi, toltisi subitamente di là, stancando nella corsa precipitosa i cavalli, tornarono al cader della sera presso di Hodheyfa, il quale, in quel momento, si stava appunto con Al-Rabî ibn Ziyâd. Avete preso il vostro asino selvatico? domandò loro Hodheyfa. E quelli: Certamente! anzi gli abbiam reciso i garretti. — Al-Rabî allora disse: Io non t’ho mai veduto, Hodheyfa, mandare in malora come oggi i tuoi<noinclude></noinclude> rai7qfnbr09h62n2duj06x7nxbphdwq Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/90 108 1031558 3904794 3901037 2026-09-28T13:47:26Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3904794 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 74 —|}}</noinclude> cavalli per un asino selvatico! — Ma Hodheyfa, poichè Al-Rabî si dilungava in rimproveri e biasimi credendosi che quelli avessero veramente preso un asino selvatico, alla fine così gli disse: Ma noi non abbiamo ammazzato un asino selvatico! Noi abbiamo ammazzato Mâlik ibn Zoheyr per vendicare Auf! — Per la vita di Dio! gridò Al-Rabî, è ben di malaugurio quest’omicidio! Dico ch’io penso che ve ne verrà ciò che non vi piacerà! — Si scambiarono alcune parole concitate, indi si separarono, e Al-Rabî uscì calcando di gran passi il terreno. Raccontava Abù Obeyda<sup>nota</sup>: Affermano che Hodheyfa, quando Al-Rabî si fu levato e partito, gli mandò dietro una sua giovane schiava, natagli di madre non araba, dicendole: Va tu da Moâdha e bada a ciò che fa Al-Rabî. — La ragazza andò, entrò in casa di Moâdha e si nascose tra una tenda e un cavalletto di legno, carico di briglie e di finimenti. Giunse intanto Al-Rabî. Attraversò a gran passi la stanza e venne là dal suo cavallo. L’afferrò al principio della criniera, poi lo venne palpando sui fianchi finchè fu là dove è inserta la coda, indi ritornò in casa. La sua lancia stava confitta in terra nel cortile; la svelse e la squassò fortemente e poi la riconficcò là dov’era. Disse allora alla moglie: Stendimi in terra qualche cosa. — La donna gli gittò in terra uno stramazzo, ed egli vi si stese sopra dicendo: È accaduto alcun che! — e improvvisò questi versi: <poem> :::Dorme chi è sciolto da ogni cura, ed io ::Chiuder gli occhi non posso or che m’è giunta, ::Qual divulgasi immane, ::Tristissima novella. :::Hanno udito il racconto, e van le donne ::Di lor veli discinte, e il lor lamento ::Levasi pria che spunti ::In ciel l’alba novella. </poem> (1) Uno dei soliti tradizionalisti o cantastorie. Vedi sopra e altrove.<noinclude></noinclude> r1odrnq0q3sft47hovoi5ryu8i8kfrt Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/91 108 1031559 3904803 3901038 2026-09-28T13:55:32Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3904803 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 75 —|}}</noinclude> <poem> :::Un giorno, di celarsi disïose, ::Velavan esse il viso. Oggi, gli è tempo ::Che mostrinsi a chi brama ::Di veder questa e quella; :::E faccian onta e danno alle rosate ::Guancie per uom che fu dolce di core, ::Dolce dell’alma, e buona ::Fama gli era sorella! :::Forse, or ch’è ucciso di Zoheyr il figlio, ::Màlik, potrà mai più d’un dolce sposo ::L’amplesso casto e puro ::Bramar qualche fancella? :::Quant’io mi so dopo la morte sua, ::Quest’è che altro non tocca ad uom di core ::Che forte a’ suoi destrieri ::Porre e stringer la sella. :::Non tocchin lor foraggi i palafreni ::In campi addotti, e spingasi affrettata ::Di puledri e puledre ::Tutta la torma snella. :::Corrasi a gara! Sulla fronte ai prodi ::Irrugginisca il ferreo casco e bruna ::Fosca tinta di pece ::Veli la faccia bella. :::Oh! ai molti che gioîr perchè trafitto ::Egli cadea, certa renderem noi, ::Per la sventura immane, ::Mercede trista e fella! ::</poem> La ragazza ritornò e riferì tutto cotesto ad Hodheyfa, il quale disse: Ora i fratelli si riconciliano, e incomincia ln guerra!<sup>nota</sup>. Al dì seguente, Al-Rabî si recò da Hodheyfa, del quale allora era ospite, e gli disse: Concedimi ch’io me ne vada (poichè sono tuo ospite) per tre giorni<sup>nota</sup>. — <ref>È la guerra detta di Dâhis, lentamente e lungamente preparata, e Hodheyfa, con queste parole, fa intendere di prevedere la prossima riconciliazione di Qeys e di Al-Rabî per vendicare insieme la morte di Mâlik. Quanto alla loro discordia, vedi appresso.</ref> <ref>Questo termine di tre giorni voleva dire che, quando fossero trascorsi, Al-Rabî non aveva più alcun obbligo verso di Hodheyta per la ricevuta ospitalità, ed era libero di comportarsi verso di lui come meglio gli piaceva.</ref><noinclude></noinclude> lpwnzqsbckcqienked9pvz8yjn3og1c 3904804 3904803 2026-09-28T13:55:53Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3904804 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 75 —|}}</noinclude> <poem> :::Un giorno, di celarsi disïose, ::Velavan esse il viso. Oggi, gli è tempo ::Che mostrinsi a chi brama ::Di veder questa e quella; :::E faccian onta e danno alle rosate ::Guancie per uom che fu dolce di core, ::Dolce dell’alma, e buona ::Fama gli era sorella! :::Forse, or ch’è ucciso di Zoheyr il figlio, ::Màlik, potrà mai più d’un dolce sposo ::L’amplesso casto e puro ::Bramar qualche fancella? :::Quant’io mi so dopo la morte sua, ::Quest’è che altro non tocca ad uom di core ::Che forte a’ suoi destrieri ::Porre e stringer la sella. :::Non tocchin lor foraggi i palafreni ::In campi addotti, e spingasi affrettata ::Di puledri e puledre ::Tutta la torma snella. :::Corrasi a gara! Sulla fronte ai prodi ::Irrugginisca il ferreo casco e bruna ::Fosca tinta di pece ::Veli la faccia bella. :::Oh! ai molti che gioîr perchè trafitto ::Egli cadea, certa renderem noi, ::Per la sventura immane, ::Mercede trista e fella! ::</poem> La ragazza ritornò e riferì tutto cotesto ad Hodheyfa, il quale disse: Ora i fratelli si riconciliano, e incomincia ln guerra!<ref>È la guerra detta di Dâhis, lentamente e lungamente preparata, e Hodheyfa, con queste parole, fa intendere di prevedere la prossima riconciliazione di Qeys e di Al-Rabî per vendicare insieme la morte di Mâlik. Quanto alla loro discordia, vedi appresso.</ref>. Al dì seguente, Al-Rabî si recò da Hodheyfa, del quale allora era ospite, e gli disse: Concedimi ch’io me ne vada (poichè sono tuo ospite) per tre giorni<ref>Questo termine di tre giorni voleva dire che, quando fossero trascorsi, Al-Rabî non aveva più alcun obbligo verso di Hodheyta per la ricevuta ospitalità, ed era libero di comportarsi verso di lui come meglio gli piaceva.</ref>. —<noinclude></noinclude> 0m20y7chp1p9mhovjkqpg3n74cp6bmw Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/92 108 1031560 3904805 3901039 2026-09-28T14:00:01Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3904805 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 76 —|}}</noinclude> Hodheyfa acconsentì, ed egli partì menando con sè certo residuo di vino che aveva. Ma Hodheyfa, come fu partito, gli mandò sulle tracce alcuni de’ suoi, montati a cavallo, ai quali disse: Corretegli dietro, e quando saranno passati tre giorni, badate che cosa abbia fatto d’un residuo di vino ch’egli reca con sè. Se troverete che ne ha vuotato l’otre e sèguita a camminare in fretta, sarà segno che vuol andar presto e lontano, e voi allora ritornate indietro. Se troverete invece che non ha ancor vuotato l’otre, seguitelo; e quando vedrete ch’egli è già presso alla prima stazione che capita, e che là si riposa e beve, ammazzatelo! — Essi andarono sulla traccia di Al-Rabî, e trovatolo che stava per giungere alla prima stazione e aveva spezzato l’otre, ma pur seguitava a camminare, se ne tornarono a dietro. Al-Rabî intanto era arrivato presso la gente degli Abs congiunta alla sua, sebbene tra lui e Qeys ibn Zoheyr<ref>Ricordiamoci che costui era pure della tribù degli Abs.</ref> fosse ancor viva un’antica inimicizia<ref>Per una corazza preziosa che Al-Rabî per frode aveva tolta a Qeys.</ref>. Ma Qeys, ora che voleva vendicar l’uccisione di suo fratello Mâlik, temeva che Al-Rabî e gli aderenti suoi l’abbandonassero. Desideroso pertanto di riconciliarsi, non sapendo ancora che Al-Rabî erasi guastato con Hodheyfa, volle far la prova. Si racconta perciò che egli, quando vide avvicinarsi Al-Rabî con la gente sua, mandasse fuori un suo schiavo garzonetto, natogli di madre non araba, dicendogli: Va qui dattorno in modo che sembri che tu vada cercando cammelli smarriti. Se quella gente ti fa qualche domanda, fa un cenno, nel rispondere, all’uccisione di Mâlik, e tieni bene a mente ciò che diranno. — Andò lo schiavo, e per caso udì Al-Rabî che cantàva quel suo verso: <poem> ::Forse, or ch’è ucciso di Zoheyr il figlio, ::Malik. . . . . . . </poem> Quando lo schiavo fu ritornato e gli ebbe riferito ciò che aveva udito da Al-Rabî, conobbe Qeys ch’egli |<noinclude></noinclude> d26tgymz1icxr4vgn71p5kznk4p9if2 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/93 108 1031561 3905013 3901040 2026-09-28T20:16:25Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3905013 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 77 —|}}</noinclude> pure era corrucciato per quell’omicidio. Uscì allora al suo incontro e si riconciliò con lui. Riunitisi quindi in alleanza tutti quelli della tribù di Abs per far la guerra alla tribù dei Benî Fezâra, mandaron lor a dire: Poichè con la morte di Mâlik è stata parificata la morte di Auf, fratello di Hodheyfa, rendeteci le cammelle con le quali abbiam fatto ammenda dell’uccisione di Auf. — Ma Hodheyfa rispose: Io non restituirò l’ammenda che fu dovuta per il figlio di mia madre! ''(Non potendosi trovare alcun accordo fra le due tribù così mortalmente inimicate, s’incomincia la guerra. In un primo scontro, quei di Fezâra, guidati da cotesto orgoglioso e prepotente Hodheyfa, ebbero la peggio. Pra quelli di Abs, guidati da Al-Rabî, si segnalò per grandi atti di valore Antara, guerriero e poeta, che divenne poi l’eroe d’un romanzo popolare fra gli Arabi<ref>Vedî ''l’Islamismo'', cap. II, § 4, e la ''Letteratura araba'', cap. III, § 2, in cui si trovano saggi di poesie, tradotti, di questo eroe del deserto.</ref>. La disfatta toccata a quei di Fezâra chiamò alle armi tutte le altre tribù che, con essi, formavano la grande tribù di Dhobyân. In un altro scontro, gli Abs furono sconfitti, e Qeys, non ostante che Al-Rabî si opponesse, inclinò a domandare una tregua)''. Uno allora della tribù degli Abs, cioè Al-Asla ibn Abdallâh, volendo far la pace, consegnò come ostaggi a quelli di Dhobyân<ref>Come è detto sopra, non sono più in guerra, contro gli Abs Fezâra soli, ma anche i Murra e le altre sotto-tribù di Dhobyân.</ref> tre suoi figliuoli e quattro suoi nipoti, figli d’un suo fratello. Qeys diede in ostaggio suo nipote Otba. Così fu conchiusa la pace, e Al-Asla consegnò i giovanetti nelle mani di Sobey ibn Amr, della tribù di Dhobyân, il quale ben presto venne a morire, quando egli li teneva ancora presso di sè. Come si trovò agli estremi, tenne questo discorso ad un suo figliuolo di nome Mâlik: Si sta ora in te il fare un’opera generosa di cui non cesserà la fama, se pur tu vorrai far buona guardia a questi giovanetti. Ecco, io già m’immagino che, quando sarò morto, verrà qui da te tuo<noinclude></noinclude> 64k98dk6n62g83majtshwrcdywmqmar Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/94 108 1031562 3905014 3901041 2026-09-28T20:20:17Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3905014 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 78 —|}}</noinclude> zio Hodheyfa<ref>Una sorella di Hodheyfa era la madre di questo Malik.</ref>, il quale socchiuderà gli occhi con gran compunzione e dirà: «Oh! è morto quei ch’era nostro signore e padrone!», e poi tanto ti starà attorno al riguardo di questi ragazzi, che t’indurrà a darglieli in mano. Se tu glieli darai, li scannerà tutti, e allora l’onor tuo è bell’e spacciato! Ora, se hai tu timore di tanto, vattene con loro alle loro famiglie. Quando fu morto, Hodheyfa prese ad attorniarne il figlio con gran parole e a fargli carezze, finchè gli disse: O Mâlik, io sono tuo zio e più attempato di te. Affidami adunque cotesti garzoni perchè restino presso di me finchè abbiamo accomodato ogni faccenda nostra! — E non ristette dal domandare finchè Mâlik glieli diè in mano là presso d’Al-Yamuriyya<ref>Nome d’una fonte in una valle dei Benî Thalaba.</ref>. Quando Malik glieli ebbe consegnati, li menò con sè, e poi prese a cavarne uno di prigione ogni giorno; se lo collocava dinanzi a guisa di bersaglio, indi gli gridava: Chiama tuo padre! — e appena il fanciullo aveva chiamato suo padre, lo trapassava con una freccia. Così, uno ad uno, scannò tutti quei miseri, tra cui lo stesso nipote di Qeys, Otba. (''L’atroce fatto richiamò alle armi tutta quanta la tribù di Abs. Presso Al-Yamuriyya, nel 576 d. C., fu combattuta una sanguinosa battaglia con molti morti da ambo le parti, tra i quali il traditore Mâlik ibn Sobey che aveva consegnato gli ostaggi ad Hodheyfa. La guerra continua ora più ostinata e accanita di prima''). Hodheyfa intanto radunò gente e fe’ gran preparativi, e si congiunsero a’ suoi anche i Benî Dhobyân della discendenza di Baghîdh. I Benî Abs ebbero notizia che tutta cotesta gente muoveva contro di loro, e Qeys, loro capo, disse: Obbeditemi in ciò che ora vi dirò, o figliuoli di Abs, chè, per Dio! se non mi obbedirete, mi abbandonerò sulla mia spada, ed essa mi uscirà dalla schiena! — Noi ti obbediremo! risposero tutti. Comandò allora di mandare innanzi, nella notte, tutte le mandre e gli armenti, i fanciulli, le donne e i vecchi,<noinclude></noinclude> c7jstjcxyhgsn6h3nou4bnq6agtzuju Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/95 108 1031563 3905015 3901042 2026-09-28T20:23:02Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3905015 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 79 —|}}</noinclude> come se intendessero tramutarsi da quello in altro luogo. Gli uomini poi, allo spuntar del giorno, montarono con lui a cavallo e salirono sull’alto d’una collina quando già erano passate oltre lor mandre e famiglie. Quando fu giorno, ecco sbucar da diverse gole di monti i cavalieri nemici. Qeys allora gridò a’ suoi: Prendete un sentiero opposto a quello delle robe nostre, chè non han bisogno, costoro, di dar dentro nelle vostre schiere, nè augurano a voi in lor cuore malanno maggiore del farvi perdere gli averi! — Presero un sentiero opposto, e quando Hodheyfa ne raggiunse co’ suoi la traccia e la notò: Che Iddio li mandi ben lontani! gridò. Che resta loro di bene quando abbian perduto i loro averi? — Così si cacciò dietro le famiglie e gli averi di quei d’Abs. Allora i campioni di Abs furon loro dietro, e Hodheyfa con quei di Dhobyàn attendeva a raggiungere le lor famiglie e Ie cose. Come le ebbero raggiunte, mandarono tutto a scompiglio, e nulla scampò al lor furore. Cominciò ciascuno a cacciarsi innanzi quel cammello di cui erasi impadronito, e venivasene così con quello. Si sbandarono intanto, e l’ardor del giorno era cocentissimo. Qeys allora gridò a’ suoi: O gente mia, i nemici si stanno a spartir fra loro la preda. Gittatevi ora sulla lor traccia coi cavalli vostri! Nè quelli di Dhobyàn se ne avvidero, se non come di uma schiera di cavalli che irrompeva in ordine, nè alcuno de’ più valenti si fece innanzi per resistere, perchè ciascun d’essi ad altro non pensava che alla preda e a sospingerla innanzi e a venirne via con essa. Quelli di Abs ne fecero macello, tanto che questi di Dhobyân volevano farli giurare di risparmiare i superstiti. Ma non restava loro che Hodheyfa<ref>S’intende, come pare, d’uomini eminenti e di autorità.</ref>, e però fu mandata gente a cavallo che studiosamente lo rintracciasse. Mandaron cavalieri che s’accostassero a questo e a quello e l’interrogassero, finchè d’esso ebbe notizia, dalla parte a sinistra del campo, Sheddâd ibn Moaviya della tribù di Abs, con altri pochi.<noinclude></noinclude> 0bxfqcj08xrh5n7rhtfi1kyocbi5eja Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/96 108 1031564 3905016 3901043 2026-09-28T20:23:11Z Alex brollo 1615 /* new eis level1 */ 3905016 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 80 —|}}</noinclude> e però ad un certo punto, mentre ritiravasi dal campo, A Hodheyfa erasi rallentata la cinghia del cavallo, n'era disceso a terra, ma aveva posato il piede sopra un ciottolo per timore che, andando i nemici dietro di lui, non fosse da loro veduta la traccia del piede. Così Ta e strinse la cinghia; ma, per caso, la parte anteriore del piede gli scivolò sul terreno sabbioso, e quando giunse Sheddàd con gli altri, ne riconobbero la traccia e riconobbero anche le orme storte della puledra sua (1), e gli tenner dietro. Egli intanto camminò finchè, giunto presso lo stagno di Al-Habàat, pensò di cercarvi ristoro e refrigerio tanto l’aria era infuocata, e però si gittò dentro l’acqua, e vi si gittarono con lui suo fratello Hamal e altri. Avevano tolto le selle, deposto le armi, e così erano discesi nello stagno, mentre i lor cavalli si voltolavano sull’arena, ed essi avevan posto alla guardia una vedetta. La vedetta, di tanto in tanto, montava su d’un’altura e osservava, e quando non iscopriva nulla, ritornava a dietro. Ma poi, avendo osservato un’altra volta, gridò: Ho veduto un uomo che sembra uno struzzo, ovvero un uccello posato su d’un arbusto di tragacanta, che viene alla nostra volta! (2) — Hodheyfa allora gridò:Qui, qui! Costui è Sheddad sulla sua puledra Gerva! Mentre così parlavano, ecco sopraggiungere Sheddàd e appostarsi là da essi; si collocò, anzi, tra loro e i lor cavalli. Giunsero quindi Amr ibn Al-Asla e Qirvàsh, e giunsero gli altri, cinque fra tutti; e Giuneydab si scagliò contro i cavalli e li disperse qua e là, e Amr e Sheddad sì avventarono alla cieca su di essi nelle acque dello stagno. Hodheyfa andava gridando: O gente di Abs, dov è il vostro senno? dov’è la vostra bontà? — Ma suo fratello Hamal lo battè leggermente sulla spalla dicendogli: (1) Non aveva veramente le orme storte, ma irregolari. Aveva il difetto di portar più innanzi dell’altra una delle zampe davanti, il qual difetto era pur significato dal nome ch'’essa portava, cioè Hanfà. (2) Arbusto spinoso del deserto (lat. Yragacantha) che serve di fora Se ai cammelli, [i<noinclude></noinclude> 2u1nxfcinjrpfehe1as8079eony1opg 3905017 3905016 2026-09-28T20:28:55Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3905017 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 80 —|}}</noinclude> A Hodheyfa erasi rallentata la cinghia del cavallo, e però ad un certo punto, mentre ritiravasi dal campo, n’era disceso a terra, ma aveva posato il piede sopra un ciottolo per timore che, andando i nemici dietro di lui, non fosse da loro veduta la traccia del piede. Così legò e strinse la cinghia; ma, per caso, la parte anteriore del piede gli scivolò sul terreno sabbioso, e quando giunse Sheddâd con gli altri, ne riconobbero la traccia e riconobbero anche le orme storte della puledra sua<sup>nota</sup>, e gli tenner dietro. Egli intanto camminò finchè, giunto presso lo stagno di Al-Habâat, pensò di cercarvi ristoro e refrigerio tanto l’aria era infuocata, e però si gittò dentro l’acqua, e vi si gittarono con lui suo fratello Hamal e altri. Avevano tolto le selle, deposto le armi, e così erano discesi nello stagno, mentre i lor cavalli si voltolavano sull’arena, ed essi avevan posto alla guardia una vedetta. La vedetta, di tanto in tanto, montava su d’un’altura e osservava, e quando non iscopriva nulla, ritornava a dietro. Ma poi, avendo osservato un’altra volta, gridò: Ho veduto un uomo che sembra uno struzzo, ovvero un uccello posato su d’un arbusto di tragacanta, che viene alla nostra volta!<sup>nota</sup> — Hodheyfa allora gridò: Qui, qui! Costui è Sheddâd sulla sua puledra Gerva! Mentre così parlavano, ecco sopraggiungere Sheddàd e appostarsi là da essi; si collocò, anzi, tra loro e i lor cavalli. Giunsero quindi Amr ibn Al-Asla e Qirvâsh, e giunsero gli altri, cinque fra tutti; e Giuneydab si scagliò contro i cavalli e li disperse qua e là, e Amr e Sheddad sì avventarono alla cieca su di essi nelle acque dello stagno. Hodheyfa andava gridando: O gente di Abs, dov è il vostro senno? dov’è la vostra bontà? — Ma suo fratello Hamal lo battè leggermente sulla spalla dicendogli: <ref>Non aveva veramente le orme storte, ma irregolari. Aveva il difetto di portar più innanzi dell’altra una delle zampe davanti, il qual difetto era pur significato dal nome ch''essa portava, cioè Hanfâ.</ref> <ref>Arbusto spinoso del deserto (lat. ''Tragacantha'') che serve di foraggio ai cammelli.</ref><noinclude></noinclude> qdb0ummkn2dien5gf0kxp3b2c2j65s7 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/97 108 1031565 3905018 3901044 2026-09-28T20:39:31Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3905018 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 81 —|}}</noinclude> Guàrdati dalla spada di costoro dopo quel giorno!<ref>Allusione o ai piccoli ostaggi trucidati da Hodheyfa, o alla frode sua nel giorno della gara dei due cavalli, se pure il testo va così inteso.</ref> — E questo detto diventò proverbiale presso gli Arabi. Intanto, Qirvàsh ammazzava Hodheyfa, Al-Hàrith ibn Zoheyr ammazzava Hamal e gli toglieva anche la spada detta la Dhû ’l-nûn<ref>Cioè «quella dal pesce», forse per la figura d’un pesce disegnatavi sopra.</ref> che era già appartenuta a suo fratello Màlik. Hamal l’aveva tolta a Malik ibn Zoheyr nel giorno in cui l’aveva trucidato<ref>Cioè quando Hodheyfa, scherzando tristamente, interrogò i suoi, tra i quali era cotesto Hamal suo fratello, se avevan preso ''l’asino selvatico'', e intendeva Mâlik. Vedi sopra.</ref>. Al-Hàrith, allora, improvvisò questi versi: <poem class=p4> :Hodheyfa senza onore abbandonato In Al-Habât ho io. Giacciongli intorno Quanti all’aste fûr segno. :Hinnish<ref>Uno dei congiunti di Hodheyfa, anzi fratello secondo alcuni.</ref> di lor ti parlerà, di quando Coi nostri s’incontraro, e tel diranno Di Bilâl ambo i figli<ref>Varqâ e un altro, congiunti e alleati di Hodheyfa.</ref>. :E di me ancora parlerà la spada Che il pesce reca. Non la cessi io mai D’amicizia qual pegno!<ref>Nel senso che, come io, Al-Hârith, non la cederei per amicizia, così i nemici non me l’hanno ceduta per affetto; ma io l’ho tolta loro con violenza e combattendo.</ref>. </poem> Ma Hinnish gli rispose così: <poem> :::Per Qirvàsh, figlio d’Amr, inizio avea<ref>L’odio, l’inimicizia, la guerra.</ref>. ::Ma tu? In tua man sinistra volteggiava ::Fragil targa di legno!<ref>Cioè tu non facevi nulla e non eri buono da nulla. Tale, come pare, il senso di questi versi, secondo il commento arabo, — Il testo mio di questo lungo racconto è scorretto, disordinato, guasto e manchevole qua e là, Non ne ho potuto avere altra edizione, e però mi sono aiutato noi riassunti del '''Fresnel''' (''Journal Asiatique'', 1837) e del '''Caussin De Perceval'''.</ref>. </poem> {{block|t1|(dall’arabo di Al-Isbahâni).}} (i)<noinclude>{{PieDiPagina|Italo Pizzi - ''Fiori d’Oriente''||6}}</noinclude> 5mt68yjxuqbo5hrjv66jhk9ye94mipn 3905020 3905018 2026-09-28T20:45:15Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3905020 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 81 —|}}</noinclude> Guàrdati dalla spada di costoro dopo quel giorno!<ref>Allusione o ai piccoli ostaggi trucidati da Hodheyfa, o alla frode sua nel giorno della gara dei due cavalli, se pure il testo va così inteso.</ref> — E questo detto diventò proverbiale presso gli Arabi. Intanto, Qirvàsh ammazzava Hodheyfa, Al-Hàrith ibn Zoheyr ammazzava Hamal e gli toglieva anche la spada detta la Dhû ’l-nûn<ref>Cioè «quella dal pesce», forse per la figura d’un pesce disegnatavi sopra.</ref> che era già appartenuta a suo fratello Màlik. Hamal l’aveva tolta a Malik ibn Zoheyr nel giorno in cui l’aveva trucidato<ref>Cioè quando Hodheyfa, scherzando tristamente, interrogò i suoi, tra i quali era cotesto Hamal suo fratello, se avevan preso ''l’asino selvatico'', e intendeva Mâlik. Vedi sopra.</ref>. Al-Hàrith, allora, improvvisò questi versi: <poem class=p4> :Hodheyfa senza onore abbandonato In Al-Habât ho io. Giacciongli intorno Quanti all’aste fûr segno. :Hinnish<ref>Uno dei congiunti di Hodheyfa, anzi fratello secondo alcuni.</ref> di lor ti parlerà, di quando Coi nostri s’incontraro, e tel diranno Di Bilâl ambo i figli<ref>Varqâ e un altro, congiunti e alleati di Hodheyfa.</ref>. :E di me ancora parlerà la spada Che il pesce reca. Non la cessi io mai D’amicizia qual pegno!<ref>Nel senso che, come io, Al-Hârith, non la cederei per amicizia, così i nemici non me l’hanno ceduta per affetto; ma io l’ho tolta loro con violenza e combattendo.</ref>. </poem> Ma Hinnish gli rispose così: <poem> :::Per Qirvàsh, figlio d’Amr, inizio avea<ref>L’odio, l’inimicizia, la guerra.</ref>. ::Ma tu? In tua man sinistra volteggiava ::Fragil targa di legno!<ref>Cioè tu non facevi nulla e non eri buono da nulla. Tale, come pare, il senso di questi versi, secondo il commento arabo, — Il testo mio di questo lungo racconto è scorretto, disordinato, guasto e manchevole qua e là, Non ne ho potuto avere altra edizione, e però mi sono aiutato noi riassunti del '''Fresnel''' (''Journal Asiatique'', 1837) e del '''Caussin De Perceval'''.</ref>. </poem> {{a destra|c=dx|(dall’arabo di Al-Isbahâni).}}<noinclude><references/> {{PieDiPagina|Italo Pizzi - ''Fiori d’Oriente''||6}}</noinclude> eexpn0j3pzmt676epa9hsnttq1lnp9r Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/98 108 1031566 3905019 3901045 2026-09-28T20:41:20Z Alex brollo 1615 /* new eis level1 */ 3905019 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 82 —|}}</noinclude><section begin="s1" /> ''(La guerra di Dâhis non cessò con la morte di Hodheyfa che vi aveva avuto così trista e funesta parte, avvenuta nel 576 d. C., ma si continuò ancora ostinata e accanita, aggiuntevisi altre tribù, fino al 608. Riconciliatesi alfine, dopo quarant’anni, le due tribù di Abs e di Dhobyân, Qeys, divenuto omai vecchio, rattristato, come diceva, dal veder dovunque donne in gramaglie, alle quali era stato ucciso o il padre o lo sposo, il fratello o il figlio, in tante battaglie, si ritirò, per finirvi i suoi giorni, nell’Arabia Meridionale. Si dice che là si facesse battezzare e morisse in abito monastico în uno di quei chiostri).'' <section end="s1" /><section begin="s2" /> {{block|t1|18. Duello tra Sultano e soldato.}} L’Imperatore d’allora (1) riguardò la venuta del Sultano (2) come una grazia speciale. Credette necessario il farlo suo uguale e compagno nel governo, anzi indipendente del tutto. Quando poi si trovavano insieme, sedevano uno accanto dell’altro sullo stesso trono e stavano a darsi bel tempo e a conversare piacevolmente. Trovavasi allora per caso, in Costantinopoli, un soldato franco (3), rinomato per il coraggio e l’impeto dell’animo, celebre per il valore e la gagliardia, il quale avrebbe potuto tener fronte a mille nemici e combattere con essi, e l’assegno suo era di diecimila dîndr all’anno. Ma, un giorno, appiccò lite con gli ufficiali del tesoro imperiale appunto per il suo stipendio, e però, venuto nella presenza dell’imperatore, prese a farvi un lungo piato con parole petulanti che mai più non cessavano. L’Imperatore gli disse: Vedi che il Sultano è qui presente. Quanto a ciò che t’accade, abbi pazienza, chè (1) Alessio III di Costantinopoli, salito al trono nel 1195. (2) Il sultano Ghiyàth ad-dîn della casa dei Selgiùgidi che regnarono in Persia e in altre parti d’Asia dall’XI al XIV secolo, divisi, negli ultimi tempi, in diversi rami, Il Sultano di cui qui si parla, è del ramo che regnò nell’Asia Minore, (3) Cioè europeo, secondo l’uso di dire arabo e persiano. Si potrebbe anche dir latino secondo l’uso d’allora nel dominio bizantino.<section end="s2" /><noinclude></noinclude> ret76dpnaqid57rfwbt8l49x2zeyn8c 3905021 3905019 2026-09-28T20:48:45Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3905021 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 82 —|}}</noinclude><section begin="s1" /> ''(La guerra di Dâhis non cessò con la morte di Hodheyfa che vi aveva avuto così trista e funesta parte, avvenuta nel 576 d. C., ma si continuò ancora ostinata e accanita, aggiuntevisi altre tribù, fino al 608. Riconciliatesi alfine, dopo quarant’anni, le due tribù di Abs e di Dhobyân, Qeys, divenuto omai vecchio, rattristato, come diceva, dal veder dovunque donne in gramaglie, alle quali era stato ucciso o il padre o lo sposo, il fratello o il figlio, in tante battaglie, si ritirò, per finirvi i suoi giorni, nell’Arabia Meridionale. Si dice che là si facesse battezzare e morisse in abito monastico în uno di quei chiostri).'' <section end="s1" /><section begin="s2" /> {{block|t1|18. Duello tra Sultano e soldato.}} L’Imperatore d’allora<ref>Alessio III di Costantinopoli, salito al trono nel 1195.</ref> riguardò la venuta del Sultano<ref>Il sultano Ghiyâth ad-dîn della casa dei Selgiûqidi che regnarono in Persia e in altre parti d’Asia dall’XI al XIV secolo, divisi, negli ultimi tempi, in diversi rami. Il Sultano di cui qui si parla, è del ramo che regnò nell’Asia Minore.</ref> come una grazia speciale. Credette necessario il farlo suo uguale e compagno nel governo, anzi indipendente del tutto. Quando poi si trovavano insieme, sedevano uno accanto dell’altro sullo stesso trono e stavano a darsi bel tempo e a conversare piacevolmente. Trovavasi allora per caso, in Costantinopoli, un soldato franco<ref>Cioè europeo, secondo l’uso di dire arabo e persiano. Si potrebbe anche dir ''latino'' secondo l’uso d’allora nel dominio bizantino.</ref>, rinomato per il coraggio e l’impeto dell’animo, celebre per il valore e la gagliardia, il quale avrebbe potuto tener fronte a mille nemici e combattere con essi, e l’assegno suo era di diecimila ''dînâr'' all’anno. Ma, un giorno, appiccò lite con gli ufficiali del tesoro imperiale appunto per il suo stipendio, e però, venuto nella presenza dell’imperatore, prese a farvi un lungo piato con parole petulanti che mai più non cessavano. L’Imperatore gli disse: Vedi che il Sultano è qui presente. Quanto a ciò che t’accade, abbi pazienza, chè<section end="s2" /><noinclude></noinclude> qmbiw0k208dnuoh0vhjusdzoj4cg5ad Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/99 108 1031567 3905022 3901046 2026-09-28T20:55:43Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3905022 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 83 —|}}</noinclude> domani ci affretteremo a contentarti. — Ma il Franco non volle attendere, nè volle smetter per nulla quella sua insistenza di prima e quella sua audacia. Il Sultano se ne adontò e ne richiese l’Imperatore: Che va dicendo costui? — Gli ufficiali del tesoro, gli fu risposto, hanno mostrato qualche negligenza nel pagargli lo stipendio che gli è assegnato. — E il Sultano: E che? È lecito tollerar tanto ardimento in un sottoposto? — Il Franco gli fece un atto di dispregio, perchè egli, accesosi subitamente d’ira, si ravvolse la mano in una pezzuola che aveva con sè, e gli lasciò andare tal pugno sotto l’orecchio che Io mandò rotoloni e privo di sensi giù dai gradini del padiglione su cui stava. Franchi e Greci si levarono a tumulto. Già stavano per avventarsi al Sultano e finirlo. L’Imperatore, balzato giù dal seggio, li frenò a gran stento, calmò per un poco l’improvvisa sedizione e fece sgombrar la folla dal palazzo. Come furon rimasti soli, egli cominciò a pacificar il Sultano e a calmarne l’ira. Ma al Sultano, per l’eccesso della indignazione, era salito come un fuoco alla festa, ed egli aveva le lagrime agli occhi e ad ogni istante cacciava di gran sospiri per il dolore e per l’umiliazione inflittagli dalla sorte. Tu sai, andava dicendo all’Imperatore, ch’io sono figlio di Qilig’Arslân e della discendenza di Alp Arslân e di Melik-shâh<ref>Questi due principi, ambedue di gran senno e valore, regnarono n Porsia rispettivamente dal 1063 d. C. al 1073 e dal 1073 al 1092. Furono del ramo più antico dei Selgiûqidi, rimasto in Asia.</ref>; che gli avi e gli zii miei hanno conquistato tutto il paese che va da Oriente ad Occidente, e che gli avi tuoi hanno sempre mandato tributi e doni al lor tesoro! Tu pure hai fatto con me quel che i tuoi padri hanno fatto; ma ora, se tu stimi lecito che, poichè il destino m’ha fatto imbatter qui nel tuo paese, mi si facciano simili atti di dispregio, i miei fratelli, ciascuno dei quali è signore d’un regno, quando Sapranno tutto cotesto, grideranno: «S’è cibato della carne di mio fratello? e io non abbandonerò ad altri mio<noinclude></noinclude> 7lrnpmlap8exlkpat5haa07bn0ex9ul Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/100 108 1031568 3905023 3901047 2026-09-28T20:58:52Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3905023 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 84 —|}}</noinclude> fratello!»<ref>Proverbio in arabo, per dire che ciascuno, quando si sente offeso nel proprio sangue, non ne commette ad altri la vendetta, ma la fa lui stesso.</ref>, e con tal pretesto raduneranno un esercito e faranno covo e nascondiglio di fiere tutto quanto il tuo impero. L’Imperatore non volle affrettarsi a rispondergli finchè non cominciò a dar giù quel gran ribollimento di sdegno. Prese allora a scusarsi e a domandar perdono, e soggiunse: Qualunque comando vorrà dare il Sultano o ai soldati miei o alla gente del mio paese, sarà prontamente eseguito. — E il Sultano: Prova di cotesta tua affermazione sarà questa, che non mi negherai nulla di ciò che ora dirò. — L’Imperatore rinnovò il giuramento, dicendo: Io non trasgredirò nessun ordine del Sultano! — E il Sultano: Mi si faccia avere un’armatura di mia scelta e un cavallo degno d’un prode, atto ai tornei, e si dia ordine a quel Franco che venga a combatter con me nella lizza. S’egli sarà il vincitore, io resterò libero per sempre dal dolore e dalla noia dell’esiglio<ref>Questo nobile principe, nell’Agosto del 1200 d. C., aveva lasciato la patria, Iconio nell’Asia Minore, ed era andato volontario in esiglio per non turbar la pace quando, alla morte di Qilig’Arslân suo padre, suo fratello gli contese la successione.</ref>; se invece rimarrà a me la vittoria, l’Imperatore non sarà mai più disturbato da tanta insolenza e audacia di lui, — Al che l’Imperatore rispose: Dio mi guardi dal concedere simil cosa! Dato mai il caso che incolga qualche sventura (che Iddio ce ne liberi!) al Sultano nello scontro con cotesto Franco in duello, io sarò reputato stolido e irragionevole per aver posto a fronte nientemeno che ad un Sultano un soldato qualunque; e allora io non potrò aver tregua nel timore della vendetta de’ tuoi fratelli. Il Sultano pronunciò allora un giuramento terribile, dicendo: Se l’Imperatore persiste in questo proposito suo, io, senza indugio, mi toglierò la vita! — Poichè linstanza sua era giunta a questo termine, furon tolte fuori dall’armeria armi reali, e il Sultano ne fece la scelta.<noinclude></noinclude> mxveqw6binr6tzwy5ht2e5gd96m7kyg Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/101 108 1031569 3905024 3901048 2026-09-28T21:13:12Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3905024 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 85 —|}}</noinclude> Al Franco poi fu fatto sapere che, alla dimane, era giorno di prova per lui; ed egli, tutta la notte, stette ad apprestare gli arnesi suoi di guerra, poi si fece legar fortemente sulla sella e sul cavallo, quindi, preparato a combattere, discese nel campo. Tutta la gente della città e dei dintorni, piccoli e grandi, letterati e illitterati, musulmani e cristiani, si affollarono sul luogo, ed erano divisi come in due schiere. Una parte favoriva il Sultano, l’altra il soldato Franco, ed eran venuti ad osservar la battaglia. Lo spirito del Profeta susurrava intanto, ad ogni momento, queste parole all’orecchio del Sultano: «Ti concederà Iddio vittoria splendida!»<ref>Passo del Corano, XLVIII, 3. Il Profeta è Maometto; come è ovvio intendere.</ref>; ed egli, simile ad un monte di ferro, tenevasi a fianco dell’Imperatore nel bel mezzo del campo, e andava ripetendo fra sè: «Basta Iddio a chi si confida in lui!»<ref>Passo del Corano, LXV, 3.</ref>. — Si mosse poi, come sole, da questa a quella parte, nello splendore della sua grandezza, girò attorno alle milizie schierate, simile a colma luna che chiaramente splende<ref>Nota lo stile gonfio ed enfatico di questi scrittori persiani della tarda età.</ref>. Venuto il momento, il soldato Franco gli diresse per il primo un colpo di lancia, ma il Sultano lo parò con lo scudo. L’altro sferrò un altro colpo, ma il Sultano lo ributtò. Alla terza volta, il Sultano d’un solo slancio e d’un solo urto atterrò l’anima abietta del Franco, e, con um sol colpo di clava dal capo di giovenca <ref>Con ridicolo anacronismo, l’Autore attribuisce al Sultano le ini dei tempi eroici e mitici di Persia, anzi l’arma di re Frêdûn che pov il primo si procacciò una ferrea clava dal capo di giovenca, in menoria della giovenca Birmâyeh che bambino l’aveva allattato sui monti. Vedi il ''Libro dei Re'' di Firdusi (vol. I, pag. 179 della mia traduzione).</ref>, umiliò al suolo la fronte di chi adorava l’unghia dell’asino di Gesù<ref>Allusione dispettosa di musulmano al culto prestato dai Cristiani alle reliquie. L’hanno, tuttavia, anche i Musulmani. Vedi: ''L’Islamismo'', cap. III, § 4.</ref>, sì che il gemito suo giunse fin laggiù agli abitanti del più profondo Inferno!<noinclude></noinclude> bg7jx50pow88gy45gdjcogkts8bu3yh Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/102 108 1031570 3905025 3901049 2026-09-28T21:17:56Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3905025 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 86 —|}}</noinclude> <poem> :::D’un sol colpo! e la foga nol sferrava ::Precipitosa. :::Non l’affrettai con alma impaurita ::O neghittosa!<ref>Versi arabi che lo '''Schefer''' dice opera di un Balâ ibn Qeys al-Kinâni, di cui non trovo notizia nei miei libri.</ref>. </poem> Il cavallo del soldato non potè evitare la gravità del colpo, ed egli, appunto perchè troppo strettamente legato al cavallo, rimase tutto stordito e senza senso e come sospeso. L’Imperatore, i Musulmani, i mercanti, gli ufficiali maggiori, ch’erano là presenti, levaron grida di lode al cielo; ma i Franchi, raumiliati, volevano tumultuare; se non che l’Imperatore li fe’ scacciare dai soldati, e ordinò che qualcuno anche ne fosse punito. Così fu quietato quel mar tumultuoso che già sollevava i fiotti, e l’Imperatore, menato a casa sua dalla palestra il Sultano, gli fe’ presentare gran copia di doni, e quella notte, fino all’apparir dell’aurora, s’intrattenne con lui a ber del vino e ad ascoltar canti e suoni. Per tal modo, congiunsero essi il bevere del vespro al bevere del mattino. Nel giorno che seguì, con tutte le suppellettili preziose che erano custodite nei tesori degli antenati suoi, l’Imperatore stette presso il Sultano, e per tutto quel giorno si fecer lecito di ridestar la morta gioia versando del vino secondo quella religione che permette la crapula e lo stravizzo<ref>Altra malignità musulmana contro i Cristiani ai quali è concesse il vino, vietato da Maometto ai suoi seguaci.</ref>. Quando furono allo stato d’ubbriachi, l’Imperatore prese a parlar così: L’affezione mia per il Monarca musulmano non ha forse in me tal fondamento ch’io possa immaginare in qualche modo la sua partenza se non come una sventura? Ma, anche se il restar privo un solo istante della presenza benaugurosa di tal sovrano, si reputa da me una sventura, il bene di lui, primo sire della terra, credo che debba andare avanti ad ogni desiderio mio. E però se il Sultano per alquanti giorni, attendendo che si estingua il fuoco dello sdegno e della gelosia dei Pranchi,<noinclude></noinclude> 7g4u7nzy6t5zolcfjibyujnzw7slqaq Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/103 108 1031571 3905026 3901050 2026-09-28T21:23:42Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3905026 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 87 —|}}</noinclude><section begin="s1" /> vorrà tanto disturbarsi da intrattenersi presso il principe Mafrazùm<ref>Cioè Manuele Maurozomes che contese a Teodoro Lascaris, siKhnovo di Nicea (1175-1222 d. C.), il comando.</ref> che è uno dei maggiori principi dell’Impero greco, io che sono suo servitore, per sua Signoria eccelsa farò, nel termine del possibile, che nulla gli manchi. Mafrazûm stesso farà di tutto per degnamente onorarlo. «Forse Iddio, dopo ciò, farà nascere alcun che di bene!»<ref>Quest’ultima frase è del Corano, LXV, 1. — Quanto al resto del discorso, non è simile forse ai brindisi (o ''toasts'') dei signori moderni, anch’essi tutti bugie e infingimenti? E sì che il povero Imperatore aveva bisogno di sbarazzarsi presto d’un ospite tanto turbolento!</ref>. Queste parole ebbero l’effetto desiderato presso quel gran monarca, perchè egli s’apprestò alla partenza e, dopo alquanti giorni, con tutti i servitori e i famigliari suoi salpò per l’isola dove Mafrazûm l’attendeva<ref>Non si sa bene dove fosse quest’isola e quale fosse.</ref>. Là, col mandar in giro le tazze colme di rubicondo vino, potè dlimenticar l’ingiuria fattagli dal girar de’ cieli! {{a destra|c=dx|(dal persiano d’Ibn Bîbi).}} <section end="s1" /><section begin="s2" /> {{block|t1|19. Crudele atto di giustizia.}} La giustizia e l’equità di Suleymàn Shàh<ref>Fratello del principe Selgúqide di cui si narra nel passo antecedente. Salì al trono nel 1192 d. C. Era soprannominato Rukn ad-dîn che in arabo significa: Colonna della fede.</ref> erano al più alto grado. Aveva egli un giovinetto paggio, adorno delle qualità più belle, al quale, simile a luna che vince splendor di sole, l’anima sua, anzi tutto il cuor suo, portava affetto grandissimo. Se non che, un giorno, tornando dalla caccia con un falcone sul pugno, s’imbattè per via in una vecchia donna che portava un catino di latte rappreso. Egli allora, per l’effetto dell’ardor del sole, assetato ed estenuato, toltole a forza il catino, ne bevve la parte liquida che vi si conteneva. La vecchia gli tenne dietro correndo <section end="s2" /><noinclude></noinclude> 1ex03ps7g5cyz3jjyo9uyfu1rlm5cf9 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/104 108 1031572 3905057 3901051 2026-09-29T05:15:18Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3905057 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 88 —|}}</noinclude><section begin="s1" /> fino alla città<ref>Iconio nell’Asia Minore, residenza, allora, di questi principi Selgiûqidi.</ref>, ed entrata nel palazzo del Sultano, prese altamente a lagnarvisi dicendo: Un paggio di qui m’ha tolto il latte che io aveva serbato per darne ai figli miei, orbi di padre, nè egli me ne ha pagato il prezzo! Il Sultano ordinò che s’indagasse sul caso della vecchia così offesa, quand’ecco, in questo mezzo, sopraggiungere all’improvviso il paggio stesso. La vecchia allora gridò: Ecco l’offensor mio! Ma il paggio, per timor del principe, negò; e il Sultano, voltosi alla donna: Se io faccio aprire il ventre di questo ragazzo, disse, e trovo ch’egli non ha bevuto il latte, tu non meriti che la morte! — La vecchia acconsentì. Allora, fatto venire un cerusico, gli fu ordinato di sparare il ventre al paggio e di esaminarne gl’intestini. Così si fece, e poichè gl’intestini eran pieni di latte rappreso, fu necessaria la condanna a morte del misero fanciullo, e il Sultano comandò si eseguisse. Il dolor suo, nel separarsi per sempre da chi tanto amava, fu estremo, e s’avverò allora, al riguardo del giovane, quel proverbio che dice: «Viene da noi tutto ciò che capita a noi»<ref>Confronta, con questa, la sentenza di {{AutoreCitato|Appio Claudio Cieco|Appio Claudio Cieco}}:«Faber est suue quisque fortunae».</ref>. Comandò poi il Sultano che la vecchia avesse un dono di mille ''dînâr''. {{a destra|c=dx|(dal persiano d’Ibn Bîbi).}} <section end="s1" /><section begin="s2" /> {{block|t1|20. Avventuriere generosamente trattato.}} Raccontava un vecchio della tribù dei Benî Nebhàn: A quelli della tribù di Sheybân toccò, una volta, un’annata di carestia che portò via ogni loro avere. Un tale fra essi si partì da loro con tutte le sue donne e con esse si tramutò a Hîra<ref>Città fondata nel 250 d. G. non lontano dalle rovine di Babilonia e presso l’Eufrate. Tra il III e il VI secolo fu sede dei Lakhmidi, principi di schiatta araba, illustri e magnanimi, posti sotto l’alta protezione dei Re di Persia.</ref>, dove tenne loro questo discorso:<section end="s2" /><noinclude></noinclude> agfb2ppr0n2b94fikzy7efviljn93ai 3905059 3905057 2026-09-29T05:15:50Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3905059 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 88 —|}}</noinclude><section begin="s1" /> fino alla città<ref>Iconio nell’Asia Minore, residenza, allora, di questi principi Selgiûqidi.</ref>, ed entrata nel palazzo del Sultano, prese altamente a lagnarvisi dicendo: Un paggio di qui m’ha tolto il latte che io aveva serbato per darne ai figli miei, orbi di padre, nè egli me ne ha pagato il prezzo! Il Sultano ordinò che s’indagasse sul caso della vecchia così offesa, quand’ecco, in questo mezzo, sopraggiungere all’improvviso il paggio stesso. La vecchia allora gridò: Ecco l’offensor mio! Ma il paggio, per timor del principe, negò; e il Sultano, voltosi alla donna: Se io faccio aprire il ventre di questo ragazzo, disse, e trovo ch’egli non ha bevuto il latte, tu non meriti che la morte! — La vecchia acconsentì. Allora, fatto venire un cerusico, gli fu ordinato di sparare il ventre al paggio e di esaminarne gl’intestini. Così si fece, e poichè gl’intestini eran pieni di latte rappreso, fu necessaria la condanna a morte del misero fanciullo, e il Sultano comandò si eseguisse. Il dolor suo, nel separarsi per sempre da chi tanto amava, fu estremo, e s’avverò allora, al riguardo del giovane, quel proverbio che dice: «Viene da noi tutto ciò che capita a noi»<ref>Confronta, con questa, la sentenza di {{AutoreCitato|Appio Claudio Cieco|Appio Claudio Cieco}}:«Faber est suue quisque fortunae».</ref>. Comandò poi il Sultano che la vecchia avesse un dono di mille ''dînâr''. {{a destra|c=dx|(dal persiano d’Ibn Bîbi).}} <section end="s1" /><section begin="s2" /> {{block|t1|20. Avventuriere generosamente trattato.}} Raccontava un vecchio della tribù dei Benî Nebhàn: A quelli della tribù di Sheybân toccò, una volta, un’annata di carestia che portò via ogni loro avere. Un tale fra essi si partì da loro con tutte le sue donne e con esse si tramutò a Hîra<ref>Città fondata nel 250 d. G. non lontano dalle rovine di Babilonia e presso l’Eufrate. Tra il III e il VI secolo fu sede dei Lakhmidi, principi di schiatta araba, illustri e magnanimi, posti sotto l’alta protezione dei Re di Persia.</ref>, dove tenne loro questo discorso:<section end="s2" /><noinclude></noinclude> bkhzc75qhvx69mkemkqumazxlbwiuyj Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/105 108 1031573 3905081 3901052 2026-09-29T05:19:10Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3905081 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 89 —|}}</noinclude> Rimanetevi qui presso cotesto re, il quale vi farà del bene, fin ch’io ritorni da voi. — E giurò intanto che non sarebbe ritornato da loro se non quando avesse loro procacciato di che vivere, ovvero sarebbe morto. Toltesi alcune provvigioni, partì, e camminò per tutto quel giorno fino a sera, quando s’imbattè in un giovane puledro che aveva le pastoie alle gambe, là presso ad una tenda. Questo sarà il mio primo acquisto! disse fra sè; e andò per sciogliere il puledro e saltargli in groppa, quando gli giunse un grido improvviso: Lascia stare il cavallo, e mettiti in salvo! Abbandonato il puledro, camminò per sette giorni finchè, quando il sole stava per tramontare, s’imbattè in un recinto da allevar cammelli, vuoto, e là presso era una tenda e più in là un padiglione di cuoio conciato. Questa tenda, disse fra sè il mariuolo, non può fare a meno di gente che l’abiti; questo padiglione non può fare a meno di un padrone; questo recinto non può fare a meno di cammelli. — Così cacciò uno sguardo dentro la tenda, e vide che vi stava tutto solo un vecchio decrepito, con le spalle cadenti e inclinate verso il petto come le ali d’um vecchio avoltoio. Egli stesso così seguitava il racconto: Andai ad appiattarmi pian piano dietro il vecchio, ed ecco, come fu tramontato il sole, capitar là dentro un cavaliere, del quale io non aveva veduto mai un più grande e alto nè di persona più aitante, sopra un magnifico puledro. Erano con lui due schiavi neri che gli camminavano ciascuno all’un de’ lati. Ed ecco arrivare, inoltre, un branco di cento cammelle col loro maschio. S’accovacciò il maschio e s’accovacciaron le cammelle intorno a lui. Il cavaliere, intanto, smontò da cavallo e disse ad uno di que’ due schiavi: Mungi una cammella e dà da bere al vecchio. — Lo schiavo andò a mungere, empì di latte una scodella, e, postala dinanzi al veechio, si tirò in altra parte. Il vecchio ne prese un sorso una volta o due, e poi lasciò stare; e io, accostatomi, bevvi tutto il latte. Lo schiavo ritornò lì presso, e poi, voltosi al {{Pt|cava-|}}<noinclude></noinclude> hl41famzf6ivos495r7v01uh790ugcw Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/106 108 1031574 3905090 3901053 2026-09-29T05:22:41Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3905090 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 90 —|}}</noinclude> {{Pt|liere:|cavaliere:}} O signore, gli disse, il vecchio l’ha bevuto tutto! — Il cavaliere, mostrandone aver piacere, disse: Mungine un’altra. — E lo schiavo, munta un’altra cammella, depose la scodella dinanzi al vecchio. Costui ne delibò appena un poco, indi lasciò stare; e io, accostatomi di nuovo, gliene bevvi la metà, perchè mi rineresceva di destar qualche sospetto con l’andarvi in fondo. Tornò allora lo schiavo, raccolse la Scodella e disse al padrone: N’ha bevuto, e gli basta. — E il cavaliere: Lascialo ora in pace! — Ordinò allora che si sgozzasse una pecora e che se ne arrostisse una parte per il vecchio. Ne mangiò egli stesso, e ne mangiaron seco i due schiavi. Aspettai che tutti fossero addormentati, e quando udii che già russavano, m’accostai al maschio delle cammelle, e, discioltolo, gli saltai in groppa. Esso si balzò fuori, e allora tutte quante le cammelle gli corsero dietro. Camminai tutta la notte fino allo spuntar dell’alba, e allora mi guardai tutt’all’intorno, nè vidi anima vivente, Sì che trassi innanzi con prestezza la mia preda fin che fu giorno fatto. Voltatomi indietro, allora, un’altra volta, scorsi alcunchè che pareva che volasse. Appressandosi sempre più, riconobbi chi era, ed ecco ch’egli era il cavalier mio montato a cavallo, il mio uomo della sera antecedente! Legai il maschio delle cammelle, vuotai il mio turcasso per aver alla mano le freccie, e mi piantai tra lui e il branco delle cammelle. Egli allora mi gridò: Sciogli il maschio! — No! risposi io, chè, per Dio! ho lasciato in Hîra le mie care donnette e ho fatto giuramento di non ritornare se non per aiutarle, ovvero di morire. — Allora tu sei morto! gridò l’altro. Ma sciogli, ti dico, il maschio, chè tu non hai madre!<ref>Nel senso che non si conoscon nemmeno i tuoi genitori e sei un bastardo o un trovatello. Apostrofe non molto gentile, ma non infrequente presso questi Arabi antichi.</ref>. — No, no! io risposi. Sai quel che t’ho detto! — E l’altro: T’inganni! Ma ponmi là il capestro del maschio, e sospendilo, fattivi prima cinque nodi. — Io eseguii, ed egli: Dove vuoi ch’io pianti una freccia? — Im questo punto!<noinclude></noinclude> rd87zq4mqeapvy61ef97rxgh4s7evkr Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/107 108 1031575 3905094 3901054 2026-09-29T05:25:55Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3905094 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 91 —|}}</noinclude> risposi. Ed egli, come ebbe trapassato quello dei nodi ch’io gli aveva indicato, andò saettando finchè li ebbe trapassati tutti e cinque con cinque freccie. — Io allora riposi nel turcasso le freccie mie, gittai a terra l’arco, e mi posi in atteggiamento di chi si rende prigioniero. Il cavaliere mi si accostò, mi tolse la spada e l’arco, e poi disse: Monta in groppa dietro di me. — Egli aveva riconoseiuto ch’io era appunto quel tale che presso di lui aveva bevuto il latte. A un dato momento, mi domandò: Che opinione hai tu di me? — La migliore delle opinioni, io risposi. — E come mai? — Per quel tanto di noia, io dissi, che hai sofferto per me questa notte, e intanto t’ha dato Iddio vittoria su di me. — Ed egli: Credi tu che noi dovessimo disturbarti e vessarti mentre questa notte sei stato commensale di Muhalhil? — Io allora gridai: Ah! dunque tu sei Zeyd, detto quel dai cavalli! — E il cavaliere: Sì! io sono Zeyd, detto quel dai cavalli!<ref>Zeyd al-Kheyl, cioò Zeyd quel dai cavalli, figlio di Muhalhil (il vocchio decrepito del nostro racconto), fu uomo ragguardevolissimo. Possedeva molti cavalli, e però aveva il soprannome notato di sopra. Era grande e forte della persona e d’animo generoso. Si convertì all’Islamismo nel 630 d. C.</ref>. — E io: Sii adunque vincitor buono e generoso! — Ed egli: Sta certo! Non te ne verrà alcun male. Così venne con me al luogo di sua dimora, e allora mi disse: Se queste cammelle fossero mie, io te ne farei un dono, ma sono d’una figliuola di mio padre Muhalhil. Tu però sta qui con me qualche tempo, ch’io son sul punto di partire per una scorreria. — Io stetti là alcuni giorni, ed egli intanto, per obbligo d’alleanza con altri, fece una scorreria nella terra dei Benî Nomeyr procacciandosi cento cammelli. Come ne fu tornato, mi disse: Ti piaccion più questi cammelli o le cammelle? — Questi cammelli! io risposi. Ed egli: Eccoteli! — Mandò con me una scorta che m’accompagnasse per il deserto di cisterna in cisterna, finchè giungemmo a Hîra. {{a destra|c=dx|(dall’arabo di Al-Isbahâni).}}<noinclude></noinclude> 4uggqt33p3xl3jzm4w2gmlrcutnufk1 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/108 108 1031576 3905113 3901055 2026-09-29T05:37:18Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3905113 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 92 —|}}</noinclude> {{block|t1|21. Spada fatale.}} Il Califfo Al-Mutavakkil morì assassinato sei mesi dopo la morte di sua madre, e ciò nell’anno 247<ref>Dell’Egira, cioè 861 d. C.</ref>. A questo proposito, Al-Buhturi<ref>Soprannome di Al-Valîdibn Obeyd, nativo di Siria, poeta del tempo degli Abbâssidi. Morì nell’897 d. C. Vedi: ''Letteratura araba'', cap. VII, § 2.</ref> così soleva raccontare: Una sera stavam noi raccolti, con altri invitati e commensali, nella sala di ricevimento di Al-Mutavakkil, e si discorreva fra noi di spade, quando uno degli astanti disse: Ho inteso dire, o Principe dei credenti, che presso un tale degli abitanti di Bassora si trova una spada d’India che non ha pari e di cui non s’è mai veduta l’uguale. — Al-Mutavakkil comandò si scrivesse subito al governatore di Bassora ingiungendogli di far l’acquisto, a qualunque prezzo, di quella spada. Le lettere furon spedite per la posta del Governo, ma poi venne la risposta del governatore che diceva esser stata comperata, appunto quella tale spada, da uno della gente del Yemen. Volle allora il Califfo che se ne mandasse nel Yemen alla ricerca e che essa si comprasse. Le lettere, a tal fine, furon subito mandate. Un’altra sera, eravamo appunto presso di lui, quando, tutto ad un tratto, entrò Obeyd Allâh ibn Yahya<ref>Allora primo ministro del Califfo.</ref>, e recava in mano la spada, facendo sapere ad esso Califfo come fosse stata acquistata nel Yemen da chi allora ne era il possessore, per diecimila ''dirhem''. Il Califfo si rallegrò molto d’averla avuta e ringraziò Iddio che gliene aveva agevolato l’affare. La trasse dal fodero, l’ammirò e lodò, e quando ciascuno di noi ebbe detto ciò che più gli piaceva, la ripose sotto uno dei guanciali su cui si appoggiava. La mattina del giorno appresso, diè quest’ordine ad AL-Fath<ref>Uno dei favoriti del Califfo.</ref>: Cercami tu un paggio della cui forza e del cui coraggio tu possa fidarti. Io gli consegnerò questa<noinclude></noinclude> hwcth9w572jio062wsu6bmg9f33c7y1 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/109 108 1031577 3905114 3901056 2026-09-29T05:40:52Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3905114 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 93 —|}}</noinclude> spada acciocchè egli, con essa in pugno, mi stia sempre dl’accanto e non s’allontani mai da me ogni giorno ch’io sederò a dare udienza. — Non aveva egli finito di parlare, che si presentò nella sala Bâghir il turco <ref>Questo efferato sicario fu lo strumento cieco dell’odio di Bogha, capitano turco già ai servigi del Califfo. Gli aveva promesso di uccidere Al-Mutavakkil a qualunque patto.</ref>. Principe dei credenti, disse allora Al-Fath, ecco qui il turco Baghir che m’è stato descritto per forte e coraggioso. Egli potrà servire assai bene il Principe dei credenti in ciò ch’egli desidera. — Al-Mutavakkil lo chiamò a sè, gli consegnò la spada, l’istruì di quanto desiderava da lui, e cominciò dal conferirgli più alto grado nella milizia e dal raddoppiargli lo stipendio<ref>Questi Turchi, al tempo degli Abbâssidi, erano simili ai Pretoriani di Roma imperiale, Il Califfo, del resto, era stato avvertito d’una congiura tramata contro di lui; ma egli, fatalmente, si diè di per sè in mano al suo assassino.</ref>. Quella spada, lo giuro a Dio! non fu più sfoderata, non uscì più dalla guaina dal momento in cui il Califfo la consegnò al turco, se non in quella notte stessa in cui Baghir, il turco, colpì con essa il Califfo! Ripiglia Al-Buhturi: La notte in cui Al-Mutavakkil fu ammazzato, io vidi di lui cosa che m’ha riempito di stupore, e questa fu che, mentre noi parlavamo insieme dell’orgoglio di certi principi e degli atti di superbia ch’essi soglion commettere, avendo già trattato a fondo tale argomento, egli se ne mostrò tutto disgustato, alieno e repugnante. Si voltò poi col viso verso la regione del santuario della Mecca<ref>I Musulmani, quando pregano, in qualunque punto della terra ni trovino, si voltano verso la regione della Mecca.</ref>, si prosternò, si gittò della polvere sul viso in atto umilissimo verso Iddio potente e glorioso, indi, presa ancora di quella polvere, se ne sparse sulla barba e sul capo, dicendo: Io sono il servitor di Dio, e chi deve ritornare in polvere, bisogna che s’umilii e non si esalti. — Io trassi assai cattivo presagio da queste sue parole, nè potei approvare ciò ch’egli aveva fatto, spargendosi di polvere il capo e la barba.<noinclude></noinclude> l1kjfjfdbch346wxffpvaxhlo19e3lp Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/110 108 1031578 3905115 3901057 2026-09-29T05:44:00Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3905115 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 94 —|}}</noinclude> Si sedette poi a bere, e quando il vino incominciò a farsi sentire in lui, i cantori ch’erano presenti, eseguirono certe arie ch’egli lodò assai. Voltosi poi ad Al-Fath, gli disse: O Fath! di tutti quelli che hanno udito quest’aria da Mukhâriq<ref>Celebre musico e cantore di quel tempo. Vedi il n. 13 del libro secondo.</ref>, non è rimasto al mondo nessuno fuor di me e di te! — E si mise a piangere. Altro triste presagio! diss’io fra me, augurando male da quel pianto; quand’ecco, standosi così da noi, entrare uno de’ paggi di Qabîha<ref>Era, allora, la principessa favorita del Califfo, chiamata Qabîha, cioè la brutta, per antifrasi, essendo invece bellissima. Così gli storici orientali.</ref> con un gran drappo in mano, e, ripiegati in quel drappo, certi magnifici abiti d’onore che la principessa mandava al Califfo. Disse allora il paggio: Ti fa dire Qabîha, o Principe dei credenti, ch’essa ha fatto far per te questi abiti. Le son piaciuti assai, e ora li manda a te acciocchè ti piaccia vestirli. — Dentro l’involto c’era un’ampia veste di lana, di color rosso, aperta sul davanti, della quale io non aveva veduto mai l’uguale, e un robone quadrato di seta, rosso, con disegni e figure, come se fosse stato di seta di Dabaq<ref>Luogo d’Egitto, celebre allora per l’industria della seta.</ref>, tanto era fino e sottile. Il Califfo indossò la magnifica veste e si ravvolse nel robone; e io m’aspettava ch’egli uscisse in qualche bella parola o motto che mostrasse aver gradito il dono; egli, invece, fe’ un moto subitaneo, si strappò di dosso il robone in cui erasi ravvolto, e lo lacerò da un capo all’altro. Lo prese poi, lo ripiegò, e lo rese al paggio di Qabîha ch’era venuto coi doni, dicendogli: Dirai a Qabîha che custodisca presso di sè questo robone. Sarà il mio lenzuolo funebre per quando sarò morto. — Io dissi allora fra me: Noi siam di Dio e a lui dobbiam ritornare! Il momento è venuto, per Dio! — Al-Mutavakkil, ormai, era ubbriaco fradicio. Era suo costume, quand’era ubbriaco, di farsi rimettere a posto dai paggi che gli stavano d’accanto, ogni qualvolta scivolava a terra dai guanciali su cui si teneva.<noinclude></noinclude> p8zlnt3hnzr5cd2f7u6pe0sclt20xc3 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/111 108 1031579 3905116 3901058 2026-09-29T05:47:20Z Alex brollo 1615 /* new eis level3 */ 3905116 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Alex brollo" />{{RigaIntestazione||— 95 —|}}</noinclude> Ripiglia Al-Buhturi: Eravamo a questo punto, ed erano passate intorno a tre ore della notte, quando all’improvviso entrò Baghir, ed erano con lui altri dieci Turchi. Avevano velato il viso, le spade in pugno, e le spade scintillavano al luccicar dei ceri. Si avventarono su di noi, ma si volsero in particolare contro di Al-Mutavakkil. Bàghir e un altro de’ suoi Turchi balzò fin sul divano su cui egli giaceva. Al-Fath gridava: O disgraziati! È questo il vostro sovrano! — I paggi, a quella vista, e i cortigiani e gli invitati ch’erano presenti, si sbandarono a precipizio, nè rimase alcuno nella sala fuorchè Al-Fath che si difendeva dai Turchi e resisteva. Ho udito io il grido di Al-Mutavakkil quando Bàghir lo ferì con quella stessa spada che egli stesso gli aveva consegnata. Lo ferì dal fianco destro facendovi un ampio squarcio, e similmente lo ferì dal sinistro. Al-Fath, mentre si difendeva dagli assalitori, fu ferito da un d’essi nel basso ventre, e la spada gli uscì dalla schiena. Egli tuttavia tenevasi ostinato e fermo; non indietreggiò, non cessò dal difendersi. To non ho mai veduto alcun altro d’animo più forte e più generoso. Alla fine, si gettò su di Al-Mutavakkil, e ambedue spirarono insieme. Furono avviluppati ambedue nello stesso tappeto su cui erano stati uccisi, e gettati in un angolo della sala, dove rimasero così come erano tutta quella notte e gran parte del giorno appresso, finchè Al-Muntasir<ref>O meglio Al-Mustansir, figlio dell’assassinato Al-Mutavakkil. Rognò dall’861 all’862 d. C.</ref> fu eletto e confermato Califfo. Per Suo comando, furono sepolti tutt’e due insieme. Si dice, tra l’altro, che Qabîha ravvolgesse il cadavere di Al-Mutavakkil nel robone ch’egli stesso quella sera aveva lacerato. {{a destra|c=dx|(dall’arabo di Al-Masûdi).}} {{Rule|8em|t=1|v=1}}<noinclude></noinclude> 5tj5axm9dz7byki08lute11gzmj5pwe Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/112 108 1031580 3905118 3901059 2026-09-29T05:47:55Z Alex brollo 1615 /* new eis level0 */ 3905118 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="0" user="Alex brollo" /><!--{{RigaIntestazione||— 96 —|}}--></noinclude><noinclude></noinclude> nfsjhuwxpq66kyep19capqg16cxwdd6 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/113 108 1031581 3904832 3901060 2026-09-28T14:13:24Z Alex brollo 1615 3904832 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" /></noinclude><section begin="s1" /> {{Ct|f=100%|v=1|LIBRO SECONDO}} {{Ct|f=100%|v=1|Aneddoti e avventure strane}} <section end="s1" /><section begin="s2" /> 1. L'uomo più generoso. Raccontava Al-Heytham dicendo (1): Tre persone, un giorno, fecero scommessa su chi fosse, al loro tempo, l’uomo più generoso. Uno diceva: l/uomo più generoso del nostro tempo è Qeys ibn Saad. - Diceva l’altro: L'uomo più generoso di questo nostro lompo è Aràba della tribù di Aus. — E il terzo: L'uomo più generoso di questo nostro tempo è Abdallàh ibn (tiafar (2). — Disputarono lungamente su questo punto e soguitaron tanto che quelli ch’erano presenti, dissero: Vada ciascuno di voi dal suo uomo, e gli domandi qualche cosa acciocchè noi vediamo ciò che gli darà, e così possiam poi giudicare di veduta. Si levò allora il fautore di Abdallàh ibn Giafar. Andò, e trovatolo che s’apparecchiava ad un viaggio su l'una cammella, gli disse: O cugino dell’ Apostolo di Dio (che Iddio lo benedica e gli dia pace!), io sono un povoro viandante ch'è impedito dal proseguir la via e ha (1) ALHeytham ibn Adi, storico musulmano, morto nell’ 824 d. C. (2) Tre ragguardevoli personaggi d’Arabia del VII secolo d. C. Italo Pizzi - Fiori d'Oriente <section end="s2" /><noinclude></noinclude> 1cw81a0ciogkhlnzpjyhj15t2b81rbz Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/215 108 1031683 3904837 3901162 2026-09-28T14:15:01Z Alex brollo 1615 3904837 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 199 —|}}</noinclude><section begin="s1" /> {{Ct|f=100%|v=1|LIBRO TERZO}} {{Ct|f=100%|v=1|Novelle}} <section end="s1" /><section begin="s2" /> 1. Estrema prova di fedeltà. Il lemure (1) disse: Ascoltami, o re, ch'io ti racconterò una storia: C'era una volta ùna città chiamata Vardhamana, e, in quella città, un re di nome Sùdrakadeva. Stando egli un giorno nella sala d’udienza, disse: O usciere, c’è gente alla porta, o non c'è? — Rispose l’usciere: Signor, stanno alla porta, abbandonati Come baggiani, i servitori tuoi, Sfaccendati, sudati, insudiciati. Un altro giorno, invece, si presentò alla porta del re, per offrirsi a far servigio, un soldato di nome Vîravara che veniva dal Dakshinàpatha (2). Ammesso alla presenza del re, il re gli domandò: O soldato, che dobbiam darti, ogni giorno, per paga? — Signore, rispose Vira(1) Anima vagante d'un morto (in sanscrito vetdla), entrata nel cada. vere d'un altro. Il re Vikramasena, a cui qui il lemure parla, era stato costretto ad andare in un cimitero deserto per involarne un cadavere appeso ad un albero. Caricatoselo sulle spalle, mentre si pone in cammino, il lemure, appiattato nel cadavere, gli racconta una novella. (2) La regione meridionale dell'India, ora Dekhan. |"SCA WIE e dle pre + >|dCi Te ed <section end="s2" /><noinclude></noinclude> 0gvt0ds1y7z0eh69za4rxh3ji73wcuh Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/291 108 1031759 3904840 3901239 2026-09-28T14:16:51Z Alex brollo 1615 3904840 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 275 —|}}</noinclude><section begin="s1" /> {{Ct|f=100%|v=1|LIBRO QUARTO}} {{Ct|f=100%|v=1|Descrizioni di paesi e di cose naturali}} <section end="s1" /><section begin="s2" /> 1. Le Isole Maldive (1). Queste isole sono una delle meraviglie del mondo € contano intorno & duemila. Ve ne son cento o poco meno tutte raccolte e disposte in cerchio a guisa di anello, € hanno una sola entrata @ modo di porta, nè vi possono penetrare i navigli se non per cotesta entrata. Quando ad una di esse approda un naviglio, non può far a meno di una guida di tra gli abitanti stessi che vada con esso per le altre isole. E son tanto vicine, che le cime dei palmizî che sono in una di essa, si vedono ancora al di la dopo aver oltrepassato le altre. Che se poi un naviglio sbaglia via, non può entrarvi in alcun modo, e il vento lo porta 0 Verso Al-Mabar (2), ovvero all’isola di Ceylan. Gli abitanti vi sono tutti musulmani, devoti e pii; esse poi son divise în diversi distretti su ciascuno dei quali comanda un governatore. In nessuna trovasi grano, @ soltanto nel distretto di Soveyd trovasi un cereale che somiglia al miglio e che si trasporta di là fino ad Al Mahal (8). Il principale alimento, invece, degli abitanti (1) Sono nell’Arcipelago indiano. (2) Sulla costa del Coromandel. (3) Nome d'un altro distretto. <section end="s2" /><noinclude></noinclude> fyb86wuk1wzre8yn1f0587b2p1ee4et Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/357 108 1031825 3904844 3901306 2026-09-28T14:18:10Z Alex brollo 1615 /* new eis level1 */ 3904844 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 341 —|}}</noinclude><section begin="s1" />{{Ct|f=100%|v=1|LIBRO QUINTO}} {{Ct|f=100%|v=1|Ragionamenti e considerazioni.}} <section end="s1" /><section begin="s2" /> 1. Onnipotenza e perfezione di Dio. Iddio, possente e glorioso, non cessò mai dall’esistere e mai non cesserà. Egli è il grande, Egli è l’eccelso| Creò le cose tutte nelle forme e negli accidenti loro. DI quei che induce il giorno nella notte e la notte nel giorno. Conosce le cose nascoste, e in nulla si celano a Lui le terre tutte e i cieli. Uguali son per Lui e chi manifesta i suoi pensieri, e chi li occulta; chi si avvolge nelle tenebre della notte, e chi si manifesta nel giorno chiaro (1). Non sa costui Chi lo ha ereato? e ch’ Egli è grazioso, informato di tutto? che creò gli uomini e le altre cereature nella potenza sua? che li conformò nella sapienza sua? che li dotò di pregi secondo la volontà sua? che li governò con la previdenza sua? Non ebbe, nell’atto del ereare, aleuno con sè che L’aiutasse, non chi Lo consigliasse nel governare le cose create, non chi Lo soecorresse. E come poteva chiedere aiuto a chi non era ancora, Chi prima non cessò mai di esistere? Non Lo induce a far ciò che fa altra cagione fuor del suo volere, Non Lo (1) Passo del Corano, XIII, iL.<section end="s2" /><noinclude></noinclude> 8igojf3nuuzgq6natg05t1saltoagnm Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/431 108 1031899 3904849 3901382 2026-09-28T14:19:58Z Alex brollo 1615 /* new eis level1 */ 3904849 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 415 —|}}</noinclude><section begin="s1" /> {{Ct|f=100%|v=1|LIBRO SESTO}} {{Ct|f=100%|v=1|Sentenze, proverbi, motti arguti, facezie, favole}} <section end="s1" /><section begin="s2" /> 1. Sentenze e proverbi, a. Arabi (1). Di Maometto. — Uom valoroso è colui che vince sè stesso. — Coppiere pubblico, beve l’ultimo. — Occhio che veglia, per occhio che dorme è un gran bene. — Vero martire è chi dà la vita per tutt'altro che per il proprio vantaggio. — Date la mercede a chi lavora prima che il sudore della sua fronte si sia asciugato. — Il mercante dice la verità solo quand'è fallito. — La peggior cocità è quella del cuore. — Salute e lo stare in ozio, ceco due beni che hanno ingannato molti! — Chi ha fatto un’opera buona, va poi dicendo fra sè: « Avessi fatto anche di più!» —; chi ne ha fatto uma cattiva, dice poi Ira sè: « Avessi potuto non far tanto! >». — La preghiera è l’arma del credente. — Per domandar consiglio, un uomo non muore (2). — Non erra mai chi è moderato e modesto. — Il mondo è un frutto dolce e fresco, e Iddio (l) S'intende che il testo delle sentenze e dei detti che si riferiranno ui sotto, è in arabo. Ma non sono arabi tutti i personaggi che le hanno sritte o solamente pronunciate. (2) Cioè non fa mai male il domandar consiglio. lo II LAM<section end="s2" /><noinclude></noinclude> e5y5gdqhn5p0101xa6kk1h4zkryiva3 Pagina:Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu/513 108 1031981 3904854 3901466 2026-09-28T14:22:12Z Alex brollo 1615 /* new eis level1 */ 3904854 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="BrolloBot" />{{RigaIntestazione||— 497 —|}}</noinclude><section begin="s1" /> {{Ct|f=100%|v=1|LIBRO SETTIMO}} {{Ct|f=100%|v=1|Allegorie}} <section end="s1" /><section begin="s2" /> 1. Il linguaggio dei fiori e degli. uccelli. Il pensier mio mi trasse fuori, un giorno, ad osservare ciò che le mani dell’Eterno avevano fatto, e ciò che la potente sapienza divina. non inutilmente aveva tratto all’esistenza, quand’ecco ch’io capitai là da un giardino, di cui era fino e molle il verde tappeto, chiara e limpida l’aria che vi spirava, e la fragranza ne iva lontano, e gli usignuoli vi si stavano a cantare, e vi ondeggiavano gli arboscelli, e vi s'inchinavano i rami, e vi cinguettavano gli uccelli, e vi s’intrecciavano erbe e virgulti, e vi scorrevano ruscelli, e le plaghe vi erano fragranti, e i fiori n’erano variopinti. Io allora esclamai: Che giardino è mai questo! e quale altro potrebbe essere più ameno? E che solitudine è questa? e quale altra potrebbe essere più bella? Oh! avess’io menato con me qualche amico del cuore perchè mi fosse compagno in questo momento felice! In quel momento, una voce opportuna mi si fece udire: E vuoi tu un compagno più bello di me e un interlocutore più eloquente di me? Non è in tua presenza cosa Italo Pizzi - Fiori d' Oriente 32<section end="s2" /><noinclude></noinclude> 1yuenx687ew6la1gzejj2pjxms4pg0i Modulo:Dati/Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu 828 1032102 3904810 3901819 2026-09-28T14:03:37Z Alex brollo 1615 Creazione/aggiornamento di Modulo:Dati 3904810 Scribunto text/plain local d2b = {} local b2d = {} local pagine = {} d2b[1]="i" d2b[2]="ii" d2b[3]="iii" d2b[4]="iv" d2b[5]="v" d2b[6]="vi" d2b[7]="vii" d2b[8]="viii" d2b[9]="ix" d2b[10]="x" d2b[11]="xi" d2b[12]="xii" d2b[13]="xiii" d2b[14]="xiv" d2b[15]="xv" d2b[16]="xvi" d2b[17]="1" d2b[18]="2" d2b[19]="3" d2b[20]="4" d2b[21]="5" d2b[22]="6" d2b[23]="7" d2b[24]="8" d2b[25]="9" d2b[26]="10" d2b[27]="11" d2b[28]="12" d2b[29]="13" d2b[30]="14" d2b[31]="15" d2b[32]="16" d2b[33]="17" d2b[34]="18" d2b[35]="19" d2b[36]="20" d2b[37]="21" d2b[38]="22" d2b[39]="23" d2b[40]="24" d2b[41]="25" d2b[42]="26" d2b[43]="27" d2b[44]="28" d2b[45]="29" d2b[46]="30" d2b[47]="31" d2b[48]="32" d2b[49]="33" 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Un rigido consigliere}} * {{testo|/4|4. Lealtà eroica di Samuele giudeo}} * {{testo|/5|5. Morte di Amr detto quel dal cane}} * {{testo|/6|6. Avventura di Giozeyma e di Al-Zebba}} * {{testo|/7|7. Prepotenza di Koleyb e sua morte}} * {{testo|/8|8. Gratitudine verso i benefattori ricompensata}} * {{testo|/9|9. Vita salvata a stento}} * {{testo|/10|10. Morte del Califfo Al-Mamûn}} * {{testo|/11|11. Saladino}} * {{testo|/12|12. Morte di Al-Hakim Califfo d'Egitto}} * {{testo|/13|13. Avventure di Al-Hârith e sua morte}} * {{testo|/14|14. Accoglienze fatte ad un celebre musico d'Arabia}} * {{testo|/15|15. Il poeta Firdusi}} * {{testo|/16|16. Straordinaria ostinazione d'un ladro del denaro pubblico}} * {{testo|/17|17. La guerra di Dâhis}} * {{testo|/18|18. Duello tra Sultano e soldato}} * {{testo|/19|19. Crudele atto di giustizia}} * {{testo|/20|20. Avventuriere generosamente trattato}} * {{testo|/21|21. Spada fatale}} j63o695v3vrif9dn6ia6birvzay77zr Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/4 0 1032599 3905100 3903304 2026-09-29T05:28:13Z Alex brollo 1615 Porto il SAL a SAL 75% 3905100 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=75%|data=29 settembre 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../|Libro primo]] - Lealtà eroica di Samuele giudeo|prec=../3|succ=../5}} <pages index="Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu" from="32" to="33" tosection="s1" /> {{sezione note}} 830jwkdtbe4lnr8p4pss8hrix20yp3d Pagina:Mamiani - Confessioni di un metafisico, Vol. 2, 1865.pdf/1002 108 1032942 3904932 3904128 2026-09-28T15:04:50Z Tuvok1968 33641 3904932 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" /></noinclude>{{Ct|ERRATA-CORRIGE.}} ''Pag''. 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sígnor Möller il quale non à tenuto in essi calcoli veran conto della presunta resistenza dell’etere. {{Ct|''Aggiunta alla pag. 589, paragrafo 389''.}} Sono per gran cortesia del signor Professore Cesare D’Ancona avvertito che il celebre {{AutoreCitato|Richard Owen|Owen}} esaminando testo con somma diligenza l’animale fossile di Solenhofen lo giudicò essere un uccello e non punto un rettile alato.<noinclude><references/></noinclude> c97xoa4aefwov2w5od9q2j3lqvjgumc Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/13 0 1032944 3905102 3904225 2026-09-29T05:28:42Z Alex brollo 1615 Porto il SAL a SAL 75% 3905102 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=75%|data=29 settembre 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../|Libro primo]] - Avventure di Al-Hârith e sua morte|prec=../12|succ=../14}} <pages index="Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu" from="63" to="70" fromsection="s2" tosection="s1" /> {{sezione note}} gryanrphu6qngvobluyvxpucuuor2kn Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/15 0 1032946 3905103 3904396 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{{Autore | Nome = Rinaldo | Cognome = Küfferle | Attività = poeta/traduttore/librettista | Nazionalità = russo | Professione e nazionalità = }} == Opere == * ''L'orfana - Le notti bianche'', di [[Autore:Fëdor Dostoevskij|Fëdor Dostoevskij]] ([https://archive.org/details/dostoevskij-orfana-le-notte-bianche IA]) 3904691 wikitext text/x-wiki {{Autore | Nome = Rinaldo | Cognome = Küfferle | Attività = poeta/traduttore/librettista | Nazionalità = russo | Professione e nazionalità = }} == Opere == * ''L'orfana - Le notti bianche'', di [[Autore:Fëdor Dostoevskij|Fëdor Dostoevskij]] ([https://archive.org/details/dostoevskij-orfana-le-notte-bianche IA]) bx6ekub0u7xrtjnie87f4gpifutvlbw Categoria:Librettisti russi 14 1032971 3904693 2026-09-28T12:04:49Z Modafix 8534 [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: [[Categoria:Librettisti per nazionalità|Russi]] [[Categoria:Autori russi per attività|Librettisti]] 3904693 wikitext text/x-wiki [[Categoria:Librettisti per nazionalità|Russi]] [[Categoria:Autori russi per attività|Librettisti]] q6pnz9cj6eujyjuhqphc5ne2fqprac0 Autore:Francesco di Silvestri-Falconieri 102 1032972 3904695 2026-09-28T12:07:51Z Modafix 8534 [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Autore | Nome = Francesco | Cognome = di Silvestri-Falconieri | Attività = scrittore/giurista | Nazionalità = italiano | Professione e nazionalità = }} == Traduzioni == * ''Kalevala'', di [[Autore:Elias Lönnrot|Elias Lönnrot]] ([https://archive.org/details/kalevala-silvestri-falconieri IA]) 3904695 wikitext text/x-wiki {{Autore | Nome = Francesco | Cognome = di Silvestri-Falconieri | Attività = scrittore/giurista | Nazionalità = italiano | Professione e nazionalità = }} == Traduzioni == * ''Kalevala'', di [[Autore:Elias Lönnrot|Elias Lönnrot]] ([https://archive.org/details/kalevala-silvestri-falconieri IA]) dbs336s7gl6foejnnqm2end8a9d1fg6 Categoria:Morti a Quattordio 14 1032973 3904698 2026-09-28T12:09:58Z Modafix 8534 [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Categoria Morti a|Quattordio}} 3904698 wikitext text/x-wiki {{Categoria Morti a|Quattordio}} 3j7dr7sxe2yfs3nl5e3n2uybezg50sm Categoria:Quattordio 14 1032974 3904700 2026-09-28T12:10:45Z Modafix 8534 [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{interprogetto}} [[Categoria:Provincia di Alessandria]] [[Categoria:Città]] 3904700 wikitext text/x-wiki {{interprogetto}} [[Categoria:Provincia di Alessandria]] [[Categoria:Città]] k0uxu4t09v3v2fanq6ikg53zlij06yc Pagina:Boito Camillo - Storielle vane, Milano, Treves, 1876.pdf/169 108 1032975 3904743 2026-09-28T13:11:25Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3904743 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|BACIALE ’L PIEDE E LA MAN BELLA E BIANCA}}|157}}</noinclude>{{Nop}} Nella mano destra impugnavo una grossa mazza ricurva e nodosa, col puntale di ferro quasi acuminato; nella mano sinistra tenevo un grande albo, dove stavano già disegnati alcuni degli antichi ruderi romani; ora sull’un braccio, ora sull’altro portavo piegato un grande sciallo a quadretti bianchi e neri, destinato a ripararmi dal fresco, quando pizzicasse un tantino. Alla pioggia non avevo pensato. Figurarsi da tre mesi non era piovuto. Tra la Storta e Baccano mi coricai sull’erbetta ''pur mo’ nata'', in mezzo ad un allegro tappeto di fiori primaverili. Ma sanno le vergini Grazie come mi piange il cuore nel dovere aggiungere che non l’Aura leggiera, bensì Eolo impetuoso andava ad intervalli soffiando. Il vento non ha creanza: appartiene all’arte scapigliata e discinta: non legge il Galateo, non ha misura, non ha ordine, non ha delicatezza. Invocavo Zefiro inghirlandato di fiori, con le ali agili di farfalla, col volto divino, figlio d’Astreo e dell’Aurora; Zefiro apportatore di vita, del quale il nome deriva (un miccino di erudizione sta pur bene qua e là) da ''Zaein'', vivere, e da ''phraein'', portare; Zefiro, che ripiega lo stelo su cui Dafne e Cloe aspirano l’olezzo della rosa pudica, che avvolge in mille dolci<noinclude><references/></noinclude> subhfqib60zvq94nfu4x7x0bjbick4b Pagina:Boito Camillo - Storielle vane, Milano, Treves, 1876.pdf/170 108 1032976 3904745 2026-09-28T13:12:58Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3904745 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|158|{{smaller|STORIELLE VANE.}}|}}</noinclude>nodi le chiome d’oro di Laura, e che rimena ''La primavera candida e vermiglia'', in cui ''Ogni animal d’amar si riconsiglia!'' Rotolava trenta passi lontano il mio cappello, e svolazzavano i fogli dell’albo, che avevo aperto con la intenzione di schizzarvi un ricordo del paese. Le nubi di polvere mi nascondevano a tratti la campagna, tutta a larghe onde di terreno, deserta e severa. Nel fondo, lontan lontano, scoprivo ancora la cupola di S. Pietro: pareva il vertice di un tumulo enorme. Gli usignuoli, che mi avevano cantato gajamente nell’anima il mattino, stavano zitti: non ero triste, ma neanche sereno. Giacevo in quello stato di spirito inerte, che precede l’ombra della malinconia. Passarono sulla strada due contadini. L’uno diceva all’altro: — Domani pioverà. Vedi quelle nubi lì in fondo, brune e gonfie? — Rivolsi il capo dalla parte donde il vento veniva, e vidi infatti alcuni piccioli otri allungati: cinque o sei negri tocchi di pennello. — Maledetto il vento. Dio disperda il presagio di quel bifolco! — I campi arsi, gli arbusti secchi, le fogliette raggrinzite imploravano abbondante l’onda del cielo; io invocavo il sole e la luna. Oh, Auretta, avrei allora sacrificato sul tuo grazioso altare le primizie de’ frutti del mio campo, la più bianca pecora del mio<noinclude><references/></noinclude> a0a033wfmr3wp9615r1toqcj91b8z54 Pagina:Boito Camillo - Storielle vane, Milano, Treves, 1876.pdf/171 108 1032977 3904747 2026-09-28T13:13:56Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3904747 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|BACIALE ’L PIEDE E LA MAN BELLA E BIANCA}}|159}}</noinclude>ovile, e un centinaio altresì di pastorelli e di pastorelle d’Arcadia! Ripigliai il cammino con passo disuguale e con animo irrequieto. A Baccano devo avere mangiato, ma dove e che cosa non saprei proprio dire. La memoria è labile, e voi dovete scusarmi. Dall’altro canto gli eroi — ed io sono l’eroe del mio racconto — non hanno bisogno di rifocillarsi lo stomaco. Alle nove di sera mi vidi innanzi l’albergo delle Sette Vene. L’oste, che aveva le sopracciglia foltissime e in linea retta senza interruzione tra l’una tempia e l’altra, mi condusse alla più bella camera, diceva lui, dell’albergo, e con voce sinistra, mormorò: — Buona notte. — V’era nella stanza uno di quei letti immensi, che giovarono tanto ai Novellieri italiani del Trecento. Posi nella parte del letto più discosta dall’uscio il mio sacco ed il mio nodoso bastone, misi sulla tavola da notte la candela di sego e la scatola dei fiammiferi, e sbarrai la porta con quattro seggiole accatastate, al fine non di impedire l’ingresso, ma di svegliarmi se qualcuno avesse voluto penetrare nella stanza. Prese queste precauzioni mi coricai, e dormii d’un solo sonno fino a che l’oste, nel modo riferito al principio di questa storia, mi venne a svegliare.<noinclude><references/></noinclude> 1gfjr3fy0mc546eh7k9ww77g92yuw49 3904748 3904747 2026-09-28T13:14:05Z Candalua 1675 3904748 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|BACIALE ’L PIEDE E LA MAN BELLA E BIANCA.}}|159}}</noinclude>ovile, e un centinaio altresì di pastorelli e di pastorelle d’Arcadia! Ripigliai il cammino con passo disuguale e con animo irrequieto. A Baccano devo avere mangiato, ma dove e che cosa non saprei proprio dire. La memoria è labile, e voi dovete scusarmi. Dall’altro canto gli eroi — ed io sono l’eroe del mio racconto — non hanno bisogno di rifocillarsi lo stomaco. Alle nove di sera mi vidi innanzi l’albergo delle Sette Vene. L’oste, che aveva le sopracciglia foltissime e in linea retta senza interruzione tra l’una tempia e l’altra, mi condusse alla più bella camera, diceva lui, dell’albergo, e con voce sinistra, mormorò: — Buona notte. — V’era nella stanza uno di quei letti immensi, che giovarono tanto ai Novellieri italiani del Trecento. Posi nella parte del letto più discosta dall’uscio il mio sacco ed il mio nodoso bastone, misi sulla tavola da notte la candela di sego e la scatola dei fiammiferi, e sbarrai la porta con quattro seggiole accatastate, al fine non di impedire l’ingresso, ma di svegliarmi se qualcuno avesse voluto penetrare nella stanza. Prese queste precauzioni mi coricai, e dormii d’un solo sonno fino a che l’oste, nel modo riferito al principio di questa storia, mi venne a svegliare.<noinclude><references/></noinclude> 7dxlkhi4fv2qjlciyrkbj0ai97rthrk Pagina:Boito Camillo - Storielle vane, Milano, Treves, 1876.pdf/172 108 1032978 3904749 2026-09-28T13:14:41Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3904749 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|160|{{smaller|STORIELLE VANE.}}|}}</noinclude>{{Nop}} Pagai dunque lo scotto; ma, prima di ripigliare il cammino, mi fermai un poco sotto la loggia a contemplare il cielo, che, tutto gravido di nubi, minacciava un diluvio. Le nuvole non si distendevano equamente sotto la volta celeste; di qua s’ammonticchiavano nere, di là, diradandosi, spinte dal vento, che aveva lasciato la terra per soffiare in alto, brillavano in larghe chiazze biancastre, e talvolta da uno squarcio lasciavano vedere un lembo azzurro. La intensità della luce e la direzione de’ riflessi mutavano quindi secondo la posizione delle masse opache o trasparenti; sovente una larga pennellata di sole rallegrava per un istante il dorso d’un colle, un casolare lontano, una fila d’alberi sul piano sfuggente della campagna. Quando i raggi del sole, passando, proiettavano l’ombra del mio corpo e dei paracarri sul bianco della via, il cuore mi balzava di gioia e pensavo che il contadino, il quale aveva il di innanzi presagito la pioggia, era una bestia. Ma, dopo un minuto, l’animo e la strada tornavano nella tristezza. Da Monterosi vidi lontano, verso Nepi, dove appunto m’avviavo, una larga zona sull’orizzonte bruno, formata di fili argentei verticali; parevano i segni di una scopa sul fondo ancora fresco di un negro quadro di paese. Non ero infatti giunto<noinclude><references/></noinclude> h7syrsdiy81epmzh0e28h4kyvqsn8v5 Pagina:Boito Camillo - Storielle vane, Milano, Treves, 1876.pdf/173 108 1032979 3904751 2026-09-28T13:15:38Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3904751 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|BACIALE ’L PIEDE E LA MAN BELLA E BIANCA.}}|161}}</noinclude>a metà via tra Monterosi e Nepi, e già cominciavano a cadere dei grossi goccioloni, i quali, piombando sulla polvere fina, la rialzavano un palmo. In breve la strada aveva mutato colore. Un quarto d’ora dopo le mie scarpe s’internavano nel fango tenace; l’acqua, trapassando lo sciallo che mi stringevo addosso, bagnava tutte le mie membra, e gli abiti inzuppati mi si appiccicavano intorno. Vidi a destra un casolare: picchiai; nessuno rispose. Avevo l’animo torbido. Fra le probabili peripezie del mio pellegrinaggio artistico e pedestre lungo le città del Papa fino a Ravenna, m’ero appunto dimenticato la pioggia: or dunque la pioggia, capitata all’improvviso, mandava alla malora tutti i miei disegni. Dovevo io fermarmi a Nepi od a Civita Castellana finchè l’acqua cessasse? Dovevo io continuare a piedi il mio viaggio sotto il diluvio del cielo? Le casupole del paesello di Nepi grondavano tutt’intorno, facendo rimbalzare ai loro piedi la mota molle delle pozzanghere; io camminavo quindi in mezzo alla strada, per godermi la sola acqua, che cadeva dritta dalle nubi, e che aveva, non foss’altro, il merito di essere pulita. Pareva un luogo abbandonato: non una<noinclude><references/></noinclude> 2eoyslfe72udxd7j8a2hc78ua6k6bfl Pagina:Boito Camillo - Storielle vane, Milano, Treves, 1876.pdf/174 108 1032980 3904761 2026-09-28T13:23:00Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3904761 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|162|{{smaller|STORIELLE VANE.}}|}}</noinclude>testa alle finestre, non una persona nelle vie; tutti gli usci serrati. Una insegna, che sporgeva in fuori all’estremità del lungo bastone sopra una porta, gettò un po’ di balsamo sull’anima mia traboccante di bile. Vi si leggeva: ''Caffè con vino''. Entrai. Tutt’era bujo. Guardando bene vidi alcune tavole ed alcune panche; chiamai; tornai a chiamare gridando; nessuno rispondeva; picchiai furioso col bastone sopra una delle tavole, e allora mi sembrò di udire nel più cupo angolo del vasto locale un rantolo breve. M’avvicinai, e vidi due occhi ed una lunga barba tutta bianca; udii anche una voce così profonda, che pareva venire dalle interiora, così languida, che a tendere l’orecchio si udiva appena. Colsi poche parole rotte, dalle quali indovinai che il vecchio era paralitico, che non si poteva muovere dalla (scranna, e che il suo figliuolo, uscendo, lo aveva lasciato a custodia della bottega. Mi sentii come un gelo correre in tutte le membra, un sudor freddo cadere dal fronte: fors’era l’umidità, che mi rattrappiva il corpo e lo spirito. Scappai, e quasi correndo giunsi per la via Flaminia a Civita Castellana. L’albergo della Posta non aveva allora un’ottima fama. Ernesto Förster nel suo Manuale del viaggiatore in Italia — son gli stranieri che<noinclude><references/></noinclude> pfy0da5k5w9evcz0i23wy348ergb69g Pagina:Boito Camillo - Storielle vane, Milano, Treves, 1876.pdf/175 108 1032981 3904763 2026-09-28T13:24:12Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3904763 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|BACIALE ’L PIEDE E LA MAN BELLA E BIANCA.}}|163}}</noinclude>c’insegnano a camminare in casa nostra — aveva scritto: «''La Posta'', albergo di cattivo nome, condotto da un uomo sgarbato, che è anche mastro di posta. In caso di dispute indirizzarsi al ''Direttore locale'', conte Rossi.». Mentre io ero andato correndo da Nepi a Civita Castellana il vento aveva ricominciato a soffiare. Sulle tre finestre della sala, dove, in maniche di camicia, stavo aspettando che i miei abiti, da cui usciva una nebbia di vapore, si asciugassero al fuoco del camino, le grosse goccie di pioggia battevano forte e, scendendo giù per i vetri e incontrandosi e confondendosi di qua e di là prima lente poi rapidissime, si raccoglievano sulle traverse inferiori dei serramenti, da cui, penetrando nella sala, sgorgavano in tre fiumi, che nell’avvallamento del suolo formavano un lago, il quale, con l’ingrossarsi via via, inondava rapido le sponde e minacciava di straripare. — Giuro — gridai, guardando il serpeggiare dei tre torrenti — giuro che non uscirò di qui se non in carrozza. — Comandi — vociò, piantandosi dinanzi a me, un servo, con la salvietta sudicia sotto il braccio. — Sai leggere? — Signor sì. — Sai scrivere?<noinclude><references/></noinclude> 4tad9850na46qh9bp71qfjcmfym42px Pagina:Boito Camillo - Storielle vane, Milano, Treves, 1876.pdf/176 108 1032982 3904764 2026-09-28T13:25:10Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3904764 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|164|{{smaller|STORIELLE VANE.}}|}}</noinclude>{{Nop}} — Signor sì. — Puoi uscire per dieci minuti? — Signor sì. — Piglia dunque questo foglio e questa matita; corri qui in faccia dinanzi al portico del Duomo, e trascrivi esattissimamente le lettere che vedrai sull’architrave della porta di mezzo. Sai che cosa è l’architrave? — Signor sì. — Pose in tasca un paolo, ch’io gli avevo messo in mano con la matita e la carta, e se ne andò volando. Quindici minuti erano appena trascorsi, e già il servo mi aveva riportato il foglio tutto grondante d’acqua e pieno di scarabocchi. Lo asciugai, lo piegai, lo misi in tasca, e feci chiamare l’oste, mastro di posta; dal quale seppi che una carrozza era appunto partita da Civita Castellana il mattino. La carrozza andava ad Ancona, ed aveva un posto vuoto nel ''cabriolet''. Tutto stava bene, ma la carrozza, partita quattro ore prima, mi sfuggiva dinanzi. — Pigli — mi diceva l’oste — il mio biroccino, leggiero come una piuma, e il mio morello, rapido come il lampo. Raggiungerà la carrozza a Borghetto, dove i vetturini usano rinfrescare; e se non la raggiunge non mi dia un baiocco. — Quanto volete? — replicai senza esitare.<noinclude><references/></noinclude> ax2xq85gnkn2hzyarxlvkextuz4h6g9 Pagina:Boito Camillo - Storielle vane, Milano, Treves, 1876.pdf/177 108 1032983 3904766 2026-09-28T13:26:20Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3904766 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|BACIALE ’L PIEDE E LA MAN BELLA E BIANCA.}}|165}}</noinclude>{{Nop}} — Quattro scudi, signore. — Il dottore tedesco ha ragione — osservai — ma non c’è tempo da perdere. Fate attaccare il morello. Il morello era infatti un cavallino pieno di fuoco: trottava nelle salite e nelle discese con una vivacità tutta snella e tutta elegante. Il biroccino gli teneva dietro a sbalzi, minacciando ad ogni svolta di rovesciarsi, e facendomi ad ogni intoppo trabalzar le budella. Quel birbone del cocchiere faceva scoppiettare la frusta con grandi grida; ma, giunto a qualche miglio fuori di Civita Castellana, s’affaticava a tirare le redini a sè: della qual cosa io ed il morello, che sbuffava e, inondato dalla pioggia, si perdeva in una nuvola di sudore, ci tenevamo assai poco contenti. Capii che qualche baiocco avrebbe rallentato la mano del mio auriga, e gliene feci scorrere parecchi nella palma, accompagnati da tali parole, che non sapevano di miele. Così, rinnovando il giuoco ad ogni mezzo miglio, si giunse in vista di Borghetto, paesello senza osteria, tant’è pitocco. Il cocchiere allora, mostrandomi la sua faccia rotonda, sulla quale aleggiava un sorriso di compiacenza velato da una leggiera tinta di scherno: — Signore — mi disse — con quest’acqua maledetta il vetturino avrà pensato bene di tirare dritto fino<noinclude><references/></noinclude> bz9zlfvg3i22404jsz6x2hvzgf6vl24 Pagina:Boito Camillo - Storielle vane, Milano, Treves, 1876.pdf/178 108 1032984 3904768 2026-09-28T13:27:57Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3904768 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|166|{{smaller|STORIELLE VANE.}}|}}</noinclude>ad Otricoli. È tutta salita; ma per sette scudi il morello ve la conduce in sette quarti d’ora. — Quattro scudi, furfante. — Sei, signore. — Cinque, degno servo del tuo padrone. — E sia per cinque. — Ma se non trovo il vetturino ad Otricoli, faccio sacramento sul ''Manuale'' del dottore tedesco, ch’io compio tre cose: primo, non ti do un baiocco; secondo, scrivo al conte Rossi, ''direttore locale''; terzo, ti rompo sulle spalle questo bastone — e glielo mostrai. Il cocchiere mi rispose sferzando il cavallo. Oh chi mi dà la penna del mio pedagogo! Oh chi m’insegna le sapienze sonore della rettorica, primato italiano! Oh chi m’ajuta a comporre una digressione maestosa sul Tevere, che si ripassa innanzi a Magliano; sul monte Suratte, in cima al quale s’alzava un tempio ad Apollo; sul bosco, sacro alla dea Feronia; sui ruderi etruschi, sulle rovine romane, che popolano il paese; sul convento di San Silvestro, fondato dal fratel di Pipino (il vecchio convento in mezzo ad una descrizione classica può diventare occasione a dieci stupende antitesi); sull’antica città dell’Umbria, ''Otriculum'', di cui i Romani fecero un municipio; sulle statue, le quali, uscite dalle viscere di<noinclude><references/></noinclude> mpwcu3ldkfbicdfliv2whehqcpjes4v Pagina:Boito Camillo - Storielle vane, Milano, Treves, 1876.pdf/179 108 1032985 3904769 2026-09-28T13:28:46Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3904769 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|BACIALE ’L PIEDE E LA MAN BELLA E BIANCA.}}|167}}</noinclude>quella terra che il morello calpestava con le sue unghie ferrate, fanno adesso gloriosa mostra di sè nei Musei del Vaticano e del Campidoglio! Bella opportunità sarebbe questa pel mio dolce pedagogo di ricordare le sue meditazioni sugli uomini di Plutarco, i quali turbarono i suoi sonni, finch’egli non arrivò ad emularli. Se, piantato sullo stretto sedile del biroccino scoperto, correndo di gran galoppo verso settentrione, mentre il vento, col soffiare appunto da settentrione, mi tempestava gli occhi di goccioIoni d’acqua fredda, avessi dovuto pensare a qualcuno degli antichi scrittori, avrei pensato meno a Plutarco che non a Giovenale. ''Otriculum'', che cosa sei diventato! Le tue catapecchie fanno pietà; il tuo fango schizza melma nerastra, e si squarcia per ingoiare uomini e cavalli fino alle ginocchia. Due carrozze aspettavano dinanzi alla bassa porta di un’osteria: la prima, grande e solenne, con quattro cavalli già attaccati; l’altra di aspetto umile, col timone in piedi, appoggiato alla banchina del cocchiere. Il cocchiere, vetturino romano, bruno, con gli occhi torvi e la barba ispida e nera, non mi pelò quanto avrebbe potuto; in pochi minuti si fece il con tratto; egli doveva condurmi sano e salvo ad<noinclude><references/></noinclude> h0txi2k9f66dxj8x4528nw6fch01h86 3904941 3904769 2026-09-28T15:08:24Z Candalua 1675 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3904941 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|BACIALE ’L PIEDE E LA MAN BELLA E BIANCA.}}|167}}</noinclude>quella terra che il morello calpestava con le sue unghie ferrate, fanno adesso gloriosa mostra di sè nei Musei del Vaticano e del Campidoglio! Bella opportunità sarebbe questa pel mio dolce pedagogo di ricordare le sue meditazioni sugli uomini di Plutarco, i quali turbarono i suoi sonni, finch’egli non arrivò ad emularli. Se, piantato sullo stretto sedile del biroccino scoperto, correndo di gran galoppo verso settentrione, mentre il vento, col soffiare appunto da settentrione, mi tempestava gli occhi di goccioloni d’acqua fredda, avessi dovuto pensare a qualcuno degli antichi scrittori, avrei pensato meno a Plutarco che non a Giovenale. ''Otriculum'', che cosa sei diventato! Le tue catapecchie fanno pietà; il tuo fango schizza melma nerastra, e si squarcia per ingoiare uomini e cavalli fino alle ginocchia. Due carrozze aspettavano dinanzi alla bassa porta di un’osteria: la prima, grande e solenne, con quattro cavalli già attaccati; l’altra di aspetto umile, col timone in piedi, appoggiato alla banchina del cocchiere. Il cocchiere, vetturino romano, bruno, con gli occhi torvi e la barba ispida e nera, non mi pelò quanto avrebbe potuto; in pochi minuti si fece il con tratto; egli doveva condurmi sano e salvo ad<noinclude><references/></noinclude> pe9v0t571fr9oyiyq6dh8f9ncywsm2t Pagina:Boito Camillo - Storielle vane, Milano, Treves, 1876.pdf/180 108 1032986 3904771 2026-09-28T13:29:26Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3904771 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|168|{{smaller|STORIELLE VANE.}}|}}</noinclude>Ancona e pensare ogni dì al mio desinare, alla mia cena, alla mia camera; io gli dovevo dare non mi rammento più quanti scudi. — Quando si parte? — chiesi. — Fra mezz’oretta, e a galoppo. — Poichè non avevo bisogno di mangiare e il ''cabriolet'' mi pareva ben riparato, pigliai subito possesso del mio posto a sinistra. Non m’ero ancora adagiato bene sul poco soffice sedile, quando il postiglione della carrozza, che mi stava dinanzi a pochi passi, fece scoppiettare la lunga frusta; e nello stesso tempo vidi un’ombra di color bruno passare con uno sbalzo, snella snella, dalla soglia dell’osteria del carrozzone maestoso. La persona entrò così rapida che non potei coglierne le fattezze; ma un piede rimase, mentr’ella forse accomodava qualcosa al di dentro, sullo staffone. Era un piedino elegante, calzato di uno stivaletto nero, con l’orlo all’alto e due fiocchettini rossi. L’abito, rialzato un po’, lasciava vedere un tantino della calzetta candida: pareva uno spiraglio di sole, tanto il bianco in quella sudicieria di cielo, di suolo e di case, raggiava. Fu un lampo. La carrozza si scosse: tre o quattro fanciulli mezzi nudi s’accalcarono allo sportello chiedendo in coro l’elemosina; mentre alcune vecchie schifose porgevano con<noinclude><references/></noinclude> 04pd64v6p8voc7sfyzrcq9iov21pbbb Pagina:Boito Camillo - Storielle vane, Milano, Treves, 1876.pdf/181 108 1032987 3904773 2026-09-28T13:30:08Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3904773 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|BACIALE ’L PIEDE E LA MAN BELLA E BIANCA.}}|169}}</noinclude>insistenza le palme. Una mano di rosa e di giglio uscì allora dalla finestra dello sportello, e fece cadere alcune monete d’argento; le dita, mirabilmente tornite, stillavano mirra schietta, come quelle della sposa del Cantico. Il postiglione sferzò i cavalli; la carrozza si mosse, e, scendendo la china, a poco a poco svanì. Trovai, non so come, nelle mie mani il volumetto delle ''Rime'' di messer Francesco; lo apersi al sonetto CLIV, e, levato dal taschino del panciotto un mozzicone di matita rossa, guardando l’oriuolo scrissi la data del dì e l’ora e il minuto appunto. Fatto ciò, serrai fra due grosse linee questo verso: {{Ct|f=90%|Baciale ’l piede e la man bella e bianca.}}<noinclude><references/></noinclude> osa79t7rjyqpwsyur0hnvqv813so6fz Pagina:Boito Camillo - Storielle vane, Milano, Treves, 1876.pdf/182 108 1032988 3904777 2026-09-28T13:32:04Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3904777 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|170|{{smaller|STORIELLE VANE.}}|}}</noinclude>{{Nop}} {{Ct|II.}} {{Ct|t=1|{{Sc|L’epigrafe del cameriere e la salsa}}}} {{Ct|v=2|{{Sc|di Orazio.}}}} La fantasia volava, volava. Indovinare, con l’argomento di una mano e di un piede, tutte le membra, il viso, la voce, l’espressione, l’indole della donna, che mi fuggiva dinanzi: ecco il problema intorno al quale il mio cervello si andava stillando. Ho capito poi che sarebbe stato più facile rimettere le braccia alla Venere di Milo, o creare un uomo col torso di Belvedere; ma in quel momento la cosa mi sembrava tanto naturale, che in pochi minuti l’immagine viva, parlante di una giovane bruna mi ballava davanti agli occhi. Ma, mettendo in tasca il ''Petrarchino'', che tenevo ancora nelle mani, sentii tra le dita un grosso foglio di carta. Cavatolo fuori lo spiegai, e il mio sguardo cadde allora sopra certi geroglifici strani, i quali ebbero il potere di staccarmi dalle mie fantasticherie, per cacciarmi<noinclude><references/></noinclude> 5z7yrfp86b8nch7w5rpvw7bbd1c82zi Pagina:Boito Camillo - Storielle vane, Milano, Treves, 1876.pdf/183 108 1032989 3904784 2026-09-28T13:40:53Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3904784 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|BACIALE ’L PIEDE E LA MAN BELLA E BIANCA.}}|171}}</noinclude>tutto. nello studio sottile del decifrarli. Era l’opera del cameriere dell’albergo: il lettore se ne ricorda, e se ne ricorda anco il mio pedagogo, poiché, sapendo esso come in un racconto non si deve innestare nè un accidente inutile, nè una parola vana, aveva sorriso un po’di dispetto e un po’di compassione nel leggere i rapidi cenni, coi quali ordinavo al servo di copiare per conto mio l’iscrizione dell’architrave nella porta di mezzo del Duomo a Civita Castellana. Il fatto è che quella copia mi sembrò a primo tratto una canzonatura, e pensai che il furfante mi avesse rubato un paolo. Ma poi, a poco a poco, cifra per cifra, sillaba per sillaba, mi riescì di raccapezzare la seguente iscrizione, che, col mozzicone di matita rossa, riscrissi in grandi lettere romane: {{Ct|{{Sc|Lavrentius . cum . Jacobo . Filio . suo .}}}} {{Ct|{{Sc|magistri . doctissimi . romani . K (hoc) .}}}} {{Ct|{{Sc|opus . fecerunt .}}}} Veramente il C del ''doctissimi'' non si trovava al suo posto, anzi precedeva la parola. Era una goffa correzione del cameriere od una correzione di chi aveva inciso l’epigrafe, l’anno 1210? Vattelapesca. Lessi, rilessi, cercando di<noinclude><references/></noinclude> ogjctcsg56n6m7pduhwjpqpz1mzfbgn 3904940 3904784 2026-09-28T15:08:12Z Candalua 1675 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3904940 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|BACIALE ’L PIEDE E LA MAN BELLA E BIANCA.}}|171}}</noinclude>tutto. nello studio sottile del decifrarli. Era l’opera del cameriere dell’albergo: il lettore se ne ricorda, e se ne ricorda anco il mio pedagogo, poichè, sapendo esso come in un racconto non si deve innestare nè un accidente inutile, nè una parola vana, aveva sorriso un po’ di dispetto e un po’ di compassione nel leggere i rapidi cenni, coi quali ordinavo al servo di copiare per conto mio l’iscrizione dell’architrave nella porta di mezzo del Duomo a Civita Castellana. Il fatto è che quella copia mi sembrò a primo tratto una canzonatura, e pensai che il furfante mi avesse rubato un paolo. Ma poi, a poco a poco, cifra per cifra, sillaba per sillaba, mi riescì di raccapezzare la seguente iscrizione, che, col mozzicone di matita rossa, riscrissi in grandi lettere romane: {{Ct|{{Sc|Lavrentius . cum . Jacobo . Filio . suo .}}}} {{Ct|{{Sc|magistri . doctissimi . romani . K (hoc) .}}}} {{Ct|{{Sc|opus . fecerunt .}}}} Veramente il C del ''doctissimi'' non si trovava al suo posto, anzi precedeva la parola. Era una goffa correzione del cameriere od una correzione di chi aveva inciso l’epigrafe, l’anno 1210? Vattelapesca. Lessi, rilessi, cercando di<noinclude><references/></noinclude> pmoac7q5ipuyihjkenm9ghf5eoe8bns 3904942 3904940 2026-09-28T15:08:55Z Candalua 1675 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3904942 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|BACIALE ’L PIEDE E LA MAN BELLA E BIANCA.}}|171}}</noinclude>tutto nello studio sottile del decifrarli. Era l’opera del cameriere dell’albergo: il lettore se ne ricorda, e se ne ricorda anco il mio pedagogo, poichè, sapendo esso come in un racconto non si deve innestare nè un accidente inutile, nè una parola vana, aveva sorriso un po’ di dispetto e un po’ di compassione nel leggere i rapidi cenni, coi quali ordinavo al servo di copiare per conto mio l’iscrizione dell’architrave nella porta di mezzo del Duomo a Civita Castellana. Il fatto è che quella copia mi sembrò a primo tratto una canzonatura, e pensai che il furfante mi avesse rubato un paolo. Ma poi, a poco a poco, cifra per cifra, sillaba per sillaba, mi riescì di raccapezzare la seguente iscrizione, che, col mozzicone di matita rossa, riscrissi in grandi lettere romane: {{Ct|{{Sc|Lavrentius . cum . Jacobo . Filio . suo .}}}} {{Ct|{{Sc|magistri . doctissimi . romani . K (hoc) .}}}} {{Ct|{{Sc|opus . fecerunt .}}}} Veramente il C del ''doctissimi'' non si trovava al suo posto, anzi precedeva la parola. Era una goffa correzione del cameriere od una correzione di chi aveva inciso l’epigrafe, l’anno 1210? Vattelapesca. Lessi, rilessi, cercando di<noinclude><references/></noinclude> mmwmtjdihjd5atp6befmucaxdmxiukf Pagina:Boito Camillo - Storielle vane, Milano, Treves, 1876.pdf/184 108 1032990 3904786 2026-09-28T13:41:42Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3904786 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|172|{{smaller|STORIELLE VANE.}}|}}</noinclude>inviscerarmi il senso delle parole, dacchè la fantasia, la quale si distraeva ancora nel correre sulle peste della sposa del Cantico, smuoveva tuttavia il cervello dalla speculazione archeologica. A un tratto, sbalzando sul sedile, e la carrozza ondeggio per alcuni minuti: — Non sono dunque — notai fra me maestro Jacopo e Cosimo suo figliuolo, ma il maestro Lorenzo ed il suo figlio Jacopo che alzarono insieme quel Portico! — Spalancai la bocca per segno di maraviglia, e picchiai tre volte palma su palma per manifestazione di gioja. Di tanta gioia e di tanta maraviglia non sarebbe cortesia se non dicessi la cagione al lettore. Sappia dunque il lettore, che una famiglia di sette marmorari costrusse pel corso di tutto il decimoterzo secolo alquanti magnifici monumenti a Roma e vicino a Roma, e che io mi lambiccavo il cervello intorno alla genealogia molto oscura di cotesta famiglia. Gli archeologi facevano lavorare i figli trent’anni prima del padre, i nipoti venticinque anni prima del nonno, e Jacopo di anni centotto almeno. Ora, la epigrafe del cameriere rimetteva in sesto ogni cosa. Del cameriere dalla salvietta sudicia chi poteva dubitare? Avrebbe saputo sbagliare una lettera, non inventare una parola. L’Humboldt<noinclude><references/></noinclude> tgp1sg0fwtgwgq7sqrdl6yrfd0pwrfn Pagina:Boito Camillo - Storielle vane, Milano, Treves, 1876.pdf/185 108 1032991 3904790 2026-09-28T13:44:53Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3904790 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|BACIALE ’L PIEDE E LA MAN BELLA E BIANCA.}}|173}}</noinclude>credette pure al vecchio parrocchetto, che viveva sulle sponde dell’Orenoco e che parlava l’estinto linguaggio degli Aturi. Bensì da quel giorno cominciarono i miei sospetti sul conto degli uomini dotti: i quali, mentre il parrocchetto è la specie più piccola dei pappagalli, sono sovente la più grossa specie di tal volatile presuntuoso, noioso e ostinato. Ero tutto immerso in queste pudiche allegrie della scienza epigrafica, quando mi si pose a sedere a fianco nel ''cabriolet'' un personaggio grasso, piccolo, col viso tondo, calvo, senza barba, il naso adunco, la bocca enorme, le labbra sorridenti e due occhiettini quasi bianchi. Si era levato di testa, per salutarmi, il cappello tre volte, s’era acconciato al suo posto, ed aveva esclamato con voce lagrimosa: — Cattivo tempo! — Cattivo tempo — replicai senza pensare. — Ella viene da Roma? — Vengo da Roma. — Ed io pure. E va? Guardai impazientito l’interrogatore, ma, parendomi che avesse una cotal serena espressione di volto, la quale s’accordava assai bene alla intonazione della voce untuosa: — Verso Ancona — risposi. — Andiamo dunque tutti verso Ancona — ripigliò il buon uomo.<noinclude><references/></noinclude> 3o5isvhefrohyutbhq70jhjqoykz72u Pagina:Boito Camillo - Storielle vane, Milano, Treves, 1876.pdf/186 108 1032992 3904793 2026-09-28T13:46:43Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3904793 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|174|{{smaller|STORIELLE VANE.}}|}}</noinclude>{{Nop}} — Certo — pensai allora — costui è un dotto. Vuole dimostrarmi che, andando in una sola carrozza, andiamo tutti per una stessa via — e gli porsi il foglio dove stava tracciata in rosso la iscrizione, e gli chiesi: — Sa ella di latino? In quel mentre il vetturino attaccava i cavalli. Erano due poveri bucefali: uno baio dorato, l’altro bianco a chiazze brune; molto allampanati; melanconici entrambi. Il vetturino gridò: — Signori, si parte —; e tre donne con un uomo entrarono nell’interno della carrozza. Se io vi dicessi che la mano e il piede della Sulamita m’avevano tanto riempiuto l’animo, che non mi restasse più niuna curiosità di guardare alle femmine, vi direi cosa, la quale non sarebbe conforme alla sincera verità del fatto. Guardai dunque, e a traverso i vetri ondeggianti, che dividevano l’interno dal ''cabriolet'', vidi nei posti del fondo, accanto ad un uomo sui sessanta anni una specie di mummia smilza smilza, verdastra, col viso lungo e bisbetico, la quale seppi poi come fosse moglie di un capitano mercantile e nuora del vecchio. Il vecchio, capitano mercantile anch’esso, era sbarcato dalla sua nave a Civitavecchia e andava dritto ad Ancona, dove il naviglio vuoto, che il marinajo d’alto mare non si degnava di dirigere in quel cabo-<noinclude><references/></noinclude> 1u2vexz1f5x5371bz52zcylfoh66180 Pagina:Boito Camillo - Storielle vane, Milano, Treves, 1876.pdf/187 108 1032993 3904796 2026-09-28T13:48:10Z Candalua 1675 Gadget Pt 3904796 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|BACIALE ’L PIEDE E LA MAN BELLA E BIANCA.}}|175}}</noinclude>taggio, lo doveva raggiungere, Mi voltavano la schiena una signora grassoccia, la quale nel girare volubile del capo mostrava sotto la cuffia un perrucchino di colore rossastro; ed una giovane bruna, che canticchiava il duetto della ''Italiana in Algeri''. Intonai, sopra pensiero, una frase di Matteo, dove le due parti s’accordano. La cantatrice, voltandosi, mi piantò in faccia due occhi mezzo sfacciati, mezzo languidi. Salutai allora tutta la compagnia. La giovane rispose con un sorriso — avrei giurato che le sue guancie come le sue ciglia non fossero proprio dipinte dalla natura —, la vecchia con uno sguardo pieno di amichevole franchezza, il lupo di mare e la mummia con due garbacci. Poichè intanto i cavalli s’erano messi a trottare, garbacci e sorrisi rimasero in tronco; ma la curiosità insistente e timida insieme del mio vicino ricominciava a tempestarmi mellifluamente d’interrogazioni. — Ella sa dunque di latino? — interruppi. — Qualcosetta — rispose. — Fui cuoco ott’anni in casa di un cardinale, ed ora vado al servizio del vescovo di Ancona. Queste parole vennero pronunciate dal cuoco con una certa compunzione orgogliosa. Egli aveva, in verità, molto del prete. — ''Magna'' — declamai allora — ''movet {{Pt|sto-|}}''<noinclude><references/></noinclude> 4fsz3xh1668tdn6zhy9pufl9yz3wnkx Pagina:Boito Camillo - Storielle vane, Milano, Treves, 1876.pdf/188 108 1032994 3904798 2026-09-28T13:49:51Z Candalua 1675 /* Trascritta */ Gadget Pt 3904798 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|176|{{smaller|STORIELLE VANE.}}|}}</noinclude>''{{Pt|macho|stomacho}} fastidia seu puer unctis tractavit calicem manibus...'' Capisce? — No davvero. — Peccato. Orazio — e cavai il librettino delle sue Satire dalla saccoccia del vestito — Orazio le avrebbe potuto insegnare molte utili cose nell’arte sua. — Era cuoco? — Non era cuoco di professione, ma era uno tra i più dotti Romani nel delicato studio della scienza dei sapori, ''ratione saporum''. Ed ella sappia che i Romani, prima che ci fossero in terra papi e cardinali, andavano lodati per grandissimi e sottilissimi maestri nell’arte delle cene. Orazio, del resto, è l’inventore di ciò che noi chiamiamo mostarda di frutta. La cosa non fu mai notata dagl’infiniti biografi e lodatori del poeta latino e la scoperta, confesso, mi pare bella, ed è tutta mia, e ci tengo. (Ecco per il mio pedagogo i versi della Satira quarta nel libro secondo: <poem style="font-size: smaller"> ....Venucula convenit ollis: Rectius Albanam fumo duraveris uvam. Hanc ego cum malis, ego faecem primus et allec; Primus et invenior piper album, cum sale nigro Incretum, puris circumposuisse catillis. </poem> Ho ragione?) Il dialogo col cuoco episcopale s’incaloriva.<noinclude><references/></noinclude> 8lzszwxq3ofbjpzyb3r9miiwsu3npeb Pagina:Boito Camillo - Storielle vane, Milano, Treves, 1876.pdf/189 108 1032995 3904801 2026-09-28T13:51:50Z Candalua 1675 Gadget Pt 3904801 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|BACIALE ’L PIEDE E LA MAN BELLA E BIANCA.}}|177}}</noinclude>I suoi ragionamenti erano pieni di succo, le sue parole erano ricche di grati sapori. La filosofia del palato non aveva segreti per lui; egli ne parlava, come un teologo, con unzione soave e con persuasione concentrata. Apostolo della religione della cucina, all’uopo avrebbe avuto cuore di esserne il martire. Teneva per verità rivelate alcuni dei principii della sua scienza, benchè l’audacia del proprio genio l’avesse spinto, com’egli confessava, a creare dei nuovi intingoli; i quali il cardinale, dove aveva servito, si divertiva a battezzare con istrambissimi nomi. — Dio mi conceda — concluse, alzando le palme al cielo al modo delle figure oranti, che si vedono dipinte nella catacombe di Roma — Dio mi conceda di contentare anco il Vescovo, al quale è fama che sopra ogni cosa gradisca la bontà delle salse! — Ne impari dunque una di diciannove secoli addietro, e la serva — dissi — calda al suo Vescovo, con questa scritta: ''Salsa di Orazio Flacco''. — Riapersi il volumetto, e, perchè il vetturino s’era fermato un istante non so per quali bisogne de’ suoi cavalli, scrissi, traducendo, questa ricetta: ''Prendi vin forte e della salacca, ma di quella che impregnò col suo olezzo i barili di Bisanzio. Mescola, fa bollire con erbe {{Pt|tri-|}}''<noinclude><references/></noinclude> 6jv4s74ni9no3cujynuf7ruyxd5tuz1 Pagina:Boito Camillo - Storielle vane, Milano, Treves, 1876.pdf/190 108 1032996 3904802 2026-09-28T13:53:37Z Candalua 1675 Gadget Pt 3904802 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|178|{{smaller|STORIELLE VANE.}}|}}</noinclude>''{{Pt|turate|triturate}}, spruzza di zafferano. Quando tutto ciò sia rimasto a riposare un poco, aggiungivi dell’olio spremuto dagli olivi di Venafro''; e consegnai la noterella al compagno. Non so che cosa penseranno di tale classica salsa le tre sorelle garbate, che leggono questo vaniloquio, e che si alternano in famiglia ogni settimana il grave ufficio di presiedere alle cose della cucina; ma non posso nascondere come il cuoco, nel mettere in tasca la carta ch’io gli porgevo, borbottasse fra i denti, con un certo atto delle grosse labbra, nel quale si dipingeva tutta l’altezza del suo mite orgoglio: ''è roba da secolari''. Certo, questa frase doveva contenere l’apice dello sprezzo, come l’altra: ''è roba da Papa'', allude all’ideale supremo de’ cibi e delle bevande. Ma il buon uomo, che mi sedeva d’accosto con tanta degnazione, nutriva nell’animo — lo avevo indovinato prima di giungere a Narni — una sublime speranza: quella di diventare cuoco del Santo Padre. Così noi, poveri mortali, ci abbarbagliamo gli occhi nel sole! Quel dì non si poteva fissarli materialmente nel sole, tanto il cielo negro sembrava imbottito di nubi. Tutt’era pallido, monotono, uggioso i colori si fondevano in isfumature di tinte neutre, i contorni si andavano perdendo<noinclude><references/></noinclude> sw5tn9jm8ixow9iq9xyemprd2id01pi 3904806 3904802 2026-09-28T14:00:22Z Candalua 1675 3904806 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|178|{{smaller|STORIELLE VANE.}}|}}</noinclude>''{{Pt|turate|triturate}}, spruzza di zafferano. Quando tutto ciò sia rimasto a riposare un poco, aggiungivi dell’olio spremuto dagli olivi di Venafro''; e consegnai la noterella al compagno. Non so che cosa penseranno di tale classica salsa le tre sorelle garbate, che leggono questo vaniloquio, e che si alternano in famiglia ogni settimana il grave ufficio di presiedere alle cose della cucina; ma non posso nascondere come il cuoco, nel mettere in tasca la carta ch’io gli porgevo, borbottasse fra i denti, con un certo atto delle grosse labbra, nel quale si dipingeva tutta l’altezza del suo mite orgoglio: ''è roba da secolari''. Certo, questa frase doveva contenere l’apice dello sprezzo, come l’altra: ''è roba da Papa'', allude all’ideale supremo de’ cibi e delle bevande. Ma il buon uomo, che mi sedeva d’accosto con tanta degnazione, nutriva nell’animo — lo avevo indovinato prima di giungere a Narni — una sublime speranza: quella di diventare cuoco del Santo Padre. Così noi, poveri mortali, ci abbarbagliamo gli occhi nel sole! Quel dì non si poteva fissarli materialmente nel sole, tanto il cielo negro sembrava imbottito di nubi. Tutt’era pallido, monotono, uggioso: i colori si fondevano in isfumature di tinte neutre, i contorni si andavano perdendo<noinclude><references/></noinclude> p9ylb4h61g7419i185q5lmoqyfgc4qd Pagina:Boito Camillo - Storielle vane, Milano, Treves, 1876.pdf/191 108 1032997 3904807 2026-09-28T14:01:19Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3904807 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|BACIALE ’L PIEDE E LA MAN BELLA E BIANCA.}}|179}}</noinclude>in linee senza {{Ec|forma|forma.}} Talvolta le nubi, calando giù, involgevano nella lor fitta nebbia le montagne, la via, ogni cosa: appena si potevano distinguere le quattro orecchie abbassate dei cavalli, i quali trottavano nel fango. Guardando le chiazze, di cui era ornato il grembiale di cuoio del ''cabriolet'', pensai alla castroneria di Plinio, dove dice come il terreno prossimo a Narni abbia la prerogativa di ammollirsi al sole e di disseccarsi alla pioggia. A Narni, desinando, ciarlai con la brunetta, che m’aveva sorriso, e con la vecchia, la quale mi aveva salutato affabilmente ad Otricoli. In cinque minuti seppi ch’erano tedesche, di Vienna. La giovane, nipote all’altra, aveva studiato il canto a Milano, e calcato già quattro volte il palco de’ teatri; la sua voce era così estesa che seguiva in alto l’ottavino e sotto il contrabasso, cosi robusta che scuoteva le mura di Gerico, così agile che vinceva i gorgheggi dell’usignuolo. Applausi, corone, sonetti, regali, trionfi, raggiri di platea, intrighi di dietro scena, libidini di corrispondenti teatrali, truffe d’impresarii, pettegolezzi di emuli: tutto mi entrava negli orecchi come il trillo d’un tamburo, anzi di due, poichè la zia e la nipote parlavano ''a due''. Partite da Napoli, andavano per la via di terra — il mal<noinclude><references/></noinclude> tu1uvtpt49e1skmleziy2kcbyu6gkbf 3904943 3904807 2026-09-28T15:09:15Z Candalua 1675 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3904943 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|BACIALE ’L PIEDE E LA MAN BELLA E BIANCA.}}|179}}</noinclude>in linee senza {{Ec|forma|forma.}} Talvolta le nubi, calando giù, involgevano nella lor fitta nebbia le montagne, la via, ogni cosa: appena si potevano distinguere le quattro orecchie abbassate dei cavalli, i quali trottavano nel fango. Guardando le chiazze, di cui era ornato il grembiale di cuoio del ''cabriolet'', pensai alla castroneria di Plinio, dove dice come il terreno prossimo a Narni abbia la prerogativa di ammollirsi al sole e di disseccarsi alla pioggia. A Narni, desinando, ciarlai con la brunetta, che m’aveva sorriso, e con la vecchia, la quale mi aveva salutato affabilmente ad Otricoli. In cinque minuti seppi ch’erano tedesche, di Vienna. La giovane, nipote all’altra, aveva studiato il canto a Milano, e calcato già quattro volte il palco de’ teatri; la sua voce era così estesa che seguiva in alto l’ottavino e sotto il contrabasso, così robusta che scuoteva le mura di Gerico, così agile che vinceva i gorgheggi dell’usignuolo. Applausi, corone, sonetti, regali, trionfi, raggiri di platea, intrighi di dietro scena, libidini di corrispondenti teatrali, truffe d’impresarii, pettegolezzi di emuli: tutto mi entrava negli orecchi come il trillo d’un tamburo, anzi di due, poichè la zia e la nipote parlavano ''a due''. Partite da Napoli, andavano per la via di terra — il mal<noinclude><references/></noinclude> 8h898v3xf7hlt73jt70q9r5wmrqsfhe Pagina:Boito Camillo - Storielle vane, Milano, Treves, 1876.pdf/192 108 1032998 3904808 2026-09-28T14:02:02Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3904808 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|180|{{smaller|STORIELLE VANE.}}|}}</noinclude>di mare guasta la voce — a Milano, a scegliere fra le trenta scritture che le stavano aspettando. Anche mi snocciolarono la litania de’ ricchi e nobili bellimbusti, che avevano implorato la mano della brunetta; ma ella, abbassando gli occhi a terra con atto verginale, diceva di essere ormai la fidanzata dell’arte. Intanto i ceffi del capitano e della sua degna nuora si ingrugnavano sempre più; e il cuoco si degnava nella sua serenità di mangiare. Arrivammo a Terni alle nove di sera; e la mattina seguente, due ore dopo che il sole avrebbe dovuto mostrarsi sull’orizzonte, si partì senza avere visitato la cascata delle Marmore, giacchè le cateratte del cielo ci erano d’avanzo. Non avrei quindi nulla da notare sul conto di Terni, se non fosse che vi smarrii il mio caro volumetto delle Rime. Lo cercai dappertutto; lo richiesi all’oste ed a’ servi: invano. Dovetti quindi, con l’animo pieno di rammarico, montare in carrozza, senza la dolce compagnia del Canonico di Valchiusa.<noinclude><references/></noinclude> 90gxcr6fuirvd5yw89wzl2aysc4i24o Pagina:Boito Camillo - Storielle vane, Milano, Treves, 1876.pdf/193 108 1032999 3904811 2026-09-28T14:04:01Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3904811 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|BACIALE ’L PIEDE E LA MAN BELLA E BIANCA.}}|181}}</noinclude>{{Nop}} {{Ct|III.}} {{Ct|t=1|v=2|{{sc|Dove l’autore rivide il suo Petrarchino.}}}} ''Il pedagogo (sorridendo, com’uomo che si compiaccia di avere mangiato la foglia)'': Si capisce. Ell’ha dunque, proprio a Terni, smarrito il suo libretto delle Rime? ''L’autore (ingenuamente)'': Pur troppo! ''Il pedagogo (per mostrare che ha studiato i sinonimi del Tommaséo)'': E se lo ha smarrito non fu già per perderlo. ''L’autore (volendo alzarsi alla erudizione del pedagogo, con una cert’aria grave da pedante)'': Ella sa che al Petrarca, il 29 ottobre dell’anno 1326, fu rubato il suo celebre Virgilio, e ben dodici anni dopo, il dì 17 d’aprile, gli venne restituito. Può essere dunque ch’io abbia ritrovato o che mi sia stato reso il ''Petrarca''; e ad ogni modo dodici anni non sono ancora passati. ''Il pedagogo'': Nè passeranno. Il suo volumetto, io l’indovino, fu subito raccolto da una mano di rosa e di giglio. L’ultimo periodo del II.<noinclude><references/></noinclude> gqgplo8sp3e473th6cydsz2fefeqvkk Pagina:Boito Camillo - Storielle vane, Milano, Treves, 1876.pdf/194 108 1033000 3904815 2026-09-28T14:06:28Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3904815 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|182|{{smaller|STORIELLE VANE.}}|}}</noinclude>capitolo non è estraneo al verso che chiude il I. A me non le si danno a bere, a me, certe cose. Veda: ho l’olfatto del can da caccia; corro dietro agl’intrecci un miglio lontano. L’occhio della fantasia supplisce a quello del corpo; conciossiacosachè l’uno ha bisogno delle lenti di Alessandro Spina, l’altro vince ogni distanza e penetra ne’ più riposti visceri delle cose. Il castello del suo racconto è un castello di carta. ''L’autore (tra sè, tutto mortificato)'': Oh soffio del genio, sei passato sul mio povero campo, schiantandovi quei pochi fiori modesti, che avevo coltivato col sudore della mia fronte! Che cosa mi resta oramai? ''(Ad alta voce, ma con accento supplichevole)'': Per carità non lo dica a nessuno. Il lettore è certo meno aguzzo di lei: beverà grosso. ''Il pedagogo (con atto di protezione, cacciandosi il cappello sulla nuca, per lasciare il fronte scoperto, e darsi così una certa apparenza di uomo distratto, di mente in ebollizione, di fantasia poetica)'': Non lo dirò a nessuno. — Il fatto è che mi doleva nell’anima di avere smarrito quel piccolo volume, non già perchè sentissi un gran desiderio di rileggere per la quinta volta i sonetti e le canzoni in vita e in morte di Laura, nè perchè provassi<noinclude><references/></noinclude> jvi75eqy032x2x6bm4gznh1yioyf7c0 Pagina:Boito Camillo - Storielle vane, Milano, Treves, 1876.pdf/195 108 1033001 3904816 2026-09-28T14:06:58Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3904816 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|BACIALE ’L PIEDE E LA MAN BELLA E BIANCA.}}|183}}</noinclude>una eccessiva tenerezza per messer Francesco; ma perchè molte tristi e molte care memorie si collegavano a quel librettino. Mi era stato regalato, quasi con l’ultima parola, da un amico morente; poi m’aveva accompagnato in tutte le mie artistiche peregrinazioni. Per solito, è vero, se ne stava accovacciato nel fondo di una tasca, dove io lo dimenticavo; ma talvolta le sue faccie nitide brillavano alla luce del sole nell’ora del tramonto, o i suoi caratteri sottili si perdevano nell’ombra crescente del crepuscolo della sera, quando, mentre io camminavo, aperto il volumino dinanzi agli occhi, col pollice della mia mano destra tra due paginette spiegate, e l’indice dritto e il medio ricurvo per sostegno di sotto, seguivo con lo sguardo la stampa e lasciavo sbrigliata la fantasia volare lontano. Girando le faccie, declamavo ad alta voce i versi sonori, che mi rombavano negli orecchi come il suono distante di una musica armoniosa; ma, svoltando un sentiero, nel trovarmi dinanzi un albero verde; una ajuola fiorita, un somarello modesto, m’accorgevo del romore poetico solo perchè ad un tratto svaniva via. Accadeva non ostante alcuni di che, per mortificazione della mente, io imponessi a me stesso il travaglio d’imparare a memoria dai cinque ai dieci sonetti. Quei giorni tornavo a<noinclude><references/></noinclude> 2bsoggglova9nnuliloicrz9eudjh1w Fiori d'Oriente (1907)/Libro secondo 0 1033002 3904828 2026-09-28T14:12:47Z Alex brollo 1615 Creo pagina con [[Wikisource:La fabbrica dei giocattoli/autoNs0()|autoNs0]] 3904828 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=25%|data=28 settembre 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Libro secondo|prec=../Libro primo/21|succ=/1}} <pages index="Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu" from="113" to="113" onlysection="s1" /> === Indice === * {{testo|/1|1. L'uomo più generoso}} * {{testo|/2|2. Un matto che fa da maestro a un re}} * {{testo|/3|3. Avventura di Giafar alla corte di Suleyman}} * {{testo|/4|4. Severa lezione data a due prepotenti}} * {{testo|/5|5. Gara di generosità}} * {{testo|/6|6. Sagacità di astronomo}} * {{testo|/7|7. L'anello rinvenuto}} * {{testo|/8|8. Generosità d'un governatore destituito}} * {{testo|/9|9. Storia meravigliosa di due vecchie pianelle}} * {{testo|/10|10. Vittima della propria generosità}} * {{testo|/11|11. Vittima dei proprî versi}} * {{testo|/12|12. Storia meravigliosa del re Salomone e della regina Bilqîsa}} * {{testo|/13|13. Mania religiosa del poeta Abu '1- Atahiya}} * {{testo|/14|14. I figliuoli di Nizâr nel cospetto di Al-Afaa}} * {{testo|/15|15. Follia d'amore}} * {{testo|/16|16. Adamo e il Diavolo poeti}} * {{testo|/17|17. Vittime dell'amore}} * {{testo|/18|18. L'Arcimago e il dialogo delle upupe}} * {{testo|/19|19. Le voci misteriose nelle solitudini d'Arabia}} * {{testo|/20|20. Generosità d'un povero negro}} * {{testo|/21|21. Invidia d'artefice punita e perdonata}} * {{testo|/22|22. Generosità d'un nemico}} * {{testo|/23|23. Il primo agricoltore}} * {{testo|/24|24. Scrupolo di coscienza pagato caro}} * {{testo|/25|25. Imprese e vanti di ladri}} * {{testo|/26|26. Ambasceria speditiva}} * {{testo|/27|27. L'erede d'un palazzo diroccato}} * {{testo|/28|28. Uno scroccone tra i Manichei}} * {{testo|/29|29. Mercante di foglie di palma medico d'un leone}} * {{testo|/30|30. Sovrano che si fa penitente}} * {{testo|/31|31. Pronto ingegno d'uno scroccone}} * {{testo|/32|32. Un beduino alla corte del Re di Persia}} * {{testo|/33|33. Un solitario misterioso}} * {{testo|/34|34. Alessandro Magno alle porte del Paradiso}} * {{testo|/35|35. Povertà, prefettura, carcere, frutti di generosità}} oraxosxwi95xr2mnnue2q5x3oad0b23 Fiori d'Oriente (1907)/Libro terzo 0 1033003 3904835 2026-09-28T14:14:39Z Alex brollo 1615 Creo pagina con [[Wikisource:La fabbrica dei giocattoli/autoNs0()|autoNs0]] 3904835 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=25%|data=28 settembre 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Libro terzo|prec=../Libro secondo/35|succ=../Libro terzo/1}} <pages index="Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu" from="215" to="215" onlysection="s1" /> === Indice === * {{testo|/1|1. Estrema prova di fedeltà}} * {{testo|/2|2. Quattro amanti alla prova}} * {{testo|/3|3. Ciò che toccar dovea, incoglie all'uom quaggiù}} * {{testo|/4|4. Il Savio e il Matto}} * {{testo|/5|5. L'avventura del giovane mercante}} * {{testo|/6|6. Tenace amore alla vita}} * {{testo|/7|7. Presunzione di giovane punita}} * {{testo|/8|8. Il lottatore e la smania del viaggiare}} * {{testo|/9|9. Tre novelle dell'Angelo della morte}} * {{testo|/10|10. Ricordanza perenne della morte}} * {{testo|/11|11. Avventura di Sindibâd marinaio}} * {{testo|/12|12. Storia del banchiere di Bagdad}} i0t0t7vjfxe1cut3qonwh2au6lhqh3b Fiori d'Oriente (1907)/Libro quarto 0 1033004 3904841 2026-09-28T14:16:58Z Alex brollo 1615 Creo pagina con [[Wikisource:La fabbrica dei giocattoli/autoNs0()|autoNs0]] 3904841 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=25%|data=28 settembre 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Libro quarto|prec=../Libro terzo/12|succ=../Libro quarto/1}} <pages index="Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu" from="291" to="291" onlysection="s1" /> === Indice === * {{testo|/1|1. Le Isole Maldive}} * {{testo|/2|2. Le sorgenti del Nilo}} * {{testo|/3|3. Descrizione del Mâzenderân}} * {{testo|/4|4. L'idolo di Somnâta}} * {{testo|/5|5. La regione del Caucaso}} * {{testo|/6|6. La Cina}} * {{testo|/7|7. Il monte Citrakuta}} * {{testo|/8|8. Templi e idoli sabei}} * {{testo|/9|9. Templi e idoli egiziani}} * {{testo|/10|10. Costumi degli Arabi antichi e loro elogio}} * {{testo|/11|11. Monti e metalli}} * {{testo|/12|12. Le piante}} * {{testo|/13|13. La palma}} * {{testo|/14|14. Gli animali}} * {{testo|/15|15. Gli uccelli}} * {{testo|/16|16. L'usignuolo}} * {{testo|/17|17. L'airone}} * {{testo|/18|18. La zanzara}} * {{testo|/19|19. Il baco da seta}} * {{testo|/20|20. Il ragno}} * {{testo|/21|21. L'ape}} * {{testo|/22|22. Le sanguisughe volanti}} * {{testo|/23|23. La torpedine}} * {{testo|/24|24. Il corallo}} * {{testo|/25|25. La pesca delle perle nel Golfo Persico}} * {{testo|/26|26. Fontane di bitume}} * {{testo|/27|27. Precetti per trovar l'acqua secondo i Nabatei}} * {{testo|/28|28. I fuochi di Sant'Elmo}} eh39xs4s2qucrmyzrtaj79x6y3hkgox Fiori d'Oriente (1907)/Libro quinto 0 1033005 3904845 2026-09-28T14:18:46Z Alex brollo 1615 Creo pagina con [[Wikisource:La fabbrica dei giocattoli/autoNs0()|autoNs0]] 3904845 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=25%|data=28 settembre 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Libro quinto|prec=../Libro quarto/28|succ=../Libro quinto/1}} <pages index="Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu" from="357" to="357" onlysection="s1" /> === Indice === * {{testo|/1|1. Onnipotenza e perfezione di Dio}} * {{testo|/2|2. Iddio non può essere compreso da mente umana}} * {{testo|/3|3. Preghiera d'un Arabo del deserto}} * {{testo|/4|4. Dialogo del Sceicco Omar al-Sîni con un anacoreta}} * {{testo|/5|5. Del contentarsi del proprio stato}} * {{testo|/6|6. Avvertimenti ad un principe}} * {{testo|/7|7. Detti memorabili del gran savio Buzurcimihr}} * {{testo|/8|8. Consolazione della filosofia}} * {{testo|/9|9. Parole di Nizâr morente ai suoi figli}} * {{testo|/10|10. Visita la tomba de' tuoi genitori}} * {{testo|/11|11. Dialogo intorno alle diverse qualità dell'uomo}} * {{testo|/12|12. Grave responsabilità dei sovrani davanti a Dio}} * {{testo|/13|13. Vanità delle cose umane}} * {{testo|/14|14. Condanna della filosofia scettica e panteistica}} * {{testo|/15|15. Egoismo e durezza di cuore}} * {{testo|/16|16. Improntitudine di ricchi e di poveri}} * {{testo|/17|17. Insaziabilità}} * {{testo|/18|18. Condanna del motteggiare}} * {{testo|/19|19. Qualità perfette dell'uom generoso}} * {{testo|/20|20. Disputa intorno all'essenza dell'amore}} * {{testo|/21|21. Lodi del silenzio e della sincerità e lealtà nel parlare}} * {{testo|/22|22. Il libro}} * {{testo|/23|23. Gli scrittori}} * {{testo|/24|24. I poeti}} * {{testo|/25|25. L'anima umana e le sue energie}} * {{testo|/26|26. Misera vita umana!}} * {{testo|/27|27. Dottrina dell'unità assoluta dell'Essere universale}} * {{testo|/28|28. La fine del mondo secondo i Zoroastriani}} cwfjoa4vg2ss08s0osbsxluze9jf1i1 Fiori d'Oriente (1907)/Libro sesto 0 1033006 3904851 2026-09-28T14:20:32Z Alex brollo 1615 Creo pagina con [[Wikisource:La fabbrica dei giocattoli/autoNs0()|autoNs0]] 3904851 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=25%|data=28 settembre 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Libro sesto|prec=../Libro quinto/28|succ=../Libro sesto/1}} <pages index="Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu" from="431" to="431" onlysection="s1" /> === Indice === * {{testo|/1|1. Sentenze e proverbi}} * {{testo|/2|2. Motti arguti e facezie}} * {{testo|/3|3. Favole}} o4tdwbkgaj8w5y8ii8cu8vls6q5irv3 Fiori d'Oriente (1907)/Libro settimo 0 1033007 3904855 2026-09-28T14:22:22Z Alex brollo 1615 Creo pagina con [[Wikisource:La fabbrica dei giocattoli/autoNs0()|autoNs0]] 3904855 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=25%|data=28 settembre 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Libro settimo|prec=../Libro sesto/3|succ=/1}} <pages index="Pizzi - Fiori d'Oriente, 1907.djvu" from="513" to="513" onlysection="s1" /> === Indice === * {{testo|/1|1. Il linguaggio dei fiori e degli uccelli}} * {{testo|/2|2. Allegoria delle stagioni}} * {{testo|/3|3. Il giovane principe e il mendico (allegoria dell'anima umana che sospira alla Beltà divina)}} * {{testo|/4|4. Il cielo e le sue bellezze}} * {{testo|/5|5. Del mare e dei fiumi}} * {{testo|/6|6. Del cero e del fuoco}} * {{testo|/7|7. Della notte e del giorno}} * {{testo|/8|8. Allegoria dell'ape, del cero e della farfalla}} * {{testo|/9|9. Allegoria della Fenice}} 74k4msbsiycafos922x6c6a28z4iahf Pagina:Boito Camillo - Storielle vane, Milano, Treves, 1876.pdf/196 108 1033008 3904864 2026-09-28T14:31:42Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3904864 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|184|{{smaller|STORIELLE VANE.}}|}}</noinclude>casa con la testa pregna di zefiri; sudavo le soavi leggiadrie dello stile petrarchesco da tutti i pori, e nell’incontrare una negra contadinotta le bisbigliavo: Madonna. Usano i pittori ne’ loro quadri scegliere, come i musicisti, un tono fondamentale, al quale accordano la varietà degli altri colori: talvolta l’intonazione è calda, talvolta fredda, quasi a dire in maggiore od in minore, in diesis od in bemolle. Io ho pigliato — e non l’ho fatto apposta — il minore in bemolle: devo quindi tornare ogni tantino al vento, alla pioggia, al buio. Se il lettore s’annoia pensi che dovetti annoiarmi ed infastidirmi ben più di lui da Nepi ad Ancona, poichè le nubi mi circondarono di acqua e di nebbia proprio fino ad Ancona. Ad ogni goccia di pioggia che, spinta dal vento, mi bagnava la faccia, invocavo col Petrarca il sole: <poem style="font-size: smaller"> Almo sole . . . . . . . . . . . . . . i’ ti pur prego e chiamo, O sole . . . . . . . . </poem> Neanche c’era il conforto di sonnecchiare, poichè le molle della carrozza non attutivano così gli sbalzi delle ruote, che la scossa non bastasse a sconvolgere il cervello nel cranio, se ci si arrischiava di posare il capo alla parete di legno.<noinclude><references/></noinclude> 6c27cb50m4ya5ojp7hyha4xdaq3ji7c Pagina:Boito Camillo - Storielle vane, Milano, Treves, 1876.pdf/197 108 1033009 3904865 2026-09-28T14:32:29Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3904865 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|BACIALE ’L PIEDE E LA MAN BELLA E BIANCA.}}|185}}</noinclude>Una volta mi rammento che la noia chiuse le mie palpebre, mentre, il cuoco m’andava sciorinando le regole trascendentali dell’arte sua. Sognavo di nuotare nello splendore degli astri. Il tintinnare de’ sonagli, che stavano appesi al collo de’ cavalli, e le parole, che cadevano misuratamente dalle labbra del mio compagno, si trasformavano già in un coro di angeli, quando fui svegliato repentinamente da un grido acuto e da un ruggito selvaggio. Erano le voci della cantante brunetta e del capitano mercantile. L’emozione nell’interno della carrozza appariva grandissima: figuratevi che dal bel mezzo del soffitto, attraverso una larga fessura del legno, piombava una cascata d’acqua, la quale, innondando la parte inferiore del veicolo, obbligava le tre donne ed il marinaio a tenere gli otto piedi rialzati. La mummia prendeva la cosa abbastanza tranquillamente, senza fiatare, mentre la vecchia tedesca, che non si perdeva d’animo, consigliava cento ripari con centomila parole. Il capitano bestemmiava, benchè dovesse essere avvezzo agli scherzi dell’acqua; e la cantante era fuori di sè, temendo di annegare serrata in carrozza. Fermati i cavalli, il vetturino si adoperò a chiudere alla meglio la cateratta e ad asciugare l’interno, intanto che i quattro si piglia-<noinclude><references/></noinclude> hlfdkoks9b9va7apj4qs10v3pog2tdp Pagina:Boito Camillo - Storielle vane, Milano, Treves, 1876.pdf/198 108 1033010 3904867 2026-09-28T14:33:01Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3904867 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|186|{{smaller|STORIELLE VANE.}}|}}</noinclude>vano al di fuori la pioggia. Io avevo aiutato secondo le mie forze, ed il cuoco anche: per modo che dopo un quarto d’ora si potè riprendere la via, tra le pettegole lamentazioni delle tedesche, le imprecazioni forsennate del capitano ed il silenzio bisbetico della nuora. Piacque al destino che questo disastroso avvenimento accadesse poco distante dalla città, famosa per la sua eroica resistenza ad Annibale e per i suoi tartufi. Intanto che i miei compagni provvedevano a’ loro nervi ed alla loro bile con un po’ di limonea o, secondo la loro natura, con del vino abbondante, io corsi a ricercare le muraglie ciclopiche sulla rocca della cittadella, i templi della Concordia, di Giove, di Marte, il palazzo detto di Teodorico, e non so quali altre anticaglie. In una piazza guardai la Madonna del Crivelli, nel Palazzo pubblico un quadro dello Spagna, poi, gettando un’occhiata al mosaico che orna il prospetto della Cattedrale, vi entrai. Andai dritto al coro, dove sapevo che Fra Filippo aveva dipinto la storia di Maria Vergine. Un angelo s’era staccato dalla volta per mettersi a sedere in uno degli stalli che circondano l’abside. Leggeva. I suoi occhi stavano fissi sul libro; i suoi biondi capelli formavano intorno alla bella faccia un’aureola<noinclude><references/></noinclude> b606swki2nybvjmn943mimuwnjzxgaa Pagina:Boito Camillo - Storielle vane, Milano, Treves, 1876.pdf/199 108 1033011 3904871 2026-09-28T14:34:31Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3904871 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|BACIALE ’L PIEDE E LA MAN BELLA E BIANCA.}}|187}}</noinclude>lucente; la sua lunga veste di azzurro vivace, scendeva con larghe pieghe e, nascondendo i piedi, copriva col lembo inferiore l’orlo del gradino di legno. Le mani erano protette da due lunghissimi guanti di pelle giallognola, che, con molti bottoncini d’argento serravano sin quasi alla metà dell’avambraccio le strette maniche del vestito. La spalliera dello stallo, massiccia, solenne, di un legno negro, carica di sculture, incorniciava mirabilmente la fantastica apparizione, che si perdeva quasi nell’ombra. Poichè quel fantasma, quella donna o quell’angelo non s’accorgeva di me, apersi l’albo e, con pochi segni, ne tracciai la figura. Ma nel guardare attentamente al libretto, che ella leggeva con sì profonda attenzione, vidi che il colore della coperta era di un rosso di fiamma. Poi, aguzzando lo sguardo, potei scorgere che vi stava scritta in caratteri d’oro una parola, e notare anche un nastrino giallo, il quale scendeva dal dorso del volumetto. Era — l’avrei potuto giurare — il mio ''Petrarca''. — Madonna — dissi, e quella gentilissima alzò gli occhi celesti sopra di me — non so s’io parlo ad una soave visione del mio cervello od a un’amabile cittadina di questa terra mortale. Comunque sia, non vi rincresca di accogliere benignamente una preghiera sommessa. —<noinclude><references/></noinclude> 2w7f0et55hd0o6dlvp1wpqthpxt1wsw Pagina:Boito Camillo - Storielle vane, Milano, Treves, 1876.pdf/200 108 1033012 3904874 2026-09-28T14:35:37Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3904874 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|188|{{smaller|STORIELLE VANE.}}|}}</noinclude>{{Nop}} Il mio aspetto doveva essere tutto pieno di verecondia impacciata, giacchè la bella creatura compose le labbra ad un sorriso, nel quale alla dolcezza naturale si univa un’ombra lieve di malizia. Non si mosse e non rispose. Continuai: — Donna cortese: aprite, di grazia, alla faccia dugentotrè il libro che vi sta nelle mani. — Cercò la pagina un istante, e la trovò. — Ci vedete una data e due grosse linee che serrano un verso? — Arrossì leggermente, e parve che i suoi capelli biondi diventassero d’oro; comprese che il volumetto era mio; stese la mano per restituirmelo con atto pieno di schietta nobiltà, ma nel quale m’era parso indovinare un certo rincrescimento. — No — dissi allora. — Codesto libro non deve uscire dalle mani di una donna gentile. Il poeta dell’amore cantò i vostri occhi di cielo, la vostra chioma da cherubino, le rose delle vostre guancie, la serenità della vostra fronte, la maestà dolcissima del vostro aspetto. Codesto libro fu composto per voi: codesto libro vi appartiene. — La donna stava per alzarsi e per aprire le labbra, da cui non avevo ancora udito uscire la voce, quando alcune persone entrarono nel<noinclude><references/></noinclude> ao50vbpg8ggodbl9t0nrx6h8jgdjj0g Pagina:Boito Camillo - Storielle vane, Milano, Treves, 1876.pdf/201 108 1033013 3904876 2026-09-28T14:36:15Z Candalua 1675 /* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: coro ridendo. Girai allora rapidissimamente dall’altro lato dell’altare, ed uscii dalla chiesa. Una parte della notte fantasticai su quella figura peruginesca. Come mai stava sola e seduta nell’abside della Cattedrale? Come mai quel mio librino perduto a Terni era nelle sue mani? Non mi ci raccapezzavo. La mattina seguente mi dolse oltremodo di dovere partire. Di mano in mano che mi allontanavo da Spoleto s’agitava semp... 3904876 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|BACIALE ’L PIEDE E LA MAN BELLA E BIANCA.}}|189}}</noinclude>coro ridendo. Girai allora rapidissimamente dall’altro lato dell’altare, ed uscii dalla chiesa. Una parte della notte fantasticai su quella figura peruginesca. Come mai stava sola e seduta nell’abside della Cattedrale? Come mai quel mio librino perduto a Terni era nelle sue mani? Non mi ci raccapezzavo. La mattina seguente mi dolse oltremodo di dovere partire. Di mano in mano che mi allontanavo da Spoleto s’agitava sempre più forte nel mio animo lo spiritello della curiosità. Tant’ero anzi impensierito nell’intrigo di questo avvenimento che giunsi a Foligno e vi stetti la sera e vi passai la notte e ripartii verso Macerata senza che mi restasse agio di notare nulla. Vi ha nella mia memoria una lacuna di due giornate; della qual cosa io credo che il lettore non debba troppo dolersi. Non ci voleva manco di ciò che la verità mi sforza a narrare, perch’io uscissi dalla mia condizione di trasognato. Eravamo dunque partiti da Foligno, e, non mi ricordo il perchè, assai tardi nella giornata. Il cielo diluviava; il paese, che s’interna ne’ monti, pareva sempre più selvaggio, e la strada, attraversata da nuovi torrentelli, allagata qua e là, rammollita, ingombra di pietre, ch’erano rotolate con l’acqua giù pei ripidi pendii delle sovrastanti<noinclude><references/></noinclude> 12xmj2td7c1g8vz2tx6bcfnlxkj3s9m 3904877 3904876 2026-09-28T14:36:20Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3904877 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|BACIALE ’L PIEDE E LA MAN BELLA E BIANCA.}}|189}}</noinclude>coro ridendo. Girai allora rapidissimamente dall’altro lato dell’altare, ed uscii dalla chiesa. Una parte della notte fantasticai su quella figura peruginesca. Come mai stava sola e seduta nell’abside della Cattedrale? Come mai quel mio librino perduto a Terni era nelle sue mani? Non mi ci raccapezzavo. La mattina seguente mi dolse oltremodo di dovere partire. Di mano in mano che mi allontanavo da Spoleto s’agitava sempre più forte nel mio animo lo spiritello della curiosità. Tant’ero anzi impensierito nell’intrigo di questo avvenimento che giunsi a Foligno e vi stetti la sera e vi passai la notte e ripartii verso Macerata senza che mi restasse agio di notare nulla. Vi ha nella mia memoria una lacuna di due giornate; della qual cosa io credo che il lettore non debba troppo dolersi. Non ci voleva manco di ciò che la verità mi sforza a narrare, perch’io uscissi dalla mia condizione di trasognato. Eravamo dunque partiti da Foligno, e, non mi ricordo il perchè, assai tardi nella giornata. Il cielo diluviava; il paese, che s’interna ne’ monti, pareva sempre più selvaggio, e la strada, attraversata da nuovi torrentelli, allagata qua e là, rammollita, ingombra di pietre, ch’erano rotolate con l’acqua giù pei ripidi pendii delle sovrastanti<noinclude><references/></noinclude> gkjvdq1wmordz5xlqetxpkb1egcodse Pagina:Boito Camillo - Storielle vane, Milano, Treves, 1876.pdf/202 108 1033014 3904879 2026-09-28T14:36:33Z Candalua 1675 /* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: montagne, diventava sempre più maledetta. Si passò Colfiorito. Si passò Cinquemiglia. Il freddo pizzicava forte. I cavalli andavano a passo a passo, trascinando con gran fatica il pesante carrozzone; sicchè spesso nelle salite dovevamo scendere a terra e spingere in su car- rozza e cavalli. La bufera si scatenava: dalle gole dei monti soffiava il vento impetuoso; i lampi abbarbagliavano; i tuoni scoppiavano ri- percossi... 3904879 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Candalua" /></noinclude>montagne, diventava sempre più maledetta. Si passò Colfiorito. Si passò Cinquemiglia. Il freddo pizzicava forte. I cavalli andavano a passo a passo, trascinando con gran fatica il pesante carrozzone; sicchè spesso nelle salite dovevamo scendere a terra e spingere in su car- rozza e cavalli. La bufera si scatenava: dalle gole dei monti soffiava il vento impetuoso; i lampi abbarbagliavano; i tuoni scoppiavano ri- percossi in echi sonori; un castello ruinato guardava torvo dalla cima della sua rocca l'in- furiare della tempesta. Nell'avvicinarsi alle po- che e miserabili catapecchie di Serravalle si vide nel mezzo della strada un brulichio di uomini. Erano dei paesani, che s'affaticavano, portando terra, tavole, tronchi d'alberi, fascine, allo scopo di rimettere in sesto provvisoriamente la via, rotta sulla lunghezza di venti metri al- meno da un torrente, il quale, gonfiato dalle piog- gie di quei di, aveva mutato sul dorso del monte vicino il suo primo letto. Quella gente lavorava quasi nel bujo, poichè il giorno stava per de- clinare. Fino all'aurora non volevano rimet- tersi alla bisogna: conveniva dunque per amore o per forza passare l'intiera notte a Serravalle. La fortuna volle che l'albergo del paesucolo fosse collocato innanzi alla rottura della via, per modo che la nostra carrozza e i cavalli vi Digizer y Google<noinclude><references/></noinclude> pbxv360rhndhrkzcibq9z73pt0znji1 3904880 3904879 2026-09-28T14:37:02Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3904880 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|190|{{smaller|STORIELLE VANE.}}|}}</noinclude>montagne, diventava sempre più maledetta. Si passò Colfiorito. Si passò Cinquemiglia. Il freddo pizzicava forte. I cavalli andavano a passo a passo, trascinando con gran fatica il pesante carrozzone; sicchè spesso nelle salite dovevamo scendere a terra e spingere in su carrozza e cavalli. La bufera si scatenava: dalle gole dei monti soffiava il vento impetuoso; i lampi abbarbagliavano; i tuoni scoppiavano ripercossi in echi sonori; un castello ruinato guardava torvo dalla cima della sua rocca l’infuriare della tempesta. Nell’avvicinarsi alle poche e miserabili catapecchie di Serravalle si vide nel mezzo della strada un brulichio di uomini. Erano dei paesani, che s’affaticavano, portando terra, tavole, tronchi d’alberi, fascine, allo scopo di rimettere in sesto provvisoriamente la via, rotta sulla lunghezza di venti metri almeno da un torrente, il quale, gonfiato dalle pioggie di quei di, aveva mutato sul dorso del monte vicino il suo primo letto. Quella gente lavorava quasi nel bujo, poichè il giorno stava per declinare. Fino all’aurora non volevano rimettersi alla bisogna: conveniva dunque per amore o per forza passare l’intiera notte a Serravalle. La fortuna volle che l’albergo del paesucolo fosse collocato innanzi alla rottura della via, per modo che la nostra carrozza e i cavalli vi<noinclude><references/></noinclude> t7puk9cvdngwih6b1jaqrtmad4uagso Pagina:Boito Camillo - Storielle vane, Milano, Treves, 1876.pdf/203 108 1033015 3904882 2026-09-28T14:37:42Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3904882 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|BACIALE ’L PIEDE E LA MAN BELLA E BIANCA.}}|191}}</noinclude>potevano giungere. Ma l’oste, che stava sulla porta a guardarci, annunziando che non v’era più posto nè per uomini, nè per vetture, c’invitò a entrare nondimeno, aggiungendo che avrebbe fatto miracoli per poterci trovare un cantuccio. La tettoja infatti, che serviva di rimessa, era ingombra di veicoli d’ogni sorta. Nella stalla, trasformata in iscuderia, i cavalli stavano pigiati confusamente. Le poche stanze erano zeppe di gente d’ogni maniera, signore, signori, contadine, contadini, viandanti, anche un romeo. Non so come la mia comitiva s’acconciasse; ma io, entrando nella cucina e vedendo brillare sul focolajo una immensa allegrezza di fascine fiammeggianti e scoppiettanti, dissi a me stesso: — Dormirò, per Bacco, in questa cucina. — Senonchè, invece di acclamare ''Evoè'', avrei potuto indirizzarmi a Ciprigna celeste, poichè gli Dei mi preparavano una notte di verecondi e candidissimi affetti. ''Il pedagogo (tra sè, un po’ sconcertato)'': Per Aristotile! e il gruppo non riesce al pettine mai?<noinclude><references/></noinclude> hzrx7lf9l65bo2h2hukf3s3sks2xyr4 Pagina:Boito Camillo - Storielle vane, Milano, Treves, 1876.pdf/204 108 1033016 3904884 2026-09-28T14:38:42Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3904884 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|192|{{smaller|STORIELLE VANE.}}|}}</noinclude>{{Nop}} {{Ct|IV.}} {{Ct|t=1|v=2|{{sc|Come l’autore passò una notte in cucina.}}}} Il vasto e basso locale non aveva altro lume se non quello che si spandeva rosso e oscillante dal camino; solo un lucignolo sottile, tuffato in due dita d’olio che sopra l’acqua sudicia galleggiava in un bicchiere rotto, faceva le viste di ardere dinanzi ad una Madonna dipinta, di cui la faccia arcigna era inghirlandata da una gloria d’angioletti formati della testa tonda tutta di colore carmino e delle alette tutte di colore verde. Il lucignolo pareva un verme attorcigliato, il quale, volgendo il capo alla brutta immagine, le vomitasse contro la sua scintilla pallida, ma petulante. Nel soffitto, composto di travi paralleli rozzamente squadrati e intonacati di bianco, le ombre si andavano allargando di mano in mano che, allontanandosi dal focolajo, sfumavano nella oscurità. In un angolo si vedeva alzarsi da terra un gran cumulo di casse, di valigie,<noinclude><references/></noinclude> fzjv0a263ixjqjepyz7avef75y2yh7b Pagina:Boito Camillo - Storielle vane, Milano, Treves, 1876.pdf/205 108 1033017 3904886 2026-09-28T14:39:40Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3904886 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|BACIALE ’L PIEDE E LA MAN BELLA E BIANCA.}}|193}}</noinclude>di bauli, di cappelliere, di sacche. Verso il centro della cucina stavano due tavole di legno bianco, su cui era accatastata alla rinfusa ogni sorta di roba; di qua e di là nelle pareti più lunghe si alzavano quattro credenze, le quali avevano serbato delle loro Imposte non i cardini, ma le incassature dei cardini. Alcune seggiole di paglia, tutte spagliate, compievano l’arredamento della cucina nell’osteria del villaggio di Serravalle. Il luogo più cospicuo era, in verità, il focolajo. Non so s’io abbia detto come fosse tanto vasto da potervi cuocere un bove intiero, e contornato da certe panchine, sulle quali avrebbero potuto sedere comodamente venti persone. Nove o dieci uomini di assai rozza apparenza vi stavano infatti seduti, bevendo, volgendosi a intervalli il discorso e comunicandosi uno ad uno, senza sosta, il contagio dello sbadiglio. ''Io vi scongiuro, figliuole di Gerusalemme, io vi scongiuro per le cavriole e per le cerve della campagna, che voi non isvegliate l’amor mio, e non le rompiate il sonno finchè non le piaccia.'' Di questa esclamazione bisogna che io spieghi subito all’onesto lettore il perchè. Sovra tre cuscini di seta chermisi stava mollemente adagiata la mia leggiadra apparizione della Catte-<noinclude><references/></noinclude> s19bbtjdjajodgerwe0vssuoxx4v0qo Pagina:Boito Camillo - Storielle vane, Milano, Treves, 1876.pdf/206 108 1033018 3904888 2026-09-28T14:40:37Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3904888 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|194|{{smaller|STORIELLE VANE.}}|}}</noinclude>drale di Spoleto. Dormiva. I capelli, che cadevano in due lunghe treccie serpeggianti, non so perchè mi ricordassero le bionde acque dell’Arno sinuoso, quando si contempla dal murello che protegge l’orto del convento di Fiesole. Era vestita col suo abito azzurro, che al chiarore della fiamma pigliava certi risplendori di tinta verde cangiante. Uno dei lunghi suoi guanti giaceva a terra, mandando dai lucidi bottoncini scintille d’argento. Ella serrava, pure nel sonno, con le dita della mano sinistra il volumetto delle Rime. Quella mano mi disegnò in un baleno nella fantasia un’immagine svanita; la riconoscevo; me la rammentavo appuntino: era la mano di Otricoli. Mentre guardavo attonito, immerso in una tempesta d’idee, girando il fianco la bella dormiente lasciò vedere uno dei piedi calzato collo stivaletto nero ornato dall’orlo e dai fiocchetti rossi. Era, non si poteva dubitarne, era il piede di Otricoli. ''Il Pedagogo (stropicciandosi le mani)'': L’avevo detto io, l’avevo detto. — Ma la donna di Otricoli, perchè, Santo Dio! me la ero io da principio immaginata bruna? Forse a cagione dei fiocchetti sanguigni? Forse perchè lo sciallo, che nascondeva tutta la persona, era di stoffa orientale? Forse<noinclude><references/></noinclude> kjnwiarffryuripdavzu715aaiyywhq Pagina:Boito Camillo - Storielle vane, Milano, Treves, 1876.pdf/207 108 1033019 3904891 2026-09-28T14:42:34Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3904891 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|BACIALE ’L PIEDE E LA MAN BELLA E BIANCA.}}|195}}</noinclude>perchè la mano, da cui cadevano le piccole monete bianche, m’aveva fatto pensare alla ''mirra'', che stillava schietta dalle dita della Sposa del Cantico, mentre apriva ansiosamente l’uscio all’amico suo? Certo è che quando il criterio comincia a smarrire la via, corre corre alla cieca, finchè, senz’avvedersene, si trova a un tratto nella palude dell’assurdo. Continuavo il mio studio sottile. Un versetto della Bibbia «Le sue mani pajono anelli d’oro, ne’ quali sono incastonati berilli» mi ricordava questi versi del Petrarca: <poem style="font-size: smaller"> Man ov’ogni arte e tutt’i loro studi Poser natura e ’l Ciel per farsi onore: Di cinque perle oriental colore Diti schietti, soavi, a tempo ignudi... ... netto avorio e fresche rose. </poem> Le rose, dunque, e l’avorio e le perle erano le immagini della mano della bionda Avignonese; il brunito dell’oro e il verde azzurrognolo del berillo erano l’immagine della mano della Sulamita, la quale i fratelli adirati avevano posta a guardiana delle vigne; e diceva essa medesima: «non risguardate che io son bruna, perciocchè il sole mi ha tocca coi suoi raggi». Quanto ai piedi, io non sapevo allora che nelle Rime fossero in altro modo lodati che<noinclude><references/></noinclude> rqlf82wt4dk1vn765ozgeobe42ks5wu Pagina:Boito Camillo - Storielle vane, Milano, Treves, 1876.pdf/208 108 1033020 3904894 2026-09-28T14:43:55Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3904894 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|196|{{smaller|STORIELLE VANE.}}|}}</noinclude>con l’epiteto di belli, appunto come nel Cantico: ''O figlia di principe, quanto son belli i tuoi piedi nel lor calzamento.'' Così, a un po’ per volta, studiando l’origine dello sbaglio, m’acconciavo all’idea che il piede e la mano da me visti ad Otricoli, potessero naturalmente appartenere alla gentile creatura, che avevo guardato leggere seduta in uno stallo del coro nella Cattedral di Spoleto. La bella bionda si svegliò, sbadigliando: sbadiglio soave, che arcuava leggiadramente i sottili asterischi delle rosee labbra, e si trasformava, nel passare dagli stretti intervalli dei candidissimi denti, in un accordo d’arpa eolia. Lasciò cadere a terra il volumetto, e, mentre glielo porgevo, mi guardò con occhio tutto trasognato. Passò due volte la mano ignuda sul fronte, come volesse discacciare le torpidezze del sonno, poi chiese con voce soavemente agitata: — È proprio lei? — Insieme al libro avevo raccolto da terra il guanto della signora, e le offrivo in silenzio l’uno e l’altro da mezzo minuto, quand’ella, con un cenno delle dita pieno di grazia, respingendo il volume, fece per torre il guanto. Allora io, cercato un po’e trovato il sonetto che dice: {{Ct|f=90%|Candido, leggiadretto e caro guanto,}}<noinclude><references/></noinclude> axstgz8js7p3jg7vmbd2zsnwfrbdwi8 3904945 3904894 2026-09-28T15:09:41Z Candalua 1675 Gadget [[Aiuto:Gadget ErroriOrtografici|ErroriOrtografici]] 3904945 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|196|{{smaller|STORIELLE VANE.}}|}}</noinclude>con l’epiteto di belli, appunto come nel Cantico: ''O figlia di principe, quanto son belli i tuoi piedi nel lor calzamento.'' Così, a un po’ per volta, studiando l’origine dello sbaglio, m’acconciavo all’idea che il piede e la mano da me visti ad Otricoli, potessero naturalmente appartenere alla gentile creatura, che avevo guardato leggere seduta in uno stallo del coro nella Cattedral di Spoleto. La bella bionda si svegliò, sbadigliando: sbadiglio soave, che arcuava leggiadramente i sottili asterischi delle rosee labbra, e si trasformava, nel passare dagli stretti intervalli dei candidissimi denti, in un accordo d’arpa eolia. Lasciò cadere a terra il volumetto, e, mentre glielo porgevo, mi guardò con occhio tutto trasognato. Passò due volte la mano ignuda sul fronte, come volesse discacciare le torpidezze del sonno, poi chiese con voce soavemente agitata: — È proprio lei? — Insieme al libro avevo raccolto da terra il guanto della signora, e le offrivo in silenzio l’uno e l’altro da mezzo minuto, quand’ella, con un cenno delle dita pieno di grazia, respingendo il volume, fece per torre il guanto. Allora io, cercato un po’ e trovato il sonetto che dice: {{Ct|f=90%|t=1|Candido, leggiadretto e caro guanto,}}<noinclude><references/></noinclude> p8uzk7lsz7sst9pod0xqy0ivzluex6y Pagina:Boito Camillo - Storielle vane, Milano, Treves, 1876.pdf/209 108 1033021 3904896 2026-09-28T14:45:00Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3904896 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|BACIALE ’L PIEDE E LA MAN BELLA E BIANCA.}}|197}}</noinclude>lo mostrai alla bella severa, aggiungendo speditamente: — Facciamo il cambio? — E sia pure — ella rispose tra il riso ed il sorriso, e ripigliò il Petrarca, e abbandonò le dolci spoglie della sua mano. Da quel punto diventammo amici. Le parole chiamano le parole. Io avevo bisogno ch’ella mi disnebbiasse alcuni misteri; ell’aveva qualche curiosità de’ fatti miei. Quando ci ebbimo narrati i nostri casi, ne parvero semplicissimi. Tutto correva liscio. La signora era partita da Roma il giorno dopo di me; aveva dormito a Civita Castellana; s’era fermata due ore ad Otricoli; aveva passata la notte a Terni, all’albergo della Posta, dove, sopra una panca, la quale stava in un portichetto verso l’ortaglia — e mi rammentai allora soltanto che m’ero seduto in quel posto a leggere — aveva trovato il volumetto delle Rime. Io, dopo cercato il libro dappertutto, salvo nel portico, ero partito: la signora non poteva quindi restituire il ''Petrarca''. Non aveva altri libri; il volumino era piccolo e ben rilegato: se lo teneva in tasca, e ad ogni tratto lo tirava fuori per leggerlo. A Spoleto era giunta di buon’ora; ma non ne aveva ricercato i ruderi antichi, bensì, annoiandosi all’albergo, s’era fatta condurre nella Cattedrale, dove, dopo<noinclude><references/></noinclude> 04e4rlqfn8rxot7omwog6f5k963axkn 3904897 3904896 2026-09-28T14:45:08Z Candalua 1675 3904897 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|BACIALE ’L PIEDE E LA MAN BELLA E BIANCA.}}|197}}</noinclude>lo mostrai alla bella severa, aggiungendo speditamente: — Facciamo il cambio? — E sia pure — ella rispose tra il riso ed il sorriso, e ripigliò il ''Petrarca'', e abbandonò le dolci spoglie della sua mano. Da quel punto diventammo amici. Le parole chiamano le parole. Io avevo bisogno ch’ella mi disnebbiasse alcuni misteri; ell’aveva qualche curiosità de’ fatti miei. Quando ci ebbimo narrati i nostri casi, ne parvero semplicissimi. Tutto correva liscio. La signora era partita da Roma il giorno dopo di me; aveva dormito a Civita Castellana; s’era fermata due ore ad Otricoli; aveva passata la notte a Terni, all’albergo della Posta, dove, sopra una panca, la quale stava in un portichetto verso l’ortaglia — e mi rammentai allora soltanto che m’ero seduto in quel posto a leggere — aveva trovato il volumetto delle Rime. Io, dopo cercato il libro dappertutto, salvo nel portico, ero partito: la signora non poteva quindi restituire il ''Petrarca''. Non aveva altri libri; il volumino era piccolo e ben rilegato: se lo teneva in tasca, e ad ogni tratto lo tirava fuori per leggerlo. A Spoleto era giunta di buon’ora; ma non ne aveva ricercato i ruderi antichi, bensì, annoiandosi all’albergo, s’era fatta condurre nella Cattedrale, dove, dopo<noinclude><references/></noinclude> cz8rwzr64hv2crjk4338pptib1veo11 3904946 3904897 2026-09-28T15:09:55Z Candalua 1675 3904946 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|BACIALE ’L PIEDE E LA MAN BELLA E BIANCA.}}|197}}</noinclude>{{No rientro}}lo mostrai alla bella severa, aggiungendo speditamente: — Facciamo il cambio? — E sia pure — ella rispose tra il riso ed il sorriso, e ripigliò il ''Petrarca'', e abbandonò le dolci spoglie della sua mano. Da quel punto diventammo amici. Le parole chiamano le parole. Io avevo bisogno ch’ella mi disnebbiasse alcuni misteri; ell’aveva qualche curiosità de’ fatti miei. Quando ci ebbimo narrati i nostri casi, ne parvero semplicissimi. Tutto correva liscio. La signora era partita da Roma il giorno dopo di me; aveva dormito a Civita Castellana; s’era fermata due ore ad Otricoli; aveva passata la notte a Terni, all’albergo della Posta, dove, sopra una panca, la quale stava in un portichetto verso l’ortaglia — e mi rammentai allora soltanto che m’ero seduto in quel posto a leggere — aveva trovato il volumetto delle Rime. Io, dopo cercato il libro dappertutto, salvo nel portico, ero partito: la signora non poteva quindi restituire il ''Petrarca''. Non aveva altri libri; il volumino era piccolo e ben rilegato: se lo teneva in tasca, e ad ogni tratto lo tirava fuori per leggerlo. A Spoleto era giunta di buon’ora; ma non ne aveva ricercato i ruderi antichi, bensì, annoiandosi all’albergo, s’era fatta condurre nella Cattedrale, dove, dopo<noinclude><references/></noinclude> sm0clp298mjf2kps82gohsvt6b54nsn Pagina:Boito Camillo - Storielle vane, Milano, Treves, 1876.pdf/210 108 1033022 3904899 2026-09-28T14:45:54Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3904899 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|198|{{smaller|STORIELLE VANE.}}|}}</noinclude>avere guardato i freschi di Fra Filippo, postasi a sedere nell’abside, fu veduta da me. Era rimasta molto sconcertata e un pochino vergognosa di essersi lasciata regalare in sì bizzarro modo qualcosa da un uomo ch’ella non conosceva: avrebbe bramato rivederlo e lo confessò andava ripensandolo un tantino più del dovere. S’era fermata la notte precedente a Foligno, e la sera, per la stessa cagione che mi tratteneva a Serravalle, aveva dovuto, circa due ore prima ch’io vi giungessi, far sosta nella pitocca osteria. Tutte le stanze erano già occupate, ed ella, un po’ freddolosa, s’era venuta a scaldare al fuoco. Il resto lo sapevo io e lo sa il lettore, al quale non devono parere strane due cose: primamente, che le carrozze si fermassero nelle stesse città, anzi negli stessi alberghi, poichè le tappe dei vetturini d’ogni maniera son sempre quelle, e di alberghi decenti nelle piccole città di Romagna ve n’è uno, se pur v’è; in secondo luogo, ch’io non vedessi il carrozzone maestoso della signora e non la incontrassi mai, poichè ella si ritirava appena arrivata, col marito, nelle sue stanze, e il carrozzone stava probabilmente nella rimessa, dove io non avevo per costume di entrare. Mezza notte non era ancora suonata — scrivo<noinclude><references/></noinclude> e1t1hc5x5mscza04p44p6qo1cq0v2p4 Pagina:Boito Camillo - Storielle vane, Milano, Treves, 1876.pdf/211 108 1033023 3904900 2026-09-28T14:46:34Z Candalua 1675 /* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: così tanto, per iscrivere una frase da novelliere, giacchè in tutto il paesucolo di Serravalle non si trovava certo neanche un orologio che sapesse suonare — e già conoscevo dell’amabile viaggiatrice, non solo ciò che ho svelato dianzi al lettore, ma parecchie altre cose. Era Romana; e, perchè io stupivo ch’ella, invece di figurare nella sua persona la bruna maschiezza delle matrone del Tevere, arieggiasse le Russalke de... 3904900 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|BACIALE ’L PIEDE E LA MAN BELLA E BIANCA.}}|199}}</noinclude>così tanto, per iscrivere una frase da novelliere, giacchè in tutto il paesucolo di Serravalle non si trovava certo neanche un orologio che sapesse suonare — e già conoscevo dell’amabile viaggiatrice, non solo ciò che ho svelato dianzi al lettore, ma parecchie altre cose. Era Romana; e, perchè io stupivo ch’ella, invece di figurare nella sua persona la bruna maschiezza delle matrone del Tevere, arieggiasse le Russalke della Vistola e le Ondine del Reno, mi disse che le scorreva in fatti nelle arterie un poco di sangue nordico. Aveva sposato un conte anconetano, e capii che doveva appartenere ad una delle più cospicue famiglie delle Marche; tornava ad Ancona, dove abitava per solito l’inverno; il marzo e l’aprile stava in villa un miglio discosto dalla città; passava l’estate ai bagni o a Parigi; a Roma correva spesso. Del marito, come donna gentile, parlava con rispettose parole; ma non così prudentemente che, raccogliendo di qua e di là qualche frase staccata, non mi riescisse di raccapezzare l’indole dell’uomo, la quale non doveva essere delle più amene. Aveva tre bizzarrie: tenere, per amore della igiene de’ polmoni, piovesse o gelasse, le finestre spalancate durante la notte, e n’erano uscite queste conseguenze, che la moglie fin da’ primi giorni s’era decisa a dormire<noinclude><references/></noinclude> 23vfumey4trp5u013162n9p2c7bauzq 3904901 3904900 2026-09-28T14:46:38Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3904901 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|BACIALE ’L PIEDE E LA MAN BELLA E BIANCA.}}|199}}</noinclude>così tanto, per iscrivere una frase da novelliere, giacchè in tutto il paesucolo di Serravalle non si trovava certo neanche un orologio che sapesse suonare — e già conoscevo dell’amabile viaggiatrice, non solo ciò che ho svelato dianzi al lettore, ma parecchie altre cose. Era Romana; e, perchè io stupivo ch’ella, invece di figurare nella sua persona la bruna maschiezza delle matrone del Tevere, arieggiasse le Russalke della Vistola e le Ondine del Reno, mi disse che le scorreva in fatti nelle arterie un poco di sangue nordico. Aveva sposato un conte anconetano, e capii che doveva appartenere ad una delle più cospicue famiglie delle Marche; tornava ad Ancona, dove abitava per solito l’inverno; il marzo e l’aprile stava in villa un miglio discosto dalla città; passava l’estate ai bagni o a Parigi; a Roma correva spesso. Del marito, come donna gentile, parlava con rispettose parole; ma non così prudentemente che, raccogliendo di qua e di là qualche frase staccata, non mi riescisse di raccapezzare l’indole dell’uomo, la quale non doveva essere delle più amene. Aveva tre bizzarrie: tenere, per amore della igiene de’ polmoni, piovesse o gelasse, le finestre spalancate durante la notte, e n’erano uscite queste conseguenze, che la moglie fin da’ primi giorni s’era decisa a dormire<noinclude><references/></noinclude> d0evyswmpaepkzlrghri18v0u3uwbcq Pagina:Boito Camillo - Storielle vane, Milano, Treves, 1876.pdf/212 108 1033024 3904902 2026-09-28T14:47:28Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3904902 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|200|{{smaller|STORIELLE VANE.}}|}}</noinclude>in un’altra camera, e ch’egli era sempre pieno di reumatismi e d’infreddature; alzarsi all’alba per esercitare i muscoli nelle passeggiate mattutine, ma s’era scoperto che appena uscito di casa entrava in una botteguccia da caffè, dove dormiva come un tasso fino alle dieci; finalmente annotare nel suo taccuino, non sola tutte le spese ch’egli faceva, ma l’ora e il minuto degli avvenimenti, che in un modo o nell’altro lo risguardavano. Quest’ultima mania mi giovò. Bisogna che il lettore sappia come fra la signora e me s’andava incalorendo una grossa tenzone. Ella m’aveva chiesto, naturalmente, ciò che la data e le due linee rosse del sonetto nel ''Petrarchino'' volessero significare; io glielo avevo confessato con un poco di sentimentalismo; ma ella diceva di non credere, ed io dimostravo che la cosa stava quale la raccontavo appuntino, anzi non poteva stare altrimenti. Tutt’era inutile. La bella si ostinava con caparbietà ineffabile a dir di no, quando il conte, avvolto in un mantello, del quale il bavero gli nascondeva il naso e le orecchie, precipitò nella cucina. Era assiderato; tremava tutto aveva dormito in carrozza con le finestre degli sportelli aperte, e il vento, che infuriava, gli aveva ghiacciato le membra, senza<noinclude><references/></noinclude> 2dt3rlj0xr4slttqwrl3cv66naqzie3 Pagina:Boito Camillo - Storielle vane, Milano, Treves, 1876.pdf/213 108 1033025 3904906 2026-09-28T14:49:25Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3904906 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|BACIALE ’L PIEDE E LA MAN BELLA E BIANCA.}}|201}}</noinclude>dire che gli aveva messo nel petto una tosse maligna. Poichè, sedutosi al fuoco — e il fuoco era nutrito dalla vigile cura di un famiglio dell’oste — il discepolo d’Igea mi parve un po’ riscaldato, gli feci due gentili inchini e gli diedi il mio biglietto da visita, dicendogli, dopo un bene accomodato esordio, che mi era accaduto di partire da Otricoli contemporaneamente alla sua stemmata carrozza, e che mi sarebbe importato di conoscere, s’egli mi poteva aiutare, l’ora esatta in cui si partì, giacchè de questa cognizione dipendeva l’esito di una mia grave faccenda. Il conte, senza lasciarmi finire, scartabellato il voluminoso taccuino, rispose pieno di compiacenza: tal giorno, tale ora, tale minuto. Guardai con occhio di trionfo la signora, che teneva dinanzi il libretto aperto alla faccia dugentotrè. — Sette minuti di differenza — esclamai. E la signora rispose con la dolcezza d’un arcano sorriso. Il conte poco dopo s’addormentò, unendo alle altre persone ch’erano rimaste nella cucina il suo russare d’uomo infreddato. Intanto il dialogo con la donna gentile non faceva mai sosta. Eravamo entrati nelle dolcezze della poesia: intendo della poesia del Petrarca, pel quale la tenerezza della nuova<noinclude><references/></noinclude> tgfyqkf2g4rzol7nlml0vjha9anffq0 Pagina:Boito Camillo - Storielle vane, Milano, Treves, 1876.pdf/214 108 1033026 3904908 2026-09-28T14:50:29Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3904908 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|202|{{smaller|STORIELLE VANE.}}|}}</noinclude>lettrice s’alzava quasi all’ardore della passione. — Oh, caro ideale della grazia umana! — Era chierico. — Oh, uomo pieno di seduzioni! — Era cappellano della regina Giovanna. — Oh, sogno delle fantasie femminili! — Aveva in Padova un canonicato. — Ecco il tipo dell’amante sentimentale. — Sì: mentre cantava d’amor celeste gli nasceva un figliuolo. — Ecco un modello dei puri affetti! — Sì: a trentanov’anni gli nasceva una figlia. — Ecco naturalezza sublime di poesia e di poeta! — Sì, sì: e troncava a mezzo i suoi sonni per arricciarsi col rovente ferro i capelli, ond’era segnato al fronte di brutte macchie d’arsiccio; e temeva che un lieve soffio di vento scompigliasse il laborioso artifizio delle sue chiome; e s’affaccendava nel mutare vesti mattina e sera; e, camminando in istrada, teneva il largo perchè l’urto dei passanti non isconcertasse le pieghe della profumata guarnacca; e i piedi aveva pieni zeppi di calli, per la smania di fare il piedino. Or egli poetava spesso come si arricciava, come si vestiva e come si calzava. —<noinclude><references/></noinclude> efcav3opppt4l7pgye6x8a0z39hsipg Pagina:Boito Camillo - Storielle vane, Milano, Treves, 1876.pdf/215 108 1033027 3904911 2026-09-28T14:51:17Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3904911 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|BACIALE ’L PIEDE E LA MAN BELLA E BIANCA.}}|203}}</noinclude>{{Nop}} Nel corso di una lunga notte, per quanto sia piacente il luogo, gradita la compagnia, è animata di ciance, di musiche, di balli, di giuochi, accade sempre che le ali leggiere di Morfeo ti tocchino le palpebre, e che, sia pure per un istante, te le senta pesar come piombo. Ti scuoti subito, ti svegli, ti rianimi; ma in quell’attimo ti era uscita dal labbro una fervida prece al figliuolo dell’Erebo e della Notte, e avevi mandato sospirando un saluto al tuo caro lettuccio, che se non è fatto di legno del Libano, con le colonne d’argento, il capezzale d’oro e il cielo di porpora, come quello del re dalle trecento concubine, non è certo neanche fatto di pomi, come per istrano gusto lo bramava la Sposa del Cantico. Il silenzio è fatale. Non so come, si tacque per un istante, e allora il sonno, che aleggiava sul capo de’ dormenti, venne a toccare contemporaneamente con il suo scettro di papaveri il fronte mio e quello della signora. Ella pigliò una repentina risoluzione: s’alzò e, camminando come una fata, mosse verso una delle finestre, dov’io la seguii. L’aria ci pizzicò; un brivido freddo ci corse per le membra: Morfeo era scomparso; ma il vento aveva estinto il lumicino, che ardeva dinanzi al quadro della Madonna.<noinclude><references/></noinclude> pzl89d8wkdx68tgj861tpb3gatba4sz Pagina:Boito Camillo - Storielle vane, Milano, Treves, 1876.pdf/216 108 1033028 3904913 2026-09-28T14:51:51Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3904913 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|204|{{smaller|STORIELLE VANE.}}|}}</noinclude>{{Nop}} Il fuoco s’andava spegnendo. Di quando in quando mandava de’ lampi di luce, uno scoppiettio, una favilla; poi si ridusse ad un cumulo sparso di fascine incandescenti, le quali s’infuocavano or di qua or di là per estinguersi tosto e spezzarsi e ridursi in brace ed in cenere. La signora, al barlume che usciva tuttavia dal focolajo, andava cercando nelle credenze qualche candela, qualche lumino ad olio, qualcosa che potesse spandere un poco di luce. Trovò infatti due candele di sevo, che io piantai su due candelieri di stagno, e che, sgomberando l’angolo di una tavola dalla roba onde era piena, collocai simmetricamente. Allora la gentilissima mi pregò di mostrarle i miei disegni dell’albo. L’amabile bionda sfogliava le pagine ora sollecita, or tarda, secondo che le cose rappresentate le parlavano alla fantasia, o le facevano ricantar la memoria. Vi lasciava cadere sopra o uno scherzo, o un sospiro; e ci si smarriva in mille sentieruzzi di ragionamenti. Arrivò al foglio dove stava in pochi segni tracciata la sua immagine leggiadra; se ne compiacque, e sentii che susurrava: — Pare una figura del Perugino. Intanto i pallidi bagliori dell’alba cominciavano a rischiarare di una luce fioca e fredda<noinclude><references/></noinclude> 07ae7uv5mf3dn92hf0z901dz3n6qfkv Pagina:Boito Camillo - Storielle vane, Milano, Treves, 1876.pdf/217 108 1033029 3904916 2026-09-28T14:52:35Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3904916 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|BACIALE ’L PIEDE E LA MAN BELLA E BIANCA.}}|205}}</noinclude>la stanza; gli oggetti sembravano senza colore: tutt’era sì volgare, sì triste, sì ghiacciato, quasi direi sì cadaverico che mi sentii stringere il cuore sinistramente. Forse la signora provò la stessa impressione; giacchè, mettendo sul capo il lembo del suo sciallo, ch’era annodato in modo da formare come un cappuccio, e pigliando ad un tratto il mio braccio, disse: — Usciamo a veder l’aurora. — Aurora ben melanconica. Il vento era cessato; il cielo non diluviava, ma la pioggia cadeva invece sottile, monotona, increspando appena la superficie delle profonde pozzanghere, che rendevano impraticabile la via. Ci fermammo sulla soglia della porta socchiusa. Un torrentello pareva per straripare e, in mezzo a tanta acqua, le ruote di un pittoresco molino stavano ferme, come prese da torpore. La natura non si svegliava; era assiderata. A un po’ per volta, uno ad uno, due a due, i paesani, dall’una e dall’altra parte della strada, dall’uno e dall’altro viottolo delle montagne, capitavano al lavoro, per ricominciare la fatica della sera precedente: somigliavano ad ombre, così muovevansi lenti, foschi, silenziosi. I due fanaletti, che erano stati posti la notte per annunziare al viandante la rottura della via, mandavano nelle mezze tenebre del crepuscolo qualche scintilla pallida. Si spen-<noinclude><references/></noinclude> ih891xx5b0qvuf4sfijaydl714vb7sr Pagina:Boito Camillo - Storielle vane, Milano, Treves, 1876.pdf/218 108 1033030 3904917 2026-09-28T14:53:16Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3904917 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|206|{{smaller|STORIELLE VANE.}}|}}</noinclude>sero quasi nello stesso tempo da sè, quando ad oriente un bagliore accennò alla lotta del sole contro le nubi. Qualche raggio splendè per un minuto; ma la vittoria restò alle nuvole, che si serrarono come il sudario dell’astro, il quale era brillato sì gajo la mattina ch’io uscivo col mio fardello dalla Porta del Popolo. La gente nell’osteria principiava a svegliarsi; sicchè il rumore de’ passi, lo stridor delle voci, il nitrire de’ cavalli, il cigolare delle carrozze e delle carrette smosse dai vetturini, l’abbajare dei cani e il cantare de’ galli, vennero in breve a rompere il misterioso silenzio dell’aurora, e a distrarre la signora e me dalle nostre contemplazioni platoniche. Tutto diventò chiasso e confusione. Chi gridava contro l’oste, chi s’adirava coi cocchieri, chi bestemmiava, chi vociava una canzonaccia. Intanto la strada, bene o male, era stata rimessa in sesto: una carrozza partiva, poi la seconda, poi la terza. Venne il giro del gran carrozzone stemmato. La contessa vi sbalzò stringendomi la mano, e il conte la segui tutto indolenzito, soffiandosi il naso. La carrozza stava per muoversi quando il conte, che aveva tirato fuori il taccuino e la matita per segnare l’ora della partenza, guardò l’oriuolo. S’era scordato di caricarlo. Chiese l’ora alla moglie, la chiese a me. I nostri orologi erano fermi.<noinclude><references/></noinclude> jocil3hvq4a7hb2uvg3733epptqf7m9 Pagina:Boito Camillo - Storielle vane, Milano, Treves, 1876.pdf/219 108 1033031 3904918 2026-09-28T14:54:37Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3904918 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|BACIALE ’L PIEDE E LA MAN BELLA E BIANCA.}}|207}}</noinclude>{{Nop}} {{Ct|V.}} {{Ct|t=1|v=2|{{sc|Del coraggio dell’autore.}}}} Michele di Montaigne, gentiluomo francese, si lasciò andare, quasi tre secoli addietro, poco in là di Serravalle, a percuotere sonoramente la guancia destra del suo vetturino, la qual cosa «est un grand excès selon l’usage du païs, temoin le vetturin qui tua le Prince du Trésignano.» Il principe di Trasignano e le inquietudini del Montaigne mi tornarono alla memoria nel toccare che io feci con la punta della mia mazza il dorso del nostro auriga, il quale aveva detto non so più quali sboccate insolenze alla vecchia tedesca. Eravamo presso a Valcimara, sulla riva del Chienta, che correva gonfio e adirato; la via, lungo la stretta valle, tagliava un bosco di severe quercie, le quali, al soffio del vento, scuotevano appena i più sottili rami. Lo sguardo che il cocchiere romano mi scagliò nel piegare la testa verso terra, aveva tutta la bieca ferocia della iena; allora sollevai di nuovo il bastone, ma<noinclude><references/></noinclude> n8wfr73d352cv9dgqyqds3wkspov5gv Pagina:Boito Camillo - Storielle vane, Milano, Treves, 1876.pdf/220 108 1033032 3904919 2026-09-28T14:55:22Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3904919 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|208|{{smaller|STORIELLE VANE.}}|}}</noinclude>il puntale fendè l’aria in semicerchio, poichè il mascalzone s’era aggomitolato sul suolo. Rimontó a cassetta senza guardarmi, sferzò i cavalli con rabbia repressa e fino a Tolentino si scordò di scendere alle osterie della strada. Entrati in carrozza verso le otto, credo, della mattina, avevamo passato il Ponte della Trave e Camerino, senza che io, pieno delle reminiscenze dolcissime di quella notte e stanco e tutto sonnacchioso, me ne fossi avveduto. La mia cavalleresca difesa della vecchia m’aveva un poco svegliato; ma, invece di confortarsene, i miei compagni di viaggio se n’erano profondamente impensieriti. Non avevano letto il vecchio scrittore francese, ma avevano notato l’occhio torvo del vetturino; fantasticavano quindi vendette, pugnali, strozzature, avvelenamenti, che so io. La nuora del capitano mercantile, rotto finalmente lo scilinguagnolo, prendeva parte alla conversazione dell’''interno'', della quale non mi giungeva all’orecchio se non il bisbiglio confuso, giacchè tutti parlavano insieme e tutti sottovoce. La cantante brunetta mi riferiva di quando in quando con molta circospezione, affinchè il cocchiere non potesse udir nulla, il risultato de’ ragionamenti; io approvavo sempre, ma dovevo poi subire le chiose, molto ragionevoli e molto prolisse, del mio<noinclude><references/></noinclude> h68a7uusmtjpzo5vu8dq9k68nlchn4p Pagina:Boito Camillo - Storielle vane, Milano, Treves, 1876.pdf/221 108 1033033 3904920 2026-09-28T14:56:18Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3904920 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|BACIALE ’L PIEDE E LA MAN BELLA E BIANCA.}}|209}}</noinclude>collega di ''cabriolet''. Innanzi di giungere a Tolentino furono ventilati così almeno dieci partiti diversi, e non s’era, naturalmente, concluso nulla. A Tolentino si desinò. Vidi che gli altri non mettevano il boccone in bocca senza un certo sospetto; guardavano e riguardavano il cibo come se lo volessero con gli occhi analizzare chimicamente. La zuppa non era piaciuta a nessuno; l’insalata era stata mangiata senza il condimento dell’aceto, del pepe e del sale; le pietanze, che avevano ottenuto il successo di più aperte lodi, anche dal cuoco, furono il pane e soprattutto le ova sode. Quanto al vino, nessuno sin quasi al termine del desinare si era ricordato di berne, salvo io; sicchè poi; nel ripensarci, mi sono accorto che il non avermi visto preso dalle coliche aveva dato coraggio a tutti, e segnatamente al capitano, il quale, sebbene avesse cominciato tardi, non volle perdere del suo fiasco neanche una goccia. Quel desinare non fu allegro davvero, tanto più che dopo la zuppa s’udì nella strada un gran frastuono di cavalli, di carrette e di popolo. La curiosità ci spinse alle finestre, e vedemmo de’ gendarmi che conducevano dieci o dodici uomini incatenati. Che ceffi, santo Dio! che sguardi da demonii. Quando ci videro, comin-<noinclude><references/></noinclude> 05tunngfplkc2zq97bkr18lcvka3tvf Pagina:Boito Camillo - Storielle vane, Milano, Treves, 1876.pdf/222 108 1033034 3904921 2026-09-28T14:57:02Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3904921 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|210|{{smaller|STORIELLE VANE.}}|}}</noinclude>ciarono in coro a chiedere l’elemosina, e i gendarmi li percuotevano col calcio della carabina, ed essi ruggivano bestialmente e si parlavano tra loro con grida oscene, finchè una nuova percossa sulla schiena o sulle spalle non li faceva ruggire di nuovo e bestemmiare fra i denti. L’oste nel portare il fritto ci disse che que’ manigoldi facevano parte di una banda di grassatori, la quale infestava il paese da qualche tempo. — Voglia — concluse — voglia la Santissima Vergine Maria che sieno presto pigliati anche gli altri! — Ce n’è dunque ancora? — chiese il capitano. — A dozzine, signor mio — rispose l’oste — e la notte scorsa ne hanno fatto di belle. Il cielo, sempre chiuso da nubi, continuava a sgocciolare. Le prime case di Macerata, dove ci si doveva trattenere la notte, si vedevano a cento passi di distanza, quando la carrozza si fermò ad un albergo di discreta apparenza. Le signore, il capitano ed il cuoco non volevano scendere, dicendo che fuori di città non si arrischiavano di alloggiare, ma tanto feci che finalmente li persuasi ad entrare nell’osteria. La cena fu più triste del desinare: vidi che i fantasmi della paura stringevano il cuore de’ miei<noinclude><references/></noinclude> 26lkaaato8im2yp1z0nufay7xp2vo0a Pagina:Boito Camillo - Storielle vane, Milano, Treves, 1876.pdf/223 108 1033035 3904922 2026-09-28T14:57:58Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3904922 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|BACIALE ’L PIEDE E LA MAN BELLA E BIANCA.}}|211}}</noinclude>commensali. Tutti si confortarono per altro nel sapere che ci erano destinate quattro stanze vicine: il cuoco doveva dormire col capitano, la nuora sola, la zia e la nipote insieme, ed io avevo una camera tutta per me. La mia stanza era vasta e fredda, come quella dell’Osteria delle ''Sette Vene''. Apersi la grande finestra, che non aveva imposte nè dentro nè fuori, e che guardava dalla parte dei campi: tutt’era silenzio e solitudine. — Diavolo, diavolo! — pensai — che avessi timore? — Richiusa l’invetriata e pigliate quelle stesse precauzioni che avevo prese appunto alle ''Sette Vene'', mi coricai, e in meno di un minuto dormivo. Ho il sonno molto leggiero. Un susurro mi sveglio. Stetti ad udire: raschiavano dalla parte della finestra. La vasta apertura lasciava vedere nella notte un po’ di chiarore: fors’era un raggio di luna, che attraversava le nubi. Continuavano a raschiare il legno del serramento, poi a grattare i vetri: e l’invetriata, nello scuotersi, mandava un acuto cigolio. Spalancai tanto d’occhi, e guardai. Un’ombra nera, bassa, flessuosa, muovevasi lenta al di fuori sul davanzale. Poi si aggiunse un’altra ombra, pur nera, simile alla prima; e intanto continuava il rumore. Erano — le vedevo — due teste brune: due teste da grassatori. Quattro occhi scintilla-<noinclude><references/></noinclude> bdi1aktrvj2a10td404o9fzxlagpgnr Pagina:Boito Camillo - Storielle vane, Milano, Treves, 1876.pdf/224 108 1033036 3904923 2026-09-28T14:58:44Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3904923 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|212|{{smaller|STORIELLE VANE.}}|}}</noinclude>vano fosforescenti; si capiva che, cercando di spiare nella stanza, gli assassini aspettavano il momento opportuno per iscassinare il tarlato telaio della finestra. Mi sollevai a sedere sul letto. Il vetro, grattato dalle unghie, metteva la pelle d’oca le due ombre guardavano sempre. Presi a un tratto una grande risoluzione: sbalzai giù dal letto, imbrandii la mia nodosa mazza, e, correndo alla finestra, l’apersi con gran fracasso: mi pareva di essere Orlando. Ecco allora una bestia bruna saltare impaurita sulla piccola tettoja del portico, che stava sotto il davanzale, ed un’altra, assai grossa, saltare in camera. Erano due gatti! Rimasi allora molto sconcertato, poichè avevo speso una gran dose di eroismo invano; ma non rimasi punto rassicurato. Il mio buon pedagogo, del quale in mezzo alla narrazione di queste peripezie non ho avuto l’ingratitudine di scordarmi, deve sapere che i gatti non mi vanno a genio, massime quando sono o quando possono essere arrabbiati. Avevo paura che la brutta bestia mi graffiasse gli occhi o m’addentasse le gambe, le quali non erano corazzate; e mentre prima avevo sognata la gloria di Orlando, ora ne invidiavo l’armatura, l’elmo e la visiera. Il gatto balzava da un angolo all’altro della stanza, ed<noinclude><references/></noinclude> 54h35m3i3fdt5gj8v6ggt7i6c38tgkv Pagina:Boito Camillo - Storielle vane, Milano, Treves, 1876.pdf/225 108 1033037 3904924 2026-09-28T14:59:25Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3904924 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|BACIALE ’L PIEDE E LA MAN BELLA E BIANCA.}}|213}}</noinclude>io dietro col bastone per ricacciarlo fuori dalla finestra intanto le seggiole si rovesciavano a terra, e i bicchieri e la bottiglia dell’acqua andavano in frantumi: ogni cosa era messa a soqquadro. Il gran chiasso destò i vicini, che si misero a gridare. La brunetta e la zia, in camicia, apersero l’uscio della stanza, poi vennero il cuoco e il capitano, vestiti come le signore, ma non la nuora, che s’era cacciata sotto a’ materassi del letto. L’oste e i famigli dell’oste picchiavano all’uscio del corridojo. Insomma era un diavoleto. La sera dopo, arrivando ad Ancona, si rideva ancora. Quel buffo incidente contribui più d’ogni altra cosa all’armonia degli abitatori della carrozza: i garbacci della mummia erano diventati meno arcigni; il capitano aveva ceduto alla vecchia tedesca il suo posto del fondo — quel benedetto posto, tanto bramato dalla vecchia, era stato la cagione durante il viaggio d’infinite punzecchiature e musonerie e insolenze tra le due coppie dell’''interno'' —; il cuoco aveva smesso un po’ il suo contegno untuosaimente solenne, e la cantante parlava meno de’ suoi allori. Quando le cose cominciavano così ad andare meglio ci si dovette dividere, stringendoci la mano. Le tedesche continuarono il viaggio; gli altri tre si fermarono ad An-<noinclude><references/></noinclude> 6ltp29iu1vp77xc5kp8fgcufqdf8c1y Pagina:Boito Camillo - Storielle vane, Milano, Treves, 1876.pdf/226 108 1033038 3904925 2026-09-28T14:59:45Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3904925 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|214|{{smaller|STORIELLE VANE.}}|}}</noinclude>cona, ma io, benchè mi trattenessi qualche giorno in quella città — e il lettore se ne figura la cagione — ebbi la buona sorte di non incontrarli mai più.<noinclude><references/></noinclude> f50slj1pu13mqw2hqlnm16oqcfu6tem Pagina:Boito Camillo - Storielle vane, Milano, Treves, 1876.pdf/227 108 1033039 3904926 2026-09-28T15:00:28Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3904926 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|BACIALE ’L PIEDE E LA MAN BELLA E BIANCA.}}|215}}</noinclude>{{Nop}} {{Ct|VI.}} {{Ct|t=1|v=2|{{sc|il fine.}}}} La soggezione, che sento grandissima per il mio pedagogo, m’ha fatto tacere, nel descrivere la notte di Serravalle, una parola della bionda Romana. Ma ora, dopo averci pensato e ripensato, vedo che non posso, senza compromettere la mia reputazione di narratore, serbare modestamente il mistero, poichè ne verrebbe che o il racconto restasse in tronco o, proprio sul terminare, peccasse d’inverosimiglianza. Giova quindi che il discreto lettore non ignori come, nel mentre la signora ed io guardavamo in sull’albeggiare alla cupa tetraggine del paese, piantati sulla soglia del portone dell’osteria, implorassi dalla donna gentile un minuto per dirle addio, innanzi di partire da Ancona; ed ella meditò un poco, e poi con accento pieno di candore mi rispose di sì. Dovevo dunque, quattro giorni dopo, verso le undici della sera, recarmi alla sua villa, di<noinclude><references/></noinclude> 8y0t060k5nlb54hd6ku5r1v1zi65xr0 Pagina:Boito Camillo - Storielle vane, Milano, Treves, 1876.pdf/228 108 1033040 3904927 2026-09-28T15:01:08Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3904927 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|216|{{smaller|STORIELLE VANE.}}|}}</noinclude>cui mi descrisse con molti particolari la posizione e la planimetria, fermandosi lungamente al giardino, che si apriva dietro al palazzo, alla siepe, che proteggeva il giardino, e ad un pergolato, il quale terminava in una specie di tempio greco. Nel mezzo di quel tempietto si alzava la statua dell’Innocenza, simbolo — che che ne voglia pensare ne’ sospetti del suo animo il mio pedagogo — simbolo di quell’innocenza, la quale ardeva ne’ petti della signora e di me, allorquando ci stringevamo amichevolmente ed evangelicamente le mani, per sacramento di non mancare alla posta. Due giorni dovevo quindi stare ad Ancona senza veder la signora, giacchè due erano stati impiegati dal mio vetturino pel viaggio, sebbene la carrozza della contessa, partita per tempo da Serravalle, fosse in una sola giornata giunta al palazzo della città, dove la bella per un dì aveva deciso di fare sosta. È inutile ch’io narri come le quarantotto ore non passarono leste. A quietare la mia impazienza affaticavo le gambe sul dorso delle montagne e le braccia co’ remi dei canotti. Per buona sorte la pioggia era a un tratto cessata: il sole splendeva di giorno, e di notte, con le stelle, la luna. Il dì stabilito, nell’ora del tramonto, uscii<noinclude><references/></noinclude> fyumq05dvgxia3qzu66ns0srwqpxobl Pagina:Boito Camillo - Storielle vane, Milano, Treves, 1876.pdf/229 108 1033041 3904928 2026-09-28T15:01:44Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3904928 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|BACIALE ’L PIEDE E LA MAN BELLA E BIANCA.}}|217}}</noinclude>dalla città. Che placidezza! Uno zefiretto leggiero increspava appena la superficie del mare, popolato di bianche vele; scuoteva appena le foglioline novelle degli alberi; piegava appena i fiorelli dei campi, e faceva vagare lente al cune candide nuvolette nell’azzurro purissimo del cielo. La via ora s’accostava, ora s’allontanava dalle sponde, ora s’abbassava quasi a baciare le acque, ora s’arrampicava sul dorso delle alture. Che placidezza! Eppure non mi sentivo quieto. Guardavo l’orologio, imprecando a Crono. Mancavano tre ore e mezzo e mezz’ora bastava per giungere alla villa. M’acconciai a sedere sopra un sasso, un centinajo di passi più in su della strada; e mi posi a guardare la volta celeste, dove uno ad uno si accendevano gli astri. Forse non pensavo a nulla. Passò una compagnia di pellegrini, che andava verso Loreto: v’erano insieme donne, fanciulli, degli storpii, dei gobbi, degli infermi trascinati in carriuole, due o tre preti, un carretto da cerretani con qualche scimia, ed il biroccio delle vivandiere. Il bisbiglio de’ salmi si frammischiava alle risa femminili, a’ lamenti de’ malati, al gridlo acuto delle bertuccie e talvolta allo squillo della tromba de’ saltimbanchi. Intorno alle nove cominciò un gran passag-<noinclude><references/></noinclude> 63t26ghvp7n4lifdbjjj5ewd1xk8vrp Pagina:Boito Camillo - Storielle vane, Milano, Treves, 1876.pdf/230 108 1033042 3904929 2026-09-28T15:02:29Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3904929 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|218|{{smaller|STORIELLE VANE.}}|}}</noinclude>gio di cocchi, i quali venivano tutti dalla città. Non mi trattenni allora a fantasticare il perchè di quella gran corsa di carrozze; ma continuai a guardare il cielo, dove la luna si alzava in tutto il suo verginale splendore. Verso le dieci mi avviai lento alla villa. Nel vasto cortile, posto dinanzi all’edificio, erano schierate un trenta carrozze; i cavalli scalpitavano; i cocchieri ed i servi discorrevano fra loro. La casa brillava tutta al di fuori di fiaccole, al di dentro di lampade e di doppieri. Mi sentii stringere il cuore; non sapevo che mi dovessi pensare. Dopo avere studiato le fisonomie di una ventina di domestici, m’avvicinai ad un vecchietto, che aveva faccia da semplice, e gli chiesi la cagione di quella festa. Rispose ch’era data a rallegramento del ritorno della contessa, e mi voltò le spalle. Doveva restarmi poca o punta speranza di vedere la padrona di casa, la quale forse non si rammentava più della posta datami quattro giorni innanzi, o non se ne voleva più rammentare, o, pure bramando esserci, non doveva potere scappar via neanche per un minuto dalle sale di ricevimento. Seguii non ostante le indicazioni che mi stavano impresse nella memoria, e, cacciatomi ne’ campi, girando a destra, poi costeggiando un fosso, poi piegando a<noinclude><references/></noinclude> axcqghudp1ke53tu50ro1cw8wzux0g1 Pagina:Boito Camillo - Storielle vane, Milano, Treves, 1876.pdf/231 108 1033043 3904930 2026-09-28T15:03:03Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3904930 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|BACIALE ’L PIEDE E LA MAN BELLA E BIANCA.}}|219}}</noinclude>sinistra, trovai un buco nella siepe del giardino e vi penetrai. Il giardino stava dietro la casa, e le grandi sale corrispondevano appunto al lato posteriore; i veroni scendevano sino a terra, si poteva quindi vedere nell’interno ogni cosa. Il salone di mezzo era sorretto da colonne corinzie, con gli sfondi a specchi; gli ornati d’oro si disegnavano sul fondo azzurro; i cortinaggi di seta pavonazza ed i mobili di velluto giallo stonavano un poco. Il mio buon Montaigne avrebbe avuto ragione di dire quella sera con la sua ortografia, che «les fames sont ici communemant beles», poichè molte signore, che stavano nella ricca sala, niuna mi parve brutta. Il tipo delle Anconetane è singolare: tengono un poco delle Romane e un poco, mi sembra, delle Veneziane; hanno qualcosa della soda maschiezza di quelle, qualcosa della cascante amabilità di queste. In tale strano contrasto è il sapore della loro bellezza. Ma la mia bionda di Serravalle, co’ suoi capelli d’oro, il suo volto e le sue spalle di giglio, vinceva tutte. Le stavano intorno molti uomini, tutti vestiti di nero: ella sorrideva, discorreva, poi s’alzava per conversare con le dame, e mutava posto. La gaja serenità de’ suoi sguardi non lasciava trasparire nessuna preoccupazione; te-<noinclude><references/></noinclude> kc73q1bb5p4fa1293zj60rn3limvsri Pagina:Boito Camillo - Storielle vane, Milano, Treves, 1876.pdf/232 108 1033044 3904933 2026-09-28T15:04:59Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3904933 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|220|{{smaller|STORIELLE VANE.}}|}}</noinclude>neva con la destra ignuda il ventaglio, e giuocava con esso. Sentivo di essere a’ miei occhi ridicolo. Vidi il conte alzarsi da sedere, e incamminarsi ad un’altra sala, dove aprì una finestra. Io ero nascosto dalle macchie degli alberi; stetti fermo; ma un momento dopo deliberai di uscire da quella stupida e pericolosa posizione. M’allontanai leggermente con solleciti passi; senonchè, invece di trovarmi al buco della siepe, riuscii, non so come, in fondo al pergolato, nel tempio dell’Innocenza. Due minuti non erano ancora passati, quando vidi entrare un fantasima bianco, divino era la contessa. Ci si disse poche parole. Mi pregò di allontanarmi subito, di non cercare mai più di rivederla. Aveva i bei piedi calzati da scarpette di raso bianco: la scongiurai di concedere ch’io le imprimessi un castissimo bacio sulla punta del piede destro. Sorrise; acconsentì; poi s’alzò rapida, mi diede la mano ignuda a baciare e scomparve. Il mio voto era sciolto: {{Ct|t=1|v=1|f=90%|Baciale ’l piede, e la man bella e bianca.}} Il fatto è ch’ero rimasto sbalordito, così la venuta della donna gentile fu improvvisa, la scomparsa repentina, e il dialogo un lampo.<noinclude><references/></noinclude> k2knyyp33vywkwbaxvu0lxq55hfgk8o Pagina:Boito Camillo - Storielle vane, Milano, Treves, 1876.pdf/233 108 1033045 3904934 2026-09-28T15:05:48Z Candalua 1675 /* Trascritta */ 3904934 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|BACIALE ’L PIEDE E LA MAN BELLA E BIANCA.}}|221}}</noinclude>In fondo in fondo non avevo la coscienza tranquilla; poichè non mi potevo acconciare all’idea di averla appunto troppo tranquilla. Guardai alla statua, ch’era in mezzo al tempietto. Un raggio di argento, passando dal lucernario del cupolino, le rischiarava la testa. Pareva che quel volto bianchissimo, guardandomi placidamente, dicesse — Sono contenta di te. — Avevo allora diciotto anni.<noinclude><references/></noinclude> 2u3p522mc5t13nprqhxzobbh3ao7wse Storielle vane/«Baciale 'l piede e la man bella e bianca» 0 1033046 3904935 2026-09-28T15:06:08Z Candalua 1675 Porto il SAL a SAL 75% 3904935 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=75%|data=28 settembre 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=«Baciale 'l piede e la man bella e bianca»|prec=../Il colore a Venezia|succ=../Pittore bizzarro}} <pages index="Boito Camillo - Storielle vane, Milano, Treves, 1876.pdf" from="166" to="234" /> 1t22psu6bjv4o5a8lb2dsbaydiurzsx Fiori d'Oriente (1907)/Libro primo/18 0 1033047 3905030 2026-09-29T05:05:46Z Alex brollo 1615 Creo pagina con [[Wikisource:La fabbrica dei giocattoli/autoNs0()|autoNs0]] 3905030 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=25%|data=29 settembre 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=[[../|Libro primo]] - Duello tra Sultano e soldato|prec=../17|succ=../19}} <pages index="Pizzi - 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La Maddalena liberata, Venezia, Baglioni, 1673.djvu/63 108 1033053 3905145 2026-09-29T08:15:40Z Modafix 8534 /* Trascritta */ 3905145 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione||{{Type|l=0.4em|{{larger|SECONDO.}}}}|43}}</noinclude>{{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|35.}} <poem>Tempo verrà, che la fiorita testa Copra tempesta di canuta neve, Ed importuna nuvola, e funesta S’accolga intorno à la tua vista breve. Sopra la guancia alhor l’età molesta Più d’un solco trarrà rugoso, e greve. Caderà il dente, qual marcito frutto, Lasciando il labro squallido, ed asciutto.</poem> {{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|36.}} <poem>Alhor tù l’occhio rivolgendo indietro Cercherai, benche tardi, il primo tempo: Nè la sembianza tua nel fido vetro Ritroverai, non la cercando à tempo. E vedendoti giunta sù ’l feretro Derelitta, dirai: perche per tempo, Non mi godei di Madre, e di consorte L’amato, e caro nome in vita, r in morte?</poem> {{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|37.}} <poem>Però cosa non far, c’habbi, con sdegno Dir, sospirando, un giorno: Io non pensai. Non per questo à biasmar lo stato, io vegno Verginale, miglior di questo assai. Ma che, col congingal, l’Amore indegno Più facilmente vincere potrai. E che dovendo eleggere, più presto Ti risolvessi, à scegliere l’honesto.</poem><noinclude>{{PieDiPagina|||''Perche''{{spazi|5}}}}</noinclude> 67n200c4jl833elcok19c9jqfqhrgco Pagina:Tigri - Canti popolari toscani, Barbèra Bianchi e Comp., 1856 (2).pdf/164 108 1033054 3905146 2026-09-29T08:40:38Z Gius.arena 73653 /* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: Tempo verrà che te ne pentirai. E te ne pentirai, e dirai poi: Maladeggio quel di che lasciai voi. E te ne pentirai, e poi dirai Maladeggio quel di che ti lasciai. ^: 401 II mio amore se ne andato via Non gli ho potuto dir quattro parole.^ Non gli ho potuto dir che pianti e pene Quando ritorTierai, caro mio bene?::! Perduto ho il bastimento, prora e vela: Non ho perduto il ben ch’io gli voleva. Perduto ho il bastime... 3905146 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Gius.arena" /></noinclude>Tempo verrà che te ne pentirai. E te ne pentirai, e dirai poi: Maladeggio quel di che lasciai voi. E te ne pentirai, e poi dirai Maladeggio quel di che ti lasciai. ^: 401 II mio amore se ne andato via Non gli ho potuto dir quattro parole.^ Non gli ho potuto dir che pianti e pene Quando ritorTierai, caro mio bene?::! Perduto ho il bastimento, prora e vela: Non ho perduto il ben ch’io gli voleva. Perduto ho il bastimento, vela e prora Non ho perduto il ben che gli vo’ ancora.’: * E quante volte m’affaccio nel colle, 402 Per veder se il mi’ amor vedo apparire E non vedo tremar altro che foglie.! Poggio Pisano, faccelo venire. E faccelo venir, poggio Pisano mi’ amore è del buono, il vostro è vano.^ E faccelo venir, poggio discosto Il mio amore è del buon, del vano è il vostro.: Il: 403 Vedo chi vedo, e non vedo chi voglio, V^edo la foglia per l’aria volare:^ E r amor mio che l’ha passato il poggio, Arrieto® non lo vedo ritornare. Arrieto non lo vedo far ritorno: L’ha passo" il poggio quel bel viso adorno. 404 Troppo lontane son l’antiche mura, Troppo lontano l’è l’amato bene. Per un certo pudore per non dir maladello: i Veneti maìedegm. Quattro parole si usa per poche parole. Vo’ troncamento usitato di voglio. Ancora per tultora. Vano per superficiale, e ìwn durevole. Dicesi pelo vano. Cosi rapitomi anch’esso. Arrido per addietro, voce antiquata. " Passato.<noinclude><references/></noinclude> qwhntsgpaq32tebrhl249abkbykg94b Pagina:Tigri - Canti popolari toscani, Barbèra Bianchi e Comp., 1856 (2).pdf/150 108 1033055 3905147 2026-09-29T08:40:46Z Gius.arena 73653 /* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: Come la generosa calamita Come la calamita generosa E d’averti a lasciar non mi par cosa.’;: 347 Ascolla, giovinetta: • questo è certo: Scriverti voglio nel libro d’Amore. Di non lasciarti mai te l’ho promesso, Siccome fece Deva ^ e lo suo amore Andiedano a mori’ * in de un deserto;: Funno^ coperti di rose e viole. La sepoltura sai che fu di pene: Funno pietre preziose, ambre e catene. La sepoltura sai che fu d... 3905147 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Gius.arena" /></noinclude>Come la generosa calamita Come la calamita generosa E d’averti a lasciar non mi par cosa.’;: 347 Ascolla, giovinetta: • questo è certo: Scriverti voglio nel libro d’Amore. Di non lasciarti mai te l’ho promesso, Siccome fece Deva ^ e lo suo amore Andiedano a mori’ * in de un deserto;: Funno^ coperti di rose e viole. La sepoltura sai che fu di pene: Funno pietre preziose, ambre e catene. La sepoltura sai che fu di marmo; Funno pietre preziose, ambre e corallo.'' 548 Un albero piantato nel pantano, Non e’ è paur’che lo foco V accenda ’: Solo sei tu che l’hai il mio core in mano,'' Non ’er paur’ch’a un altro amore prenda Non ’er paur’che a ’n altro ponga amore, '' Solo se’ tu che l’hai in * •349 mano il mio core. E tanto e’ è pericol che ti lasci Quanto in mezzo del mar fare un giardino A torno a torno un muricciuol di sassi, E in quel mezzo porvi un gelsomino. E quando il gelsomin sarà fiorito,: Allora il nostro amor sarà finito. ’ Questo dare alle cose insensibili vita e virtù, gli è potenza della fan tasia popolare. Vedi la nota 5 a pag. 34. Modo ellittico comune. Sdttiritendi degna. Cosi dicono, noìi è affare; sottintendi ìmono. " Deva per Eva, come decco per ecco. ’ Andarono a morire. ’" Sincope di furono. Dice che i primi uomini infelici non erano se insieme; e li circonda or di catene or di rose, mistura bizzarra della vita. Troncamento non da usare in paura. ’ • ’ Sei padrona del mio core. ’Er, accorciamento di aèr, che usa il volgo per aver. Gami Popoi..vri. 7<noinclude><references/></noinclude> pjcqbf94qa15j541qn9wdfhr37jcy8q Pagina:Cumbo - La Maddalena liberata, Venezia, Baglioni, 1673.djvu/64 108 1033056 3905149 2026-09-29T08:57:58Z Modafix 8534 /* Trascritta */ 3905149 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione|44|{{Type|l=0.4em|{{larger|CANTO}}}}}}</noinclude>{{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|38.}} <poem>Perche, com’Io m’appongo, in questo posto, Non durerai; ch’oltre, che ’l cor, Signora, Per instinto à gli amori hai tù disposto, Donna, Io non vidi, senza amore ancora. Hor tù, come farai dentro un composto, Che per genio, e per sesso ei s’innamora? Però sceglier ti dei, per meno danno, L’Amor pudico, e non l’Amor Tiranno.</poem> {{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|39.}} <poem>Tacquesi, e rispos’ella: Io, saggio veglio, Rinuncio à l’altre il giogo maritale, E magnanimamente per mè scieglio; Come miglior, lo stato verginale. Nè temo del nemico, mentre lo veglio, Che sol contra i sopiti egli prevale. Io compito al dover, perseveranza Le prego, e mè ne torno à la mia {{Ec|stanza,|stanza.}}</poem> {{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|40.}} <poem>Hor godendoci noi, l’alma stagione D’un sì tranquillo, e sì felice stato: Ecco un turbine uscir dal’Aquilone, Che ogni nostro sereno hà conturbato. Quell’empio Re Dolante, anzi Dolone, Che parti dietro al cieco Arciero alato, Giunto à Maddalo, alhor, chiesta udienza, Di Maria fù condotto à la presenza.</poem><noinclude>{{PieDiPagina|||''Ella''{{spazi|5}}}}</noinclude> hk121hye7udpmvete16ktqnb9etzelj Indice:Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia, 1900 - BEIC IE7872886.djvu 110 1033057 3905152 2026-09-29T09:04:48Z Marcella Medici (BEIC) 22982 [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: 3905152 proofread-index text/x-wiki {{:MediaWiki:Proofreadpage_index_template |Autore=Filippo De Filippi (1869-1938) |NomePagina=Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia |Titolo=Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia |TitoloOriginale= |Sottotitolo= |LinguaOriginale=italiano |Lingua=italiano |Traduttore= |Illustratore=Vittorio Sella |Curatore= |Editore=Ulrico Hoepli |Città=Milano |Anno=1900 |Fonte={{BEIC|IE7872886}} |Immagine=11 |Progetto= |Argomento= |Qualità=25% |Pagine=<pagelist 1to18=- 19to27=highroman 19=9 27=17 28=- 29=1 52=24 53to54=- 55=25 67to68=- 69=37 73to74=- 75=41 77to78=- 79=43 83to84=- 85=47 115to116=- 117=77 121to122=- 123=81 139to140=- 141=97 149to150=- 151=105 153to154=- 155=107 159to160=- 161=111 163to164=- 165=113 169to170=- 171=117 175to176=- 177=121 179to180=- 181=123 187to188=- 189=129 197to198=- 199=137 201to202=- 203=139 207to208=- 209=143 211to212=- 213=145 217to218=- 219=149 223to224=- 225=153 231to232=- 233=159 239to240=- 241=165 243to244=- 247to248=- 249=169 255to256=- 257=175 259to260=- 261=177 263to264=- 265=179 271to272=- 273=185 279to280=- 281=191 347=257 348to353=- 354=261 374=281 378to400=-/> |Sommario={{Indice sommario|nome=Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia/Frontespizio|titolo=Frontespizio|from=11|delta=I}} {{Indice sommario|nome=Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia/Dedica|titolo=Dedica|from=13|delta=III}} {{Indice sommario|nome=Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia/Ritratto|titolo=Ritratto|from=18|delta=VIII}} {{Indice sommario|nome=Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia/Prefazione|titolo=Prefazione|from=19|delta=IX}} {{Indice sommario|nome=Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia/Capitolo primo|titolo=Capitolo primo. Da Torino a Seattle|from=29|delta=28}} {{Indice sommario|nome=Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia/Capitolo secondo|titolo=Capitolo secondo. Da Seattle a Juneau. L'arcipelago Alexander e l'Alaska|from=44|delta=27}} {{Indice sommario|nome=Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia/Capitolo terzo|titolo=Capitolo terzo. Da Juneau a Yakutat. Il ghiacciao Muir, Sitka e la grande catena costiera|from=63|delta=30}} {{Indice sommario|nome=Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia/Capitolo quarto|titolo=Capitolo quarto. La storia del Sant'Elia|from=87|delta=38}} {{Indice sommario|nome=Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia/Capitolo quinto|titolo=Capitolo quinto. 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Ritorno dal Sant'Elia a Yakutat|from=251|delta=80}} {{Indice sommario|nome=Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia/Capitolo decimo|titolo=Capitolo decimo. Ritorno in Europa. Da Yakutat a Londra|from=275|delta=88}} {{Indice sommario|nome=Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia/Appendici|titolo=Appendici|from=285|delta=90}} {{Indice sommario|nome=Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia/Appendici/Appendice A|titolo=Appendice A. Equipaggiamento della spedizione|from=287|delta=90}} {{Indice sommario|nome=Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia/Appendici/Appendice B|titolo=Appendice B. 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KUZZI ANTE HA MELLA LA SPEDIZIONE DI S.A. R. II. DUCA DE. GLI ABRUZZI AL MONTE SANT ELIA (ALASKA) - 1897<noinclude><references/></noinclude> mm870o9618bxu2tjqq89qiz1drn7va3 3905174 3905173 2026-09-29T09:12:27Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Trascritta */ 3905174 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>[[File:Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia, 1900 - BEIC IE7872886 - copertina.jpg|miniatura]]<noinclude><references/></noinclude> i349dxn1cx4gf84vovgqwdo8l6qpndq 3905175 3905174 2026-09-29T09:12:56Z Marcella Medici (BEIC) 22982 Aggiunto template FI tramite il gadget CropTool 3905175 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude> {{FI |file = Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia, 1900 - BEIC IE7872886 - copertina.jpg |width = 100% }}<noinclude><references/></noinclude> e2qrce57odx8fhnfaucxyaow1iulrmu 3905189 3905175 2026-09-29T10:05:29Z Spinoziano (BEIC) 60217 /* Riletta */ 3905189 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" /></noinclude> {{FI |file = Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia, 1900 - 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BEIC IE7872886.djvu/7 108 1033064 3905159 2026-09-29T09:07:11Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: LA SPEDIZIONE DI SUA ALTEZZA REALE IL PRINCIPE LUIGI AMEDEO DI SAVOIA DUCA DEGLI ABRUZZI AL MONTE SANT'ELIA (ALASKA) -1897- ACADEMIA SCIENTIARUM TAURINENSIS 3905159 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>LA SPEDIZIONE DI SUA ALTEZZA REALE IL PRINCIPE LUIGI AMEDEO DI SAVOIA DUCA DEGLI ABRUZZI AL MONTE SANT'ELIA (ALASKA) -1897- ACADEMIA SCIENTIARUM TAURINENSIS<noinclude><references/></noinclude> ihcgje2zahwst8pvvyul2738jvza02l 3905176 3905159 2026-09-29T09:19:05Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Trascritta */ 3905176 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>{{Ct|f=120%|t=4|v=1|LA SPEDIZIONE}} {{Ct|f=80%|t=1|v=1|{{Sc|di}}}} {{Ct|f=80%|t=1|v=1|{{Sc|sua altezza reale}}}} {{Ct|f=140%|t=1|v=1|{{Sc|il Principe {{AutoreCitato|Luigi Amedeo di Savoia-Aosta|Luigi Amedeo di Savoia}}}}}} {{Ct|f=130%|t=1|v=1|{{Sc|duca degli abruzzi}}}} {{Ct|f=80%|t=1|v=1|{{Sc|al}}}} {{Ct|f=140%|t=1|v=1|MONTE SANT'ELIA}} {{Ct|f=120%|t=1|v=1|(ALASKA)}} {{Ct|f=120%|t=1|v=1|-1897-}}<noinclude><references/></noinclude> 5wx7n2nuhn5lepm7k2avsvqb5uxnidd 3905190 3905176 2026-09-29T10:15:31Z Spinoziano (BEIC) 60217 /* Riletta */ 3905190 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" /></noinclude>{{Ct|f=120%|t=4|v=1|LA SPEDIZIONE}} {{Ct|f=80%|t=1|v=1|{{Sc|di}}}} {{Ct|f=80%|t=1|v=1|{{Sc|sua altezza reale}}}} {{Ct|f=140%|t=1|v=1|{{Sc|il Principe {{AutoreCitato|Luigi Amedeo di Savoia-Aosta|Luigi Amedeo di Savoia}}}}}} {{Ct|f=130%|t=1|v=1|{{Sc|duca degli abruzzi}}}} {{Ct|f=80%|t=1|v=1|{{Sc|al}}}} {{Ct|f=140%|t=1|v=1|MONTE SANT'ELIA}} {{Ct|f=120%|t=1|v=1|(ALASKA)}} {{Ct|f=95%|t=1|v=1|— 1897 —}}<noinclude></noinclude> aged9uhmyuc8ti5qytgewwszr0uo3dn Pagina:Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia, 1900 - 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J024 E sono stalo nella Galilea,’ Credevo che l’amor non mi trovasse. E c’era la più bella ricciolina, Pareva che l’amor la slraportasse.Bisogna che l’amor ne sia in prova Per tutto dove vo, amor mi trova. Bisogna che l’amor ne sia approvato. Per lutto dove vo mi ha innamorato.: l’lOi’.". Credevi, bella, aver trovato un lordo, Ma bada, tu non l’hai ancor pelato. Tu mi hai preso per qualche balordo,... 3905162 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Gius.arena" /></noinclude>28." nisPETTi. J024 E sono stalo nella Galilea,’ Credevo che l’amor non mi trovasse. E c’era la più bella ricciolina, Pareva che l’amor la slraportasse.Bisogna che l’amor ne sia in prova Per tutto dove vo, amor mi trova. Bisogna che l’amor ne sia approvato. Per lutto dove vo mi ha innamorato.: l’lOi’.". Credevi, bella, aver trovato un lordo, Ma bada, tu non l’hai ancor pelato. Tu mi hai preso per qualche balordo, Ma più di te io sono ammaestrato. Chi vuol la pace, la guerra non metta: Filunguello non son di te, civetta. 1026 quercia, ulivo, salcio, albero d’olmo,^ Pezzo di noce, mandorle, e vitalbe. Cedri, limoni, e d’ogni tempo adorno: Lupi con cervi, selvi,’ aspre montagne TavoI d’abeto, rose, e gigli e fiori, La grazia di costui ognun l’onori. La grazia di costui vince ogni cosa, Un monte, un ponte, e un fiume d’acqua rosa.: 1027 Che vuoi che faccia, amor, se non son bella, Sed io non sono in grazia agli occhi tuoi Che Yuo’ che faccia, amor? son poverella. Ch’io della robba non ho quant’e voi! •’; S’io fossi beila, e avessi della robba. Non mi minchioneressi^ a questa foggia. ’ Forse per dire in un paese lontanoStra portare e trasportare. la circonda onori la grazia del suo Prega che ogni oggetto che miante. ’ '' Dicono selvi per selve. Robba, idiotismo, per roba, per granaglie e masserizie, Per minchionereste.<noinclude><references/></noinclude> qpp5pjb2pvywyybl2il0uzfdenxyvew Pagina:Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia, 1900 - BEIC IE7872886.djvu/10 108 1033068 3905163 2026-09-29T09:07:43Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: S. ELIA PIRAMIDE TERMINALE DA EST 3905163 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>S. ELIA PIRAMIDE TERMINALE DA EST<noinclude><references/></noinclude> h1j4fl9rbrdm23qdgjdpyrc76fkpfac 3905177 3905163 2026-09-29T09:22:00Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Trascritta */ Aggiunto template FI tramite il gadget CropTool 3905177 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude> {{FI |file = Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia, 1900 - BEIC IE7872886 -Sant'Elia-piramide terminale da est.jpg |width = 100% |caption = S. 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FIRENZE, Tip. di Salvadore Landi, dirett. dell'Arte della Stampa. 3905165 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>PROPRIETÀ LETTERARIA 132-99. FIRENZE, Tip. di Salvadore Landi, dirett. dell'Arte della Stampa.<noinclude><references/></noinclude> 5gde48qeaa3jjpx9ni4rdup5swzwirc 3905180 3905165 2026-09-29T09:48:55Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Trascritta */ 3905180 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>{{rule|15%|t=10|v=3}} {{Ct|f=70%|t=2|v=2|{{Sc|proprietà letteraria}}}} {{rule|15%|t=2|v=2}} {{rule|85%|t=10|v=2}} {{Ct|f=50%|132-99. - FIRENZE, Tip. di Salvadore Landi, dirett. dell’''Arte della Stampa''.}}<noinclude><references/></noinclude> llqthlz1guod7u2rrxy09v1xk08r8dn Pagina:Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia, 1900 - BEIC IE7872886.djvu/13 108 1033071 3905166 2026-09-29T09:08:21Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: A SUA MAESTÀ MARGHERITA DI SAVOIA REGINA D'ITALIA 3905166 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>A SUA MAESTÀ MARGHERITA DI SAVOIA REGINA D'ITALIA<noinclude><references/></noinclude> b4qi70js9go0plzch47padmn4sm3bgg 3905181 3905166 2026-09-29T09:50:13Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Trascritta */ 3905181 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>{{Ct|f=120%|t=8|v=2|A SUA MAESTÀ}} {{Ct|f=140%|t=2|v=2|MARGHERITA DI SAVOIA}} {{Ct|f=120%|t=2|v=2|REGINA D'ITALIA}}<noinclude><references/></noinclude> imnjl1xuj5w0vdxmggcfhjdgrldyiw8 Pagina:Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia, 1900 - BEIC IE7872886.djvu/14 108 1033072 3905167 2026-09-29T09:08:28Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Senza testo */ 3905167 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="0" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude><noinclude><references/></noinclude> lk83vvnuq785nw4vaay2jvi6ohqezdd Pagina:Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia, 1900 - BEIC IE7872886.djvu/15 108 1033073 3905168 2026-09-29T09:08:38Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: MAESTÀ. Conceda la Maestà Vostra che io scriva l'Augusto Suo Nome sulla prima pagina di questo libro, nel quale è narrato il viag- gio al MONTE SANT'ELIA, ove SUA ALTEZZA REALE IL PRIN- CIPE LUIGI AMEDEO DI SAVOIA, DUCA DEGLI ABRUZZI, guidò me ed i miei compagni. Mi rende ardito il pensiero che l'impresa, ispirata allo stesso amore di Vostra Maestà per le alte montagne, renda il mio libro non indegno dell'altissimo onore... 3905168 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>MAESTÀ. Conceda la Maestà Vostra che io scriva l'Augusto Suo Nome sulla prima pagina di questo libro, nel quale è narrato il viag- gio al MONTE SANT'ELIA, ove SUA ALTEZZA REALE IL PRIN- CIPE LUIGI AMEDEO DI SAVOIA, DUCA DEGLI ABRUZZI, guidò me ed i miei compagni. Mi rende ardito il pensiero che l'impresa, ispirata allo stesso amore di Vostra Maestà per le alte montagne, renda il mio libro non indegno dell'altissimo onore. Con ossequio riverente, della Maestà Vostra devotissimo Dottore FILIPPO DE FILIPPI.<noinclude><references/></noinclude> ez37vnz58i0uplg86b2m7akgs3t4ruj 3905185 3905168 2026-09-29T09:58:31Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Trascritta */ 3905185 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>{{Ct|t=8|v=4|''MAESTÀ''.}} ''{{x-larger|C}}onceda la Maestà Vostra che io scriva l'Augusto Suo Nome sulla prima pagina di questo libro, nel quale è narrato il viaggio al'' MONTE SANT'ELIA, ''ove'' SUA ALTEZZA REALE IL PRINCIPE {{AutoreCitato|Luigi Amedeo di Savoia-Aosta|LUIGI AMEDEO DI SAVOIA, DUCA DEGLI ABRUZZI}}, ''guidò me ed i miei compagni''. ''Mi rende ardito il pensiero che l'impresa, ispirata allo stesso amore di Vostra Maestà per le alte montagne, renda il mio libro non indegno dell'altissimo onore''. ''Con ossequio riverente'', {{A destra|''della Maestà Vostra''}} {{A destra|''{{x-smaller|devotissimo}}}} {{A destra|''Dottore'' {{AutoreCitato|Filippo De Filippi (1869-1938)|''FILIPPO DE FILIPPI''}}.}}<noinclude><references/></noinclude> gj8awapo9ukaiz41c36p1mg7ga22b7f Pagina:Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia, 1900 - BEIC IE7872886.djvu/16 108 1033074 3905169 2026-09-29T09:08:47Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Senza testo */ 3905169 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="0" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude><noinclude><references/></noinclude> lk83vvnuq785nw4vaay2jvi6ohqezdd Pagina:Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia, 1900 - BEIC IE7872886.djvu/17 108 1033075 3905170 2026-09-29T09:08:55Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Senza testo */ 3905170 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="0" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude><noinclude><references/></noinclude> lk83vvnuq785nw4vaay2jvi6ohqezdd Pagina:Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia, 1900 - BEIC IE7872886.djvu/18 108 1033076 3905171 2026-09-29T09:09:06Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: S.A.R. IL PRINCIPE LUIGI AMEDEO DI SAVOIA. 3905171 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>S.A.R. IL PRINCIPE LUIGI AMEDEO DI SAVOIA.<noinclude><references/></noinclude> lp9sqt6plwxk1ybujzs43kakehmeoap 3905229 3905171 2026-09-29T11:40:54Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Trascritta */ Aggiunto template FI tramite il gadget CropTool 3905229 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude> {{FI |file = Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia, 1900 - BEIC IE7872886 - Principe Luigi Amedeo di Savoia.jpg |width = 100% |caption = {{Sc|S.A.R. il Principe Luigi Amedeo di Savoia}}. }}<noinclude><references/></noinclude> d6f6o4i7c39ks4o53vekxlkp976odpm Pagina:Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia, 1900 - BEIC IE7872886.djvu/19 108 1033077 3905172 2026-09-29T09:09:16Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: PREFAZIONE N un capitolo di critica arguta e finissima del moderno alpinismo, col quale A. F. Mummery chiude il racconto delle proprie imprese, è detto vero alpinista << colui che tenta nuove ascensioni »). Così pensano certo tutti quelli che vanno ricercando diligentemen- te le poche vette delle nostre Alpi dimenticate, o trascurate dai primi esploratori, e le sal- gono una dopo l'altra, per modo che, fra breve, non rim... 3905172 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>PREFAZIONE N un capitolo di critica arguta e finissima del moderno alpinismo, col quale A. F. Mummery chiude il racconto delle proprie imprese, è detto vero alpinista << colui che tenta nuove ascensioni »). Così pensano certo tutti quelli che vanno ricercando diligentemen- te le poche vette delle nostre Alpi dimenticate, o trascurate dai primi esploratori, e le sal- gono una dopo l'altra, per modo che, fra breve, non rimarrà picco della superba catena, su cui l'uomo non abbia messo piede. Senonchè la conquista delle Alpi si poteva già dire compiuta molti anni fa, quando tutti i colossi maggiori erano stati debel- lati; e gli ambiziosi di grandi imprese, alcuni di quelli stessi che avevano avuto parte nella lotta gloriosa, non tardarono a cercare emozioni e vittorie nuove in altri paesi. Così ebbero principio 1) A. F. MUMMERY, My climbs in the Alps and Caucasus. London, 1895, pag. 327.<noinclude><references/></noinclude> 2b7kq7gwyzpfnrkrexe6bnlqfgbclke 3905230 3905172 2026-09-29T11:46:56Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Trascritta */ Aggiunto template FI tramite il gadget CropTool 3905230 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>{{Ct|f=140%|v=1|t=4|PREFAZIONE}} [[File:Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia, 1900 - BEIC IE7872886 - pagina IX.jpg|200px|left]] N un capitolo di critica arguta e finissima del moderno alpinismo, col quale A. F. Mummery chiude il racconto delle proprie imprese, è detto vero alpinista «colui che tenta nuove ascensioni»<ref>{{Sc|A. F. Mummery}}, ''My climbs in the Alps and Caucasus''. London, 1895, pag. 327.</ref>). Così pensano certo tutti quelli che vanno ricercando diligentemente le poche vette delle nostre Alpi dimenticate, o trascurate dai primi esploratori, e le salgono una dopo l'altra, per modo che, fra breve, non rimarrà picco della superba catena, su cui l'uomo non abbia messo piede. Senonchè la conquista delle Alpi si poteva già dire compiuta molti anni fa, quando tutti i colossi maggiori erano stati debellati; e gli ambiziosi di grandi imprese, alcuni di quelli stessi che avevano avuto parte nella lotta gloriosa, non tardarono a cercare emozioni e vittorie nuove in altri paesi. Così ebbero principio<noinclude><references/></noinclude> 3qbuo6cup0rhq6w67gcgd0wv9yj189f 3905233 3905230 2026-09-29T11:52:02Z Marcella Medici (BEIC) 22982 3905233 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>{{Ct|f=140%|v=1|t=4|PREFAZIONE}} [[File:Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia, 1900 - BEIC IE7872886 - pagina IX.jpg|200px|left]] N un capitolo di critica arguta e finissima del moderno alpinismo, col quale {{wl|Q704759|A. F. Mummery}} chiude il racconto delle proprie imprese, è detto vero alpinista «colui che tenta nuove ascensioni»<ref>{{Sc|Q704759|A. F. Mummery}}, ''My climbs in the Alps and Caucasus''. London, 1895, pag. 327.</ref>). Così pensano certo tutti quelli che vanno ricercando diligentemente le poche vette delle nostre Alpi dimenticate, o trascurate dai primi esploratori, e le salgono una dopo l'altra, per modo che, fra breve, non rimarrà picco della superba catena, su cui l'uomo non abbia messo piede. Senonchè la conquista delle Alpi si poteva già dire compiuta molti anni fa, quando tutti i colossi maggiori erano stati debellati; e gli ambiziosi di grandi imprese, alcuni di quelli stessi che avevano avuto parte nella lotta gloriosa, non tardarono a cercare emozioni e vittorie nuove in altri paesi. Così ebbero principio<noinclude><references/></noinclude> mjqxe78zki4c2sk6w4j9a8lym2n3i2q Pagina:Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia, 1900 - BEIC IE7872886.djvu/369 108 1033078 3905183 2026-09-29T09:56:37Z Spinoziano (BEIC) 60217 /* Senza testo */ 3905183 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="0" user="Spinoziano (BEIC)" /></noinclude><noinclude></noinclude> fsdvgdwc191ig31zl1q82nbcnhvzcmu Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia 0 1033079 3905186 2026-09-29T09:59:50Z Spinoziano (BEIC) 60217 Creo pagina con [[Wikisource:La fabbrica dei giocattoli/autoNs0()|autoNs0]] 3905186 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=25%|data=29 settembre 2026}}{{Intestazione | Nome e cognome dell'autore = Filippo De Filippi (1869-1938) | Nome e cognome del curatore = | Titolo = Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia | Anno di pubblicazione = 1900 | Lingua originale del testo = italiano | Nome e cognome del traduttore = | Anno di traduzione = | Progetto = Letteratura | Argomento = Diari di viaggio | URL della versione cartacea a fronte = Indice:Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia, 1900 - BEIC IE7872886.djvu }} <pages index="Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia, 1900 - BEIC IE7872886.djvu" from="11" to="11" /> ==Indice== * {{testo|/Frontespizio}} * {{testo|/Dedica}} * {{testo|/Ritratto}} * {{testo|/Prefazione}} * {{testo|/Capitolo primo}} * {{testo|/Capitolo secondo}} * {{testo|/Capitolo terzo}} * {{testo|/Capitolo quarto}} * {{testo|/Capitolo quinto}} * {{testo|/Capitolo sesto}} * {{testo|/Capitolo settimo}} * {{testo|/Capitolo ottavo}} * {{testo|/Capitolo nono}} * {{testo|/Capitolo decimo}} * {{testo|/Appendici}} ** {{testo|/Appendici/Appendice A}} ** {{testo|/Appendici/Appendice B}} ** {{testo|/Appendici/Appendice C}} ** {{testo|/Appendici/Appendice D}} ** {{testo|/Appendici/Appendice E}} ** {{testo|/Appendici/Appendice F}} * {{testo|/Indici}} ** {{testo|/Indici/Indice delle tavole}} ** {{testo|/Indici/Indice delle illustrazioni}} ** {{testo|/Indici/Indice delle materie}} * {{testo|/Illustrazioni}} 77uxwqr7a7guwsjaj5xukxm8lpi81v7 Pagina:Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia, 1900 - BEIC IE7872886.djvu/29 108 1033080 3905192 2026-09-29T10:28:13Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: CAPITOLO PRIMO DA TORINO A SEATTLE RA il pomeriggio del 17 mag- Ε gio 1897, poco dopo le due. Sotto la tettoia della stazione di Porta Nuova un centinaio di persone facevano ressa sul marciapiede, dinanzi al treno di Francia, pronto per la partenza: parenti, amici, colleghi, venuti per dirci ad- dio e portarci l'augurio di buona riuscita nella lontana e difficile impresa. Pochi minuti prima della partenza del treno, arri... 3905192 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>CAPITOLO PRIMO DA TORINO A SEATTLE RA il pomeriggio del 17 mag- Ε gio 1897, poco dopo le due. Sotto la tettoia della stazione di Porta Nuova un centinaio di persone facevano ressa sul marciapiede, dinanzi al treno di Francia, pronto per la partenza: parenti, amici, colleghi, venuti per dirci ad- dio e portarci l'augurio di buona riuscita nella lontana e difficile impresa. Pochi minuti prima della partenza del treno, arrivò S. A. R. il Duca degli Abruzzi, accompagnato da S. A. R. il Conte di Torino. Ancora alcuni abbracciamenti affrettati, commossi, e si partì. Face- vano parte della spedizione il Tenente di vascello cav. Umberto Cagni, ufficiale d'ordinanza di S. A. R., il cav. Francesco Gonella, presidente della Sezione di Torino del Club alpino italiano, il cav. Vittorio Sella ed io. La giornata era calda, già quasi estiva. Parlavamo poco, guar- dando distrattamente la campagna verde, la corona delle Alpi co- perta da pesanti nuvoloni e vivendo ancora col pensiero nei prepa- rativi febbrili degli ultimi giorni, nell'attivo lavoro di organizzazione dei mesi precedenti. Come era passato rapido il tempo! Vibrava ancora in noi l'emozione provata alle prime lettere del Principe,<noinclude><references/></noinclude> gywnjiswjk4st0x7waa9ohebbmq0of6 Pagina:Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia, 1900 - BEIC IE7872886.djvu/45 108 1033081 3905193 2026-09-29T10:28:42Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: CAPITOLO SECONDO DA SEATTLE A JUNEAU L'ARCIPELAGO ALEXANDER E L'ALASKA ¹) S ULLA carta del primo viaggio di Cook (1778) s'incontra per la prima volta il nome d'Alaska, dall'abo- rigine Al-ak-shak, che vuol dire «grande continente». L'aveva sco- perta Veit Bering nel 1741, e le sue coste èrano state estesamente esplorate da numerose spedizioni russe e spagnuole, attratte, queste dalla speranza di scoprire il famoso passag... 3905193 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>CAPITOLO SECONDO DA SEATTLE A JUNEAU L'ARCIPELAGO ALEXANDER E L'ALASKA ¹) S ULLA carta del primo viaggio di Cook (1778) s'incontra per la prima volta il nome d'Alaska, dall'abo- rigine Al-ak-shak, che vuol dire «grande continente». L'aveva sco- perta Veit Bering nel 1741, e le sue coste èrano state estesamente esplorate da numerose spedizioni russe e spagnuole, attratte, queste dalla speranza di scoprire il famoso passaggio fra i due oceani, quelle dalla cupidigia di con- quista. Rimasta sotto il dominio russo fino al 1867, l'Alaska venne in quell'anno venduta al governo degli Stati Uniti per sette milioni di dollari. Essa ha una superficie quasi cinque volte maggiore di quella dell'Italia (1 376 293 chilometri quadrati), ed un enorme svi- luppo di coste (42 000 chilometri). Ad Ovest si estende nell'Oceano con una penisola, che, unita alla catena delle isole Aleutine, separa il mare di Bering dall'Oceano Pacifico, ed a Sud si prolunga in una stretta lingua di terra che orla la Columbia inglese per la lun- ghezza di 550 chilometri. Le isole Aleutine sono celebri per la loro ricchezza in fur-seal, la foca dalla fine e preziosa pelliccia (sealskin). La Russia prima, e 1) L'appendice E contiene l'indice delle pubblicazioni dalle quali ho attinto le notizie per compilare questo capitolo ed il seguente. 3<noinclude><references/></noinclude> dklrrbhtbwt0a9gof3nj52rhkmospkb Pagina:Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia, 1900 - BEIC IE7872886.djvu/63 108 1033082 3905194 2026-09-29T10:29:14Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: CAPITOLO TERZO DA JUNEAU A YAKUTAT IL GHIACCIAIO MUIR, SITKA E LA GRANDE CATENA COSTIERA L A notte che seguì alla par- tenza da Juneau fu la più fantastica di tutto il viag- gio. Col calar del sole tut- to l'orizzonte, limitato da grandi catene cariche di ghiacciai, si fece limpidis- simo, e cominciò a tinger- si dei colori meravigliosa- mente sfumati del tramonto. Alle dieci era ancora giorno chiaro, poi la luce diminuì... 3905194 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>CAPITOLO TERZO DA JUNEAU A YAKUTAT IL GHIACCIAIO MUIR, SITKA E LA GRANDE CATENA COSTIERA L A notte che seguì alla par- tenza da Juneau fu la più fantastica di tutto il viag- gio. Col calar del sole tut- to l'orizzonte, limitato da grandi catene cariche di ghiacciai, si fece limpidis- simo, e cominciò a tinger- si dei colori meravigliosa- mente sfumati del tramonto. Alle dieci era ancora giorno chiaro, poi la luce diminuì gradatamente fino alla mezzanotte. Il color di rosa che tingeva le vette e le pareti nevose si fece più pallido, le striscie aranciate, azzurre e rosee del mare scomparvero a poco a poco, passando pei tôni più delicati. Persisteva sempre a ponente una fascia rosso-aranciata che dava strani riflessi ai monti da quella parte; tutto il resto del cielo era tinto in azzurro pallido, che di- ventava più chiaro e più freddo all'orizzonte. Su di esso spiccavano nei loro particolari più minuti le montagne, il bianco crudo della neve, le dentellature bizzarre delle creste. La luna gialla, sbiadita, non dava nessuna luce; si vedevano poche stelle, pallidissime. Al- l'una e mezzo del mattino cominciò la luce dell'aurora, mentre scompariva a poco a poco il colore di ponente. La nave scivolava senza rumore, come furtiva, nell'alto silenzio di quel mondo fatato. 5<noinclude><references/></noinclude> pevuv1eehbsyd7z1x705unqi9kv2z5v Pagina:Digitami MUS0211360.djvu/11 108 1033083 3905197 2026-09-29T10:51:02Z Pic57 12729 /* Trascritta */ 3905197 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Pic57" /></noinclude> {{Ct|f=150%|L=0.5em|w=1em|ARRIGO BOITO}} {{Ct|f=200%|L=0.2em|w=0.4em|DO MI SOL...}} {{Indentatura|16em}}{{Ct|f=200%|L=0.2em|w=0.4em|LA DO MI...}}</div><noinclude><references/></noinclude> lzbks17egy440oayfes4rozgge2wmq7 Pagina:Digitami MUS0211360.djvu/12 108 1033084 3905198 2026-09-29T10:54:10Z Pic57 12729 /* Trascritta */ 3905198 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Pic57" /></noinclude><poem>L'armonia del vostro viso mi ripete una canzon che non so trascriver fiso nè col verso nè col suon; ora è bianca ed ora è bruna ora è sole ed ora è luna ora è carme ed ora è runa la melodica vision. Quando sboccia il vostro labro come un fiore di cinabro discioglie al riso il vol, entro l'anima mi scuote come il tocco di tre note do mi sol, do mi sol. Ma voi siete ancor più lieta che l'accordo del poeta se nel vostr'occhio profondo senza margo senza fondo cerco il riso che svanì, sulla cetra mi percote come l'aura di tre note la do mi, la do mi. Ma voi siete ancor più tetra che l'accordo della cetra. L'armonia del vostro viso mi ripete una canzon che non so trascriver fiso nè col verso nè col suon; ora è carme ed ora è runa ora è sole ed ora è luna ora è bianca ed ora e bruna la fantastica vision.</poem><noinclude><references/></noinclude> o33xy40o6kh296sfubo783k2qt2vfcu Pagina:Digitami MUS0211360.djvu/19 108 1033085 3905200 2026-09-29T10:55:31Z Pic57 12729 /* Senza testo */ 3905200 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="0" user="Pic57" /></noinclude><noinclude><references/></noinclude> m94w1ycimfyr5pmtbfqm3xccvr1ufys Pagina:Digitami MUS0211360.djvu/20 108 1033086 3905201 2026-09-29T10:55:40Z Pic57 12729 /* Senza testo */ 3905201 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="0" user="Pic57" /></noinclude><noinclude><references/></noinclude> m94w1ycimfyr5pmtbfqm3xccvr1ufys Pagina:Digitami MUS0211360.djvu/7 108 1033087 3905203 2026-09-29T10:59:44Z Pic57 12729 /* Senza testo */ 3905203 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="0" user="Pic57" /></noinclude><noinclude><references/></noinclude> m94w1ycimfyr5pmtbfqm3xccvr1ufys Pagina:Digitami MUS0211360.djvu/8 108 1033088 3905204 2026-09-29T10:59:54Z Pic57 12729 /* Senza testo */ 3905204 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="0" user="Pic57" /></noinclude>{{V||}}<noinclude><references/></noinclude> cmivd5rypb0l77ytua350mdqhezd26g Pagina:Digitami MUS0211360.djvu/9 108 1033089 3905205 2026-09-29T11:00:03Z Pic57 12729 /* Senza testo */ 3905205 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="0" user="Pic57" /></noinclude><noinclude><references/></noinclude> m94w1ycimfyr5pmtbfqm3xccvr1ufys Pagina:Digitami MUS0211360.djvu/10 108 1033090 3905206 2026-09-29T11:00:13Z Pic57 12729 /* Senza testo */ 3905206 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="0" user="Pic57" /></noinclude><pages index="" from="" to="" fromsection="" tosection="" /><noinclude><references/></noinclude> s6zhgc9oowjgski65z5axr9ga8he2qa 3905207 3905206 2026-09-29T11:00:30Z Pic57 12729 /* Senza testo */ 3905207 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="0" user="Pic57" /></noinclude><noinclude><references/></noinclude> m94w1ycimfyr5pmtbfqm3xccvr1ufys Pagina:Digitami MUS0211360.djvu/2 108 1033091 3905208 2026-09-29T11:03:57Z Pic57 12729 /* Trascritta */ 3905208 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Pic57" /></noinclude> {{Ct|'''PROPRIETÀ PER TUTTI I PAESI'''}} {{Rule|4em}} ''<poem>Deposto a norma di legge e dei trallati internazionali. 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L A maggior parte dei geografi dànno il nome di Alpi del Sant' Elia a tutto il sistema di montagne compreso fra il monte Sant'Elia a settentrione, ed il La Pérouse a mezzogiorno. Esso si stende parallelament... 3905213 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>CAPITOLO QUARTO LA STORIA DEL SANT'ELIA) Those who went first, and opened the way, are not less entitled to credit than those who came afterwards, and reaped the fruit of their prede- cessors' labours. D. FRESHFIELD. L A maggior parte dei geografi dànno il nome di Alpi del Sant' Elia a tutto il sistema di montagne compreso fra il monte Sant'Elia a settentrione, ed il La Pérouse a mezzogiorno. Esso si stende parallelamente alla costa del Pa- cifico per una lunghezza di cir- ca 350 chilometri, ed è separato dal mare mercè uno stretto alti- piano longitudinale, quasi intieramente coperto dai grandi ghiac- ciai che scendono dalle montagne. La baja di Yakutat, spingen- dosi dentro terra con quello stretto e tortuoso braccio di mare, che è la Disenchantment bay, divide i monti in due gruppi: uno meri- dionale, la catena del Fairweather, ed uno nordico, suddiviso a sua volta in catena del Cook e catena del Sant'Elia. 1) Rimando all' appendice E i titoli delle pubblicazioni dalle quali ho raccolto le notizie contenute in questo capitolo. La storia delle prime esplorazioni della regione è in gran parte riassunta dalla accurata relazione che ne fa il Russell nel resoconto della sua prima spedizione, stampata nel National Geographic Magazine del maggio 1891. 7<noinclude><references/></noinclude> slvdc1cat5twad5ni9o4d73wht2okjl Pagina:Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia, 1900 - BEIC IE7872886.djvu/107 108 1033096 3905214 2026-09-29T11:33:29Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: CAPITOLO QUINTO IL GHIACCIAIO MALASPINA I. «Bertha», sempre seguito a rimorchio dalla goletta << Aggie », era partito da Port Mulgrave alle due antimeridiane del 23 giugno. V.T. Le difficoltà incontrate nello sbarco da tutti coloro che s'erano avviati alla costa del Pacifico, e la catastrofe che aveva funestato fin dal principio la seconda spedizio- ne del Russell, insieme coll'incer- tezza intorno alle condizioni del ma... 3905214 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>CAPITOLO QUINTO IL GHIACCIAIO MALASPINA I. «Bertha», sempre seguito a rimorchio dalla goletta << Aggie », era partito da Port Mulgrave alle due antimeridiane del 23 giugno. V.T. Le difficoltà incontrate nello sbarco da tutti coloro che s'erano avviati alla costa del Pacifico, e la catastrofe che aveva funestato fin dal principio la seconda spedizio- ne del Russell, insieme coll'incer- tezza intorno alle condizioni del mare e della risacca sulla spiaggia meridionale, avevano indotto S. A. R. a seguire le indicazioni del Russell, che consigliava di approdare sulla costa Ovest della baja di Yakutat, sebbene essa disti dal Sant'Elia parecchi chilometri di più di quella del Pacifico '). Si doveva prender terra poche miglia a Nord del capo Manby, presso la foce del torrente glaciale Osar, vicino all'apertura della baja nell' Oceano. S. A. R. sperava di poter salire di qua sull' alti- piano del Malaspina senza troppa difficoltà, e di attraversare poi 1) S. A. R. aveva un tempo sperato che fosse possibile prender terra sulla costa meridionale dell'altipiano, a riparo dai pericolosi frangenti, per una isoletta di sabbia, segnata sulla Carta del- l'Ufficio idrografico degli Stati Uniti (North West Coast of America, Sheet N.° 2, scala 1.200.000), di fronte ad una piccola insenatura della costa, subito a Est di Icy Cape. Ma a Yakutat si era saputo poi che questo banco di sabbia non esiste, e che la costa è dappertutto indifesa.<noinclude><references/></noinclude> ej87alrvhrfginuvuihu4m2yb5g4iau Pagina:Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia, 1900 - BEIC IE7872886.djvu/145 108 1033097 3905215 2026-09-29T11:33:53Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: CAPITOLO SESTO GHIACCIAIO SEWARD, DOME PASS E GHIACCIAIO AGASSIZ A TTRAVERSATO l'altipiano del Malaspi- na, eravamo giunti proprio ai piedi dei monti, e dovevamo ora inoltrarci fra essi, risalendo il ghiacciaio Se- ward, che penetra profondamente fra le catene, a guisa d'una grande strada maestra, dividendo il gruppo del Cook da quello del Sant' Elia. Il Seward è il più grande ghiac- ciaio di tipo alpino che si conosca,... 3905215 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>CAPITOLO SESTO GHIACCIAIO SEWARD, DOME PASS E GHIACCIAIO AGASSIZ A TTRAVERSATO l'altipiano del Malaspi- na, eravamo giunti proprio ai piedi dei monti, e dovevamo ora inoltrarci fra essi, risalendo il ghiacciaio Se- ward, che penetra profondamente fra le catene, a guisa d'una grande strada maestra, dividendo il gruppo del Cook da quello del Sant' Elia. Il Seward è il più grande ghiac- ciaio di tipo alpino che si conosca, ed oltrepassa di molto in ampiezza i ghiacciai giganti della catena d'Imalaja, che si consideravano, fino a poco tempo fa, senza rivali. Esso è lungo più di 60 chilometri, largo da 5 a 10, e scorre maestoso in un letto poco inclinato, interrotto in due o tre punti da salti o bruschi cambiamenti di livello, dove la massa ghiacciata si frange disordinatamente in grandi blocchi irre- golari. Ha origine in un ampio bacino, a 1500 metri circa sul livello del mare, situato fra la catena del Logan e quella dell'Augusta, limitato a Est dalla catena dell'Irving e dal vasto semicerchio di monti che collega quest'ultimo all'Owen, e discende da esso verso Sud, compreso dapprima fra i Corwin Cliffs ed il braccio settentrio- nale della catena del Cook, più in basso fra l'Augusta ed il Cook, poi fra le colline Samovar e le Hitchcock, per finire dilagando nel lobo orientale del ghiacciaio Malaspina, del quale è il maggiore tributario.<noinclude><references/></noinclude> lq6b38m6r4qpu15qovsjhmioo5ua4gp Pagina:Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia, 1900 - BEIC IE7872886.djvu/191 108 1033098 3905216 2026-09-29T11:34:21Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: CAPITOLO SETTIMO IL GHIACCIAIO NEWTON L giorno 16 luglio, alla spicciolata, abbandonammo il campo della slitta, per salire sul ghiacciaio Newton, divisi in carovane, che partivano di mano in mano che erano pronti i carichi. C'eravamo fermati in questo campo una sola notte, lavorando alacremente a di- sporre ogni cosa per la partenza, impazienti di entrare nell'ultima valle che ci rimaneva da salire, di dove il nostro sgu... 3905216 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>CAPITOLO SETTIMO IL GHIACCIAIO NEWTON L giorno 16 luglio, alla spicciolata, abbandonammo il campo della slitta, per salire sul ghiacciaio Newton, divisi in carovane, che partivano di mano in mano che erano pronti i carichi. C'eravamo fermati in questo campo una sola notte, lavorando alacremente a di- sporre ogni cosa per la partenza, impazienti di entrare nell'ultima valle che ci rimaneva da salire, di dove il nostro sguardo avrebbe ab- bracciato tutto il Sant' Elia, dalla base alla vetta. Il ghiacciaio Agassiz, già molto rotto al suo sbocco dal bacino d'origine, diventa anche più ineguale passando davanti alla cascata terminale del Newton. I due ghiacciai, al loro confluire, non si con- fondono subito in una massa unica, ma i seracchi del Newton si mantengono per un certo tratto alla superficie dell'Agassiz, quali cubi giganteschi di neve compatta, irregolarmente disseminati fra le crepaccie, mezzo affondati in esse, o buttati a traverso come ponti, o strapiombanti sui loro orli, spesso così inclinati che paiono dover precipitare ad ogni momento. Per arrivare ai piedi della<noinclude><references/></noinclude> fz6rj8m8r64e9zzbke90npxzx3gg0lc Pagina:Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia, 1900 - BEIC IE7872886.djvu/227 108 1033099 3905217 2026-09-29T11:34:41Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: CAPITOLO OTTAVO L'ASCENSIONE DEL SANT'ELIA L A mattina del 30 luglio, destati all'una, ci demmo subito attorno a preparare la partenza per la penultima tappa. Quel giorno dovevamo salire fin sul colle fra il Sant'Elia ed il monte Newton. Di là, percorrendo la lunga cresta Nord-Est, speravamo di raggiungere il dimani la vetta agognata; ed era tanta la fiducia nella riuscita che la speranza diveniva nell'animo quasi certez... 3905217 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>CAPITOLO OTTAVO L'ASCENSIONE DEL SANT'ELIA L A mattina del 30 luglio, destati all'una, ci demmo subito attorno a preparare la partenza per la penultima tappa. Quel giorno dovevamo salire fin sul colle fra il Sant'Elia ed il monte Newton. Di là, percorrendo la lunga cresta Nord-Est, speravamo di raggiungere il dimani la vetta agognata; ed era tanta la fiducia nella riuscita che la speranza diveniva nell'animo quasi certezza. Le cose che dovevamo portare con noi erano state scelte con grande cura: due tende Whym- per, i dieci sacchi letto, viveri per due giorni e mezzo, una cucina a petrolio ed una ad alcool, gli istrumenti di meteorologia, la minore delle due macchine fotografiche del Sella, una piccola camera foto- grafica del Gonella, e poche lanerie di scorta per l'alta montagna. Ci mettiamo in cammino alle quattro, divisi in tre carovane, sulla traccia segnata il giorno innanzi dalle guide, che avevano preparata la via fino al colle. La mattina è chiara, fredda; il cielo intieramente sereno. La neve è abbastanza consistente nella traccia, fuori di essa è farinosa e ricoperta da una sottile crosta ghiacciata, che non regge passo. Il tratto d'altipiano che ci separa dalla parete del colle, lungo circa quattro chilometri, si stende proprio ai piedi della faccia Nord-Est del Sant'Elia. Questa è rocciosa dove la costa è più ri- pida; ma per la più gran parte è ricoperta di ghiaccio, che si avanza al<noinclude><references/></noinclude> sb8nafeadq7jfly00bq22q3jqtr5mto Pagina:Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia, 1900 - BEIC IE7872886.djvu/251 108 1033100 3905218 2026-09-29T11:35:02Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: CAPITOLO NONO RITORNO DAL SANT'ELIA A YAKUTAT L domani dell'ascensione, 2 agosto, ci incamminammo sulla lunga via del ri- torno, senza accordarci neppure un giorno di riposo. Il desiderio di ritornare in patria ci sospingeva nella discesa, non meno im- perioso di quello che aveva fatto, nel salire, il pensiero dell'impresa da com- piere. Le condizioni di lavoro erano inte- ramente mutate. La via che dovevamo percorrere c... 3905218 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>CAPITOLO NONO RITORNO DAL SANT'ELIA A YAKUTAT L domani dell'ascensione, 2 agosto, ci incamminammo sulla lunga via del ri- torno, senza accordarci neppure un giorno di riposo. Il desiderio di ritornare in patria ci sospingeva nella discesa, non meno im- perioso di quello che aveva fatto, nel salire, il pensiero dell'impresa da com- piere. Le condizioni di lavoro erano inte- ramente mutate. La via che dovevamo percorrere ci era nota in tutti i suoi particolari, laddove, nella sa- lita, avevamo dovuto studiarne ogni passo, tenendo l'occhio e la mente continuamente fissi allo innanzi, rivolti a prevedere le dif- ficoltà ed a trovar modo di vincerle, anche prima d'averle rag- giunte. Tutto era ordinato in modo che la marcia potesse procedere senza interruzioni. Non avendo da temere nessun ostacolo inaspet- tato, potevamo ridurre l'equipaggiamento al puro necessario. Ai viveri non avevamo da pensare. Per una provvida disposizione di S. A. R., i nostri portatori avevano fatto dei depositi di provviste in punti determinati della via, che segnavano le tappe, a distanze giuste, da potersi percorrere in un giorno di cammino. Le tappe erano di lunghezza doppia, e talora tripla, di quelle fatte in salita;<noinclude><references/></noinclude> fe167kswf5t2uiq40mrfq4heq2hk4lu Pagina:Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia, 1900 - BEIC IE7872886.djvu/275 108 1033101 3905219 2026-09-29T11:35:34Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: CAPITOLO DECIMO RITORNO IN EUROPA DA YAKUTAT A LONDRA L A nostra impresa era compiuta. Tutto il lungo viaggio di ritorno fu per noi un riposo piacevolissimo, negli agi della vita civile, dopo le fatiche e la dura vita tra i ghiacci. La traversata da Yakutat a Sitka durò quattro giorni, e non ci parve troppo lunga, in quell'incanto straor- dinario di natura, sebbene vivessimo serrati come le acciughe nello stretto spazio... 3905219 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>CAPITOLO DECIMO RITORNO IN EUROPA DA YAKUTAT A LONDRA L A nostra impresa era compiuta. Tutto il lungo viaggio di ritorno fu per noi un riposo piacevolissimo, negli agi della vita civile, dopo le fatiche e la dura vita tra i ghiacci. La traversata da Yakutat a Sitka durò quattro giorni, e non ci parve troppo lunga, in quell'incanto straor- dinario di natura, sebbene vivessimo serrati come le acciughe nello stretto spazio della piccola goletta. Il tempo bellissimo ci permise di vivere quasi continuamente all'aperto; e molti di noi dormivamo sul ponte, preferendo la fresca brezza delle notti serene all'aria stagnante e viziata di sotto-coperta. Di mano in mano che ci allontanavamo verso Sud, i monti del gruppo del Sant' Elia digradavano all'orizzonte, mentre le vette della catena del Fairweather sfilavano lentamente accanto a noi. Finalmente, nel lontano Nord, sulla linea dove il cielo si confon- deva col mare, non sorse più che il bianco picco vaporoso del San- t'Elia. A 180 miglia di distanza, il 15 agosto, ne vedevamo ancora all'orizzonte l'estrema vetta; poi essa disparve nella luce decre-<noinclude><references/></noinclude> 4osu9bro9b50j3b25a4qbps88j7ddis Pagina:Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia, 1900 - BEIC IE7872886.djvu/20 108 1033102 3905220 2026-09-29T11:36:00Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: X PREFAZIONE campagne, o meglio spedizioni alpinistiche nelle regioni più lon- tane, spesso inospitali, talora poco conosciute o del tutto inesplo- rate; e l'alpinista dovette aggiungere alla conoscenza tecnica della montagna una quantità di svariate nozioni, e possedere attitudini disparatissime, per essere in grado di superare le difficoltà e gli ostacoli di viaggi avventurosi. Le grandi esplorazioni alpinistiche odier... 3905220 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>X PREFAZIONE campagne, o meglio spedizioni alpinistiche nelle regioni più lon- tane, spesso inospitali, talora poco conosciute o del tutto inesplo- rate; e l'alpinista dovette aggiungere alla conoscenza tecnica della montagna una quantità di svariate nozioni, e possedere attitudini disparatissime, per essere in grado di superare le difficoltà e gli ostacoli di viaggi avventurosi. Le grandi esplorazioni alpinistiche odierne nacquero dunque, per naturale evoluzione, dall'alpinismo storico, e derivarono diret- tamente dalla conquista delle Alpi. Queste sono sempre state e rimangono anche oggi le grandi maestre, la palestra dove si eser- citano ed imparano l'arte loro gli alpinisti. L'esperienza acquistata fra esse permise di stabilire in ogni suo particolare la tecnica delle ascensioni, e diede all' alpinista, colla piena conoscenza delle diffi- coltà e dei pericoli della montagna, e dei mezzi per superarli feli- cemente, l'audacia necessaria per muovere all' assalto delle più grandi catene del globo. S. A. R. il Duca degli Abruzzi è entrato a far parte di questa nuova schiera di campioni colla impresa narrata in questo libro. La regione nella quale si erge il monte Sant'Elia ha caratteri così particolari, e crea condizioni di vita e di lavoro tanto inusitate, che non si può avere un concetto esatto della spedizione effettuata da S. A. R., senza una conoscenza completa delle circostanze in cui essa si svolse. Se per salita del Sant'Elia si intende l'ascensione del cono terminale, compiuta dal colle Russell in un giorno, essa diventa in tutto paragonabile ad alcune fra le più facili ascensioni delle nostre Alpi, ed è qualificata benissimo dalla risposta di una delle nostre guide a chi glie ne domandava al ritorno: C'est comme le Breithorn), seulement beaucoup plus haut. E neppure l'altezza del monte (metri 5514), a considerarla in modo assoluto, farebbe di questa salita un'impresa eccezionale, poichè l'uomo ha già rag- 1) Gruppo del monte Rosa<noinclude><references/></noinclude> mewehezk30pzo89byak7ulw1m7zk2bt 3905231 3905220 2026-09-29T11:51:05Z Marcella Medici (BEIC) 22982 3905231 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|{{Sc|x}}|{{Sc|prefazione}}|}}</noinclude>campagne, o meglio spedizioni alpinistiche nelle regioni più lontane, spesso inospitali, talora poco conosciute o del tutto inesplorate; e l'alpinista dovette aggiungere alla conoscenza tecnica della montagna una quantità di svariate nozioni, e possedere attitudini disparatissime, per essere in grado di superare le difficoltà e gli ostacoli di viaggi avventurosi. Le grandi esplorazioni alpinistiche odierne nacquero dunque, per naturale evoluzione, dall'alpinismo storico, e derivarono direttamente dalla conquista delle Alpi. Queste sono sempre state e rimangono anche oggi le grandi maestre, la palestra dove si esercitano ed imparano l'arte loro gli alpinisti. L'esperienza acquistata fra esse permise di stabilire in ogni suo particolare la tecnica delle ascensioni, e diede all'alpinista, colla piena conoscenza delle difficoltà e dei pericoli della montagna, e dei mezzi per superarli felicemente, l'audacia necessaria per muovere all' assalto delle più grandi catene del globo. {{AutoreCitato|Luigi Amedeo di Savoia-Aosta|S. A. R. il Duca degli Abruzzi}} è entrato a far parte di questa nuova schiera di campioni colla impresa narrata in questo libro. La regione nella quale si erge il monte Sant'Elia ha caratteri così particolari, e crea condizioni di vita e di lavoro tanto inusitate, che non si può avere un concetto esatto della spedizione effettuata da S. A. R., senza una conoscenza completa delle circostanze in cui essa si svolse. Se per salita del Sant'Elia si intende l'ascensione del cono terminale, compiuta dal colle Russell in un giorno, essa diventa in tutto paragonabile ad alcune fra le più facili ascensioni delle nostre Alpi, ed è qualificata benissimo dalla risposta di una delle nostre guide a chi glie ne domandava al ritorno: C'est comme le Breithorn), seulement beaucoup plus haut. E neppure l'altezza del monte (metri 5514), a considerarla in modo assoluto, farebbe di questa salita un'impresa eccezionale, poichè l'uomo ha già rag- 1) Gruppo del monte Rosa<noinclude><references/></noinclude> lqxvv6soos7ttllxnolo9dgkq0kpiuz 3905235 3905231 2026-09-29T11:53:23Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Trascritta */ 3905235 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|{{Sc|x}}|{{Sc|prefazione}}|}}</noinclude>campagne, o meglio spedizioni alpinistiche nelle regioni più lontane, spesso inospitali, talora poco conosciute o del tutto inesplorate; e l'alpinista dovette aggiungere alla conoscenza tecnica della montagna una quantità di svariate nozioni, e possedere attitudini disparatissime, per essere in grado di superare le difficoltà e gli ostacoli di viaggi avventurosi. Le grandi esplorazioni alpinistiche odierne nacquero dunque, per naturale evoluzione, dall'alpinismo storico, e derivarono direttamente dalla conquista delle Alpi. Queste sono sempre state e rimangono anche oggi le grandi maestre, la palestra dove si esercitano ed imparano l'arte loro gli alpinisti. L'esperienza acquistata fra esse permise di stabilire in ogni suo particolare la tecnica delle ascensioni, e diede all'alpinista, colla piena conoscenza delle difficoltà e dei pericoli della montagna, e dei mezzi per superarli felicemente, l'audacia necessaria per muovere all' assalto delle più grandi catene del globo. {{AutoreCitato|Luigi Amedeo di Savoia-Aosta|S. A. R. il Duca degli Abruzzi}} è entrato a far parte di questa nuova schiera di campioni colla impresa narrata in questo libro. La regione nella quale si erge il monte Sant'Elia ha caratteri così particolari, e crea condizioni di vita e di lavoro tanto inusitate, che non si può avere un concetto esatto della spedizione effettuata da S. A. R., senza una conoscenza completa delle circostanze in cui essa si svolse. Se per salita del Sant'Elia si intende l'ascensione del cono terminale, compiuta dal colle Russell in un giorno, essa diventa in tutto paragonabile ad alcune fra le più facili ascensioni delle nostre Alpi, ed è qualificata benissimo dalla risposta di una delle nostre guide a chi glie ne domandava al ritorno: ''C'est comme le Breithorn<ref>Gruppo del monte Rosa</ref>''), ''seulement beaucoup plus haut''. E neppure l'altezza del monte (metri 5514), a considerarla in modo assoluto, farebbe di questa salita un'impresa eccezionale, poichè l'uomo ha già rag-<noinclude><references/></noinclude> 2dbvfqydkhwdxnm930qa6fd3r26535i Pagina:Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia, 1900 - BEIC IE7872886.djvu/21 108 1033103 3905221 2026-09-29T11:36:08Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: PREFAZIONE XI giunto vette fra i 6500 ed i 7000 metri sul livello del mare. Ma se si tien conto dell'intiero itinerario percorso dalla spedizione, dal punto di sbarco sulla costa Ovest della baja di Yakutat alla vetta, allora essa appare nel suo vero carattere. Perocchè quello che le conferisce un'indole speciale, è appunto la traversata di una zona di ghiacci e nevi così estesa, come non si trova in nessun altro gruppo... 3905221 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>PREFAZIONE XI giunto vette fra i 6500 ed i 7000 metri sul livello del mare. Ma se si tien conto dell'intiero itinerario percorso dalla spedizione, dal punto di sbarco sulla costa Ovest della baja di Yakutat alla vetta, allora essa appare nel suo vero carattere. Perocchè quello che le conferisce un'indole speciale, è appunto la traversata di una zona di ghiacci e nevi così estesa, come non si trova in nessun altro gruppo di montagne. Le catene costiere dell'Alaska sono nelle con- dizioni in cui si trovavano le Alpi all'epoca glaciale: i loro ghiacciai discendono fino al mare, ed il limite delle nevi perenni vi si abbassa fino a circa 800 metri; cosicchè la salita del Sant'Elia non si può paragonare a nessuna delle grandi ascensioni conosciute. I. C. Russell, che fu il principale esploratore della regione attraver- sata dalla carovana di S. A. R., fece a questo riguardo alcuni curiosi raffronti¹). Egli ritiene che ci si possa fare una idea approssimativa delle diffi- coltà da superare per salire varie montagne, considerando l'altezza e Tenente di Vascello cav. Umberto Cagni la distanza delle loro vette dall' ultimo luogo dove si può trovare del combustibile. Per cui, siccome il limite di vegetazione si ab- bassa quanto più si procede verso i poli, la misura delle difficoltà delle ascensioni potrebbe essere data dalla latitudine alla quale si trovano le montagne; tenendo conto, naturalmente, della loro altezza. 1) I. C. RUSSELL, Mountaneering in Alaska (Bull. of the American Geographical Society. Vol. XXVIII, 1896, n. 3, pag. 217).<noinclude><references/></noinclude> 2isr03mnuzaj6i4l3xtav8k58wrphqz Pagina:Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia, 1900 - BEIC IE7872886.djvu/22 108 1033104 3905222 2026-09-29T11:36:18Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: XII PREFAZIONE Passando in rassegna, sotto questo punto di vista, alcune fra le più alte vette del continente americano, il Russell nota che sul Chimborazo, nelle Ande dell'Equatore, si accende l'ultimo fuoco a 4600 metri, e non ne rimangono da salire che 1800 per arrivare alla vetta (6400 metri). I grandi vulcani del Messico arrivano a circa 5500 metri di altezza, ed il limite di vegetazione arborea è a 4300 metri. Sul... 3905222 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>XII PREFAZIONE Passando in rassegna, sotto questo punto di vista, alcune fra le più alte vette del continente americano, il Russell nota che sul Chimborazo, nelle Ande dell'Equatore, si accende l'ultimo fuoco a 4600 metri, e non ne rimangono da salire che 1800 per arrivare alla vetta (6400 metri). I grandi vulcani del Messico arrivano a circa 5500 metri di altezza, ed il limite di vegetazione arborea è a 4300 metri. Sul monte Whitney (4426 metri), la vetta più alta della Sierra Nevada, si trovano alberi fino a 3350 metri. La zona nevosa di tutti questi monti, alta all'incirca 2000 metri, si può salire in uno od in pochi giorni. Perciò non è necessario portare combustibile, nè cucine, non viveri preparati in modo speciale; il bisogno di coperte e di abiti è molto ridotto, e la carovana può venire facilmente rifornita di tutto quello che le può abbisognare. Nell'Alaska le condizioni sono intieramente diverse. Il limite delle nevi perenni, che trovasi a 5500 metri d'altezza ai tropici, scende al di sotto dei 1000 metri presso il monte Logan ed il Sant'Elia. Si devono quindi superare oltre 4500 metri al disopra di esso per raggiungerne le vette; e per di più si noti che queste sono poste a 80-100 chilometri di distanza dalla foresta. Il racconto dell'ascensione del Sant'Elia diventa così la storia di settimane intiere vissute fra ghiacciai sterminati, la storia di un viaggio per oltre 200 chilometri di ghiaccio e di neve, trascinando sulle slitte o portando a spalle il complicato e pesante bagaglio: tende, coperte, viveri, cucine, combustibile, vestiario ed istrumenti. Questo in una regione dove il cattivo tempo è quasi costante, dove una pioggerella insistente, continua, inzuppa gli abiti ed intirizzisce le membra sui ghiacciai più bassi, mentre più in alto lo spesso strato di neve, che si rinnova continuamente, senza aver tempo di rasso- darsi, rende difficile e faticosissimo il cammino. Per il carattere speciale della spedizione, ho creduto di dover dire estesamente della preparazione sua e dell'equipaggiamento, dedicando ad esso una apposita appendice; e mi sono diffuso, forse<noinclude><references/></noinclude> mpzhkvlwhf9jtabbxhxza1sdfk79rmk Pagina:Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia, 1900 - BEIC IE7872886.djvu/23 108 1033105 3905223 2026-09-29T11:36:35Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: PREFAZIONE XIII troppo, sui particolari della nostra vita sul ghiaccio. È stata una esistenza monotona, senza episodii e aneddoti interessanti, in gran parte passata fra nebbie e nella tristezza di interminabili nevicate. Avemmo pure tuttavia ore di intenso godimento, nelle poche gior- nate belle, quando il paese strano si rivelava a noi in tutta la gran- diosità delle sue proporzioni. Esso è così intieramente dissimile... 3905223 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>PREFAZIONE XIII troppo, sui particolari della nostra vita sul ghiaccio. È stata una esistenza monotona, senza episodii e aneddoti interessanti, in gran parte passata fra nebbie e nella tristezza di interminabili nevicate. Avemmo pure tuttavia ore di intenso godimento, nelle poche gior- nate belle, quando il paese strano si rivelava a noi in tutta la gran- diosità delle sue proporzioni. Esso è così intieramente dissimile dai quadri famigliari delle nostre Alpi, che temo di non essere riuscito a darne un'idea, neanche approssimativa. Fortunatamente ho un prezioso aiuto nelle illustrazioni del Sella, le quali varranno meglio delle parole a rivelare la ricchezza del di- segno e la varietà del paesaggio nel quale vivemmo, se anche non ne po- tranno far sentire la luminosità ed il colore. Cav. Francesco Gonella La spedizione di S. A. R. fu esclu- sivamente alpinistica. Essa aveva un solo scopo, raggiungere la vetta del Sant'Elia; ed ogni altra cosa venne naturalmente subordinata ad esso. Si dovette rinunciare a tutto ciò che poteva ritardare la marcia, abbandonando ogni oggetto non strettamente indispensabile, che avrebbe cresciuto il peso, già con- siderevole, del bagaglio. Nell'Alaska, la stagione utile per l'alpi- nismo dura poco più di due mesi; in settembre le nevicate si suc- cedono senza interruzione, e rendono impossibile il procedere. La carovana impiegò quarantasette giorni per compiere la salita e ritornare alla costa, non perdendo nè un giorno, nè un'ora. Perciò non si potè fare nessun lavoro topografico, nè altre ricerche scien- tifiche regolari. Fu solo possibile eseguire una serie non interrotta di osservazioni meteorologiche, le quali trovansi riunite in una<noinclude><references/></noinclude> mqlylun7pjh0ntel15lxoo44dvorq2l Pagina:Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia, 1900 - BEIC IE7872886.djvu/24 108 1033106 3905224 2026-09-29T11:36:47Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: XIV PREFAZIONE delle appendici; in altre sono descritti i pochi esemplari zoologici raccolti sulla neve che ricopriva il ghiacciaio Malaspina, ed i cam- pioni di minerali della regione. La carovana di S. A. R. ha realizzato una previsione fatta nel 1887 da H. W. Seton Karr, ufficiale di marina inglese, che fu tra i primi esploratori della regione del Sant'Elia. Nel riferire il suo viaggio alla Società Geografica Inglese,... 3905224 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>XIV PREFAZIONE delle appendici; in altre sono descritti i pochi esemplari zoologici raccolti sulla neve che ricopriva il ghiacciaio Malaspina, ed i cam- pioni di minerali della regione. La carovana di S. A. R. ha realizzato una previsione fatta nel 1887 da H. W. Seton Karr, ufficiale di marina inglese, che fu tra i primi esploratori della regione del Sant'Elia. Nel riferire il suo viaggio alla Società Geografica Inglese, egli disse che «se il monte doveva essere salito un giorno, lo sarebbe solo da alpinisti esperimentati > 1). E nella discussio- ne che seguì, il Freshfield insistette che l'arte di salire sopra il livello delle nevi è speciale come quella del navigare; e che, senza di essa, non è possibile esplorare con buon suc- cesso montagne nevose, come non è possibile per l'uomo di terra fare esplorazioni sul mare²). Vi ha infatti una tecnica speciale per salire le montagne, che si deve imparare, e non si può possedere innata. Nes- suno ne dubita, che abbia visto an- che una sola volta delle guide lavo- rare nell'alta montagna; ma fra i profani all'alpinismo molti non ne sono persuasi. Quanti non si me- ravigliarono che S. A. R. portasse con sè delle guide dall'Italia fino a quel lontano paese, domandandosi a che cosa potevano servire, fra monti per loro sconosciuti! Il Russell stesso, che non è alpi- nista, sebbene abbia passato parecchi mesi tra i ghiacciai del San- Cav. Vittorio Sella VT 1) LIEUT. H. W. SETON KARR, The Alpine Regions of Alaska. (Proceedings of the Royal Geographical Society. May, 1887). 2) Vedi anche D. W. FRESHFIELD, The exploration of the Caucasus. London, 1896. Vol. I, pag. 4.<noinclude><references/></noinclude> e8jh9vhonbqql093f8enj85rt36xcwi Pagina:Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia, 1900 - BEIC IE7872886.djvu/25 108 1033107 3905225 2026-09-29T11:36:58Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: PREFAZIONE XV t'Elia, dice che le guide alpine sarebbero là affatto inutili'); così M. B. Kerr, suo compagno di spedizione 2). In realtà, la tecnica per salire i ghiacciai delle Alpi vale per tutti gli altri, poichè tutti obbediscono alle stesse leggi fisiche, ed hanno comuni gli stessi caratteri fondamentali. Neppure sui ghiacciai delle Alpi è tracciata la via; e su molti essa deve cambiare ogni anno od anche più volte... 3905225 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>PREFAZIONE XV t'Elia, dice che le guide alpine sarebbero là affatto inutili'); così M. B. Kerr, suo compagno di spedizione 2). In realtà, la tecnica per salire i ghiacciai delle Alpi vale per tutti gli altri, poichè tutti obbediscono alle stesse leggi fisiche, ed hanno comuni gli stessi caratteri fondamentali. Neppure sui ghiacciai delle Alpi è tracciata la via; e su molti essa deve cambiare ogni anno od anche più volte nella stessa stagione, per le modificazioni prodot- tevi dalla fusione e dal movimento di discesa del ghiaccio. In fa- vore delle guide parla del resto eloquentemente il grande lavoro di esplorazione che si è già fatto col loro aiuto. Non vi ha quasi spedi- zione alpinistica importante, in qua- lunque parte del mondo, alla quale esse non abbiano contribuito. Al Caucaso con D. W. Freshfield, Crau- furd Grove, M. de Déchy, Clinton Dent, W. F. Donkin, A. F. Mum- mery, J. C. Cockin, V. ed E. Sella, e molti altri; nelle Ande dell'Equa- tore con E. Whymper; nella catena dell'Imalaja con W. W. Graham, W. M. Conway ed altri; nella Nuova Dott. Filippo De Filippi KT Zelanda e nella Cordigliera del Perù con E. A. Fitz Gerald; nello Spitzberg ed in Bolivia con W. M. Conway, ecc. È vanto delle guide italiane di essere state scelte, anche da forestieri, per accom- pagnare molte di queste lontane esplorazioni. Con nobilissimo pensiero S. A. R. volle riconoscere quanto le 1) J. C. RUSSELL, An expedition to Mt. St. Elias, Alaska. (The National Geographic Ma- gasine. Vol. III. May, 1891, pag. 166). 2) M. B. KERR, Mount St. Elias and its glaciers. Scribner's Out of door library. - Mountain Climbing. New York, 1897, pag. 297.<noinclude><references/></noinclude> ly37ah6zobe1bdqn26mtmukz9sii7py Pagina:Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia, 1900 - BEIC IE7872886.djvu/26 108 1033108 3905226 2026-09-29T11:37:07Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: XVI PREFAZIONE guide avevano fatto per la spedizione da Lui intrapresa, istituendo un' opera che fosse loro di perpetuo beneficio. L'intiero provento ricavato dalla vendita di questo libro, insieme cogli utili derivanti dai diritti letterari per le edizioni estere, servirà a fondare una cassa di assicurazione in favore delle guide italiane. Coloro che fossero colpiti da disgrazia nell'esercizio del duro e pericoloso mest... 3905226 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>XVI PREFAZIONE guide avevano fatto per la spedizione da Lui intrapresa, istituendo un' opera che fosse loro di perpetuo beneficio. L'intiero provento ricavato dalla vendita di questo libro, insieme cogli utili derivanti dai diritti letterari per le edizioni estere, servirà a fondare una cassa di assicurazione in favore delle guide italiane. Coloro che fossero colpiti da disgrazia nell'esercizio del duro e pericoloso mestiere di guida, per il quale si richiede tanta abnegazione ed una coscienza così chiara della propria responsabilità, e le famiglie infelici pri- vate del loro sostegno da qualche tradimento della montagna infida, potranno così ricevere un efficace soccorso, e saranno in qualche modo alleviate le tristi conseguenze degli infortunii alpini. Compio un gradito incarico, ringraziando, a nome di S. A. R. e dei compagni, tutti coloro che aiutarono coi consigli e coll'opera la spedizione, pregando che mi si perdoni se avessi involontaria- mente omesso il nome di qualcuno di essi nelle pagine seguenti. Sono grato in modo speciale al prof. J. C. Russell di Michigan per avermi cortesemente permesso di far riprodurre in questo libro la carta-schizzo della regione del Sant'Elia, da lui costrutta. Infine esprimo la mia profonda riconoscenza al prof. C. Emery, ai suoi collaboratori dott. G. Kriechbaumer e prof. P. Pavesi, ed all'inge- gnere V. Novarese del R. Ufficio Geologico, i quali accettarono di esaminare il poco materiale di studio raccolto, e ne fecero le rela- zioni unite al presente volume. Ho accettato l'alto onore che mi volle fare S. A. R. il Duca degli Abruzzi, scegliendomi a storiografo della spedizione, perchè sapevo di poter contare sull'aiuto Suo, e sulla valida collaborazione dei miei compagni. Nello scrivere, sono stato poco più di un semplice com- pilatore. Il racconto è di tutti; io non ho fatto che coordinare fra loro i giornali di viaggio di S. A. R., dei miei colleghi ed il mio. Sono note ed impressioni buttate giù in ferrovia, a bordo delle navi, sotto la tenda. Vorrei esser riuscito a conservar loro tutta la freschezza e l'impronta di cosa vissuta che hanno, per le circo-<noinclude><references/></noinclude> c90bm56l578971theq9jp5cxq2wp0ni Pagina:Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia, 1900 - BEIC IE7872886.djvu/27 108 1033109 3905227 2026-09-29T11:37:16Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: PREFAZIONE XVII stanze stesse nelle quali furono scritte. Continuamente, durante il lavoro, ho richiesto ed ho avuto l'aiuto ed il consiglio di S. A. R. e dei miei compagni. Meno maturo di esperienza alpinistica mi sareb- bero mancati molti elementi di comparazione e di giudizio per una esatta interpretazione ed un giusto apprezzamento delle cose fatte e viste. Mi rese il lavoro facile e gradito la soddisfazione vivissim... 3905227 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>PREFAZIONE XVII stanze stesse nelle quali furono scritte. Continuamente, durante il lavoro, ho richiesto ed ho avuto l'aiuto ed il consiglio di S. A. R. e dei miei compagni. Meno maturo di esperienza alpinistica mi sareb- bero mancati molti elementi di comparazione e di giudizio per una esatta interpretazione ed un giusto apprezzamento delle cose fatte e viste. Mi rese il lavoro facile e gradito la soddisfazione vivissima di servire S. A. R. e l'aver dovuto rivivere, ora per ora, quell'intensa vita forte e sana, piena di emozioni pure e virili. Gennaio 1898 Marzo 1899. Dottore FILIPPO DE FILIPPI.<noinclude><references/></noinclude> 602r867srqbyd6au5p481vv76ldqt37 Pagina:Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia, 1900 - BEIC IE7872886.djvu/28 108 1033110 3905228 2026-09-29T11:37:27Z Marcella Medici (BEIC) 22982 /* Senza testo */ 3905228 proofread-page text/x-wiki <noinclude><pagequality level="0" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude><noinclude><references/></noinclude> lk83vvnuq785nw4vaay2jvi6ohqezdd Do mi sol... la do mi... (musica)/Trascrizione 0 1033111 3905236 2026-09-29T11:58:07Z Pic57 12729 Creo pagina con [[Wikisource:La fabbrica dei giocattoli/autoNs0()|autoNs0]] 3905236 wikitext text/x-wiki {{Qualità|avz=25%|data=29 settembre 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Trascrizione|prec=../Testo|succ=}} <div class="no-stampa"> [[File:Do mi sol... la do mi.midi|thumb|center|200px|Ascolta il brano per intero.<br>{{Centrato| Canzone. <br>Musica e testo di Arrigo Boito}}]] </div> <pages index="Digitami MUS0211360.djvu" from="13" to="20" /> jt7ynzi3tuixzks67d7zs90ajcg3zvr