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L'Asino (Machiavelli)/Capitolo quarto
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Dr Zimbu
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Porto il SAL a SAL 100%
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L'Asino (Machiavelli)/Capitolo quinto
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Dr Zimbu
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Porto il SAL a SAL 100%
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Poemetto sul maritaggio di Peleo e di Teti
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{{Qualità|avz=75%|data=23 dicembre 2008|arg=Poemi}}{{Intestazione
| Nome e cognome dell'autore =Gaio Valerio Catullo
| Titolo =Poemetto sul maritaggio di Peleo e di Teti
| Anno di pubblicazione =I secolo a.C.
| Lingua originale del testo =latino
| Nome e cognome del traduttore =Luca Antonio Pagnini
| Anno di traduzione =1808
| Progetto =letteratura
| Argomento =Poemi
| URL della versione cartacea a fronte =
}}
<div align="center"><font size=3>'''Poemetto di Catullo'''</font><br/>'''sul maritaggio'''<br/><font size=4>'''di Peleo e di Teti'''</font><br/><br/>''Tradotto in versi sciolti''<br/>''Dal P. M. Giuseppe M. Pagnini''<br/>''Carmelitano.''<br/><br/></div>
<poem>
{{R|I}}Pini già un tempo nati al Pelio in vetta
Fama è che a nuoto per le liquide onde
Nettunie al Fasi andaro e a' lidi Etei,
Allorchè degli Argivi il miglior nerbo,
{{R|5}}Gioventù scelta, per rapire a' Clochi
L'aurato vello osò per' salsi guadi
Ir su ratto vascel con abetini
Remi sferzando i gran cerulei piani.
La Dea, che tiene alle cittadi in cima
{{R|10}}Sue rocche, ella medesima i pin contesti
Curvando all'uopo edificò il volante
Allo spirar di sottil aura cocchio
Questo avvezzò primier la non esperta
Anfitrite a portar gran moli in corso.
{{R|15}}Non sì tosto diviso ebb'ei col rostro
Gli ondosi campi, e dal remaggio intorto
L'equoreo flutto incanutì di spume,
Che le Nereidi, fieri volti, usciro
Del bianco golfo, il gran mostro ammiranti.
{{R|20}}In quel dì, nè mai più, vide occhio umano
Ninfe marine con le membra ignude
Fuor de' candidi gorghi infino al petto.
Allor fu che di Teti arse Peleo,
Teti allor non sdegnò terren connubio;
{{R|25}}Allor egli medesmo il sommo Padre
Assentì, che Peleo s'unisse a Teti.
O nata a' più bei di schiera d'Eroi,
Salve, o de' Numi prole, e o buona Madre,
Voi sì, voi spesso invocherò col canto,
{{R|30}}E via più te, de' Tessali sostegno,
Per fauste nozze glorioso e lieto,
Peleo, cui Giove il genitore stesso
De' Numi cesse in don sua propria fiamma.
Te dunque Teti di Nettun la figlia
{{R|35}}Più bella in grembo accolse? a te sposare
La degna lor nipote indusser Tetia
Ed Ocean, che il mondo tutto abbraccia?
Come al prefisso tempo il dì bramato
Spuntò, tutta Tessaglia entro s'affolla
{{R|40}}Al tetto di Peleo. La reggia s'empie
Di festeggiante stuol. Recanvi doni,
E co' doni la gioja in volto espressa.
La Ftiotica Tempe in abbandono
Rimansi e Sciro ed i Cranonj alberghi
{{R|45}}E di Larissa i muri. Alla magione
Farsalica van tutti a schiere a schiere.
Restano i campi incolti; il collo a' buoi
S'ammorbidisce; non il curvo rastro
Purga l'umili vigne, e non le glebe
{{R|50}}Col vomero inchinato il tauro svelle;
Non degli arbori l'ombre e il potatore
Con la falce dirada; e l'atra e sozza
Ruggine scorre su i negletti aratri.
Ma il regio tetto di Peleo, dovunque
{{R|55}}Ricco s'interna, a fulgid'oro e argento
Brilla, gli scanni albeggiano d'avorio,
E rilucono i nappi in su le mense.
La magion tutta di regal tesoro
Superba si rallegra. Al gran palagio
{{R|60}}In mezzo situato è per la Dea
Il letto genial d'indico avorio
Terso e lucente, che coverto è d'ostro
In roseo succo di conchiglia infuso.
Questa di varie umane forme antiche
{{R|65}}Distinta coltre con mirabil arte
Degli Eroi le virtudi al guardo espone.
Quivi Arianna appar, che dal sonante
Lito di Nasso divorata il core
D'indomiti furor sta rimirando
{{R|70}}Teseo fuggente con veloci antenne;
Nè veder crede ancor ciò ch'ella vede,
Come colei che pur allor dal sonno
Ingannevol riscossa ahi sè meschina
Abbandonata scorge in erma arena.
{{R|75}}Ma l'ingrato garzon fuggendo, il mare
Batte co' remi, e le promesse vane
In preda lascia alle procelle e a' venti.
Lui pur dall'alga omai lontano scopre
Con mesti lumi di Minos la figlia,
{{R|80}}Qual di Baccante immago in sasso incisa,
Lui scopre, e in alto mar d'affanni ondeggia.
Non ella ha sottil mitra al biondo crine,
Non di lieve mantel velato il petto,
Non tiene a fren le fluttuanti mamme
{{R|85}}Attorta fascia; le quai tutte cose
Qua e là giù dal bel corpo a' pie' discese
De' salsi flutti son trastullo e gioco.
Ma senza più curar mitra o mantello
Galleggianti sul mar, con tutto il core,
{{R|90}}Con tutti i sensi suoi, con tutta l'alma
Dietro a te sol perduta, o Teseo, pende.
Ahi sventurata, cui levò di senno
Con incessanti gemiti Ciprigna
Seminandole in cor pungenti cure!
{{R|95}}A quell'etade il fier Teseo partito
Da' curi lidi del Pireo pervenne
Del Cretese monarca a' tetti ingiusti.
Poichè si dice, che il Cecropio suolo
Da cruda peste un dì le pene astretto
{{R|100}}A pagar dell'ucciso Androgeo, in uso
Avea di spedir garzoni eletti e fiore
Di verginelle al Minotauro in pasto.
Da tai disastri la cittade augusta
Teseo mirando oppressa, amò sua vita
{{R|105}}Avventurar per la diletta Atene,
Anzichè fosser cotai morte salme
Non morte ancor di là portate a Creta.
Quinci ei fidato a sottil prora e a' ventri
Andò del gran Minosse al solio altero.
{{R|110}}Or tosto che con cupid'occhio il vide
La vergine real tra i molli amplessi
Della madre educata in casto letto
Spirante grati odor, qual vago mirto
Che d'Eurota l'umore alleva, o quale
{{R|115}}Dipinto fior cui molle auretta avviva,
Non da lui prima declinò l'acceso
Sguardo, che in tutti il sen fin giuso al centro
Concepì fiamma, e divampò per tutte
L'ime midolle, ahi pur miseramente
{{R|120}}Nell'immaturo cor furie agitando.
Santo Fanciul, che alle amarezze umane
Mesci i dolci diletti, e tu che Golgo
E la frondosa reggi Tdalia spiaggia,
Deh qual destaste mai procella in seno
{{R|125}}All'accesa fanciulla, onde sì spessi
Per l'ospite gentil mettea sospiri?
Quanti assalser timori il cor languente!
Quante volte più pallida che l'oro
Fessi, allor ch'ei bramava ir contro al mostro
{{R|130}}Per aver morte o guideron di loda!
Ella, quantunque invan, piccioli doni,
Ma pur graditi, promettendo a' Numi
Sospesi tien sul muto labbro i voti.
Qual furioso turbo al Tauro in cima
{{R|135}}Col soffio ritorcendo i tronchi, schianta
Quercia che scote le gran braccia, o carco
Di frutti pino che dal buccio stilla;
Ei balzato lontan dalle radici
Giù cade, e quanto se gli porge incontra,
{{R|140}}In largo giro abbatte; in cotal modo
Teseo prostese la feroce belva,
Che doma le gran membra indarno omai
Va le corna agitando all'aure vane.
Poi di là vincitore il piè ritrasse
{{R|145}}Con molto onor, le incerte orme reggendo
Con tenue filo, onde il fallace giro
Cieco labirinteo non gli negasse
Rifare indietro le distorte vie.
Ma a che sviato dal primier subbietto
{{R|150}}Più innanzi prendo a dir, come la figlia
Del genitore abbandonando il volto,
Della suora gli amplessi e della madre,
Che smarrita restava in piume ingrate,
L'amor di Teseo a tutto osò anteporre?
{{R|155}}O come poscia alla spumosa Nasso
Approdò il legno, o come gli occhi avvinta
In tristo sonno lei lo sposo ingrato
Lasciò in oblìo? Di furor ebbra ardente
Spesso dal petto fuor mise alte grida.
{{R|160}}E or affannosa dirupati monti
Ascese, onde affilava entro l'immenso
Pelago il guardo, or negli opposti flutto
Del tremolante umor trascorse alzando
La molle vesta che coprìa le polpe,
{{R|165}}E con freddi singulti umida il ciglio
Tali snodò dal labbro alfin querele.
Così me dunque dalle patrie rive,
O perfido, rapita in ermo lido,
O perfido Teseo, tu me lasciasti?
{{R|170}}Così sprezzati i sommi Numi, o ingrato,
Partendo via ne porti i tuoi spergiuri,
Che ti cadran sul capo? E nulla dunque
Di tua mente crudele i rei consigli
Piegar poteo? pietà di me non valse
{{R|175}}Ad ammollire il tuo feroce spirto?
Ah non tai furo un dì le tue promesse;
Nè a me infelice sperar ciò tu festi,
Ma liete nozze, ma imeni bramati:
Cose, che or tutte all'aere il vento ha sparse.
{{R|180}}No non creda più donna ad uom che giura,
Nè mai speri trovar fidi i suoi detti.
Finch'ei cupido alcuna cosa agogni,
Non perdona a promesse o a giuramenti.
Ma come prima le sue voglie ha sazie,
{{R|185}}Non più parole nè spergiuri ei teme.
Sì certo i' te campai di mezzo al turbo
Di morte, e perder volli anzi il germano
Che a te infido mancar nell'uopo estremo.
Per lo qual merto io sarò preda e strazio
{{R|190}}Alle fere e agli augei; nè alcun me spenta
Di polve coprirà. Quai lionessa
Ti generò sotto solinga rupe?
Qual mar nelle spumose onde concetto
Ti vomitò? Qual Sirti, o qual rapace
{{R|195}}Scilla o Cariddi te produsse, ond'aggio
Cotal mercè per la tua dolce vita?
Se non erano a te mie nozze in grado,
Perchè ti fesse orror del vecchio padre
Aspro divieto, almen potevi ancella
{{R|200}}Condurmi alla tua casa, ov'io prestato
T'avrei graditi ufficj, o in limpid'acqua
I candidi tuoi pie' molcendo, o il tuo
Letto ammantando di purpureo strato.
Ma a che mi lagno invan di dolor cieca
{{R|205}}Con l'aure ignote, che di senso prive
Nè udir mie voci nè risponder sanno?
Egli già quasi in alto mar s'aggira;
Nè faccia d'uomo appar nel lido algoso.
Sorte amara insultando a' mali estremi
{{R|210}}Invida niega ancor pietoso orecchio
A' miei lamenti. Onnipotente Giove,
Deh non avesse le Cretesi spiagge
Tocche da prima Ateniese nave,
Nè sciolta fune disleal nocchiero
{{R|215}}Per là recare all'indomabil toro
Feral tributo, nè l'ospite reo,
Che in dolce aspetto inuman sensi ascondem
Mai fermo avesse ne' miei tetti il piede.
Dov'ahi meschina volgerommi? E quale
{{R|220}}Speme mi resta? Agl'Idomenj monti
Andronne, colà d'onde il truce mare
Con frapposto ampio gorgo ne diparte?
Forse dal padre spererò soccorso?
Da lui, che in abbandon lasciai seguendo
{{R|225}}Giovin macchiato del fraterno sangue?
O me nel fido amor del mio consorte
Racconsolar potrò, di lui, che fugge
Gli agili remi incontro al mar curvando?
Oltre che non ha l'isola alcun tetto
{{R|230}}(Erma è la spiaggia), e vieta a me l'uscirne
Quel che intorno l'accerchia ondoso mare.
Non v'ha modo a scampar, non v'ha speranza,
Tutto e quì solitario, tutto è muto,
Tutto presenta a me l'ultimo eccidio.
{{R|235}}Ma non pria languiranno in mortal sonno
Quest'occhi miei, nè pria dal corpo stanco
I sensi partiran, che a' Numi io chieggia
Tradita com'io son degno gastigo,
E al punto estremo lor aita implori.
{{R|240}}Dunque voi che a' misfatti ultrice pena
Date, o Eumenidi, voi, che cinte il capo
Di serpentina chioma altrui palese
Fate lo sdegno che dal petto esala,
Quà venite, quà ratto a udir miei lai,
{{R|245}}Ch'io di trar fuor dall'intime midolle
Astretta son ahimè! tapina, insana
Per furor cieco ardente. I quai nascendo
Proprio dall'imo cuor, deh non soffrite,
Che questo mio plorar si sparga invano,
{{R|250}}Ma qual si fu la mente, onde qui sola
Me Teseo abbandonò, tale pur anco
Funesti, o Dive, e lui medesmo e i suoi.
</poem>
<poem>
{{R|255}}{{R|II}}Poichè affannosa al crudo oprar supplizio
Chieggiendo, tai parole ebbe disciolte
Dal mesto seno, le approvò l'invitto
Re de' Celesti, e terra e mare orrendo
Tremaro, e il Cielo i fulgid'astri scosse.
{{R|260}}Frattanto ingombro di caligin cieca
Teseo cacciò dall'obblioso petto
Gli avvisi, che tenea pria fissi in mente,
E al mesto padre le gradite insegne
Non levò in alto per mostrar che salvo
{{R|265}}Tornasse a riveder l'attico porto.
Poichè si narra, che allor quando Egeo
Commise a' venti il figlio a lasciar pronto
Le mura della Dea salendo in nave,
Al sen lo strinse, e tai gli fe comandi.
{{R|270}}O ben a me più caro unico figlio
Che la mia lunga età, figlio, ch'io deggio
Lasciare ir contro a' fortunosi casi,
Poc'anzi reso a me negli anni estremi,
Giacchè contro mia voglia a me t'invola
{{R|275}}Tua fervida vitute e mia sventura,
Pria che i languidi lumi io m'abbia ancora
Sazj nel dolce filiale aspetto,
Non io con lieto cor da me partire
Ti lascerò, nè soffrirò che insegne
{{R|280}}Tu d'amica fortuna all'aure spieghi.
Ma pria di terra e polve il crin canuto
Bruttando disfogar mi vo' in querele;
Poi lini oscuri all'albero vagante
Sospenderò, affinchè l'ispana vela
{{R|285}}Col ferrugigno bruno appien dimostri
Il duol cocente, ond'ho conquiso il core.
Che se del sacro Iton l'alma cultrice,
Che il mio legnaggio e d'Eretteo la sede
In guardia tiene, assentirà che sia
{{R|290}}Del taurin sangue la tua destra aspersa,
Fa che tu serbi sempre vivi in mente
Questi ricordi, e nulla età si spegna.
Tosto che tu rivegga i nostri colli,
Spoglin le antenne il lor funesto ammanto,
{{R|295}}E le ritorte sarte ergano in alto
Candidi lini, ond'io con lieto core
La mia gioja ravvisi immantenente
Che la prospera vita a noi ti renda.
Questi ricordi, che Teseo già tenne
{{R|300}}In mente fissi, lui lasciar, quai nubi
Che l'ardua cima di nevoso monte
Lascian disperse dal furor de' venti.
Il genitor, che i travagliati lumi
Distemperando in un perpetuo pianto
{{R|305}}Tendea lo sguardo al mar da eccelsa roccia,
A pena rimirò le gonfie vele,
Spento avvisando da rio fato il figlio,
Dal sommo degli scogli in giù lanciossi.
Così il fier Teseo in sua magione entrando,
{{R|310}}Resa funesta dal paterno fine,
Quel lutto ne portò, che sconoscente
Porto ei medesmo ad Arianna avea.
Costei frattanto di dolor compunta,
Via via veggendo allontanarsi il legno,
{{R|315}}Moltiplici in suo cor cure agitava.
In altra parte della coltre in cerca
Di te, Arianna, del tuo amore acceso
Bacco nel fior degli anni iva scorrendo
Co' Satirelli e co' Nisei Sileni.
{{R|320}}Li quai festosi e furibondi in questa
E in quella parte evoè evoè a gran voce
Giano urlando, e quà e là storcendo il capo.
Chi scotea tirsi con la punta ascosa,
Chi le squarciate membra d'un vitello
{{R|325}}Rapìa, chi si cignea d'intorte serpi,
Chi celebrava in cave ceste l'orgie,
Orgie a' cupidi invan profani occulte.
Tal percotea con tese man timballi,
O sottil suon da' tersi acciar destava.
{{R|330}}Molti rauco rimbombo uscir da' corni,
E strider fean le tibie in metro orrendo.
Di tai figure alteramente ornato
Vestìa quel drappo intorno intorno il letto.
Poichè la giovanil tessala turba
{{R|335}}Fu sazia di guatar cupidamente,
Incominciò far luogo a' santi Numi.
Qual zefiro increspando il mar tranquillo
Con mattutina auretta allor che appressa
Dopo l'aurora il vagabondo sole,
{{R|340}}L'acque declivi incalza; elle dapprima
Al benigno alitar procedon lente,
E fanno cotal lieve mormorìo,
Poscia di mano in man crescendo il vento
Rinforzano, e da lunge tremolando
{{R|345}}Fulgide van di porporina luce:
Tal dalle regie soglie alle lor case
Chi di quà, chi di là, s'avviano a torme.
Dopo il loro partir primo discese
Chiron dal Pelio con silvestri doni.
{{R|350}}Perocchè quanti fior ne' campi mette
O su i gran monti il tessalo terreno,
Quanti lungo i ruscelli apre e nutrica
La mite di Favonio aura feconda,
Ei portò misti e rannodati insieme
{{R|355}}In vaghe trecce, e s'allegrò la casa
Inebbriata di giocondi odori.
Tosto Peneo compar, la verde Tempe,
Cui fan corona i sovrapposti boschi,
Abbandonando alle Sinaidi ninfe,
{{R|360}}Le quali in riva alla Bebea palude
Dorici balli esercitar son use.
Ei ne recò dalle radici svelti
Gran faggi e lauri in dritto ceppo eccelsi,
Platani lieti, ardui cipressi e l'alte
{{R|365}}Piagnenti suore di Feton combusto.
Gli arbori ben contesti in ampio giro
Locò, perchè all'intorno verdeggiasse
L'atrio regal di molli fronde ombrato.
A lui dietro sen vien Prometeo scaltro,
{{R|370}}Che i segni porta a mano a man consunti
Della pena, che un dì pagò pendente
Da fier dirupo con le membra stretto
In ferrei lacci ad un'alpestre selce.
Con la consorte veneranda e i figli
{{R|375}}Vien poi Giove dal ciel, te solo, o Febo,
Lasciando addietro e lei che nacque teco,
Delle montagne d'Idro abitatrice.
Poichè insieme con te la tua germana
Sprezzò Peleo, nè fare onor degnossi
{{R|380}}Alle di Teti maritali tede.
Quando ben adagiate ebber ne' seggi
Le gentil membra, fur di varj cibi
Le magnifiche mense alto imbandite.
Quinci divincolandosi le Parche
{{R|385}}Languidamente, a scior veraci carmi
Incominciaro. Il tremolante corpo
Avvolgea lor di quercia intesto manto,
Che di tirio estro il lembo avea ricinto.
Ben dispose sedean sul roseo capo
{{R|390}}Candide bende, e giusta lor costume
Eran le mani intente all'opra eterna.
Stava a sinistra la vestita rocca
Di molle lana; e giù traendo il filo
La destra a poco a poco il gìa formando
{{R|395}}Con le dita supine; indi col chino
Pollice in giù torcendo il ben librato
Fuso, avvolgealo in vorticoso giro.
Quinci il lavor di mano in mano venièno
Adeguando col dente, il qual carpìa
{{R|400}}Lanosi fiocchi, che sporgeano in fuori
Dal tenue filo, e rimanean poi fissi
All'aridette labbra. Innanzi a' piedi
Si custodiano in canestrin vergati
Della morbida lana i bianchi velli.
{{R|405}}Esse con chiara risonante voce
Allor destando i velli, in divin carme
I bei fati svelar, carme, cui nulla
Età fia mai che di menzogna incolpi.
O tu che l'alto accresci avito onore
{{R|410}}Con tue magne virtù, d'Emazia scudo,
Cui sommo vanto donerà un tuo figlio,
Accogli questo che le tre sorelle
A te schiudon oracolo verace
In lieto giorno, e a' tuoi successi attendi.
{{R|415}} Gite ratto avvolgendo, o fusi, il filo.
A te verrà di sospirate gioje
Portatore a' martiri Espero, e seco
In buon punto verrà la tua consorte,
Che in te trasfonda amor, dell'alme incanto,
{{R|420}}E il terso braccio al tuo robusto collo
Sottostendendo si disponga a trarre
Teco indivisi i languidetti sonni.
Gite ratto avvolgendo, o fusi, il filo.
Nessuna casa a tali amor ricetto
{{R|425}}Mai diè, nè strinse amanti un nodo uguale
A quel che or lega insiem Teti e Peleo.
Gite ratto avvolgendo, o fusi, il filo.
A voi quel nascerà di tema ignaro,
Achille, che i nemici al forte petto,
{{R|430}}E non al tergo, impareran qual sia:
Quegli che spesso nel sudato arringo
Del corso fia che vincitor trapassi
Le rapide fiammanti orme di cerva.
Gite ratto avvolgendo, o fusi, il filo.
{{R|435}}Non altro agguaglierallo in armi eroe,
Quando il teucro sangue i frigj fiumi
Traboccheranno, e di ben lunga guerra
Strette rovescerà le iliache mura
Di Pelope spergiuro il terzo erede.
{{R|440}} Gite ratto avvolgendo, o fusi, il filo.
L'egregie sue virtù, le illustri geste
Spesso le madri su l'urne de' figli
Rammenteranno, il bianco crin dal capo
Sciogliendo nella polve, e i petti frali
{{R|445}}Con debil palma allividir facendo.
Gite ratto avvolgendo, o fusi, il filo.
Testimone a sue gran virtù fia l'onda
Dello Scamandro, che per cento rivi
Sbocca per entro al rapido Ellesponto;
{{R|450}}A cui con masse di recisi corpi
Restrignendo il cammin, le gran fiumane
Alto fumar farà di misto sangue.
Gite ratto avvolgendo, o fusi, il filo.
A quelle testimon fia pur la preda
{{R|455}}A lui morto renduta, allorchè eretta
Rotonda pira in mole eccelsa i bianchi
Membri accorrà della donzella ancisa.
Gite ratto avvolgendo, o fusi, il filo.
Poichè quando la Sorte a' lassi Achivi
{{R|460}}Avrà concesso, che i nettunii sieno
Ripari sciolti alle dardanie mura,
Bagnata fia sua tomba allor col sangue
Di Polissena, che il ginocchio inchina,
Qual sotto la bipenne ostia cadentem
{{R|465}}Lascerà giù sul suolo ir tronco il corpo.
Gite ratto avvolgendo, o fusi, il filo.
Su dunque i desiati amor dell'alma
Vosco giugnete. Con felice accordo
Lo sposo accolga la sua diva e questa
{{R|470}}Al cupido marito omai si doni.
Gite ratto avvolgendo, o fusi, il filo.
Lei riveggendo all'apparir del sole
Non potrà la nutrice il cerchio usato
Nel giorno pria più rannodarle al collo.
{{R|475}} Gite ratto avvolgendo, o fusi, il filo.
E l'ansiosa madre addolorata,
Purchè lungi n'andò da lei la figlia,
Sperar non cesserà cari nepoti.
Gite ratto avvolgendo, o fusi, il filo.
{{R|480}}Tai cose predicendo un giorno a Peleo,
Felici carmi con divin presagio
Le Parche modular. Poichè presenti
Solean da pria gli abitator del cielo
Le magion caste visitar d'eroi,
{{R|485}}E, quand'era tuttor pietade in pregio,
Alle turbe degli uomini svelarsi.
Spesso il gran padre degl'Iddii tornando
Al fulgido suo tempio, allorchè l'anno
Riconduceva le solenni feste,
{{R|490}}Ben cento carri girar vide in terra.
Spesso dall'alta cima di Parnasso
Bacco vagante le disciolte il crine
Baccanti ne menò, quando la gente
Di Delfo uscendo in folla onore al Nume
{{R|495}}Fea con sacre di latte are spumanti:
Spesso in mortal bellica puna o Marte,
O la diva del rapido Tritone,
O la Rannusia vergine presente
Le armate accalorò d'uomini schiere.
{{R|500}}Ma poichè il mondo di nefande colpe
Contaminossi, e dall'ingorda mente
Tutti madaro la giustizia in bando,
E che il fratello nel fraterno sangue
Tinse le mani, non degnò il figliuolo
{{R|505}}Di lagrimare i genitori estinti,
Il padre disiò de' primier figli
La morte per goder libero il fiore
Di verginella sposa, iniqua madre
Se al figlio ignaro sommettendo, iniqua
{{R|510}}Non dubitò macchiare i patrj lari;
Confuso insieme allor per rio furore
Quanto lece e non lece incontro a noi
Le dritte menti inimicò de' Numi.
Perchè nè visitar degnan tai genti,
{{R|515}}Nè soffrono affacciarsi a' rai del lume.
</poem>
{{AltraVersione|Le poesie di Catullo/64|Trad. Rapisardi}}
{{AltraVersione|Le nozze di Tetide e Peleo|Trad. Zanella}}
[[en:Catullus 64/Lines 50-253]]
[[la:Carmina (Catullus)/64]]
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{{Qualità|avz=75%|data=23 dicembre 2008|arg=Poemi}}{{Intestazione
| Nome e cognome dell'autore =Gaio Valerio Catullo
| Titolo =Poemetto sul maritaggio di Peleo e di Teti
| Anno di pubblicazione =I secolo a.C.
| Lingua originale del testo =latino
| Nome e cognome del traduttore =Luca Antonio Pagnini
| Anno di traduzione =1808
| Progetto =letteratura
| Argomento =Poemi
| URL della versione cartacea a fronte =
}}
<div align="center"><font size=3>'''Poemetto di Catullo'''</font><br/>'''sul maritaggio'''<br/><font size=4>'''di Peleo e di Teti'''</font><br/><br/>''Tradotto in versi sciolti''<br/>''Dal P. M. Giuseppe M. Pagnini''<br/>''Carmelitano.''<br/><br/></div>
<poem>
{{R|I}}Pini già un tempo nati al Pelio in vetta
Fama è che a nuoto per le liquide onde
Nettunie al Fasi andaro e a' lidi Etei,
Allorchè degli Argivi il miglior nerbo,
{{R|5}}Gioventù scelta, per rapire a' Clochi
L'aurato vello osò per' salsi guadi
Ir su ratto vascel con abetini
Remi sferzando i gran cerulei piani.
La Dea, che tiene alle cittadi in cima
{{R|10}}Sue rocche, ella medesima i pin contesti
Curvando all'uopo edificò il volante
Allo spirar di sottil aura cocchio.
Questo avvezzò primier la non esperta
Anfitrite a portar gran moli in corso.
{{R|15}}Non sì tosto diviso ebb'ei col rostro
Gli ondosi campi, e dal remaggio intorto
L'equoreo flutto incanutì di spume,
Che le Nereidi, fieri volti, usciro
Del bianco golfo, il gran mostro ammiranti.
{{R|20}}In quel dì, nè mai più, vide occhio umano
Ninfe marine con le membra ignude
Fuor de' candidi gorghi infino al petto.
Allor fu che di Teti arse Peleo,
Teti allor non sdegnò terren connubio;
{{R|25}}Allor egli medesmo il sommo Padre
Assentì, che Peleo s'unisse a Teti.
O nata a' più bei di schiera d'Eroi,
Salve, o de' Numi prole, e o buona Madre,
Voi sì, voi spesso invocherò col canto,
{{R|30}}E via più te, de' Tessali sostegno,
Per fauste nozze glorioso e lieto,
Peleo, cui Giove il genitore stesso
De' Numi cesse in don sua propria fiamma.
Te dunque Teti di Nettun la figlia
{{R|35}}Più bella in grembo accolse? a te sposare
La degna lor nipote indusser Tetia
Ed Ocean, che il mondo tutto abbraccia?
Come al prefisso tempo il dì bramato
Spuntò, tutta Tessaglia entro s'affolla
{{R|40}}Al tetto di Peleo. La reggia s'empie
Di festeggiante stuol. Recanvi doni,
E co' doni la gioja in volto espressa.
La Ftiotica Tempe in abbandono
Rimansi e Sciro ed i Cranonj alberghi
{{R|45}}E di Larissa i muri. Alla magione
Farsalica van tutti a schiere a schiere.
Restano i campi incolti; il collo a' buoi
S'ammorbidisce; non il curvo rastro
Purga l'umili vigne, e non le glebe
{{R|50}}Col vomero inchinato il tauro svelle;
Non degli arbori l'ombre e il potatore
Con la falce dirada; e l'atra e sozza
Ruggine scorre su i negletti aratri.
Ma il regio tetto di Peleo, dovunque
{{R|55}}Ricco s'interna, a fulgid'oro e argento
Brilla, gli scanni albeggiano d'avorio,
E rilucono i nappi in su le mense.
La magion tutta di regal tesoro
Superba si rallegra. Al gran palagio
{{R|60}}In mezzo situato è per la Dea
Il letto genial d'indico avorio
Terso e lucente, che coverto è d'ostro
In roseo succo di conchiglia infuso.
Questa di varie umane forme antiche
{{R|65}}Distinta coltre con mirabil arte
Degli Eroi le virtudi al guardo espone.
Quivi Arianna appar, che dal sonante
Lito di Nasso divorata il core
D'indomiti furor sta rimirando
{{R|70}}Teseo fuggente con veloci antenne;
Nè veder crede ancor ciò ch'ella vede,
Come colei che pur allor dal sonno
Ingannevol riscossa ahi sè meschina
Abbandonata scorge in erma arena.
{{R|75}}Ma l'ingrato garzon fuggendo, il mare
Batte co' remi, e le promesse vane
In preda lascia alle procelle e a' venti.
Lui pur dall'alga omai lontano scopre
Con mesti lumi di Minos la figlia,
{{R|80}}Qual di Baccante immago in sasso incisa,
Lui scopre, e in alto mar d'affanni ondeggia.
Non ella ha sottil mitra al biondo crine,
Non di lieve mantel velato il petto,
Non tiene a fren le fluttuanti mamme
{{R|85}}Attorta fascia; le quai tutte cose
Qua e là giù dal bel corpo a' pie' discese
De' salsi flutti son trastullo e gioco.
Ma senza più curar mitra o mantello
Galleggianti sul mar, con tutto il core,
{{R|90}}Con tutti i sensi suoi, con tutta l'alma
Dietro a te sol perduta, o Teseo, pende.
Ahi sventurata, cui levò di senno
Con incessanti gemiti Ciprigna
Seminandole in cor pungenti cure!
{{R|95}}A quell'etade il fier Teseo partito
Da' curi lidi del Pireo pervenne
Del Cretese monarca a' tetti ingiusti.
Poichè si dice, che il Cecropio suolo
Da cruda peste un dì le pene astretto
{{R|100}}A pagar dell'ucciso Androgeo, in uso
Avea di spedir garzoni eletti e fiore
Di verginelle al Minotauro in pasto.
Da tai disastri la cittade augusta
Teseo mirando oppressa, amò sua vita
{{R|105}}Avventurar per la diletta Atene,
Anzichè fosser cotai morte salme
Non morte ancor di là portate a Creta.
Quinci ei fidato a sottil prora e a' ventri
Andò del gran Minosse al solio altero.
{{R|110}}Or tosto che con cupid'occhio il vide
La vergine real tra i molli amplessi
Della madre educata in casto letto
Spirante grati odor, qual vago mirto
Che d'Eurota l'umore alleva, o quale
{{R|115}}Dipinto fior cui molle auretta avviva,
Non da lui prima declinò l'acceso
Sguardo, che in tutti il sen fin giuso al centro
Concepì fiamma, e divampò per tutte
L'ime midolle, ahi pur miseramente
{{R|120}}Nell'immaturo cor furie agitando.
Santo Fanciul, che alle amarezze umane
Mesci i dolci diletti, e tu che Golgo
E la frondosa reggi Tdalia spiaggia,
Deh qual destaste mai procella in seno
{{R|125}}All'accesa fanciulla, onde sì spessi
Per l'ospite gentil mettea sospiri?
Quanti assalser timori il cor languente!
Quante volte più pallida che l'oro
Fessi, allor ch'ei bramava ir contro al mostro
{{R|130}}Per aver morte o guideron di loda!
Ella, quantunque invan, piccioli doni,
Ma pur graditi, promettendo a' Numi
Sospesi tien sul muto labbro i voti.
Qual furioso turbo al Tauro in cima
{{R|135}}Col soffio ritorcendo i tronchi, schianta
Quercia che scote le gran braccia, o carco
Di frutti pino che dal buccio stilla;
Ei balzato lontan dalle radici
Giù cade, e quanto se gli porge incontra,
{{R|140}}In largo giro abbatte; in cotal modo
Teseo prostese la feroce belva,
Che doma le gran membra indarno omai
Va le corna agitando all'aure vane.
Poi di là vincitore il piè ritrasse
{{R|145}}Con molto onor, le incerte orme reggendo
Con tenue filo, onde il fallace giro
Cieco labirinteo non gli negasse
Rifare indietro le distorte vie.
Ma a che sviato dal primier subbietto
{{R|150}}Più innanzi prendo a dir, come la figlia
Del genitore abbandonando il volto,
Della suora gli amplessi e della madre,
Che smarrita restava in piume ingrate,
L'amor di Teseo a tutto osò anteporre?
{{R|155}}O come poscia alla spumosa Nasso
Approdò il legno, o come gli occhi avvinta
In tristo sonno lei lo sposo ingrato
Lasciò in oblìo? Di furor ebbra ardente
Spesso dal petto fuor mise alte grida.
{{R|160}}E or affannosa dirupati monti
Ascese, onde affilava entro l'immenso
Pelago il guardo, or negli opposti flutto
Del tremolante umor trascorse alzando
La molle vesta che coprìa le polpe,
{{R|165}}E con freddi singulti umida il ciglio
Tali snodò dal labbro alfin querele.
Così me dunque dalle patrie rive,
O perfido, rapita in ermo lido,
O perfido Teseo, tu me lasciasti?
{{R|170}}Così sprezzati i sommi Numi, o ingrato,
Partendo via ne porti i tuoi spergiuri,
Che ti cadran sul capo? E nulla dunque
Di tua mente crudele i rei consigli
Piegar poteo? pietà di me non valse
{{R|175}}Ad ammollire il tuo feroce spirto?
Ah non tai furo un dì le tue promesse;
Nè a me infelice sperar ciò tu festi,
Ma liete nozze, ma imeni bramati:
Cose, che or tutte all'aere il vento ha sparse.
{{R|180}}No non creda più donna ad uom che giura,
Nè mai speri trovar fidi i suoi detti.
Finch'ei cupido alcuna cosa agogni,
Non perdona a promesse o a giuramenti.
Ma come prima le sue voglie ha sazie,
{{R|185}}Non più parole nè spergiuri ei teme.
Sì certo i' te campai di mezzo al turbo
Di morte, e perder volli anzi il germano
Che a te infido mancar nell'uopo estremo.
Per lo qual merto io sarò preda e strazio
{{R|190}}Alle fere e agli augei; nè alcun me spenta
Di polve coprirà. Quai lionessa
Ti generò sotto solinga rupe?
Qual mar nelle spumose onde concetto
Ti vomitò? Qual Sirti, o qual rapace
{{R|195}}Scilla o Cariddi te produsse, ond'aggio
Cotal mercè per la tua dolce vita?
Se non erano a te mie nozze in grado,
Perchè ti fesse orror del vecchio padre
Aspro divieto, almen potevi ancella
{{R|200}}Condurmi alla tua casa, ov'io prestato
T'avrei graditi ufficj, o in limpid'acqua
I candidi tuoi pie' molcendo, o il tuo
Letto ammantando di purpureo strato.
Ma a che mi lagno invan di dolor cieca
{{R|205}}Con l'aure ignote, che di senso prive
Nè udir mie voci nè risponder sanno?
Egli già quasi in alto mar s'aggira;
Nè faccia d'uomo appar nel lido algoso.
Sorte amara insultando a' mali estremi
{{R|210}}Invida niega ancor pietoso orecchio
A' miei lamenti. Onnipotente Giove,
Deh non avesse le Cretesi spiagge
Tocche da prima Ateniese nave,
Nè sciolta fune disleal nocchiero
{{R|215}}Per là recare all'indomabil toro
Feral tributo, nè l'ospite reo,
Che in dolce aspetto inuman sensi ascondem
Mai fermo avesse ne' miei tetti il piede.
Dov'ahi meschina volgerommi? E quale
{{R|220}}Speme mi resta? Agl'Idomenj monti
Andronne, colà d'onde il truce mare
Con frapposto ampio gorgo ne diparte?
Forse dal padre spererò soccorso?
Da lui, che in abbandon lasciai seguendo
{{R|225}}Giovin macchiato del fraterno sangue?
O me nel fido amor del mio consorte
Racconsolar potrò, di lui, che fugge
Gli agili remi incontro al mar curvando?
Oltre che non ha l'isola alcun tetto
{{R|230}}(Erma è la spiaggia), e vieta a me l'uscirne
Quel che intorno l'accerchia ondoso mare.
Non v'ha modo a scampar, non v'ha speranza,
Tutto e quì solitario, tutto è muto,
Tutto presenta a me l'ultimo eccidio.
{{R|235}}Ma non pria languiranno in mortal sonno
Quest'occhi miei, nè pria dal corpo stanco
I sensi partiran, che a' Numi io chieggia
Tradita com'io son degno gastigo,
E al punto estremo lor aita implori.
{{R|240}}Dunque voi che a' misfatti ultrice pena
Date, o Eumenidi, voi, che cinte il capo
Di serpentina chioma altrui palese
Fate lo sdegno che dal petto esala,
Quà venite, quà ratto a udir miei lai,
{{R|245}}Ch'io di trar fuor dall'intime midolle
Astretta son ahimè! tapina, insana
Per furor cieco ardente. I quai nascendo
Proprio dall'imo cuor, deh non soffrite,
Che questo mio plorar si sparga invano,
{{R|250}}Ma qual si fu la mente, onde qui sola
Me Teseo abbandonò, tale pur anco
Funesti, o Dive, e lui medesmo e i suoi.
</poem>
<poem>
{{R|255}}{{R|II}}Poichè affannosa al crudo oprar supplizio
Chieggiendo, tai parole ebbe disciolte
Dal mesto seno, le approvò l'invitto
Re de' Celesti, e terra e mare orrendo
Tremaro, e il Cielo i fulgid'astri scosse.
{{R|260}}Frattanto ingombro di caligin cieca
Teseo cacciò dall'obblioso petto
Gli avvisi, che tenea pria fissi in mente,
E al mesto padre le gradite insegne
Non levò in alto per mostrar che salvo
{{R|265}}Tornasse a riveder l'attico porto.
Poichè si narra, che allor quando Egeo
Commise a' venti il figlio a lasciar pronto
Le mura della Dea salendo in nave,
Al sen lo strinse, e tai gli fe comandi.
{{R|270}}O ben a me più caro unico figlio
Che la mia lunga età, figlio, ch'io deggio
Lasciare ir contro a' fortunosi casi,
Poc'anzi reso a me negli anni estremi,
Giacchè contro mia voglia a me t'invola
{{R|275}}Tua fervida vitute e mia sventura,
Pria che i languidi lumi io m'abbia ancora
Sazj nel dolce filiale aspetto,
Non io con lieto cor da me partire
Ti lascerò, nè soffrirò che insegne
{{R|280}}Tu d'amica fortuna all'aure spieghi.
Ma pria di terra e polve il crin canuto
Bruttando disfogar mi vo' in querele;
Poi lini oscuri all'albero vagante
Sospenderò, affinchè l'ispana vela
{{R|285}}Col ferrugigno bruno appien dimostri
Il duol cocente, ond'ho conquiso il core.
Che se del sacro Iton l'alma cultrice,
Che il mio legnaggio e d'Eretteo la sede
In guardia tiene, assentirà che sia
{{R|290}}Del taurin sangue la tua destra aspersa,
Fa che tu serbi sempre vivi in mente
Questi ricordi, e nulla età si spegna.
Tosto che tu rivegga i nostri colli,
Spoglin le antenne il lor funesto ammanto,
{{R|295}}E le ritorte sarte ergano in alto
Candidi lini, ond'io con lieto core
La mia gioja ravvisi immantenente
Che la prospera vita a noi ti renda.
Questi ricordi, che Teseo già tenne
{{R|300}}In mente fissi, lui lasciar, quai nubi
Che l'ardua cima di nevoso monte
Lascian disperse dal furor de' venti.
Il genitor, che i travagliati lumi
Distemperando in un perpetuo pianto
{{R|305}}Tendea lo sguardo al mar da eccelsa roccia,
A pena rimirò le gonfie vele,
Spento avvisando da rio fato il figlio,
Dal sommo degli scogli in giù lanciossi.
Così il fier Teseo in sua magione entrando,
{{R|310}}Resa funesta dal paterno fine,
Quel lutto ne portò, che sconoscente
Porto ei medesmo ad Arianna avea.
Costei frattanto di dolor compunta,
Via via veggendo allontanarsi il legno,
{{R|315}}Moltiplici in suo cor cure agitava.
In altra parte della coltre in cerca
Di te, Arianna, del tuo amore acceso
Bacco nel fior degli anni iva scorrendo
Co' Satirelli e co' Nisei Sileni.
{{R|320}}Li quai festosi e furibondi in questa
E in quella parte evoè evoè a gran voce
Giano urlando, e quà e là storcendo il capo.
Chi scotea tirsi con la punta ascosa,
Chi le squarciate membra d'un vitello
{{R|325}}Rapìa, chi si cignea d'intorte serpi,
Chi celebrava in cave ceste l'orgie,
Orgie a' cupidi invan profani occulte.
Tal percotea con tese man timballi,
O sottil suon da' tersi acciar destava.
{{R|330}}Molti rauco rimbombo uscir da' corni,
E strider fean le tibie in metro orrendo.
Di tai figure alteramente ornato
Vestìa quel drappo intorno intorno il letto.
Poichè la giovanil tessala turba
{{R|335}}Fu sazia di guatar cupidamente,
Incominciò far luogo a' santi Numi.
Qual zefiro increspando il mar tranquillo
Con mattutina auretta allor che appressa
Dopo l'aurora il vagabondo sole,
{{R|340}}L'acque declivi incalza; elle dapprima
Al benigno alitar procedon lente,
E fanno cotal lieve mormorìo,
Poscia di mano in man crescendo il vento
Rinforzano, e da lunge tremolando
{{R|345}}Fulgide van di porporina luce:
Tal dalle regie soglie alle lor case
Chi di quà, chi di là, s'avviano a torme.
Dopo il loro partir primo discese
Chiron dal Pelio con silvestri doni.
{{R|350}}Perocchè quanti fior ne' campi mette
O su i gran monti il tessalo terreno,
Quanti lungo i ruscelli apre e nutrica
La mite di Favonio aura feconda,
Ei portò misti e rannodati insieme
{{R|355}}In vaghe trecce, e s'allegrò la casa
Inebbriata di giocondi odori.
Tosto Peneo compar, la verde Tempe,
Cui fan corona i sovrapposti boschi,
Abbandonando alle Sinaidi ninfe,
{{R|360}}Le quali in riva alla Bebea palude
Dorici balli esercitar son use.
Ei ne recò dalle radici svelti
Gran faggi e lauri in dritto ceppo eccelsi,
Platani lieti, ardui cipressi e l'alte
{{R|365}}Piagnenti suore di Feton combusto.
Gli arbori ben contesti in ampio giro
Locò, perchè all'intorno verdeggiasse
L'atrio regal di molli fronde ombrato.
A lui dietro sen vien Prometeo scaltro,
{{R|370}}Che i segni porta a mano a man consunti
Della pena, che un dì pagò pendente
Da fier dirupo con le membra stretto
In ferrei lacci ad un'alpestre selce.
Con la consorte veneranda e i figli
{{R|375}}Vien poi Giove dal ciel, te solo, o Febo,
Lasciando addietro e lei che nacque teco,
Delle montagne d'Idro abitatrice.
Poichè insieme con te la tua germana
Sprezzò Peleo, nè fare onor degnossi
{{R|380}}Alle di Teti maritali tede.
Quando ben adagiate ebber ne' seggi
Le gentil membra, fur di varj cibi
Le magnifiche mense alto imbandite.
Quinci divincolandosi le Parche
{{R|385}}Languidamente, a scior veraci carmi
Incominciaro. Il tremolante corpo
Avvolgea lor di quercia intesto manto,
Che di tirio estro il lembo avea ricinto.
Ben dispose sedean sul roseo capo
{{R|390}}Candide bende, e giusta lor costume
Eran le mani intente all'opra eterna.
Stava a sinistra la vestita rocca
Di molle lana; e giù traendo il filo
La destra a poco a poco il gìa formando
{{R|395}}Con le dita supine; indi col chino
Pollice in giù torcendo il ben librato
Fuso, avvolgealo in vorticoso giro.
Quinci il lavor di mano in mano venièno
Adeguando col dente, il qual carpìa
{{R|400}}Lanosi fiocchi, che sporgeano in fuori
Dal tenue filo, e rimanean poi fissi
All'aridette labbra. Innanzi a' piedi
Si custodiano in canestrin vergati
Della morbida lana i bianchi velli.
{{R|405}}Esse con chiara risonante voce
Allor destando i velli, in divin carme
I bei fati svelar, carme, cui nulla
Età fia mai che di menzogna incolpi.
O tu che l'alto accresci avito onore
{{R|410}}Con tue magne virtù, d'Emazia scudo,
Cui sommo vanto donerà un tuo figlio,
Accogli questo che le tre sorelle
A te schiudon oracolo verace
In lieto giorno, e a' tuoi successi attendi.
{{R|415}} Gite ratto avvolgendo, o fusi, il filo.
A te verrà di sospirate gioje
Portatore a' martiri Espero, e seco
In buon punto verrà la tua consorte,
Che in te trasfonda amor, dell'alme incanto,
{{R|420}}E il terso braccio al tuo robusto collo
Sottostendendo si disponga a trarre
Teco indivisi i languidetti sonni.
Gite ratto avvolgendo, o fusi, il filo.
Nessuna casa a tali amor ricetto
{{R|425}}Mai diè, nè strinse amanti un nodo uguale
A quel che or lega insiem Teti e Peleo.
Gite ratto avvolgendo, o fusi, il filo.
A voi quel nascerà di tema ignaro,
Achille, che i nemici al forte petto,
{{R|430}}E non al tergo, impareran qual sia:
Quegli che spesso nel sudato arringo
Del corso fia che vincitor trapassi
Le rapide fiammanti orme di cerva.
Gite ratto avvolgendo, o fusi, il filo.
{{R|435}}Non altro agguaglierallo in armi eroe,
Quando il teucro sangue i frigj fiumi
Traboccheranno, e di ben lunga guerra
Strette rovescerà le iliache mura
Di Pelope spergiuro il terzo erede.
{{R|440}} Gite ratto avvolgendo, o fusi, il filo.
L'egregie sue virtù, le illustri geste
Spesso le madri su l'urne de' figli
Rammenteranno, il bianco crin dal capo
Sciogliendo nella polve, e i petti frali
{{R|445}}Con debil palma allividir facendo.
Gite ratto avvolgendo, o fusi, il filo.
Testimone a sue gran virtù fia l'onda
Dello Scamandro, che per cento rivi
Sbocca per entro al rapido Ellesponto;
{{R|450}}A cui con masse di recisi corpi
Restrignendo il cammin, le gran fiumane
Alto fumar farà di misto sangue.
Gite ratto avvolgendo, o fusi, il filo.
A quelle testimon fia pur la preda
{{R|455}}A lui morto renduta, allorchè eretta
Rotonda pira in mole eccelsa i bianchi
Membri accorrà della donzella ancisa.
Gite ratto avvolgendo, o fusi, il filo.
Poichè quando la Sorte a' lassi Achivi
{{R|460}}Avrà concesso, che i nettunii sieno
Ripari sciolti alle dardanie mura,
Bagnata fia sua tomba allor col sangue
Di Polissena, che il ginocchio inchina,
Qual sotto la bipenne ostia cadentem
{{R|465}}Lascerà giù sul suolo ir tronco il corpo.
Gite ratto avvolgendo, o fusi, il filo.
Su dunque i desiati amor dell'alma
Vosco giugnete. Con felice accordo
Lo sposo accolga la sua diva e questa
{{R|470}}Al cupido marito omai si doni.
Gite ratto avvolgendo, o fusi, il filo.
Lei riveggendo all'apparir del sole
Non potrà la nutrice il cerchio usato
Nel giorno pria più rannodarle al collo.
{{R|475}} Gite ratto avvolgendo, o fusi, il filo.
E l'ansiosa madre addolorata,
Purchè lungi n'andò da lei la figlia,
Sperar non cesserà cari nepoti.
Gite ratto avvolgendo, o fusi, il filo.
{{R|480}}Tai cose predicendo un giorno a Peleo,
Felici carmi con divin presagio
Le Parche modular. Poichè presenti
Solean da pria gli abitator del cielo
Le magion caste visitar d'eroi,
{{R|485}}E, quand'era tuttor pietade in pregio,
Alle turbe degli uomini svelarsi.
Spesso il gran padre degl'Iddii tornando
Al fulgido suo tempio, allorchè l'anno
Riconduceva le solenni feste,
{{R|490}}Ben cento carri girar vide in terra.
Spesso dall'alta cima di Parnasso
Bacco vagante le disciolte il crine
Baccanti ne menò, quando la gente
Di Delfo uscendo in folla onore al Nume
{{R|495}}Fea con sacre di latte are spumanti:
Spesso in mortal bellica puna o Marte,
O la diva del rapido Tritone,
O la Rannusia vergine presente
Le armate accalorò d'uomini schiere.
{{R|500}}Ma poichè il mondo di nefande colpe
Contaminossi, e dall'ingorda mente
Tutti madaro la giustizia in bando,
E che il fratello nel fraterno sangue
Tinse le mani, non degnò il figliuolo
{{R|505}}Di lagrimare i genitori estinti,
Il padre disiò de' primier figli
La morte per goder libero il fiore
Di verginella sposa, iniqua madre
Se al figlio ignaro sommettendo, iniqua
{{R|510}}Non dubitò macchiare i patrj lari;
Confuso insieme allor per rio furore
Quanto lece e non lece incontro a noi
Le dritte menti inimicò de' Numi.
Perchè nè visitar degnan tai genti,
{{R|515}}Nè soffrono affacciarsi a' rai del lume.
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{{AltraVersione|Le poesie di Catullo/64|Trad. Rapisardi}}
{{AltraVersione|Le nozze di Tetide e Peleo|Trad. Zanella}}
[[en:Catullus 64/Lines 50-253]]
[[la:Carmina (Catullus)/64]]
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Autore:Arrigo Boito
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Candalua
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wikitext
text/x-wiki
{{Autore
| Nome = Arrigo
| Cognome = Boito
| Attività = poeta/compositore/librettista
| Nazionalità = italiano
| Professione e nazionalità =
}}
== Opere ==
=== Poesie ===
* {{Testo|Il libro dei versi - Re Orso}}
** {{Testo|Il libro dei versi}}
** {{Testo|Re Orso}}
=== Novelle ===
* {{Testo|L'alfier nero}}
* {{Testo|Iberia}}
* {{Testo|Il pugno chiuso}}
* {{Testo|Il trapezio}} (incompiuta)
=== Canzoni ===
* {{Testo|Do mi sol... la do mi...}}
=== Commedie ===
* {{Testo|Le madri galanti}}
=== Libretti ===
* {{Testo|Otello (Boito)|Otello}}
=== Raccolte ===
* {{Testo|Novelle e riviste drammatiche}}
== Opere in veneziano ==
* {{Testo|lingua=vec|La spatola|La canzon de la spatola (Elogio de la polenta)}}
== Opere su Arrigo Boito ==
* {{Testo|Musica d'oggi, 1962/N. 6/Boitiana}}
== Autori correlati ==
* [[Autore:Camillo Boito|Camillo Boito]] (1836 – 1914), fratello maggiore di Arrigo Boito.
{{Sezione note}}
[[Categoria:Autori della scapigliatura]]
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Discussioni indice:Opere di Giovan-Batista Gelli.djvu
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Gius.arena
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/* Nel file djvu mancano 16 pagine */ Risposta
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text/x-wiki
== Nel file djvu mancano 16 pagine ==
Nel file [[commons:File:Opere di Giovan-Batista Gelli.djvu]] (516 pagine) mancano otto carte, cioè queste pagine stampate: 14-15, 68-69, 104-105, 153-154, 217-218, 234-235, 305-306, 428-429. Le carte mancano già nella copia di partenza (Internet Archive [https://archive.org/details/operedigiovanba00gellgoog operedigiovanba00gellgoog]). Due esemplari della stessa edizione, su Internet Archive, hanno tutte le pagine: [https://archive.org/details/bub_gb_vE6MG140DOgC bub_gb_vE6MG140DOgC] e [https://archive.org/details/bub_gb_FnCfp3ytun4C bub_gb_FnCfp3ytun4C]. Molte pagine già trascritte (circa dalla 66 alla 94 del file) risultano, quindi, sfasate di 2 rispetto all'immagine.
Come si procede in questi casi? Si ricostruisce il file con le pagine mancanti e si ricarica come nuova versione, oppure si fa un file nuovo e completo con un altro Indice?
Grazie, [[User:Gius.arena|Gius.arena]] ([[User talk:Gius.arena|disc.]]) 15:07, 30 set 2026 (CEST)
:[[User:Gius.arena|Gius.arena]], in questi casi si invoca il nostro supereroe dei djvu: {{@|Alex brollo}}, abbiamo bisogno di te! [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 17:06, 30 set 2026 (CEST)
::@[[Utente:Gius.arena|Gius.arena]] Messaggio ricevuto, chiedo un po' di tempo per le verifiche preliminari. Visto che ci siamo, penso di eliminare anche le fastidiose pagine iniziali warning di Google.
:: Complimenti per il lavoro: trovate le fonti alternative ed elencate le pagine mancanti, il più è fatto! :-) [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 07:11, 1 ott 2026 (CEST)
:::@[[Utente:Gius.arena|Gius.arena]] Il djvu dovrebbe essere a posto, adesso la parte più fastidiosa: lo spostamento delle pagine già trascritte nella posizione giusta, e la correzione del sommario e dell'ns0. Pazienza! :-) [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 09:46, 1 ott 2026 (CEST)
::::@[[Utente:Gius.arena|Gius.arena]] Dovrebbe essere a posto [[User:Alex brollo|Alex brollo]] ([[User talk:Alex brollo|disc.]]). 12:51, 1 ott 2026 (CEST)
:::::@[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]] grazie infinitamenteeeeeeeee! :) [[User:Gius.arena|Gius.arena]] ([[User talk:Gius.arena|disc.]]) 09:29, 2 ott 2026 (CEST)
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Autore:Vincenzo Gioberti
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Tuvok1968
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wikitext
text/x-wiki
{{Autore
| Nome = Vincenzo
| Cognome = Gioberti
| Attività = religioso/politico/filosofo
| Nazionalità = italiano
| Professione e nazionalità =
}}
== Opere ==
* {{Testo|Discorsi della Società Nazionale per la Confederazione Italiana/Gioberti|Idea e scopo della Confederazione italiana}} <ref>Discorso riportato in: [[Discorsi della Società Nazionale per la Confederazione Italiana|''Discorsi detti nella pubblica tornata della Società Nazionale per la Confederazione Italiana ai 27 di settembre 1848 in Torino (...)'']]</ref> (Torino, 27 settembre {{AnnoTesto|1848}})
*{{testo|Del rinnovamento civile d'Italia|Del rinnovamento civile d'Italia}}
*{{testo|Introduzione allo studio della filosofia|Introduzione allo studio della filosofia}}
{{Sezione note}}
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Utente:Pic57
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Candalua
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text/x-wiki
<!--[[File:Wikimediaitaliatessera2017.jpg|thumb|Tessera socio wikimedia Italia 2017|right]]--><small><small>Registrato da {{Utente:IPork/da|year=2012|month=6|day=2}} (2 giugno 2012)<!--Che ore sono? Sono le {{LOCALTIME}} di {{LOCALDAYNAME}} {{LOCALDAY}} {{LOCALMONTHNAME}} {{LOCALYEAR}}--> Oggi {{LOCALDAYNAME}} {{LOCALDAY}} {{LOCALMONTHNAME}} {{LOCALYEAR}}, alle ore {{LOCALTIME}} wikisource italia ha '''{{NUMBEROFARTICLES}}''' pagine di contenuti...</small></small>
<!--== Wikimedia italia ==
Socio [http://www.wikimedia.it/mission/ Wikimedia Italia]-->
== Contributi ==
{{#Babel:it|en-2|la-3|grc-3|}}
{{Qualità|avz=25%|data=9 giugno 2012|arg=Da definire}}
=== Partiture trascritte ===
==== Arie da Opere ====
{{smaller|· {{Testo|Al mio pregar t'arrendi}} · {{Testo|Musica_e_Musicisti,_1904_vol.II/N._7/Amore_o_grillo|Amore o grillo}} · {{Testo|Ars et Labor, 1907 vol. II/N. 9/Aria|Aria}} · {{Testo|Ars et Labor, 1907/N. 5/Aria di Colette|Aria di Colette}} · {{Testo|Ars et Labor, 1906/N. 5/La figlia di Iorio. Atto I. Solo di Candia: Carne mia viva, ti tocco la fronte.|Carne mia viva, ti tocco la fronte.}} · {{Testo|E l'uccellino...}} · {{Testo|Ars et Labor, 1906/N. 6/La nuit tombait. 4. Crépuscule|La nuit tombait. 4. Crépuscule}} · {{Testo|Ars et Labor, 1906/N. 6/La nuit tombait. 6. Il pleut|La nuit tombait. 6. Il pleut}} · {{Testo|L'Opera in film/La serva padrona di G. B. Pergolesi. Intermezzo primo. Partitura con note per sequenza cinematografica|La serva padrona di G. B. Pergolesi. Intermezzo primo}} · {{Testo|Nel cor più non mi sento}} · {{Testo|Ars et Labor, 1906/N. 5/La figlia di Iorio. Atto III. Solo di Aligi: Rinverdisca per noi|Rinverdisca per noi}} · {{Testo|Ars et Labor, 1906/N. 3/Giovanni Gallurese. Atto I. Solo di Giovanni. Riduzione per flauto|Giovanni Gallurese. Atto I. Solo di Giovanni. Riduzione per flauto}} · {{Testo|Ars et Labor, 1906/N. 3/Giovanni Gallurese. Atto I. Solo di Giovanni. Riduzione per piano|Giovanni Gallurese. Atto I. Solo di Giovanni. Riduzione per piano}} · {{Testo|Ars et Labor, 1906/N. 3/Giovanni Gallurese. Atto I. Solo di Giovanni. Riduzione per violino|Giovanni Gallurese. Atto I. Solo di Giovanni. Riduzione per violino}} · {{Testo|Ars et Labor, 1906/N. 1/Risurrezione}} · {{Testo|Musica e Musicisti, 1904 vol.II/N. 8/Madama Butterfly. Finale Atto II.}} · {{Testo|Musica_d'oggi, 1962/N. 4-5/Il sogno di Isabella. Chiusa corale}} · {{Testo|Musica_d'oggi, 1962/N. 4-5/Il sogno di Isabella. Melodia}} · {{Testo|Musica_d'oggi, 1962/N. 4-5/Il Re di Thule. Melodia}}
}}
==== Barcarole ====
{{smaller| · {{Testo|Ars et Labor, 1906/N. 4/Barcarola|Barcarola}} · {{Testo|Ars et Labor, 1906/N. 6/Barcarolle|Barcarolle}}
}}
==== Canti patriottici ====
{{smaller|· {{Testo|Canzone del Grappa (Spartito)}} · {{Testo|Daghela avanti un passo}} · {{Testo|La campana di San Giusto (brano musicale)|La campana di San Giusto}}
}}
==== Canti popolari ====
{{smaller|
· {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci/Canti della recluta/Addio mia bella addio}} · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Romagna ed Emilia/Ameime mi}} · {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci/A Roma le campane sona}} · {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci/A tavola rotonda}} · {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci/All'ombra Ninetta}} · {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci/Bacchica}} · {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci/Bel'ucelin del bò}} · {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci/Bevè, bevè compare}} · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Toscana/Chi vuol sentir cantar la veneziana}} · {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci/Ciribiribin}} · {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci/Cossa me importa a mi che non son bela}} · {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci/Cossa me importa a mi che non son bela}} · {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci/Dona lombarda}} · {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci/E noi siam sempre noi}} · {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci/El papà xe andà soldà}} · {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci/El sogno de Violeta}}· {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci/Evviva Esperia}} · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Abruzzi/Fi mè}} · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Lazio/Fior di grispigni}} · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Romagna ed Emilia/Fior di bambare}} · {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci/Fior di tomba}} · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Lazio/Fior di viola}} · {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci/Gigia gentil}} · {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci/Gigia mia bella}} · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Toscana/Giovanuttin che vesti de turchino}} · {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci/Guarda che bel seren...}} · {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci/Canti della recluta/Guarda che bela machina}} · {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci/Guarda la luna...}} · {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci/I Scartozzi}} · {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci/Il mar è turbido}} · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Lazio/Il mazzolin di fiori}} · {{Testo|Le Canzonete dei 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Lazaro che fai!}} · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Abruzzi/Stava lo grillo}} · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Abruzzi/Tu nel tuo letto}} · {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci/Tu sei bella}} · {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci/Viva Noè!}} · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Istria/Mi cioro}} · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Istria/E su la reîva}} · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Istria/Amememeî}} · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Istria/Fiuri de reîso}} · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Lombardia/Dove si stâ jersira}} · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Lombardia/De tan piscinin che l'era}} · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Lombardia/E gira che ti gira}} · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Lombardia/Me pader fa 'l moletta}} · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Lombardia/Mi gh'hoo la mia sorella}} · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Venezia/Canto del gondoliere}} · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Venezia/Amememi o dona Lombarda}} · {{Testo|L'Anima musicale 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cui boscage}} · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Piemonte/Madama Carolin}} · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Piemonte/Pianta la fava}} · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Sardegna/Fiza mia}} · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Sardegna/Prega mi bella fortuna}} · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Sicilia/Antichissimo canto russo}} · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Sicilia/Tema indiano}} · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Sicilia/Anna Annuzza mia}} · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Sicilia/E muninni cu Maria}} · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Campania/Fenesta che lucive}} · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Campania/Fenesta vascia}} · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Calabria/Lu sonnu e ninna beddu}} · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Calabria/Santu Nicola}} · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Calabria/Βerceuse natalizia}} · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Sicilia/Figghiu miu}} · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Sicilia/Specciuri l'uocci miei}} · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Sicilia/E pigghiùn cuteddu}} · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Sicilia/E si fussi pisci}} · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Sicilia/A Casteddammari}} · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Sicilia/La sicciara}} · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Sardegna/Anninnia}} · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Sardegna/In sa matt'è su spiccu}} · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Corsica/Quando junse la nuvella}} · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Sardegna/Pro truncare sas cadenas}} · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Sardegna/Nobilissima dama}} · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Corsica/Quando junse la novella}} · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Corsica/Eju filava}} · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Corsica/Via lasciatemi passà}} · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Corsica/Nelli monti di Cuscioni}} · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Corsica/Dormi, dormi u mi sanghiu bellu}} · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Corsica/Andare minni vo da su Ecillenza}} · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Romagna ed Emilia/Mi voglio fa un vestito}} · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Romagna ed Emilia/Fa la nana, fa la dounca}} · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Romagna ed Emilia/Fi la nana, fi la so}} · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Romagna ed Emilia/A va sun}} · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Romagna ed Emilia/L'a mädra del mio bèen}} · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Calabria/Int'a nu boscu}} · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia/Romagna ed Emilia/Io son nata tra le rose}}
}}
==== Canzoni ====
{{smaller|
· {{Testo|Ars et Labor, 1908 vol. I/N. 3/Bacio vivo}} · {{Testo|Due canzoni in chiave di sol/Non piango più}} · {{Testo|Ars et Labor, 1907/N. 4/In sogno!|In sogno}} · {{Testo|Ars et Labor, 1907/N. 3/Io la baciavo...|Io la baciavo...}} · {{Testo|Ars et Labor, 1906/N. 1/Perché dolce, caro bene}} · {{Testo|'Till The End O' The World With You}} · {{Testo|Ars et Labor, 1906/N. 4/Torna Amore}} · {{Testo|Ars et Labor, 1907/N. 2/Tra il sì e il no}} · {{Testo|Ars et Labor, 1906/N. 3/La ritrosa|La ritrosa}} · {{Testo|Ars et Labor, 1906/N. 2/Notti di maggio!}} · {{Testo|Ars et Labor, 1907/N. 5/On dit!|On dit!}} · {{Testo|Ars et Labor, 1907/N. 1/Prima Neve}} · {{Testo|Ars et Labor, 1907 vol. II/N. 10/Rayon de Lune!..}} · {{Testo|Il poveretto}} · {{Testo|Lontana}} · {{Testo|Due canzoni in chiave di sol/Non piango più}} · {{Testo|Do mi sol... la do mi...}} {{smaller|con trascrizione della partitura autografa.}}
}}
==== Gavotte ====
{{smaller|· {{Testo|Ars et Labor, 1907/N. 2/Charmante coquette}} · {{Testo|Ars et Labor, 1908 vol. I/N. 3/Coquetterie}} · {{Testo|Ars et Labor, 1907/N. 3/Dansez marquise}} · {{Testo|Ars et Labor, 1907/N. 6/Paroline dolci}} · {{Testo|Ars et Labor, 1906/N. 2/Talon Rouge}}
}}
==== Marce ====
{{smaller|· {{Testo|La marcia dei soldatini di piombo}} · {{Testo| Musica_e_Musicisti,_1904_vol.II/N._7/Sandringham_-_Marcia}}
}}
==== Mazurche ====
{{smaller| · {{Testo|Ars et Labor, 1906/N. 5/Bambini in festa|Bambini in festa}} · {{Testo|Mazurka in do maggiore. Opera postuma|Mazurka in do maggiore. Opera postuma}}
}}
==== Minuetti ====
{{smaller| · {{Testo|Ars et Labor, 1907/N. 4/Minuetto lento|Minuetto lento}}
}}
==== Musica sacra ====
{{smaller| · {{Testo|Musica_e_Musicisti,_1904_vol.II/N. 9/Ave Maria|Ave Maria}} · {{Testo|Ars et Labor, 1907 vol. II/N. 12/Al Presepio|Al presepio}}
}}
==== Ninna nanne ====
{{smaller|· {{Testo|Ars et Labor, 1907 vol. II/N. 9/Ninna-nanna|Ninna-nanna}}
}}
==== Polke ====
{{smaller|· {{Testo|Ars et Labor, 1906/N. 1/A bocca dolce|A bocca dolce}}
}}
==== Romanze ====
{{smaller|
· {{Testo|Ars et Labor, 1907/N. 5/Momento primaverile|Momento primaverile}} · {{Testo|Musica d'oggi, 1920/N. 7/Bluette}} · {{Testo|Ars et Labor, 1908 vol. I/N. 1/Quattro canzoni di Amaranta. N.4 Che dici, o parola del saggio?|Quattro canzoni di Amaranta. N.4 Che dici, o parola del saggio?}} · {{Testo|Ars et Labor, 1907 vol. II/N. 11/Canzone marinaresca}}
}}
==== Valzer ====
{{smaller|· {{Testo|Musica e Musicisti, 1904 vol.II/N. 9/Intermezzo-Valse}} · {{Testo|Ars et Labor, 1907/N. 1/Valse Enlaçante}}
}}
=== Articoli e saggi brevi ===
{{smaller|
{{Testo|Alcune note sul cinema nord americano 1939-46}} · {{Testo|Armi e scene della guerra dell'avvenire}} · {{Testo|Cani attori}} · {{Testo|Charlot (Curio Mortari)}} · {{Testo|Cinecittà}} · {{Testo|Cinema sperimentale}} · {{Testo|Come riorganizzo la cinematografia tedesca}} · {{Testo|Dalla sceneggiatura alla produzione}} · {{Testo|Date della cinematografia italiana delle origini (1895-1935)}} · {{Testo|Dramma e sonoro}} · {{Testo|Due manifesti sul sonoro 1928-1934}} · {{Testo|Eisenstein o della coerenza stilistica}} · {{Testo|Eisenstein o della coerenza stilistica}} · {{Testo|Evoluzione del truccaggio}} · {{Testo|Fabbrica del volto|La fabbrica del volto}} · {{Testo|Film storici}} · {{Testo|Film storici}} ·
{{Testo|Fregoli pioniere del muto e precursore del sonoro}} · {{Testo|Gli attori che ho diretto in America}} · {{Testo|I popoli africani dinanzi allo schermo}} · {{Testo|I ragazzi eroi del film}} · {{Testo|Il cinema arte }} · {{Testo|Il cinema quando non esisteva}} · {{Testo|Il cinematografo non esiste}} · {{Testo|Il film sonoro }} · {{Testo|Il ritorno di Francesca Bertini}} · {{Testo|Il teatro è un'altra cosa}} · {{Testo|In fondo, un affare}} · {{Testo|Inferiorità del cinema}} · {{Testo|Ars et Labor, 1908 vol. I/N. 2/“La Nave„ di Gabriele D'Annunzio}} · {{Testo|L'Opera in film}} · {{Testo|La cinematografia futurista}} · {{Testo|La fucina della cinematografia italiana}} · {{Testo|La musica e il film}} · {{Testo|La segretaria invisibile}} · {{Testo|Manualetto del cinedilettante}} '''[**]''' · {{Testo|Melchiorre Dèlfico}} '''[**]''' ·{{Testo|Nella storia del cinema un rigo per Gertrude Stein}} · {{Testo|Nita Naldi}} · {{Testo|Note sul neo-realismo}} · {{Testo|Organizzazione della produzione}} · {{Testo|Per la storia...}} · {{Testo|Prassi del dialogo cinematografico}} · {{Testo|Realtà o verità?}} · {{Testo|Ricetta per scrivere commedie}} · {{Testo|Rod La Rocque}} · {{Testo|Un grande film del 1918}} · {{Testo|Un superfilm del 1902 }} · {{Testo|Un veliero bianco}}
}}
=== Libri ===
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{{Testo|Da Quarto al Volturno (raccolta)}} '''[*]''' · {{Testo|Da Quarto al Volturno (raccolta)/I Carabinieri genovesi a Calatafimi}} '''[*]''' · {{Testo|Da Quarto al Volturno (raccolta)/Le guide dei Mille}} '''[*]''' · {{Testo|Francesco d'Assisi e il suo secolo}} · {{Testo|L'Antiteatro}} · {{Testo|Le Canzonete dei nostri veci}} · {{Testo|Le novelle del Cinematografo}} · {{Testo|Pescatori d'Islanda}} · {{Testo|La scienza nuova - Volume I}} '''[*]''' · {{Testo|Cena de le ceneri}} '''[*]''' · {{Testo|Lo cunto de li cunti}} '''[*]''' · {{Testo|Il Canzoniere (Bandello)}} '''[*]''' · {{Testo|Sopra le vie del nuovo impero}} · {{Testo|Malombra}} · {{Testo|Idillii spezzati}} · {{Testo|La Cicceide legittima}} '''[*]''' · {{Testo|Come si possa diventare artisti cinematografici}} · {{Testo|La figlia di Lady Rose}} '''[*]''' · {{Testo|Guida allo studio della Lingua Italiana}} · {{Testo|Osservazioni sullo stato attuale dell'Italia e sul suo avvenire}}'''[***]''' · {{Testo|L'Anima musicale d'Italia}}
}}
=== Riviste ===
{{smaller|
{{Testo|Ars_et_Labor,_1906/N._1|Ars et Labor, 1906 n. 1}} · {{Testo|Ars_et_Labor,_1906/N._2|Ars et Labor, 1906 n. 2}} · {{Testo|Ars_et_Labor,_1906/N._3|Ars et Labor, 1906 n. 3}} · {{Testo|Ars_et_Labor,_1906/N._4|Ars et Labor, 1906 n. 4}} · {{Testo|Ars_et_Labor,_1906/N._5|Ars et Labor, 1906 n. 5}} · {{Testo|Ars_et_Labor,_1906/N._6|Ars et Labor, 1906 n. 6}}
{{Testo|Ars_et_Labor,_1908_vol._I/N._2|Ars et Labor, 1908 n. 2}}
}}
{{Rule|10em|}}
<poem>{{x-smaller|'''[*]''' Contribuito significativamente}}
{{x-smaller|'''[**]''' Pubblicazione a puntate}}
{{x-smaller|'''[***]''' Rilettura}}</poem>
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Pagina:La Sacra Bibbia (Diodati 1885).djvu/658
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" /><small>{{RigaIntestazione | sin =''Profezie contro'' | centro = GEREMIA, 51. | dx =''Babilonia.''}}</small></noinclude><section begin=50 />{{colonna}}
{{vb|50|28}}''Vi è'' una voce di genti che fuggono, e scampano dal paese di Babilonia, per annunziare in Sion la vendetta del Signore Iddio nostro, la vendetta del suo Tempio.
{{vb|50|29}}Radunate a grida gran numero di genti contro a Babilonia; ''voi'' tutti che tirate dell’arco, accampatevi contro a lei d’ogn’intorno; niuno ne scampi; rendetele la retribuzione delle sue opere; secondo tutto ciò ch’ella ha fatto, fatele altresì; perciocchè ella è superbita contro al Signore, contro al Santo d’Israele.
{{vb|50|30}}Perciò i suoi giovani caderanno nelle sue piazze, e tutti i suoi guerrieri saranno distrutti in quel giorno, dice il Signore.
{{vb|50|31}}Eccomiti, o superba, dice il Signore Iddio degli eserciti; perciocchè il tuo giorno è venuto, il tempo che io ti visiterò.
{{vb|50|32}}E la superbia traboccherà, e caderà, e non ''vi sarà'' alcuno che la rilevi; ed io accenderò un fuoco nelle sue città, che consumerà tutti i suoi luoghi circonvicini.
{{vb|50|33}}Così ha detto il Signor degli eserciti: I figliuoli d’Israele, e i figliuoli di Giuda, sono tutti quanti oppressati; tutti quelli che li hanno menati prigioni li ritengono, hanno ricusato di lasciarli andare.
{{vb|50|34}}Il lor Redentore ''è'' forte<ref>{{BibLink|Is|47|4}}. {{BibLink|Apoc|18|8}}.</ref>, il suo Nome ''è'': Il Signor degli eserciti; egli di certo dibatterà la lor querela, per commuovere la terra, e per mettere in turbamento gli abitatori di Babilonia.
{{vb|50|35}}La spada sopra''sta'' a’ Caldei, dice il Signore, e agli abitatori di Babilonia, e a’ suoi principi, e a’ suoi savi.
{{vb|50|36}}La spada sopra''sta'' a’ bugiardi indovini d’essa, e ''ne'' smanieranno; la spada sopra''sta'' agli uomini prodi di essa, e ''ne'' saranno spaventati.
{{vb|50|37}}La spada sopra''sta'' a’ suoi cavalli, e a’ suoi carri, e a tutto il popolo mischiato, che ''è'' in mezzo di essa, e diverranno ''come'' donne; la spada sopra''sta'' a’ suoi tesori, e saranno predati.
{{vb|50|38}}Disseccamento sopra''sta'' alle sue acque, e saranno asciutte<ref>{{BibLink|Apoc|16|12}}.</ref>, perciocchè ella ''è'' un paese di sculture, ed essi sono insensati intorno agl’idoli.
{{vb|50|39}}Perciò, le fiere, de’ deserti avranno ''in essa'' la loro stanza, insieme co’ gufi; e l’ulule vi dimoreranno; e non sarà giammai più abitata; e giammai, per niuna età, non vi si dimorerà più<ref>{{BibLink|Is|13|20}}-{{BibLink|Is|13|22|22}}. {{BibLink|Apoc|18|2}}.</ref>.
{{vb|50|40}}Siccome Iddio sovvertì Sodoma, Gomorra<ref>{{BibLink|Gen|19|24}}, {{BibLink|Gen|19|25|25}}.</ref>, e le ''città'' lor vicine, dice il Signore; ''così'' non abiterà ''più'' quivi uomo alcuno, e niun figliuol d’uomo vi dimorerà ''più''.
{{vb|50|41}}Ecco, un popolo viene di {{Pt|Setten-|}}{{AltraColonna}}{{vb|50|41|continua}}{{Pt|trione|Settentrione}}, ed una gran nazione; e re possenti si muovono dal fondo della terra;
{{vb|50|42}}Impugneranno l’arco e la lancia; sono crudeli, senza pietà; la voce loro romoreggerà come il mare, e cavalcheranno sopra cavalli; ''saranno'' in ordine, a guisa d’uomini prodi, per la battaglia, contro a te, o figliuola di Babilonia.
{{vb|50|43}}Il re di Babilonia ne ha udito il grido, e le sue mani ''ne'' son divenute fiacche; angoscia l’ha occupato; dolore, come di donna che partorisce.
{{vb|50|44}}Ecco, colui salirà a guisa di leone, più ''violentemente'' che la piena del Giordano, contro all’abitacolo forte; perciocchè io lo farò correre sopra essa; e chi ''è'' valent’uomo scelto? ed io lo rassegnerò contro ad essa. Perciocchè, chi ''è'' pari a me? e chi mi sfiderà? e chi ''è'' il pastore che possa star fermo davanti a me?
{{vb|50|45}}Perciò, ascoltate il consiglio del Signore, ch’egli ha preso contro a Babilonia; e i pensieri ch’egli ha divisati contro al paese de’ Caldei: Se i ''più'' piccoli della greggia non li trascinano; se la lor mandra non è deserta insieme con loro.
{{vb|50|46}}La terra ha tremato per lo romore della presa di Babilonia, e il grido se n’è udito fra le genti. <section end=50 />
<section begin=51 />
{{vb|51|1|capolettera}} COSÌ ha detto il Signore: Ecco, io fo levare contro a Babilonia, e contro a quelli che abitano nel cuor de’ miei nemici, un vento disertante.
{{vb|51|2}}E manderò contro a Babilonia degli sventolatori, che la sventoleranno, e vuoteranno il suo paese; perciocchè, nel giorno della calamità, saranno sopra lei d’ogn’intorno.
{{vb|51|3}}Tenda l’arciero l’arco contro a chi tende l’arco, e contro a colui che si rizza nella sua corazza; e non risparmiate i giovani di essa, distruggete tutto il suo esercito.
{{vb|51|4}}E caggiano uccisi nel paese de’ Caldei, e trafitti nelle piazze di Babilonia.
{{vb|51|5}}Perciocchè Israele, e Giuda, non ''è lasciato'' vedovo dall’Iddio suo, dal Signor degli eserciti, dal Santo d’Israele; benchè il lor paese sia pieno di misfatti.
{{vb|51|6}}Fuggite di mezzo di Babilonia<ref>{{BibLink|Apoc|18|4}}.</ref>, e scampi ciascun di voi l’anima sua; non ''fate sì che'' periate nell’iniquità d’essa; perciocchè questo ''è'' il tempo della vendetta del Signore; egli le rende la sua retribuzione.
{{vb|51|7}}Babilonia ''è stata'' una coppa d’oro nella mano del Signore<ref>{{BibLink|Apoc|17|4}}.</ref>, che ha inebbriata tutta la terra; le genti hanno bevuto del suo vino<ref>{{BibLink|Apoc|14|8}}.</ref>; e ''però'' son divenute forsennate.
{{vb|51|8}}Babilonia è caduta di subito<ref>{{BibLink|Is|21|9}}. {{BibLink|Apoc|18|2}}, ecc.</ref>, ed è stata rotta in pezzi; urlate sopra lei, {{FineColonna}}<section end=51 /><noinclude>
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{{vb|50|28}}''Vi è'' una voce di genti che fuggono, e scampano dal paese di Babilonia, per annunziare in Sion la vendetta del Signore Iddio nostro, la vendetta del suo Tempio.
{{vb|50|29}}Radunate a grida gran numero di genti contro a Babilonia; ''voi'' tutti che tirate dell’arco, accampatevi contro a lei d’ogn’intorno; niuno ne scampi; rendetele la retribuzione delle sue opere; secondo tutto ciò ch’ella ha fatto, fatele altresì; perciocchè ella è superbita contro al Signore, contro al Santo d’Israele.
{{vb|50|30}}Perciò i suoi giovani caderanno nelle sue piazze, e tutti i suoi guerrieri saranno distrutti in quel giorno, dice il Signore.
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{{vb|50|32}}E la superbia traboccherà, e caderà, e non ''vi sarà'' alcuno che la rilevi; ed io accenderò un fuoco nelle sue città, che consumerà tutti i suoi luoghi circonvicini.
{{vb|50|33}}Così ha detto il Signor degli eserciti: I figliuoli d’Israele, e i figliuoli di Giuda, sono tutti quanti oppressati; tutti quelli che li hanno menati prigioni li ritengono, hanno ricusato di lasciarli andare.
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{{vb|50|36}}La spada sopra''sta'' a’ bugiardi indovini d’essa, e ''ne'' smanieranno; la spada sopra''sta'' agli uomini prodi di essa, e ''ne'' saranno spaventati.
{{vb|50|37}}La spada sopra''sta'' a’ suoi cavalli, e a’ suoi carri, e a tutto il popolo mischiato, che ''è'' in mezzo di essa, e diverranno ''come'' donne; la spada sopra''sta'' a’ suoi tesori, e saranno predati.
{{vb|50|38}}Disseccamento sopra''sta'' alle sue acque, e saranno asciutte<ref>{{BibLink|Apoc|16|12}}.</ref>, perciocchè ella ''è'' un paese di sculture, ed essi sono insensati intorno agl’idoli.
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{{vb|51|1|capolettera}} COSÌ ha detto il Signore: Ecco, io fo levare contro a Babilonia, e contro a quelli che abitano nel cuor de’ miei nemici, un vento disertante.
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" /><small>{{RigaIntestazione | sin =''Profezie contro'' | centro = GEREMIA, 51. | dx =''Babilonia.''}}</small></noinclude><section begin=51 />{{colonna}}{{vb|51|8|continua}}prendete del balsamo per la sua doglia, forse guarirà.
{{vb|51|9}}Noi abbiam medicata Babilonia, ma non è guarita; lasciatela, e andiamocene ciascuno al suo paese; perciocchè il suo giudicio è arrivato infino al cielo, e si è alzato infino alle nuvole.
{{vb|51|10}}Il Signore ha prodotte le nostre ragioni; venite, e raccontiamo in Sion l’opera del Signore Iddio nostro.
{{vb|51|11}}Forbite le saette, imbracciate le targhe; il Signore ha eccitato lo spirito dei re di Media; perciocchè il suo pensiero ''è'' contro a Babilonia, per distruggerla; conciossiachè questa ''sia'' la vendetta del Signore, la vendetta del suo Tempio.
{{vb|51|12}}Alzate pur la bandiera sopra le mura di Babilonia, rinforzate la guernigione, ponete le guardie, ordinate gli agguati; perciocchè il Signore ha presa una deliberazione, ed anche ha eseguito ciò ch’egli ha detto contro agli abitanti di Babilonia.
{{vb|51|13}}O ''tu'' che abiti sopra grandi acque, abbondante in tesori, il tuo fine è venuto<ref>{{BibLink|Apoc|17|1}}, {{BibLink|Apoc|17|15|15}}.</ref>, il colmo della tua avarizia.
{{vb|51|14}}Il Signor degli eserciti ha giurato per sè stesso, ''dicendo'': Se io non ti riempio d’uomini, come di bruchi; e se essi non dànno grida da inanimare contro a te.
{{vb|51|15}}Egli ''è quel'' che ha fatta la terra con la sua forza, che ha stabilito il mondo con la sua sapienza, e ha distesi i cieli col suo intendimento.
{{vb|51|16}}Tosto ch’egli dà fuori la sua voce, ''vi è'' un romore d’acque nel cielo; egli fa salir vapori dalle estremità della terra, e fa lampi per la pioggia, e trae il vento fuor de’ suoi tesori.
{{vb|51|17}}Ogni uomo è insensato per scienza; ogni orafo è renduto infame per le sculture; perciocchè le sue statue di getto ''sono'' una falsità, e non ''vi è'' alcuno spirito in loro.
{{vb|51|18}}Son vanità, lavoro d’inganno; periranno nel tempo della lor visitazione.
{{vb|51|19}}''Colui che è'' la parte di Giacobbe non ''è'' come queste cose; perciocchè egli è il formator d’ogni cosa, ed ''esso è'' la tribù della sua eredità; il Nome suo ''è'': Il Signor degli eserciti.
{{vb|51|20}}Tu mi ''sei stato'' un martello, ''e'' strumenti di guerra<ref>{{BibLink|Is|10|5}}, {{BibLink|Is|10|15|15}}.</ref>; e con te ho fiaccate le nazioni, e con te ho distrutti i regni;
{{vb|51|21}}E con te ho fiaccati i cavalli, e quelli che li cavalcavano; e con te ho fiaccati i carri, e quelli ch’eran montati sopra;
{{vb|51|22}}E con te ho fiaccati gli uomini, e le donne; e con te ho fiaccati i vecchi, e i fanciulli; e con te ho fiaccati i giovani, e le vergini<ref>{{BibLink|2 Cron|36|17}}.</ref>;
{{vb|51|23}}E con te ho fiaccati i pastori, e le lor mandre; e con te ho fiaccati i lavoratori, e i lor buoi accoppiati; e con te ho fiaccati i duci, e i satrapi.
{{AltraColonna}}
{{vb|51|24}}Ma io farò a Babilonia, e a tutti gli abitatori di Caldea, la retribuzione di tutta la lor malvagità, che hanno usata inverso Sion, nel vostro cospetto, dice il Signore.
{{vb|51|25}}Eccomiti, o monte distruttore, dice il Signore, che distruggi tutta la terra; e stenderò la mia mano contro a te, e ti rotolerò giù dalle rocce, e ti ridurrò in un monte d’incendio.
{{vb|51|26}}E non si torrà da te nè pietra da cantone, nè pietra da fondamenti; perciocchè tu sarai desolazioni perpetue, dice il Signore.
{{vb|51|27}}Alzate la bandiera nella terra, sonate la tromba fra le genti, mettete in ordine le nazioni contro a lei, radunate a grida contro a lei i regni di Ararat, di Minni, e di Aschenaz; costituite contro a lei un capitano, fate salir cavalli, a guisa di bruchi pilosi.
{{vb|51|28}}Mettete in ordine le genti contro a lei, i re di Media, i suoi duci, e tutti i suoi principi, e tutto il paese del suo imperio.
{{vb|51|29}}E tremi la terra, e sia angosciata; perciocchè tutti i pensieri del Signore saranno messi ad effetto contro a Babilonia, per ridurre il paese di Babilonia in deserto, senza che niuno ''vi'' abiti ''più''.
{{vb|51|30}}Gli uomini prodi di Babilonia si son rimasti di combattere, si son ritenuti nelle fortezze; la lor forza è venuta meno, sono stati ''come'' donne; le abitazioni di quella sono state arse, le sue sbarre sono state rotte.
{{vb|51|31}}Un corriere correrà incontro all’''altro'' corriere, e un messo incontro all’''altro'' messo, per rapportare al re di Babilonia che la sua città è presa da un capo;
{{vb|51|32}}E che i guadi sono stati occupati, e che le giuncaie sono state arse col fuoco, e che gli uomini di guerra sono stati spaventati;
{{vb|51|33}}Perciocchè il Signor degli eserciti, l’Iddio d’Israele, ha detto così: La figliuola di Babilonia ''è'' come un’aia; ''egli è'' tempo di trebbiarla; fra qui a poco le verrà il tempo della mietitura.
{{vb|51|34}}Nebucadnesar, re di Babilonia, mi ha divorata, mi ha tritata, mi ha ridotta ''ad esser come'' un vaso vuoto, mi ha inghiottita come un dragone, ha empiuto il suo ventre delle mie delizie, mi ha scacciata.
{{vb|51|35}}La violenza che mi è stata fatta, e la mia carne, ''è'' sopra Babilonia, dirà l’abitatrice di Sion; e il mio sangue ''è'' sopra gli abitatori di Caldea, dirà Gerusalemme.
{{vb|51|36}}Perciò, così ha detto il Signore: Ecco, io dibatterò la tua querela, e farò la tua vendetta; e asciugherò il mar di quella, e disseccherò la sua fonte.
{{vb|51|37}}E Babilonia sarà ridotta in monti di {{FineColonna}}<section end=51 /><noinclude>
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Geremia (Diodati 1821)/capitolo 50
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[[Categoria:Testi sacri del cristianesimo]]
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San Pantaleone/La Contessa d'Amalfi
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Pagina:Bianchi-Giovini - Biografia di Frà Paolo Sarpi, vol.1, Zurigo, 1846.djvu/239
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" /></noinclude>{{Pt|suiti|gesuiti}}: i cappuccini delle provincie dove non erano gesuiti, come ancora gli altri Ordini, stettero fermi col governo; e i monaci di Chiaravalle offersero al Senato 100,000 ducati per sopperire alla guerra che pareva imminente.
Del resto fu interrotta ogni comunicazione tra Roma e Venezia, da quella partì l’ambasciatore, da questa il nunzio: e il mondo attonito a un avvenimento affatto nuovo e portentoso di gravi conseguenze, stava attento e curioso a vederne il fine.
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Annullata la modifica [[Special:Diff/3906107|3906107]] di [[Special:Contributions/Dr Zimbu|Dr Zimbu]] ([[User talk:Dr Zimbu|discussione]])
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|capo xi.}}|231}}</noinclude>{{Pt|suiti|gesuiti}}: i cappuccini delle provincie dove non erano gesuiti, come ancora gli altri Ordini, stettero fermi col governo; e i monaci di Chiaravalle offersero al Senato 100,000 ducati per sopperire alla guerra che pareva imminente.
Del resto fu interrotta ogni comunicazione tra Roma e Venezia, da quella partì l’ambasciatore, da questa il nunzio: e il mondo attonito a un avvenimento affatto nuovo e portentoso di gravi conseguenze, stava attento e curioso a vederne il fine.
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|capo xii.}}|241}}</noinclude>''Paolo V'', uscito sul finire di agosto, di stile robusto, e dove, tralasciate le dispute sottili, viene con ragioni di fatto, popolari e incalzanti dimostrando l’invalidità dell’interdetto. Il libro piacque sì fattamente ed ebbe tanto riscontro nel pubblico, che molti oppositori si credettero in dovere d’impugnarlo. Altro scrittore benemerito alla Repubblica fu Marcantonio Capello d’Este, Minor Conventuale, che pubblicò varii libri senza entrare in polemica particolare; e ancor più Giovanni Marsilio, il quale entrò anonimo in campo colla lettera che ho sopra detto. Attaccato dal Bellarmino apertamente, dal Possevino e da altri sotto visiera, si difese da gagliardo con varie scritture piene di dottrina, ma dove tralasciando la logica dei fatti e le prove della storia e attaccandosi invece alle autorità spesso contraditorie de’ canonisti, lascia molti mezzi a’ suoi avversari di addentarlo.
Dalla parte del pontefice erano generalmente frati e cortegiani, ma fuori della schiera volgare sorgevano il cardinale Colonna che scrisse latinamente una sentenza contro i vescovi della repubblica veneta che non osservavano l’interdetto, minacciandoli di castighi in questo mondo e nell’altro; il cardinale Baronio che indiresse alla Repubblica una esortazione latina, tradotta anco in italiano, piena d’ingiurie; frate Antonio Bovio carmelitano che pubblicò confutazioni in buon numero, e in premio fu fatto vescovo di Molfetta; il celebre gesuita Antonio Possevino che sempre in maschera scrisse ingiurie senza fine; ma più di tutti il cardinale Bellarmino scrisse, rispose, confutò, ora assalitore, ora {{Pt|assa-|}}<noinclude>
<references/>{{PieDiPagina|''Vita di F. Paolo'' T. I.||16}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|242|{{Sc|capo xii.}}|}}</noinclude>{{Pt|lito|assalito}} e infine talmente sbattuto che preso ad imprestito dal suo cappellano, nome, patria e grado, chiamandosi Matteo Torti sacerdote e teologo di Pavia, ed esaurita la suppellettile delle sottigliezze si sfogò colle invettive, talchè meritossi il rimprovero che fece agli altri: ''qui male agit odit lucem''. E scopo di tutti gli odii essendo Frà Paolo, perciò contro di lui fu dai papali diretto il maggior cumulo d’ingiurie: furono calunniati i motivi per cui aspirò all’episcopato, e furono mentiti quelli per cui ne fu escluso; furono imputate a lui le lunghe discordie del suo Ordine, fomentate, dicevano, perchè ambiva il generalato; furono a colpa ricordati i ridicoli processi intentatigli da quattro o cinque frati ignoranti; fu accusato di materialismo e di propensione dichiarata all’eresia di Calvino, e di odio alla filosofia di Aristotele; fu chiamato fautore di eretici, apostata, indegno del nome di religioso, piuttosto empio che ateo; e la frenesia de’ Curiali andò tant’oltre da rimproverargli la sua nascita plebea, la qual pure aveva così poca somiglianza coll’interdetto; e infine un cattivo poeta bolognese gli sparò incontro una salva di epigrammi latini.
Ma il Sarpi senza offendersi delle altrui contumelie che non è debito d’uomo onesto di farne conto di rispondervi, senza prender di mira alcuno scrittore in particolare, e lasciata la polemica che, a forza di emetter nuove questioni, finisce a far perdere di vista la primaria, stando sul preciso suo argomento, pubblicò le ''Considerazioni sulle censure di Paolo V contra la repubblica di Venezia'', lavoro perfetto nel suo genere, sparso di rara {{Pt|eru-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|capo xii.}}|243}}</noinclude>{{Pt|dizione|erudizione}} e sostenuto da una dialettica incalzante, dove dopo una nitida esegesi dello stato della questione esamina a fondo il diritto che ha ogni principe di giudicare gli ecclesiastici, di assoggettarli alle sue leggi, di obbligarli a tributo, e l’obbligo negli ecclesiastici di starvi sottomessi e di contribuire: indi esamina la vera natura delle scomuniche quale sia il loro valore, e deduce i suoi argomenti dalla storia della Chiesa, dalle leggi de’ principi, e dalla autorità dei Santi Padri. Fioccarono le risposte, tra le quali non essendo da disprezzarsi quella del Bovio già accennato, Frà Paolo non avendo tempo di far replica, nè incumbenzò Frà Fulgenzio a cui somministrò i materiali e ne rivide il lavoro, così che si può dir suo.
A ragione Frà Paolo si vantava di essere stato il primo in Italia che abbia sostenuta e provata questa luminosa verità, che il clero non fu mai emancipato dalla soggezione del principe, sì solamente da quella de’ magistrati; ed essere una chimera la pretesa che le esenzioni fossero di diritto divino, mentre erano neppure un diritto umano, ma semplici concessioni che potevano dal concedente essere modificate o distrutte.
Ma poichè i Curiali battevano forte sulla validità ed importanza delle censure e sulla empietà de’ Veneziani a non osservarle, bisognò venire ad opera la più ardita che fino a quei tempi si fosse ancora intrapresa. Alle scomuniche papali si era sino allora opposto o l’appellazione di un papa ad altro papa meglio informato, o dal papa al concilio, o proteste, o la forza, senza che alcuno si ardisse mai<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|244|{{Sc|capo xii.}}|}}</noinclude>di chiamarle a più severo esame, e trovare un punto di diritto, e non solamente di fatto, onde impugnarle. Gli studi che faceva il Sarpi lo condussero a questa felice conseguenza; ma non volendo arrischiarsi solo in un’impresa del massimo pericolo, gli furono aggiunti altri teologi, cioè l’arcidiacono Ribetti e il Capello già nominati, Frà Bernardo Giordano francescano, Frà Michel Angelo Bonicelli Minore Osservante, Frà Camillo di Venezia agostiniano, e Frà Fulgenzio servita; i quali pubblicarono a nome comune (comechè opera del Sarpi) il famoso ''Trattato dell’Interdetto'', diventato da poi il modello di quanto fu scritto dai futuri intorno a simile materia. Avendo dovuto adattarsi alle maniere de’ teologi, questo argomento non è trattato da Frà Paolo con quel metodo discorsivo che si ravvisa negli altri suoi scritti; dove dalle idee madri scaturiscono per una successione naturale e continua le conseguenze e le dimostrazioni, e vi sono anco alcune superfluità che si sarebbono potuto omettere. Ma forse era necessario quel metodo scolastico onde far rilevare di prima vista i punti che voleansi difendere, o determinare sovra essi l’attenzione del lettore.
Contiene dicianove proposizioni per le quali si prova coll’autorità della storia, delle Scritture e del diritto canonico, che il precetto del superiore, quand’anco pontefice, non obbliga se non è pubblicato e intimato nelle debite forme; che l’interdetto non lo fu e conseguentemente non importa obbligazione alcuna ed è nullo per sè. Oltre a ciò, che il precetto del papa, dal quale si vegga poterne derivar scandalo o perturbazione nella Chiesa, non si {{Pt|deb-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|capo xii.}}|245}}</noinclude>{{Pt|be|debbe}} eseguire; tale essere l’interdetto che frutterebbe pericoli, scandali e mali infiniti, cui primo debito di ogni cristiano si è di cansare. Quindi essere dottrina de’ teologi che il timor giusto scusa dalla obbedienza di ogni legge umana, ancorchè legittima ed obbligatoria: questo essere il caso del clero veneziano che incorrerebbe, osservando l’interdetto, pericolo di roba, libertà e vita, non pure per sè, ma eziandio pei congiunti.
La potestà del pontefice non essere sconfinata, ma ristretta alla sola utilità della Chiesa ed ha per regola la legge divina. Questa è opinione inconcussa, laddove l’altra che non sia soggetta a’ canoni ed a’ concili è contradetta od indecisa. E però il cristiano non è in obbligo di obbedirgli se non in quello che è conforme alla legge divina. Che la potestà al pontefice essendo data ad edificazione e non a distruzione, s’egli fulmina scomunica o interdetto per causa ingiusta, sono quelli pure ingiusti, e nulli; sono abusi di autorità, contro i quali il principe deve opporsi, molto più che l’interdetto è censura nuova nella Chiesa e più atta a far male che a far bene.
Queste dottrine ora volgari, erano per quei tempi affatto nuove, o per lo meno recondite ed inosservate; ma raccolte in libro di esigua mole, ed esposte in istile chiaro e con fino giudizio e corroborate dalle più rispettabili autorità, produssero un effetto mirabile nei popoli che parvero ridestarsi da un profondo sonno.
Il trattato dell’interdetto fu veduto a Roma con una specie di spavento. Il cardinale Bellarmino ebbe<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|246|{{Sc|capo xii.}}|}}</noinclude>ordine d’impugnarlo, altri assai fecero lo stesso, e dalla importanza che vi attaccarono i Romani può arguirsi la sensazione che fece su loro. Ma le confutazioni furono così povere di raziocini e così infelici, che i Veneziani le stimarono neppur degne di una risposta. Ed essendo i governi naturalmente inclinati a favorire la causa veneziana che era causa propria di ciascuno, e ad assai teologi spiacendo la soverchia distesa che i Romanisti davano alla autorità del papa, la circolazione dei libri romani trovava ostacoli in più luoghi, mentre libera e piena, e accolti a festa erano quasi ovunque quelli dei Veneti. In Spagna un ''Discorso contro due trattati intorno alle censure fulminate da Paolo V contro Venezia'', del P. Soza francescano, fu dalla Inquisizione proibito, e obbligato l’autore a ritirarne gli esemplari. A Milano il residente veneto citato al Sant’Offizio e pregato dall’inquisitore il conte de Fuentes a dargli mano forte, nè questi si curò di servirlo, nè quello di obbedire, e la spregiata prepotenza inquisitoriale era un documento dei pensieri de’ popoli.
Bene se ne accorsero a Roma, dove il Sant’Offizio, veduta l’impotenza delle ragioni opposte a’ Veneziani, pensò di poter frenare il pericolo proibendo, con decreto del 30 settembre, il ''Trattato dell’Interdetto'', le ''Considerazioni'', l’''Avviso'' e tutte le altre scritture stampate e da stamparsi, pena le più terribili scomuniche e la vendetta del Sant’Offizio, il che fece ridere il pubblico, e conchiudere che la Curia aveva torto.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|capo xii.}}|247}}</noinclude>{{Nop}}
Ricordando ciò che scrisse Frà Paolo in occasione dell’interdetto, non fo qui parola di un libro che ebbe molta voga oltremonti e fu anco tradotto in francese col titolo ''Diritto dei Sovrani difesi contro le scomuniche e gli interdetti de’ papi'': e in italiano ha per titolo ''Consolazione della mente'', ecc.; perchè non è di Frà Paolo, come dimostrerò nell’Appendice Bibliografica. Per ora basti averlo accennato.
Qui appresso abbiamo vedute alcune delle massime de’ Veneziani, dirò le altre per poi metterle a confronto con quelle de’ papalisti: e se il lettore non troverà nuove le prime, perocchè ora sono diventate principii di diritto comune, bene sarà sorpreso per le seconde; e più ancora quando sappia che le massime dei Veneziani erano a quei tempi riputate a Roma eresie, e le opposte articoli di fede.
Iddio, dice Frà Paolo, ha costituito due governi nel mondo, supremi, indipendenti a vicenda. L’uno spirituale, è il ministero ecclesiastico; l’altro temporale, è il governo politico. Il primo affidò agli apostoli e loro successori, l’altro ai principi, in tal forma che non possano quelli intromettersi in ciò che a questi si appartiene. Il papa adunque, capo del governo spirituale, non ha potestà nelle leggi de’ principi sopra le cose temporali, nè può privarli degli Stati, nè liberare i sudditi dalla soggezione. La dottrina opposta d’interdire i regni, destituire i re, concitare i sudditi a ribellione, quando il principe si trovi a lite col papa, è dottrina sediziosa e sacrilega, contraria alle Scritture e all’esempio di Cristo e de’ Santi. Le esenzioni dei cherici o sono<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|248|{{Sc|capo xii.}}|}}</noinclude>concesse dal principe, ed esso ha tuttavia la facoltà di abrogarle; o dal pontefice, e queste non sono ricevute in alcuni luoghi, in altri solamente in parte, e valgono all’avvenante del beneplacito di chi le riceve, o finchè non tornino pregiudicievoli alla quiete e ben pubblico.
L’infallibilità del papa, continua il Sarpi, è una dottrina incerta, nella quale gl’istessi dottori della Curia non sono bene d’accordo: chi la pone in una cosa, chi in un’altra. L’autorità di sciogliere e di legare s’intende purchè non travii del retto, comandando Iddio che segua non l’arbitrio, ma il merito e la giustizia della causa. E però nelle controversie del pontefice coi principi, se quello fulmina censure, è lecito a questi di certificarsi col consiglio di persone dotte se sono giuste o ingiuste, e nell’ultimo caso impedirne l’esecuzione conservando nondimeno la debita reverenza alla Chiesa. Comunque sia, le scomuniche contro ai supremi dello Stato o contro le moltitudini sono, secondo Sant’Agostino, perniciose e sacrileghe. L’obbedienza cieca, invenzione de’ gesuiti, ignota alla Chiesa e ai buoni teologi, leva l’essenziale della virtù che è operare per certa cognizione ed elezione, espone a pericolo di offender Dio, non iscusa l’ingannato dal principe spirituale, ed è partoritrice di sedizioni.
I pontificii spacciavano massime affatto opposte, e così esorbitanti che forse più d’un lettore stenterà a crederle; ma sappia a mia giustificazione che le ho estratte parola per parola dai loro libri, e se a verificarle non ama rivoltarne molti, non ha che a percorrere il breve opuscolo del Bellarmino contro<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|capo xii.}}|249}}</noinclude>i trattati di Giovanni Gerson, ed ivi solo in poche pagine ne troverà buon numero.
Cristo, dicevano i Curiali, ebbe dal Padre pienissima potestà su tutta la Chiesa, la quale Cristo rinunciò in mano di Pietro e suoi successori; quindi non si può senza eresia appellare dal papa al concilio. Donde ne segue ch’egli ha facoltà di abrogare tutti i canoni vecchi e nuovi: e siccome l’Evangelio è dettato da Gesù Cristo e il papa ha la stessa potestà di lui, ne proviene ancora che il papa ha la potestà di dispensare dall’Evangelio. Infatti questa sua potestà è universale, sconfinata, e tanto grande che pochi arrivano a capirla. Basti dire che è vicario di Dio; anzi non è gran peccato il dire che sia Dio, o per lo meno si può benissimo stimarlo Dio in terra; e invece il disprezzarlo è una sorte d’idolatria. È massima cattolica il dire che si appartiene a lui il riprendere qualsivoglia principe repubblica, e se non obbediscono, obbligarli colle censure, deporli e sciogliere i sudditi dal giuramento. Veramente egli ha per fine il bene spirituale delle anime, e non s’impaccia nel governo de’ principi temporali; ma se abusano della loro autorità in danno delle anime o dei popoli o della cristianità, allora ha diritto di metterci le mani e di costringerli a far quello che stima giusto: e chi non crede questo, non è cattolico.
Oltre a ciò il papa, caso che sia utile o necessario, può per diritto divino disporre dei regni e degli imperii, di cui è il padrone, e darli a chi gli piace. E se un principe non obbedisse a ciò che comanda il papa, i sudditi non devono più obbedire<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|250|{{Sc|capo xii.}}|}}</noinclude>al principe; ma rivoltarsi, fargli guerra, usare con lui le insidie ed anco ammazzarlo, perchè il papa ha da Dio una giurisdizione assoluta e illimitata di governare il popolo cristiano; ed è per questo che ha ricevuto le due spade, una per lo spirituale, l’altra pel temporale, onde a lui si compete anco il diritto di perseguitare e punire di morte i ribelli. Anzi la Santa Romana Chiesa essendo visibile, è per le cose temporali che precipuamente manifesta la sua grandezza; e ridurla al solo spirituale, come gli avversari pretendono, è ridurla a niente. Questa doppia potestà è derivata al papa da Gesù Cristo medesimo, il quale vivendo a questo mondo fu non pure profeta e mediatore, ma vero principe temporale; i magi lo adorarono non come Messia, ma come re mondano; come re lo riconobbero gli Ebrei più volte, ed egli stesso fece più volte azioni da re: che se rispose a Pilato, il suo regno non essere di questo mondo, fu una risposta equivoca per ingannare quel preside e impedirgli un maggior peccato; ovvero parlò come uomo che stando per morire più non si cura delle cose terrene. Fatto è che il papa ebbe da lui la duplice potestà che è sopra detta, e negargliela, è una eresia.
L’autorità dei principi è tutta umana, derivata o dal consenso de’ popoli o dal diritto di guerra, e più o meno limitata; quella invece del pontefice è tutta divina, non soggetta a restrizioni o convenzioni di alcuna sorte. Egli è monarca nella Chiesa, giudice supremo del mondo; il suo tribunale è tribunale di Dio; le sue leggi non ammettono eccezione od appello; e se giuste od ingiuste, tocca a lui solo<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|capo xii.}}|251}}</noinclude>a giudicarne. È vero che se egli abusasse scandalosamente della sua potestà non dovrebbe essere obbedito; ma il solo supporre questo abuso, è una ingiuria enorme, un artifizio degli eretici, una malignità insegnata dal diavolo.
I preti a petto de’ laici sono Iddii; i principi non hanno alcuna autorità su di loro; sono esenti da ogni legge e giurisdizione umana. Possono bene, se vogliono, ubbidire alle leggi dei principi, purchè non sia contro agli interessi del sommo pontefice. Per esempio se il principe comanda che il grano si comperi o si venda a tal prezzo, possono bene, se a loro piace, uniformarsi; ma se non torna a loro il conto possono vendere o comperare a quel prezzo che loro accomoda, nè per questo è lecito di richiederli in giudizio. Infine tutte le persone ecclesiastiche e i loro beni e possessi, sono cose di Dio, sacre, inviolabili; non riconoscono nè devono obbedire altro giudice o padrone che il vicario di Dio; i privilegi e le esenzioni loro sono di diritto divino, ed è peccato mortale a dubitarne.
Volle provvidenza divina che Frà Paolo fosse un eretico, altrimenti bel guadagno faceva l’Europa se avessero potuto prevalere questi articoli di fede.
Esposte le massime delle due parti giovi ancora notare il metodo di ragionare seguito dai Veneziani e dai Romani. I primi, e particolarmente Frà Paolo, partono da principii inconcussi, non escono mai dall’argomento, si astengono dalle questioni inutili e dalle ingiurie, non danno retta alle personalità e neppure curano difendersi dalle accuse private di che gli gravano gli avversari; discutono con calma,<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|252|{{Sc|capo xii.}}|}}</noinclude>e sempre colla logica dei fatti alla mano; procedono da una conseguenza all’altra fino alle ultime conclusioni. Gli altri perdono il tempo e lo fanno perdere, con somma noia, ai lettori, nel pedanteggiare sottilmente il significato di parole o frasi dei loro avversari, che pure è chiarissimo, non perchè importi al discorso, ma per genio di sofisticheria; fanno cento distinzioni puerili, prorompono in vane declamazioni, non isdegnano le personalità, poco uso fanno della storia, e si affissano a petizioni di principio, cioè ad ammettere per dimostrato quello appunto che è controverso; onde vagano incerti, e scoprendo i propri lati deboli, lasciano tutti i beneficii della vittoria agli avversari. I Veneziani appoggiati a principii sicuri, diretti da una mente sola, vanno dritto per filo; sono tra loro uniformi, e l’uno conferma le ragioni dell’altro. I papalisti, essendo tante le menti quante le teste, senza principii stabili, non avendo altra base che l’arbitrio e i suggerimenti di un esaltato fanatismo, si contraddicono a vicenda: uno mette per certa una cosa, l’altro dice che è dubbia; l’uno si serve di un argomento cui l’altro confessa essere falso; l’uno adduce un fatto e l’ha per positivo, l’altro conviene che è favoloso o incerto. I Veneziani nelle loro risposte riferiscono stesamente le parole degli avversari, non dissimulano le difficoltà, rischiarano con rigorosa critica i fatti; e citando le autorità, ne narrano il caso, le circostanze, il modo, l’origine. I Curiali invece non scelgono degli opponenti che ciò che fa per loro, le difficoltà le cansano, non fanno caso delle conseguenze e citano le autorità senza<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|capo xii.}}|253}}</noinclude>regola di tempi e piuttosto per abbagliare che per provare, curando neppure se siano a proposito: adducono atti apocrifi e falsificano i testi, di che convinti poi dagli avversari si trovano confusi; oppongono alle Sacre Scritture le Decretali de’ papi, agli antichi Padri, i moderni dottori; discorrendo per vie viziose lasciano alla critica un vasto campo di censura, e alla ragione un non difficile trionfo.
Dalla differenza degli scrittori ne nasceva un’altra di agire nei due governi: a Roma proibivano i libri de’ Veneziani, pena la scomunica, il carcere; a Venezia lasciavano girare tutti quelli dei Curiali, e pareva che il governo, come che tanto sospettoso, si compiacesse che il popolo ne facesse paragone.
Tale è la lotta perpetua tra la verità e l’errore. Fintanto che la ragione terrà la sua sede nell’intelletto umano, e che gli uomini non saranno imbecilli al segno di credere tutto che loro si dà ad intendere, sarà pur mestieri a qualunque sociale edifizio che sorge su fondamenti erronei di comprimere con ogni maniera l’ufficio della ragione, cioè d’impedire all’intelletto di speculare sulla natura e l’origine delle cose. Eterno delirio della prepotenza! ma il tempo rinovando con infaticabile vicenda la condizione e gli accidenti del mondo, impelle al pensiero parte del suo moto, gli dà una forza contro la quale non vi è opposizione che valga, fa come una fiamma che comunicandosi continuamente dalla generazione che tramonta a quella che sorge sempre più si amplifica e risplende. Questa fiamma è ciò che modernamente si chiama progresso: invano si oppongono sforzi a sforzi per reprimerlo od {{Pt|ar-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|254|{{Sc|capo xii.}}|}}</noinclude>{{Pt|restarlo|arrestarlo}}; chè i figli salgono sulle spalle dei loro padri, e sulle spalle di quelli salgono altri figliuoli ancora, di maniera che ogni generazione vede più longinquo dell’antecedente. A tal che tutte le instituzioni stazionarie, corrotte dal vizio della propria immobilità, si riducono in diretta o quasi diretta opposizione collo stato sempre rinovantesi dello spirito umano.
Tale fu il destino del papato. La sua storia è la parte più bella e più luminosa della storia moderna, ed abbraccia per così dire tutta la patria degli uomini. Per lungo tempo fu il solo propugnacolo contro la prepotenza della spada; l’Italia gli è debitrice di molte miserie, ma ancora di molta gloria; e l’attuale incivilimento de’ popoli, del primo e precipuo suo impulso.
Ma non che seguitasse questo moto progressivo, fece sforzi per reprimerlo quando non tornò più utile, e per farlo rimbalzare indietro, e per circoscrivere confini alla attuosità del pensiero, e per corrompere la morale dei popoli e regnare all’ombra dell’ignoranza e del mal costume. Errori funesti! imperocchè le grandi rivoluzioni non sono opera umana, ma l’effetto di viziose instituzioni che reagendo contro lo spirito pubblico ne sconcertano l’armonia; sono l’effetto delle leggi istesse della natura, che, disordinate dalla forza imbecille degli uomini, cercano di riguadagnare il primitivo loro equilibrio. E da tale disordine ebbero appunto origine le innovazioni di Lutero contro a’ papi: i quali si sostennero non emendando gli abusi, ma ricorrendo a nuove fraudi, e adulando l’orgoglio e l’avidità<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|capo xii.}}|255}}</noinclude>del clero, e gl’interessi e le ambizioni sempre mutabili dei principi. Nè si avviddero che il tempo, il quale tutto consuma tranne la verità, avrebbe pure tarlate le basi erronee della loro possanza, e che logorato l’incantesimo che la rendeva portentosa o necessaria, e sedato il bollore degli odii religiosi, e condotti gli uomini a pensieri più miti e più socievoli, principi e popoli fastiditi ugualmente dal giogo sacerdotale, oppressore, capriccioso ed avido, avrebbero desiderato di vendicarsi a libertà.
Forse questo tempo non era ancora maturo nel 1606; ma i pontificati turbolenti e feroci di Paolo III, di Paolo IV, di Pio V, di Sisto V, i disordini della corte di Roma, le guerre civili e fanatiche fomentate da quella, e le altre suscitate dall’ambizione e dall’avarizia del nipotismo romano, la durezza con cui quasi tutti i pontefici del XVI secolo fecero uso della loro autorità temporale, e gli attentati contro l’autorità temporale, avevano a poco a poco suscitato uno spirito di opposizione alla corte di Roma. A rinformare il quale contribuiva lo spirito guerriero del secolo inclinato a libertà; il fastidio della preponderanza spagnuola che tendeva a servitù e a intenebrare il mondo colla ignoranza e colla superstizione; la stampa, libera oltremonti; lo studio della storia, della giurisprudenza, e della critica ravvivato; le discussioni religiose in tutta l’Europa, e più utilmente le discussioni parlamentarie in Francia sui diritti del principato e i privilegi della Chiesa Gallicana; e se non vi era peranco una disposizione decisa a confinare ne’ giusti suoi termini il papato, fu per lo meno udita con infinito {{Pt|pia-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|256|{{Sc|capo xii.}}|}}</noinclude>{{Pt|cere|piacere}} e da tutti sommamente applaudita la resistenza de’ Veneziani.
(1606 sett). La Curia, sbalordita da successi così contrari alla sua aspettazione, si appigliò alle consuete sue armi. Fra quanti combattevano i nuovi suoi dogmi, niuno era pel suo sapere, pel suo carattere, per l’influenza, per la inusitata infrangibile qualità degli argomenti usati da lui, più temuto di Frà Paolo, come niun altro era più esaltato. Gli uomini di ambi i partiti si accordavano a crederlo la ruota maestra di quel gran motivo. Frà Paolo adunque fu citato al tribunale del Sant’uffizio. In un paese dove chi si tiene l’autorità, dice di esercitarla per diritto divino, è ben giusto che debba violare tutte le formalità legali prescritte dalle leggi umane. Era già una mostruosità che la Curia dovesse farsi giudice in causa propria; ne era un’altra che il cardinale Bellarmino antagonista di Frà Paolo, e in conseguenza parte interessata, siedesse come giudice nel tribunale inquisitorio, ma persino la citatoria, che gl’inquisitori medesimi sapevano infruttuosa e ridicola e in cui potevano, senza nocumento, ostentare le sembianze della giustizia, vollero che apparisse sotto le forme arbitrarie del dispotismo. Frà Paolo, senza essere udito o difeso, senza essere nemmanco ammonito o richiesto, è giudicato e condannato dal Sant’Offizio; dopo di che viene citato: il pretesto, perchè possa difendersi; ma, poichè la sentenza era già pronunciata e non è uso di Roma di rittrarne alcuna mai, il vero è che lo volevano tirar là, per impiccarlo.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|capo xii.}}|257}}</noinclude>{{Nop}}
(1606 ott.). Ma per un singolare contrapposto di opinioni, intanto che l’Inquisizione romana con decreto del 20 settembre condannava alle fiamme i libri di Frà Paolo e che i divoti inquisitori nutrivano anco la speranza di abbruciar l’autore; il Senato quasi per far dispetto a Roma, con altro decreto dei 28 pure settembre, inalzava con lodi il merito del medesimo, e lo gratificava di premii. E l’Inquisizione di bel nuovo, a sfogo impotente di vendetta, lo citava con altro decreto del 30 ottobre a comparire in persona, fra 24 giorni, sotto pena di scomunica ''latæ sententiæ'' infamia perpetua e privazione di ogni ufficio e dignità, per avere sostenuto e provato che la repubblica di San Marco ha ragione, e il successore di San Pietro, torto; il che è un’eresia. Tal è la sostanza. Il decreto del Senato diceva: «Continuando il rev. P. Maestro Paolo da Venezia a prestare con singolar valore quell’ottimo servizio ond’egli fra tutti con le sue scritture piene di profonda dottrina sostenta con validissimi fondamenti le potentissime e validissime ragioni nella causa che ha di presente la Repubblica colla corte di Roma, anteponendo il servizio e la soddisfazione pubblica a qualsivoglia suo particolare e importante rispetto, è perciò giusto e degno della munificenza del Senato il dargli modo con che possa assicurare la sua vita da ogni pericolo, e sovvenire a’ suoi bisogni, benchè non ne faccia alcuna instanza, ma si mostri alieno da qualsivoglia ricognizione. Tal è la sua modestia e così grande il suo desiderio che ha di far conoscere che nessuna pretensione di premio, ma sola<noinclude>
<references/>{{PieDiPagina|''Vita di F. Paolo'' T. I.||17}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|258|{{Sc|capo xii.}}|}}</noinclude>devozione verso la Repubblica e la giustizia della causa lo movono ad adoperarsi con tanto studio e fatica»: e conchiudeva che ai 200 ducati di stipendio già assegnatili, altri 200 fossero aggiunti, sì che 400 ne avesse.
(1606 nov.). È chiaro che Frà Paolo anco senza questi luminosi attestati di patrocinio non si sarebbe mai curato di obbedire al Sant’Officio, e però con un manifesto latino del 25 novembre, di stile modesto e rispettoso, rispose: Che veramente egli era desideroso di mostrarsi a loro obbediente e giustificare la sua fede; ma che i suoi libri essendo stati condannati contro le regole stabilite dai canoni di sentir prima l’autore, ed anco con formole generiche di contener cose temerarie, calunniose, scandalose, sediziose, scismatiche, eretiche, senza precisar quali (tal che nella oscurità dei termini restava incerto se tutte quelle macule fossero da per tutto o solo in qualche parte) e pronunciata sentenza definitiva: era irregolare e diventava inutile il citarlo a difendersi, molto più che non sapeva gli articoli su cui si fondava l’accusa; che d’altronde non poteva riconoscere quel tribunale, stantechè vi sedesse il cardinal Bellarmino il quale per aver scritto contro lui era parte interessata; che siccome essi dicevano di non poter venire sicuramente a Venezia per far eseguire la loro sentenza, così neppur egli poteva stimar sicuro di andare a difendersi a Roma; tanto più che in quei momenti non erano abbastanza calmi gli spiriti e confondevano troppi interessi in un solo per poter giudicare imparzialmente di lui; e infine che essendo egli a’ stipendi della Repubblica,<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|capo xii.}}|259}}</noinclude>non poteva abbandonare il suo posto senza permissione del principe, in quel punto non così facile ad ottenersi; che del resto si dichiarava buon cattolico, e che voleva vivere e morir tale; che i suoi sentimenti non potevano essere meglio conosciuti che a Roma dove era stato tanti anni, e da essi medesimi che lo conoscevano ed avevano prove della sua obbedienza ed attaccamento alla fede: gli pregava adunque a voler prendere in considerazione questi suoi motivi, e a non procedere ingiustamente contro di lui; ma nell’opposto caso protestava in faccia a Dio, e che terrebbe per nulla e di nissuno effetto la loro sentenza.
Gli Inquisitori sentirono la forza di queste ragioni, e quantunque per servire al loro scopo avessero desiderato sentenziarlo eretico e contumace, ebbero paura che il Sarpi a vendetta non facesse qualche mal tiro alla Corte, e non rinovasse in Italia ciò che Lutero aveva fatto in Germania: ricordando che il frate agostiniano si era appunto versato agli estremi per la condannazione di Leone X. Imperciò si contentarono di proseguire una diligente ricerca dei suoi libri e farli abbruciare: segno, diceva il Boccalini, che erano buoni.
Lo stesso riguardo non ebbero per Giovanni Marsilio e pel francescano Frà Fulgenzio, i quali, citati e non comparsi, furono scomunicati. È ben vero che e’ risposero non colla modestia e pacatezza del Sarpi, ma superbamente, in ispecie il secondo.
Non è che i cardinali inquisitori, e nemmeno il papa, credessero a quelle immaginarie eresie; ma<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|260|{{Sc|capo xii.}}|}}</noinclude>era un pretesto per intimidire Frà Paolo, o almeno renderlo odioso, privarlo della confidenza del governo, farlo sospetto ai deboli, ingenerar scrupoli ne’ superstiziosi e obbligare lui medesimo a desistere. E considerando la diserzione di lui come il bellissimo e più compiuto trionfo a cui potessero aspirare, misero in moto tutte le macchine per allucinarlo. Fu spedito a Venezia a bella posta un Olandese il quale frequentando la casa dei Secchini, dove, come ho detto, andava Frà Paolo, aveva incumbenza di spiarlo e tentarlo sotto mano; il Padre Ferrari, generale dei Serviti, ricevette amplissime facoltà; furono adoperati gli emissari del nunzio restati a Venezia; gli fu fatto scrivere da varii, principalmente dal cardinal d’Ascoli; e infine andando Francesco de Castro a Venezia ambasciatore straordinario del re di Spagna, gli fu attaccato dietro un codazzo di preti di cui alcuni erano incaricati di trattare secretamente col Sarpi: mitre, cappelli rossi, onori, promesse, speranze, nulla fu pretermesso. Ma la Curia aveva a fare con uomo tenacissimo, disinteressato, e non meno scaltro. Per quante astuzie adoperassero, e i preti ne sanno molte, lo trovarono sempre irremovibile. Sola risposta ch’egli dava era questa: ''Difendo una causa giusta''.
{{rule|4em}}<noinclude><references/></noinclude>
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Biografia di Frà Paolo Sarpi/Vol. I/Capo XII
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|392|DELL’ASINO D’ORO.|}}</noinclude><poem>
Ciascun occhio pareva una fiammella
Tanto lucente, sì chiara, e sì viva,
{{R|60}}Ch’ogni acuto veder si spegne in quella.
Avea la testa una grazia attrattiva,
Tal ch’io non so a chi me la somigli;
{{R|63}}Perchè l’occhio al guardarla si smarriva.
Sottili, arcati, e neri erano i cigli;
Perchè a plasmargli fur tutti gli Dei,
{{R|66}}Tutti i celesti, e superni consigli.
Di quel, che da quei pende, dir vorrei
Cosa, che al vero alquanto rispondesse:
{{R|69}}Ma tacciol, perchè dir non lo saprei.
Io non so già chi quella bocca fesse;
Se Giove con sua man non la fece egli,
{{R|72}}Non credo, ch’altra man far la potesse.
I denti più che d’avorio eran begli;
E una lingua vibrar si vedeva,
{{R|75}}Come una serpe infra le labbra, e quegli:
D’onde uscì un parlare, il qual poteva
Fermare i venti, e fare andar le piante:
{{R|78}}Sì soave concento, e dolce aveva!
Il collo, e il mento ancor vedeasi, e tante
Altre bellezze, che farian felice
{{R|81}}Ogni meschino, ed infelice amante.
Io non so, se a narrarlo si disdice
Quel che seguì da poi; perocchè ’l vero
{{R|84}}Suole spesso far guerra a chi lo dice;
Pur lo dirò, lasciandone il pensiero
A chi vuol biasimar; perchè tacendo,
{{R|87}}Un gran piacer non è piacer intero.
Io venni ben con l’occhio discorrendo
Tutte le parti sue infino al petto,
{{R|90}}Allo splendor del quale ancor m’accendo.
</poem><noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||DELL’ASINO D’ORO|393}}</noinclude><poem>
Ma più oltre veder mi fu disdetto
Da una ricca, e candida coperta,
{{R|93}}Con la qual copert’era il picciol letto.
Era la mente mia stupida, e incerta,
Frigida, mesta, timida, e dubbiosa,
{{R|96}}Non sapendo la via quant’era aperta.
E come diace stanca, e vergognosa,
E involta nel lenzuol la prima sera
{{R|99}}Presso al Marito la novella Sposa;
Così d’intorno pauroso m’era
La coperta del letto inviluppata,
{{R|102}}Come quel ch’in virtù sua non ispera.
Ma poichè fu la donna un pezzo stata
A riguardarmi, sogghignando disse:
{{R|105}}Sono io d’ortica forse, o pruni armata?
Tu puo’ aver quel, che sospirando misse
Alcun già, per averlo più d’un grido
{{R|108}}E fe’ mille quistioni, e mille risse.
Bene entreresti in qualche loco infido{{ec|.|,}}
Per ritrovarti meco, o nuoteresti
{{R|111}}Come Leandro infra Sesto, ed Abido;
Poichè virtute hai sì poca, che questi
Panni che son fra noi, ti fanno guerra,
{{R|114}}E da me sì discosto ti ponesti.
E come quando nel carcer si serra
Dubbioso della vita un peccatore,
{{R|117}}Che sta con gli occhi guardando la terra;
Poi s’egli avvien, che grazia dal Signore
Impetri, e’ lascia ogni pensiero strano,
{{R|120}}E prende assai d’ardire, e di valore;
Tal er’io, e tal divenni per l’umano
Suo ragionare, e a lei mi accostai,
{{R|123}}Stendendo fra’ lenzuol la fredda mano.
</poem><noinclude>
<references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|394|DELL’ASINO D’ORO.|}}</noinclude><section begin="s1" /><poem>
E come poi le sue membra toccai,
Un dolce sì soave al cor mi venne,
{{R|126}}Qual io non credo più gustar giammai.
Non in un loco la man si ritenne,
Ma discorrendo per le membra sue,
{{R|129}}La smarrita virtù tosto rivenne.
E non essendo già timido piue,
Dopo un dolce sospir parlando dissi:
{{R|132}}Sian benedette le bellezze tue;
Sia benedetta l’ora, quando io missi
Il piè nella foresta, e se mai cose,
{{R|135}}Che ti fossero a cuor, feci, nè scrissi.
E pien di gesti, e parole amorose,
Rinvolto in quelle angeliche bellezze,
{{R|138}}Che scordar mi facean le umane cose,
Intorno al cor sentii tante allegrezze
Con tanto dolce, ch’io mi venni meno,
{{R|141}}Gustando il fin di tutte le dolcezze,
Tutto prostrato sopra il molle seno.
</poem><section end="s1" />
<section begin="s2" />{{Ct|L=.4em|CAPITOLO QUINTO.}}
<poem>
{{X-larger|V}}Eniva già la fredda notte manco,
Fuggivansi le stelle ad una ad una,
{{R|3}}E d’ogni parte il Ciel si facea bianco;
Cedeva al Sole il lume della Luna,
Quando la donna mia disse: E’ bisogna,
{{R|6}}Poichè egli è tale il voler di fortuna,
S’io non voglio acquistar qualche vergogna,
Tornar alla mia mandra, e menar quella
{{R|9}}Dove prender l’usato cibo agogna.
</poem><section end="s2" /><noinclude>
<references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||DELL’ASINO D’ORO|395}}</noinclude><poem>
Tu ti resterai solo in questa cella,
E questa sera al tornar menerotti
{{R|12}}Dove tu possa a tuo modo vedella.
Non uscir fuor, questo ricordo dotti;
Non risponder, se un chiama; perchè molti
{{R|15}}Degli altri questo errore ha mal condotti.
Indi partissi; ed io, che aveva volti
Tutti i pensieri all’amoroso aspetto,
{{R|18}}Che lucea più che tutti gli altri volti,
Sendo rimaso in camera soletto,
Per mitigar, del letto io mi levai,
{{R|21}}L’incendio grande, che m’ardeva il petto.
Come prima da lei mi discostai,
Mi riempiè di pensier la saetta
{{R|24}}Quella ferita, che per lei sanai.
E stav’io come quello, che sospetta
Di varie cose, e se stesso confonde,
{{R|27}}Desiderando il ben che non aspetta.
E perchè all’un pensier l’altro risponde,
La mente alle passate cose corse,
{{R|30}}Che il tempo per ancor non ci nasconde;
E qua, e là ripensando discorse,
Come l’antiche genti alte, e famose,
{{R|33}}Fortuna spesso or carezzò, ed or morse.
E tanto a me parver maravigliose,
Che meco la cagion discorrer volli
{{R|36}}Del variar delle mondane cose.
Quel che rovina da’ più alti colli
Più ch’altro, i Regni, è questo, che i potenti
{{R|39}}Di lor potenza non son mai satolli.
Da questo nasce, che son mal contenti
Quei c’han perduto, e che si desta umore
{{R|42}}Per ruinar quei, che restan vincenti.
</poem><noinclude>
<references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|396|DELL’ASINO D’ORO.|}}</noinclude><poem>
Onde avvien, che l’un sorge, e l’altro muore;
E quel ch’è surto, sempremai si strugge
{{R|45}}Per nuova ambizione, o per timore.
Questo appetito gli Stati distrugge;
E tanto è più mirabil, che ciascuno
{{R|48}}Conosce questo error, nessun lo fugge.
San Marco impetuoso, ed importuno,
Credendosi aver sempre il vento in poppa,
{{R|51}}Non si curò di rovinare ognuno;
Nè vide, come la potenza troppa
Era nociva: e come il me’ sarebbe
{{R|54}}Tener sott’acqua la coda, e la groppa.
Spesso uno ha pianto lo Stato, ch’egli ebbe;
E dopo il fatto poi s’accorge, come
{{R|57}}A sua rovina, ed a suo danno crebbe.
Atene, e Sparta, di cui sì gran nome
Fu già nel mondo, allor sol rovinorno
{{R|60}}Quand’ebber le potenze intorno dome.
Ma di Lamagna nel presente giorno
Ciascheduna città vive sicura,
{{R|63}}Per aver manco di sei miglia intorno.
A la nostra città non fe paura
Arrigo già con tutta la sua possa,
{{R|66}}Quando i confini avea presso alle mura;
Ed or ch’ella ha sua potenza rimossa
Intorno, e diventata è grande, e vasta,
{{R|69}}Teme ogni cosa, non che gente grossa.
Perchè quella virtute, che soprasta
Un corpo a sostener quand’egli è solo,
{{R|72}}A regger poi maggior peso non basta.
Chi vuol toccare l’uno, e l’altro polo,
Si trova rovinato in sul terreno;
{{R|75}}Com’Icar già dopo suo folle volo.
</poem><noinclude>
<references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||DELL’ASINO D’ORO|397}}</noinclude><poem>
Vero è, che suol durar o più o meno
Una potenza, secondo che più
{{R|78}}O men sue leggi buone, ed ordin fieno.
Quel Regno, che sospinto è da virtù
Ad operare, o da necessitate,
{{R|81}}Si vedrà sempre mai gire a l’insù.
E per contrario fia quella cittate
Piena di sterpi silvestri, e di dumi,
{{R|84}}Cangiando seggio dal verno alla state.
Tanto che alfin convien, che si consumi,
E ponga sempre la sua mira in fallo,
{{R|87}}Chi ha buone leggi, e cattivi costumi.
Chi le passate cose legge, sallo
Come gl’imperj comincian da Nino,
{{R|90}}E poi finiscono in Sardanapallo.
Quel primo fu tenuto un uom divino,
Quell’altro fu trovato fra l’Ancille
{{R|93}}Con una donna dispensar il lino.
La virtù fa le region tranquille;
E da tranquillità poi ne risolta
{{R|96}}L’ozio, e l’ozio arde i paesi, e le ville.
Poi quando una provincia è stata involta
Ne’ disordini un tempo tornar suole
{{R|99}}Virtute ad abitarvi un’altra volta.
Quest’ordine così permette, e vuole
Chi ci governa, acciocchè nulla stia,
{{R|102}}E possa star mai fermo sotto ’l Sole.
Ed è, e sempre fu, e sempre fia
Che ’l mal succeda al bene, il bene al male
{{R|105}}E l’un sempre cagion dell’altro sia.
Vero è, ch’io credo sia cosa mortale
Pe’ regni, e sia la lor distruzione
{{R|108}}L’usura, o qualche peccato carnale;
</poem><noinclude>
<references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|398|DELL’ASINO D’ORO.|}}</noinclude><section begin="s1" /><poem>
E della lor grandezza la cagione,
E che alti, e potenti gli mantiene,
{{R|111}}Sian digiuni, limosine, orazione.
Un altro, più discreto, e savio tiene,
Che a rovinargli questo mal non basti,
{{R|114}}Nè basti a conservargli questo bene.
Creder, che senza te per te contrasti
Dio, standoti ozioso, e ginocchioni,
{{R|117}}Ha molti Regni, e molti Stati guasti.
E’ son ben necessarie l’orazioni:
E matto al tutto è quel che al popol vieta
{{R|120}}Le ceremonie, e le sue divozioni;
Perchè da quelle inver par che si mieta
Unione, e buono ordine; e da quello
{{R|123}}Buona fortuna poi dipende, e lieta.
Ma non sia alcun di sì poco cervello,
Che creda, se la sua casa rovina,
{{R|126}}Che Dio la salvi senz’altro puntello;
Perchè e’ morrà sotto quella rovina.
</poem><section end="s1" />
<section begin="s2" />{{Ct|L=.4em|CAPITOLO SESTO.}}
<poem>
{{Xx-larger|M}}Entre ch’io stava sospeso, ed involto
Con l’affannata mente in quel pensiero;
{{R|3}}Aveva il Sole il mezzo cerchio volto;
Il mezzo, dico, del nostro emispero,
Talchè da noi s’allontanava il giorno,
{{R|6}}E l’Oriente si faceva nero.
Quando io conobbi bel sonar d’un corno,
E pel ruggir dell’infelice armento,
{{R|9}}Come la donna mia facea ritorno.
</poem><section end="s2" /><noinclude>
<references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||DELL’ASINO D’ORO|399}}</noinclude><poem>
E bench’io fossi in quel pensiero intento,
Che tutto il giorno a se mi aveva tratto,
{{R|12}}E del mio petto ogni altra cura spento;
Com’io sentii la mia donna di fatto
Pensai, ch’ogni altra cosa fosse vana,
{{R|15}}Fuor di colei, di cui fui servo fatto.
Che giunta dov’io era, tutta umana
Il collo mio con un de’ bracci avvinse,
{{R|18}}Con l’altro mi pigliò la man lontana.
Vergogna alquanto il viso mi dipinse,
Nè potei dire alcuna cosa a quella:
{{R|21}}Tanta fu la dolcezza, che mi vinse!
Pur dopo alquanto spazio, e io, ed ella
Insieme ragionammo molte cose,
{{R|24}}Come un amico con l’altro favella.
Ma riposate sue membra angosciose,
E recreate dal cibo usitato,
{{R|27}}Così parlando la donna propose:
Già ti promisi d’averti menato
In loco dove comprender potresti
{{R|30}}Tutta la condizion del nostro stato.
Adunque se ti piace, fa t’appresti,
E vedrai gente, con cui per l’adrieto
{{R|33}}Gran conoscenza, e gran pratica avesti.
Indi levossi, ed io le tenni drieto,
Come ella volse, e non senza paura;
{{R|36}}Pur non sembrava nè mesto, nè lieto.
Fatta era già la notte ombrosa, e scura,
Ond’ella prese una lanterna in mano,
{{R|39}}Ch’a suo piacer il lume scopre, e tura.
Giti che fummo, e non molto lontano,
Mi parve entrar in un gran dormitorio,
{{R|42}}Siccome ne’ Conventi usar veggiamo.
</poem><noinclude>
<references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione|78|{{Sc|quando il dormente si sveglierà}}|riga=sì}}</noinclude>{{nop}}
Valeva forse la pena di ripulire tutti quei vecchi arnesi? Per mezzo di un miracolo egli era stato strappato a una vita divenuta intollerabile....
Pensò alla sua condizione attuale: invano lottava coi fatti. Era una matassa molto imbrogliata.
A traverso il ventilatore scorse un lembo di cielo rosato dall’aurora.... un’antica abitudine s’impadronì ancora di lui fra gli oscuri ripostigli della sua memoria.
— Bisogna dormire, — disse.
Il riposo gli apparve come un delizioso conforto alla sua angustia morale, al suo dolore, alla pesantezza sempre crescente delle sue membra: perciò si diresse al suo letticciuolo così bizzarro, vi si stese e non tardò ad addormentarsi....
In verità doveva familiarizzarsi con quell’appartamento prima di lasciarlo, poichè vi restò chiuso per tre interi giorni, durante i quali, nessuno, eccettuato Howard, entrò nella sua prigione. La stranezza dei suo destino, si confondeva con quella della sua sopravvivenza e diminuendola in parte, egli aveva fatto la sua riapparizione nella vita unicamente per esserne strappato e gettato in quell’inesplicabile solitudine. Howard veniva regolarmente a trovarlo, portando seco fluidi sottilmente nutrienti e refocillanti, pietanze leggiere e gradevoli, affatto nuove per Graham. Entrando, egli chiudeva accuratamente la porta: ad ogni insignificante domanda del suo prigioniero aumentava la sua gentilezza, ma in quanto ai rapporti esistenti fra Graham e i grandi avvenimenti che in un modo così misterioso succedevano dietro quelle mura impenetrabili, Howard si rifiutava di dare la più piccola spiegazione. Del resto egli eludeva il<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Accolturato" />{{RigaIntestazione||{{smaller|''Nelle stanze silenziose''}}|81|riga=sì}}</noinclude>{{nop}}
— Peuh! — fece Graham. — In ogni modo tenete bene a mente le mie parole: «Quelli che mi hanno messo qui se ne pentiranno». Sono vivo, non dubitate, son proprio vivo: ogni giorno il mio polso è più vigoroso e la mia mente più chiara. Il letargo è finito. Sono un uomo tornato in vita e voglio vivere...
— Vivere!
La faccia d’Howard si illuminò sotto l’effetto di un’improvvisa ispirazione. Si avvicinò a Graham e parlò con tono di cordialità e di confidenza.
— È per il vostro bene che il Consiglio vi rinchiude qui. Voi siete agitato. Naturalmente... un uomo energico. Non vi divertite affatto qui. Ma noi teniamo a cuore che ogni vostro desiderio sia... Forse vorreste... un po’ di compagnia?
Regnò un silenzio pieno di sottintesi.
— Sì, — fece Graham con aria pensosa. — Ho un desiderio.
— Ah! ci siamo! Infatti questo è per parte nostra una dimenticanza imperdonabile.
— Quella folla in quelle strade laggiù...
— Per questo, — disse Howard, — temo che... Ma... voi non desiderate avere un po’ di compagnia?
Howard restò in piedi vicino alla porta e osservava Graham che passeggiava in giù e in su per la stanza incerto sul vero senso di quell’offerta. Compagnia? Ammettendo che egli accettasse, che domandasse un po’ di compagnia... Sarebbe stato possibile di raccogliere nella conversazione qualche vaga idea della lotta scoppiata nel momento del suo risveglio? Meditò ancora, e la proposta gli apparve sotto il suo vero aspetto: allora volgendosi bruscamente ad Howard:<noinclude>{{smaller|{{PieDiPagina|WELLS. ''Quando il dormiente si sveglierà''||}}}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Accolturato" />{{RigaIntestazione|82|{{Sc|quando il dormente si sveglierà}}|riga=sì}}</noinclude>{{nop}}
— Che cosa intendete per compagnia?
Howard volse gli occhi al cielo alzando le spalle.
— Degli esseri umani, — rispose con uno strano sorriso sulla grossa faccia. — Le nostre idee sociali sono certo... più liberali di quelle de’ vostri tempi... Se un uomo desidera sfuggire alla noia che l’opprime... come nel caso vostro... in compagnia di una donna, per esempio... non ci vediamo nessun male. Noi abbiamo sbarazzato il nostro spirito da inutili formule. Nella nostra città esiste una classe necessaria, discreta... che non è più disprezzata come una volta...
Graham rimase stupito.
— Così passerete più facilmente il tempo, — continuò Howard. — Forse dovevo avervi già pensato, ma, francamente, v’erano tante altre cose...
E indicava il mondo esterno. Graham esitò: per un momento l’immagine di una donna creata improvvisamente dalla sua fantasia, s’impadronì del suo spirito con un’intensa seduzione: ma poi ebbe un lampo di collera.
— No, — esclamò camminando a gran passi per la stanza. — Tutto ciò che voi dite, tutto ciò che voi fate mi ha convinto... che esiste un qualche grande avvenimento in cui sono implicato... Non ho nessuna voglia di passare il tempo nel modo che mi proponete. Sì: lo so, il desiderio e la sodisfazione compendiano la vita, in un senso... ed anche la morte, l’annientamento? Nella mia prima esistenza, prima di addormentarmi, ho lavorato intorno a questa misera questione: ora non voglio più ricominciare. So che qui esiste una città, una folla in rivoluzione... e durante questo tempo... io sono come un coniglio preso al laccio...<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione||{{smaller|''Sui tetti''}}|93|riga=sì}}</noinclude>{{nop}}
Graham vide tutto questo in un sol colpo e sommariamente mentre i suoi salvatori gli andavano dietro.
Intanto qualcuno gli gettò sulle spalle un morbido mantello, di una stoffa simile alla pelliccia, terminato da fibbie che lo chiudevano. Si parlava brevemente e con tono risoluto: prima però che egli avesse potuto farsi un’idea esatta dello spettacolo che gli si offriva dinanzi, una forma scura s’impadronì del suo braccio e lo trascinò via.
— Di qui, — e lasciandosi trasportare, Graham vide che gli si indicava a una certa distanza sul piano regolatore del tetto, una nebbia vaporosa semisferica confusamente lucente. Obbedì.
— Attenzione, — diceva qualcuno vedendo che Graham inciampava in un canapo. — Mettete il piede nell’intervallo ma non sopra; bisogna far presto.
— Ma il popolo dov’è? — domandò Graham. — Il popolo che m’aspetta, come dicevate prima....
Lo straniero non rispose e abbassando il braccio di Graham perchè il sentiero si faceva sempre più stretto, camminò davanti a lui a rapidi passi. Graham lo seguiva ciecamente: un minuto dopo, correva.
— E gli altri vengono? — domandò ansimando.
Di nuovo nessuna risposta: il suo compagno lanciò un’occhiata indietro e continuò poscia a camminare. Giunti a una specie di graticolato, trasversalmente alla direzione da cui provenivano, l’attraversarono. Anche Graham si voltò indietro, ma la tormenta di neve nascondeva gli altri compagni.
— Sempre avanti, — ripetè la guida.
Con rapida corsa si approssimavano ora ad un piccolo mulino a vento che girava ad un’altezza considerevole.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione|94|{{Sc|quando il dormente si sveglierà}}|riga=sì}}</noinclude>{{nop}}
— Abbassatevi, — avvertì la guida, per evitare di battere contro una fune lunghissima che arrivava stridendo fino a raggiungere il cardine della ruota del mulino. — Di qui, — e affondarono fino alla noce del piede in una grondaia piena di neve fusa, passando fra due parapetti di metallo, che in breve si elevarono fino a mezza vita.
— Io sarò il primo a passare, — disse la guida.
Graham si strinse ancora di più il mantello intorno alle spalle e seguì il compagno. Ad un tratto si trovarono dinanzi ad un abisso strettissimo attraversato dalla grondaia per andare a perdersi poi nelle tenebre. Per spirito di curiosità Graham volle vedere, appoggiandosi al parapetto, il fondo del sottostante abisso, ma dovè deplorare alquanto la sua fuga irriflessiva, perchè fu colto dalle vertigini e cadde nella neve liquefatta.
Usciti poi dalla grondaia, essi si slanciarono per un vasto spazio piano ricoperto di neve fusa: qua e là questo spazio era trasparente e debolmente illuminato da lumi che apparivano e sparivano....
Sostò di fronte a questo piano apparentemente così poco solido, ma la guida continuò la sua corsa senza curarsene, e sdrucciolando quasi ad ogni passo, arrivarono alla base di una cupola di cristallo attorno a cui girarono. Assai lontano, in basso, si capiva che qualcuno ballava e l’eco della musica giungeva fino a loro a traverso quel cono di cristallo. Parve a Graham di udire un grido di aiuto fra il rumore della tormenta, ma la guida lo incitò ad affrettare ancora più il passo. Arrampicandosi e ansimando raggiunsero un luogo da cui si elevavano enormi mulini a vento fra i quali uno di dimensioni così grandi che soltanto le estremità<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione|96|{{Sc|quando il dormente si sveglierà}}|riga=sì}}</noinclude>{{nop}}
— Avanti! — gli gridò la guida con una certa inquietudine nella voce. — Avanti!
Graham con uno sforzo raggiunse la cima del tetto. Sull’altro pendìo, seguendo l’esempio della propria guida, si voltò indietro, lasciandosi trascinare rapidamente in mezzo ad una piccola valanga di neve. Mentre strisciava così, pensava che se avesse trovato un foro aperto sul suo cammino, egli sarebbe stato irremissibilmente perduto.
Raggiunta la cima si risollevò, inciampò e s’ingolfò fino ai garetti nella neve, ringraziando il Cielo però di ritrovarsi sopra ad un suolo più resistente. La guida sorpassava già un tramezzo di metallo che chiudeva uno spazio orizzontale. Fra i fiocchi di neve divenuti più radi s’intravedeva un’altra linea immensa di mulini a vento: ad un tratto un rumore assordante si confuse con quello dell’ali dei mulini in movimento; era il fischio acutissimo di una macchina a vapore talmente intenso che sembrava uscisse simultaneamente da tutti i punti dell’orizzonte.
— Si sono accorti della nostra fuga, — esclamò la guida con accento di terrore e nello stesso tempo l’oscurità fu attraversata da un chiarore abbagliante.
Sopra i turbini di neve, sopra alle sommità dei mulini a vento, si drizzavano immensi sostegni dalla cui cima scaturivano potenti fasci di luce descrivendo giri illimitati in tutte le direzioni e il loro splendore si stendeva a perdita d’occhio.
— Arrampicatevi lassù, — disse la guida a Graham, e lo spinse innanzi verso un lungo reticolato di metallo che faceva l’effetto di un nastro nero fra due striscie di neve.
Da questo s’innalzava una piccola nube di vapore<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione|102|{{Sc|quando il dormente si sveglierà}}|riga=sì}}</noinclude>{{nop}}
Egli udì un grido di rabbia degli aereonauti: due ginocchi gli si conficcarono addosso, facendolo disperatamente precipitare con una folle velocità nell’abisso. Tutta la sua forza era nelle sue mani e avrebbe volentieri mandato gridi acuti se non gli fosse mancato la forza.
Passò come un proiettile in una luce abbagliante che gli fece raddoppiare la sua stretta: ed allora riconobbe il gran passaggio delle strade mobili, le lampade sospese e le sbarre intrecciate: pareva che tutto ciò gli saltasse addosso e per un momento ebbe la sensazione di un abisso spalancato davanti a’ suoi occhi pronto ad inghiottirlo. Di nuovo si trovò nell’oscurità cadendo a poco a poco, aggrappandosi colle mani raggricchiate, indolenzite.... ad un tratto però brillò una gran luce ed egli si trovò in un vestibolo splendidamente illuminato, stordito dal fracasso che faceva il popolo sotto i suoi piedi.
Il popolo! Il suo popolo! Un proscenio; un vessillo gli vengono incontro.... e Graham sentì che la corda scendeva a destra verso un’apertura circolare; tal movimento divenne più lento ad ogni minuto; secondo, in modo da poter distinguere queste voci:
— Salvato! Il maestro è salvo!
Il vessillo si avvicinava a lui con una velocità minore.... Quindi udì l’uomo aggrappato dietro a lui emettere un grido come terrorizzato all’improvviso, e tal grido echeggiò ripetutamente in basso. Capì di non scivolar più lungo la fune ma di cadere insieme ad essa: ancora un fracasso, ancora dei gridi d’ogni specie.... la sua mano stesa s’imbattè in qualche cosa di molle, mentre l’urto d’una caduta moderata gli scosse il braccio.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Luigi62" />{{RigaIntestazione||''Sui tetti''|103|riga=sì}}</noinclude>{{nop}}
Graham avrebbe desiderato di rimanere immobile e fermo, e il popolo lo sollevava: gli pareva che lo trasportassero verso la piattaforma e che gli facessero prendere una bevanda, ma non ne fu mai certo. Non sapeva più nulla della sua guida.... Quando ebbe superato quella vertigine si trovò daccapo in piedi: alcune mani premurose lo aiutavano a tenersi ritto in mezzo ad una grande alcova che ricordava alla sua anteriore esperienza i palchi d’un teatro.... Forse era veramente un teatro.... Il tumulto lo stordiva, pareva un infierir di tempesta.... Una moltitudine immensa lo acclamava e gridava:
— È il Dormente! Il Dormente è con noi! Il maestro! Il padrone! Il maestro è con noi ed è salvo!
Graham ebbe la incerta visione di un enorme atrio stipato di gente: non distingueva gli individui, ma ebbe soltanto coscienza di una marea montante di facce umane, di braccia, di vestiti agitati; e sentì vivamente l’occulta influenza di una folla immensa che si slanciava verso di lui, sollevandolo. Vi erano balconi, gallerie, grandi passaggi a vôlta che offrivano le più lontane prospettive, e dappertutto il popolo denso e ammucchiato, agitato e plaudente. In terra il canapo caduto giaceva quale enorme serpente: era stato tagliato all’estremità superiore dagli uomini della macchina volante ed era venuto a sprofondare in quel vestibolo.
Sembrava che alcuni volessero sbarazzarsi del canapo per far posto, ma l’insieme dello spettacolo rimaneva vago; tutto l’edifizio palpitava e trasaliva al mugghiar delle voci. Graham era in piedi ancora non sicuro della sua situazione, guardando coloro che gli erano vicini.... ad un tratto sentì sorreggersi per un braccio.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione|104|{{Sc|quando il dormente si sveglierà}}|riga=sì}}</noinclude>{{nop}}
— Conducetemi in una stanza piccola, — supplicò piangendo, — in una stanza piccola....
Non potè dir di più: un uomo vestito di nero lo prese per l’altro braccio, ed egli si accorse che una porta si schiudeva davanti a lui.... quindi fu condotto ad una sedia.... egli traballò, si sedette pesantemente cuoprendosi la faccia colle mani. Tremava con violenza: la sua resistenza nervosa era al colmo. Senza che se ne accorgesse fu sbarazzato del mantello; egli fece soltanto osservare che quella specie di pantaloni che gli avevan fatto mettere eran bagnati e tutti neri....
Ancora altre persone che gli correvano incontro, ancora nuove cose che si svolgevano davanti a’ suoi occhi, ma per un certo tempo egli non fece attenzione a nulla.
Egli era sfuggito al Consiglio. Migliaia di grida glielo ripetevano: egli era salvo. Il popolo era con lui. Fece per un momento violenti sforzi per respirare, quindi rimase tranquillo a sedere col volto fra le mani.... L’aria era scossa dalle grida di una folla innumerevole.<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione|106|{{Sc|quando il dormente si sveglierà}}|riga=sì}}</noinclude>{{nop}}
Graham osservando le labbra dell’uomo vestito di nero, capì che questi era disposto a dargli una sommaria spiegazione. Con sguardo vago contemplò stupito tutte quelle coste intorno a lui, quindi si alzò bruscamente e impadronendosi con forza del braccio di colui che parlava:
— Ditemi, — supplicò, — chi sono io? Chi sono io?
Gli altri si approssimarono per udir meglio.
— Chi sono io?
I suoi occhi esaminavano avidamente quelle facce.
— Non gli hanno detto nulla! — esclamò la fanciulla.
— Parlate, parlate! — gridava Graham.
— Voi siete il Padrone della terra! Voi siete il possessore della metà del mondo!
Graham non ci poteva credere.... e rifiutò di persuadersi, e finse di non intendere, di non capire.... Nuovamente alzò la voce:
— Sono tre giorni che mi sono svegliato.... e tre giorni che son sequestrato.... Suppongo che ci sia un contrasto fra una parte degli abitanti della città.... e coloro che si riuniscono nel gran salone dove sta l’Atlante bianco? Che cosa c’entro io in tutto ciò? E che cosa può farmi tutto questo? Come?... Perchè?...
Ecco quello ch’io non so.... Mi sembra che durante il mio sonno il mondo sia diventato pazzo.... o lo son diventato io.... Chi sono quei Consiglieri sotto l’Atlante?... Perchè.... vorrebbero tentare di darmi dei sonniferi?
— Per farvi cader nuovamente in letargo, — spiegò l’uomo vestito di giallo, — e per impedirvi d’intervenire.
— Ma perchè?<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione||''Il popolo è in marcia ''|107|riga=sì}}</noinclude>{{nop}}
— Perchè siete voi l’Atlante; o Sire. Il mondo posa sulle vostre spalle ed è governato in nome vostro....
Intanto nell’atrio non si udiva più alcun rumore, e vi regnava un silenzio turbato soltanto da una voce unica, monotona: poi improvvisamente sorse un chiasso sfrenato: un mormorio e un rumore assordante....
gli evviva, le molteplici acclamazioni si rinnovarono....
voci fioche, voci sonore si urtavano e s’intrecciavano....
E finchè durò tutto quello schiamazzo, coloro che erano nella piccola stanza non si sentirono parlare....
Graham in piedi, avvinceva disperatamente il suo spirito a ciò che gli avevano detto...
— Il Consiglio.... — ripeteva balbettando: poi gli tornò ad un tratto in mente un nome che l’aveva colpito: — Ma chi è Ostrog? — domandò.
— È l’organizzatore.... l’organizzatore della rivolta....
Il nostro capo.... nel nome vostro....
— Nel mio nome?... E voi?... Perchè egli non è qui?
— Noi siamo i suoi rappresentanti. Io sono il suo fratellastro: Lincoln. Egli vuole che voi vi mostriate a tutti e che poi andiate da lui. Ecco perchè ci ha mandato. Esso è nell’ufficio dei «Motori a vento» che dirige.... Il popolo è in marcia....
— Nel vostro nome, — gridò il più giovane dei due, — hanno governato, calpestato, tiranneggiato. Ma finalmente....
— Nel mio nome! Il mio nome!
Durante una bonaccia momentanea del frastuono esteriore, il giovane dal rosso naso aquilino e dai folti mustacchi potè farsi udire: egli gridava, irritato, con voce alta:
— Nessuno si aspettava che vi svegliaste. Erano<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione||{{smaller|''Il “hall„ dell’Atlante''}}|67|riga=sì}}</noinclude>{{nop}}
— Bisogna che aspettiate. È assolutamente necessario.
Graham sedette bruscamente.
— Credo che, giacchè ho aspettato tanto per ritornare in vita, è meglio che aspetti ancora un poco.
— È molto meglio, — approvò Howard. — Sì, ciò è molto meglio. Ora bisogna che vi lasci solo per un momento.... mentre assisterò alla deliberazione del Consiglio.... Mi dispiace....
E si diresse silenzioso verso la porta, davanti a cui esitò un poco, ma poi sparve. Graham si avanzò verso quella porta, tentò di aprirla, la trovò ermeticamente chiusa con un sistema per lui incomprensibile, fece un mezzo giro, passeggiò febbrilmente per la stanza, e finì col mettersi a sedere. Rimase per alcuni minuti colle braccia incrociate sul petto, le sopracciglia corrugate, mordendosi le mani e sforzando di riordinare nella sua mente le differenti scene del caleidoscopio in quella prima ora di resurrezione; i vasti spazii meccanici, la enorme lotta che infieriva in quelle vie strane, le interminabili serie di sale e di corridoi, il piccolo gruppo lontano di quegli antipatici personaggi sotto la colossale statua di Atlante, e finalmente il misterioso contegno di Howard.
Già intravedeva qualche immensa eredità — un’eredità illecitamente impiegata — che gli dava una potenza e delle prerogative senza esempio.... Che doveva fare? E il silenzio di quella camera chiusa testimoniava abbastanza eloquentemente la sua prigionia.
Nello spirito di Graham si formò la convinzione irresistibile che quella serie d’impressioni magnifiche fosse un sogno.
Volle chiudere gli occhi e vi riuscì, ma quando li<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione||''Il popolo è in marcia''|111|riga=sì}}</noinclude>mente il centro del teatro, proprio in faccia al popolo e di nuovo si trovò in quella specie di alcova. Immantinente le onde crescenti del canto furon soffocate da una tempesta di acclamazioni.
Quel vestibolo era un luogo vasto e complesso:
formato di gallerie, di balconi, di larghe balaustrate, di scalini disposti ad anfiteatro, e di grandi arcate.
In lontananza, lassù in alto pareva l’imboccatura di un enorme fiume pieno di umanità brulicante.... La folla oscillava in masse compatte: alcune facce scaturivano da quel tumulto, attiravano momentaneamente l’attenzione di Graham, disperdendosi di nuovo indefinite. Vicino alla piattaforma, sulle spalle di tre uomini stava una donna superbamente bella, dalle chiome bionde disciolte lungo il volto, la quale vibrava in aria un’asta verde. Accanto a questo gruppo, un vecchio dalla faccia rovinata, vestito di tela azzurra, stava fermo in mezzo a quello scompiglio con difficoltà, e più lontano ancora si vedeva muovere una testa senza capelli, e la grande cavità di una bocca senza denti. Una voce gridò improvvisamente questa enigmatica parola:
— Ostrog.
Tutte le impressioni di Graham erano vaghe all’infuori dell’emozione vivissima di quel canto cadenzato che la folla accompagnava coi piedi, battendo il tempo, rrrran.... rrrran.... rrrran....
Le armi verdi si agitavano, brillavano e si piegavano: poi Graham vide che coloro i quali gli erano più vicino davanti alla scena, si erano incamminati verso un gran passaggio centinato {{ec|a|e}} gridavano: «Al Consiglio» battendo i piedi cadenzatamente. Egli alzò il braccio: gli urli raddoppiarono: allora si ricordò<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione||''La battaglia nelle tenebre''|117|riga=sì}}</noinclude>{{nop}}
Gli enormi globi bianchi si tinsero di porpora con uno splendore rossastro, tremolando lesti lesti come pronti a spegnersi finchè divennero delle semplici macchie di fuoco rossastre e offuscate nell’oscurità immensa. In capo a dieci secondi l’estinzione terminò, e non ci fu più che un sordo muggito nelle tenebre, un abisso nero aveva subitamente inghiottito quelle miriadi folgoranti di uomini.
Egli sentiva degli esseri invisibili presso di sè, si sentì afferrare per le braccia, e qualche cosa lo colpì al mento lasciandogli un dolore acuto.
— Così va bene, così va bene, — gli urlò una voce nell’orecchio.
Graham, superata l’impressione di questo primo stupore, ed avanzandosi, venne ad urtare colla fronte in quella di Lincoln.
— Che significano queste tenebre? — domandò egli.
— Il Consiglio ha interrotto le correnti che rischiarano la città; bisogna attendere, fermarsi. Il popolo continuerà a camminare.... egli....
Il resto della risposta si perse; delle voci gridavano: «Salvate il Dormente! Proteggete il Dormente!» Una guardia inciampò contro Graham e inavvertitamente lo colpì alla mano con l’arma. Un violento tumulto scoppiò e s’agitò intorno a lui, diventando, almeno così gli sembrava, più assordante, più intenso, più furioso ad ogni minuto. Alcuni frammenti di frasi percettibili erano diretti verso di lui e si perdevano allorquando il suo spirito si sforzava di udirli. Degli ordini contradittorii s’incrociavano, altri vi rispondevano.
Tutto ad un tratto al di sotto di essi e vicinissimo si udirono delle grida acute: — La Polizia Rossa! — strillò qualcuno nel suo orecchio, poi questi si<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione||''La battaglia nelle tenebre''|123|riga=sì}}</noinclude>{{nop}}
Il rumore dei colpi di fuoco cessò e il calpestio e le voci s’assopirono. Egli urtò in uno scalino, inciampò e cadde; ma nello stesso tempo l’oscurità fu interrotta da raggi di luce intensa, il muggito aumentò e lo splendore d’una quinta stella bianca brillò a traverso le vaste aperture del teatro. Allora rotolò sopra a qualche sedile, intese dei gridi e il crepitio mormorante delle armi, fece uno sforzo per rialzarsi, ma un urto di nuovo lo respinse indietro. Egli s’accorse che un certo numero d’uomini con l’insegne nere lo accerchiavano facendo fuoco sopra le vesti rosse in basso, saltando di sedile in sedile, rannicchiandosi dietro le spalliere per ricaricare le loro armi. Instintivamente s’accoccolò egli pure nel mezzo delle sedie perchè le palle perdute venivano a strisciare i cuscini pneumatici e a fare dei grandi sfregi lucidi sulle loro leggere coperte metalliche, e instintivamente ancora osservò la direzione dei passaggi, cercò con lo sguardo la strada dove avrebbe avuto più probabilità di salvarsi appena che le tenebre fossero cadute. Un giovane vestito d’un bleu sbiadito si avanzò arrampicandosi sui sedili.
— Attenzione! — gridò con i piedi in aria a sei pollici al di sopra del Dormente, e appuntellato sopra due spalliere aprì due occhi feroci senza aver l’aria di riconoscer nessuno, alzò la sua arma e fece fuoco; poi si disponeva a tirare ancora gridando: — Morte al Consiglio — quando sembrò che metà del suo collo sparisse immediatamente. Uno schizzo tiepido cadde sulla gota di Graham; e l’arma verde alzata a metà si arrestò. Un istante l’uomo restò immobile con i tratti immediatamente irrigiditi, poi si chinò in avanti, gli si piegarono i ginocchi e ruzzolò<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione|126|{{Sc|quando il dormente si sveglierà}}||riga=sì}}</noinclude>nando queste idee lo ricondusse a Pentargen, alla cascata che tremolava al vento, e a tutti gli oscuri splendori della costa soleggiata della Cornovaglia. Il contrasto dava a queste cose una apparenza d’irreale; poi l’abisso si colmava ed egli cominciava a comprendere la sua situazione.
Non era più assolutamente un enigma, come nelle camere silenziose, ora si disegnava per lo meno in un contorno bizzarro e vero. Egli si trovava senza saper come, possessore della metà del mondo e formidabili partiti politici erano in lotta per impossessarsi della sua persona. Da una parte, il Consiglio bianco con la Polizia Rossa, risoluto ad usurpare la sua proprietà e forse a sopprimere lui stesso; dall’altra la Rivoluzione che l’aveva liberato con l’invisibile Ostrog che la guidava: e tutta la gigantesca città era sconvolta da questa lotta. Furioso impazzamento di questo mondo trasformato.
— Io non capisco! io non capisco! — esclamava.
Era riuscito a liberarsi dai partiti in contrasto e ora si trovava solo in quella pace del crepuscolo.
Che accadrebbe in seguito? Che cosa succedeva adesso? Egli si figurava gli uomini vestiti di rosso inviperiti per impadronirsi di lui e respingenti davanti a loro gli insorti dalle insegne nere. In tutti i casi la sorte gli permetteva di respirare un poco, e poteva, senza rischiare d’essere disturbato, nascondersi e osservare il corso degli avvenimenti. Il suo sguardo percorreva l’immensità inestricabile e oscura degli edifizi tenebrosi; e si ricordò, come un fenomeno d’una stranezza infinita, che al di sopra di tutto ciò il sole adesso si levava e che il mondo risplendeva raggiante sotto la chiarezza famigliare del giorno.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione||''La battaglia nelle tenebre''|127|riga=sì}}</noinclude>{{nop}}
Questa volta ebbe tempo di riprender fiato. Le sue vesti bagnate dalla neve si erano già asciugate. Percorse qualche miglio lungo quelle vie immense nel crepuscolo non parlando a nessuno, non accostandosi a nessuno, figura oscura tra le figure oscure, uomo del passato risorto alla vita attuale, possessore incosciente della metà della terra. Dappertutto ove c’era luce e folla o qualche sovreccitazione eccezionale egli temeva d’esser riconosciuto; spiava, voltava le spalle e saliva o discendeva le scale di mezzo, raggiungendo qualche sistema trasversale di strade, a livello più basso o più alto. Quantunque non constatasse più nessuna rissa, la città intera era in movimento e una volta gli toccò di fuggire di corsa per evitare una moltitudine che insorse occupando la larghezza della strada. Tutta la popolazione pareva prender parte alla sommossa e i combattenti erano in maggior parte degli uomini e portavano degli oggetti che dovevano essere delle armi.
Il conflitto ferveva nel quartiere da cui era venuto, ed a ogni minuto un muggito lontano gli arrivava agli orecchi indicando che le ostilità continuavano.
Allora fu combattuto dalla prudenza e dalla curiosità, ma la prudenza prevalse ed egli pensò bene d’allontanarsi dal parapiglia. Camminava ora senza incontrare ostacoli ma sospettoso a traverso l’oscurità.
Ben presto cessò di sentire gli echi, pure soffocati, della battaglia; le persone passavano vicino a lui sempre meno numerose e finalmente le strade titaniche divennero deserte. Le facciate degli edifizi avevano un aspetto brutto e severo; anzi si sarebbe detto una regione di magazzini vuoti. Un sentimento di solitudine s’impossessò di Graham. Egli si mise a cammi-<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione||''La battaglia nelle tenebre''|127|riga=sì}}</noinclude>{{nop}}
Questa volta ebbe tempo di riprender fiato. Le sue vesti bagnate dalla neve si erano già asciugate.
Percorse qualche miglio lungo quelle vie immense nel crepuscolo non parlando a nessuno, non accostandosi a nessuno, figura oscura tra le figure oscure, uomo del passato risorto alla vita attuale, possessore incosciente della metà della terra. Dappertutto ove c’era luce e folla o qualche sovreccitazione eccezionale egli temeva d’esser riconosciuto; spiava, voltava le spalle e saliva o discendeva le scale di mezzo, raggiungendo qualche sistema trasversale di strade, a livello più basso o più alto. Quantunque non constatasse più nessuna rissa, la città intera era in movimento e una volta gli toccò di fuggire di corsa per evitare una moltitudine che insorse occupando la larghezza della strada. Tutta la popolazione pareva prender parte alla sommossa e i combattenti erano in maggior parte degli uomini e portavano degli oggetti che dovevano essere delle armi.
Il conflitto ferveva nel quartiere da cui era venuto, ed a ogni minuto un muggito lontano gli arrivava agli orecchi indicando che le ostilità continuavano.
Allora fu combattuto dalla prudenza e dalla curiosità, ma la prudenza prevalse ed egli pensò bene d’allontanarsi dal parapiglia. Camminava ora senza incontrare ostacoli ma sospettoso a traverso l’oscurità.
Ben presto cessò di sentire gli echi, pure soffocati, della battaglia; le persone passavano vicino a lui sempre meno numerose e finalmente le strade titaniche divennero deserte. Le facciate degli edifizi avevano un aspetto brutto e severo; anzi si sarebbe detto una regione di magazzini vuoti. Un sentimento di solitudine s’impossessò di Graham. Egli si mise a cammi-<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione|128|{{Sc|quando il dormente si sveglierà}}||riga=sì}}</noinclude>nare più lentamente, ma si stancava e spesso spesso s’arrestava, si sedeva in disparte sopra uno dei numerosi sedili delle vie superiori. Una agitazione febbrile, prodotta dal pensiero della parte che egli aveva in questa lotta non gli permetteva di restare più a lungo nello stesso posto. Era egli l’unica causa di questo sollevamento? In un luogo triste fu sorpreso da una scossa di terremoto seguita da un fracasso spaventevole e da un rumore di tuono; un soffio potente d’aria fredda passò a traverso la città, ed egli udì un fracasso di vetri enormi che si spezzavano, degli edifici che crollavano, una serie di crolli giganteschi. Un ammasso di vetri e ferri piombò dall’altezza del tetto nelle gallerie di mezzo, quasi cento metri da lui, mentre che in lontananza si udiva galoppare e gridare. Egli pure scosso da un sussulto incognito si sentiva preso da un’attività senza limiti; si slanciò dapprima in una direzione, poi ritornò indietro senza sapere il perchè.
Un uomo arrivò correndo e Graham riprese allora il suo impero su sè stesso.
— Che hanno fatto saltare? — domandò quell’uomo affannato. — Era proprio un’esplosione? — Ma avanti che Graham avesse avuto il tempo di rispondere egli era già lontano.
I grandi edifizi s’inalzavano nell’ombra velati da un triste crepuscolo, quantunque la piccola striscia di cielo là in alto annunziasse un giorno raggiante.
Egli notò dei motti strani, dei quali non ne comprese uno sul momento; e decifrò pure un buon numero di quelle iscrizioni in caratteri fonetici. Ma quale profitto si può avere a decifrare delle lettere bizzarre quando dopo una tensione penosa dell’occhio e dello spirito,<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione||{{smaller|''Il vecchio che sa tutto''}}|133|riga=sì}}</noinclude>{{nop}}
Graham si lambiccava il cervello. Egli azzardò:
— Il Consiglio ha pochi amici fra il popolo?
— Pochi e meschini amici ancora. Hanno fatto il loro tempo. Eh! essi avrebbero dovuto regolarsi bene i tristi. Ma due volte hanno barattato le elezioni, e Ostrog.... Ora il conflitto è scoppiato e niente può arrestarlo, niente; due volte hanno eliminato Ostrog.... Ostrog il gran conduttore. Mi hanno parlato della sua collera nel momento, era terribile. Che il cielo li protegga! perchè niente sulla terra può salvarli, ora che egli ha sollevato contro di essi le compagnie del lavoro. Tutta la tela turchina armata è in marcia. Egli andrà fino alla fine.... andrà fino alla fine.
Indi restò un istante silenzioso.
— Questo Dormente, — insinuò egli, poi s’arrestò.
— Sì.... ebbene? — domandò Graham.
La voce senile s’abbassò in un bisbiglio confidenziale e il viso pallido e confuso s’approssimò:
— Il vero Dormente....
— Sì, — disse Graham.
— È molto tempo che è morto.
— Che? — fece Graham vivamente.
— Sono degli anni che è morto.... degli anni....
— Non è possibile, — gridò Graham.
— Davvero, è come io vi dico. Egli è morto. Il Dormente che si è svegliato, essi l’hanno cambiato durante la notte. Un povero diavolo che hanno falsificato, e al quale hanno fatto perdere la testa; ma io non devo dire tutto ciò che io so, non m’importa ch’io dica tutto, — e brontolò delle parole inintelligibili. — Ma il secreto era troppo pesante per lui: — Io non conosco punto quelli che l’hanno immerso nel sonno.... era avanti il mio tempo.... ma io conosco<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione||{{smaller|''Il vecchio che sa tutto''}}|135|riga=sì}}</noinclude>bre! Tali cose non si sono viste da dodici dozzine d’anni. Eh! eh! va male per i piccoli, quando i grandi s’azzuffano, va male.
— Dite che non ci è stato.... che cosa?... da una grossa d’anni?
— Eh? — fece il vecchio e borbottò qualche cosa come «smozzicare le parole» obbligando Graham a ripetere tre volte la sua domanda. Poi riprese: — Dei combattimenti e delle stragi con le armi alla mano, e degli imbecilli che si sfiatano in nome della libertà, e tutto ciò che segue.... Nella mia vita, non ci è stato niente di uguale.... Si ricomincia come nel tempo antico.... è certo.... quando il popolo di Parigi si è sollevato.... saranno più di quattrocento anni. Ecco ciò che non si è più visto da.... ma così va il mondo. Bisognava che ciò accadesse. Io lo so; io lo so. Sono cinque anni che Ostrog lavora e ci è stato la discordia, l’imbroglio, la fame, delle minacce, delle grandi parole, delle armi, delle vesti di tela turchina e delle recriminazioni. Tutto s’imbroglia e si sconnette; e adesso eccoci: la rivolta e la strage.... Il Consiglio è al termine del suo giro.
— Voi a quanto pare, siete bene informato su tutte queste cose, — notò Graham.
— Io dico ciò che ho udito da fonte sicura, e non solamente ciò che borbottano le macchine parlanti.
— Sicuramente! — disse Graham, domandandosi ciò che poteva essere una macchina parlante. — E voi siete certo che Ostrog ha organizzato la ribellione e che è lui che ha fatto risvegliare il Dormente.... unicamente per provare il suo potere, per vendicarsi di non essere stato ammesso nel Consiglio?
— Tutti sanno ciò, mi pare, — rispose il vecchio,<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione||{{smaller|''Il vecchio che sa tutto''}}|137|riga=sì}}</noinclude>{{nop}}
I due uomini si chetarono e prestarono l’orecchio. Un colpo sordo risuonò, seguito da una scossa che fece tremare i loro sedili. Dei passanti s’arrestarono, dissero qualche cosa fra loro; e il vecchio ansioso di informarsi rivolse alcune domande a un uomo che si avvicinava da quella parte. Graham incoraggiato da questo esempio si alzò e si accostò ad altri. Nessuno sapeva ciò che era successo. Ritornò al suo posto e trovò il vecchio borbottante delle vacue interrogazioni a bassa voce. Per qualche tempo non articolarono sillaba. La sensazione di questa lotta gigantesca sì prossima e pertanto così lontana opprimeva l’immaginazione di Graham. Il vecchio, diceva forse il vero? Ciò che raccontavano tutte quelle persone era esatto? Gli insorti avevano il vantaggio? Ovvero erano tutti nell’errore, e le innumerevoli guardie rosse non cacciavano tutto davanti a loro? Ad ogni istante il fiotto della mischia poteva riversarsi in quel quartiere silenzioso e trascinare di nuovo Graham. Era utile per lui d’informarsi più che poteva mentre che aveva agio di poterlo fare. Si volse subitamente verso il vecchio pronto a fargli mia domanda che non osò proferire, ma questo movimento istigò il vecchio a riprendere il suo monologo.
— Eh! ma come le cose prendono il loro verso! Questo Dormente in cui tutti gli imbecilli hanno riposto la loro speranza, io so la sua storia tutta intera.... Io sono stato sempre buono per le storie. Quando ero fanciullo.... e ciò non ci ringiovanisce.... io leggeva molti libri stampati. Non lo credereste, senza dubbio voi non ne avete mai veduti.... Essi marciscono o cadono in polvere al punto che l’Amministrazione sanitaria li brucia, e ne fa un’eccellente {{Pt|li-|}}<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione||{{smaller|''Il vecchio che sa tutto''}}|139|riga=sì}}</noinclude>mettere degli azionisti, lasciò tutto al Dormente istituendo un Consiglio d’amministrazione che aveva scelto e formato lui stesso. Egli sapeva allora che il Dormente non si sveglierebbe, ma che continuerebbe a dormire e dormire fino alla morte. Lo sapeva benissimo e poi, pàffete! Un Americano che aveva perduto due figli in mare aumentò il patrimonio con un’altra fortuna immensa. I commissari di Warming si sono trovati fin da principio alla testa d’una fortuna mobiliare e immobiliare che si elevava a più di dodici miriadi di leoni.
— Come si chiamava egli?
— Graham.
— No, voglio dire l’Americano.
— Isbister.
— Isbister, — esclamò Graham, — ma io non conosco neppure questo nome.
— Naturalmente! — disse il vecchio. — Naturalmente, non s’impara gran cosa nelle scuole d’oggi; ma io so tutto quello che occorre sapere su di lui. Era un ricco Americano, originario d’Inghilterra e lasciò al Dormente una fortuna più grande ancora di quella di Warming. Come l’aveva acquistata? lo ignoro. Una specie di preparato per dipingere i quadri a macchina.... Questa fortuna l’ha unita a quella del Dormente ed è con ciò che il Consiglio ha cominciato; dapprima era solamente un comitato d’amministratori.
— E come questa fortuna si è accresciuta?
— Eh! ma voi siete poco al corrente.... Il denaro attira il denaro.... e dodici cervelli valgono meglio di uno. Hanno manovrato abilmente, hanno fatto camminare la politica con il denaro, e hanno continuato ad accrescere queste ricchezze con l’aggio e il {{Pt|mo-|}}<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="PapaYoung89" />{{RigaIntestazione||— 20 —|}}</noinclude>
{{Ct|t=2|v=2|III.}}
{{Ct|v=2|'''All’Acqua Ascosa.'''}}
{{A destra|''Corsenna, 15 luglio 18...''|2em}}
Ci sono molti villeggianti a Corsenna. Li chiama la bontà dell’aria, a quattrocentosessanta metri soltanto sul livello del mare; li chiama il fresco di queste convalli, e finalmente lo spirito d’imitazione, che l’uomo ha comune con tanti altri animali. Uno ha provato, e s’è ritrovato bene; lo ha detto, e lo hanno seguito due altri; quei due a lor volta.... Ma no, non voglio rifarti l’enumerazione degli atti; mi basta di dirti che quest’anno tutti i villini dei dintorni sono occupati, ed anche molti quartierini in paese; dove per altro bi-<noinclude>
<references/></div></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="PapaYoung89" />{{RigaIntestazione||— 21 —|}}</noinclude>sogna adattarsi. Ma si è in campagna, e non si guarda nel sottile; tanto più che la gente, venuta per goder l’aria, sta in casa il meno che può. La vita villereccia è gaia: fanno scarrozzate ai paesi vicini; non disdegnano la vecchia invenzione degli omnibus, rinfrescata col nuovo nome di tranvai, che permette di andare qua e là per pochi soldi, in dodici o quattordici persone. Fanno concerti, la sera, con gran giubilo e maraviglia di questi naturali; ballano anche, mi si dice, dove col pianoforte, dove coll’organino di Barberia, e dove coll’''herofon'', un nuovo strumento macinatore di musica; necessario, in verità, perchè di simili arnesi non ce n’era abbastanza.
Te ne parlo per sentita dire, non andando io in nessun luogo. Vedo le brigate, passando; cappellini e cappelloni, gonne e casacche, guarnelli e vestaglie, roste, sciarpe, ombrellini, tutto un rigoglio di colori sgargianti, tutto un miscuglio di cose; ma per lo più da lontano. M’imbatto nella gente quando vado alla posta, per ritirare i miei giornali, le poche<noinclude><references/></div></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="PapaYoung89" />{{RigaIntestazione||— 22 —|}}</noinclude>lettere che mi vengon da casa o dai pochissimi amici che vogliono ricordarsi di me. Conosco appena tre o quattro famiglie di questi ospiti estivi; saluto, baratto alcune frasi di convenienza, e non mi accompagno mai. L’orso di Corsenna, mi chiamano.
È questa la notizia che mi ha dato un diavolo di ragazzino, nella sua terribile ingenuità, che ha fatta arrossire la sua mamma dalla radice del collo fino a quella dei capelli. Ebbene, sia, l’orso di Corsenna, e d’ogni luogo dove mi piaccia di andare. Non si viene egli al verde per goder libertà? Soddisfatto l’obbligo della leva, pagate le tasse, quante sono o vorranno essere in processo di tempo, faccia ognuno quel che gli pare.
Io, poi, vestito ordinariamente di tela, con un cappellaccio di sparto che ha la falda rialzata sulla nuca e tirata giù sul naso, con una mazza di nocciuolo, tagliata da me, e più lunga di quelle che usavano i Babilonesi (qui è utilissima per tener distanti i buoi e per mettere in fuga le serpi), non sono un figurino da far bella mostra in società. La-<noinclude><references/></div></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="PapaYoung89" />{{RigaIntestazione||— 23 —|}}</noinclude>scio agli altri la strada maestra, l’abitato e i dintorni dell’abitato; passo il ponte di legno e mi ritrovo sul mio. Per altro, non ci corro; m’indugio di qua e di là per i campi, aspettando a passare quando sono ben certo che nessuno mi veda. Se, Dio guardi, avessero a scoprire il mio regno, mi potrei tappare in casa; tanto la riva destra del fiume è invasa e corsa e ricorsa da questo gaio sciame “d’infanti, di femmine e di viri„. Alla riva sinistra, almeno in questo tratto per circa due miglia, non ci s’arrischia nessuno, perchè non mette a nessun luogo; mentre alla chiesuola di Santa Giustina, che è meta di scampagnate, si va più comodamente da un’altra via, per un ponte vero e sicuro, gittato all’estremità del paese. Così, dopo avere imitati nella mazza lunga i Babilonesi, ho imitati nella sottile accortezza i Fenicii, quando ebbero scoperta oltre le colonne d’Ercole la via delle isole Esperidi; faccio quanto posso per tener celata la mia direzione, e a buon conto non metto nessun sull’orma. Così il gran viale dei pioppi è mio; mio il grande tappeto verde,<noinclude><references/></div></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="PapaYoung89" />{{RigaIntestazione||— 24 —|}}</noinclude>mia l’acqua ascosa, che dietro la fila delle carpinelle va cercando il mulino, per ritrovarlo un mezzo chilometro più in giù.
Ho preso Orazio in compagnia; Orazio, per far la corte a te, che me lo hai citato; nella edizione civettuola del Murray, per far piacere a me, che amo tanto veder belli i libri buoni. Quel caro Orazio è il più vario di tutti i poeti del mondo: ha tutte le corde della lira; c’è Pindaro, in lui, ed Anacreonte, Saffo, Simonide, Alceo, e chi sa quanti altri smarriti della greca antichità, i quali ci si faranno ritrovare un giorno (voglio sperarlo, almeno) nelle fasce di qualche mummia egiziana del periodo alessandrino. Come li ha tutti condensati, il Venosino, esprimendoli tutti con quel sentimento della misura ch’è la vera dote del genio! come li ha tutti rivissuti in sè stesso, non già intarsiator diligente ed accorto, ma fonditore balioso e geniale, rendendoli come guizzi dell’anima sua, da tanti spiragli di sincerità, con tanti lumi di vero! Senza vantarmi, credo d’essere un po’ come lui; non nell’arte, intendiamoci, ma nel modo<noinclude><references/></div></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="PapaYoung89" />{{RigaIntestazione||— 25 —|}}</noinclude>di pensare e d’intender la vita. Egli amò la campagna per le sue intime bellezze naturali, dopo aver goduta la città nei suoi eleganti artifizi. Non odiava gli uomini, conoscendoli, e sapendone ridere; aveva in pregio gli amici, e amava qualche delicatezza nel vivere. Perchè rinunzieremmo alle grazie? Può mai dimenticarle, chi le ha conosciute e praticate una volta?
Amo Orazio, e mi godo qualche sua ode, centellinando, assaporando le strofe, in mezzo a quei fregi, ornati, bozzetti di scene romane e pompeiane, onde il Murray ha accompagnato il testo, come di cose che gli appartengono. Più volentieri mi fermo ai passi dov’è fatta menzione dell’acqua. Quell’amico del vino sentì la poesia delle fonti.
La sentirono, del resto, tutti i Romani. L’acqua è diamante liquido; abbraccia bene, penetra e scioglie, purifica e rallegra, canta bene e non istuona mai, salvo a maritarla col vino.
Orazio in una tasca della mia giacca e due panini nell’altra, me ne vado ogni giorno al mio rifugio nel verde. Perchè i panini, dirai,<noinclude><references/></div></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="PapaYoung89" />{{RigaIntestazione||— 26 —|}}</noinclude>e per chi? Pei cani che ho sempre amati e più sento di amare, dopo che gli uomini hanno lavorato più alacremente a renderli uggiosi, vedendo da per tutto la rabbia. Se i cani diventano idrofobi, non hanno poi tutti i torti. Li vogliamo amici ad ogni costo, e neghiamo loro ogni onesta libertà; non li lasciamo ben avere in nessun modo, e li facciamo servire alle nostre esperienze fisiologiche. I cani lo sanno, e ne arrabbiano. Un giorno o l’altro vedrai diventare idrofobi i conigli e i porcellini d’India; questi, anzi, sotto il lor nome scientifico di cavie, saranno i primi a mordere i polpacci dei dotti.
Qui, dove son liberi, ma dove pare che ricevano i viveri in contanti, i cani mi vogliono tutti un gran bene, e vengono volentieri con me; cani da caccia e da pagliaio, da guardia e da tartufi, mi fanno le capriole, mi saltano alla cintola, mugolando, scodinzolando, fiutando, girandomi attorno, seguendomi, precedendomi, ringhiando per onor mio a tutti coloro che passano. Questa è stata la storia della prima settimana; ma poi s’è dovuto<noinclude><references/></div></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="PapaYoung89" />{{RigaIntestazione||— 27 —|}}</noinclude>smettere via via, non passando più dai casolari dove incontravo quei cari amici, che a certe ore mi usavano la cortesia d’aspettarmi sugli usci. I padroni non vedevano volentieri queste amicizie dei guardiani di casa col signor forestiero; ed io, che ho capita la solfa, ho diradate le visite. L’ultimo dei miei amici di qui è stato Buci, il cane più stravagante di Corsenna. Piccolo e tozzo, di pelo rossigno con una macchia bianca dall’occhio destro al naso, gli occhi rossi, mozzate le orecchie e la coda, non è davvero l’Adone dei cani; ma ride, e ciò lo rende piacevole a vedere; ride, arricciando con atto strano il labbro superiore e mostrandomi tutti i suoi denti, corti, serrati, sani e bianchissimi. S’intende che ride con me e con altri pochi a cui vuol bene; sa ringhiare, per contro, e ringhia volentieri a molti, specie agli altri cani, volendo battaglia con tutti.
— Buci, che cosa sono queste scenate? — gli ho detto io qualche volta. — Non è da cani addentare il proprio simile, ricordatelo bene, è da uomini. Voi siate buono, affabile,<noinclude><references/></div></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="PapaYoung89" />{{RigaIntestazione||— 28 —|}}</noinclude>cortese, morigerato e virtuoso; virtuoso sopra tutto, mi capite? La virtù, per vostra norma, ha sempre il suo premio, qui, nella mia tasca di destra. —
Questi discorsi fanno sempre un certo effetto su lui. Penso che quel cane sia capace d’una vera educazione. Il nome della virtù, sopra tutto, gli fa drizzare quei suoi mozziconi d’orecchi. Gli occhietti rossi ammiccano maliziosamente all’idea del premio serbato alla virtù sulla terra; e ride, di quel suo riso muto, ma tanto espressivo, arricciando le froge sulla chiostra dei denti. Povero Bucino! Ho dovuto rinunciare alla sua educazione compiuta. Il suo padrone, un contadino del colle qui presso, dice che glielo svio; perciò da otto giorni non mi faccio più vedere da quella parte. Ma se non ci sono io a sviargli il suo cane, c’è altri. Ah, questi benedetti villeggianti, che frucano da per tutto!
Oggi, per l’appunto, era andato sulle nove del mattino a fare la mia solita passeggiata, con la solita fermatina oraziana al mio rivolo. “O fonte di Bandusia, più lucente del vetro!„<noinclude><references/></div></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="PapaYoung89" />{{RigaIntestazione||— 29 —|}}</noinclude>E letto un paio d’odi, m’ero anche addormentato; non per colpa d’Orazio, ma dell’argine erboso, che faceva gradevole invito. Dormivo nondimeno d’un sonno molto leggero, perchè uno stormir di frasche bastò a risvegliarmi. Chi vedo? Lui, proprio lui; Buci che mi scova, Buci che mi salta addosso, mi vuol baciare, mi fiuta il premio della virtù nella tasca.... No, non calunniamo quel povero Buci. È stato uno dei tanti suoi atti incomposti; e a quello non si è fermato, non ha insistito su quello.
Per oggi, sicuramente, egli pensa coll’antico filosofo, che la virtù sia premio a sè stessa.
— Voi qui, Buci? — gli grido, destandomi in soprassalto. — Dormivo così bene! —
Ma egli non era solo, e la mia frase fu rotta appena incominciata. Di mezzo alla frappa delle carpinelle appariva una bianca figura; la signorina Wilson, vestita alla Pamela, o giù di lì, colla sua gonna di mussolina bianca a fiorellini, un gran fisciù incrociato intorno alla vita, di mussolina, di tulle, o di garza, non so più bene, certo della medesima stoffa del cappellino, assai largo di giro, chiuso ser-<noinclude><references/></div></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="PapaYoung89" />{{RigaIntestazione|||}}</noinclude>
{{Ct|v=2|INDICE.}}
{{Vi|sezione=I.|titolo=Rinaldo a Filippo|pagina=Pag. 1}}
{{Vi|sezione=II.|titolo=Sequitur Lamentatio....|pagina=10}}
{{Vi|sezione=III.|titolo=All’Acqua Ascosa|pagina=20}}
{{Vi|sezione=IV.|titolo=Poscritto.... rimasto a casa|pagina=32}}
{{Vi|sezione=V.|titolo=All’altra bellissima ottava|pagina=45}}
{{Vi|sezione=VI.|titolo=In alto e in basso|pagina=66}}
{{Vi|sezione=VII.|titolo=Rinaldo a Filippo|pagina=87}}
{{Vi|sezione=VIII.|titolo=Si torna al memoriale|pagina=98}}
{{Vi|sezione=IX.|titolo=Il castello dei burattini|pagina=109}}
{{Vi|sezione=X.|titolo=Pelle di Spagna|pagina=126}}
{{Vi|sezione=XI.|titolo=Marlborough s’en va-t en guerre....|pagina=153}}
{{Vi|sezione=XII.|titolo=Violino di spalla|pagina=174}}
{{Vi|sezione=XIII.|titolo=Una giornata campale|pagina=196}}
{{Vi|sezione=XIV.|titolo=Il prologo... e l’epilogo|pagina=233}}
{{Vi|sezione=XV.|titolo=Per quei cari bambini|pagina=257}}
{{Vi|sezione=XVI.|titolo=Mattina e sera|pagina=280}}
{{Vi|sezione=XVII.|titolo=A tu per tu|pagina=305}}
{{Vi|sezione=XVIII.|titolo=Teste rotte|pagina=322}}
{{Vi|sezione=XIX.|titolo=Cavalier bagnato|pagina=348}}
{{Vi|sezione=XX.|titolo=Galathea for ever|pagina=382}}
{{Rule|4em}}<noinclude><references/></div></noinclude>
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Pagina:Tiraboschi - Storia della letteratura italiana, Tomo VIII, parte 1, Classici italiani, 1824, XIV.djvu/530
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Avemundi
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/* Problematica */ Revisione
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="2" user="Avemundi" />518 appendice</noinclude>finora, nell'atto medesimo in cui vi avrà chiaramente convinto di ciò che al principio del mio
Ragionamanto mi proposi di dimostrarvi, vi
avrà insieme fatto nascere il dubbio , e mossi
a investigar tra voi stessi per qual ragione
adunque ciò che non sol fu permesso , ma fu
anche approvato nel Cusa, nel Copernico, nel
Zieglero, nel Calcagnini, nel Widmanstadio,
fosse poi biasimato, punito e condennato nel
Galileo. Ciò potrebb’essere l’argomento di un
altra Dissertazione, in cui potrebbesi forse mostrare che se il Galileo fosse stato alquanto
men fervido sostenitore della suo opinione, e
se diverse altre circostanze concorse non fossero a renderlo sospetto ed odioso a’ tribunali
romani, egli non sarebbe stato soggetto alle
molestie che pel sistema copernicano sostenne,
e che questo avrebbevi ritrovato quel favor
medesimo di cui altre volte era stato onorato,
o almeno sarebbesi verso di esso usato di quella
facile condiscendenza di cui non molto tempo
dopo la condanna del Galileo si cominciò ad
usare. Ma troppo lungo tempo richiederebbesi
a svolgere ogni cosa; ed io ho abbastanza
abusato della sofferenza vostra, o signori, per
non dovervi trattener più oltre su un argomento
che sarebbevi forse sembrato più curioso e più
interessante, se da più erudito e più elegante
scrittore fosse stato illustrato.<noinclude></noinclude>
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Pagina:Wells - Quando il dormente si sveglierà, 1907.djvu/152
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione|144|{{Sc|quando il dormente si sveglierà}}||riga=sì}}</noinclude>{{nop}}
— Oh! — esclamò il vecchio. — Va bene, un signore vestito di seta può distrarsi a una piccola commedia, — e la sua mano avvizzita carezzava il braccio di Graham.
— La seta, la seta.... Va bene, va bene! Ma nonostante vorrei esser l’uomo che hanno messo al posto del Dormente. Trascorrerà un bel tempo.... l’opulenza e il piacere. Ha una figura sì curiosa.... Quando lasciavano andar tutti a vederlo, ho preso dei biglietti e ci sono andato anch’io. Questo Dormente sostituito era l’immagine del vero, tale e quale le fotografie lo figuravano, giallo e sbiadito. Ma lo rifanno e lo mettono a posto. Che mondo strano! Pensate un poco a una tale fortuna.... Io m’aspetto che lo mandino a Capri. È il miglior posto per un esordiente.
La tosse lo riprese, poi si mise a borbottare i suoi rimpianti per i piaceri e i godimenti che non conoscerebbe mai.
— Che fortuna che ha! Tutta la mia vita sono restato nella Città sperando che venisse il mio turno.
— Ma come potete essere sicuro che egli sia morto? — domandò d’improvviso Graham.
Il vecchio gli fece ripetere queste parole, poi spiegò: — Gli uomini non vivono più di 120 anni. Non è nell’ordine delle cose, io non sono un imbecille e se degli sciocchi possono credere questo, io no.
L’assicurazione di quest’uomo irritava Graham.
— Che siate o no sciocco, questo non toglie che vi troviate in errore su ciò che riguarda il Dormente
— Come lo sapete? Io credevo che non conosceste niente, neppure le Città di piaceri....
Graham riflettè un istante e dichiarò:
— Sono io il Dormente.<noinclude></noinclude>
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Pagina:Wells - Quando il dormente si sveglierà, 1907.djvu/153
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Candalua
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione||{{smaller|''Il vecchio che sa tutto''}}|145|riga=sì}}</noinclude>{{nop}}
E dovè ripeterlo, dopo di che tutti e due restarono silenziosi.
— Ecco ciò che non dovreste dire, scusate, perchè potrebbe cagionarvi delle noie per il tempo che corre, — replicò alla fine il vecchio.
Graham alquanto imbarazzato, affermò ancora che egli era il Dormente.
— Io vi dico che sono il Dormente. Sono degli anni e anni che mi addormentai in un villaggio fabbricato di pietre al tempo in cui ci erano delle siepi, dei villaggi, e degli alberghi e che tutta la campagna era divisa in piccole porzioni, cioè in piccoli campi. Non avete mai sentito parlare di quei tempi? E sono io, quello che voi vedete e che mi sono risvegliato quattro giorni fa.
— Quattro giorni! Il Dormente! Ma essi l’hanno il Dormente; l’hanno e non lo vogliono lasciar andare. Che storie! Per tanto abbiam parlato assai ragionevolmente fino ad ora.... Vedo come se ci fossi; Lincoln come guardiano dietro a lui; e non lo lascieranno andar solo! Si può esser sicuri di questo. Ma siete un bel tipo, un bel capo ameno, e capisco ora perchè smozzicate le parole in una maniera così curiosa ma.... — s’arrestò tutto ad un tratto e Graham potè distinguere il suo gesto, — come se Ostrog fosse uomo da lasciare il Dormente correre per le strade solo. No, non si può venire a raccontarmi questo; come se io credessi.... Dove volete arrivare? Vediamo.... noi parlavamo del Dormente.
Graham si alzò.
— Ascoltate, — gli disse francamente. — Io sono il Dormente.
— Voi siete uno strano burlone, — sogghignò il<noinclude></noinclude>
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Pagina:Wells - Quando il dormente si sveglierà, 1907.djvu/151
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Candalua
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione||{{smaller|''Il vecchio che sa tutto''}}|143|riga=sì}}</noinclude>{{nop}}
— Suppongo....
— Ebbene?
— Io suppongo che non ci sia nessuna probabilità che questo Dormente possa far valere i suoi diritti. Penso che non sarà che un trastullo nelle mani d’Ostrog o del Consiglio, appena che la lotta sarà terminata.
— Nelle mani d’Ostrog.... certamente. Perchè non sarebbe un trastullo? Considerate un poco la sua posizione: tutto è fatto per lui, tutti i piaceri possibili. Perchè vorrebbe fare valere i suoi diritti?
— Che cosa sono le Città di piaceri? — domandò Graham a bruciapelo.
Il vecchio gli fece ripetere la domanda, e allorquando ebbe ben compreso le parole di Graham lo spinse col gomito violentemente.
— È troppo alla fine, — disse egli. — Voi vi burlate d’un vecchio. Io supponeva di già che ne sapeste più a lungo di quello che mi date ad intendere.
— Forse.... ma no! perchè continuerei a simulare così? No, io non so che cosa sia una Città di piaceri.
Il vecchio si mise a ridere famigliarmente.
— C’è di più, — continuò Graham. — Io non so neppure leggere i vostri caratteri; io non conosco la moneta di cui vi servite, io ignoro quali paesi stranieri esistano all’infuori di questo. Io non so dove sono, non so contare e non so dove trovare da mangiare, da bere e da ripararmi.
— Andiamo, andiamo, se vi dessero un bicchiere di qualche bevanda, la mettereste in un orecchio, o in un occhio?
— Io vorrei che mi informaste sopra tutte queste cose.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione|148|{{Sc|quando il dormente si sveglierà}}|riga=sì}}</noinclude>role giungendo all’orecchio di Graham, attirarono la sua attenzione ed egli si chiese se tutti quegli esseri parlassero la stessa lingua: pareva che quelle frasi fossero pronunziate in una specie di gergo, in un negro bastardo, ed erano frasi tronche, sfigurate e confuse. Egli non osava fermar la gente per chiedere spiegazioni: l’impressione che il popolo produceva su di lui si opponeva alle idee che si era fatto prima ancora che cominciasse la lotta e confermava la fiducia che il vecchio aveva in Ostrog.
Egli non giunse che molto lentamente a capire quanto quei matti si rallegrassero della disfatta del Consiglio, e quanto quel Consiglio che l’aveva perseguitato con tanta ostinazione e con tanto vigore, fosse insomma il più debole fra i due partiti in lotta. Se le cose stavano così, quali conseguenze dovrebbe egli subire? Con una certa esitazione egli rivolgeva a sè stesso parecchie domande fondamentali e una volta deviò dalla propria strada, per seguire un omettino grasso e tondo, dall’aspetto simpatico, allo scopo di rivolgergli la parola, ma non ne ebbe il coraggio. Alla fine gli venne in mente di informarsi sulla strada che conduceva agli uffici dei «Motori a vento» sebbene non sapesse che cosa fossero tali motori. Alla sua prima domanda gli fu risposto di seguitare la strada verso Westminster: alla seconda gli fu indicato una scorciatoia fatta proprio per smarrirsi. Finalmente gli fu consigliato di lasciare quelle strade nelle quali si era fino ancora inoltrato, non conoscendo altre vie di comunicazione, e di prendere, scendendo dalle scale centrali una via trasversale, immersa nell’oscurità. In quel tempo gli capitarono alcune piccole avventure: prima di tutto l’incontro ambiguo di un essere che<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione|154|{{Sc|quando il dormente si sveglierà}}||riga=sì}}</noinclude>{{nop}}
— Come volete che faccia a indovinarlo?
— Preparavo il vostro spettro.
— Il mio spettro?
— Sì: un uomo che vi rassomigliasse il più possibile: che avremmo ipnotizzato per evitargli le difficoltà della sua parte. Ciò era inevitabile. La rivoluzione non può esistere se il popolo non è convinto che voi siete con noi sveglio e vivo. In questo stesso momento una gran folla è riunita pel teatro reclamandovi ad alte grida. Non si fidano di noi.... Voi sapete naturalmente qualche cosa sulla vostra posizione?
— Pochissimo.
— Ecco come stanno le cose....
Ostrog si allontanò, di alcuni passi, quindi ritornando:
— Voi siete possessore assoluto — incominciò — di più della metà del mondo, per conseguenza voi siete praticamente il re. I vostri poteri sono limitati in mille maniere molto complicate, ma voi siete la più alta personificazione, il simbolo popolare del governo. Quel Consiglio di uomini vestiti di bianco, quel Consiglio di Commissari, come usiamo chiamarlo....
— Mi hanno vagamente spiegato queste cose.
— Io mi domando in qual modo....
— Ho incontrato un vecchio molto loquace.
— Capisco.... Le nostre masse.... questa parola risale ai vostri tempi, e voi capirete che colla parola conserviamo sempre la cosa.... le nostre masse dunque vi considerano come il vero governatore, precisamente come un gran numero di persone della vostra epoca confondevano la corona col potere. In tutto il mondo, le masse sono scontente de’ nostri commissari, del modo con cui governano. In generale<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione|158|{{Sc|quando il dormente si sveglierà}}||riga=sì}}</noinclude>{{nop}}
Qualche cosa che non si trovava a posto e la cui forma indicava un uomo; nascose per metà quel panorama.
Un lampo metallico, un bagliore accecante attraversò l’ovale, che riapparve chiaro poco dopo.
Così Graham potè scorgere alcuni uomini che correvano fra le ali delle macchine a vento, puntando le armi da cui scaturiva del fumo misto ad una luce viva e breve. La loro truppa aumentava sempre più verso la destra: e tutti gesticolavano, forse emettevano grida, ma quel quadro non dava alcuna indicazione su questo punto. In tal modo passarono, come le ali della macchina, ad un’andatura lenta e regolare, a traverso il campo dello specchio.
— Ora viene il Palazzo del Consiglio, — disse Ostrog.
E a poco a poco una striscia nera attrasse l’attenzione di Graham: in breve però non si trattò più di una striscia nera, ma di una cavità, di un enorme spazio nerastro, fra il gruppo degli edifizi, da cui sottili spirali di fumo si elevavano in quel pallido cielo d’inverno. La massa degli edifizi, distrutta, crollante, in una confusione di enormi travi e di colonne troncate, si elevava lugubre in quell’oscurità cavernosa. E sulle vestigia di quello splendido palazzo; una folla incalcolabile d’uomini, piccolissimi, si arrampicava, saltava, gridava.
— Ecco il Palazzo del Consiglio: la loro ultima fortezza, — dichiarò Ostrog. — Imbecilli! Facevano saltare tutti gli edifizi intorno a loro.... e nella speranza d’impedire il nostro attacco, hanno sciupato una quantità di munizioni sufficiente per resistere un mese. Avete udito l’esplosione? La metà dei vetri della città sono stati fracassati.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione||{{smaller|''Ostrog''}}|159|riga=sì}}</noinclude>{{nop}}
Mentre egli parlava, Graham vedeva al disopra di tali rovine, un edifizio bianco, enorme e devastato che pendeva e si elevava ad una grande altezza.
Quella massa era rimasta isolata dall’implacabile distruzione degli edifici da cui era circondata: nel luogo delle gallerie travolte dal disastro, si aprivano grandi aperture nere: vaste sale dalle pareti rovinate, mostravano lugubremente le loro sfarzose decorazioni, e lungo le mura screpolate pendevano festoni di canapi strappati dalle estremità attortigliate, di corde e di fusti metallici.
In mezzo ad un tale ammasso si vedevano muoversi piccole macchie rosse: erano i difensori del Consiglio. Ad ogni momento, deboli e lievi sprazzi di luce, illuminavano quelle ombre desolate. A prima vista parve a Graham che un attacco fosse diretto contro quel bianco edifizio: pur nonostante parve a lui che gli insorti non si inoltrassero ma che riparati da quella colossale distruzione, si trascinassero senza posa.
Mentre quell’episodio di guerra si svolgeva in silenzio nel centro dello specchio, Ostrog si mise a descrivere al suo compagno, con frasi concise, in qual modo gli assediati avessero cercato di isolarsi nel timore di un assalto. Egli parlava con grande indifferenza della perdita d’uomini prodotta da una tale catastrofe e indicava un cimitero improvvisato in un certo punto, o mostrava alcune ambulanze che formicolavano lungo quel solco pieno di rovine, che un tempo conduceva ad alcune strade mobili.
Manifestò maggior interesse indicando le diverse parti del Palazzo del Consiglio, e le disposizioni degli assedianti; in capo a pochi minuti la guerra civile che aveva sconvolto tutta Londra, non fu più un<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione||{{smaller|''Ostrog''}}|161|riga=sì}}</noinclude>{{nop}}
— Praticamente ciò è tutto quello che riman loro dell’antico impero. Le città lontane di qui, o si son rivoltate con noi, o aspettano un provvedimento. Il vostro risveglio le ha rese perplesse: le ha paralizzate.
— Ma il Consiglio non possiede macchine volanti? Perchè non se ne serve per combattere?
— Ne avevano, è vero; ma la maggior parte degli aeronati erano con noi per la rivolta. Senza voler correre il rischio di combattere dalla nostra parte, essi non volevano nondimeno esserci ostili e gli altri lo sapevano. Il Consiglio non ha potuto disporre che di una sola macchina per inseguirvi quando foste fatto scappare, e, un’ora fa, abbiamo giustiziato l’aereonato che ha tirato su di voi. Fin da principio abbiamo messo le mani sugli scali e le rimesse delle macchine volanti, in tutte le città dove è stato possibile e in tal modo abbiamo fermato e catturato gli aeropiani. In quanto alle piccole macchine volanti che si sono mostrate, giacchè qualcuna l’ha osato, abbiamo diretto contro di esse un fuoco troppo serrato e troppo forte perchè abbiano potuto avvicinarsi al Palazzo del Consiglio. Se esse avessero approdato, non avrebbero potuto poi tornare a slanciarsi perchè la natura del luogo non lo permetteva affatto. Noi ne abbiamo distrutte parecchie: parecchie si sono arrese: le altre sono partite verso il continente per cercare una città amica se pure la possono trovare, avanti che si estingua il loro combustibile. Molti di quegli aeronati furono contenti di esser fatti prigionieri e di sentirsi in tal modo al sicuro. Capitolare con una macchina volante, non è una prospettiva molto attraente.... e da questo lato, nessuna fortuna per il Consiglio: egli ha fatto il suo tempo.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione|162|{{Sc|quando il dormente si sveglierà}}||riga=sì}}</noinclude>{{nop}}
Rise e si voltò di nuovo verso lo specchio ovale per mostrare a Graham ciò che intendeva per scali e per rimesse di macchine volanti. Le quattro più prossime apparivano lontane e scure a causa della nebbia mattutina, ma Graham potè rendersi conto che erano costruzioni dalle dimensioni molto vaste paragonandole alle altre da cui eran circondate.
In seguito, al momento in cui gli imbarcaderi passavano a sinistra, Graham potè veder di nuovo lo spazio libero attraversato dagli uomini vestiti di rosso, disarmati, quindi le nere rovine e la bianca fortezza del palazzo assediato che non aveva più l’aspetto di un lugubre edifizio, ma splendeva invece come l’ambra al sole, giacchè nessuna nebbia l’oscurava più. All’intorno, la lotta dei pigmei era Sempre sospesa ma i rossi difensori avevan cessato di far fuoco.
Così in quel silenzio e in quella calma crepuscolare, l’uomo del XIX secolo assistè alla scena finale della grande rivolta e vide stabilire il suo dominio colla forza: scuoprì trasalendo, che quel mondo stava per diventar suo e non l’altro che si era lasciato dietro: che quello non era uno spettacolo destinato a sparire dopo aver colpito il suo parossismo: che l’esistenza che gli rimaneva ancora avrebbe dovuto scorrerla in quel mondo, con tutti i doveri, i pericoli e le responsabilità. Nuove domande s’imposero alla sua mente alle quali Ostrog s’accingeva a rispondere, ma s’interruppe bruscamente.
— Queste cose ve le spiegherò meglio in seguito. Ora abbiamo.... delle occupazioni più urgenti: il popolo arriva verso questo quartiere da ogni punto della città.... I mercati e i teatri sono affollati.... Voi siete venuto proprio a tempo: essi vi reclamano in coro<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione|164|{{Sc|quando il dormente si sveglierà}}||riga=sì}}</noinclude>{{nop}}
— Voi sarete obbligato di rivolger loro alcune parole, — riprese Ostrog. — Non un’arringa, come dite voi, e nemmeno un discorso, ma ciò che noi denominiamo un «dire», niente altro che una frase; sei o sette parole.... qualche cosa di preciso.... per esempio: «Io mi sono svegliato e il mio cuore è con voi». Ecco ciò che vuole il popolo.
— Niente altro che questo? — domandò Graham.
— «Io mi sono svegliato, e il mio cuore è con voi». Quindi v’inchinerete regalmente. Ma prima di tutto, bisogna che abbiate un mantello nero, poichè il nero è il vostro colore.... Ciò non v’importa, è vero? Finalmente tutti si disperderanno e torneranno alle loro case.
Graham esitava.
— Sono nelle vostre mani, — disse.
Ostrog era visibilmente di quel parere: e dopo aver riflettuto si voltò dalla parte della tenda e dette ordini brevi a servitori invisibili. Quasi immediatamente fu portato un mantello nero, uguale a quello che Graham aveva indossato al teatro, e mentre egli se lo gettava sulle spalle si udì nella camera adiacente il tintinnio acutissimo di una campana. Ostrog si voltò con aria interrogativa verso un domestico, quindi, improvvisamente parve cambiar di pensiero, sollevò la tenda e sparì.
Per un momento Graham rimase solo col servitore, pieno di curiosità deferente, mentre Ostrog si allontanava. Al di fuori si udiva un lieve scambio di domande e di risposte, e dei passi affrettati. Di nuovo la tenda si sollevò per far passare Ostrog sulla cui grossa faccia si leggeva un’eccitazione straordinaria. Con un salto attraversò la stanza; prese un piccolo<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione|170|{{Sc|quando il dormente si sveglierà}}|riga=sì}}</noinclude>{{nop}}
Graham esitava, poi fece qualche passo in avanti
verso il punto in cui il muro cadeva a picco. La
sua alta persona, isolata, che si staccava nel cielo
chiaro e sulle rovine piene di umo sciame umano, fu
subito notata.
Si vedevano in lontananza gruppi d’uomini dalla
nera uniforme che si dirigevano a traverso quegli
ostacoli in direzione del Palazzo del Consiglio: le
piccole teste nere divenivano rosee volgendosi verso di
lui, ed egli capì dall’ondulazione leggera che animava
tutta quella folla, di essere stato riconosciuto.
Allora pensò di dover con un cenno qualunque dimostrare
loro che li vedeva ed alzò il braccio tenendolo
per un momento steso verso il Palazzo del
Consiglio. Le voci in basso si unirono, aumentarono,
salirono verso di lui, come piccoli e molteplici fiotti
di acclamazioni.
A occidente il cielo era diventato di un verde azzurrognolo
e pallido; Giove splendeva in alto verso
sud, e la capitolazione non era ancora un fatto compiuto.
Sopra quelle teste si produceva intanto un
lento e insensibile cambiamento: l’avvicinarsi di una
notte magnifica e serena: in basso era la fretta, l’agitazione,
i comandi contradditori, gli ordini di fermarsi,
gli sforzi intermittenti per organizzare quel disordine:
un fracasso e una confusione immensa, straordinaria.
Prima dell’uscita del Consiglio, alcuni facchini
toglievano a centinaia coloro che eran periti
nella lotta a corpo a corpo, nell’interno di quei lunghi
passaggi e di quelle sale. Guardie vestite di nero,
facevano ala sulla strada che doveva percorrere il
Consiglio, mentre in lontananza, fin dove poteva spingersi
lo sguardo nell’azzurro alone crepuscolare che<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione|202|{{Sc|quando il dormente si sveglierà}}|riga=sì}}</noinclude>{{nop}}
— Come riuscite allora a far lavorare gli alunni?
— chiese Graham.
— Noi abbiamo reso piacevole il lavoro, più che ci
fosse possibile.... e coloro che non provano tale piacere,
noi li abbandoniamo. Il nostro campo di attività
è immenso.
La conversazione si prolungò: l’Ispettore Generale
entrò nei particolari e menzionò i nomi di Pestalozza
e di Froebel con un profondo rispetto, senza però
dimostrare che le loro opere gli fossero molto familiari.
Graham fu ancora informato che le Università popolari
esistevano sempre, ma sotto una forma modificata.
— Vi è per esempio, — spiegò l’ispettore Generale,
orgoglioso del sentimento della sua importanza,
— un certo tipo di fanciulla che ha una vera passione
per gli studi severi.... quando evidentemente non sono
troppo difficili, e noi provvediamo ad un tal desiderio.
In questo momento, — aggiunse con un fare
napoleonico, — quasi cinquecento fonografi, nelle diverse
parti di Londra, ripetono un corso sull’influenza
esercitata da {{AutoreCitato|Platone|Platone}} e da {{AutoreCitato|Jonathan Swift|Swift}} sugli amori di Shelley,
Hazlitt e Burns. E dopo di ciò queste allieve, scriveranno dei saggi su tali argomenti, e i loro nomi
saranno pubblicati per ordine di merito. Voi vedete
ciò che è diventato il vostro piccolo germe. La
classe media illetterata di una volta; non esiste più.
— E le scuole pubbliche elementari, — s’informò
Graham, — dipendono da voi?
Esse ne dipendevano interamente. Graham negli
ultimi giorni della sua vita durante l’epoca democratica,
aveva avuto un vivissimo interesse per que-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione||{{smaller|''Personaggi importanti''}}|203|riga=si}}</noinclude>ste scuole, e perciò le sue domande raddoppiarono.
Certe frasi incidentali pronunziate dal vecchio col quale
aveva parlato nell’oscurità, gli tornavano in mente e
lo stesso Ispettore Generale infatti confermò le parole
del vegliardo.
— Noi abbiamo addirittura abolito il lavoro eccessivo,
e non si fa più strapazzare nessuno, — dichiarò
egli, e Graham chiese a sè stesso se con ciò
si doveva intendere la completa soppressione d’ogni
specie di lavoro.
L’Ispettore assunse un’aria sentimentale.
— Noi facciamo il possibile per rendere le scuole
elementari gradevolissime ai fanciulli che sono destinati
a lavorar tanto presto.... Ammettiamo come
giusti alcuni semplici principii.... obbedienza.... lavoro....
— Insegnate loro ben poche cose?
— A che servirebbe lo strapazzarli? A far di loro
degli infelici, dei malcontenti. Invece noi li facciamo
divertire. E anche presentemente vi sono dei rammarichi,
delle agitazioni. Dove gli operai prendono delle
idee? Non si può dire: il fatto è che se le comunicano
gli uni con gli altri. Vi sono dei risvegli di socialismo
e anche d’anarchia, e parecchi di questi rivoluzionari
si occupano incessantemente del loro intento....
Son persuaso che il mio primo dovere sia quello di
lottare contro il malcontento popolare. Perchè rendere
il popolo infelice?
— Appunto mi domando ciò, — disse Graham con
aria pensosa, — ma vi è un gran numero di cose
che vorrei sapere.
Lincoln che, durante la conversazione aveva osservato
Graham, intervenne.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione|204|{{Sc|quando il dormente si sveglierà}}|riga=sì}}</noinclude>{{nop}}
— Vorrei presentarvi altre persone, — diss’egli a
voce bassa.
L’Ispettore Generale dopo aver fatto un bel saluto
si ritirò.
— Forse, — aggiunse Lincoln notando uno sguardo
di Graham, — vi piacerebbe di conoscere qualcuna di
queste signore?
La figlia del Direttore dei Porcili del Trust dell’Alimentazione
Europea, era una personcina molto
graziosa, coi capelli rossi, gli occhi azzurri, vivaci.
Lincoln lasciò Graham parlare alcuni momenti con
lei che si mostrò molto entusiasta di quel «buon vecchio
tempo», come lo chiamava, verso la fine del
quale il Maestro s’era addormentato.
Ella sorrideva parlando e gli occhi suoi pure sorridevano
in modo da destare allegria.
— Ho cercato più volte, — diss’ella, — di immaginarmi
quegli antichi tempi romanzeschi, e dire che
voi li avete presenti nella memoria! Che inverosimiglianza
e che confusione deve essere per voi il mondo
attuale! Ho veduto alcune fotografie e alcuni quadri
dei tempi antichi, le piccole case isolate, costruite
di mattoni formati d’argilla cotta e tutte nere di
fumo a causa dei vostri camini; i ponti delle strade
ferrate, i semplici affissi, i puritani imponenti e burberi
coi loro strani vestiti neri e i loro alti cappelli,
i treni e i ponti di ferro al disopra delle vostre teste,
i cavalli, gli armenti e anche i cani che correvano
mezzo arrabbiati per le strade. E tutt’ad un tratto
voi siete caduto in questo mondo qui.
— In questo mondo qui, — ripetè Graham.
— Fuori della vostra vita, da tutto ciò che vi era
familiare.<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione||{{smaller|''Personaggi importanti''}}|205|riga=si}}</noinclude>{{nop}}
— La vita d’una volta non era una vita felice;
— rispose Graham, — e per questo non la rimpiango.
Ella gli lanciò una rapida occhiata e tacque un
momento.
— Davvero? — chiese poi con aria insinuante.
— In verità, — affermò Graham. — Era una vita
meschina che non aveva nessuno scopo. Invece questa....
Noi credevamo il nostro mondo assai complesso,
assai ingombro, abbastanza civilizzato. Nonostante....
quantunque la mia nuova esistenza non sia cominciata
che quattro giorni fa, m’accorgo, volgendo uno sguardo
verso il tempo antico, che era un mondo scadente,
barbaro.... il principio soltanto di questo nuovo ordine
di cose. Voi non potete comprendere quanto io
sia ancora privo d’informazioni.
— Se vi piace, interrogatemi pure, — diss’ella sorridendo.
— Allora ditemi: chi sono quelle persone? Io sono
ancora nelle tenebre riguardo a questo soggetto. È
una cosa che confonde. Sono forse generali?
— Quegli uomini col cappello piumato?
— Evidentemente, no; non vi sono più generali.
Suppongo che siano delle persone incaricate di controllare
i grandi affari pubblici. Chi è quell’uomo dall’aria
dignitosa?
— Quello è un funzionario di primaria importanza.
È Morden, il direttore generale della Compagnia
delle Pillole anti-biliose. Ho sentito dire che i suoi
operai arrivano a fabbricare in 24 ore una miriade di
miriadi di pillole. Immaginate un poco: una miriade
di miriadi!
— Una miriade di miriadi! Non è da meravigliarsi<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione||{{smaller|''Personaggi importanti''}}|207|riga=si}}</noinclude>{{nop}}
La fanciulla lo guardò con un po’ d’esitazione, poi
si mise a ridere.
— Ho creduto per un momento che si trattasse....
— E qui s’interruppe ridendo ancora.
— Senza dubbio intendete parlare di quelle brave
persone le quali sapevano coprire di tinta ad olio
dei grandi pezzi di tela che i ricchi mettevano poi
in cornici dorate per attaccarli alle pareti delle loro
gallerie? Noi non abbiamo affatto dei pittori e nessuno
si occupa più di dipingere delle tele.
— Ma cosa credete che io abbia voluto dire?
Con un gesto abbastanza significativo ella appoggiò
il dito sulla sua guancia la cui bellezza era al
disopra d’ogni aspettativa, e sorrise con aria maliziosa,
graziosa e provocante.
— E qui, — aggiunse poi accennando la sua palpebra.
Graham ebbe un istante di tentazione e sentì dentro
di sè una vergogna arcaica giacchè gli pareva d’esser
diventato il punto di mira d’un gran numero di curiosi.
— Capisco, — s’azzardò a dire.
Sentendosi un po’ impacciato distolse lo sguardo
dalla sua affascinante compagna, e guardò intorno
a sè: vide degli occhi che immediatamente s’occupavano
d’altre cose, ed arrossì un poco.
— Chi è quell’uomo che parla con la signora in
abito giallo? — domandò egli senza osare però di
voltarsi.
Seppe allora che quel tale era uno dei grandi organizzatori
del teatro americano, recentemente di ritorno
da una grandiosa rappresentazione al Messico:
il volto di lui ricordava a Graham un busto di Cali-<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione|208|{{Sc|quando il dormente si sveglierà}}|riga=sì}}</noinclude>gola. Un’altra persona degna d’esser notata era il
Maestro dei Lavoratori Neri, titolo che dapprima non
gli fece nessuna impressione, ma più tardi gli tornò
in mente: il Maestro dei Lavoratori Neri. Poi la giovane
signora, niente affatto imbarazzata, gli accennò
una graziosa donna che passava di lì, dicendogli che
era una delle spose sussidiarie del vescovo anglicano
di Londra, e approfittò di quest’occasione per
lodare il coraggio episcopale. Fino allora vi era stata
la regola che gli ecclesiastici rispettassero la monogamia,
ordine di cose, diceva lei, nè naturale nè
vantaggioso. Perchè lo svolgimento normale delle affezioni
dovrebbe esser compresso o ristretto in un individuo
perchè è prete?
— E a proposito, — domandò lei, — siete protestante?
Graham esitava ancora a domandarle ciò che voleva
dire sposa sussidiaria, frase evidentemente eufemistica; allorchè Lincoln venne ad interrompere questa
suggestiva e interessante conversazione. Essi attraversarono
la navata per raggiungere un uomo d’alta
statura, vestito in rosso cremisi, e due graziose persone
in costumi birmani, così almeno gli sembrò,
che lo attendevano in aspetto un po’ timido. Dopo
aver ricevuto i loro saluti, Graham fu costretto a
subire nuove presentazioni, proprio nel momento in
cui le sue numerose impressioni cominciavano a fondersi
in un effetto unico. Dapprima lo splendore di
quella riunione aveva fatto rinascere in lui il democratico,
e perciò s’era sentito ostile e satirico, ma siccome
non è della natura umana il saper resistere alle
cortesie, e agli omaggi, così, la musica, la luce, il
giuoco dei colori, la bellezza delle braccia e delle spalle<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione|212|{{Sc|quando il dormente si sveglierà}}|riga=sì}}</noinclude>{{nop}}
Il momentaneo imbarazzo della giovanetta si dissipò,
ed ella alzò gli occhi su Graham con indifferenza:
— Fu una cosa meravigliosa, — disse, e dopo un
momento d’esitazione continuò un po’ forzatamente:
— Tutto questo popolo sarebbe morto per voi, Sire....
Un numero straordinario di persone sono infatti morte
per voi, quella sera!
Il suo volto si fece raggiante e gettò una rapida
occhiata intorno per assicurarsi che nessuno l’avrebbe
sentita, ma in quel momento, a poca distanza da loro,
comparve Lincoln nella galleria, che aprendosi un
passaggio tra la folla s’avvicinava ad essi. Appena la
fanciulla lo vide si volse a Graham con una strana
espressione, assumendo ad un tratto un’aria confidenziale
e intima.
— Sire, — disse vivamente, — io non posso dirvi
nulla in questo momento, ma il popolo è infelice, è
oppresso.... governato male. Non dimenticate il popolo
che ha affrontato la morte.... la morte per la
vostra vita....
— Io non so niente..... — cominciava a dir Graham.
— Non vi posso dir di più.
Frattanto Lincoln s’avvicinava: egli s’inchinò in atto
di scusa dinanzi alla fanciulla.
— Trovate piacevole il nostro mondo, Sire? — domandò
con lieta deferenza, mostrando con un gesto
significativo l’estensione e lo splendore di quella riunione.
— Comunque sia, voi lo troverete ben cambiato.
— Sì, — fece Graham, — cambiato.... E pur nonostante,
dopo tutto, questo cambiamento non è forse
tanto grande.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione||{{smaller|''Personaggi importanti''}}|213|riga=si}}</noinclude>{{nop}}
— Ve ne farete un’idea più esatta quando vi librerete
nello spazio, — rispose Lincoln. — Il vento è
cessato e in questo momento un aeropilo è a vostra
disposizione.
La fanciulla aspettava il saluto di Graham per allontanarsi.
Graham la guardò: fu sul punto di rivolgerle
una domanda; lesse un avvertimento ne’ suoi occhi,
e dopo essersi inchinato dinanzi a lei, partì con Lincoln.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione|216|{{Sc|quando il dormente si sveglierà}}|riga=sì}}</noinclude>bratura, e forse esser causa della morte di passeggeri. Dinanzi a questi ingombranti apparecchi, Graham fu a prima vista deluso, ma ben presto si convinse che altre più piccole macchine non sarebbero state rimuneratrici, per questa semplice ragione che la loro capacità sarebbe considerevolmente diminuita nel tempo stesso del loro volume. Inoltre le loro colossali dimensioni le mettevano in grado, e questa era una considerazione di primaria importanza, di attraversare l’aria con una velocità grandissima senza correre il rischio d’esser colpiti da tempeste impreviste. Il più breve tragitto da Londra a Parigi richiedeva circa tre quarti d’ora, ma in questo caso la velocità raggiunta non era molto grande; per andare fino a New York, ci volevano circa due ore, e regolando bene l’orario, era possibile di poter fare in un sol giorno il giro del mondo.
I piccoli aeropili (si chiamavano così senza nessuna ragione particolare) erano differentissimi, e molti di essi andavano e venivano nell’aria in un momento. Questi apparecchi servivano soltanto a portare uno o due individui; la loro costruzione e il loro mantenimento erano assai costosi, per conseguenza non se li potevano procurare che le persone molto ricche. Queste macchine da volare dai vivaci colori, consistevano in due paia di posti laterali nel medesimo piano, con un’elice indietro.
Le loro piccole dimensioni rendevano la discesa facile e gradevole in tutto lo spazio libero, ed era possibile munirli di ruote pneumatiche oppure di motori ordinari per traffico terrestre, ciò che permetteva di condurli a un punto di partenza conveniente. Per lanciarli nell’aria era necessario una specie di<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione|218|{{Sc|quando il dormente si sveglierà}}|riga=sì}}</noinclude>{{nop}}
Questa parte di Londra era in generale la più frequentata
di tutte con un non so che della facile e
voluttuosa allegria dei porti di mare o delle città
termali. E poco lontano di là, per quelli a cui una
escursione nell’aria era causa di seri pensieri, vi erano
i quartieri religiosi con attraenti cappelle votive, alle
quali faceva concorrenza un gran numero di bellissimi
stabilimenti medicali che fornivano le droghe sostanziose
necessarie in un viaggio.
A differenti livelli, attraverso l’insieme delle camere
e dei corridoi di sopra, univasi alle grandi strade
movibili della città, un sistema complesso di passaggi
speciali, d’ascensori e di carri onde permettere lo
scambio dei viaggiatori e dei bagagli di piattaforma
in piattaforma. E la qualità speciale dell’architettura
di questo quartiere, era la solidità un po’
ostentata dei pilastri e dei travicelli metallici, che dappertutto interrompevano la prospettiva cerchiando i
vestiboli e i passaggi, incalzandosi e intrecciandosi per
sostenere il peso delle piattaforme e il grave urto
degli aeropiani.
Graham, accompagnato da Asano, suo dignitario
giapponese, si recò a quegli imbarcaderi passando
dalle strade pubbliche: Lincoln era stato chiamato
da Ostrog per alcuni affari dell’amministrazione. Una
scorta di vigorosi agenti della polizia dei Motori a
vento, aspettava il maestro, fuori degli Uffici, per
aprirgli un passaggio sulle vie mobili superiori.
Nessuno aspettava la sua visita, pur tuttavia una
folla abbastanza numerosa accorse e lo accompagnò
fino al luogo dove doveva fermarsi; mentre egli camminava
sentiva il suo nome pronunziato a voce alta
dal popolo e vide uscire dalle scale della strada cen-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione||''L'Aeropilo''|219|riga=sì}}</noinclude>trale una moltitudine innumerevole di uomini, di donne,
di bambini vestiti d’azzurro. Non riusciva a capire
ciò che essi borbottavano, e quello che più d’ogni
altra cosa gli destò di nuovo meraviglia era di sentir
parlare un dialetto volgare ai poveri della città. Quando
lasciò la via mobile, le sue guardie furono improvvisamente
circondate da una folla fitta e sovreccitata
e gli parve che qualche individuo cercasse d’arrivare
fino a lui per consegnargli delle suppliche; a
mala pena le guardie riuscivano a fargli strada.
Egli trovò l’aeropilo con un aeronauta che lo aspettava
sulla piattaforma di levante; vista da vicino la
macchina sembrava più piccola. Era posta sopra un
carro da lanciare e il suo scheletro d’alluminio era
grosso come il guscio di un yacht di 20 tonnellate; le
sue ali laterali affilate e legate da nervature metalliche,
simili alle nervature d’un’ala di farfalla, eran
provviste d’una membrana vitrea; la loro ombra si proiettava
sopra uno spazio di centinaia di metri quadrati.
Due sedili si dondolavano liberamente sospesi
a una quantità di corde, dentro ad alcune membrane
protettrici della carcassa, e quasi dalla parte posteriore: le seggiole de’ passeggeri erano riparate da un
paravento, circondate da anelli metallici, e provviste
di cuscini pneumatici.
Volendo, Graham poteva benissimo star chiuso, ma
siccome desiderava vivamente di vedere tutte le novità
che gli si presentavano, preferì di tenere aperto.
L’aeronauta era seduto dietro una vetrata situata sopra
la sua testa, e il passeggiero aveva la facoltà di star
fermo sul suo sedile, cosa indispensabile per toccar
terra, e di muoversi per mezzo d’una piccola ruota
e d’una leva fino a una cassa che si trovava alla<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione||''L'Aeropilo''|223|riga=sì}}</noinclude>mite di Londra era come un muro, una scogliera,
una brusca pendenza di trecento o quattrocento piedi,
una parete interrotta qua e là da terrazze, una facciata
complicata e decorativa.
Il passaggio graduato dalla città alla campagna
a traverso un’immensa spugna di sobborghi, tratto
caratteristico delle città del XIX secolo, non esisteva
più. Del circuito di Londra non restava più nulla
all’infuori di alcuni spazii verdeggianti coperti d’alberi,
un deserto di rovine, variopinto, rivestito d’un
fitto bosco di piantagioni eterogenee che altre volte
avevano adornato i giardini del distretto della città,
e alcuni terreni coltivati. Una quantità di frondi avevano
pure ricoperto le vestigia delle costruzioni di
una volta, ma per la maggior parte questa specie
di scogli, di rocche isolate s’inalzavano fra le antiche
strade, piccole isole barocche in mezzo a quelle
distese pianeggianti di verde e di bruno abbandonate
a sè stesse da molti anni, e troppo massicce, forse,
per poterne sbarazzare le vie, quelle vie percorse dagli
enormi meccanismi agricoli del tempo.
La vegetazione di quel deserto ondulava e schiumava
in mezzo ai muri crollanti delle case, e s’interrompeva
ai piedi del recinto della città, in un
flutto di rovi e di agrifogli, di cardi e di alte erbe.
Qua e là i fastosi palazzi di piaceri dominavano in
mezzo ai miseri avanzi dell’epoca vittoriana e in direzione
di essi, partendo dalla città, facevan capo
alcune strade di funi. In quella giornata d’inverno
quei palazzi sembravano abbandonati e così i giardini
artificiali che sorgevano fra le rovine.
I limiti della città erano, a dir vero, così nettamente
definiti che nei giorni passati, allorchè si chiu-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione|224|{{Sc|quando il dormente si sveglierà}}|riga=sì}}</noinclude>devano le porte al cader della notte e il predatore
nemico gironzava sotto i muri stessi.... un’enorme
gola circolare agevolava un commercio colossale
sulla via eadhamitata che si dirigeva verso Bath.
Tale fu il primo aspetto del mondo al di là della
città, agli occhi di Graham, e a poco a poco questo
panorama disparve, allorchè infine potè guardare
verticalmente in basso, vide al disotto di sè i
campi coltivati della vallata del Tamigi, innumerevoli
e piccoli pezzi rettangolari d’un vermiglio bruno,
sparsi di fili luccicanti i quali non erano altro che
Serbatoi d’acqua.
La stia disposizione all’ilarità aumentò rapidamente
cambiandosi in una specie di ebbrezza; egli aspirava
l’aria a pieni polmoni, rideva forte, aveva una voglia
matta di gridare, e questo desiderio divenne così
irresistibile, che gridò.
La macchina dopo aver raggiunto la massima altezza
cominciò a descrivere una curva verso mezzogiorno
e Graham notò che la direzione di questa barca aerea
s’effettuava per il movimento d’andata e di ritorno
di tutto il motore, indietro e in avanti, lungo i suoi
puntelli, e per l’apertura o la chiusura d’una o due
sottili parti idi membrane, nell’una o nell’altra delle
ali che altrimenti sarebbero rimaste rigide.
L’aeronauta fece sdrucciolare il motore in avanti,
lungo la ruota, ed aprì l’animella dell’ala sotto vento,
fino a che il tronco centrale dell’aeropilo fosse orizzontale
e puntato verso sud-ovest. In questa direzione
essi filarono dando leggermente dalla parte sotto
il vento, con moto lento e alternato, dapprima
un’ascensione breve, violenta, poi uno scivolio discendente
rapidissimo, gradevole. Durante questo tempo
l’elice restava inattiva.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione||''L'Aeropilo''|225|riga=sì}}</noinclude>{{nop}}
Le ascensioni davano a Graham la grande soddisfazione
del proprio sforzo riuscito felicemente; le
discese in mezzo all’aria rarefatta costituivano per
lui una gioia indescrivibile tanto che non avrebbe
voluto fermarsi mai. Egli esaminava attentamente il
paesaggio che si stendeva verso settentrione, sopra
di sè, e tutti i più piccoli particolari lo interessavano in
modo straordinario.
Le rovine delle case che si ergevano una volta
nella campagna lo colpivano e così le vaste pianure
senz’alberi da dove erano sparite le fattorie, i villaggi,
i sobborghi e le città, dove non restavano più
che delle macerie. Egli s’era aspettato questo spettacolo,
ma vederlo coi propri occhi era un’altra cosa.
Cercò d’orientarsi e di riconoscere i diversi luoghi che
aveva conosciuto in quel bacino concavo, ma sul principio
non riuscì a distinguere nessun punto segnalato
perchè si erano allontanati dalla valle del Tamigi.
Ben presto però essi passarono al disopra d’una collina
calcarea, ben definita, che egli riconobbe per
il dorso d’asino di Guildford, a causa del noto profilo
della gola alla sua estremità orientale, e delle
rovine della città che una volta s’inalzava bruscamente
su ciascun versante della vallata.
E di là egli scoprì altri ponti, Leith Hill, le lande sabbiose
d’Aldershot, e altre ancora. Una scarpata di dune
mostrava dei giganteschi Motori a vento che giravano
lentamente, ed eccettuato là dove la strada eadhamitata
di Portsmouth, tutta frastagliata di forme precoci,
seguiva l’antica ferrovia, la valle dove scorreva
la Wey era chiusa da alcune forti barriere.
Tutta quanta la distesa delle dune scoscese fin
dove lo sguardo poteva spaziare a traverso i vapori<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione||''L'Aeropilo''|227|riga=sì}}</noinclude>cora immensa pianura d’un azzurro verdastro e torbido.
L’isola di Wight diminuiva nella distanza, e ben presto
un lembo di nebbia grigia staccandosi da altri lembi
i quali non erano altro che nubi discese dal cielo,
rese visibili i suoi contorni: era una costa indorata
dal sole e bella a vedersi, la costa settentrionale
della Francia. Essa s’inalzava, si coloriva, diventando
sempre più chiara e distinta, mentre la parte
opposta del paese delle dune d’Inghilterra si mostrava
a poco a poco al disotto di essi.
Parigi sorse ad un tratto sull’orizzonte, vi restò
come sospeso, poi fu perduto di vista nel tempo che
l’aeropilo descriveva una vasta curva per risalire verso
settentrione. Graham riconobbe la torre Eiffel, sempre
in piedi e vicino ad essa un enorme duomo, sormontato
da una statua realmente di colossale grandezza
ma che sembrava una capocchia di spillo. Vide pure,
senza però capire sul principio ciò che significasse,
un’immensa nube obliqua di fumo; l’aereonauta parlò
di perturbazioni nelle strade inferiori, frase alla quale
Graham non prestò sul principio grande attenzione.
Ma osservò invece i minareti, i campanili, i contorni
dei graziosi edifici che, innumerevoli, si slanciavano
verso il cielo, al disopra delle ali dei motori a vento
della città, e concluse che almeno in fatto di grazia
e d’eleganza, Parigi aveva sempre il primato su Londra,
la sua più grande e più popolata rivale.
Mentre il suo sguardo si volgeva su questo panorama
una forma azzurra salì rapidamente dalla città
come una foglia morta scacciata dal vento; descrisse
parecchie curve, poi si diresse verso di loro diventando
man mano più grande. L’aereonauta pronunziò
qualche parola.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione|228|{{Sc|quando il dormente si sveglierà}}|riga=sì}}</noinclude>{{nop}}
— Che cosa? — fece Graham distogliendo con rammarico gli occhi da quel grandioso spettacolo.
— Aeropiano, Sire, — gli gridò l’aereonauta col braccio teso.
La grande macchina s’avanzava a vista d’occhio, e l’aeropilo salì ancora descrivendo una lunga curva verso il nord, ma l’aeropiano s’avvicinava più velocemente. Lo slancio dell’aeropilo che sembrava tanto potente e rapido apparve a un tratto lento in confronto dell’altro volatore terribile. Che mostro gigantesco! Quale velocità vertiginosa e costante! Esso passò sotto a loro, nella sua corsa silenziosa, grande inviluppo d’ali trasparenti, reticolato d’antenne e di fili, massa vivente.
Graham con una sola occhiata potè vedere numerose file di viaggiatori imbacuccati, sospesi sui loro piccoli sedili dietro i taglia-vento, un meccanico vestito di bianco che malgrado le raffiche del vento, scivolava lungo una strada formata di scale, dei motori rumoreggianti che mandavano fuori una quantità di fumo con movimento simultaneo, un’elice che girava, e una superfice immensa di ali. Questa vista gli destò un grande entusiasmo, e intanto il mostro era già passato.
Esso s’inalzò leggermente e le piccole ali dell’aeropilo si posero in traccia di lui. Si erano appena allontanati e già, come sembrava a Graham, l’aeropiano non era più che una macchia larga e azzurra sull’orizzonte, e si aggirava fra Londra e Parigi rifacendo lo stesso viaggio, che, se il tempo era bello, compieva anche quattro volte al giorno, in ogni direzione.
Essi attraversarono la Manica molto lentamente se-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione||''L'Aeropilo''|229|riga=sì}}</noinclude>condo Graham, le cui idee diventavano esagerate, e ben presto Beachy Head s’inalzò grigia, alla loro sinistra.
— Terra! — gridò l’aereonauta con la voce affievolita dal fischio del taglia-vento.
— Non ancora, — protestò Graham ridendo. — voglio vedere e sapere dell’altro.
— Credevo.... — disse l’aereonauta.
— Voglio sapere in che modo si manovra questa macchina, — continuò Graham. — Vengo vicino a voi, — aggiunse, lasciando il suo sedile e facendo un passo lungo il ripiano che li separava, ma si fermò subito, e il suo volto cambiò di colore, le mani gli si aggranchirono. Un altro passo e si trovò aggrappato vicino l’aereonauta; sentì allora un peso sulle spalle e s’accorse che era la pressione dell’aria. Le sue vesti non erano più che un punto vorticoso dietro di lui: il vento soffiava al disopra dello schermo sparpagliandogli i capelli sulle guance e intanto l’aereonauta era occupato a fare delle provvisorie riparazioni, spostando il centro di gravità, per assicurarsi la stabile durata, e modificando la pressione.
— Vorrei che voi mi spiegasse il meccanismo, — insistè Graham. — Che cosa succede quando spingete in avanti il motore?
L’aereonauta esitò; poi rispose laconicamente:
— È una cosa molto complicata, Sire.
— Non importa, — esclamò Graham.
Vi fu un momento di silenzio.
— L’aereonautismo è il segreto.... il privilegio....
— Va benissimo, ma io sono il padrone e voglio sapere.
Rise di cuore pensando al potere che poteva eser-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione|230|{{Sc|quando il dormente si sveglierà}}|riga=sì}}</noinclude>citare anche nelle regioni superiori dell’aria. L’aeropilo intanto descriveva una curva, il vento fresco e frizzante sferzava il volto di Graham, le sue vesti si gonfiavano e quasi lo spingevano mentre la prua girava leggermente puntata verso ovest.
I due uomini si guardarono negli occhi.
— Sire, vi sono dei regolamenti....
— I regolamenti non mi riguardano, — replicò Graham, — sembra che lo dimentichiate.
L’aereonauta scrutava la fisonomia del Maestro.
— No, — diss’egli, — non lo dimentico, Sire. Ma per tutta la terra.... chiunque non è un aereonauta giurato non ha il diritto.... Noi prendiamo dei passeggeri e non degli scolari.
— L’ho sentito dire. Ma io non mi diverto affatto a discutere su questo soggetto. Sapete perchè ho dormito duecento anni? Per viaggiare nell’aria.
— Sire, — continuò l’aereonauta, — i regolamenti.... Se io violo i regolamenti....
Graham fece un gesto che voleva dire:
— Voi non avete nulla da temere.
— Ebbene, se volete osservare i miei movimenti....
— No, — protestò Graham, che tutto ad un tratto vacillò e dovette aggrapparsi perchè l’aeropilo volgeva la prua più in alto ancora. — Ciò non mi basta. Voglio manovrare da me stesso.... manovrare da me stesso anche se dovessi sfracellarmi. Sì, lo voglio: voi comprendete. M’arrampicherò là e verrò a sedermi vicino a voi. Attenzione! Voglio volare col mio proprio volo, anche se dovessi alla fine precipitare di sotto. Sarò almeno compensato del mio letargo: altre volte era un sogno volare. Andiamo! mantenete l’equilibrio.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione||''L'Aeropilo''|231|riga=sì}}</noinclude>{{nop}}
— Una dozzina di spioni mi perseguitano, Sire.
La pazienza di Graham era al colmo: forse la sua collera era un po’ esagerata. Si slanciò bestemmiando attraverso la massa intermediaria delle stanghe, e l’aeropilo oscillò.
— Sono io il padrone della terra? O forse lo siete voi? Andiamo. Levate le mani da queste stanghe, e tenete invece i miei polsi. Così va bene. E come si fa a girare la prua per sdrucciolare in basso?
— Sire, — protestò ancora l’aereonauta.
— Che c’è di nuovo?
— Voi mi proteggerete?
— Perbacco, sicuro! Quand’anche dovessi bruciare Londra. Andiamo.
E con questa promessa Graham pagò la sua prima lezione di navigazione aerea.
— Voi avete certamente il vostro vantaggio insegnandomi a manovrare in questa escursione, — aggiunse ridendo allegramente, poichè l’aria pura gli faceva lo stesso effetto d’un vino generoso.
— Bisogna che tiri questo? Ah! ho capito, così. Olà!
— Indietro, Sire, indietro.
— Indietro?... Bene! Uno, due... tre.... Dio buono! Ah! eccolo che sale! Ma è un organismo vivente!
E la macchina si mise a danzare nell’aria nel più fantastico modo: ora descriveva una spirale di cento metri e più di diametro, ora risaliva quasi con una pazza velocità, poi s’abbassava rapidamente a picco, ricadendo come un falco, per tornare a risalire tutt’ad un tratto con uno slancio furioso.
In una di queste discese sembrò che filasse dritta verso il parco dei palloni-réclame a sud-est, ma non fece che una curva e passò al di là con una improvvisa riscossa di destrezza.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione|232|{{Sc|quando il dormente si sveglierà}}|riga=sì}}</noinclude>{{nop}}
La celerità e la dolcezza straordinaria del movimento, l’effetto strano dell’aria rarefatta, sul suo organismo, producevano a Graham una specie di noncurante furore. Ma finalmente un incidente barocco riuscì a calmarlo e a ricondurlo ancora una volta in basso. Verso quella molteplice vita dagli insolvibili enigmi. In una corsa discendente si fece sentire un piccolo colpo, qualche cosa passò veloce, contro la macchina e gli parve di sentir cadere alcune gocce di pioggia; poi mentre continuava a discendere scorse, voltando la testa, una specie di velo bianco che girava nel suo solco....
— Che cos’è quello? — domandò. — Io non mi sono reso conto....
L’aereonauta guardò, poi afferrò vivamente la stanga per raddrizzare l’apparecchio, che si curvava con una celerità vertiginosa.
Quando ebbe dato all’aereopilo un movimento ascendente, egli respirò fortemente e rispose:
— Quello? — E mostrando l’oggetto bianco che rotolava: — Quello è un cigno.
— Non l’avevo veduto, — disse Graham.
L’aereonauta non rispose e sulla sua fronte Graham notò piccoli schizzi rossi.
Essi filarono orizzontalmente mentre Graham, tornava al suo posto, evitando di esser colpito dalla corrente d’aria: poi cominciò a scendere precipitosamente mentre l’elice dietro a loro girava per rallentar la loro caduta e la piattaforma volante si allargava tutta oscura davanti ad essi. Il sole si nascondeva ad occidente, dietro le colline calcaree, lasciando dietro di sè una striscia fiammeggiante d’oro....
In breve la massa indistinta della folla si separò in<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione||''Tre giornate''|235|riga=sì}}</noinclude>{{nop}}
Graham ne espresse vivamente il desiderio, e si trattenne a parlare dell’originalità delle sue sensazioni.
— E gli affari? — chiese poi bruscamente. — A che punto siamo?
Con un gesto Lincoln allontanò da lui queste preoccupazioni.
— Ostrog vi parlerà di ciò domani, — diss’egli. — Tutto s’acqueta e s’accomoda, la rivoluzione si compie sulla terra intera. Naturalmente alcune collisioni qua e là sono inevitabili, ma il vostro regno è assicurato; voi potete star tranquillo perchè gli affari sono nelle mani di Ostrog.
— È possibile ch’io possa esser nominato aereonauta giurato, come dite voi, sull’istante.... prima di coricarmi? — domandò Graham, facendo lentamente cento passi. — Allora potrei rimettermi in viaggio domani mattina. Sarebbe la prima cosa che farei....
— Niente si oppone a ciò, — rispose Lincoln con aria pensosa. — È possibilissimo, e così sarà fatto. — Poi si mise a ridere. — Io vi avevo proposto dei divertimenti ma voi stesso ne avete trovato uno. Telefonerò ai gabinetti aereonautici, e noi ritorneremo al vostro appartamento, al controllo dei Motori a vento; intanto desinerete, dando così agli aereonauti il tempo di prepararsi. Forse dopo desinare preferirete....
S’interruppe.
— Ebbene? — chiese Graham.
— Noi abbiamo organizzato una compagnia di ballerine che vengono da Capri.
— Detesto i balli, — replicò Graham brevemente. — Li ho sempre detestati; non è ciò che io voglio vedere. Anche ai miei tempi vi erano delle balle-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione|236|{{Sc|quando il dormente si sveglierà}}|riga=sì}}</noinclude>rine.... Delle ballerine.... vi erano in Egitto altre volte. Ma volare....
— È vero, — aggiunse Lincoln, — pure le nostre ballerine....
— Esse possono aspettare, — rispose Graham, — possono bene aspettare.... Io non sono un Latino.... Esistono delle questioni sulle quali vorrei interrogare qualcuno esperto, le questioni di meccanica. Questa è la mia passione, io non desidero distrazioni.
— Voi potete scegliere il mondo intero, — disse Lincoln, — tutto ciò che volete è vostro.
Sopraggiunse Asano scortato da una guardia imponente, ed essi attraversando le vie della città ritornarono agli appartamenti di Graham.
Si era radunata una folla per festeggiare il suo ritorno, una folla più numerosa ancora di quella che aveva assistito alla sua partenza; e le grida, le acclamazioni soffocavano le risposte che dava Lincoln alle incessanti domande di Graham riguardo al suo viaggio aereo.
Sul principio il Maestro aveva accolto le grida e i battimani del popolo con delle riverenze e dei gesti, ma Lincoln lo avvertì che ciò non stava bene; allora, Graham, già stanco di quelle galanterie ritmiche, dimenticò i suoi sudditi per tutto il resto della sua passeggiata pubblica.
Ben giunsero presto ai suoi appartamenti. Asano uscì di nuovo in cerca di riproduzioni cinematografiche di motori in movimento, e Lincoln ordinò che gli si procurassero dei modelli di macchine grandi e piccole, dovendo rappresentare i diversi progressi meccanici compiuti da due secoli.
Il piccolo gruppo di apparecchi destinato alle co-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione||''Tre giornate''|237|riga=sì}}</noinclude>municazioni fra luoghi, distanti, attrasse talmente l’attenzione del Maestro che il suo pranzo deliziosamente preparato e servito da un certo numero di graziose e abili cameriere, dovette aspettare.
L’abitudine di fumare era a poco a poco scomparsa dalla superfice della terra, ma, allorchè egli manifestò il desiderio di levarsi questo capriccio, andarono a cercare e trovarono in Floridia alcuni eccellenti sigari, che, con un sistema pneumatico speciale, gli furono portati mentre era ancora a tavola.
Poco dopo vennero gli aereonauti accompagnati da un ingegnere che presentò al Maestro le più sorprendenti meraviglie che si potessero vedere.
Per il momento la destrezza elegante delle macchine da contare e da marcare, macchine da costruire e da filare, porte brevettate, motori a esplosione, elevatori per il grano e l’acqua, macchine da macello, apparecchi meccanici di coltura e di mietitura, tutto ciò era più affascinante per Graham di qualsiasi {{Spaziato|baiadera}}.
— Noi eravamo dei selvaggi, — ripeteva incessantemente, — dei selvaggi. Eravamo all’età della pietra in confronto di questo secolo.... E che cosa avete ancora?
Alcuni psicologi lo misero al corrente degli svolgimenti interessantissimi ottenuti nell’arte dell’ipnotismo: i nomi di Milne Bramwell, Fechner, Liebault, William James, Myers e Gumey, avevano acquistato un sì gran valore che avrebbe meravigliato i loro contemporanei. Parecchie applicazioni di psicologia erano ora diventate un uso generale; questa scienza aveva in larga misura sostituito nella medicina le droghe, gli antisettici; tali applicazioni erano special-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione|238|{{Sc|quando il dormente si sveglierà}}|riga=sì}}</noinclude>mente usate per quelli che avevano bisogno di concentrazione mentale. Sembrava insomma che un ingrandimento reale delle facoltà umane si fosse effettuato in quel dominio.
Le gesta dei fanciulli calcolatori, che Graham considerava come il trionfo dell’ipnotismo, erano ora alla portata di chiunque potesse procurarsi i servizi di un ipnotista esperto.
Da lungo tempo, nell’educazione, il vecchio metodo degli esami era stato sostituito da questo sistema e invece di lunghi anni di studio i candidati passavano alcune settimane in catalessia, mentre abili professori non dovevano far altro che inculcar loro tutte le nozioni necessarie per ottenere una risposta adeguata ad esse, compresa la nozione del ricordo postipnotico di queste nozioni. In ciò che riguarda la matematica, questo mezzo era singolarmente prezioso e tutti i giuocatori di scacchi e altri giuochi per i quali si richiede una destrezza mentale, almeno le poche persone che li usavano ancora, se ne servivano invariabilmente. Infatti tutte le operazioni che richiedono regole determinate, vale a dire una specie di meccanica, erano state completamente liberate da tutti gli errori dell’immaginazione e della commozione e portate a un grado straordinario di precisione. I fanciulli di classi studiose appena avevano raggiunta l’età richiesta per essere ipnotizzati, venivano trasformati in macchine pensanti d’una puntualità e fedeltà meravigliosa, e sbarazzati in tal modo dei lunghi studi della giovinezza. Gli apprendisti aereonauti che soffrivano la vertigine erano ipnoticamente liberati dagli immaginari terrori; in ogni strada si trovavano degli ipnotisti pronti a suggerire allo spirito altrui<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione||''Tre giornate''|241|riga=sì}}</noinclude>{{nop}}
— Qui, o parecchi piani di sopra, — poteva dire, — io facevo colazione con una costoletta, durante i miei anni d’Università; più lontano vi era la stazione e la perpetua caccia ai treni, nell’ingombro degli scarichi. Quante volte ho aspettato là, con la mia valigia in mano guardando il cielo a traverso la foresta dei segnali non immaginando davvero che un giorno passeggerei a cento metri d’altezza nell’aria; e ora in quel cielo che era un tempo un baldacchino di grigio fumo io mi libro in un aeropilo.
Per tre giorni Graham fu così occupato da simili distrazioni che i vasti e progressivi movimenti politici non attirarono che una piccola parte della sua attenzione. Quelli che lo circondavano non gli dicevano quasi nulla. Ogni giorno veniva Ostrog, il Grande conduttore, il Gran Visir, il Podestà di Palazzo, a riferire in termini vaghi la stabilità tranquilla e sicura del regno del Maestro, dei leggeri turbamenti «ben presto calmati in tale città», una ribellione di poca importanza in un’altra. Il canto della rivolta sociale non giungeva agli orecchi di Graham; non sapeva che le strofe di questo canto erano state proscritte nei confini della città e le grandi emozioni provate durante la visita al posto di guardia si dissipavano!
Ma nella seconda e nella terza di queste giornate, a dispetto della sua simpatia per la figlia del direttore dei Porcili, o forse per causa dei pensieri che la conversazione con lei aveva suscitato, il ricordo di Elena Wotton, l’enigmatica fanciulla che gli aveva parlato in modo sì strano alla fine della riunione, non lo abbandonò suo malgrado.
L’impressione ch’ella gli aveva lasciato era vivissima, quantunque le incessanti sorprese delle nuove circo-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione|242|{{Sc|quando il dormente si sveglierà}}|riga=sì}}</noinclude>stanze gli avessero impedito di trattenersi lungamente in questo pensiero. Ora quel ricordo riprendeva il proprio posto. Graham si domandava ciò che ella aveva voluto dire con le sue frasi tronche, a metà dimenticate; i suoi occhi, l’animazione appassionata, ardente del suo volto, ritornavano alla mente del Maestro, man mano ch’egli sentiva diminuire il suo interesse per le novità meccaniche. La beltà di Elena s’interponeva, dominatrice, fra lui e certe immediate tentazioni di desideri poco nobili; ma per tre giorni interi non gli riuscì di vederla.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione|244|{{Sc|quando il dormente si sveglierà}}|riga=sì}}</noinclude>{{nop}}
— Mi avete detto che il popolo era infelice? — riprese.
Ancora un istante ella si ostinò nel suo silenzio.
— Forse le mie poche parole vi saranno sembrate strane, — fece essa ad un tratto.
— Infatti. Eppure....
— Fu un momento d’irriflessione.
— Davvero?
— Nient’altro.
Essa lo guardava imbrogliata, indecisa, poi si espresse con visibile sforzo:
— Voi dimenticate, — disse lasciandosi sfuggire un profondo sospiro.
— Chi?
— Il popolo.
— Che cosa volete dire?
— Voi dimenticate il popolo.
Graham la squadrò con aria interrogativa.
— Sì: voi siete sorpreso, — continuò, — poichè non capite ciò che siete. Voi non sapete quello che accade.
— Ebbene?
— Non avete capito?
— Non tanto chiaramente forse, ma.... spiegatemelo.
— È così difficile a spiegarsi. Io lo desideravo: io l’ho veduto ed ora non lo posso. Le parole non mi vengono più. Tutto ciò che vi riguarda.... è una cosa maravigliosa.... Il vostro sonno, il vostro risveglio.... sono miracoli.... almeno per me e per tutto il popolo.... Voi che avete vissuto, che avete sofferto e che siete morto; voi che siete stato un cittadino come gli altri, vi risvegliate, tornate a vivere per trovarvi quasi il padrone del mondo.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione||''Graham si ricorda''|245|riga=sì}}</noinclude>{{nop}}
— Padrone del mondo, — ripetè Graham. — È ciò che mi dicono: ma tentate d’immaginarvi quanto sia poco al corrente di ciò.... Città.... Trust.... Compagnie del Lavoro.... Principati, Potenze, Stati.... il potere e la gloria. Sì: ho udito gridar tutto ciò. Lo so. Sono il padrone.... il re se voi volete.... con Ostrog quale Gran conduttore....
S’interruppe: la fanciulla spiava curiosamente i suoi lineamenti.
— Ebbene? — interrogò.
— Con Ostrog per assumere ogni responsabilità, — aggiunse Graham sorridendo.
— Questo è ciò che cominciavamo a temere.
Dopo tali parole essa rimase in silenzio, quindi riprese lentamente:
— No. Siete voi.... voi che prenderete la responsabilità. I popoli hanno posto in voi la loro speranza. — E
qui la sua voce divenne più dolce. — Ascoltate. Durante almeno la metà del vostro sonno, in ogni generazione, moltitudini e moltitudini hanno pregato affinchè vi destaste un giorno.... Sì, pregato.
Graham fece un movimento come se volesse parlare, ma non potè aprir bocca: a poco a poco Elena arrossì lievemente; esitò ancora, e:
— Sapete quello che siete stato per quelle miriadi? Il re Arturo, Barbarossa, il Principe che sarebbe sorto al momento opportuno per raddrizzare il mondo....
— Suppongo che l’immaginazione del popolo....
— Non avete udito il nostro proverbio: «Quando il Dormente si sveglierà?» Mentre eravate disteso senza movimento e senza dar segni di vita.... migliaia di persone venivano a vedervi.... Migliaia..... Il primo giorno d’ogni mese, voi riposavate con gran pompa,<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione||''Graham si ricorda''|247|riga=sì}}</noinclude>galità, — replicò Graham esitando. — So quanto essa sembri grande. Ma è essa reale? Mi sembra inconcepibile.... mi pare un sogno. È veramente realtà o una grande illusione?
— È reale se voi volete, — affermò la fanciulla.
— Dopo tutto, come lo sono tutti i regni, il mio regno è una fede. È un’illusione nello spirito degli uomini.
— Se voi osate, — ripetè la fanciulla.
— Ma....
— Molti uomini credono a questo, e finchè tale idea rimarrà nel loro spirito.... essi obbediranno.
— Ma io non so niente, malgrado tutta la mia buona volontà. Non so niente. E quegli altri.... i Consiglieri, Ostrog.... sono più savi, più freddi, sanno tante cose, conoscono tutti i particolari. E realmente, quali sono queste miserie di cui parlate? che cosa debbo sapere io? Volete spiegarmi....
Si fermò ad un tratto.
— Io non sono che una fanciulla, — rispose. — Ma il mondo mi par pieno di miseria. Il mondo è molto cambiato dall’epoca in cui vivevate voi, cambiato in una maniera molto strana. Ho tanto pregato perchè mi fosse dato di vedervi e di dirvi queste cose.... Il mondo è cambiato come se un cancro avesse roso la vita con tutto ciò che essa ha di buono....
Ella lo guardò in faccia, arrossendo improvvisamente.
— Il vostro tempo era il tempo della libertà. Sì, vi ho pensato: mi hanno fatto pensare a ciò poichè la mia vita.... la mia vita non è stata felice. Gli uomini non sono più liberi.... essi non sono migliori nè più grandi degli uomini dell’epoca vostra. E ciò<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione||''Graham si ricorda''|249|riga=sì}}</noinclude>{{nop}}
— Peggio ancora: questo è ciò che voglio che sappiate, che vediate. So che lo ignorate, e che essi vi lasceranno nella vostra ignoranza.... Essi si propongono di condurvi in una Città di piaceri: ma voi avrete notato gli uomini, le donne, i ragazzi vestiti di tela azzurra, da’ volti smunti e dagli occhi spenti?
— Sì, dappertutto.
— ...il loro dialetto orribile, grossolano, insterilito?
— L’ho udito.
— Ecco gli schiavi.... i vostri.... Sono gli schiavi della Compagnia del Lavoro che è la vostra proprietà.
— La Compagnia del Lavoro? Ma essa mi è nota. Ah! ora mi ricordo! L’ho veduta quando erravo per la Città dopo che tornò a splendere la luce.... grandi facciate, è vero, di un colore azzurro pallido dappertutto. È così realmente?
— Sì: ma come fare per spiegarvelo? Naturalmente l’uniforme azzurra vi ha colpito, poichè quasi un terzo della popolazione la indossa.... ed ora delle reclute sempre più numerose, la portano ogni giorno. La Compagnia del Lavoro è aumentata impercettibilmente.
— Che cos’è questa Compagnia del Lavoro? — domandò Graham.
— Al tempo vostro, che cosa ne facevate di coloro che morivano di fame?
— Vi era la {{Spaziato|workhouse}}, gli asili del lavoro.... patrocinata dalle parrocchie, dai comuni.
— La {{Spaziato|workhouse}}! Sì! Va bene.... Nelle nostre lezioni di storia.... Ora mi ricordo. La Compagnia del Lavoro ha fatto sparire la {{Spaziato|workhouse}}! Essa si è edificata in parte.... sopra un’associazione.... forse ve ne ricordate.... su un’organizzazione religiosa chia-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione|250|{{Sc|quando il dormente si sveglierà}}|riga=sì}}</noinclude>mata «l’Esercito della salute» che poi divenne una compagnia di affari. In primo luogo essa fu quasi una pia istituzione di carità per salvare il popolo dai rigori della {{Spaziato|workhouse}}. Ma, ora che ci penso, essa fu una delle prime possessioni che acquistarono i vostri commissari. Essi acquistarono l’Esercito della salute e lo ricostruirono sotto la sua forma attuale. L’idea fondamentale era stata quella di dare del lavoro alle persone senza tetto.
— Sì.
— Ora non esiste più nè {{Spaziato|workhouse}}, nè rifugi, nè case di carità: esiste solo questa Compagnia: essa ha delle succursali dappertutto. Il suo colore è l’azzurro, ed ogni uomo, ogni donna, ogni ragazzo che, estenuato di forze e morente di fame, non ha più nè focolare, nè amici, nè risorse, è obbligato, alla fine, di rivolgersi alla suddetta Compagnia.... o di cercare una maniera qualunque per morire. Ora, l’eutanasia non è nei loro mezzi: per i poveri non c’è nessuna morte facile. E ad ogni ora del giorno e della notte, vi è da sfamarsi, da dormire e un’uniforme azzurra per tutti.... questa la condizione principale della costituzione della Compagnia.... e in cambio di un giorno d’alloggio la Compagnia toglie una giornata di lavoro, poi rende al visitatore il proprio vestito e lo mette alla porta.
— Davvero?
— Tutto ciò non vi sembra terribile? Al vostro tempo tante persone morivano di fame per la strada. Triste fine, è vero, ma almeno esse morivano rimanendo sempre uomini, mentre questa gente vestita d’azzurro... V’ha un proverbio che dice: «Una volta la tela azzurra, sempre la tela azzurra». La Compa-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione||''Graham si ricorda''|251|riga=sì}}</noinclude>gnia fa un commercio sul loro lavoro e per questo si interessa d’assicurare ad essi perpetuamente del lavoro. I derelitti si presentano, morenti di inedia e senza alcuna risorsa: essi sono nutriti per un giorno, dormono durante una notte, quindi se ne vanno. Se hanno lavorato bene, ricevono qualche soldo.... tanto da permettersi di andare ad un teatro o entrare in una sala da ballo a buon mercato, o al cinematografo, a pranzare o a giuocare. Quando hanno speso il loro denaro, tornano a errare qua e là: la mendicità è severamente proibita dalla polizia. E del resto nessuno è prodigo. Essi si fanno un’idea di ciò che sarà il giorno dopo.... e l’altro ancora.... ricondotti dalla stessa incapacità della prima volta. Alla fine i loro vestiti diventano vecchi, o i loro cenci così meschini da averne vergogna. Allora è necessario che lavorino per dei mesi se vogliono avere dei vestiti nuovi. Un gran numero di bambini nascono sotto l’autorità della Compagnia. In cambio delle cure che ha ricevuto, la madre deve alla Compagnia stessa un mese di lavoro; quindi i ragazzi sono allevati e educati fino a quattordici anni, dopo di che, essi devono fare due anni di servizio. Voi potete esser sicuro che quei fanciulli sono anticipatamente condannati a portare per sempre la tela azzurra. Ed è così che la Compagnia funziona.
— E non vi sono indigenti nella città?
— Nessuno. Coloro che potrebbero esserlo, sono o vestiti di tela azzurra o in prigione.
— E se non vogliono lavorare?
— Quando son caduti in quelle mani, la maggior parte di essi, acconsente a lavorare e la Compagnia dispone, del resto, di alcuni mezzi di correzione. Essa applica un sistema di penalità: soppressione di ogni<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione|254|{{Sc|quando il dormente si sveglierà}}|riga=sì}}</noinclude>{{nop}}
— Gli antichi sogni e le utopie che avevo immaginato.... libertà, felicità.... Sono sogni questi? Un solo uomo potrebbe forse.... un solo uomo?
La voce gli mancò e tacque.
— Non un uomo solo, ma tutti gli uomini. Date loro solamente un capo per formulare i desideri del loro cuore, — disse ardentemente la fanciulla.
Graham scosse la testa cercando ciò che dovesse dire: ad un tratto i loro sguardi s’incontrarono.
— Io non ho la vostra fede: io non ho la vostra gioventù, — cominciò a dire. — Io non esercito qui che un potere derisorio. No.... lasciatemi parlare. Voglio stabilire.... non il regno della giustizia, poichè non ne ho la forza necessaria.... ma qualche cosa che sia più vicino al giusto che all’ingiusto. Ciò non condurrà a un regno millenario, ma ormai ho risoluto di governare e lo voglio. Ciò che mi avete detto mi ha risvegliato.... Avete ragione. Ostrog saprà così che vi sono dei limiti alla sua autorità. Ed imparerò.... V’ha una cosa che mi preme di promettervi. Questa schiavitù del lavoro avrà un termine.
— E voi governerete?
— Sì.... purchè.... Ad una condizione.
— Quale?
— Che mi aiutiate.
— Io? Una fanciulla?
Essa trasalì, e i suoi occhi lampeggiarono di commiserazione.
— Avete bisogno di domandare se voglio aiutarvi? — disse.
Essa stava dinanzi a lui, bella, adorabile e il suo entusiasmo, la grandezza del loro disegno li separava come un abisso.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione||''Nelle vie della Città''|269|riga=sì}}</noinclude>sante, le grida e i frammenti enigmatici della lotta sociale appena cominciata, confondevano e oscuravano il suo spirito. Dappertutto festoni e stendardi, decorazioni nere e barocche rendevano più intenso il carattere della sua popolarità. Dappertutto egli afferrava tronche frasi di quel dialetto grave e triviale che impiegava la classe illetterata, vale a dire la classe che non poteva offrirsi la cultura fonografica. Per tutto le proteste contro il disarmo si ripetevano con una violenza di cui non aveva avuto la minima idea, finchè era rimasto confinato nel quartiere dei Motori a vento. Capì che avrebbe dovuto, appena tornato, discuter subito questa questione con Ostrog, in modo più concludente di quello che non aveva fatto fino allora, come pure le conseguenze più grandi di cui quei torbidi erano espressioni. Continuamente quella notte, anche nelle prime ore della loro passeggiata vagabonda a traverso la Città, questo spirito di disordine e di rivolta occupò unicamente la sua attenzione, esclusi gli innumerevoli dettagli che avrebbe potuto osservare in altre circostanze.
A causa di questa preoccupazione, egli non potè raccogliere che delle impressioni frammentarie. Tuttavia, fra tante cose strane e vive, nessun oggetto, nessun fatto, per quanto personale e persistente, poteva esercitare una preponderanza assoluta. Spesso il moto rivoluzionario usciva totalmente dal suo spirito, era messo da parte come un sipario che dissimulasse qualche aspetto impressionante dell’epoca. Elena gli aveva imposto questo intenso ardore di ricerca, ma, a momenti, ella stessa si allontanava dai suoi pensieri coscienti. Un istante, per esempio, si accorse che traversavano il quartiere religioso — poichè, la<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione||''Nelle vie della Città''|271|riga=sì}}</noinclude>{{Nop}}
— Oh! è questo! — Asano guardò Graham. — È questo che vi disgusta? — diss’egli col tono di qualcuno che fa una scoperta. — Infatti, lo comprendo. Mi ero dimenticato.... Ai giorni nostri la concorrenza per attirare l’attenzione, non indietreggia innanzi a nulla, e le persone, semplicemente, non hanno agio di occuparsi delle anime loro, come facevano prima. Altra volta voi avevate i pacifici sabati, e le escursioni in campagna.... benchè abbia letto in qualche luogo.... che i pomeriggi della domenica qualche volta....
— Ma questo, — disse Graham volgendosi e designando, coll’occhio, quel bleu e quel bianco che si allontanavano, — questo non è certamente il solo mezzo...
— Vi sono centinaia di mezzi differenti. Ma naturalmente, se una sètta non ricorre alla réclame, non fa affari. Il culto ha camminato col tempo. Vi sono delle sètte dell’alta società che hanno mezzi più discreti.... incensi preziosi, cerimonie private, ecc. Ma queste qui sono molto prospere e popolari. Pagano al Consiglio.... a voi, voglio dire.... parecchie dozzine di leoni per questi locali.
Le monete avevano già imbarazzato Graham e quest’accenno alle «dozzine di leoni» lo condusse a farsi dare delle spiegazioni indispensabili. Ad un tratto, questo nuovo soggetto gli fece dimenticare i templi chiassosi e tutte le loro fanfare. Un giro di frase suggerì, e una risposta confermò in lui questa idea che l’oro e l’argento non avevano più corso di moneta, che l’oro coniato che aveva cominciato il suo regno fra i mercanti della Fenicia, era detronizzato. Questo cambiamento era stato graduale, ma rapido, prodotto dall’estendersi del sistema<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione||''Nelle vie della Città''|273|riga=sì}}</noinclude>titudini; nonostante questo spettacolo lo ritenne a lungo. Mentre osservava il servizio della tavola situata immediatamente al disotto, in mezzo alle incessanti domande e risposte concernenti i dettagli, il pieno significato di quel pasto, al quale prendevano parte più migliaia di persone, brillò al suo spirito.
Era la sua perpetua sorpresa, il constatare che certi fatti i quali avrebbero dovuto colpirlo vivamente a primo colpo, gli sfuggivano invece, fino a che una circostanza triviale non veniva a completare l’enigma attirandosi la sua attenzione. Così, per esempio, non gli era venuta l’idea che questa cinta continuata della città, questa esclusione delle intemperie, queste vaste sale e queste interminabili vie, implicavano la scomparsa del focolare domestico; che il tipico «Home» vittoriano, la piccola cella di mattoni contenente la cucina e la dispensa e le due o tre stanze di abitazione, salvo fra le ruine della campagna, era completamente sparito come era sparita la capanna di vimini. Ma adesso vedeva quello che era stato manifesto fin da principio, che Londra considerata come luogo abitato, non era più un’agglomerazione di case, ma un prodigioso albergo, un albergo che offriva mille categorie di benessere, migliaia di refettorii, di cappelle, di teatri, di mercati e di luoghi di riunione, tutta una sintesi di intraprese, di cui egli, Graham era il principale possessore. Il popolo aveva i suoi dormitorii con forse delle anticamere, delle sale che almeno erano sempre sane, qualunque ne fosse il grado di comodità e d’isolamento, e quanto agli altri abitanti, essi vivevano come avevano vissuto molti, nei giganteschi alberghi del periodo vittoriano, mangiando, leggendo, pensando, giuocan-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione|274|{{Sc|quando il dormente si sveglierà}}||riga=sì}}</noinclude>do, conversando, sempre nei pubblici ritrovi; andando al loro lavoro nei quartieri industriali della città, o dandosi agli affari nei loro uffici, nel quartiere commerciale.
Egli si accorse quanto si era necessariamente sviluppato questo stato di cose. La ragione fondamentale della città moderna era sempre stata l’economia per mezzo della cooperazione. Il principale ostacolo che nella sua propria generazione aveva impedito la fusione delle abitazioni, era la civilizzazione ancora imperfetta del popolo, la resistenza dell’orgoglio barbaro delle passioni e dei pregiudizi, le gelosie, le rivalità e la violenza delle classi medie e inferiori: ecco ciò che rendeva necessaria l’intiera separazione degli abitacoli contigui. Ma la trasformazione e l’addomesticazione del popolo avevan subito anche allora un rapido progresso. Nel breve spazio di trent’anni della sua vita precedente aveva veduto generalizzarsi di più in più l’abitudine di prendere i pasti fuori di casa, le sale dei restaurants si erano moltiplicate, i clubs femminili cominciavano a fondarsi, e l’immenso sviluppo dei saloni di lettura e delle biblioteche aveva testimoniato, dal punto di vista sociale, una mutua fiducia più grande. Queste promesse avevano ora raggiunto la loro completa realizzazione. La casa propria, chiusa a chiave, sbarrata, non esisteva più.
I convitati del refettorio egli seppe che appartenevano alla classe media inferiore, appena al disopra dei lavoratori bleu; una classe molto abituata, all’epoca vittoriana, a vivere in particolare tanto che i suoi membri quando s’imponeva loro la necessità di un pasto in pubblico, nascondevano ordinariamente il loro imbarazzo sotto uno scambio di grossi scherzi o sotto un’at-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione||''Nelle vie della Città''|275|riga=sì}}</noinclude>titudine ostensibilmente scontrosa. Però tutte queste persone gaie, leggiere e semplici, benchè fossero affrettate e poco comunicative, avevano delle maniere destre e disinvolte e si trovavano certo molto bene nei rapporti che avevano fra loro.
Graham notò un dettaglio significante: la tavola, per quanto potè vedere, era e restava pulitissima; nulla che indicasse la confusione, nè briciole di pane, nè resti di carne o di condimento, nè bevande versate, nè ingombro di vasellame, di vetrerie o di ninnoli, niente infine di ciò che avrebbe segnato una fine di pasto nel periodo vittoriano. Gli utensili differivano molto. Niente ornamenti, niente fiori, la tavola senza tovaglia, e fatta, gli dissero, di una sostanza solida che aveva l’intessitura e l’apparenza del damasco. Egli scoprì che questa sostanza damascata offriva disegni graziosi che erano altrettante réclames commerciali.
In uno spazio vuoto, davanti ad ogni convitato, era posto un apparecchio complesso di porcellana e di metallo. Ciascuno aveva un sol piatto di porcellana bianca e per mezzo di robinetti per fluidi caldi e freddi lavava questo piatto da sè stesso, fra una portata e l’altra e lavava pure la sua elegante posata di metallo bianco. La minestra ed il vino chimico (la bevanda comune) arrivavano da rubinetti simili, e le vivande passavano automaticamente, accomodate con gusto, lungo rotaie d’argento disposte sulla tavola. Arrivavano da una piccola porta ad una delle estremità della tavola e sparivano nello stesso modo dall’altra estremità. Il convitato le fermava al loro passaggio e si serviva a discrezione. Questa forma del sentimento democratico in decadenza, que-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione|276|{{Sc|quando il dormente si sveglierà}}||riga=sì}}</noinclude>st’orgoglio orribile delle anime vili, che fa che gli eguali ripugnino di servirsi fra loro era visibilissimo fra il popolo, e Graham era talmente preoccupato da questo dettaglio che soltanto quando stava per andarsene, vide gli enormi diorami-réclame che si avanzavano maestosamente in alto dei muri proclamando le virtù rimarchevoli di diversi articoli.
Di là, essi passarono, pagando ciascuno la loro entrata a uno sportello girante, in una sala affollata di gente, ove Graham scoprì la causa del rumore che l’aveva reso perplesso. La sua attenzione fu immediatamente accaparrata da un frastuono potente, violento che fu tosto seguito dal rumore di una voce rauca e dura.
— Il Maestro dorme pacificamente, — gridava la voce, — la sua salute è eccellente. Egli consacrerà il resto della sua vita all’aereonautica. Egli dice che le donne sono più belle che mai. Gloup-wou-wou.... La nostra civilizzazione lo stupisce oltre modo. Oltre ogni misura. Galloup. Egli ha una gran fiducia di Ostrog, una fiducia assoluta. Ostrog sarà il suo primo ministro.... autorizzato a destituire o a rintegrare i pubblici funzionari. Ogni patronato sarà fra le sue mani. Ogni patronato fra le mani di Ostrog. I consiglieri sono stati ricondotti alle prigioni che avevano fatto costruire al di sopra del palazzo del Consiglio.
Graham si arrestò alla prima frase ed alzando gli occhi scorse una ridicola trombetta in forma di figura umana, dalla quale emanava quel rumore. Era la grande macchina delle notizie generali. Durante qualche minuto essa parve riprender fiato e si sentì la trepidazione regolare del suo corpo cilindrico. Poi<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Ciampix" />{{RigaIntestazione||''Nelle vie della Città''|277|riga=sì}}</noinclude>un nuovo rumor di tromba: Gloup-gloup, e ricominciò:
— Parigi è adesso pacificato. Ogni resistenza è finita. Gloup! La Polizia Nera occupa tutte le posizioni importanti della città. Essi hanno combattuto con grande bravura, cantato degli inni di lode ai loro antenati del poeta Kipling. Una o due volte sono sfuggiti all’autorità di coloro che li conducevano e hanno torturato e mutilato degli insorti feriti e catturato uomini e donne. Morale: niente ribellione! Ah! ah! Gloup! Gloup! Sono uomini forti. Arditi e bravi. Che ciò serva di lezione agli straccioni disordinati della città, immondezza della terra! Gloup! Gloup!
La voce cessò di stridere, e nella folla corse un mormorio di disapprovazione.
— Maledetti negri!
Un uomo, presso di loro, cominciò ad arringare la folla.
— Fratelli È il Maestro che ordina tutto questo? È veramente il Maestro?
— La Polizia Nera? — fece Graham. — Che cos’è? Non ho io....?
Asano gli toccò il braccio e l’avvertì con lo sguardo.... In quel momento un altro organo fece sentire un grido acuto e assordante e si mise a schiamazzare, con una voce piccola e stridentissima:
— Yahaha, Yaha, Yap! Ascoltate un giornale vivente! Giornale vivente! Yaha! Spaventevole attentato a Parigi. I parigini esasperati dalla Polizia Nera commettono numerosi massacri. Terribili rappresaglie. I tempi barbari ritornano. Del sangue! Del sangue! Yaha!
La tromba parlante più vicina articolò in una maniera formidabile.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione||''Graham si ricorda''|255|riga=sì}}</noinclude>{{nop}}
Toccarla, stringer la sua mano, parve a Graham una gioia che oltrepassava ogni speranza.
— Allora governerò, — disse lentamente. — Governerò.... con voi! — aggiunse poi, dopo un silenzio significativo.
In quel momento suonarono le ore ad un orologio vicino. La fanciulla non rispondeva: Graham si alzò.
— In questo stesso momento Ostrog mi aspetta. — Ed esitava, guardandola bene in faccia. — Quando gli avrò rivolto alcune domande..... vi sono tante cose che ignoro.... potrebbe darsi che io voglia andare a vedere co’ miei occhi le miserie di cui mi avete parlato. E allora, al ritorno?...
— Io saprò quando andrete e quando ritornerete. Vi aspetterò qui.
Egli l’avvolse in un lungo sguardo.
— Io sapevo.... — disse la fanciulla e non disse altro.
Egli aspettò, ma essa non aggiunse una parola di più. Per un momento rimasero ansiosi, poi Graham si diresse verso gli uffici del Gran conduttore.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione|256|{{Sc|quando il dormente si sveglierà}}|riga=sì}}</noinclude>{{Nop}}
— La nostra rivoluzione è compiuta; il Consiglio è soppresso, e il popolo che abbiamo sollevato.... rimane insorto. Non şi sono battuti abbastanza..... Noi abbiamo fatto delle promesse naturalmente. È strano vedere con qual violenza e con quale rapidità questo vago umanitarismo innato sia rivissuto e diffuso. Noi stessi che l’abbiamo lanciato, ne siamo rimasti tutti sorpresi. A Parigi, come già vi ho detto, è stato necessario domandare dei rinforzi esterni.
— E qui?
— Qui vi sono dei torbidi. La gente non vuol riprendere il lavoro. Lo sciopero generale è scoppiato. La metà delle officine sono vuote e il popolo formicola per le strade. Si parla di installare una Comune. Uomini vestiti di seta e di raso, sono stati insultati per la strada. La tela azzurra aspetta da voi ogni specie di cose.... S’intende che voi non avrete da tormentarvi per nulla al mondo. Noi mettiamo le macchine parlanti all’opera per controbilanciare le cattive suggestioni nocive all’ordine e alla legge. Ci vuole la lotta, ecco tutto.
Graham pensava: riuscì a trovare un mezzo per affermare i suoi diritti, ma parlava con un po’ di timore.
— Anche fino a fare intervenire la polizia africana, la polizia negra? — domandò.
— È indispensabile, — rispose Ostrog. — Quei negri sono tanti bruti superbi e leali, senza l’ombra di un’idea per la testa.... di quelle idee che sciupano la nostra plebaglia. Se il Consiglio li avesse avuti per la sua polizia delle strade, le cose avrebbero preso una piega diversa. Del resto non c’è da temere altro che degli ammutinamenti e dei danni. Voi potete volare colle<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione|256|{{Sc|quando il dormente si sveglierà}}|riga=sì}}</noinclude>{{Nop}}
— La nostra rivoluzione è compiuta; il Consiglio è soppresso, e il popolo che abbiamo sollevato.... rimane insorto. Non si sono battuti abbastanza..... Noi abbiamo fatto delle promesse naturalmente. È strano vedere con qual violenza e con quale rapidità questo vago umanitarismo innato sia rivissuto e diffuso. Noi stessi che l’abbiamo lanciato, ne siamo rimasti tutti sorpresi. A Parigi, come già vi ho detto, è stato necessario domandare dei rinforzi esterni.
— E qui?
— Qui vi sono dei torbidi. La gente non vuol riprendere il lavoro. Lo sciopero generale è scoppiato. La metà delle officine sono vuote e il popolo formicola per le strade. Si parla di installare una Comune. Uomini vestiti di seta e di raso, sono stati insultati per la strada. La tela azzurra aspetta da voi ogni specie di cose.... S’intende che voi non avrete da tormentarvi per nulla al mondo. Noi mettiamo le macchine parlanti all’opera per controbilanciare le cattive suggestioni nocive all’ordine e alla legge. Ci vuole la lotta, ecco tutto.
Graham pensava: riuscì a trovare un mezzo per affermare i suoi diritti, ma parlava con un po’ di timore.
— Anche fino a fare intervenire la polizia africana, la polizia negra? — domandò.
— È indispensabile, — rispose Ostrog. — Quei negri sono tanti bruti superbi e leali, senza l’ombra di un’idea per la testa.... di quelle idee che sciupano la nostra plebaglia. Se il Consiglio li avesse avuti per la sua polizia delle strade, le cose avrebbero preso una piega diversa. Del resto non c’è da temere altro che degli ammutinamenti e dei danni. Voi potete volare colle<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione|258|{{Sc|quando il dormente si sveglierà}}|riga=sì}}</noinclude>quistato una forza non mai posseduta fin qui..... Essa comanda alla terra, al mare, al cielo! Tutto il potere appartiene a coloro che sanno maneggiare la ricchezza.... Bisogna accettare i fatti, e questi sono dei fatti.... Il mondo per la folla! La folla che governa il mondo! Anche al vostro tempo questa dottrina era stata giudicata e condannata: oggi essa non ha che un seguace.... multiplo e semplice: l’individuo nella folla.
Graham non rispose immediatamente e rimaneva assorto in oscure preoccupazioni.
– No, — riprese Ostrog, — l’epoca dell’uomo del popolo è passata. Sui campi liberi, un uomo ne vale un altro o quasi. L’antica aristocrazia era costituita da una superiorità precaria di forza e d’audacia. Essa è stata temperata.... temperata. Sono avvenute insurrezioni, conflitti, sommosse. La prima aristocrazia reale, la prima aristocrazia permanente, è venuta insieme ai formidabili castelli e con le armature e si è estinta davanti al moschetto e all’arco. Ma eccoci ora alla seconda aristocrazia, alla vera. Quei tempi di polvere a cannone e di democrazia, non sono stati che un maroso nell’acqua corrente. Il cittadino non è più che un’unità isolata. A’ nostri giorni noi abbiamo questa grande macchina, che è la Città e un’organizzazione completa che oltrepassa l’intendimento dell’uomo del popolo.
— Pur tuttavia, — obiettò Graham, — v’ha qualche cosa che resiste, qualche cosa che non dite.... ma che si agita e rumoreggia....
— Vedrete, — disse Ostrog con un sorriso, forzato, che sembrava voler rimuovere tali difficoltà. — Io non ho sollevato la forza per distruggermi.... voi potete fidarvi di me.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione||''Il punto di vista di Ostrog''|261|riga=sì}}</noinclude>{{nop}}
— Io me lo domando, — mormorò Graham.
Ostrog lo guardò sorpreso.
— È realmente necessario che il mondo vada in questo modo? — riprese Graham incapace di contenersi un momento di più. — È proprio necessario che vada così? Allora tutte le nostre speranze sarebbero state vane?
— Che cosa volete dire? — chiese Ostrog. — Quali speranze?
— Io provengo da un secolo democratico.... e mi trovo in piena tirannia aristocratica.
— Eh!... ma voi siete l’incarnazione stessa del tiranno.
Graham scosse la testa.
— Ebbene, — disse Ostrog, — ponetevi al punto di vista generale. È così che la trasformazione è sempre avvenuta. Da una parte l’aristocrazia, o il predominio dei migliori.... dall’altra, la sofferenza e la soppressione degli inetti: così c’incamminiamo verso il progresso.
— L’aristocrazia! È forse composta di quelle persone che ho incontrato?
— Oh! no di quelle là! — esclamò Ostrog. — La maggior parte di esse vanno alla morte a causa del vizio e del piacere. Esse non hanno progenitura. Quella specie di persone si estinguerà se il mondo andrà per la retta via, se non cambierà strada.... La via piacevole degli eccessi, in fondo alla quale vi è la perfetta eutanasia per i cercatori di piaceri che la fiamma ha disseccato.... Ecco la maniera più opportuna per migliorare la razza.
— Bella maniera, — replicò Graham. — Eppure.... — e qui riflettè un momento, — v’ha quest’altro ele-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Carbonchiolo" />{{RigaIntestazione|260|{{Sc|quando il dormente si sveglierà}}|riga=sì}}</noinclude>mento.... la folla, la grande massa dei poveri. Si estingueranno? Ma no; non si estingueranno mai. Essi soffrono e la loro sofferenza è una forza che noi stessi....
Ostrog fece un movimento d’impazienza e quando tornò a parlare, assunse un tono differente.
— Non v’inquietate di ciò; — egli disse. — Tutto sarà accomodato in poco tempo. La folla è un bruto enorme e stupido. Che cosa importa se essa non si estinguerà? Anche se essa non muore, può sempre essere domata e dominata. Io non ho alcuna simpatia per gli schiavi. Due notti fa, voi avete udito urlare e cantare quella gente. Le era stato insegnato quell’inno. Eppure se aveste preso il primo venuto, e d’improvviso gli aveste domandato perchè egli gridasse, non ve l’avrebbe saputo dire. Essi credevano che le loro grida vi allettassero e s’immaginavano di testimoniarvi in tal modo la loro fedeltà e il loro affetto. In quel momento essi sarebbero stati pronti a massacrare il Consiglio.... Oggi, essi incominciano già a mormorare contro coloro che hanno rovesciato il Consiglio.
— No, no: non è così! — protestò Graham. — Essi gridavano perchè la loro esistenza è miserabile, senza gioia, senz’orgoglio, e perchè.... in me.... in me.... speravano....
— E qual era la loro speranza? Qual è? Qual diritto hanno essi di sperare? Essi lavorano male e vogliono la ricompensa di coloro che lavorano bene. La speranza dell’umanità.... qual è? Che un giorno sorgerà il superuomo, che un giorno l’inferiore, il debole e lo stupido, potranno esser soggiogati, oppure eliminati. Il mondo non ha posto per i cattivi, per gli<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||iv - satira|87}}</noinclude><poem>
:Ma veramente a me fôra piú lieve
menar in Libia, in Scizia i miei verdi anni
{{R|219}}sott’empio giogo, faticoso e greve,
:che qui posar, dove celati inganni
vivono a gara ed ogni fede è morta,
{{R|222}}dove mill’Arghi son negli altrui danni;
:dove, pallida il volto e gli occhi torta,
velenosa la lingua e ’l petto, rode
{{R|225}}se stessa Invidia e noia ad altri porta,
:che tanto divien lieta e tanto gode
quant’altri nel martír morendo vive,
{{R|228}}pigra ne l’altrui ben, ne l’altrui lode;
:dove colui ch’a le marine rive
l’umido armento di Nettuno pasce,
{{R|231}}sovra Nereo stimato e l’altre dive,
:in varie tempre si trasforma e nasce
in fiamma, in tigre, in lupo empio rapace,
{{R|234}}ch’impese a quercia le sue spoglie lasce;
:dove a chi men chiarir la lite spiace,
che ’l mal Tiresia ai due celesti aperse,
{{R|237}}che di trama sottil l’orsoio face.
:Chi sa in maniere piú dolci e diverse
cocer la lepre e ’l bel pavone occhiuto
{{R|240}}ed aguzzar l’altrui voglie disperse;
:chi sa che senza lume esser tenuto
vuol in piccola gabbia il nottolano,
{{R|243}}costui saggio si crede e molto acuto;
:chi sa come Loppeglia ed Orbicciano
stilla piú di Gignan liquor soave
{{R|246}}né per lunga stagion diventa vano;
:chi sa che piú dolcezza il muggin have
quando la luna biancheggiando cresce
{{R|249}}e che la tinca esser vuol gialla e grave;
:chi al tòtano, a la triglia, ad ogni pesce
mette l’anguilla d’acqua viva innanzi
{{R|252}}e ne’ conviti la trapone e mesce;
:chi i ghiotti cibi e sconosciuti innanzi
con l’ingegno ritrova, a me pur pare
{{R|255}}ch’ei sol gran premio d’ogni onor s’avanzi.
</poem><noinclude></noinclude>
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Dr Zimbu
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|88|giovanni guidiccioni|}}</noinclude><poem>
:Se ’l prova Apizio, che famose e chiare
fa tra questi monton dagli aurei velli
{{R|258}}l’alte sue lodi d’ogni lode avare,
:e vuol che in lui l’antico rinovelli,
per far del ventre, onde va grave e tardo,
{{R|261}}goder le fère e gl’importuni augelli.
:Quest’i segreti bei senza riguardo
c’hanno Venere e Bacco, aperti mostra,
{{R|264}}ch’a pensarvi per lui di vergogna ardo.
:Dir non pavento ancor chi in sogno giostra
co’ gli animai, col bel ministro vago
{{R|267}}di Giove. Ah eterna infamia a l’etá nostra!
:Io sarei di narrar sue colpe vago
e d’altri assai; ma, perché selva sfrondo
{{R|270}}folta e infinita, omai stanco m’appago.
:Sovvienmi ancor che voi, ch’a piú giocondo
viver correste, giá per lunga prova
{{R|273}}sapete che virtú qui giace al fondo.
:Tanto noi dunque piú bel disio muova
e dal trito camin del vulgo errante
{{R|276}}fuggiam per via ch’oggi agli sciocchi è nuova;
:risplenda il ver, vostra mercé, né ammante
l’anime pure e belle oscuro velo;
{{R|279}}basso pensier non ci si pari innante;
:purghiam le menti e solleviamle al cielo
sí che schernir possiam le nebbie e i venti,
{{R|282}}chiusi in vil corpo a provar caldo e gelo.
:A fatti illustri e valorosi intenti,
onde vien gloria, liberiam noi stessi
{{R|285}}dal cieco oblio de le future genti:
:chi col saver, pei lunghi studi e spessi,
se quel vero Signor nel cui governo
{{R|288}}fûr i casi del ciel sempre rimessi,
:tolt’abbia il nato o pur l’esempio eterno
in fabbricar questo terrestre peso,
{{R|291}}e qual l’addusse in ciò voler interno;
:altri col ricercar se solo inteso
sia ben quel che gli è onesto e se virtute
{{R|294}}basti a bear chi del suo amore è preso,
</poem><noinclude></noinclude>
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Dr Zimbu
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||iv - satira|89}}</noinclude><poem>
:con lo spiar se stesso, e, conosciute
quante ha l’animo forze alte e divine,
{{R|297}}procacciarsi speranza di salute;
:quel col difender da crudei rapine
e ricovrar con penne e con la lingua
{{R|300}}le genti afflitte al riposato fine;
:questo col contemplar, nasca o s’estingua
Arturo, che procella o vento ha seco
{{R|303}}e che spazio l’un ciel l’altro distingua;
:chi seguendo il famoso, ardente greco
che, di Troia cantando e del suo Ulisse,
{{R|306}}il lume di virtú ne mostrò cieco;
:chi la coppia gentil ch’ornato scrisse
sí ch’al latino stil die’ sommi fregi,
{{R|309}}e dava anco maggior, ma corto visse;
:dico di que’ duo spirti altèri, egregi,
che l’un {{ec|Tibreno|Fibreno|Rime (Guidiccioni - Beccuti)/Correzioni}} e l’altro il Mincio onora,
{{R|312}}né ben s’intende ancor qual piú s’appregi.
:E lasciato gli altri errar dal dritto fuora,
non certi mai come soave spire
{{R|315}}ne’ caldi affanni un’amichevol òra;
:lasciamli pur bramar con folle ardire
quant’oro il Gange, il Tago, il Tebro mena,
{{R|318}}ed essi stessi in preda al lor desire;
:e, vista de’ vizi empi un’orma a pena,
l’altra segnar dal voler cieco spinti,
{{R|321}}mentre han coscienza per lor ferma pena;
:coi cori insidiosi e i volti finti
sugger il sangue al poverel meschino,
{{R|324}}di tumido livor dentro e fuor tinti;
:godersi il mondo e il lor dolce destino
tra pensier lenti e tra gonfiate piume,
{{R|327}}e vivande condir, notar nel vino:
:vana turba volgar, ch’il vero lume
hai per negletto e ’l falso intenta vedi,
{{R|330}}e, posto in bando ogni gentil costume,
:al torto oprar sol vaneggiando credi.
</poem><noinclude></noinclude>
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Della tirannide (Alfieri, 1927)/Libro primo/Capitolo III
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Della tirannide (Alfieri, 1927)/Libro primo/Capitolo IV
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Della tirannide (Alfieri, 1927)/Libro primo/Capitolo V
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Della tirannide (Alfieri, 1927)/Libro primo/Capitolo VI
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Della tirannide (Alfieri, 1927)/Libro primo/Capitolo XI
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Spinoziano (BEIC)
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Marcella Medici (BEIC)
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RIalt|64|{{Sc|i. della tirannide}}|}}</noinclude>
{{Ct|f=110%|t=3.5|v=1.5|L=3px|{{Sc|Capitolo Duodecimo}}}}
{{Ct|f=85%|v=2|L=1px|Delle tirannidi asiatiche paragonate coll’europee.}}
Pare che molte tirannidi d’oriente smentiscano quanto ho detto finora circa alla necessitá dei nobili inerente all’essenza della tirannide, non vi essendo in esse alcuna nobiltá ereditaria; né ammettendo esse a prima vista altra distinzione di ordini che un signor solo e tutti gli altri servi egualmente. E, a dir vero, l’Asia in ogni tempo non solo non conobbe libertá, ma soggiacque quasi sempre tutta a tirannidi inaudite, esercitate in regioni vastissime, in cui non si scorge nessun viver civile, nessuna stabilitá e nessune leggi che non soggiacciano al capriccio del tiranno, eccettuatene tuttavia le religiose. Ma io, con tutto ciò, non dispero di poter dimostrare che la tirannide in ogni tempo e luogo è tirannide; e che, usando ella gli stessi mezzi per mantenersi, produce, ancorché sotto diverso aspetto, gli stessissimi effetti.
Non esaminerò perché siano tali i popoli dell’oriente; le ragioni che riuscirebbero assai piú congetturali che dimostrative, o ne sono state assegnate, o lo verranno da altri piú dotti e profondi che non sia io. Ma, partendo dal dato, io dico che la paura, la milizia e la religione innegabilmente sono esse pure le tre basi e molle delle tirannidi asiatiche, come delle europee, e che sono esse il piú saldo appoggio di quelli e di questi tiranni. Il falso onore, di cui ampiamente ho parlato, non pare da prima occupare alcun luogo nella mente e nel cuore degli orientali; ma pure, se bene si esamina, si vedrá che lo conoscono anch’essi e lo praticano. Per quei popoli il tiranno è un articolo vero di fede; essi tengono la religione assai piú in pregio di noi: quindi in tutto ciò che spetta all’uno o all’altra, dimostrano d’avere moltissimo onore. Non ci è esempio di maomettani che si facciano cristiani come tutto dí v’è esempio di cristiani che rinnegano.<noinclude></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RIalt||{{Sc|libro i - capitolo xii}}|65}}</noinclude>
In tal modo, a tutto ciò che la nobiltá ereditaria e la milizia perpetua (quali le abbiamo in Europa) potrebbero operare di piú in favore delle orientali tirannidi, vi suppliscono dunque ampiamente le asiatiche religioni, e massime la maomettana, ch’è piú creduta, piú osservata e assai piú potente ancora che non lo sia oramai in nessun luogo la nostra.
Ma, ancorché la nobiltá ereditaria non sussista in gran parte d’oriente (toltine però la Cina, il Giappone, e molti stati dell’Indie, il che certamente non è picciola parte dell’Asia) nondimeno nei paesi maomettani gli strumenti principali della tirannide sono, come nella cristianitá, i sacerdoti, i capi della milizia, i governatori delle provincie e i barbassori di corte: e costoro tutti, benché non vi siano nati nobili, si debbono pure riputare come una classe che, essendo piú che il popolo e meno che il tiranno, e accattando dal tiranno il lustro e l’autoritá, viene per l’appunto ad occupare lo stessissimo luogo nelle tirannidi asiatiche, che occupa la nobiltá ereditaria nelle europèe. Vero è che fra quei nobili d’Asia, morendo essi di morte naturale o violenta, cessa nei loro figli la nobiltá; ma tosto pure alle loro cariche ne sottentran degli altri, e quanti mai ne verranno, tutti, ancorché d’origine plebea, assumeranno tosto il pensare dei nobili; il quale non è altro che di opprimere i popoli e tenersi col tiranno. Ed anzi, questi nobili recenti di tanto piú feroci saranno, quanto l’uomo che è nato piú vile, che è stato piú oppresso, e che ha conosciuto piú eguali, diviene assai piú superbo e feroce ogniqualvolta egli, per altra via che quella della virtú, perviene ad innalzarsi sovr’essi. Ma certamente la virtú non potrá essere mai la scala agli onori e all’autoritá in nessuna tirannide.
L’effetto vien dunque ad essere lo stesso in oriente come in occidente; poiché fra il popolo e il tiranno entrano pur sempre i nobili (o ereditari siano o fattizi) e la permanente milizia: due classi, senza di cui non v’è né vi può esser tirannide; e colle quali non v’è, né vi può essere lungamente mai libertá.
Ma mi si dirá forse, che in ogni democrazia od in qualsivoglia mista repubblica, i sacerdoti, i magistrati, ed i capi della<noinclude>
<br clear="all" />
{{PieDiPagina|{{Type|f=0.8em|l=1px|{{Sc|V. Alfieri}}, ''Opere'' - {{Sc|iv}}.}}||{{Type|f=0.8em|5}}|m=1em}}</noinclude>
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Pagina:Alfieri, Vittorio – Della tirannide, 1927 – BEIC 1725873.djvu/72
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Marcella Medici (BEIC)
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RIalt|66|{{Sc|i. della tirannide}}|}}</noinclude>
milizia, sono parimente sempre maggiori del popolo. A ciò è da rispondersi, distinguendo: — Costoro nella repubblica sono ciascuno maggiori d’ogni privato individuo; ma minori dell’universale, essendo eletti da tutti, o dal piú gran numero, essendo eletti per lo piú a tempo, e non a vita, sottoposti alle leggi, e costretti a dare, quando che sia, un rigido conto di se stessi. Ma costoro, nella tirannide, sono maggiori e d’ogni individuo e dell’universale; perché sono eletti da un solo che può piú di tutti; perché non danno conto del loro operare, se non a lui; e perché in somma niun’altra cosa vien loro apposta a delitto dal tiranno, fuorché l’aver dispiaciuto, o arrecato danno a lui solo; il che chiaramente vuol dire per lo piú l’aver giovato, o tentato di giovare, a tutti od ai piú.
Ma se io abbastanza ho dimostrato (come a me pare) che nelle tirannidi dell’oriente i tiranni adoperano gli stessi mezzi che in queste, esaminiamo ora quali siano le apparenti differenze tra gli effetti; perché vi siano, e se elle siano in favore o in disfavore degli europei.
Mostransi di rado al pubblico gli orientali tiranni, e inaccessibili sono in privato, i nostri veggiamo ogni giorno; ma il vederli non scema però in noi la paura, né in essi la potenza; e benché lo avvezzarci a quell’oggetto diminuisca alquanto la stupida venerazione per esso, l’odio nondimeno dée pur sempre rimanere il medesimo, e di gran lunga maggiore il fastidio e la noia.
Difficilissimo è raccostarsi ai tiranni d’oriente; ai nostri, a qual con lettere o suppliche, a quale in persona, possiamo assai facilmente ogni giorno accostarci: ma che ne ridonda? son forse fra noi meno oppressi gl’innocenti ed i buoni? son forse piú conosciuti i rei, allontanati o puniti?
Gl’impieghi, gli onori, le dignitá si conferiscono in oriente agli schiavi piú graditi al padrone. Il solo capriccio li dona, e il solo capriccio li ritoglie; ma un ministro o qualunque altro, che spogliato venga di alcuno importante impiego, viene altresí privato per lo piú della vita. E lo stesso capriccio conferisce nel nostro occidente gli stessi onori e dignitá a quegli schiavi<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RIalt||{{Sc|libro i - capitolo xii}}|67}}</noinclude>
piú dotti nell’arte di piacere e compiacere al tiranno; e tanto piú vili schiavi costoro, e degni in ciò veramente di esserlo, quanto, non essendo gli europei, come gli orientali, nati nella servitú effettiva dei serragli, di buon animo spontaneamente vanno porgendo le mani ed il collo al piú obbrobrioso di tutti i gioghi. Ma se i nostri tiranni, nel toglier loro la carica non li privano ad un tempo della vita, ciò forse non accade per altra ragione, se non perché questi scelti servi europei, a sí manifeste prove si sono dimostrati per vili, che i tiranni nostri in nessun modo non possono né debbono in nulla temerli.
Nelle tirannidi dell’oriente, pochissime leggi, oltre alle religiose, vi sussistono; moltissime se ne ha nelle nostre; ma ogni giorno si mutano, s’infrangono, si annullano e perfin si deridono. Qual’è men vergognosa ed infame a soffrirsi delle due seguenti usurpazioni? o d’uno che ti oltraggia e ti opprime, perché tu, non credendo che altrimenti una societá esistere potesse, gliene hai conceduto illimitatamente la signoria, né hai provveduto in nessuna maniera a moderargliela; o d’uno che ti fa lo stesso ed anche peggio, benché tu abbi provveduto con impotenti leggi, e con gl’inutili suoi giuramenti, che egli opprimere ed oltraggiare non ti potesse?
Negli orientali governi nulla vi ha di sicuro, se non la sola servitú; ma, che v’ha egli di sicuro nei nostri? I tiranni europei sono di gran lunga piú umani; cioè, hanno i tiranni europei molto minore il bisogno di essere crudeli. Nell’oriente, le scienze e le lettere proscritte, i regni spopolati, la stupiditá e miseria del popolo, nessuna industria, nessun commercio; non son tutte queste e tante altre le innegabili prove del vizio distruttivo, che sta in quei governi? Rispondo, distinguendo di nuovo: — La religion maomettana, come piú inerte o meno curante della nostra, riesce altresí molto più distruttiva di essa. Ma in quelle parti d’oriente, dove non ci è maomettismo, come specialmente alla Cina e al Giappone, tutti questi soprammentovati lagrimevoli effetti, che stoltamente noi assegniamo alla sola orientale tirannide, in un’altra orientale e niente minore tirannide, vi si vedono cessare; o almeno non v’esistere maggiori che nelle tirannidi europee.<noinclude></noinclude>
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Pagina:Alfieri, Vittorio – Della tirannide, 1927 – BEIC 1725873.djvu/74
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Marcella Medici (BEIC)
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RIalt|68|{{Sc|i. della tirannide}}|}}</noinclude>
Parmi adunque che sia da concludere che la tirannide nell’Asia, e principalmente nel maomettismo, suol riuscire piú oppressiva che nell’Europa: ma bisogna ad un tempo stesso confessare che il tiranno, e quelli che fan le sue parti, assai meno sicuri vivono in Asia che non in Europa. Quindi dall’essere le nostre tirannidi alquanto piú miti, se a noi ne ridonda pure qualche vantaggio, amaramente ci vien compensato dalla maggiore infamia che sta nel servire, sapendolo; e dalla quasi impossibilitá, in cui il nostro effeminato vivere ci pone, di distruggere, di mutare o di crollare almeno d’alquanto le nostre tirannidi. Noi coltiviamo le scienze, le lettere, il commercio, le arti tutte ed ogni civile costume; negar non si può; ma noi cólti, noi dotti, noi in somma che siamo il fiore degli abitanti di questo globo, noi soffriam pure tacitamente quello stesso tiranno che soffrono (è vero) ma che pur anche talvolta robustamente distruggono quegli asiatici popoli, rozzi, ignoranti e, a parer nostro, di tanto piú vili di noi. Chi non sa che vi è stata e che vi può essere libertá non conosce e non sente la servitú; e chi questa non sente, scusabilissimo è se la soffre. Ma che direm noi di que’ popoli che sanno, e sentono, e fremono di essere servi; e la servitú pure si godono e tacciono?
La differenza dunque, che passa fra l’Asia e l’Europa, si è che i tiranni orientali tutto possono e tutto fanno; ma sono anche spesso privati del trono ed uccisi; gli occidentali tiranni possono tutto, fanno soltanto ciò che a loro occorre di fare, e stanno quasi sempre inespugnabili, securi e impuniti. I popoli d’Asia di niuna loro cosa sicuri possessori sen vivono; ma credono in parte che cosí debba essere; e dove in certo modo contro all’universale si ecceda, si vendicano almeno del tiranno, benché mai non ispengano né minorino la tirannide. I popoli d’Europa niuna cosa possedono con maggior sicurezza che quelli dell’Asia, benché vengano spogliati del loro in una diversa e piú cortese maniera, ma questi sanno quali siano i dritti dell’uomo: ed ignorar non li possono, poiché li vedono felicemente esercitati da alcune pochissime nazioni che vivono libere in mezzo alla universal servitú: e benché ogni giorno si veda nelle<noinclude></noinclude>
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<section begin="1" />
tirannidi europee (massime in quanto spetta alle pecuniarie gravezze) eccedere dal tiranno ogni modo, nondimeno per codardía e viltá dei nostri popoli non si ardisce mai tentare nessuna lodevol vendetta, non che si ardiscano tentare di riassumere i naturali diritti, cosí inutilmente da lor conosciuti.<section end="1" />
<section begin="2" />{{Ct|f=110%|t=3.5|v=1.5|L=3px|{{Sc|Capitolo Decimoterzo}}}}
{{Ct|f=85%|v=2|L=1px|Del lusso.}}
Non credo che mi sará difficile il provare che il moderno lusso in Europa sia una delle principalissime cagioni, per cui la servitú, gravosa e dolce ad un tempo, vien poco sentita dai nostri popoli, i quali perciò non pensano né si attentano di scuoterla veramente. Né intendo io di trattare la questione, oramai da tanti egregi scrittori esaurita, se sia il lusso da proscriversi o no. Ogni privato lusso eccedente suppone una mostruosa disuguaglianza di ricchezze fra cittadini, di cui la parte ricca giá necessariamente è superba, necessitosa e avvilita la povera, e corrottissime tutte del pari. Onde, posta questa disuguaglianza, sará inutilissimo e forse anche dannoso il voler proscrivere il lusso: né altro rimedio rimane contr’esso, che il tentare d’indirizzarlo per vie meno ree ad un qualche scopo men reo. M’ingegnerò io bensí di provare in questo capitolo che il lusso, conseguenza naturalissima della ereditaria nobiltá, nelle tirannidi riesce anch’egli una delle principalissime basi di esse; e che dove ci è molto lusso non vi può sorgere durevole libertá; e che dove ci è libertá, introducendovisi moltissimo lusso, questo in brevissimo tempo corromperla dovrá e quindi annullarla.
Il primo e il piú mortifero effetto del privato lusso si è che quella pubblica stima che nella semplicitá del modesto vivere si suole accordare al piú eccellente in virtú, nello splendido vivere vien trasferita al piú ricco. Né altronde si ricerchi la
<section end="2" /><noinclude></noinclude>
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Dr Zimbu
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tirannidi europee (massime in quanto spetta alle pecuniarie gravezze) eccedere dal tiranno ogni modo, nondimeno per codardía e viltá dei nostri popoli non si ardisce mai tentare nessuna lodevol vendetta, non che si ardiscano tentare di riassumere i naturali diritti, cosí inutilmente da lor conosciuti.<section end="1" />
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Non credo che mi sará difficile il provare che il moderno lusso in Europa sia una delle principalissime cagioni, per cui la servitú, gravosa e dolce ad un tempo, vien poco sentita dai nostri popoli, i quali perciò non pensano né si attentano di scuoterla veramente. Né intendo io di trattare la questione, oramai da tanti egregi scrittori esaurita, se sia il lusso da proscriversi o no. Ogni privato lusso eccedente suppone una mostruosa disuguaglianza di ricchezze fra cittadini, di cui la parte ricca giá necessariamente è superba, necessitosa e avvilita la povera, e corrottissime tutte del pari. Onde, posta questa disuguaglianza, sará inutilissimo e forse anche dannoso il voler proscrivere il lusso: né altro rimedio rimane contr’esso, che il tentare d’indirizzarlo per vie meno ree ad un qualche scopo men reo. M’ingegnerò io bensí di provare in questo capitolo che il lusso, conseguenza naturalissima della ereditaria nobiltá, nelle tirannidi riesce anch’egli una delle principalissime basi di esse; e che dove ci è molto lusso non vi può sorgere durevole libertá; e che dove ci è libertá, introducendovisi moltissimo lusso, questo in brevissimo tempo corromperla dovrá e quindi annullarla.
Il primo e il piú mortifero effetto del privato lusso si è che quella pubblica stima che nella semplicitá del modesto vivere si suole accordare al piú eccellente in virtú, nello splendido vivere vien trasferita al piú ricco. Né altronde si ricerchi la
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Della tirannide (Alfieri, 1927)/Libro primo/Capitolo XII
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Marcella Medici (BEIC)
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RIalt|70|{{Sc|i. della tirannide}}|}}</noinclude>
cagione delle servitú in quei popoli fra cui le ricchezze danno ogni cosa. Ma pure, la uguaglianza dei beni di fortuna essendo presso ai presenti europèi una cosa chimerica affatto, si dovrá egli conchiudere che non vi può essere libertá in Europa, perché le ricchezze vi sono tanto disuguali? e possono elle non esserlo, atteso il commercio, e il lucro delle pubbliche cariche? Rispondo che difficilmente vi può essere o durare una vera politica libertá, lá dove la disparitá delle ricchezze sia eccessiva; ma che pure, due mezzi vi sono per andarla strascinando (dove ella giá fosse allignata) in mezzo a una tale disparitá, ancorché il lusso sterminatore tutto dí la libertá vi combatta. Il primo di questi mezzi sará che le buone leggi abbiano provveduto, o provvedano che la eccessiva disuguaglianza delle ricchezze provenga anzi dalla industria, dal commercio e dalle arti, che non dall’inerte accumulamento di moltissimi beni di terra in pochissime persone, alle quali non possono questi beni pervenire in tal copia, senza che infiniti altri cittadini non siano spogliati della parte loro. Con un tale compenso, le ricchezze dei pochi non occasionando allora la povertá totale dei piú, verrá pure ad esservi un certo stato di mezzo, per cui quel tal popolo sará diviso in pochi ricchissimi, moltissimi agiati, ed in pochi pezzenti. Tuttavia, questa divisione non può quasi mai nascere, o almeno sussistere, se non in una repubblica; in vece che la divisione in alcuni ricchissimi e in moltissimi pezzenti dée nascere, e tutto dí si vede sussistere, nelle tirannidi, le quali di una tale disproporzione si corroborano. Il secondo mezzo di rettificare il lusso, e diminuirne la maligna influenza sul dritto vivere civile, sará di non permetterlo nelle cose private, e d’incoraggiarlo e onorarlo nelle pubbliche. Di questi due mezzi le poche repubbliche d’Europa si vanno pur prevalendo, ma debolmente ed invano; come quelle che sono corrottissime anch’esse dal fastoso e pestifero vivere delle vicine tirannidi. E questi altresí sono i due mezzi che i nostri tiranni non adoprano e non debbono adoprar mai contro al lusso; come quelli che in esso ritrovano uno dei piú fidi satelliti della tirannide.
Un popolo misero e molle, che si sostenta col tessere drappi<noinclude></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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<noinclude><pagequality level="4" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RIalt||{{Sc|libro i - capitolo xiii}}|71}}</noinclude>
d’oro e di seta, onde si cuoprano poi i pochi ricchi orgogliosi, di necessitá un tal popolo viene a stimar maggiormente coloro che, piú consumandone, gli dan piú guadagno. Cosí, viceversa, il popolo romano che solea ritrarre il suo vitto dalle terre conquistate coll’armi, e fra lui distribuite poi dal senato, sommamente stimava quel console o quel tribuno, per le di cui vittorie piú larghi campi gli venivano compartiti.
Essendo dunque dal privato lusso sovvertite in tal modo le opinioni tutte del vero e del retto, un popolo che onora e stima maggiormente coloro che con maggiore ostentazione di lusso lo insultano, e che effettivamente lo spogliano, benché in apparenza lo pascano; un tal popolo, potrá egli avere idea, desiderio, diritto e mezzi di riassumere libertá?
E que’ grandi, (cioè chiamati tali) che i loro averi a gara profondono, e spesso gli altrui, per vana pompa assai piú che per vero godimento; quei grandi, o sia ricchi, a cui tante superfluitá si son fatte insipide ma necessarie, que’ ricchi in somma che a mensa, a veglia, a’ festini ed a letto, traggono fra gli orrori della sazietá la loro effeminata, tediosa ed inutile vita; que’ ricchi, potrann’eglino, piú che la vilissima feccia del popolo, innalzarsi a conoscere, a pregiare, desiderare e volere la libertá? Costoro primi ne piangerebbero, e assumere non saprebbero esistenza nessuna, se non avessero un intero ed unico tiranno che, perpetuando il dolce loro ozio, alla lor dappocaggine comandasse.
Inevitabile dunque, e necessario è il lusso nelle tirannidi. E crescono in esse tutti i vizi in proporzione del lusso, che è il principe loro; del lusso, che tutti li nobilita, coll’addobbarli; che a tal segno confonde i nomi delle cose che la disonestá dei costumi chiamasi fra’ ricchi galanteria, l’adulare un saper vivere, l’esser vile prudenza, l’esser infame necessitá. E di questi vizi tutti, e dei molti piú altri ch’io taccio, i quali hanno tutti per base e per immediata cagione di lusso, chi maggiormente ne gode, chi ne ricava piú manifesto e immenso il vantaggio? I tiranni, che da essi ricevono, e per via di essi in eterno si assicurano, il pacifico ed assoluto comando.<noinclude></noinclude>
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Della tirannide (Alfieri, 1927)/Libro primo/Capitolo XIII
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Spinoziano (BEIC)
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{{Qualità|avz=100%|data=1 ottobre 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Capitolo XIII|prec=../Capitolo XII|succ=../Capitolo XIV}}
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|110|{{Sc|osservazioni}},|}}</noinclude>{{Pt|duttori:|Conduttori:}} suggerita, raccomandata, inculcata, e quasi comandata dal zelo per i suoi popoli dall’umanissimo nostro Governo. Scorgonsi invero in varj luoghi presso la Capitale spezialmente nel Territorio Trevigiano, armate molte Chiese, e molte Case private. Ma questi sono pochi per li cento, e li mille luoghi, che avrebbero bisogno di tal difesa. Niun Teatro tiene Conduttore; niun luogo Pubblico, dove si radunano le persone con frequenza; nè mancano ogni anno esempj funesti che ritrovi il Fulmine il popolo ragunato, e ne ammazzi, o ferisca alcuni, e spaventi tutti, come è accaduto segnatamente quest’anno in luoghi rimotissimi alla stessa ora. Costa un Teatro centinaja di migliaja di scudi, ed è sì tenue la spesa di venti, o trenta scudi per armarlo, e preservarlo da un’incendio, e dal massacro della più scelta classe delle persone. Ommessa la perdita delle persone, ch’è il più, si dovrebbe far attenzione alla spesa dei ristori delle fabbriche, ch’è il meno, e pesa di più: il ristoro di un Campanile colpito costa forse dieci, venti volte di più che un Conduttore, il quale avrebbe preservate fabbriche, e vite. Non si scusi per la difficoltà della {{Pt|costru-|}}<noinclude></noinclude>
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Dr Zimbu
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|e notizie}} ec.|111}}</noinclude>{{Pt|zione|costruzione}} ormai conosciutissima per tanti libri pubblicati: tra gli altri il Serenissimo Governo ha fatto stampare, e diffondere un metodo facile e piano per la costruzione medesima. ({{TestoAssente|''Maniera pratica di fare li Conduttori ai Campanili, alle Chiese, alle Case,'' ec. ''in Venezia 1787 per li Pinelli Stampatori Ducali''}}.) Nè manca, grazie alla coltura sparsa nella Nazione, qualche persona istruita in ogni paese, se non altro nelle Città vicine, da potersi consultare. Pare incredibile tanta negligenza.
Se il Comune non pensa del Comune, come pur troppo accadde, dovrebbe almeno il Parroco prendersi questa premura, come quello che per uffizio deve ritrovarsi alle funzioni, e più esposto al pericolo, se non altro celebrando la Messa, non rari essendo li Sacerdoti estinti all’Altare, mentre le Saette scendendo per le Lampade, e volendo saltare da questa ai Candellieri, ed al Calice, trovano di mezzo la testa del Prete, che resta morto. Ripetiamolo, non si può ammirare, e deplorare abbastanza la crassa oscitanza degli uomini nel trascurare un mezzo così facile di salvar tante fabbriche, e vite preziose. L’esperienza pubblica di varie {{Pt|fab-|}}<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|112|{{Sc|osservazioni}},|}}</noinclude>{{Pt|briche|fabbriche}} in avanti continuamente fulminate, e che dopo l’applicazione dei Conduttori, sono state preservate, parla chiaramente; nè qui occorre ripetere le apologie, le dichiarazioni, le teorie, le pratiche citate sopra, e sparse in tanti libri.
Ma qui escono alcuni, poco informati dell’une, e dell’altre, con cavillose obbiezioni, compatibili per altro, partendo da fatti apparenti: dicono, che qualche edifizio, armato di Conduttore venne nonnostante bravamente fulminato. Tra questi fatti fece ultimamente gran romore il fulmine che colpì il Palazzo di S. E. Sig. ''Giovanni Co: Gritti'', nella sua Villa di ''Visnadel'', cinque miglia sopra Treviso<ref name="p112">Io mi sono trovato più d’una volta in varj luoghi del Territorio Trevigiano al di là del Sile verso li Monti, in tempo di temporali, e di tuoni. Questi mi parvero sempre più frequenti, più cupi, più forti, che in altri paesi; è descritta nei Volumi della nostra Accademia T. 3. pag. 194. la prodigiosa fulminazione successa il giorno 21 Aprile 1786 coll’eccidio contemporaneo di tanti Campanili, Chiese, ferite, e morti di tante persone; tanto che indusse il provvido Governo a comandare l’accennata pratica dei Conduttori. Questo stesso è il Paese in cui sorgono tratto tratto quei prodigiosi fuochi incendiarj delle abitazioni, il che è succeduto due volte almeno, in questo secolo, nei distretti di Castelfranco, Asolo, Bassano, nominatamente nelle Ville di Rossano, Godego, Loria, ed</ref>. Era stato questo Palazzo<noinclude>{{Rule|100%|000}}</noinclude>
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Dr Zimbu
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|e notizie}} ec.|113}}</noinclude>armato di varie spranghe, eminenti, dalle quali discendendo la catena andava ad immergersi nell’acqua vicina, il tutto secondo le regole dell’arte. E per tanto li 12 maggio prossimo passato vi scoppiò un Fulmine che percosse internamente tutta la fabbrica sino alla Scuderia, ove anche uccise due Cavalli.
Questo caso così esposto, a primo aspetto, può fare spezie, ed inspirar della diffidenza<ref follow="p112">altre. Mi passa per mente che questi fuochi celesti, e terreni, possano provenire dalla particolare natura, e struttura di quel suolo. {{Ec|E’|È}} questo un’aggerazione di ghiaje, deposte dai torrenti, Piave, Brenta, ed altri, quando non avendo alveo fisso, ed essendo il Paese pieno di Boschi, correvano quà e là irregolarmente, o si arrestavano; il che è certissimo, essendo noto che un ramo della Piave veniva nel Sile. Questo strato di Ghiaja è alto forse cento piedi più, o meno, come si raccoglie dalla profondità de’ pozzi; ma è arido, e poroso, ed assorbe le acque piovane. Ma il fondo sopra il quale giace (probabilmente con vene minerali di carbone, torba, ec.) contiene molte vene di acqua, come provano tante sorgenti ai confini delle ghiaje, e tale è il Sile, la Botteniga, e tanti altri ruscelli osservabili. Deve dunque essere questo suolo basso, umido, e palludoso; quindi due effetti; uno di formare un richiamo del fuoco celeste delle nuvole, o produrre i fulmini, l’altro di somministrare una strana quantità di aria infiammabile, che produca li predetti incendj; questa è una mia semplice congettura, e per congettura solamente la porgo.</ref><noinclude>{{Rule|100%|000}}
<references />
{{PieDiPagina|{{Sc|Tom}}. III.|H|}}</noinclude>
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Dr Zimbu
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|296|{{Sc|osservazioni}},|}}</noinclude>{| align=center style="text-align:right; border-collapse:collapse; font-size:smaller"
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| colspan="9" {{Cs|C|font-size:150%; padding-bottom:1em; border-bottom: 3px solid black}} | ''VENTI.''
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| {{Cs|Clb|padding:1em .25em 0 .25em}} | Nuv. Var.
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| {{Cs|Clb|padding:1em .25em 0 .25em}} | Caligo
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| {{Cs|Clb|padding:1em .25em 0 .25em}} | Scilocco
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Violetta riceveva i visitatori in una stanza tappezzata di carta francese su cui erano francescamente rappresentati taluni fatti mitologici. Due canterali panciuti del secolo XVIII occupavano i due lati del caminetto. Un canapè di damasco di lana oscuro stendevasi lungo la parete opposta, tra due portiere di stoffa simile. Su ’l caminetto s’alzava una Venere di gesso, una piccola Venere de’ Medici, tra due candelabri dorati. Su i canterali posavano vari vasi di porcellana, un gruppo di fiori artificiali sotto una campana di cristallo, un canestro di frutta di cera, una casetta svizzera di legno, un blocco d’allume, alcune conchiglie, una noce di cocco.
Da prima i signori avevano esitato, per una specie di pudicizia, a salire le scale della cantatrice. Poi, a poco a poco, avevano vinta ogni esitazione. Anche li uomini più gravi facevano di tanto in tanto la loro comparsa nel salotto di Violetta Kutufà, anche li uomini di famiglia; e ci andavano quasi trepidando, con un piacere furtivo, come se andassero a commettere una piccola infedeltà alle mogli loro, come se andassero in un luogo di dolce perdizione e di peccato. Si univano in due, in tre; formavano leghe, per maggior sicurezza e per giustificarsi; ridevano tra loro e si<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|la contessa d’amalfi.}}|203}}</noinclude>misericordia. ‟Ella faceva questo, questo e quest’altro.”
Don Giovanni, straziato, tentava di tanto in tanto un gesto per interrompere, per non udire quelle vergogne. Ma i due seguitavano. Sopraggiunsero anche Don Pasquale Virgilio, Don Pompeo Nervi, Don Federico Sicoli, Don Tito De Sieri, quasi tutti i parassiti, insieme. Essi, così collegati, diventavano feroci. ‟Violetta Kutufà s’era data a Tizio, a Caio, a Sempronio.... Sicuro! Sicuro!” Esponevano particolarità precise, luoghi precisi.
Ora Don Giovanni ascoltava, con li occhi accesi, avido di sapere, invaso da una curiosità terribile. Quelle rivelazioni, in vece di disgustarlo, alimentavano in lui la brama. Violetta gli parve più desiderabile ancora e più bella; ed egli si sentì mordere dentro da una gelosia furiosa che si confondeva col dolore. Subitamente, la donna gli apparve nel ricordo atteggiata ad una posa molle. Egli non la vide più che così. Quell’imagine permanente gli dava le vertigini. ‟Oh Dio! Oh Dio! Oh! Oh!” Egli ricominciò a singhiozzare. I presenti si guardarono in volto e contennero il sorriso. In verità, il dolore di quell’uomo pingue, calvo e deforme aveva un’espressione così ridicola che non pareva reale.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|la contessa d’amalfi.}}|199}}</noinclude>{{nop}}
Poi sorgeva l’Areopagita, col flauto. Una malinconia immensa prendeva li uditori, a quel suono, uno sfinimento dell’anima e del corpo. Tutti stavano col capo basso, quasi chino su ’l petto, in attitudini di sofferenza.
In ultimo, uscivano in fila, l’uno dietro l’altro. Come avevano presa la mano di Violetta, un po’ di profumo, d’un forte profumo muschiato, restava loro nelle dita; e n’erano turbati alquanto. Allora, nella via si riunivano in crocchio, tenevano discorsi libertini, si rinfocolavano, cercavano d’immaginare le occulte forme della cantatrice; abbassavano la voce o tacevano, se qualcuno s’appressava. Pianamente se ne andavano sotto il palazzo di Brina, dall’altra parte della piazza. E si mettevano a spiare le finestre di Violetta ancora illuminate. Su i vetri passavano delle ombre indistinte. A un certo punto, il lume spariva, attraversava due o tre stanze; e si fermava nell’ultima, illuminando l’ultima finestra. Dopo poco, una figura veniva innanzi a chiudere le imposte. E i riguardanti credevano riconoscere la figura di Don Giovanni. Seguitavano ancora a discorrere, sotto le stelle; e di tanto in tanto ridevano, dandosi delle piccole spinte a vicenda, gesticolando. Don Antonio Brattella, forse per effetto della luce<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|196|{{Sc|la contessa d’amalfi.}}|}}</noinclude>spingevano i gomiti l’un l’altro, per incoraggiamento. Poi la luce delle finestre e i suoni del pianoforte e il canto della contessa d’Amalfi e le voci e li applausi delli altri visitatori li inebriavano. Essi erano presi da un entusiasmo improvviso; ergevano il busto e la testa, con un moto giovanile; salivano risolutamente, pensavano che infine bisognava godersi la vita e cogliere le occasioni del piacere.
Ma i ricevimenti di Violetta avevano un’aria di grande convenienza, erano quasi cerimoniosi. Violetta accoglieva con gentilezza i nuovi venuti ed offriva loro sciroppi nell’acqua e rosolii. I nuovi venuti rimanevano un po’ attoniti, non sapevano come muoversi, dove sedere, che dire. La conversazione si versava su ’l tempo, su le notizie politiche, su la materia delle prediche quaresimali, su altri argomenti volgari e tediosi. Don Giuseppe Postiglione parlava della candidatura del principe prussiano di Hohenzollern al trono di Spagna; Don Antonio Brattella amava talvolta discutere dell’immortalità dell’anima e d’altre cose edificanti. La dottrina dell’Areopagita era grandissima. Egli parlava lento e rotondo, di tanto in tanto pronunziando rapidamente una parola difficile e mangiandosi qualche sillaba. Egli fu che<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|la contessa d’amalfi.}}|197}}</noinclude>una sera, prendendo una bacchetta e piegandola, disse: ‟Com’è ''flebile!''” per dire flessibile; un’altra sera, indicando il palato e scusandosi di non poter sonare il flauto, disse: ‟Mi s’è infiammata tutta la ''platea!''” e un’altra sera, indicando l’orificio di un vaso, disse che, perchè i fanciulli prendessero la medicina, bisognava spargere di qualche materia dolce tutta l’''oreficeria''.
Di tratto in tratto, Don Paolo Seccia, spirito incredulo, udendo raccontare fatti troppo singolari, saltava su:
‟Ma, Don Antò, voi che dite?”
Don Antonio assicurava, con una mano su ’l cuore:
‟Testimone ''oculista!'' Testimone ''oculista!''”
Una sera egli venne, camminando a fatica; e piano piano si mise a sedere: aveva un reuma ''lungo il reno''. Un’altra sera venne, con la guancia destra un po’ illividita: era caduto ''di soppiatto'', cioè aveva sdrucciolato battendo la guancia su ’l terreno.
‟Come mai, Don Antò?” chiese qualcuno.
‟Eh guardate! Ho perfino un ''impegno'' rotto,” egli rispose, indicando il tomaio che nel dialetto nativo si chiama '''mbígna'', come nel proverbio ''Senza ’mbígna nen ze mandé la scarpe''.
Questi erano i belli ragionari di quella gente.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|la contessa d’amalfi.}}|201}}</noinclude>letta Kutufà, rientrò nella casa vedovile e sentì il suo pappagallo modulare l’aria della farfalla e dell’ape, fu preso da un nuovo più profondo sgomento.
Nell’andito, tutto candido, entrava una zona di sole. A traverso il cancello di ferro si vedeva il giardino tranquillo, pieno di eliotropi. Un servo dormiva sopra una stuoia, co ’l cappello di paglia su la faccia.
Don Giovanni non risvegliò il servo. Salì con fatica le scale, tenendo li occhi fissi ai gradini, soffermandosi, mormorando:
‟Oh, che cosa! Oh, oh, che cosa!”
Giunto alla sua stanza, si gettò su ’l letto, con la bocca contro i guanciali; e ricominciò a singhiozzare. Poi si sollevò. Il silenzio era grande. Li alberi del giardino, alti sino alla finestra, ondeggiavano a pena, nella quiete dell’ora. Nulla di straordinario avevano le cose in torno. Egli quasi n’ebbe meraviglia.
Si mise a pensare. Stette lungo tempo a rammentarsi le attitudini, i gesti, le parole, i minimi cenni della fuggitiva. La forma di lei gli appariva chiara, come se fosse presente. Ad ogni ricordo, il dolore cresceva; fino a che una specie di ebetudine gli occupò il cervello.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|198|{{Sc|la contessa d’amalfi.}}|}}</noinclude>Don Giovanni Ussorio, presente sempre, aveva delle arie padronali; ogni tanto si avvicinava a Violetta e le mormorava qualche cosa nell’orecchio, con familiarità, per ostentazione. Avvenivano lunghi intervalli di silenzio, in cui Don Grisostomo Troilo si soffiava il naso e Don Federico Sicoli tossiva come un macacco tisico portando ambo le mani alla bocca ed agitandole.
La cantatrice ravvivava la conversazione narrando i suoi trionfi di Corfù, di Ancona, di Bari. Ella a poco a poco si eccitava, si abbandonava tutta alla fantasia; con reticenze discrete, parlava di amori principeschi, di favori regali, di avventure romantiche; evocava tutti i suoi tumultuari ricordi di letture fatte in altro tempo: confidava largamente nella credulità delli ascoltatori. Don Giovanni in quei momenti le teneva addosso li occhi pieni d’inquietudine, quasi smarrito, pur provando un orgasmo singolare che aveva una vaga e confusa apparenza di gelosia.
Violetta finalmente s’interrompeva, sorridendo d’un sorriso fatuo.
Di nuovo, la conversazione languiva.
Allora Violetta si metteva al pianoforte e cantava. Tutti ascoltavano, con attenzione profonda. Alla fine, applaudivano.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|200|{{Sc|la contessa d’amalfi.}}|}}</noinclude>d’un lampione comunale, pareva di color verde. I parassiti, a poco a poco, nel discorso, cacciavan fuori una certa animosità contro la cantatrice che spiumava con tanto garbo il loro anfitrione. Essi temevano che i larghi pasti corressero pericolo. Già Don Giovanni era più parco d’inviti. ‟Bisognava aprire li occhi a quel poveretto. Un’avventuriera!... Puah! Ella sarebbe stata capace di farsi sposare. Come no? E poi lo scandalo....”
Don Pompeo Nervi, scotendo la grossa testa vitulina, assentiva:
‟È vero! È vero! Bisogna pensarci.”
Don Nereo Pica, la faina, proponeva qualche mezzo, escogitava stratagemmi, egli uomo pio, abituato alle secrete e laboriose guerre della sacrestia, scaltro nel seminar le discordie.
Così quei mormoratori s’intrattenevano a lungo; e i discorsi grassi ritornavano nelle loro bocche amare. Come era la primavera, li alberi del giardino pubblico odoravano e ondeggiavano bianchi di fioriture, dinanzi a loro; e pei vicoli vicini si vedevano sparire figure di donne.
{{Ct|t=2|v=2|V.}}
Quando dunque Don Giovanni Ussorio, dopo aver saputa da Rosa Catana la partenza di Vio-<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|204|{{Sc|la contessa d’amalfi.}}|}}</noinclude>{{nop}}
‟Andatevene ora! Andatevene!” balbettò tra le lacrime Don Giovanni.
Don Grisostomo Troilo diede l’esempio. Li altri seguirono. E per le scale cicalavano.
Come venne la sera, l’abbandonato si sollevò, a poco a poco. Una voce femminile chiese, all’uscio:
‟È permesso, Don Giovanni?”
Egli riconobbe Rosa Catana e provò d’un tratto una gioia istintiva. Corse ad aprire. Rosa Catana apparve, nella penombra della stanza.
Egli disse:
‟Vieni! Vieni!”
La fece sedere a canto a sè, la fece parlare, l’interrogò in mille modi. Gli pareva di soffrir meno, ascoltando quella voce familiare in cui egli per illusione trovava qualche cosa della voce di Violetta. Le prese le mani.
‟Tu la pettinavi; è vero?”
Le accarezzò le mani ruvide, chiudendo li occhi, co ’l cervello un po’ svanito, pensando all’abbondante capellatura disciolta che quelle mani avevano tante volte toccata. Rosa, da prima, non comprendeva; credeva a qualche subitaneo desiderio di Don Giovanni, e ritirava le mani mollemente, dicendo delle parole ambigue, ridendo. Ma Don Giovanni mormorò:<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|206|{{Sc|la contessa d’amalfi.}}|}}</noinclude>
‟Violettuccia bella! Cocò mio! Non te ne vai, Cocò!... Se te ne vai, Ninì tuo muore. Povero Ninì!... Baubaubaubauuu!”
E seguitava ancora, stupidamente, come faceva prima con la cantatrice. E Rosa Catana, paziente, gli rendeva le piccole carezze, come a un bambino malaticcio e viziato; gli prendeva la testa e se la teneva contro la spalla; gli baciava li occhi gonfi e lacrimanti; gli palpava il cranio calvo; gli ravviava i capelli untuosi.
{{Ct|t=2|v=2|VI.}}
Così Rosa Catana a poco a poco guadagnò l’eredità di Don Giovanni Ussorio, che nel marzo del 1871 moriva di paralisía.
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|la contessa d’amalfi.}}|205}}</noinclude>{{nop}}
‟No, no!... Zitta! Tu la pettinavi; è vero? Tu la mettevi nel bagno; è vero?”
Egli si mise a baciare le mani di Rosa, quelle mani che pettinavano, che lavavano, che vestivano Violetta. Tartagliava, baciandole; faceva versi così strani che Rosa a fatica poteva ritenere le risa. Ma ella finalmente comprese; e da femmina accorta, sforzandosi di rimanere in serietà, calcolò tutti i vantaggi ch’ella avrebbe potuto trarre dalla melensa commedia di Don Giovanni. E fu docile; si lasciò accarezzare; si lasciò chiamare Violetta; si servì di tutta l’esperienza acquistata guardando pel buco della chiave ed origliando tante volte all’uscio della padrona; cercò anche di rendere la voce più dolce.
Nella stanza ci si vedeva appena. Dalla finestra aperta entrava un chiarore roseo; e li alberi del giardino, quasi neri, stormivano. Dai pantani dell’Arsenale giungeva il gracidare lungo delle rane. Il romorío delle strade cittadine era indistinto.
Don Giovanni attirò la donna su le sue ginocchia; e, tutto smarrito, come se avesse bevuto qualche liquore troppo ardente, balbettava mille leziosaggini puerili, pargoleggiava, senza fine, accostando la sua faccia a quella di lei.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|202|{{Sc|la contessa d’amalfi.}}|}}</noinclude>{{nop}}
Egli rimase a sedere su ’l letto, quasi immobile, con li occhi rossi, con le tempie tutte annerite dalla tintura dei capelli mista al sudore, con la faccia solcata da rughe diventate più profonde all’improvviso, invecchiato di dieci anni in un’ora; grottesco e miserevole.
Venne Don Grisostomo Troilo, che aveva saputa la novella; ed entrò. Era un uomo d’età, di piccola statura, con una faccia rotonda e gonfia, d’onde uscivan fuori due baffi acuti e sottili, bene incerati, simili a due aculei. Disse:
‟Be’, Giovà, che è questo?”
Don Giovanni non rispose; ma scosse le spalle come per rifiutare ogni conforto. Don Grisostomo allora si mise a riprenderlo amorevolmente, con unzione, senza parlare di Violetta Kutufà.
Sopraggiunse Don Cirillo D’Amelio con Don Nereo Pica. Tutt’e due, entrando, avevano quasi un’aria trionfante.
‟Hai visto? Hai visto, Giovà? Noi lo dicevaaamo! Noi lo dicevaaamo!”
Essi avevano ambedue una voce nasale e una cadenza acquistata dalla consuetudine del cantare su l’organo, poichè appartenevano alla Congregazione del Santissimo Sacramento. Cominciarono a imperversare contro Violetta, senza<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Shinitatibus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|de’ bassanesi illustri.}}|11}}</noinclude>imprese egli divenne signore di tutta la Marca Trivigiana, e di gran parte di Lombardia; e fondato avrebbe un vasto dominio, se non fosse stato dalla morte de’ prodi colpito alla battaglia di Soncino tra l’Oglio e l’Adda nell’anno 1259. I Bassanesi, rimasti per la sua perdita sciolti da ogni soggezione, implorarono la protezione de’ Padovani; e allora fu, che ringagliarditi gli animi de’ nostri sapienti dall’amore di libertà, compilarono uno statuto che tuttavia si conserva<ref>Il Codice prezioso del secolo XIII esiste nella ornatissima famiglia Tattara, ed è fregiato nelle lettere iniziali di curiose figure d’uomini e di animali fatte con estrema rozzezza. Altri esemplari, che gareggiano in antichità stanno nella Raccolta di patrj monumenti di scienze, di lettere e d’arti fatta dall’erudito co. {{AutoreCitato|Giambattista Roberti|Giambatista Roberti}} del fu Tiberio.</ref>, e in cui si condannò al
<ref follow="p10">{{Pt|tarono|esercitarono}} la fantasia di poeti anche oltremontani, e fornirono di applaudito spettacolo i teatri. Tra gli scrittori stranieri è da ricordarsi il Poemetto di {{Wl|Q1488840|G. Legouvé}}, intitolato, ''Il merto delle Donne'', recato in italiano da {{Wl|Q26203248|Luigi Balocchi}}, e nitidissimamente impresso in ''Parigi per Renouard'', 1803, in 12, dove leggesi il fatto di Bianca. Tra gl’Italiani a me basta accennare la Tragedia scritta dal mio concittadino il ''can. {{Wl|Q131530932|Giammaria Sale}}: Bianca de’ Rossi. Venezia'', 1775, in 8.</ref><noinclude>{{rule|4em}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Shinitatibus" /></noinclude>{{Ct|f=160%|L=0.2em|t=12|v=0|DISCORSO}}
{{Ct|f=110%|v=0.5|{{Sc|per la instituzione}}}}
{{Ct|f=120%|v=0.5|{{Sc|delle pubbliche scuole elementari}}}}
{{Ct|f=120%|v=5|{{Sc|in bassano.}}}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Shinitatibus" /></noinclude>{{Ct|t=12|v=8|Questo Discorso, che fu dall’Autore recitato nella chiesa di S. Giuseppe di Bassano nel giorno 19 novembre, 1809, fu consegnato allora alle stampe per commissione della solenne Seduta Municipale tenuta in essa chiesa nel giorno stesso, sotto la presidenza del signor {{AutoreIgnoto|Leonardo Stecchini}}, podestà.}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Shinitatibus" />{{rule|4em}}</noinclude>
{{xx-larger|P}}{{Sc|enetrato}} dalla grande importanza, ben conosciuta da chiunque l'incarico assuma di cooperare alla pubblica educazione; nel giorno solenne in cui veggonsi ricreati gli animi nostri per lo stabilimento di quelle Scuole che gettar debbono i fondamenti della patria cultura, animato di quel zelo, di cui si accese per oggetto si salutare il nostro Consiglio Comunale; assistito adesso dalla presenza onorevole di voi benemerito sig. Viceprefetto, di voi sapientissimo signor Presidente, di voi signor Podestà egregio, di voi reverendissimo signor Arciprete, di voi Magistrati ornatissimi, e Savi gentilissimi, i quali tutti mi fate nobil
corona insieme ai dotti precettori che forman la base delle nostre speranze, ai Genitori dei nuovi alunni, ed a voi stessi, Giovanetti carissimi, che colla grata e festosa vostra presenza mi eccitate e mi commovete, non saprei non rallegrarmi meco medesimo dell’onore impartitomi di poter isciogliere in mezzo<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Shinitatibus" />{{rule|4em}}</noinclude>
{{xx-larger|P}}{{Sc|enetrato}} dalla grande importanza, ben conosciuta da chiunque l'incarico assuma di cooperare alla pubblica educazione; nel giorno solenne in cui veggonsi ricreati gli animi nostri per lo stabilimento di quelle Scuole che gettar debbono i fondamenti della patria cultura, animato di quel zelo, di cui si accese per oggetto si salutare il nostro Consiglio Comunale; assistito adesso dalla presenza onorevole di voi benemerito sig. Viceprefetto, di voi sapientissimo signor Presidente, di voi signor Podestà egregio, di voi reverendissimo signor Arciprete, di voi Magistrati ornatissimi, e Savi gentilissimi, i quali tutti mi fate nobil corona insieme ai dotti precettori che forman la base delle nostre speranze, ai Genitori dei nuovi alunni, ed a voi stessi, Giovanetti carissimi, che colla grata e festosa vostra presenza mi eccitate e mi commovete, non saprei non rallegrarmi meco medesimo dell’onore impartitomi di poter isciogliere in mezzo<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Shinitatibus" />{{RigaIntestazione|106|{{Sc|discorso per la instituzione}}|}}</noinclude>a voi tutti la voce mia; voce pusilla, ma fiancheggiata dal tema impostomi, dal mio cuore dell’universal bene compreso, e dalla sperienza per me cimentata ne’ preziosi titoli di padre di famiglia, e di concittadino attaccato alla nostra cara patria comune.
Non sarà mio scopo, dell’educazione parlando, il prender le mosse dai {{Wl|Q41523|Plutarchi}}, dai {{Wl|Q193769|Quintiliani}}, nè dai {{Wl|Q682478|Sadoleti}} o dai {{Wl|Q1345657|Mureti}}, e l’ordire un’Orazione che potrebbe di leggieri spiccare per l’eccellenza del suo argomento, purchè coll’industria dell’ape si volesse da quegli scrittor sommi, e da tanti altri illustri moderni, suggere il miglior fiore e tramandarlo a chi ascolta. No, miei signori, io non mi propongo di estender molto il mio volo. Persuaso che il rivolgermi ai precettori, ai genitori, ai figliuoletti, e l’indicar qualche bell’esempio, e l’aggiugnere qualche esortazione adattata alla circostanza nostra d’oggidì sia il dare un pegno di zelo per parte mia, e sia il cominciare con buoni auspicj il nuovo anno scolastico: a questi esempli, a queste esortazioni intendo di limitare il mio diro, ed a queste vi prego di voler dare benigno ascolto. Datelo voi, Precettori distinti, che non vi può sapere mal grado il sentirvi ripetere quegli<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Shinitatibus" />{{RigaIntestazione||{{sc|di san francesco}}|125}}</noinclude>
{{Ct|f=100|v=1|lh=1.4|<i>I. Della prima considerazione delle sacre<br>
sante Istimate.</i>}}
Quanto alla prima considerazione, è da sapere, che san Francesco essendo in età di quarantatre anni, nel mille dugento ventiquattro, ispirato da Dio, si mosse della Valle di Spuleto, per andare in Romagna con frate Lione suo compagno; e andando, passò a piè del Castello di Montefeltro; nel quale Castello si facea allora uno grande convito, e corteo per la cavalleria nuova d’uno di quelli Conti di Montefeltro. E udendo san Francesco questa solennitade, che vi si facea, e che ivi erano raunati molti gentili uomini di diversi paesi, disse a frate Lione: Andiamo quassù a questa festa, perocchè collo aiuto di Dio noi faremo alcuno buono frutto spirituale. Tra gli altri gentili uomini, che vi erano venuti di quella contrada a quello corteo, sì v’era uno grande e anche ricco gentiluomo di Toscana; il quale avea nome Orlando da Chiusi di Casentino; il quale per le maravigliose cose, ch’egli avea udito della santitade e de’ miracoli di san Francesco, gli portava grande divozione, e avea grandissima voglia di vederlo, e d’udirlo predicare. Giugne san Francesco a questo castello, ed entra dentro, e vassene in sulla piazza, dove era raunata tutta la moltitudine di questi gentili uomini, e in fervore di spirito montò in su uno moricciuolo, e cominciò a predicare, proponendo per tema della sua predica queste parole in volgare: ''Tanto è il bene ch’io espetto, Ch’ogni pena m’è diletto'': e sopra questo tema per dittamento dello Spirito Santo, predicò sì divotamente e sì profondamente, provandolo per diverse pene e martiri de’ Santi Apostoli e dei Santi Martiri, e per le dure penitenze de’ Santi Confessori, e per molte tribolazioni e tentazioni delle Sante Vergini e degli altri Santi, che ogni gente istava con gli occhi e con la mente sospesa verso lui, e attendevano, come se parlasse un Angiolo di Dio: tra li quali il detto<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Shinitatibus" />{{RigaIntestazione|126|{{sc|fioretti}}|}}</noinclude>
Orlando, toccato nel cuore da Dio per la maravigliosa predicazione di san Francesco, si puose in cuore d’ordinare e ragionare con lui dopo la predica dei fatti dell’anima sua. Onde compiuta la predica, egli trasse san Francesco da parte, e dissegli{{Ec|?|:}} O padre, io vorrei ordinare teco della salute della anima mia. Rispuose san Francesco: Piacemi molto; ma va’ istamani, e onora gli amici tuoi, che t’hanno invitato alla festa, e desina con loro; e dopo desinare; parleremo insieme quanto ti piacerà. Vassene dunque Orlando a desinare: e dopo desinare torna a san Francesco, e si ordina e dispone con esso lui i fatti dell’anima sua pienamente. E in fine disse questo Orlando a san Francesco{{Ec|.|:}} Io ho in Toscana uno Monte divotissimo, il quale si chiama il Monte della Vernia, il quale è molto solitario, ed è troppo bene atto a chi volesse fare penitenza, in luogo rimosso dalla gente, o a chi desidera vita solitaria: s’egli ti piacesse, volentieri lo ti donerei a te, e a’ tuoi compagni per salute dell’anima mia. Udendo san Francesco cosi liberale profferta di quella cosa che egli disiderava molto, n’ebbe grandissima allegrezza; e laudando e ringraziando in prima Iddio e poi Orlando, sì gli disse così: Orlando, quando voi sarete tornato a casa vostra, io manderò a voi dei miei compagni, e voi mostrerete loro quel Monte; e s’egli parrà loro atto a orazione e a fare penitenza, insino a ora io accetto la vostra profferta caritativa. E detto questo, san Francesco si parte: e compiuto, ch’egli ebbe il suo viaggio, si ritornò a Santa Maria degli Angeli: e Orlando similmente, compiuta ch’egli ebbe la solennitade di quello corteo, si ritornò al suo Castello, che si chiamava Chiusi, il quale era presso alla Vernia a uno miglio. Tornato dunque che san Francesco fu a Santa Maria degli Angeli, egli mandò due de’ suoi compagni al detto Orlando; i quali giugnendo a lui, furono con grandissima allegrezza e caritade da lui ricevuti. E volendo egli mostrare loro il Monte della Vernia, sì mandò con loro bene da cinquanta uomini armati, acciocchè gli<noinclude></noinclude>
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== [https://it.wikisource.org/wiki/Wikisource:Bar/Archivio/2026.09#Musica_nel_wikiverso Musica nel wikiverso 2026.10] ==
In costruzione
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* Al '''15 ottobre 2026''', abbiamo trascritto e pubblicato (202) ''[[:Categoria:Partiture|partiture]]'' (ad oggi '''{{PAGESINCATEGORY:Partiture}}''').
* '''P{{Sc|ubblicati questo mese}}''':
:* {{Sc|'''Canti popolari'''}}
:: · {{Testo|.....}}
:: · {{Testo|......}l
:* {{Sc|'''Musica colta'''}} — Questo mese abbiamo trascritto l'ultima della 4 romanze che costituiscono "Le canzoni di Amaranta": "Che dici, o parola del Saggio?". Parole di G. D'Annunzio e musica di F. Paolo Tosti.
:::* {{Testo|Ars et Labor, 1908 vol. I/N. 1/Quattro canzoni di Amaranta. N.4 Che dici, o parola del saggio?|Quattro canzoni di Amaranta. N.4 Che dici, o parola del saggio?}}
:::* {{Testo|Do mi sol... la do mi...}}
:* {{Sc|'''Wikipedia'''}} — Creata la pagina [[w:Quattro_canzoni_di_Amaranta|Quattro canzoni di Amaranta]]
:: — Tutte le trascrizioni di questo mese sono state create sull'ottimo [https://www.hacklily.org/ hacklily.org]
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:* {{Sc|'''Opere'''}} — Queste pagine contengono link a partiture appartenenti ad una stessa opera e sono collegate alle omonime pagine di Wikipedia tramite {{Sc|Interprogetto}}
:** [[Opera: Quattro canzoni di Amaranta]]
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:* {{Sc|'''Libri'''}} — .........
<hr>
:''[[:Categoria:Partiture|→ Vai a tutte le partiture]]''
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* [[Utente:Pic57/Laboratorio_musica |'''{{Sc|Laboratorio}}''']] — E' un manualetto per chi vuole avvicinarsi a Lilypond, ma scritto per wikisource: il codice è infatti '''senza variabili'''. Contiene '''frammenti di codice complesso''' riutilizzabili in contesti analoghi corredati dagli esempi delle partiture trascritte.<br>Questo mese abbiamo pubblicato:
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:*''[[Utente:Pic57/Laboratorio_musica#Bilanciamento del volume nei MIDI|Bilanciamento del volume nei MIDI]]''
* '''{{Sc|Revisioni}}''' — Periodicamente, via via che acquisiamo nuove conoscenze, revisioniamo brani già pubblicati con SAL 75% o addirittura 100% '''ottimizzandone il codice lilypond'''.
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* '''{{Sc|Riletture}}''' — Al fine di '''facilitare la rilettura''' del codice da parte dei volonterosi, a partire da oggi in testa ad ogni partitura lunga '''è posta la seguente riga prima del codice lilypond''':<br>
''<nowiki><!-- Cancella questa riga per visualizzare il contatore e facilitare la rilettura
</nowiki>''<br>''<nowiki>
<syntaxhighlight lang="lilypond" line start="2">-->
</nowiki>''<br>
* '''{{Sc|Stampa}}''' — Eliminata dalla stampa la mascherina dell'ascolto MIDI.
:Vedi per Esempio: {{Testo| Do mi sol... la do mi... (musica)}}
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[[File:Musica e Musicisti, 1905 vol. II (page 237 crop).jpg|400px|centro]]
{{Centrato|{{x-smaller|Immagini tratte da: Ricordi, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, da Wikimedia Commons}}}}
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== 8.5.2026 ==
Ho trascritto per wikisource una «'''bluette'''» di Pietro Floridia, pubblicata sulla rivista della Ricordi "Musica d'oggi" a luglio del 1920. La «bluette» è una breve e raffinata composizione pianistica di carattere elegiaco. Qui in effetti lo spunto è offerto al musicista da una poesia di Théophile Gautier. La composizione è ancora più suggestiva perché il termine "bluette" - in francese - è utilizzato principalmente per indicare un colore azzurro intenso, (bleu turquoise o bleu vif). E - sempre in francese - l'assonante "bleuet" è il fiordaliso, uno dei pochi fiori davvero blu, così che per affinità «bluette» ha finito per significare "scintilla".
Buon ascolto 🎹
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==[[Wikisource:Bar/Archivio/2026.04#Musica_nel_wikiverso|Musica nel wikiverso 2026.4]]==
==[[Wikisource:Bar/Archivio/2026.03#.eps_files|Musica nel wikiverso 2026.3]]==
== 17.3.2026 ==
'''[[Ars_et_Labor,_1908_vol._I/N._2/Automobile|Automobile]]''' è una divertente composizione per pianoforte di Giulio Ricordi (sì, oltre che editore è stato compositore). Frutto del clima culturale che anticipa il futurismo (1908), celebra con ironia l'avvento dell'automobile, quando delle macchine si poteva ancora scherzare e prima che il futurismo stesso venisse fagocitato dalla propaganda bellica.
Esilarante il modo in cui viene reso il sobbalzo dei passeggeri a causa di una cunetta, nonché l'occasionale investimento di un povero cane vittima (collaterale) della macchina che tutto travolge: nulla la arresta! L'accidentale scoppio di una gomma (altra ironia) viene prontamente riparato e il motore - arrancando - porta finalmente i passeggeri a destinazione. Ah, la ''Belle Époque!''
==[[Wikisource:Bar/Archivio/2026.02#Babel_Lilypond|Musica nel wikiverso 2026.2]]==
== 22.2.2026==
<poem>[[File:Sandringham House from the air (cropped).jpg|miniatura|sinistra]]'''Coincidenze!'''
Stavo giusto trascrivendo la [[Musica_e_Musicisti,_1904_vol.II/N._7/Sandringham_-_Marcia |''Sandringham March'']] di Natalie Townsend quando giunge la notizia dell'arresto dell'ex-principe Andrea, indovinate dove? Ma a '''Sandringham House''', ovviamente, la residenza di campagna dei Windsor, nel Norfolk! Qui si era ritirato dopo lo sfratto dalla Royal Lodge di Londra in seguito alle indagini sugli Epstein Files!
Ebbene, nel luglio 1904 la compositrice statunitense - nonché moglie di un ambasciatore USA - fu ospitata nella Sandringham House per una breve vacanza e lasciò come dono alla Regina Alexandra - che l'aveva invitata per la stima che aveva nei suoi confronti - questa elegante e briosa marcia.
https://it.wikisource.org/wiki/Musica_e_Musicisti,_1904_vol.II/N._7/Sandringham_-_Marcia Non era raro che i brani della Townsend venissero eseguiti dalle bande militari britanniche durante i cambi della guardia o in occasione di eventi ufficiali a cui partecipava la Regina.
Altri tempi!</poem>
==[[Wikisource:Bar/Archivio/2026.01#Ars_et_Labor_1906,_vol._I_con_SAL_75%|Musica nel wikiverso 2026.1]]==
== 27.1.2026==
:La musica attraversa il tempo e lo spazio perché è un linguaggio universale: più facile suonare con un giapponese, che parlargli.
:E questo vale anche per la musica del passato, per la quale wikisource offre mille possibilità.
:Accade così che [https://it.wikisource.org/wiki/Ars_et_Labor,_1907_vol._II/N._9/Aria questa "Aria barocca"] di Antonio Francesco Tenaglia, un clavicembalista della metà del XVII sec., venga scoperta e trascritta per violino e pianoforte 250 anni dopo, nel 1906, da [https://it.wikipedia.org/wiki/Enrico%20Polo Enrico Polo], un violinista cultore di Paganini.
:E venga poi pubblicata su Ars et Labor, una bella rivista dell'Archivio Ricordi in corso di trascrizione su Wikisource.
:Così oggi, esattamente 120 anni dopo, accade che io possa codificarla per digitalizzarla in MIDI.
:E possa poi anche sostituire la voce del violino con quella della mia armonica accompagnata dal pianoforte e... [https://www.spreaker.com/episode/aria-barocca--69423778 suonare un pezzo barocco per poi pubblicarlo sul mio podcast].
:Non è sempre stato così: devo dire grazie a Wikisource. E ovviamente grazie all'autore, al musicista che l'ha scovato e trascritto, al decodificatore, all'interprete e grazie anche a [https://it.wikipedia.org/wiki/Guido_d%27Arezzo Guido d'Arezzo], di cui a dicembre si è celebrato il millenario della notazione musicale da lui inventata.
{{A destra|(pubblicato sulla pagina Facebook di Wikisource)}}
== 21.1.2026 ==
All'Archivio Ricordi (info@)
Gent.ma Redazione,
... ho curato la trascrizione su Wikisource dei primi 6 numeri di Ars Et Labor con le relative partiture in MIDI.
Nell'accingermi a proseguire il lavoro con il secondo volume del 1906 della rivista, ho notato che le partiture elencate non sono però incluse nella versione digitale di Ars et Labor. E' possibile recuperarle?
Ecco l'elenco, così come ricostruito dalle stesse pagine della rivista:
# Sous les pommiers di Vittorio Monti per mandolino e piano (n. 7, 1906, p. 647 cartacea, 37 digitale)
# A lei di G. Calamani, romanza. (n. 7, 1906, p. 644 cartacea, 37 digitale )
# [https://musescore.com/user/97106398/scores/19541758 Quelle labbra non son rose... di Stefano Donaudy] (n. 8, 1906, p. 751 cartacea, 88 digitale)
# Au son des harpes di Alfred Cottin (n. 8, 1906, p. 751 cartacea, 88 digitale)
# Dejanice di Alfredo Catalani (n. 9,1906, p. 839 cartacea, 137 digitale)
# Campane di Napoleone Cesi (n. 10/1906, p. 927 cartacea, 181 digitale)
# Se vuoi ch'io muoia, amor, morrò... di Stefano Donaudy (n. 11, p. 1036 cartacea, 236 digitale)
# Éloignement di Henry Soro (n. 11, p. 1036 cartacea, 236 digitale)
# Allegretto per organo di Roberto Remondi (n. 11, p. 1036 cartacea, 236 digitale)
# Il presepio di J. Burgmein (n. 12, p. 1133 cartacea, 284 digitale)
# Musette (da: Heures deliceuses) di Enrico De Leva (n. 12, p. 1133 cartacea, 284 digitale)
Grazie per l'attenzione e un cordiale saluto
== 15.1.2026 ==
Elenco (67 autori) ottenuta da [https://query.wikidata.org/querybuilder/?uselang=it&query=%7B%22conditions%22%3A%5B%7B%22propertyId%22%3A%22P570%22%2C%22propertyDataType%22%3A%22time%22%2C%22propertyValueRelation%22%3A%22matching%22%2C%22referenceRelation%22%3A%22regardless%22%2C%22value%22%3A%7B%22value%22%3A%22%2B1955-00-00T00%3A00%3A00Z%22%2C%22precision%22%3A9%7D%2C%22subclasses%22%3Afalse%2C%22conditionRelation%22%3Anull%2C%22negate%22%3Afalse%7D%2C%7B%22propertyId%22%3A%22P570%22%2C%22propertyDataType%22%3A%22time%22%2C%22propertyValueRelation%22%3A%22matching%22%2C%22referenceRelation%22%3A%22regardless%22%2C%22value%22%3A%7B%22value%22%3A%22%2B1955-00-00T00%3A00%3A00Z%22%2C%22precision%22%3A9%7D%2C%22subclasses%22%3Afalse%2C%22conditionRelation%22%3A%22and%22%2C%22negate%22%3Afalse%7D%2C%7B%22propertyId%22%3A%22P27%22%2C%22propertyDataType%22%3A%22wikibase-item%22%2C%22propertyValueRelation%22%3A%22matching%22%2C%22referenceRelation%22%3A%22regardless%22%2C%22value%22%3A%22Q38%22%2C%22subclasses%22%3Atrue%2C%22conditionRelation%22%3A%22and%22%2C%22negate%22%3Afalse%7D%2C%7B%22propertyId%22%3A%22P106%22%2C%22propertyDataType%22%3A%22wikibase-item%22%2C%22propertyValueRelation%22%3A%22matching%22%2C%22referenceRelation%22%3A%22regardless%22%2C%22value%22%3A%22Q36180%22%2C%22subclasses%22%3Atrue%2C%22conditionRelation%22%3A%22and%22%2C%22negate%22%3Afalse%7D%2C%7B%22propertyId%22%3A%22P106%22%2C%22propertyDataType%22%3A%22wikibase-item%22%2C%22propertyValueRelation%22%3A%22matching%22%2C%22referenceRelation%22%3A%22regardless%22%2C%22value%22%3A%22Q201788%22%2C%22subclasses%22%3Atrue%2C%22conditionRelation%22%3A%22or%22%2C%22negate%22%3Afalse%7D%2C%7B%22propertyId%22%3A%22P106%22%2C%22propertyDataType%22%3A%22wikibase-item%22%2C%22propertyValueRelation%22%3A%22matching%22%2C%22referenceRelation%22%3A%22regardless%22%2C%22value%22%3A%22Q1930187%22%2C%22subclasses%22%3Atrue%2C%22conditionRelation%22%3A%22or%22%2C%22negate%22%3Afalse%7D%2C%7B%22propertyId%22%3A%22P106%22%2C%22propertyDataType%22%3A%22wikibase-item%22%2C%22propertyValueRelation%22%3A%22matching%22%2C%22referenceRelation%22%3A%22regardless%22%2C%22value%22%3A%22Q49757%22%2C%22subclasses%22%3Atrue%2C%22conditionRelation%22%3A%22or%22%2C%22negate%22%3Afalse%7D%2C%7B%22propertyId%22%3A%22P106%22%2C%22propertyDataType%22%3A%22wikibase-item%22%2C%22propertyValueRelation%22%3A%22matching%22%2C%22referenceRelation%22%3A%22regardless%22%2C%22value%22%3A%22Q28389%22%2C%22subclasses%22%3Atrue%2C%22conditionRelation%22%3A%22or%22%2C%22negate%22%3Afalse%7D%5D%2C%22limit%22%3A500%2C%22useLimit%22%3Atrue%2C%22omitLabels%22%3Afalse%7D questa query] a wikidata fatta con il comodo Query Builder chiedendo scrittori, poeti, storici, giornalisti e sceneggiatori italiani scomparsi nel 1955
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== 14.4.2025 ==
In questi giorni ho finito di trascrivere "Francesco e il suo tempo" di Francesco Prudenzano, un patriota meridionale che scrisse questo libro nel 1857, poco prima dell'Unità. L'avevo trovato citato in un articolo sul film "Frate Sole" (1918), emerso dallo scaffale del Cinema di Wikisource. Tra un anno si celebra l'ottavo centenario della morte di Francesco d'Assisi: piccolo contributo il mio nella speranza che il mite messaggio del poverello di Assisi non finisca soffocato dalle urla dei nazionalismi. L'11 gennaio di quest'anno 2025 ricorreva l'ottocentesimo anniversario del ''Cantico delle creature'', esordio poetico della letteratura italiana: non se n'è parlato molto, ma si può sempre rimediare...
Comunque il libro (il cui titolo completo sarebbe "Francesco d’Assisi e il suo secolo, considerato in relazione con la politica, cogli svolgimenti del pensiero e colla civiltà. Studii") bene ci mostra - con tutte le forzature nazional-patriottiche che si possono immaginare - come Francesco d'Assisi fosse destinato a diventare patrono d'Italia prima ancora che ci fosse uno Stato "Italia". Il buon Prudenzano si impegna a descriverci Francesco d'Assisi come "il santo italiano per eccellenza" e lo colloca all'inizio di una nuova "gloriosa" visione della cultura del nascente Stato.
Anche il cinema - sin dai suoi esordi muti - ha fatto la sua parte: ho contato 11 film italiani su Francesco d'Assisi dal 1911 al 2007... una media cioè di 1 film ogni 10 anni (e sicuramente ne avrò dimenticato qualcuno).
Nel gran calderone dei temi - talora polemici - sollevati dal libro, colpisce la storica rivalità tra francescani e domenicani, risalente al fatto che entrambi si trovarono nel XIII sec. a combattere le eresie, ma con due strumenti agli antipodi: la povertà di Francesco e la dottrina di Domenico. Dante nella Commedia risolve brillantemente la questione in Paradiso, facendo elogiare Francesco dal domenicano San Tommaso e Domenico dal francescano san Bonaventura. Perfetto! Ma la storia non finisce lì e si trascina fino al Risorgimento. E anche dopo: scopro infatti che se - come tutti sanno - Francesco è Patrono d'Italia, Caterina da Siena - terziaria domenicana a 16 anni, la cui reliquia della testa è custodita appunto nella Basilica di San Domenico a Siena - lo è anche lei! E così per non scontentare nessuno l'Italia si trova due patroni. La Francia ha Giovanna d'Arco, l'Inghilterra San Giorgio, l'Irlanda San Patrizio, la Spagna San Giacomo, noi invece due e pare che la Germania ne abbia addirittura tre. All'Europa ne basta uno: Benedetto da Norcia. Sit aliquis nobis auxilio!
== 21.2.2025 ==
Che bella sorpresa! Su wikisource possiamo anche trascrivere la musica e ascoltarla! Chi già legge la musica può con poco sforzo (e grande soddisfazione) usare Lilypond, un potente programma di incisione musicale per la produzione di spartiti di qualità eseguibili in MIDI. Ecco qui un piccolo esempio:
[[Al_mio_pregar_t'arrendi|Al mio pregar t'arrendi]], dalla Semiramide di Gioachino Rossini. E altri sono in arrivo :-) [[User:Pic57|Pic57]] ([[User talk:Pic57|disc.]]) 13:51, 21 feb 2025 (CET)
== 21.1.2025 ==
C'è qualcosa di profetico nel breve racconto - umoristico - "Per la storia..." (1942) di Vitaliano Brancati. Egli immagina che il suo amico e regista Mario Camerini (quello delle commedie sentimentali piccolo-borghesi degli anni Trenta), riceva un sonoro '''"no!"''' da una ragazza (milanese) che rifiuta (incredibile!) di diventare famosa attrice in uno dei suoi film. Non vi voglio spoilerare il finale - assurdo e sarcastico -, ma credo che se le donne - e gli uomini - rifiutassero davvero "con uno sguardo sfavillante di rabbia" di sottrarsi - almeno un po' - alle lusinghe e ai facili successi dell'industria dello spettacolo, il mondo sarebbe meno cinico nei loro confronti e il cinema ne guadagnerebbe in termini di qualità artistica. Ma non è facile in un'epoca che sembra aver trasformato tutto in spettacolo. Sembra impossibile: tuttavia il raccontino dice che si può. Si legge in due minuti e sta [[Per_la_storia...|qui, su wikisource, solo su wikisource!]]
== 12.1.2025 ==
In [[Note sul neo-realismo|Note sul realismo]] del 1952 di Agostino degli Espinosa, che l'autore sviluppa magistralmente a partire da una breve conversazione con Cesare Zavattini, leggo:<br>
''Un brano di musica o un discorso trasmesso dalla radio, raccoglie gli ascoltatori in un’unica commozione, rendendo illusoria la loro consapevolezza di essere ognuno in una dimora privata.''
Non esiste realtà individuale che non sia sempre inevitabilmente anche collettiva. Questa è la «fame di realtà» da cui nasce il neorealismo.
''Ognuno di noi per un’abitudine che solamente uno sforzo di pensiero può vincere, si crede ricinto di solitudine, libero da ogni rapporto con gli altri e lo spazio sociale in cui si libra gli appare come un oscuro «al di là» che trascenda il suo mondo. E’, affondando lo sguardo in questo «al di là», che Cesare Zavattini ha cercato «gli altri».''
Come il neo-realismo ci ha dimostrato, il cinema può essere quello "sforzo di pensiero" che solleva il velo delle solitudini.
== 10.1.2025 ==
Ho recentemente riletto per WS ''La figlia di Iorio'' di Gabriele D'Annunzio portando il SAL al 100% e l'ho trovato di un'attualità sorprendente in merito a quanto si sta dicendo sul patriarcato e sui femminicidi. Quest'opera (1904) - di carattere mitologico e non veristico, come si vorrebbe far credere (lo dimostrano i nomi i dei personaggi "Lazaro di Roio • Candia della Leonessa • Aligi • Splendore • Mila di Codra ecc..."), mi sembra la tomba del patriarcato. E infatti c'è un parricidio. Aligi uccide il padre Lazaro, più o meno intenzionalmente: per legittima difesa o per difendere Mila. O perché davvero si ribella. Ma - dilaniato com'è tra Mila e Vienda - non ha più la forza di sostituire Lazaro perché non è come lui. La figura che giganteggia alla fine è Ornella che - sottraendo Mila, la figlia di Iorio, al suo destino - ha di fatto ucciso il patriarcato che la reclamava attraverso l'ululante ''coro dei mietitori''. Alla fine l'eroina si immolerà per salvare Aligi (non più eroe, ma una vittima, un po' vigliacca anche). Chi ha capito tutto è invece Ornella, che da lì continuerà la sua emancipazione.
<poem>''A chi lo lasci l’aratro,
oh Lazaro, a chi lo lasci?
Chi ti vanga il campo tuo,
la tua mandra chi la pasce?''</poem>
Nessuno risponde. Perché il patriarcato è indissolubilmente legato all'agricoltura e alla pastorizia. E così la sua religione, ridotta qui a superstizione.
== 9.1.2025 ==
''[[La musica e il film]]'' è un saggio di ''S. A. Luciani'' scovato dentro il n. 6 della rivista B&N del 30 giugno 1937. Tra le tante cose interessanti che vi si scoprono, questa mi sembra una vera perla: <br>
''La musica nel film non ha solo la funzione di integrare obbiettivamente la visione silenziosa, ma di commentarla dal punto di vista dello spettatore, funzione analoga questa (non stupisca il richiamo storico) a quella del coro nella tragedia greca.''<br>
Proprio così: il coro agiva come intermediario tra la narrazione e il pubblico, offriva commenti, riflessioni, e spiegazioni sugli eventi che si svolgevano sulla scena. Insomma guidava la comprensione e l'interpretazione dei temi principali enfatizzando i momenti di tensione, dramma o pathos. E la colonna sonora non fa questo all'interno del film? Guida le nostre emozioni spesso anticipandole: quante volte siamo stati messi sull'avviso da una musica improvvisamente cupa che annuncia un evento catastrofico. O che lo sottolinea. O che al contrario libera da uno scampato pericolo un personaggio... e così via...
== 4.1.2025 ==
Qualche giorno fa stavo sfogliando su Internet Archive alcuni numeri della rivista "Cinema" del 1939 alla ricerca di qualche bel pezzo da portare su Wikisource: tra pagine intere di pubblicità (belle immagini però!) e propaganda di regime (uff!), sfoglia, sfoglia... ecco che all'improvviso leggo:
"Dramma e sonoro". Un articolo di Luigi Pirandello.... <br>
Faccio un salto sulla sedia! <br>
E da dove salta fuori quest'articolo del Maestro sul rapporto tra cinema e teatro? Nel '39 Pirandello era già passato a miglior vita da 3 anni. Possibile che ci abbia scritto qualcosa dall'aldilà e noi non ce ne siamo accorti? Sembrerebbe la trama di una delle sue novelle! <br>
Strabuzzo gli occhi e vado a leggere meglio. Si tratta di un articolo del 1929 (aaaah.... ecco!) scritto per "La Nacion" di Buenos Aires, in cui si è imbattuto - per caso anche lui - il buon Renato Giani che lo ha ri-tradotto in Italiano dallo Spagnolo e pubblicato poi sulla rivista "Cinema" dieci anni dopo la sua pubblicazione in Argentina. Un gioiellino! Vado subito a trascriverlo.
Eccolo, lo potete leggere qui anche voi: https://it.wikisource.org/wiki/Dramma_e_sonoro
Ma tu vedi cosa ti può capitare di leggere su wikisource... solo su wikisource!😀
== 28.12.2024 ==
E' in corso su wikisource la rilettura di Piccoli eroi, un romanzo per ragazzi scritto nel 1892 da Virginia Tedeschi-Treves - sotto lo pseudonimo di Cordelia - e pubblicato (ovviamente) dall'Editore Giuseppe Treves di Milano, di cui Virginia era consorte. Anzi sarà proprio grazie alla sua dote, proveniente da una facoltosa famiglia veronese, che la casa editrice potrà ingrandirsi e acquistare a Milano, in via Palermo, adiacente alla via Solferino, già sede della casa editrice, il terreno in cui insediare la tipografia che darà alle stampe nel 1864 ''Il Corriere di Milano'', giornale liberale di ispirazione cavouriana, che dieci anni dopo diventerà ''Il Corriere della Sera''.
''Piccoli eroi'' è un romanzo piuttosto importante nella nostra letteratura: non tragga in inganno il fatto che sia destinato ai ragazzi. Sarebbe anzi ora di finirla di considerare la letteratura per ragazzi come una letteratura di serie B. Questo romanzo ebbe ben 62 ristampe! A p.63/64 si legge: .''..le guerre di conquista non sono più conformi alla nostra civiltà, e l’Italia libera e indipendente non ha più gran bisogno che i suoi figli le consacrino il loro coraggio e il loro sangue, bensì le occorrono ingegni educati a forti studii, che la facciano ricca e potente.'' Un bel messaggio per i ragazzi dell'epoca. Le cose sarebbero però andate diversamente: ci sarebbe stata non solo una prima guerra mondiale, ma pure una seconda. Però fa piacere sapere che nel 1892 c'era chi la pensasse così!
== 22.12.2024 ==
E' in corso su wikisource la rilettura dei Canti orfici di Dino Campana nell'edizione originale, quella pubblicata a Marradi (la sua città d'origine, sull'Appennino tosco-romagnolo) nel 1914. Già questo è emozionante perché dietro quell'edizione c'è una bella storia che vi vorrei raccontare.
La raccolta dei Canti Orfici era già pronta per la pubblicazione nel 1913, ma la redazione della rivista Lacerba - quella di Papini e Soffici - a cui Campana aveva affidato l'unica copia del manoscritto - ebbe la dabbenaggine di smarrirla. Che fare?
Io penso che li avrei torturati.
Il poeta invece non si perse d'animo e riscrisse tutte le poesie a memoria: un'impresa titanica! Finito il manoscritto però, non lo riconsegnò a Lacerba (e come dargli torto?). Lo affidò a una tipografia del suo paese, la Tipografia F. Ravagli, appunto, come leggiamo sulla copertina. Ora, questa tipografia ha una storia particolare: era stata fondata da un marradese, Federico Ravagli, professore di Lettere nel Ginnasio di Cortona. La tipografia era il suo sogno e pubblicò varie riviste e opere del territorio, finendo per lavorare addirittura con il giornale di Firenze, La Nazione. Alla sua morte (1910) i macchinari furono trasferiti a Marradi, dove Bruno insieme a Baldo e Teresa, continuò l'attività del fratello Francesco. Fu dunque Bruno a pubblicare i Canti orfici, facendo un ottimo lavoro come possiamo vedere. La sua edizione è quella che stiamo trascrivendo digitalmente: proprio quella! Ecco perché anche solo sfogliarla per rileggerla è già emozionante.
Se la storia vi è piaciuta e volete fare un giro per provare anche voi l'emozione di trascrivere qualche pagina dei Canti orfici, cliccate qui: ( https://it.wikisource.org/wiki/Indice:Dino_Campana_-_Canti_Orfici,_Ravagli,_Marradi_1914.djvu )
Scegliete una pagina con l'iconcina rossa e buon lavoro. Però affrettatevi, perché le pagine da formattare stanno per finire e dovrete aspettare la prossima rilettura.
Ma tu vedi dove può portare un canto orfico di wikisource...😀
== 20.12.2024 ==
Rileggendo, per formattarlo in wikisource, il cap. IX del Trattato Primo del Convivio di Dante mi imbatto con meraviglia in un proverbio popolare, e cioè: "una rondine non fa primavera", cosa apparentemente inappropriata in un'opera filosofica di alto livello come il Convivio.
E invece scopro che Dante lo mutua da Aristotele: "come dice il mio maestro Aristotile nel primo de l’Etica". Vado immediatamente a verificare.
Aristotele ne parla a proposito della felicità: «come una rondine non fa primavera, né la fa un solo giorno di sole, così un solo giorno o un breve spazio di tempo non fanno felice nessuno»
Aristofane non si lascia scappare l'occasione per fare una battuta delle sue: «C'è bisogno di molte rondini» e Dante invece ne parla a per motivare la sua scelta (ancora una volta "popolare" ) di usare il volgare in un'opera filosofica: «pronta liberalitade mi mosse al volgare anzi che a lo latino»
Ma tu vedi dove può portare una rondine di wikisource😀
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== [https://it.wikisource.org/wiki/Wikisource:Bar/Archivio/2026.09#Musica_nel_wikiverso Musica nel wikiverso 2026.10] ==
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* Al '''15 ottobre 2026''', abbiamo trascritto e pubblicato (202) ''[[:Categoria:Partiture|partiture]]'' (ad oggi '''{{PAGESINCATEGORY:Partiture}}''').
* '''P{{Sc|ubblicati questo mese}}''':
:* {{Sc|'''Canti popolari'''}}
:: · {{Testo|.....}}
:: · {{Testo|......}l
:* {{Sc|'''Musica colta'''}} — Questo mese abbiamo trascritto l'ultima della 4 romanze che costituiscono "Le canzoni di Amaranta": "Che dici, o parola del Saggio?". Parole di G. D'Annunzio e musica di F. Paolo Tosti.
:::* {{Testo|Ars et Labor, 1908 vol. I/N. 1/Quattro canzoni di Amaranta. N.4 Che dici, o parola del saggio?|Quattro canzoni di Amaranta. N.4 Che dici, o parola del saggio?}}
:::* {{Testo|Do mi sol... la do mi...}}
:* {{Sc|'''Wikipedia'''}} — Creata la pagina [[w:Quattro_canzoni_di_Amaranta|Quattro canzoni di Amaranta]]
:: — Tutte le trascrizioni di questo mese sono state create sull'ottimo [https://www.hacklily.org/ hacklily.org]
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:* {{Sc|'''Opere'''}} — Queste pagine contengono link a partiture appartenenti ad una stessa opera e sono collegate alle omonime pagine di Wikipedia tramite {{Sc|Interprogetto}}
:** [[Opera: Quattro canzoni di Amaranta]]
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:* {{Sc|'''Libri'''}} — .........
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:''[[:Categoria:Partiture|→ Vai a tutte le partiture]]''
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* [[Utente:Pic57/Laboratorio_musica |'''{{Sc|Laboratorio}}''']] — E' un manualetto per chi vuole avvicinarsi a Lilypond, ma scritto per wikisource: il codice è infatti '''senza variabili'''. Contiene '''frammenti di codice complesso''' riutilizzabili in contesti analoghi corredati dagli esempi delle partiture trascritte.<br>Questo mese abbiamo pubblicato:
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:*''[[Utente:Pic57/Laboratorio_musica#Bilanciamento del volume nei MIDI|Bilanciamento del volume nei MIDI]]''
* '''{{Sc|Revisioni}}''' — Periodicamente, via via che acquisiamo nuove conoscenze, revisioniamo brani già pubblicati con SAL 75% o addirittura 100% '''ottimizzandone il codice lilypond'''.
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* '''{{Sc|Riletture}}''' — Al fine di '''facilitare la rilettura''' del codice da parte dei volonterosi, a partire da oggi in testa ad ogni partitura lunga '''è posta la seguente riga prima del codice lilypond''':<br>
''<nowiki><!-- Cancella questa riga per visualizzare il contatore e facilitare la rilettura
</nowiki>''<br>''<nowiki>
<syntaxhighlight lang="lilypond" line start="2">-->
</nowiki>''<br>
* '''{{Sc|Stampa}}''' — Eliminata dalla stampa la mascherina dell'ascolto MIDI.
:Vedi per Esempio: {{Testo| Do mi sol... la do mi...}}
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[[File:Musica e Musicisti, 1905 vol. II (page 237 crop).jpg|400px|centro]]
{{Centrato|{{x-smaller|Immagini tratte da: Ricordi, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, da Wikimedia Commons}}}}
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== [https://it.wikisource.org/wiki/Wikisource:Bar/Archivio/2026.09#Musica_nel_wikiverso Musica nel wikiverso 2026.9] ==
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== 8.5.2026 ==
Ho trascritto per wikisource una «'''bluette'''» di Pietro Floridia, pubblicata sulla rivista della Ricordi "Musica d'oggi" a luglio del 1920. La «bluette» è una breve e raffinata composizione pianistica di carattere elegiaco. Qui in effetti lo spunto è offerto al musicista da una poesia di Théophile Gautier. La composizione è ancora più suggestiva perché il termine "bluette" - in francese - è utilizzato principalmente per indicare un colore azzurro intenso, (bleu turquoise o bleu vif). E - sempre in francese - l'assonante "bleuet" è il fiordaliso, uno dei pochi fiori davvero blu, così che per affinità «bluette» ha finito per significare "scintilla".
Buon ascolto 🎹
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==[[Wikisource:Bar/Archivio/2026.04#Musica_nel_wikiverso|Musica nel wikiverso 2026.4]]==
==[[Wikisource:Bar/Archivio/2026.03#.eps_files|Musica nel wikiverso 2026.3]]==
== 17.3.2026 ==
'''[[Ars_et_Labor,_1908_vol._I/N._2/Automobile|Automobile]]''' è una divertente composizione per pianoforte di Giulio Ricordi (sì, oltre che editore è stato compositore). Frutto del clima culturale che anticipa il futurismo (1908), celebra con ironia l'avvento dell'automobile, quando delle macchine si poteva ancora scherzare e prima che il futurismo stesso venisse fagocitato dalla propaganda bellica.
Esilarante il modo in cui viene reso il sobbalzo dei passeggeri a causa di una cunetta, nonché l'occasionale investimento di un povero cane vittima (collaterale) della macchina che tutto travolge: nulla la arresta! L'accidentale scoppio di una gomma (altra ironia) viene prontamente riparato e il motore - arrancando - porta finalmente i passeggeri a destinazione. Ah, la ''Belle Époque!''
==[[Wikisource:Bar/Archivio/2026.02#Babel_Lilypond|Musica nel wikiverso 2026.2]]==
== 22.2.2026==
<poem>[[File:Sandringham House from the air (cropped).jpg|miniatura|sinistra]]'''Coincidenze!'''
Stavo giusto trascrivendo la [[Musica_e_Musicisti,_1904_vol.II/N._7/Sandringham_-_Marcia |''Sandringham March'']] di Natalie Townsend quando giunge la notizia dell'arresto dell'ex-principe Andrea, indovinate dove? Ma a '''Sandringham House''', ovviamente, la residenza di campagna dei Windsor, nel Norfolk! Qui si era ritirato dopo lo sfratto dalla Royal Lodge di Londra in seguito alle indagini sugli Epstein Files!
Ebbene, nel luglio 1904 la compositrice statunitense - nonché moglie di un ambasciatore USA - fu ospitata nella Sandringham House per una breve vacanza e lasciò come dono alla Regina Alexandra - che l'aveva invitata per la stima che aveva nei suoi confronti - questa elegante e briosa marcia.
https://it.wikisource.org/wiki/Musica_e_Musicisti,_1904_vol.II/N._7/Sandringham_-_Marcia Non era raro che i brani della Townsend venissero eseguiti dalle bande militari britanniche durante i cambi della guardia o in occasione di eventi ufficiali a cui partecipava la Regina.
Altri tempi!</poem>
==[[Wikisource:Bar/Archivio/2026.01#Ars_et_Labor_1906,_vol._I_con_SAL_75%|Musica nel wikiverso 2026.1]]==
== 27.1.2026==
:La musica attraversa il tempo e lo spazio perché è un linguaggio universale: più facile suonare con un giapponese, che parlargli.
:E questo vale anche per la musica del passato, per la quale wikisource offre mille possibilità.
:Accade così che [https://it.wikisource.org/wiki/Ars_et_Labor,_1907_vol._II/N._9/Aria questa "Aria barocca"] di Antonio Francesco Tenaglia, un clavicembalista della metà del XVII sec., venga scoperta e trascritta per violino e pianoforte 250 anni dopo, nel 1906, da [https://it.wikipedia.org/wiki/Enrico%20Polo Enrico Polo], un violinista cultore di Paganini.
:E venga poi pubblicata su Ars et Labor, una bella rivista dell'Archivio Ricordi in corso di trascrizione su Wikisource.
:Così oggi, esattamente 120 anni dopo, accade che io possa codificarla per digitalizzarla in MIDI.
:E possa poi anche sostituire la voce del violino con quella della mia armonica accompagnata dal pianoforte e... [https://www.spreaker.com/episode/aria-barocca--69423778 suonare un pezzo barocco per poi pubblicarlo sul mio podcast].
:Non è sempre stato così: devo dire grazie a Wikisource. E ovviamente grazie all'autore, al musicista che l'ha scovato e trascritto, al decodificatore, all'interprete e grazie anche a [https://it.wikipedia.org/wiki/Guido_d%27Arezzo Guido d'Arezzo], di cui a dicembre si è celebrato il millenario della notazione musicale da lui inventata.
{{A destra|(pubblicato sulla pagina Facebook di Wikisource)}}
== 21.1.2026 ==
All'Archivio Ricordi (info@)
Gent.ma Redazione,
... ho curato la trascrizione su Wikisource dei primi 6 numeri di Ars Et Labor con le relative partiture in MIDI.
Nell'accingermi a proseguire il lavoro con il secondo volume del 1906 della rivista, ho notato che le partiture elencate non sono però incluse nella versione digitale di Ars et Labor. E' possibile recuperarle?
Ecco l'elenco, così come ricostruito dalle stesse pagine della rivista:
# Sous les pommiers di Vittorio Monti per mandolino e piano (n. 7, 1906, p. 647 cartacea, 37 digitale)
# A lei di G. Calamani, romanza. (n. 7, 1906, p. 644 cartacea, 37 digitale )
# [https://musescore.com/user/97106398/scores/19541758 Quelle labbra non son rose... di Stefano Donaudy] (n. 8, 1906, p. 751 cartacea, 88 digitale)
# Au son des harpes di Alfred Cottin (n. 8, 1906, p. 751 cartacea, 88 digitale)
# Dejanice di Alfredo Catalani (n. 9,1906, p. 839 cartacea, 137 digitale)
# Campane di Napoleone Cesi (n. 10/1906, p. 927 cartacea, 181 digitale)
# Se vuoi ch'io muoia, amor, morrò... di Stefano Donaudy (n. 11, p. 1036 cartacea, 236 digitale)
# Éloignement di Henry Soro (n. 11, p. 1036 cartacea, 236 digitale)
# Allegretto per organo di Roberto Remondi (n. 11, p. 1036 cartacea, 236 digitale)
# Il presepio di J. Burgmein (n. 12, p. 1133 cartacea, 284 digitale)
# Musette (da: Heures deliceuses) di Enrico De Leva (n. 12, p. 1133 cartacea, 284 digitale)
Grazie per l'attenzione e un cordiale saluto
== 15.1.2026 ==
Elenco (67 autori) ottenuta da [https://query.wikidata.org/querybuilder/?uselang=it&query=%7B%22conditions%22%3A%5B%7B%22propertyId%22%3A%22P570%22%2C%22propertyDataType%22%3A%22time%22%2C%22propertyValueRelation%22%3A%22matching%22%2C%22referenceRelation%22%3A%22regardless%22%2C%22value%22%3A%7B%22value%22%3A%22%2B1955-00-00T00%3A00%3A00Z%22%2C%22precision%22%3A9%7D%2C%22subclasses%22%3Afalse%2C%22conditionRelation%22%3Anull%2C%22negate%22%3Afalse%7D%2C%7B%22propertyId%22%3A%22P570%22%2C%22propertyDataType%22%3A%22time%22%2C%22propertyValueRelation%22%3A%22matching%22%2C%22referenceRelation%22%3A%22regardless%22%2C%22value%22%3A%7B%22value%22%3A%22%2B1955-00-00T00%3A00%3A00Z%22%2C%22precision%22%3A9%7D%2C%22subclasses%22%3Afalse%2C%22conditionRelation%22%3A%22and%22%2C%22negate%22%3Afalse%7D%2C%7B%22propertyId%22%3A%22P27%22%2C%22propertyDataType%22%3A%22wikibase-item%22%2C%22propertyValueRelation%22%3A%22matching%22%2C%22referenceRelation%22%3A%22regardless%22%2C%22value%22%3A%22Q38%22%2C%22subclasses%22%3Atrue%2C%22conditionRelation%22%3A%22and%22%2C%22negate%22%3Afalse%7D%2C%7B%22propertyId%22%3A%22P106%22%2C%22propertyDataType%22%3A%22wikibase-item%22%2C%22propertyValueRelation%22%3A%22matching%22%2C%22referenceRelation%22%3A%22regardless%22%2C%22value%22%3A%22Q36180%22%2C%22subclasses%22%3Atrue%2C%22conditionRelation%22%3A%22and%22%2C%22negate%22%3Afalse%7D%2C%7B%22propertyId%22%3A%22P106%22%2C%22propertyDataType%22%3A%22wikibase-item%22%2C%22propertyValueRelation%22%3A%22matching%22%2C%22referenceRelation%22%3A%22regardless%22%2C%22value%22%3A%22Q201788%22%2C%22subclasses%22%3Atrue%2C%22conditionRelation%22%3A%22or%22%2C%22negate%22%3Afalse%7D%2C%7B%22propertyId%22%3A%22P106%22%2C%22propertyDataType%22%3A%22wikibase-item%22%2C%22propertyValueRelation%22%3A%22matching%22%2C%22referenceRelation%22%3A%22regardless%22%2C%22value%22%3A%22Q1930187%22%2C%22subclasses%22%3Atrue%2C%22conditionRelation%22%3A%22or%22%2C%22negate%22%3Afalse%7D%2C%7B%22propertyId%22%3A%22P106%22%2C%22propertyDataType%22%3A%22wikibase-item%22%2C%22propertyValueRelation%22%3A%22matching%22%2C%22referenceRelation%22%3A%22regardless%22%2C%22value%22%3A%22Q49757%22%2C%22subclasses%22%3Atrue%2C%22conditionRelation%22%3A%22or%22%2C%22negate%22%3Afalse%7D%2C%7B%22propertyId%22%3A%22P106%22%2C%22propertyDataType%22%3A%22wikibase-item%22%2C%22propertyValueRelation%22%3A%22matching%22%2C%22referenceRelation%22%3A%22regardless%22%2C%22value%22%3A%22Q28389%22%2C%22subclasses%22%3Atrue%2C%22conditionRelation%22%3A%22or%22%2C%22negate%22%3Afalse%7D%5D%2C%22limit%22%3A500%2C%22useLimit%22%3Atrue%2C%22omitLabels%22%3Afalse%7D questa query] a wikidata fatta con il comodo Query Builder chiedendo scrittori, poeti, storici, giornalisti e sceneggiatori italiani scomparsi nel 1955
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| http://www.wikidata.org/entity/Q59533184 || Elio || Zorzi
|}
== 14.4.2025 ==
In questi giorni ho finito di trascrivere "Francesco e il suo tempo" di Francesco Prudenzano, un patriota meridionale che scrisse questo libro nel 1857, poco prima dell'Unità. L'avevo trovato citato in un articolo sul film "Frate Sole" (1918), emerso dallo scaffale del Cinema di Wikisource. Tra un anno si celebra l'ottavo centenario della morte di Francesco d'Assisi: piccolo contributo il mio nella speranza che il mite messaggio del poverello di Assisi non finisca soffocato dalle urla dei nazionalismi. L'11 gennaio di quest'anno 2025 ricorreva l'ottocentesimo anniversario del ''Cantico delle creature'', esordio poetico della letteratura italiana: non se n'è parlato molto, ma si può sempre rimediare...
Comunque il libro (il cui titolo completo sarebbe "Francesco d’Assisi e il suo secolo, considerato in relazione con la politica, cogli svolgimenti del pensiero e colla civiltà. Studii") bene ci mostra - con tutte le forzature nazional-patriottiche che si possono immaginare - come Francesco d'Assisi fosse destinato a diventare patrono d'Italia prima ancora che ci fosse uno Stato "Italia". Il buon Prudenzano si impegna a descriverci Francesco d'Assisi come "il santo italiano per eccellenza" e lo colloca all'inizio di una nuova "gloriosa" visione della cultura del nascente Stato.
Anche il cinema - sin dai suoi esordi muti - ha fatto la sua parte: ho contato 11 film italiani su Francesco d'Assisi dal 1911 al 2007... una media cioè di 1 film ogni 10 anni (e sicuramente ne avrò dimenticato qualcuno).
Nel gran calderone dei temi - talora polemici - sollevati dal libro, colpisce la storica rivalità tra francescani e domenicani, risalente al fatto che entrambi si trovarono nel XIII sec. a combattere le eresie, ma con due strumenti agli antipodi: la povertà di Francesco e la dottrina di Domenico. Dante nella Commedia risolve brillantemente la questione in Paradiso, facendo elogiare Francesco dal domenicano San Tommaso e Domenico dal francescano san Bonaventura. Perfetto! Ma la storia non finisce lì e si trascina fino al Risorgimento. E anche dopo: scopro infatti che se - come tutti sanno - Francesco è Patrono d'Italia, Caterina da Siena - terziaria domenicana a 16 anni, la cui reliquia della testa è custodita appunto nella Basilica di San Domenico a Siena - lo è anche lei! E così per non scontentare nessuno l'Italia si trova due patroni. La Francia ha Giovanna d'Arco, l'Inghilterra San Giorgio, l'Irlanda San Patrizio, la Spagna San Giacomo, noi invece due e pare che la Germania ne abbia addirittura tre. All'Europa ne basta uno: Benedetto da Norcia. Sit aliquis nobis auxilio!
== 21.2.2025 ==
Che bella sorpresa! Su wikisource possiamo anche trascrivere la musica e ascoltarla! Chi già legge la musica può con poco sforzo (e grande soddisfazione) usare Lilypond, un potente programma di incisione musicale per la produzione di spartiti di qualità eseguibili in MIDI. Ecco qui un piccolo esempio:
[[Al_mio_pregar_t'arrendi|Al mio pregar t'arrendi]], dalla Semiramide di Gioachino Rossini. E altri sono in arrivo :-) [[User:Pic57|Pic57]] ([[User talk:Pic57|disc.]]) 13:51, 21 feb 2025 (CET)
== 21.1.2025 ==
C'è qualcosa di profetico nel breve racconto - umoristico - "Per la storia..." (1942) di Vitaliano Brancati. Egli immagina che il suo amico e regista Mario Camerini (quello delle commedie sentimentali piccolo-borghesi degli anni Trenta), riceva un sonoro '''"no!"''' da una ragazza (milanese) che rifiuta (incredibile!) di diventare famosa attrice in uno dei suoi film. Non vi voglio spoilerare il finale - assurdo e sarcastico -, ma credo che se le donne - e gli uomini - rifiutassero davvero "con uno sguardo sfavillante di rabbia" di sottrarsi - almeno un po' - alle lusinghe e ai facili successi dell'industria dello spettacolo, il mondo sarebbe meno cinico nei loro confronti e il cinema ne guadagnerebbe in termini di qualità artistica. Ma non è facile in un'epoca che sembra aver trasformato tutto in spettacolo. Sembra impossibile: tuttavia il raccontino dice che si può. Si legge in due minuti e sta [[Per_la_storia...|qui, su wikisource, solo su wikisource!]]
== 12.1.2025 ==
In [[Note sul neo-realismo|Note sul realismo]] del 1952 di Agostino degli Espinosa, che l'autore sviluppa magistralmente a partire da una breve conversazione con Cesare Zavattini, leggo:<br>
''Un brano di musica o un discorso trasmesso dalla radio, raccoglie gli ascoltatori in un’unica commozione, rendendo illusoria la loro consapevolezza di essere ognuno in una dimora privata.''
Non esiste realtà individuale che non sia sempre inevitabilmente anche collettiva. Questa è la «fame di realtà» da cui nasce il neorealismo.
''Ognuno di noi per un’abitudine che solamente uno sforzo di pensiero può vincere, si crede ricinto di solitudine, libero da ogni rapporto con gli altri e lo spazio sociale in cui si libra gli appare come un oscuro «al di là» che trascenda il suo mondo. E’, affondando lo sguardo in questo «al di là», che Cesare Zavattini ha cercato «gli altri».''
Come il neo-realismo ci ha dimostrato, il cinema può essere quello "sforzo di pensiero" che solleva il velo delle solitudini.
== 10.1.2025 ==
Ho recentemente riletto per WS ''La figlia di Iorio'' di Gabriele D'Annunzio portando il SAL al 100% e l'ho trovato di un'attualità sorprendente in merito a quanto si sta dicendo sul patriarcato e sui femminicidi. Quest'opera (1904) - di carattere mitologico e non veristico, come si vorrebbe far credere (lo dimostrano i nomi i dei personaggi "Lazaro di Roio • Candia della Leonessa • Aligi • Splendore • Mila di Codra ecc..."), mi sembra la tomba del patriarcato. E infatti c'è un parricidio. Aligi uccide il padre Lazaro, più o meno intenzionalmente: per legittima difesa o per difendere Mila. O perché davvero si ribella. Ma - dilaniato com'è tra Mila e Vienda - non ha più la forza di sostituire Lazaro perché non è come lui. La figura che giganteggia alla fine è Ornella che - sottraendo Mila, la figlia di Iorio, al suo destino - ha di fatto ucciso il patriarcato che la reclamava attraverso l'ululante ''coro dei mietitori''. Alla fine l'eroina si immolerà per salvare Aligi (non più eroe, ma una vittima, un po' vigliacca anche). Chi ha capito tutto è invece Ornella, che da lì continuerà la sua emancipazione.
<poem>''A chi lo lasci l’aratro,
oh Lazaro, a chi lo lasci?
Chi ti vanga il campo tuo,
la tua mandra chi la pasce?''</poem>
Nessuno risponde. Perché il patriarcato è indissolubilmente legato all'agricoltura e alla pastorizia. E così la sua religione, ridotta qui a superstizione.
== 9.1.2025 ==
''[[La musica e il film]]'' è un saggio di ''S. A. Luciani'' scovato dentro il n. 6 della rivista B&N del 30 giugno 1937. Tra le tante cose interessanti che vi si scoprono, questa mi sembra una vera perla: <br>
''La musica nel film non ha solo la funzione di integrare obbiettivamente la visione silenziosa, ma di commentarla dal punto di vista dello spettatore, funzione analoga questa (non stupisca il richiamo storico) a quella del coro nella tragedia greca.''<br>
Proprio così: il coro agiva come intermediario tra la narrazione e il pubblico, offriva commenti, riflessioni, e spiegazioni sugli eventi che si svolgevano sulla scena. Insomma guidava la comprensione e l'interpretazione dei temi principali enfatizzando i momenti di tensione, dramma o pathos. E la colonna sonora non fa questo all'interno del film? Guida le nostre emozioni spesso anticipandole: quante volte siamo stati messi sull'avviso da una musica improvvisamente cupa che annuncia un evento catastrofico. O che lo sottolinea. O che al contrario libera da uno scampato pericolo un personaggio... e così via...
== 4.1.2025 ==
Qualche giorno fa stavo sfogliando su Internet Archive alcuni numeri della rivista "Cinema" del 1939 alla ricerca di qualche bel pezzo da portare su Wikisource: tra pagine intere di pubblicità (belle immagini però!) e propaganda di regime (uff!), sfoglia, sfoglia... ecco che all'improvviso leggo:
"Dramma e sonoro". Un articolo di Luigi Pirandello.... <br>
Faccio un salto sulla sedia! <br>
E da dove salta fuori quest'articolo del Maestro sul rapporto tra cinema e teatro? Nel '39 Pirandello era già passato a miglior vita da 3 anni. Possibile che ci abbia scritto qualcosa dall'aldilà e noi non ce ne siamo accorti? Sembrerebbe la trama di una delle sue novelle! <br>
Strabuzzo gli occhi e vado a leggere meglio. Si tratta di un articolo del 1929 (aaaah.... ecco!) scritto per "La Nacion" di Buenos Aires, in cui si è imbattuto - per caso anche lui - il buon Renato Giani che lo ha ri-tradotto in Italiano dallo Spagnolo e pubblicato poi sulla rivista "Cinema" dieci anni dopo la sua pubblicazione in Argentina. Un gioiellino! Vado subito a trascriverlo.
Eccolo, lo potete leggere qui anche voi: https://it.wikisource.org/wiki/Dramma_e_sonoro
Ma tu vedi cosa ti può capitare di leggere su wikisource... solo su wikisource!😀
== 28.12.2024 ==
E' in corso su wikisource la rilettura di Piccoli eroi, un romanzo per ragazzi scritto nel 1892 da Virginia Tedeschi-Treves - sotto lo pseudonimo di Cordelia - e pubblicato (ovviamente) dall'Editore Giuseppe Treves di Milano, di cui Virginia era consorte. Anzi sarà proprio grazie alla sua dote, proveniente da una facoltosa famiglia veronese, che la casa editrice potrà ingrandirsi e acquistare a Milano, in via Palermo, adiacente alla via Solferino, già sede della casa editrice, il terreno in cui insediare la tipografia che darà alle stampe nel 1864 ''Il Corriere di Milano'', giornale liberale di ispirazione cavouriana, che dieci anni dopo diventerà ''Il Corriere della Sera''.
''Piccoli eroi'' è un romanzo piuttosto importante nella nostra letteratura: non tragga in inganno il fatto che sia destinato ai ragazzi. Sarebbe anzi ora di finirla di considerare la letteratura per ragazzi come una letteratura di serie B. Questo romanzo ebbe ben 62 ristampe! A p.63/64 si legge: .''..le guerre di conquista non sono più conformi alla nostra civiltà, e l’Italia libera e indipendente non ha più gran bisogno che i suoi figli le consacrino il loro coraggio e il loro sangue, bensì le occorrono ingegni educati a forti studii, che la facciano ricca e potente.'' Un bel messaggio per i ragazzi dell'epoca. Le cose sarebbero però andate diversamente: ci sarebbe stata non solo una prima guerra mondiale, ma pure una seconda. Però fa piacere sapere che nel 1892 c'era chi la pensasse così!
== 22.12.2024 ==
E' in corso su wikisource la rilettura dei Canti orfici di Dino Campana nell'edizione originale, quella pubblicata a Marradi (la sua città d'origine, sull'Appennino tosco-romagnolo) nel 1914. Già questo è emozionante perché dietro quell'edizione c'è una bella storia che vi vorrei raccontare.
La raccolta dei Canti Orfici era già pronta per la pubblicazione nel 1913, ma la redazione della rivista Lacerba - quella di Papini e Soffici - a cui Campana aveva affidato l'unica copia del manoscritto - ebbe la dabbenaggine di smarrirla. Che fare?
Io penso che li avrei torturati.
Il poeta invece non si perse d'animo e riscrisse tutte le poesie a memoria: un'impresa titanica! Finito il manoscritto però, non lo riconsegnò a Lacerba (e come dargli torto?). Lo affidò a una tipografia del suo paese, la Tipografia F. Ravagli, appunto, come leggiamo sulla copertina. Ora, questa tipografia ha una storia particolare: era stata fondata da un marradese, Federico Ravagli, professore di Lettere nel Ginnasio di Cortona. La tipografia era il suo sogno e pubblicò varie riviste e opere del territorio, finendo per lavorare addirittura con il giornale di Firenze, La Nazione. Alla sua morte (1910) i macchinari furono trasferiti a Marradi, dove Bruno insieme a Baldo e Teresa, continuò l'attività del fratello Francesco. Fu dunque Bruno a pubblicare i Canti orfici, facendo un ottimo lavoro come possiamo vedere. La sua edizione è quella che stiamo trascrivendo digitalmente: proprio quella! Ecco perché anche solo sfogliarla per rileggerla è già emozionante.
Se la storia vi è piaciuta e volete fare un giro per provare anche voi l'emozione di trascrivere qualche pagina dei Canti orfici, cliccate qui: ( https://it.wikisource.org/wiki/Indice:Dino_Campana_-_Canti_Orfici,_Ravagli,_Marradi_1914.djvu )
Scegliete una pagina con l'iconcina rossa e buon lavoro. Però affrettatevi, perché le pagine da formattare stanno per finire e dovrete aspettare la prossima rilettura.
Ma tu vedi dove può portare un canto orfico di wikisource...😀
== 20.12.2024 ==
Rileggendo, per formattarlo in wikisource, il cap. IX del Trattato Primo del Convivio di Dante mi imbatto con meraviglia in un proverbio popolare, e cioè: "una rondine non fa primavera", cosa apparentemente inappropriata in un'opera filosofica di alto livello come il Convivio.
E invece scopro che Dante lo mutua da Aristotele: "come dice il mio maestro Aristotile nel primo de l’Etica". Vado immediatamente a verificare.
Aristotele ne parla a proposito della felicità: «come una rondine non fa primavera, né la fa un solo giorno di sole, così un solo giorno o un breve spazio di tempo non fanno felice nessuno»
Aristofane non si lascia scappare l'occasione per fare una battuta delle sue: «C'è bisogno di molte rondini» e Dante invece ne parla a per motivare la sua scelta (ancora una volta "popolare" ) di usare il volgare in un'opera filosofica: «pronta liberalitade mi mosse al volgare anzi che a lo latino»
Ma tu vedi dove può portare una rondine di wikisource😀
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Gatto bianco
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<noinclude><pagequality level="3" user="Gatto bianco" /></noinclude>{{Ct|f=130%|Romanzi dello stesso Autore}}
{{Rule|4em}}
<u>''(Edizioni Treves)''</u>
'''La Principessa.''' — Terza edizione, un volume.
'''La Figlia dell’aria.''' — Quarta edizione, un volume.
'''L’assassinio nel vicolo della luna.''' — Quinta edizione, un volume.
'''Il Processo Bartelloni.''' — Quinta edizione, un volume.
'''Apparenze.''' — Terza edizione, due volumi.
'''La Polizia del diavolo.''' — Terza edizione, un volume.
'''L’Istrione.''' — Terza edizione, un volume.
'''I ladri di cadaveri.''' — Terza edizione, un volume.
'''La Duchessa di Naia.''' — Quarta edizione, un volume.
<u>''(Edizione R. Bemporad & F.)''</u><br>
'''Mime e Ballerine.''' — Quinta edizione, un volume.<noinclude><references/></noinclude>
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Utente:Myron Aub
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Myron Aub
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/* */ Aggiunto testo di Voltaire
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wikitext
text/x-wiki
Nella mia pagina su IA [https://archive.org/details/@myron_aub/uploads qui] ci sono i miei caricamenti mentre nella mia collezione dei "favorites" [https://archive.org/details/fav-myron_aub qua] sono inclusi testi non caricati da me già presenti su IA che trovo interessanti perché traduzioni abbastanza recenti soprattutto di classici filosofici e di alcuni classici letterari.
Per controllare velocemente se in una scansione non ci sono pagine saltate si può controllare la differenza tra numero di pagina PDF e numero di pagina cartacea è uguale sia nelle prime pagine che nelle ultime. Tuttavia ci sono eccezioni a questa pratica (pagine con illustrazioni non numerate, pagine vuote non scansionare...). In più è possibile che alcune pagine siano mal scansionate o illeggibili. In tal caso per trovare le pagine mancanti si possono cercare altre scansioni online (su Google libri, Hatitrust, Internet Archive...) oppure si possono chiedere le pagine mancanti a biblioteche che hanno il libro.
Nella seguente pagina [https://it.wikisource.org/wiki/Utente:Myron_Aub/Refusi_con_hunspell qua] espongo come cercare refusi con Hunspell.
In questa pagina elenco testi di pubblico dominio che sono principalmente traduzioni di testi (soprattutto filosofici e in minor parte letterari) greci, latini e stranieri. Privilegio le traduzioni in italiano più moderno, dal XIX secolo ai giorni nostri.
'''Informazioni su dati anagrafici difficilmente rintracciabili di autori.'''
[https://it.wikisource.org/wiki/Utente:Myron_Aub/Autori_con_date qui] c'è una sottopagina di un elenco di autori (per ora non tutti di pubblico dominio) con date di nascita e morte difficilmente disponibili in rete e un altro elenco di autori con data di morte incerta.
'''Vari testi di pubblico dominio finora non trovati come scansioni in rete:'''
Elenco qui alcuni testi di pubblico dominio che mi interesserebbe vedere in formato scansione e che spero che un giorno appaiano in rete:
'''1) testi di filosofia:'''
Augustinus, Aurelius
Contro la menzogna / S. Agostino ; testo latino, versione e introduzione a cura del p. Domenico Bassi
Roma : Gioventù italica, stampa 1931
Comte, Auguste (1798-1857)
Catechismo positivista 2a edizione... Tradotto da Walter Congreve. [Avvertimento di P. Laffitte.]
San Remo, Stab. Tipo. litogr. G. B. Biancheri, 1882. In-8°, 386 p., tabl.
(ripubblicato nel 2024, nella sua 3a edizione, dalla Società Positivista Italiana: Catechismo Positivista Augusto Comte, trad. Gualtiero Congreve, pp. 323, Società Editrice Positivista Italiana, Padova, CCXXXII; ISBN: 9791281601178).
Mill, John Stuart
Augusto Comte e il positivismo / John Stuart Mill ; traduzione dall'inglese di Amedeo Dardanelli
Roma : Tip. Forzani e C., 1903
230 p. ; 23 cm.
Schelling, Friedrich Wilhelm Joseph : von
Lezioni monachesi sulla storia della filosofia moderna ed esposizione dell'empirismo filosofico / Friedrich Wilhelm Joseph Schelling. Traduzione di Gaetano Durante (1886-1952). Firenze : Sansoni, stampa 1950
'''2) Testi di religione, spiritualità e occulto'''
Kerbaker, Michele. Scritti inediti / Michele Kerbaker ; con prefazione di Carlo Formichi e a cura di Vittore Pisani
Roma : Reale accademia d'Italia 1932-1939.
6 volumi contenenti un'antologia del Mahabharata (volumi 2 e 3 già presenti su Internet Archive).
Lodge, Oliver
Pitoni, Rinaldo <n. 1864>
Oltre la vita : studio di facoltà umane ancora ignote / Oliver Lodge ; traduzione dall'undecima edizione inglese, con note di Rinaldo Pitoni
Bari : Laterza, 1933
Marcus, Ernst (1856-1928)
Rensi, Giuseppe <1871-1941>
Teoria di una magia naturale fondata sulla dottrina di Kant / Ernesto Marcus ; traduzione e prefazione di Giuseppe Rensi
Bari : G. Laterza & figli, 1938
Trezza, Gaetano (1828-1892) Le religioni e la religione. Verona ; Padova : Drucker & Tedeschi, 1884
'''3) Testi di scienza''':
Baldwin, James Mark (1861-1934)
L'intelligenza / J. Mark Baldwin ; traduzione dall'inglese del professore Guida Villa (1867-1949)
Torino : Fratelli Bocca, 1904
XXVIII, 290 p. : ill. ; 21 cm.
Darwin, Charles
Autobiografia / Darwin
Milano : Istituto editoriale italiano, \1919!
182 p. ; 10 cm.
Hampson, William (1854–1926)
Paradossi della natura e della scienza, cioè fatti che sembrano contraddire generali esperienze o principi scientifici / di W. Hampson
Alessandria : Boffi, 1910
Lewes, George Henry (1817-1878)
Lo studio della psicologia : suo obbietto, scopo e metodo / George Henry Lewes ; prima edizione italiana con prefazione e note del prof. Giambattista Grassi Bertazzi (1867-1951)
Milano ; Roma : Società editrice Dante Alighieri, 1907
XXX, 185 p. ; 20 cm.
Ribot, Theodule
La psicologia dei sentimenti / Teodulo Ribot ; traduzione italiana di F. M. C.
Milano [etc.] : R. Sandron, pref. 1896
438 p. ; 23 cm
Wallace, Alfred Russel <1823-1913>
Il darwinismo applicato all'uomo / Alfredo Russel Wallace ; prima versione dall'inglese di Federico Verdinois
Napoli : Società editrice partenopea, [1912]
'''4) Testi di letteratura'''
Antologia dell'amore turco / a cura di Edmond Fazy e Abdul-Alim Memdouh ; versione italiana di Decio Cinti
Milano : Corbaccio, 1923
Capuana, Luigi
Il braccialetto / Luigi Capuana
Milano : Brigola di G. Marco, 1898
Della Sala Spada, Agostino
Nel 2073! : sogni d'uno stravagante / messi in carta per l'avvocato Agostino Della Sala Spada
Testo
Casale : Tipografia del giornale Il Monferrato, 1874
Goethe, Johann Wolfgang : von
Fiaba del serpente verde e della bella Gigliola / J. W. v. Goethe ; commento di G. Blason
Trieste : Trani, stampa 1944
Gogol’, Nikolaj Vasil’evic.
Mirgorod / Nikola Gogol ; traduzione di Federigo Verdinois
Lanciano : Carabba, 1923
Gogol’, Nikolaj Vasil’evic.
Le veglie alla fattoria di Dicanca / Nicola Gogol ; versione di F. Verdinois
Napoli : G. Giannini, 1920
Novelle russe / a cura di Corrado Alvaro: vol. I-II (Pusckin, Lermontov, Gogol, Gonciarov, Turghenev, Scedrin, Dostojewski, Tolstoi, Garscin, Cecov, Gorki, Andreiev, Ciricov, Artzibascev, Kuprin, Sologub, Lomakin, Uspenski, Timkovski, Skitalitz)
Milano : Soc. Ed. R. Quintieri, 1920 (Saita e Bertola)
Turgenev, Ivan Sergeevic. Le poesie in prosa / di Ivan Turgheniev ; tradotte da Enrico Damiani
Pubblicazione Lanciano : Carabba, [1923]
Villiers de l'Isle-Adam, Auguste <comte de>
Eva futura : Romanzo. Unica traduzione di D. C. (probabilmente Decio Cinti).
Milano : Casa Edit. Bietti Edit. Tip., 1930
Voltaire
Racconti filosofici / Voltaire ; traduzione dal francese di Decio Cinti
Milano : Sonzogno, stampa 1939
Wells, H. G.
Sodini, A. M.
La Guerra dei mondi : Romanzo / H. G. Wells ; traduzione di Angelo Maria Sodini (1875-1939)
Milano : F. Vallardi, 1901
Morandi, Luigi <1844-1922>; Ciampoli, Domenico <1852-1929>
Poeti stranieri lirici, epici, drammatici : scelti nelle versioni italiane (2 volumi) / Morandi L. e Ciampoli D.
Milano [etc.] : Società editrice Dante Alighieri di Albrighi, Segati 1904
'''5) altri testi:'''
Pestalozzi, Johann Heinrich
Leonardo e Geltrude : libro per il popolo / Enrico Pestalozzi ; traduzione, prefazione e note di Giovanni Sanna (1877-1950). (in 4 volumi).
Venezia [poi] Firenze : La nuova Italia, 1928 (e altre ristampe successive).
Squillace, Fausto
Titolo
La moda / Fausto Squillace
Pubblicazione
Milano [etc.] : Sandron, 1912
159 p. ; 19 cm.
'''In pubblico dominio dal 2027:'''
Barié, Giovanni Emanuele (1894-1956). La spiritualità dell'essere e Leibniz. Padova : CEDAM, 1933
Sbloccabile su Google Libri [https://books.google.it/books?id=EHYLAQAAIAAJ qui]
Capone Braga, Gaetano
La vecchia e la nuova logica / Gaetano Capone Braga (1889-1956)
Padova : Cedam, 1948
Sbloccabile su Google Libri [https://books.google.it/books?id=LzUAAAAAMAAJ qui]
Cassirer, Ernst. Storia della filosofia moderna (4 volumi). Traduzione di Angelo Pasquinelli (1926-1956) Torino : G. Einaudi, 1958 e ristampe seguenti.
Primo volume sbloccabile su Google Libri qui: https://books.google.it/books?id=64AcH4mrab0C
Jevons, William Stanley
Lezioni di logica elementare / W.S. Jevons ; a cura di Gaetano Capone Braga (1889-1956)
Padova : Cedam, 1948
Sbloccabile su Google Libri [https://books.google.it/books?id=WztCAQAAIAAJ qui]
Pastore, Annibale
Scritti di varia filosofia / Annibale Pastore
Milano : Fratelli Bocca, 1940
Sbloccabile su Google Libri [https://books.google.it/books?id=8HA_AAAAIAAJ qui]
Pastore, Annibale
La volontà dell'assurdo : storia e crisi dell'esistenzialismo / Annibale Pastore
Milano : Giovanni Bolla, 1948
Sbloccabile su Google Libri
[https://books.google.it/books?id=S5Lad41dxasC qui]
Stefanini, Luigi <1891-1956>
Imaginismo come problema filosofico : vol. primo
Padova : CEDAM, 1936
Sbloccabile su Google Libri [https://books.google.it/books?id=5BHBNszP5LUC qui]
'''In pubblico dominio dal 2028:'''
Della magia / Apuleio di Madaura ; testo latino, traduzione e note di Concetto Marchesi
Bologna : Zanichelli, 1955
Burckhardt, Jacob
Considerazione sulla storia del mondo / Jacob Burckhardt; traduzione di Antonio Banfi
Milano : Bompiani, 1954
Kierkegaard, Søren
Il concetto dell'angoscia / Soren Kierkegaard ; tradotto dal danese da Meta Corssen (1894-1957)
Firenze : Sansoni, 1942
Kierkegaard, Søren
La malattia mortale : (svolgimento psicologico cristiano di Anti-Climacus) / Sören Kierkegaard ; a cura di Meta Corssen (1894-1957) ; prefazione di Paolo Brezzi
Milano : Edizioni di Comunità, 1947
Kierkegaard, Søren
L'ora : atti d'accusa al cristianesimo del Regno di Danimarca, anno 1855 / Soren Kierkegaard ; traduzione di Antonio Banfi
Milano ; Roma : Doxa, stampa 1931
Palacio Valdes, Armando
Santa Rogelia
Traduzione di Mario Puccini
Torino : UTET, 1961
Sarmiento, Domingo Faustino
Facundo o Civiltà e barbarie / Domingo F. Sarmiento ; a cura di Mario Puccini
Torino : Unione tipografico-editrice torinese, stampa 1953
Simmel, Georg
Banfi, Antonio <1886-1957>
I problemi fondamentali della filosofia / G. Simmel ; traduzione e introduzione di A. Banfi
Firenze : Vallecchi, [dopo il 1921]
Stoermer, Carlo (1874-1957). Dalle stelle agli atomi; prefazione di Giovanni Giorgi ; appendici di G.B. Angioletti ... [et al.]
Milano : Hoepli, 1934
Subhadra <bhikschu> (1852-1917)
De Lorenzo, Giuseppe <1871-1957>
Catechismo buddhistico per avviamento nella dottrina di Gotamo Buddho / di Subhadra Bhikshu ; tradotto in italiano da Giuseppe De Lorenzo
Napoli : Ricciardi, 1922
Whitehead, Alfred North
Banfi, Antonio <1886-1957>
La scienza e il mondo moderno / A. N. Whitehead ; con una introduzione di Antonio Banfi
Milano : Bompiani, 1945
'''In pubblico dominio dal 2029:'''
Agrippa von Nettesheim, Heinrich Cornelius
La filosofia occulta, o La magia / Enrico Cornelio Agrippa ; prima traduzione italiana di Alberto Fidi ; preceduta da un ampio studio introduttivo sopra l'autore e la sua opera, a cura di Arturo Reghini
Milano : Alberto Fidi (1882-1958), 1926
Bacon, Francis <1561-1626>
Cogitata et visa ; De dignitate et augmentis scientiarum : libri 2. e 9. / Francesco Bacone ; versione italiana a cura e con note di Antonio Bozzone (1888-1958)
Torino [etc.] : G. B. Paravia, stampa 1924
Paracelsus
I sette libri dei supremi insegnamenti magici : dall'edizione latina di Giovannantonio e Samuele De Tournes (Opera chemica et philosophica) stampata a Genova nel 1658 / Paracelso ; traduzione di Alberto Fidi (1882-1958) ; con uno studio introduttivo di Costantino De Simone Minaci
Milano : A. Fidi, 1926
Wells, Herbert George
L'alimento divino : romanzo / H. G. Wells ; traduzione di Alberto Fidi (1882-1958)
Milano : Cioffi, 1922
Wells, Herbert George
Un racconto dei tempi da venire : romanzo / H. G. Wells ; traduzione di Alberto Fidi (1882-1958)
Milano : A. Gorlini, 1931
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Cruccone" /></noinclude>tacciare {{AutoreCitato|Sergej Michajlovič Ėjzenštejn|Eisenstein}} e la sua opera di eccessivo compiacimento formale; se non sapessimo che questa è probabilmente l’unica soluzione per un film del genere. La visuale prospettica, secondo la quale i fatti perduti nelle lontananze della storia hanno da essere elaborati in una espressione tanto attuale quale è il cinema, è senza dubbio rigorosa.
Un nuovo problema attende di essere risolto: quello della recitazione. Si sa che per Eisenstein la estrinsecazione mimica è risolta entro i limiti della inquadratura e in relazione alle prospettive scenografiche, agli elementi di sfondo. Qui il calcolo appare evidente. Ma si tratta di calcolo o, non piuttosto di stile spontaneo e sincero; di forma cui Eisenstein non può rinunciare? E’ facile inoltre constatare come la recitazione verbale sia enfatica. Ma anche a proposito valga quanto si è detto in merito alla soluzione figurativa: al rigorismo plastico, ad una ricerca compositiva, non più tale del resto perché evidentemente spontanea, corrisponde il tono staccato ed aulico della parola. Si aggiunga infine la opportunità o la necessità o la inopportunità di valersi di attori professionisti, tra i quali campeggia {{AutoreCitato|Nikolay Cherkasov|Nikolai Cerkasov}}, dall’aspetto non di ventenne ma giovanile quanto basta per raffigurare il giovane condottiero. Il ritmo del racconto è basato sul contrappunto tra il protagonista e la folla; questa essendo poi spesso parte integrante della composizione plastica dei quadri, elemento scenografico di per sé stessa.
{{Wl|Q20051329|''Ivan il terribile''}} è logica conseguenza. Altro film di costume, altra epoca, indubbiamente più sfarzosa. Una figura variamente interpretata dagli storici, vissuta nel pieno Cinquecento, {{Wl|Q7996|Ivan IV}} incoronato diciassettenne nel 1547 nella Cattedrale dell’Assunzione in Mosca è al centro del racconto: ma Eisenstein ancorché consentendogli e la storia e il personaggio una opulenza di immagini e di movimento, non è peraltro sopraffatto dal clamore rinascimentale; è presente in ogni quadro la sua personalità; istintiva risulta la scelta dell’angolazione, la composizione dei personaggi nell’architettura, secondo il consueto rigore che è lo stesso suo stile. Ma una maggiore veemenza è avvertibile in alcune scene e non soltanto resa più appariscente dalla musica di {{AutoreCitato|Sergei Prokofiev|Sergei Prokofiev}}. L’azione è condotta alternativamente negli esterni prediletti da Eisenstein (quale migliore sfondo del cielo per comporvi le figure?) e in interni: ampie costruzioni in cui il sapiente gioco di luci e di ombre, talvolta ricercato, contribuisce alla efficacia rappresentativa di un clima leggendario. Il personaggio del protagonista — ancora il multiforme Cerkasov sostiene la parte — è ri-inventato da Eisenstein. Ivan IV è il suo Ivan IV il Terribile, in una storia che è affidata a sequenze plastico-figurative e ritmiche così come le storie<noinclude>{{PieDiPagina||— 46 —|}}</noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" /></noinclude>di eroi e di santi erano affidate ai colori ai piani ai volumi dei pittori narrativi dell’epoca. Come è naturale, tuttavia, lo spettacolo procede per sintesi. Ogni indugio — si veggano qui alcune scene tra cui la citata incoronazione — risulta un giustificato compiacimento.
Ma la impostazione, lo stesso modo di narrare, la stessa composizione delle figure, sono arcaici e primordiali. {{AutoreCitato|Sergej Michajlovič Ėjzenštejn|Eisenstein}} ha imparato molto da {{AutoreCitato|David Wark Griffith|Griffith}} dei grandi spettacoli, più probabilmente dal regista del Kentucky che da {{AutoreCitato|Lupu Pick|Lupu Pick}} il quale sarebbe stato o fu, secondo alcuni, colui che lo avviò decisamente al cinema. Certo non si saprebbe pensare {{AutoreCitato|Sergej Michajlovič Ėjzenštejn|Eisenstein}} alle prese con un Film-Kammerspiel. Tuttavia non va dimenticata la toccante semplicità dei sentimenti espressi dai personaggi dell’''Agave'' nel film sul Messico, il candore dei contadini della [[w:La linea generale|''Linea generale'']], il bambino nella carrozzella dell’[[w:La corazzata Potëmkin|''Incrociatore Potemkin'']].
Ma le piccole cose, gli umili sentimenti divengono parte integrante di un corale vasto affresco. La intransigenza stilistica della rappresentazione risponde ad una impossibilità di far concessioni sia al facile gusto commerciale, sia a dettami o direttive di altra natura. Pertanto quindi, benché altre risorse che quelle da {{AutoreCitato|Sergej Michajlovič Ėjzenštejn|Eisenstein}} adottate nella sua rappresentazione offra il cinema, resta sempre da apprezzare l’opera sua come quella di pochi altri intesa alla elevazione del cinema quale espressione d’arte e affermata su un rigore e su una coscienza immaginativa esemplari.
{{A destra|{{Sc|Francesco Pasinetti}}}}
{{Ct|L=0.5em|BIBLIOGRAFIA}}
S. M. Eisenstein: ''Les Principes du nouveau cinéma russe'' in « La Revue du Cinéma » n. 9, aprile 1930.
S. M. Eisenstein e Grigori V. Aleksandrov: ''La Ligne générale ou la Lutte pour la Terre'', scénario; in « La Revue du Cinéma » n. 14, sett, 1930. (trad. dal tedesco, ed. Schmid & Co. Verlag, Berlin, 1930).
S. M. Eisenstein: ''The Principles of Film Form'' (trad. Ivor Montagu in « Clos Up », vol. VIII, n. 3 sett. 1931.
S. M. Eisenstein: ''Soggetto e sceneggiatura'', in « Essenza del Film » a cura di F. di Giammatteo, Torino, « Il Dramma », 1947.
S. M. Eisenstein: ''The Film Sense'', Hartcourt-Brace, New York 1942 — Faber and Faber, London, 1943.
S. M. Eisenstein e Grigori V. Aleksandrov: ''Que viva Mexico!'' in « Experimental Cinéma » 1934.
Rudolf Arnheim: ''Film and Kunst'' — Rosvohlt, Berlin, 1932.<noinclude>{{PieDiPagina||— 47 —|}}
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<noinclude><pagequality level="4" user="Gatto bianco" /></noinclude>Maurice Bardèche e Robert Brasillac: ''Histoire du Cinema'', Denoël et Steele, Paris, 1943.
G. L. George: ''Le Cinéma sovietique à Hollywood'', in « La Revue du Cinéma » n. 24, luglio 1931.
Lo Duca: ''Histoire du Cinéma, Presses Universitaires de France'', Paris 1943.
A. V. Lunacarsky: ''Der russische Revolutions film'', Orel Fuessli, Berlin, 1929.
Ettore M. Margadonna: ''Cinema ieri e oggi'', Editoriale Domus, Milano 1932, p. 169 e segg.
Léon Moussiac: ''Le Cinéma sovietique'', Gallinard, Paris 1932.
Mario Orsoni: ''Ricordo di Eisenstein'', su « Il Mattino del Popolo », Venezia, 15 febbraio 1948.
Francesco Pasinetti: ''Storia del Cinema dalle origini ad oggi'', Ed. Bianco e Nero, Roma, 1939.
Francesco Pasinetti: ''Mezzo secolo di Cinema'', Ed. Poligono, Milano, 1946, p.53-55.
Francesco Pasinetti: ''Filmlexikon'', Ed. Filmeuropa, Milano, 1948, p. 327.
Francesco Pasinetti e Gianni Puccini: ''La Regia Cinematografica'', Ed. Riako, Venezia 1945.
Jean Richard: ''Les grands réalisateurs russes'', in «Cinéa », n. 21, gennaio 1932.
Paul Rotha: ''The Film Till Now'', Smith, London 1930.
F. Slang: ''Panzerkreuzer Potemkin'', Ed. Malik-Verlag, Berlin.
Jacques Spitz: ''Le Cuirassé Potemkine'', in « La Révue du Cinéma » n. 14, sett. 1930.
Carl Vincent: ''Histoire de l’Art Cinématographique'', Ed. du Trident, Bruxelles 1939.
Edmund Wilson: ''Eisenstein in Hollywood'', in « The New Republic », 4 novembre 1931.<noinclude>{{PieDiPagina||— 48 —|}}
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FRAMMENTI
DI
GIACOMO RACIOPPI
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(Estratti dal Fascicolo II Vol. IV del {{Sc|Bazar di Scienze}}
{{Sc|Lettere ed Arti}} — 1955.}}<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia, 1900 - BEIC IE7872886.djvu/107
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Marcella Medici (BEIC)
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}}{{Noindent}}{{Sc|l}} «Bertha», sempre seguito a rimorchio dalla goletta «Aggie», era partito da Port Mulgrave alle due antimeridiane del 23 giugno.
Le difficoltà incontrate nello sbarco da tutti coloro che s'erano avviati alla costa del Pacifico, e la catastrofe che aveva funestato fin dal principio la seconda spedizione del Russell, insieme coll'incertezza intorno alle condizioni del mare e della risacca sulla spiaggia meridionale, avevano indotto {{AutoreCitato|Luigi Amedeo di Savoia-Aosta|S. A. R.}} a seguire le indicazioni del {{wl|Q6084218|Russell}}, che consigliava di approdare sulla costa Ovest della baja di Yakutat, sebbene essa disti dal Sant'Elia parecchi chilometri di più di quella del Pacifico<ref>{{AutoreCitato|Luigi Amedeo di Savoia-Aosta|S. A. R.}} aveva un tempo sperato che fosse possibile prender terra sulla costa meridionale dell'altipiano, a riparo dai pericolosi frangenti, per una isoletta di sabbia, segnata sulla Carta dell'Ufficio idrografico degli Stati Uniti (North West Coast of America, Sheet N.° 2, scala 1/1.200.000), di fronte ad una piccola insenatura della costa, subito a Est di Icy Cape. Ma a Yakutat si era saputo poi che questo banco di sabbia non esiste, e che la costa è dappertutto indifesa.</ref>.
Si doveva prender terra poche miglia a Nord del capo Manby, presso la foce del torrente glaciale Osar, vicino all'apertura della baja nell'Oceano. S. A. R. sperava di poter salire di qua sull'altipiano del Malaspina senza troppa difficoltà, e di attraversare poi<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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}}{{Noindent}}{{Sc|l}} «Bertha», sempre seguito a rimorchio dalla goletta «Aggie», era partito da Port Mulgrave alle due antimeridiane del 23 giugno.
Le difficoltà incontrate nello sbarco da tutti coloro che s'erano avviati alla costa del Pacifico, e la catastrofe che aveva funestato fin dal principio la seconda spedizione del Russell, insieme coll'incertezza intorno alle condizioni del mare e della risacca sulla spiaggia meridionale, avevano indotto {{AutoreCitato|Luigi Amedeo di Savoia-Aosta|S. A. R.}} a seguire le indicazioni del {{wl|Q6084218|Russell}}, che consigliava di approdare sulla costa Ovest della baja di Yakutat, sebbene essa disti dal Sant'Elia parecchi chilometri di più di quella del Pacifico<ref>{{AutoreCitato|Luigi Amedeo di Savoia-Aosta|S. A. R.}} aveva un tempo sperato che fosse possibile prender terra sulla costa meridionale dell'altipiano, a riparo dai pericolosi frangenti, per una isoletta di sabbia, segnata sulla Carta dell'Ufficio idrografico degli Stati Uniti (North West Coast of America, Sheet N.° 2, scala 1/1.200.000), di fronte ad una piccola insenatura della costa, subito a Est di Icy Cape. Ma a Yakutat si era saputo poi che questo banco di sabbia non esiste, e che la costa è dappertutto indifesa.</ref>.
Si doveva prender terra poche miglia a Nord del capo Manby, presso la foce del torrente glaciale Osar, vicino all'apertura della baja nell'Oceano. S. A. R. sperava di poter salire di qua sull'altipiano del Malaspina senza troppa difficoltà, e di attraversare poi<noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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Le difficoltà incontrate nello sbarco da tutti coloro che s'erano avviati alla costa del Pacifico, e la catastrofe che aveva funestato fin dal principio la seconda spedizione del Russell, insieme coll'incertezza intorno alle condizioni del mare e della risacca sulla spiaggia meridionale, avevano indotto {{AutoreCitato|Luigi Amedeo di Savoia-Aosta|S. A. R.}} a seguire le indicazioni del {{wl|Q6084218|Russell}}, che consigliava di approdare sulla costa Ovest della baja di Yakutat, sebbene essa disti dal Sant'Elia parecchi chilometri di più di quella del Pacifico<ref>{{AutoreCitato|Luigi Amedeo di Savoia-Aosta|S. A. R.}} aveva un tempo sperato che fosse possibile prender terra sulla costa meridionale dell'altipiano, a riparo dai pericolosi frangenti, per una isoletta di sabbia, segnata sulla Carta dell'Ufficio idrografico degli Stati Uniti (North West Coast of America, Sheet N.° 2, scala 1/1.200.000), di fronte ad una piccola insenatura della costa, subito a Est di Icy Cape. Ma a Yakutat si era saputo poi che questo banco di sabbia non esiste, e che la costa è dappertutto indifesa.</ref>.
Si doveva prender terra poche miglia a Nord del capo Manby, presso la foce del torrente glaciale Osar, vicino all'apertura della baja nell'Oceano. S. A. R. sperava di poter salire di qua sull'altipiano del Malaspina senza troppa difficoltà, e di attraversare poi<noinclude><references/></noinclude>
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Spinoziano (BEIC)
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Candalua
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Modafix
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<poem>Ogni corteggio, ogni maneggio ammette,
Altro di quel, che in Maddalo ammettea.
Quà con titol d’Amici, entrar permette
Gli Amanti, che colà no ’l permettea.
Quà per le vanità, spesso dismette
Lo studio, che colà no ’l dismettea.
Era là qual Signora corteggiata,
Quì, benche, non amante, è come amata.</poem>
{{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|57.}}
<poem>Quel titolo d’amici, in quel di proci
Cangiando poi gli Amanti, ella si gloria,
Che rinovata in lei, per quelle voci,
Di Penelope fosse la memoria.
Stolta di che ti pregi! ò quanto atroci
Fiano i trionfi, e mesta la vittoria!
Che l’agone, amoroso è con tal arte,
Che chi Penelop’entra, Elena {{Ec|parte|parte.}}</poem>
{{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|58.}}
<poem>Furon gl’Amanti, dopo il Battriano,
Zonadoro, e ’l Fratello Dorismondo,
Fidamante, Epolem, Tigran, Florano,
Che uscì d’Italia, per vedere il Mondo.
Taccio Torquato, il Cavalier Romano,
Con altri occulti, che à bel studio ascondo.
Hor con questi, costei da mane à sera,
Tratta così, ch’ogn’un di haverla spera.</poem><noinclude>{{PieDiPagina|||''Che''{{spazi|5}}}}</noinclude>
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Pagina:Ars et Labor, 1908 vol. I.djvu/430
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<poem>{{Centrato|Poemetto eroi-comico di ROBERTO BRACCO
Quattro tempi per Orchestra
di {{larger|J. BURGMEIN}}
Riduzione per PIANOFORTE a quattro mani
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Quattro tempi per Orchestra
di {{larger|J. BURGMEIN}}
Riduzione per PIANOFORTE a quattro mani
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== È cambiato qualcosa? ==
Da ieri pomeriggio l'inizio di tutte le pagine del ns Pagina è indentato (come fosse un nuovo paragrafo). Non sembrano esserci problemi in transclusione, ma la cosa è un po' fastidiosa in fase di rilettura (bisogna sempre controllare se ci sono righe vuote all'inizio della pagina). Qualcuno sa cosa è successo? [[Utente:Dr Zimbu|Dr ζimbu]] ([[Discussioni utente:Dr Zimbu|msg]]) 08:22, 1 ott 2026 (CEST)
:Mi correggo: nella transclusione delle poesie lunghe sembra sia spuntata una riga vuota all'altezza del passaggio di pagina (vedi ad es. [[Satira (Guidiccioni)]] oppure [[Dalle Satire (Alfieri, 1912)/Satira Nona. I Viaggi]], dove sono sicuro che la riga vuota prima non c'era)--[[Utente:Dr Zimbu|Dr ζimbu]] ([[Discussioni utente:Dr Zimbu|msg]]) 08:30, 1 ott 2026 (CEST)
::@[[Utente:Dr Zimbu|Dr Zimbu]]: mi sembra che adesso i numeri di pagina siano sempre all'interno di un tag p. Potrei sbagliarmi, ma mi pare che una volta non era così. Quindi viene applicato il canonico spazio tra i paragrafi, anche se il numero pagina non è veramente un "paragrafo". Vedo anche che adesso tutti i p hanno un id, quindi forse c'è stato qualche intervento (mi pare che di recente abbiano cambiato il parser del wikitesto, potrebbe essere una conseguenza di questo). Ho aggiunto uno stile che sopprime lo spazio se il p è seguito da un poem, e sembra funzionare su [[Satira (Guidiccioni)]]. Invce su [[Dalle Satire (Alfieri, 1912)/Satira Nona. I Viaggi]] c'è purtroppo una riga bianca all'inizio della pagina (accidenti a questa mania di lasciare una riga bianca!) che fa sì che persista lo spazio, quindi andrebbero tolte tutte le righe bianche. Spero che la mia modifica non abbia effetti negativi laddove c'è un testo in prosa seguito da un poem. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 09:31, 1 ott 2026 (CEST)
:::{{ping|Candalua}} Ma è un cambiamento che ha riguardato tutte le wiki? Ho guardato un po' su en.ws e fr.ws e non mi sembra ci sia lo stesso problema.
:::Casi come la Satira di Alfieri probabilmente ce ne sono centinaia se non migliaia, non credo sia fattibile intervenire su tutti manualmente (già solo quell'indice sono almeno un centinaio di pagine). L'unica possibilità mi sembrerebbe di usare un bot per eliminare le righe bianche all'inizio, ma questo quasi sicuramente creerebbe altri problemi.
:::Sembrano esserci anche altri problemi di sfasamento tra namespace: vedi ad esempio la differenza tra lo spazio verticale del titolo in [[Pagina:Opere di Niccolò Machiavelli VI.djvu/406]] e la sua transclusione in [[L'Asino (Machiavelli)/Capitolo terzo]]--[[Utente:Dr Zimbu|Dr ζimbu]] ([[Discussioni utente:Dr Zimbu|msg]]) 13:47, 1 ott 2026 (CEST)
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Da ieri pomeriggio l'inizio di tutte le pagine del ns Pagina è indentato (come fosse un nuovo paragrafo). Non sembrano esserci problemi in transclusione, ma la cosa è un po' fastidiosa in fase di rilettura (bisogna sempre controllare se ci sono righe vuote all'inizio della pagina). Qualcuno sa cosa è successo? [[Utente:Dr Zimbu|Dr ζimbu]] ([[Discussioni utente:Dr Zimbu|msg]]) 08:22, 1 ott 2026 (CEST)
:Mi correggo: nella transclusione delle poesie lunghe sembra sia spuntata una riga vuota all'altezza del passaggio di pagina (vedi ad es. [[Satira (Guidiccioni)]] oppure [[Dalle Satire (Alfieri, 1912)/Satira Nona. I Viaggi]], dove sono sicuro che la riga vuota prima non c'era)--[[Utente:Dr Zimbu|Dr ζimbu]] ([[Discussioni utente:Dr Zimbu|msg]]) 08:30, 1 ott 2026 (CEST)
::@[[Utente:Dr Zimbu|Dr Zimbu]]: mi sembra che adesso i numeri di pagina siano sempre all'interno di un tag p. Potrei sbagliarmi, ma mi pare che una volta non era così. Quindi viene applicato il canonico spazio tra i paragrafi, anche se il numero pagina non è veramente un "paragrafo". Vedo anche che adesso tutti i p hanno un id, quindi forse c'è stato qualche intervento (mi pare che di recente abbiano cambiato il parser del wikitesto, potrebbe essere una conseguenza di questo). Ho aggiunto uno stile che sopprime lo spazio se il p è seguito da un poem, e sembra funzionare su [[Satira (Guidiccioni)]]. Invce su [[Dalle Satire (Alfieri, 1912)/Satira Nona. I Viaggi]] c'è purtroppo una riga bianca all'inizio della pagina (accidenti a questa mania di lasciare una riga bianca!) che fa sì che persista lo spazio, quindi andrebbero tolte tutte le righe bianche. Spero che la mia modifica non abbia effetti negativi laddove c'è un testo in prosa seguito da un poem. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 09:31, 1 ott 2026 (CEST)
:::{{ping|Candalua}} Ma è un cambiamento che ha riguardato tutte le wiki? Ho guardato un po' su en.ws e fr.ws e non mi sembra ci sia lo stesso problema.
:::Casi come la Satira di Alfieri probabilmente ce ne sono centinaia se non migliaia, non credo sia fattibile intervenire su tutti manualmente (già solo quell'indice sono almeno un centinaio di pagine). L'unica possibilità mi sembrerebbe di usare un bot per eliminare le righe bianche all'inizio, ma questo quasi sicuramente creerebbe altri problemi.
:::Sembrano esserci anche altri problemi di sfasamento tra namespace: vedi ad esempio la differenza tra lo spazio verticale del titolo in [[Pagina:Opere di Niccolò Machiavelli VI.djvu/406]] e la sua transclusione in [[L'Asino (Machiavelli)/Capitolo terzo]]--[[Utente:Dr Zimbu|Dr ζimbu]] ([[Discussioni utente:Dr Zimbu|msg]]) 13:47, 1 ott 2026 (CEST)
::::@[[Utente:Dr Zimbu|Dr Zimbu]]: probabilmente le altre wikisource hanno un template diverso per il numero pagina (infatti en.ws e fr.ws non hanno neanche il quadratino del SAL). Bisognerebbe indagare più a fondo, magari c'è modo di evitare che finisca dentro un p. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 15:48, 1 ott 2026 (CEST)
== Wikidata Sitelink changes in Recent Changes and Watchlist ==
''(Apologies for cross-posting in English, translating it will help spread the message)''
Editors on group 1 wikis, including Wikiquote, Wikibooks, Wikiversity, Wikivoyage, and Wikisource, will no longer see notifications on [[Special:RecentChanges|Recent Changes]] and [[Special:Watchlist|Watchlist]] when a link to ''another'' language version of a page is added, removed, or changed in its Wikidata item. This change will begin on '''October 5 at 07:00 UTC''' as a two-week trial to reduce high-volume, low-value notifications and make higher-value changes easier to identify. Editors who rely on these notifications should be aware of the change and can share feedback or concerns on the [[m:Wikidata For Wikimedia Projects/Clearer Wikidata Edit Summaries/Hide Language Link edits|project]] or [[m:Talk:Wikidata_For_Wikimedia_Projects/Clearer_Wikidata_Edit_Summaries/Hide_Language_Link_edits|talk page]].<br/>Please reach out if you have any questions, thank you! -- [[User:Danny_Benjafield_(WMDE)|Danny Benjafield (WMDE)]] ([[User_talk:Danny_Benjafield_(WMDE)|talk]]) sent via [[User:MediaWiki message delivery|MediaWiki message delivery]] ([[User talk:MediaWiki message delivery|disc.]]) 14:42, 1 ott 2026 (CEST)
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== È cambiato qualcosa? ==
Da ieri pomeriggio l'inizio di tutte le pagine del ns Pagina è indentato (come fosse un nuovo paragrafo). Non sembrano esserci problemi in transclusione, ma la cosa è un po' fastidiosa in fase di rilettura (bisogna sempre controllare se ci sono righe vuote all'inizio della pagina). Qualcuno sa cosa è successo? [[Utente:Dr Zimbu|Dr ζimbu]] ([[Discussioni utente:Dr Zimbu|msg]]) 08:22, 1 ott 2026 (CEST)
:Mi correggo: nella transclusione delle poesie lunghe sembra sia spuntata una riga vuota all'altezza del passaggio di pagina (vedi ad es. [[Satira (Guidiccioni)]] oppure [[Dalle Satire (Alfieri, 1912)/Satira Nona. I Viaggi]], dove sono sicuro che la riga vuota prima non c'era)--[[Utente:Dr Zimbu|Dr ζimbu]] ([[Discussioni utente:Dr Zimbu|msg]]) 08:30, 1 ott 2026 (CEST)
::@[[Utente:Dr Zimbu|Dr Zimbu]]: mi sembra che adesso i numeri di pagina siano sempre all'interno di un tag p. Potrei sbagliarmi, ma mi pare che una volta non era così. Quindi viene applicato il canonico spazio tra i paragrafi, anche se il numero pagina non è veramente un "paragrafo". Vedo anche che adesso tutti i p hanno un id, quindi forse c'è stato qualche intervento (mi pare che di recente abbiano cambiato il parser del wikitesto, potrebbe essere una conseguenza di questo). Ho aggiunto uno stile che sopprime lo spazio se il p è seguito da un poem, e sembra funzionare su [[Satira (Guidiccioni)]]. Invce su [[Dalle Satire (Alfieri, 1912)/Satira Nona. I Viaggi]] c'è purtroppo una riga bianca all'inizio della pagina (accidenti a questa mania di lasciare una riga bianca!) che fa sì che persista lo spazio, quindi andrebbero tolte tutte le righe bianche. Spero che la mia modifica non abbia effetti negativi laddove c'è un testo in prosa seguito da un poem. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 09:31, 1 ott 2026 (CEST)
:::{{ping|Candalua}} Ma è un cambiamento che ha riguardato tutte le wiki? Ho guardato un po' su en.ws e fr.ws e non mi sembra ci sia lo stesso problema.
:::Casi come la Satira di Alfieri probabilmente ce ne sono centinaia se non migliaia, non credo sia fattibile intervenire su tutti manualmente (già solo quell'indice sono almeno un centinaio di pagine). L'unica possibilità mi sembrerebbe di usare un bot per eliminare le righe bianche all'inizio, ma questo quasi sicuramente creerebbe altri problemi.
:::Sembrano esserci anche altri problemi di sfasamento tra namespace: vedi ad esempio la differenza tra lo spazio verticale del titolo in [[Pagina:Opere di Niccolò Machiavelli VI.djvu/406]] e la sua transclusione in [[L'Asino (Machiavelli)/Capitolo terzo]]--[[Utente:Dr Zimbu|Dr ζimbu]] ([[Discussioni utente:Dr Zimbu|msg]]) 13:47, 1 ott 2026 (CEST)
::::@[[Utente:Dr Zimbu|Dr Zimbu]]: probabilmente le altre wikisource hanno un template diverso per il numero pagina (infatti en.ws e fr.ws non hanno neanche il quadratino del SAL). Bisognerebbe indagare più a fondo, magari c'è modo di evitare che finisca dentro un p. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 15:48, 1 ott 2026 (CEST)
:::::{{ping|Candalua}} Sei sicuro sia un problema del numero pagina? Ho provato [https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Pagina:Bianchi-Giovini_-_Biografia_di_Fr%C3%A0_Paolo_Sarpi,_vol.1,_Zurigo,_1846.djvu/239&oldid=3906107 qui] a togliere RigaIntestazione, ma il problema rimane.
:::::Sembra però che nei testi in prosa lasciando una riga vuota il problema scompaia in ns Pagina senza problemi in ns0 (vedi ad esempio le pagine di [[Indice:Alfieri, Vittorio – Della tirannide, 1927 – BEIC 1725873.djvu|questo indice]]), cosa che mi sembra controintuitiva. ([[Pagina:Alfieri, Vittorio – Della tirannide, 1927 – BEIC 1725873.djvu/75|Qui]] in realtà creava un nuovo paragrafo in ns0, ma penso perché c'era anche una riga prima del tag section.)--[[Utente:Dr Zimbu|Dr ζimbu]] ([[Discussioni utente:Dr Zimbu|msg]]) 17:49, 1 ott 2026 (CEST)
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== È cambiato qualcosa? ==
Da ieri pomeriggio l'inizio di tutte le pagine del ns Pagina è indentato (come fosse un nuovo paragrafo). Non sembrano esserci problemi in transclusione, ma la cosa è un po' fastidiosa in fase di rilettura (bisogna sempre controllare se ci sono righe vuote all'inizio della pagina). Qualcuno sa cosa è successo? [[Utente:Dr Zimbu|Dr ζimbu]] ([[Discussioni utente:Dr Zimbu|msg]]) 08:22, 1 ott 2026 (CEST)
:Mi correggo: nella transclusione delle poesie lunghe sembra sia spuntata una riga vuota all'altezza del passaggio di pagina (vedi ad es. [[Satira (Guidiccioni)]] oppure [[Dalle Satire (Alfieri, 1912)/Satira Nona. I Viaggi]], dove sono sicuro che la riga vuota prima non c'era)--[[Utente:Dr Zimbu|Dr ζimbu]] ([[Discussioni utente:Dr Zimbu|msg]]) 08:30, 1 ott 2026 (CEST)
::@[[Utente:Dr Zimbu|Dr Zimbu]]: mi sembra che adesso i numeri di pagina siano sempre all'interno di un tag p. Potrei sbagliarmi, ma mi pare che una volta non era così. Quindi viene applicato il canonico spazio tra i paragrafi, anche se il numero pagina non è veramente un "paragrafo". Vedo anche che adesso tutti i p hanno un id, quindi forse c'è stato qualche intervento (mi pare che di recente abbiano cambiato il parser del wikitesto, potrebbe essere una conseguenza di questo). Ho aggiunto uno stile che sopprime lo spazio se il p è seguito da un poem, e sembra funzionare su [[Satira (Guidiccioni)]]. Invce su [[Dalle Satire (Alfieri, 1912)/Satira Nona. I Viaggi]] c'è purtroppo una riga bianca all'inizio della pagina (accidenti a questa mania di lasciare una riga bianca!) che fa sì che persista lo spazio, quindi andrebbero tolte tutte le righe bianche. Spero che la mia modifica non abbia effetti negativi laddove c'è un testo in prosa seguito da un poem. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 09:31, 1 ott 2026 (CEST)
:::{{ping|Candalua}} Ma è un cambiamento che ha riguardato tutte le wiki? Ho guardato un po' su en.ws e fr.ws e non mi sembra ci sia lo stesso problema.
:::Casi come la Satira di Alfieri probabilmente ce ne sono centinaia se non migliaia, non credo sia fattibile intervenire su tutti manualmente (già solo quell'indice sono almeno un centinaio di pagine). L'unica possibilità mi sembrerebbe di usare un bot per eliminare le righe bianche all'inizio, ma questo quasi sicuramente creerebbe altri problemi.
:::Sembrano esserci anche altri problemi di sfasamento tra namespace: vedi ad esempio la differenza tra lo spazio verticale del titolo in [[Pagina:Opere di Niccolò Machiavelli VI.djvu/406]] e la sua transclusione in [[L'Asino (Machiavelli)/Capitolo terzo]]--[[Utente:Dr Zimbu|Dr ζimbu]] ([[Discussioni utente:Dr Zimbu|msg]]) 13:47, 1 ott 2026 (CEST)
::::@[[Utente:Dr Zimbu|Dr Zimbu]]: probabilmente le altre wikisource hanno un template diverso per il numero pagina (infatti en.ws e fr.ws non hanno neanche il quadratino del SAL). Bisognerebbe indagare più a fondo, magari c'è modo di evitare che finisca dentro un p. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 15:48, 1 ott 2026 (CEST)
:::::{{ping|Candalua}} Sei sicuro sia un problema del numero pagina? Ho provato [https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Pagina:Bianchi-Giovini_-_Biografia_di_Fr%C3%A0_Paolo_Sarpi,_vol.1,_Zurigo,_1846.djvu/239&oldid=3906107 qui] a togliere RigaIntestazione, ma il problema rimane.
:::::Sembra però che nei testi in prosa lasciando una riga vuota il problema scompaia in ns Pagina senza problemi in ns0 (vedi ad esempio le pagine di [[Indice:Alfieri, Vittorio – Della tirannide, 1927 – BEIC 1725873.djvu|questo indice]]), cosa che mi sembra controintuitiva. ([[Pagina:Alfieri, Vittorio – Della tirannide, 1927 – BEIC 1725873.djvu/75|Qui]] in realtà creava un nuovo paragrafo in ns0, ma penso perché c'era anche una riga prima del tag section.)--[[Utente:Dr Zimbu|Dr ζimbu]] ([[Discussioni utente:Dr Zimbu|msg]]) 17:49, 1 ott 2026 (CEST)
== Wikidata Sitelink changes in Recent Changes and Watchlist ==
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== pdf ==
Ho notato che da qualche tempo ''Scarica pdf'' non funziona: si ferma a ''Controllo se sei un robot''.
Inoltre @[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]], @[[Utente:Candalua|Candalua]] mi par di capire che i fogli di stile css funzionano nelle pagine, ma non nella loro trasclusione. Mi servirebbe escludere dalla stampa - ad es. - la mascherina del lettore midi dalle pagine trascluse delle partiture, in modo da mantenere corretti i salti pagina. C'è modo di farlo? [[User:Pic57|Pic57]] ([[User talk:Pic57|disc.]]) 21:49, 1 ott 2026 (CEST)
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Da ieri pomeriggio l'inizio di tutte le pagine del ns Pagina è indentato (come fosse un nuovo paragrafo). Non sembrano esserci problemi in transclusione, ma la cosa è un po' fastidiosa in fase di rilettura (bisogna sempre controllare se ci sono righe vuote all'inizio della pagina). Qualcuno sa cosa è successo? [[Utente:Dr Zimbu|Dr ζimbu]] ([[Discussioni utente:Dr Zimbu|msg]]) 08:22, 1 ott 2026 (CEST)
:Mi correggo: nella transclusione delle poesie lunghe sembra sia spuntata una riga vuota all'altezza del passaggio di pagina (vedi ad es. [[Satira (Guidiccioni)]] oppure [[Dalle Satire (Alfieri, 1912)/Satira Nona. I Viaggi]], dove sono sicuro che la riga vuota prima non c'era)--[[Utente:Dr Zimbu|Dr ζimbu]] ([[Discussioni utente:Dr Zimbu|msg]]) 08:30, 1 ott 2026 (CEST)
::@[[Utente:Dr Zimbu|Dr Zimbu]]: mi sembra che adesso i numeri di pagina siano sempre all'interno di un tag p. Potrei sbagliarmi, ma mi pare che una volta non era così. Quindi viene applicato il canonico spazio tra i paragrafi, anche se il numero pagina non è veramente un "paragrafo". Vedo anche che adesso tutti i p hanno un id, quindi forse c'è stato qualche intervento (mi pare che di recente abbiano cambiato il parser del wikitesto, potrebbe essere una conseguenza di questo). Ho aggiunto uno stile che sopprime lo spazio se il p è seguito da un poem, e sembra funzionare su [[Satira (Guidiccioni)]]. Invce su [[Dalle Satire (Alfieri, 1912)/Satira Nona. I Viaggi]] c'è purtroppo una riga bianca all'inizio della pagina (accidenti a questa mania di lasciare una riga bianca!) che fa sì che persista lo spazio, quindi andrebbero tolte tutte le righe bianche. Spero che la mia modifica non abbia effetti negativi laddove c'è un testo in prosa seguito da un poem. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 09:31, 1 ott 2026 (CEST)
:::{{ping|Candalua}} Ma è un cambiamento che ha riguardato tutte le wiki? Ho guardato un po' su en.ws e fr.ws e non mi sembra ci sia lo stesso problema.
:::Casi come la Satira di Alfieri probabilmente ce ne sono centinaia se non migliaia, non credo sia fattibile intervenire su tutti manualmente (già solo quell'indice sono almeno un centinaio di pagine). L'unica possibilità mi sembrerebbe di usare un bot per eliminare le righe bianche all'inizio, ma questo quasi sicuramente creerebbe altri problemi.
:::Sembrano esserci anche altri problemi di sfasamento tra namespace: vedi ad esempio la differenza tra lo spazio verticale del titolo in [[Pagina:Opere di Niccolò Machiavelli VI.djvu/406]] e la sua transclusione in [[L'Asino (Machiavelli)/Capitolo terzo]]--[[Utente:Dr Zimbu|Dr ζimbu]] ([[Discussioni utente:Dr Zimbu|msg]]) 13:47, 1 ott 2026 (CEST)
::::@[[Utente:Dr Zimbu|Dr Zimbu]]: probabilmente le altre wikisource hanno un template diverso per il numero pagina (infatti en.ws e fr.ws non hanno neanche il quadratino del SAL). Bisognerebbe indagare più a fondo, magari c'è modo di evitare che finisca dentro un p. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 15:48, 1 ott 2026 (CEST)
:::::{{ping|Candalua}} Sei sicuro sia un problema del numero pagina? Ho provato [https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Pagina:Bianchi-Giovini_-_Biografia_di_Fr%C3%A0_Paolo_Sarpi,_vol.1,_Zurigo,_1846.djvu/239&oldid=3906107 qui] a togliere RigaIntestazione, ma il problema rimane.
:::::Sembra però che nei testi in prosa lasciando una riga vuota il problema scompaia in ns Pagina senza problemi in ns0 (vedi ad esempio le pagine di [[Indice:Alfieri, Vittorio – Della tirannide, 1927 – BEIC 1725873.djvu|questo indice]]), cosa che mi sembra controintuitiva. ([[Pagina:Alfieri, Vittorio – Della tirannide, 1927 – BEIC 1725873.djvu/75|Qui]] in realtà creava un nuovo paragrafo in ns0, ma penso perché c'era anche una riga prima del tag section.)--[[Utente:Dr Zimbu|Dr ζimbu]] ([[Discussioni utente:Dr Zimbu|msg]]) 17:49, 1 ott 2026 (CEST)
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''(Apologies for cross-posting in English, translating it will help spread the message)''
Editors on group 1 wikis, including Wikiquote, Wikibooks, Wikiversity, Wikivoyage, and Wikisource, will no longer see notifications on [[Special:RecentChanges|Recent Changes]] and [[Special:Watchlist|Watchlist]] when a link to ''another'' language version of a page is added, removed, or changed in its Wikidata item. This change will begin on '''October 5 at 07:00 UTC''' as a two-week trial to reduce high-volume, low-value notifications and make higher-value changes easier to identify. Editors who rely on these notifications should be aware of the change and can share feedback or concerns on the [[m:Wikidata For Wikimedia Projects/Clearer Wikidata Edit Summaries/Hide Language Link edits|project]] or [[m:Talk:Wikidata_For_Wikimedia_Projects/Clearer_Wikidata_Edit_Summaries/Hide_Language_Link_edits|talk page]].<br/>Please reach out if you have any questions, thank you! -- [[User:Danny_Benjafield_(WMDE)|Danny Benjafield (WMDE)]] ([[User_talk:Danny_Benjafield_(WMDE)|talk]]) sent via [[User:MediaWiki message delivery|MediaWiki message delivery]] ([[User talk:MediaWiki message delivery|disc.]]) 14:42, 1 ott 2026 (CEST)
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<!-- Messaggio inviato da User:Danny Benjafield (WMDE)@metawiki usando l'elenco su https://meta.wikimedia.org/w/index.php?title=User:Danny_Benjafield_(WMDE)/MassMessage_test_list&oldid=31106967 -->
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Ho notato che da qualche tempo ''Scarica pdf'' non funziona: si ferma a ''Controllo se sei un robot''.
Inoltre @[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]], @[[Utente:Candalua|Candalua]] mi par di capire che i fogli di stile css funzionano nelle pagine, ma non nella loro trasclusione. Mi servirebbe escludere dalla stampa - ad es. - la mascherina del lettore midi dalle pagine trascluse delle partiture, in modo da mantenere corretti i salti pagina. C'è modo di farlo? [[User:Pic57|Pic57]] ([[User talk:Pic57|disc.]]) 21:49, 1 ott 2026 (CEST)
:@[[Utente:Pic57|Pic57]]: gli export purtroppo sono rotti, funziona solo l'ePub. Nella "versione stampabile" ho visto che si possono nascondere certi elementi agendo su [[MediaWiki:Print.css]], quindi adesso cerco di "ripulire" la pagina da ciò che non ha senso stampare/esportare. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 09:15, 2 ott 2026 (CEST)
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Da ieri pomeriggio l'inizio di tutte le pagine del ns Pagina è indentato (come fosse un nuovo paragrafo). Non sembrano esserci problemi in transclusione, ma la cosa è un po' fastidiosa in fase di rilettura (bisogna sempre controllare se ci sono righe vuote all'inizio della pagina). Qualcuno sa cosa è successo? [[Utente:Dr Zimbu|Dr ζimbu]] ([[Discussioni utente:Dr Zimbu|msg]]) 08:22, 1 ott 2026 (CEST)
:Mi correggo: nella transclusione delle poesie lunghe sembra sia spuntata una riga vuota all'altezza del passaggio di pagina (vedi ad es. [[Satira (Guidiccioni)]] oppure [[Dalle Satire (Alfieri, 1912)/Satira Nona. I Viaggi]], dove sono sicuro che la riga vuota prima non c'era)--[[Utente:Dr Zimbu|Dr ζimbu]] ([[Discussioni utente:Dr Zimbu|msg]]) 08:30, 1 ott 2026 (CEST)
::@[[Utente:Dr Zimbu|Dr Zimbu]]: mi sembra che adesso i numeri di pagina siano sempre all'interno di un tag p. Potrei sbagliarmi, ma mi pare che una volta non era così. Quindi viene applicato il canonico spazio tra i paragrafi, anche se il numero pagina non è veramente un "paragrafo". Vedo anche che adesso tutti i p hanno un id, quindi forse c'è stato qualche intervento (mi pare che di recente abbiano cambiato il parser del wikitesto, potrebbe essere una conseguenza di questo). Ho aggiunto uno stile che sopprime lo spazio se il p è seguito da un poem, e sembra funzionare su [[Satira (Guidiccioni)]]. Invce su [[Dalle Satire (Alfieri, 1912)/Satira Nona. I Viaggi]] c'è purtroppo una riga bianca all'inizio della pagina (accidenti a questa mania di lasciare una riga bianca!) che fa sì che persista lo spazio, quindi andrebbero tolte tutte le righe bianche. Spero che la mia modifica non abbia effetti negativi laddove c'è un testo in prosa seguito da un poem. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 09:31, 1 ott 2026 (CEST)
:::{{ping|Candalua}} Ma è un cambiamento che ha riguardato tutte le wiki? Ho guardato un po' su en.ws e fr.ws e non mi sembra ci sia lo stesso problema.
:::Casi come la Satira di Alfieri probabilmente ce ne sono centinaia se non migliaia, non credo sia fattibile intervenire su tutti manualmente (già solo quell'indice sono almeno un centinaio di pagine). L'unica possibilità mi sembrerebbe di usare un bot per eliminare le righe bianche all'inizio, ma questo quasi sicuramente creerebbe altri problemi.
:::Sembrano esserci anche altri problemi di sfasamento tra namespace: vedi ad esempio la differenza tra lo spazio verticale del titolo in [[Pagina:Opere di Niccolò Machiavelli VI.djvu/406]] e la sua transclusione in [[L'Asino (Machiavelli)/Capitolo terzo]]--[[Utente:Dr Zimbu|Dr ζimbu]] ([[Discussioni utente:Dr Zimbu|msg]]) 13:47, 1 ott 2026 (CEST)
::::@[[Utente:Dr Zimbu|Dr Zimbu]]: probabilmente le altre wikisource hanno un template diverso per il numero pagina (infatti en.ws e fr.ws non hanno neanche il quadratino del SAL). Bisognerebbe indagare più a fondo, magari c'è modo di evitare che finisca dentro un p. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 15:48, 1 ott 2026 (CEST)
:::::{{ping|Candalua}} Sei sicuro sia un problema del numero pagina? Ho provato [https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Pagina:Bianchi-Giovini_-_Biografia_di_Fr%C3%A0_Paolo_Sarpi,_vol.1,_Zurigo,_1846.djvu/239&oldid=3906107 qui] a togliere RigaIntestazione, ma il problema rimane.
:::::Sembra però che nei testi in prosa lasciando una riga vuota il problema scompaia in ns Pagina senza problemi in ns0 (vedi ad esempio le pagine di [[Indice:Alfieri, Vittorio – Della tirannide, 1927 – BEIC 1725873.djvu|questo indice]]), cosa che mi sembra controintuitiva. ([[Pagina:Alfieri, Vittorio – Della tirannide, 1927 – BEIC 1725873.djvu/75|Qui]] in realtà creava un nuovo paragrafo in ns0, ma penso perché c'era anche una riga prima del tag section.)--[[Utente:Dr Zimbu|Dr ζimbu]] ([[Discussioni utente:Dr Zimbu|msg]]) 17:49, 1 ott 2026 (CEST)
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Inoltre @[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]], @[[Utente:Candalua|Candalua]] mi par di capire che i fogli di stile css funzionano nelle pagine, ma non nella loro trasclusione. Mi servirebbe escludere dalla stampa - ad es. - la mascherina del lettore midi dalle pagine trascluse delle partiture, in modo da mantenere corretti i salti pagina. C'è modo di farlo? [[User:Pic57|Pic57]] ([[User talk:Pic57|disc.]]) 21:49, 1 ott 2026 (CEST)
:@[[Utente:Pic57|Pic57]]: gli export purtroppo sono rotti, funziona solo l'ePub. Nella "versione stampabile" ho visto che si possono nascondere certi elementi agendo su [[MediaWiki:Print.css]], quindi adesso cerco di "ripulire" la pagina da ciò che non ha senso stampare/esportare. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 09:15, 2 ott 2026 (CEST)
::Adesso dovrebbe essere già meglio. Ci sono ancora dei "salti" perché purtroppo ogni score è un'immagine, quindi non può essere spezzata tra due pagine. Sennò bisognerebbe dividere in più score per pagina, ma poi ti troveresti troppi playerini. Piuttosto, il player in alto, quello con l'audio completo, andrebbe convertito in un template, così potrebbe avere dentro uno stile che lo nasconda sempre dalla stampa. Potrebbe chiamarsi {{Tl|Ascolta brano}}, avere un unico parametro che è il nome del file MIDI, e mostrare automaticamente il link "Nota alla trascrizione" se è presente una pagina di discussione. Che ne pensi? [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 11:55, 2 ott 2026 (CEST)
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Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia/Capitolo quarto
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Spinoziano (BEIC)
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{{Qualità|avz=100%|data=1 ottobre 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Capitolo quarto. La storia del Sant'Elia|prec=../Capitolo terzo|succ=../Capitolo quinto}}
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Marcella Medici (BEIC)
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<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|58|CAPITOLO QUARTO|}}</noinclude>
i fenomeni singolari, che esso presenta. Così è che nel 1890 la «National Geographical Society», ed il «Geological Survey» degli Stati Uniti si accordarono per mandare una spedizione nella regione del Sant'Elia, affidandone la guida al professor {{wl|Q6084218|I. C. Russell}}, già noto per lavori geologici e per avere preso parte alla esplorazione del bacino dell'Yucon. Lo doveva accompagnare, coll'incarico del lavoro topografico, {{AutoreCitato|Mark Brickell Kerr|M. B. Kerr}}. Il Russell non trascurò nessuno degli ammaestramenti che si potevano trarre dalla esperienza guadagnata nei tentativi precedenti. La spedizione venne organizzata a Seattle. Furono preparati viveri per tre mesi, racchiusi in scatole di latta saldate, perchè non si alterassero in quel clima umidissimo e nel lungo viaggio su ghiaccio e neve. Il materiale da campo facilmente trasportabile, comprendente tende, coperte di lana ed impermeabili, e le piccole stufe speciali a petrolio con una buona scorta di combustibile, avrebbero permesso alla carovana di vivere parecchi giorni nell'alta montagna, oltre il limite di vegetazione. Gli indiani che avevano accompagnato le spedizioni precedenti, utilissimi nella bassura, si erano dimostrati poco adatti alle marcie di montagna; perciò il Russell arruolò a Seattle sei portatori americani, sotto il comando di J. H. Christie. Infine la spedizione era provvista di strumenti per lavori topografici.
La carovana partì da Seattle il 16 giugno ed arrivò a Port Mulgrave il 27, percorrendo il tratto da Sitka a Yakutat sulla nave «Pinta». La mattina del 28 partirono con canotti indiani seguendo il lato orientale della baja, fra le isole e la costa, ed il 1° luglio attraversarono lo sbocco della Disenchantment bay ed approdarono all'angolo Nord-Ovest della baja di Yakutat, al piede dei contrafforti che scendono dall'estremità orientale della catena Cook. Sebbene così lontani dalla apertura della baja, trovarono la spiaggia orlata da frangenti schiumosi, non però così violenti da costituire un pericolo nello sbarco, in condizioni ordinarie. Numerosi ''icebergs'', staccatisi dai ghiacciai che immergono la loro fronte nelle acque della Disenchantment bay, vengono portati dalle correnti e spinti<noinclude><references/></noinclude>
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Spinoziano (BEIC)
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i fenomeni singolari, che esso presenta. Così è che nel 1890 la «National Geographical Society», ed il «Geological Survey» degli Stati Uniti si accordarono per mandare una spedizione nella regione del Sant'Elia, affidandone la guida al professor {{wl|Q6084218|I. C. Russell}}, già noto per lavori geologici e per avere preso parte alla esplorazione del bacino dell'Yucon. Lo doveva accompagnare, coll'incarico del lavoro topografico, {{AutoreCitato|Mark Brickell Kerr|M. B. Kerr}}. Il Russell non trascurò nessuno degli ammaestramenti che si potevano trarre dalla esperienza guadagnata nei tentativi precedenti. La spedizione venne organizzata a Seattle. Furono preparati viveri per tre mesi, racchiusi in scatole di latta saldate, perchè non si alterassero in quel clima umidissimo e nel lungo viaggio su ghiaccio e neve. Il materiale da campo facilmente trasportabile, comprendente tende, coperte di lana ed impermeabili, e le piccole stufe speciali a petrolio con una buona scorta di combustibile, avrebbero permesso alla carovana di vivere parecchi giorni nell'alta montagna, oltre il limite di vegetazione. Gli indiani che avevano accompagnato le spedizioni precedenti, utilissimi nella bassura, si erano dimostrati poco adatti alle marcie di montagna; perciò il Russell arruolò a Seattle sei portatori americani, sotto il comando di J. H. Christie. Infine la spedizione era provvista di strumenti per lavori topografici.
La carovana partì da Seattle il 16 giugno ed arrivò a Port Mulgrave il 27, percorrendo il tratto da Sitka a Yakutat sulla nave «Pinta». La mattina del 28 partirono con canotti indiani seguendo il lato orientale della baja, fra le isole e la costa, ed il 1° luglio attraversarono lo sbocco della Disenchantment bay ed approdarono all'angolo Nord-Ovest della baja di Yakutat, al piede dei contrafforti che scendono dall'estremità orientale della catena Cook. Sebbene così lontani dalla apertura della baja, trovarono la spiaggia orlata da frangenti schiumosi, non però così violenti da costituire un pericolo nello sbarco, in condizioni ordinarie. Numerosi ''icebergs'', staccatisi dai ghiacciai che immergono la loro fronte nelle acque della Disenchantment bay, vengono portati dalle correnti e spinti<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|la storia del sant'elia}}|59}}</noinclude>
dal vento contro le coste che formano il fondo della baja di Yakutat. Quando infuria la tempesta sull'Oceano, alte onde entrano nella baja e sollevano i blocchi di ghiaccio buttandoli a grande distanza sulla spiaggia; i colpi dei massi cozzanti fra loro si uniscono allora al rumore del vento ed allo scrosciare delle acque formando un frastuono terribile.
Da questo primo campo il {{wl|Q6084218|Russell}} proseguì verso Ovest, scalando i numerosi contrafforti meridionali della catena del Cook, ed attraversando i ghiacciai defluenti sul Malaspina dove il ghiaccio scompare quasi del tutto sotto uno strato morenico di detriti, di ghiaie e di blocchi rocciosi di ogni dimensione. In queste morene frontali si incontrano spesso laghetti e corsi d'acqua che escono da gallerie di ghiaccio e percorrono all'aperto tratti più o meno lunghi, per scomparire di nuovo più sotto, ingolfandosi in altri ''tunnels''. I nomi dati dal Russell a questi ghiacciai sono (successivamente da Est verso Ovest): Black, Galiano, Atrevida, Lucia, Hayden e Marvine. Nel mezzo della morena frontale di quest'ultimo, uno sperone avanzato forma un monticello, coperto di abeti, all'ombra dei quali cresce una rigogliosa vegetazione con miriadi di fiori smaglianti. Il Russell la battezzò «Blossom Island» (isola fiorita), e vi stabilì un accampamento che servisse quasi di quartier generale alla spedizione, formandovi un deposito di viveri, che dovevano più tardi esser portati innanzi man mano da comitive di portatori staccate.
La marcia dalla spiaggia a Blossom Island richiese trentun giorni. I portatori avevano dovuto rifare parecchie volte la via fra le successive tappe per trasportare tutto l'equipaggiamento; il Russell ed il Kerr erano stati occupati nel frattempo in esplorazioni geologiche ed in lavori di topografia, per i quali era spesso necessario allontanarsi dalla via prefissa facendo escursioni laterali. Il Russell trovò dappertutto segni evidenti di diminuzione nei ghiacciai; sulle pareti delle valli sono chiaramente indicate da terrazze le altezze alle quali essi arrivavano in passato, da 200 a 250 metri più su del loro livello presente.<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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dal vento contro le coste che formano il fondo della baja di Yakutat. Quando infuria la tempesta sull'Oceano, alte onde entrano nella baja e sollevano i blocchi di ghiaccio buttandoli a grande distanza sulla spiaggia; i colpi dei massi cozzanti fra loro si uniscono allora al rumore del vento ed allo scrosciare delle acque formando un frastuono terribile.
Da questo primo campo il {{wl|Q6084218|Russell}} proseguì verso Ovest, scalando i numerosi contrafforti meridionali della catena del Cook, ed attraversando i ghiacciai defluenti sul Malaspina dove il ghiaccio scompare quasi del tutto sotto uno strato morenico di detriti, di ghiaie e di blocchi rocciosi di ogni dimensione. In queste morene frontali si incontrano spesso laghetti e corsi d'acqua che escono da gallerie di ghiaccio e percorrono all'aperto tratti più o meno lunghi, per scomparire di nuovo più sotto, ingolfandosi in altri ''tunnels''. I nomi dati dal Russell a questi ghiacciai sono (successivamente da Est verso Ovest): Black, Galiano, Atrevida, Lucia, Hayden e Marvine. Nel mezzo della morena frontale di quest'ultimo, uno sperone avanzato forma un monticello, coperto di abeti, all'ombra dei quali cresce una rigogliosa vegetazione con miriadi di fiori smaglianti. Il Russell la battezzò «Blossom Island» (isola fiorita), e vi stabilì un accampamento che servisse quasi di quartier generale alla spedizione, formandovi un deposito di viveri, che dovevano più tardi esser portati innanzi man mano da comitive di portatori staccate.
La marcia dalla spiaggia a Blossom Island richiese trentun giorni. I portatori avevano dovuto rifare parecchie volte la via fra le successive tappe per trasportare tutto l'equipaggiamento; il Russell ed il {{wl|Q87469292|Kerr}} erano stati occupati nel frattempo in esplorazioni geologiche ed in lavori di topografia, per i quali era spesso necessario allontanarsi dalla via prefissa facendo escursioni laterali. Il Russell trovò dappertutto segni evidenti di diminuzione nei ghiacciai; sulle pareti delle valli sono chiaramente indicate da terrazze le altezze alle quali essi arrivavano in passato, da 200 a 250 metri più su del loro livello presente.<noinclude><references/></noinclude>
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Spinoziano (BEIC)
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dal vento contro le coste che formano il fondo della baja di Yakutat. Quando infuria la tempesta sull'Oceano, alte onde entrano nella baja e sollevano i blocchi di ghiaccio buttandoli a grande distanza sulla spiaggia; i colpi dei massi cozzanti fra loro si uniscono allora al rumore del vento ed allo scrosciare delle acque formando un frastuono terribile.
Da questo primo campo il {{wl|Q6084218|Russell}} proseguì verso Ovest, scalando i numerosi contrafforti meridionali della catena del Cook, ed attraversando i ghiacciai defluenti sul Malaspina dove il ghiaccio scompare quasi del tutto sotto uno strato morenico di detriti, di ghiaie e di blocchi rocciosi di ogni dimensione. In queste morene frontali si incontrano spesso laghetti e corsi d'acqua che escono da gallerie di ghiaccio e percorrono all'aperto tratti più o meno lunghi, per scomparire di nuovo più sotto, ingolfandosi in altri ''tunnels''. I nomi dati dal Russell a questi ghiacciai sono (successivamente da Est verso Ovest): Black, Galiano, Atrevida, Lucia, Hayden e Marvine. Nel mezzo della morena frontale di quest'ultimo, uno sperone avanzato forma un monticello, coperto di abeti, all'ombra dei quali cresce una rigogliosa vegetazione con miriadi di fiori smaglianti. Il Russell la battezzò «Blossom Island» (''isola fiorita''), e vi stabilì un accampamento che servisse quasi di quartier generale alla spedizione, formandovi un deposito di viveri, che dovevano più tardi esser portati innanzi man mano da comitive di portatori staccate.
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Marcella Medici (BEIC)
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<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|60|CAPITOLO QUARTO|}}</noinclude>
Il ghiacciaio Marvine, ai piedi del quale è Blossom Island, scende direttamente dalla parete meridionale del Cook, limitato a Ovest da un lungo contrafforte che si spinge molto avanti nel Malaspina, con direzione da Nord-Est a Sud-Ovest. Questo è interrotto nel suo mezzo da un profondo intaglio, rimanendo così staccata da esso una porzione meridionale, lunga 13 chilometri, che forma quasi catena a sè. Ad essa il {{wl|Q6084218|Russell}} ha dato il nome di Hitchcock, ed all'intaglio di Passo Pinnacle, per certe guglie acuminate della cresta che gli sovrasta a Nord. Il passo è largo appena un centinaio di metri, alto 1200 metri sul livello del mare, e da esso scendono due ghiacciai; uno a Est ripido e con molti crepacci, affluente del Marvine, ed uno a Ovest, meno inclinato, il quale va a gettarsi in una grande fiumana ghiacciata che oltrepassa di gran lunga per dimensioni tutti gli altri affluenti del Malaspina, chiamata dal Russell ghiacciaio Seward.
La carovana di avanguardia attraversò il Passo Pinnacle il 5 agosto, dopo avere pernottato sul ghiacciaio Marvine, correndo grave pericolo per una valanga di sassi causata dalla pioggia torrenziale di quella notte. Il mal tempo e la necessità di aspettare che venissero portati innanzi i viveri dai campi inferiori trattennero il Russell ed il Kerr nelle vicinanze del Pinnacle per molti giorni: ad un monte di notevole altezza, a Nord della catena dell'Augusta, venne dato il nome di Logan; e due vette che trovansi sul prolungamento settentrionale della catena del Cook, furono chiamate Owen ed Irwing. Dal 13 al 16 agosto il Russell passò dal ghiacciaio Seward al ghiacciaio Agassiz, approfittando di una depressione del contrafforte che li separa (Colline Samovar), alta 1 200 metri, e sormontata da due cupole nevose che le valsero il nome di Dome Pass.
Dinanzi ad essi si apriva ora un vallone riempito da un ghiacciaio che si getta nell'Agassiz formando una grande cascata di seracchi. Superata questa, più nulla si interponeva fra gli sguardi ansiosi degli esploratori e la vetta, e la via ad essa pareva tracciata chiaramente. La valle nella quale si trovavano, compresa fra due contrafforti del Sant'Elia, era chiusa in alto da una parete che metteva ad<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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La carovana di avanguardia attraversò il Passo Pinnacle il 5 agosto, dopo avere pernottato sul ghiacciaio Marvine, correndo grave pericolo per una valanga di sassi causata dalla pioggia torrenziale di quella notte. Il mal tempo e la necessità di aspettare che venissero portati innanzi i viveri dai campi inferiori trattennero il Russell ed il {{wl|Q87469292|Kerr}} nelle vicinanze del Pinnacle per molti giorni: ad un monte di notevole altezza, a Nord della catena dell'Augusta, venne dato il nome di Logan; e due vette che trovansi sul prolungamento settentrionale della catena del Cook, furono chiamate Owen ed Irwing. Dal 13 al 16 agosto il Russell passò dal ghiacciaio Seward al ghiacciaio Agassiz, approfittando di una depressione del contrafforte che li separa (Colline Samovar), alta 1 200 metri, e sormontata da due cupole nevose che le valsero il nome di Dome Pass.
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Spinoziano (BEIC)
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Il ghiacciaio Marvine, ai piedi del quale è Blossom Island, scende direttamente dalla parete meridionale del Cook, limitato a Ovest da un lungo contrafforte che si spinge molto avanti nel Malaspina, con direzione da Nord-Est a Sud-Ovest. Questo è interrotto nel suo mezzo da un profondo intaglio, rimanendo così staccata da esso una porzione meridionale, lunga 13 chilometri, che forma quasi catena a sè. Ad essa il {{wl|Q6084218|Russell}} ha dato il nome di Hitchcock, ed all'intaglio di Passo Pinnacle, per certe guglie acuminate della cresta che gli sovrasta a Nord. Il passo è largo appena un centinaio di metri, alto 1200 metri sul livello del mare, e da esso scendono due ghiacciai; uno a Est ripido e con molti crepacci, affluente del Marvine, ed uno a Ovest, meno inclinato, il quale va a gettarsi in una grande fiumana ghiacciata che oltrepassa di gran lunga per dimensioni tutti gli altri affluenti del Malaspina, chiamata dal Russell ghiacciaio Seward.
La carovana di avanguardia attraversò il Passo Pinnacle il 5 agosto, dopo avere pernottato sul ghiacciaio Marvine, correndo grave pericolo per una valanga di sassi causata dalla pioggia torrenziale di quella notte. Il mal tempo e la necessità di aspettare che venissero portati innanzi i viveri dai campi inferiori trattennero il Russell ed il {{wl|Q87469292|Kerr}} nelle vicinanze del Pinnacle per molti giorni: ad un monte di notevole altezza, a Nord della catena dell'Augusta, venne dato il nome di Logan; e due vette che trovansi sul prolungamento settentrionale della catena del Cook, furono chiamate Owen ed Irwing. Dal 13 al 16 agosto il Russell passò dal ghiacciaio Seward al ghiacciaio Agassiz, approfittando di una depressione del contrafforte che li separa (Colline Samovar), alta 1200 metri, e sormontata da due cupole nevose che le valsero il nome di Dome Pass.
Dinanzi ad essi si apriva ora un vallone riempito da un ghiacciaio che si getta nell'Agassiz formando una grande cascata di seracchi. Superata questa, più nulla si interponeva fra gli sguardi ansiosi degli esploratori e la vetta, e la via ad essa pareva tracciata chiaramente. La valle nella quale si trovavano, compresa fra due contrafforti del Sant'Elia, era chiusa in alto da una parete che metteva ad<noinclude><references/></noinclude>
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un ampio colle situato fra la piramide del Sant'Elia a Sud, ed una vetta minore verso Nord. A quest'ultima, ed al ghiacciaio il {{wl|Q6084218|Russell}} diede nome di Newton. Il colle era collegato colla vetta del Sant'Elia da una lunga cresta che pareva non dover offrire difficoltà eccezionali. Ma il ghiacciaio Newton stesso, rotto da ampie e numerose crepaccie, e da formidabili cascate di seracchi, si preparava a difendere la vetta dai conquistatori con una lotta fierissima. Già subito alla seconda cascata, dopo avere errato per ore in quel dedalo di blocchi, e fra le enormi crepaccie che tagliavano la via da ogni lato, furono costretti a farsi strada lungo il lato meridionale del vallone, esposti al pericolo gravissimo delle valanghe di ghiaccio e neve che cadono con frequenza dai pendii delle pareti. A metà ghiacciaio, uno sperone che si inoltrava per un tratto nella valle pareva offrire un ostacolo insormontabile. Con grande difficoltà, riuscirono a fissare una corda al sommo della roccia verticale, mercè la quale poterono salire e trasportare i loro carichi sul secondo altipiano del Newton.
Un ultimo salto di ghiaccio li separava ancora dalla parete terminale della valle che sale al colle, quando alle difficoltà del ghiacciaio si unì il cattivo tempo per fare ostacolo al progredire della piccola carovana. La neve cadde senza interruzione il 22 ed il 23 agosto, costringendo il Russell ed il Kerr, che erano partiti dall'ultimo campo per tentare la salita, a retrocedere fino ai piedi del bastione al quale avevano fissata una corda (Rope Cliff). Rimessosi il tempo, il 25 ripeterono il tentativo, mentre i due uomini che li avevano accompagnati fin lassù scendevano ad un campo inferiore a prender viveri. Dopo parecchie ore di cammino, il Russell ed il Kerr si accorsero di essersi inavvertitamente scordati di prender con sè del petrolio. Era cosa grave, lassù, dove senza combustibile non si poteva avere neppure acqua per bere; e dovevano pure aver modo di riscaldarsi con qualche bevanda bollente, come caffè o the, e cuocere in focaccie la farina cruda che avevano con sè. Il Russell decise di proseguire solo fino al punto dove la neve li aveva ricacciati indietro qualche giorno prima, e di aspet-<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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Un ultimo salto di ghiaccio li separava ancora dalla parete terminale della valle che sale al colle, quando alle difficoltà del ghiacciaio si unì il cattivo tempo per fare ostacolo al progredire della piccola carovana. La neve cadde senza interruzione il 22 ed il 23 agosto, costringendo il Russell ed il Kerr, che erano partiti dall'ultimo campo per tentare la salita, a retrocedere fino ai piedi del bastione al quale avevano fissata una corda (Rope Cliff). Rimessosi il tempo, il 25 ripeterono il tentativo, mentre i due uomini che li avevano accompagnati fin lassù scendevano ad un campo inferiore a prender viveri. Dopo parecchie ore di cammino, il Russell ed il {{wl|Q87469292|Kerr}} si accorsero di essersi inavvertitamente scordati di prender con sè del petrolio. Era cosa grave, lassù, dove senza combustibile non si poteva avere neppure acqua per bere; e dovevano pure aver modo di riscaldarsi con qualche bevanda bollente, come caffè o the, e cuocere in focaccie la farina cruda che avevano con sè. Il Russell decise di proseguire solo fino al punto dove la neve li aveva ricacciati indietro qualche giorno prima, e di aspet-<noinclude><references/></noinclude>
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Spinoziano (BEIC)
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Un ultimo salto di ghiaccio li separava ancora dalla parete terminale della valle che sale al colle, quando alle difficoltà del ghiacciaio si unì il cattivo tempo per fare ostacolo al progredire della piccola carovana. La neve cadde senza interruzione il 22 ed il 23 agosto, costringendo il Russell ed il {{wl|Q87469292|Kerr}}, che erano partiti dall'ultimo campo per tentare la salita, a retrocedere fino ai piedi del bastione al quale avevano fissata una corda (Rope Cliff). Rimessosi il tempo, il 25 ripeterono il tentativo, mentre i due uomini che li avevano accompagnati fin lassù scendevano ad un campo inferiore a prender viveri. Dopo parecchie ore di cammino, il Russell ed il Kerr si accorsero di essersi inavvertitamente scordati di prender con sè del petrolio. Era cosa grave, lassù, dove senza combustibile non si poteva avere neppure acqua per bere; e dovevano pure aver modo di riscaldarsi con qualche bevanda bollente, come caffè o the, e cuocere in focaccie la farina cruda che avevano con sè. Il Russell decise di proseguire solo fino al punto dove la neve li aveva ricacciati indietro qualche giorno prima, e di {{pt|aspet-}}<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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tarvi là il {{wl|Q87469292|Kerr}} il quale, scendendo rapidamente, avrebbe potuto raggiungere gli uomini e prendere da loro del combustibile. A sera, stanco, il {{wl|Q6084218|Russell}} si fermò e rizzò la sua tenda per riposare; nella notte ricominciò a nevicare, e per due giorni non smise più. I fiocchi bianchi cadevano fitti, continuamente; quando la tenda fu mezzo sepolta, e le sue pareti sfiancate sotto il pesante strato non gli lasciarono più spazio allo interno, il Russell dovette adoperarsi a scavare una cameretta nella neve e rifugiarvisi. In mancanza di petrolio, fece un po' di fuoco con uno straccio sfilacciato immerso nel lardo fuso. Rimase così intieramente solo in quel deserto di neve per sei giorni, poi, essendo tornato il bel tempo, e non vedendo comparire i compagni, partì per raggiungerli, abbandonando la tenda. Dopo poche ore incontrò i portatori che salivano, guidati dal Kerr. Questi era stato costretto dalla neve acciecante a fermarsi per tre giorni a Rope Cliff, senza alcun riparo, quasi senza alimenti, nutrendosi per trenta ore di farina cruda; e solo il 29 agosto era stato raggiunto dagli uomini.
Bisognava cedere per forza, e rinunziare a compiere l'impresa, malgrado la tenacia ed il coraggio spesso temerario del Russell. Il mal tempo era quasi continuo, e lo spesso strato di neve che copriva il ghiacciaio non si rassodava punto, rendendo la marcia molto faticosa e lentissima. Gli impermeabili non bastavano a proteggere dall'umido, e da parecchi giorni coperte ed abiti erano imbevuti d'acqua. Anche il rifornimento di viveri diventava molto difficile. Sebbene facessero uso di occhiali affumicati, il riflesso acciecante della neve aveva reso, a quasi tutti, gli occhi gonfi e dolenti, insofferenti della luce e del riverbero.
Il ritorno cominciò il 1° settembre. Il Kerr, malandato per le notti ed i giorni passati nella neve senza riparo, raggiunse direttamente la spiaggia. Il Russell fece ancora una escursione su pel ghiacciaio Seward fino allo sperone Nord-Ovest del monte Owen, ed un'altra da Blossom Island, inoltrandosi per qualche chilometro nel ghiacciaio Malaspina per studiarne i caratteri. La pioggia quasi ininterrotta lo accompagnò in tutta la discesa, fino alla spiaggia, dove ar-<noinclude><references/></noinclude>
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Spinoziano (BEIC)
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Bisognava cedere per forza, e rinunziare a compiere l'impresa, malgrado la tenacia ed il coraggio spesso temerario del Russell. Il mal tempo era quasi continuo, e lo spesso strato di neve che copriva il ghiacciaio non si rassodava punto, rendendo la marcia molto faticosa e lentissima. Gli impermeabili non bastavano a proteggere dall'umido, e da parecchi giorni coperte ed abiti erano imbevuti d'acqua. Anche il rifornimento di viveri diventava molto difficile. Sebbene facessero uso di occhiali affumicati, il riflesso acciecante della neve aveva reso, a quasi tutti, gli occhi gonfi e dolenti, insofferenti della luce e del riverbero.
Il ritorno cominciò il 1° settembre. Il Kerr, malandato per le notti ed i giorni passati nella neve senza riparo, raggiunse direttamente la spiaggia. Il Russell fece ancora una escursione su pel ghiacciaio Seward fino allo sperone Nord-Ovest del monte Owen, ed un'altra da Blossom Island, inoltrandosi per qualche chilometro nel ghiacciaio Malaspina per studiarne i caratteri. La pioggia quasi ininterrotta lo accompagnò in tutta la discesa, fino alla spiaggia, dove {{pt|ar-}}<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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rivò il 15 settembre. Il 23 saliva a bordo del «Corwin», venuto a prendere lui ed i compagni per riportarli negli Stati Uniti.
Le osservazioni fatte dal {{wl|Q6084218|Russell}} in quella parte di paese che aveva attraversato destarono tanto interesse, che la «Geographical Society» ed il «Geological Survey» vollero che egli ritornasse nella regione l'anno dopo, per raccogliere nuovo materiale scientifico, estendere l'esplorazione e ritentare l'ascensione del Sant'Elia.
Il Russell, con sei portatori bianchi, arrivò a Yakutat il 4 giugno 1891, sulla nave «Bear». Questa volta egli volle prender terra presso la foce del fiume Yahtsé, dove la costa è più vicina al Sant'Elia, come avevano fatto lo {{wl|Q636108|Schwatka}} ed il Topham. Una grave disgrazia accadde nello sbarco. Sia che la risacca fosse più violenta del solito, sia che le imbarcazioni del «Bear» fossero meno adatte per l'approdo dei leggieri canotti indiani, il fatto è che le due prime barche messe a mare vennero capovolte dai frangenti, e sei uomini perirono, annegando miseramente. Tra essi era uno dei portatori del Russell. Lo sbarco venne ripreso e completato il giorno dopo, ed il Russell stesso scese a terra l'8 giugno.
Il 10 tutto il materiale era stato trasportato sull'orlo della morena del Malaspina, coperto da una foresta così fitta che la carovana dovette lavorare una intiera giornata per tagliarvisi un passaggio; ed il 20 giugno ogni cosa era sul limite fra morena e ghiacciaio nudo. Mentre gli uomini badavano a far procedere il bagaglio, il Russell passò parecchi giorni sulle colline Chaix, intento a studiarne la geologia, ed occupato nella costruzione di una slitta che avrebbe reso più facile e più rapido il trasporto sulla neve. Raggiunse poi l'estremo spigolo Sud-Ovest delle colline Samovar (12 luglio), e risalì il ghiacciaio Agassiz fino al piede della cascata di ghiaccio terminale del Newton, dove era arrivato l'anno precedente scendendo dal Dome Pass. Da quindi innanzi gli era nota la via, su per la valle del Newton, e sapeva delle difficoltà che vi avrebbe incontrato. L'uno dopo l'altro superò i salti del ghiacciaio, ed attraversò gli altipiani interposti fino alla base dell'ultima cascata, dove<noinclude><references/></noinclude>
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Spinoziano (BEIC)
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Il Russell, con sei portatori bianchi, arrivò a Yakutat il 4 giugno 1891, sulla nave «Bear». Questa volta egli volle prender terra presso la foce del fiume Yahtsé, dove la costa è più vicina al Sant'Elia, come avevano fatto lo {{wl|Q636108|Schwatka}} ed il Topham. Una grave disgrazia accadde nello sbarco. Sia che la risacca fosse più violenta del solito, sia che le imbarcazioni del «Bear» fossero meno adatte per l'approdo dei leggieri canotti indiani, il fatto è che le due prime barche messe a mare vennero capovolte dai frangenti, e sei uomini perirono, annegando miseramente. Tra essi era uno dei portatori del Russell. Lo sbarco venne ripreso e completato il giorno dopo, ed il Russell stesso scese a terra l'8 giugno.
Il 10 tutto il materiale era stato trasportato sull'orlo della morena del Malaspina, coperto da una foresta così fitta che la carovana dovette lavorare una intiera giornata per tagliarvisi un passaggio; ed il 20 giugno ogni cosa era sul limite fra morena e ghiacciaio nudo. Mentre gli uomini badavano a far procedere il bagaglio, il Russell passò parecchi giorni sulle colline Chaix, intento a studiarne la geologia, ed occupato nella costruzione di una slitta che avrebbe reso più facile e più rapido il trasporto sulla neve. Raggiunse poi l'estremo spigolo Sud-Ovest delle colline Samovar (12 luglio), e risalì il ghiacciaio Agassiz fino al piede della cascata di ghiaccio terminale del Newton, dove era arrivato l'anno precedente scendendo dal Dome Pass. Da quindi innanzi gli era nota la via, su per la valle del Newton, e sapeva delle difficoltà che vi avrebbe incontrato. L'uno dopo l'altro superò i salti del ghiacciaio, ed attraversò gli altipiani interposti fino alla base dell'ultima cascata, dove<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|64|CAPITOLO QUARTO|}}</noinclude>
l'anno prima aveva passato sei giorni solo, in pericolo di rimanere sepolto nella neve. Superato anche quest'ultimo ostacolo il 20 luglio, si trovò nell'anfiteatro superiore del ghiacciaio, e vi piantò l'ultimo campo, a circa 2500 metri sul livello del mare. Per salire fin là aveva impiegato otto giorni dal piede dell'Agassiz, e quasi un mese e mezzo dalla spiaggia.
{{FI
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Il {{wl|Q6084218|Russell}} e due portatori rimasero in questo campo dodici giorni, con tempo quasi sempre cattivo, cosicchè non ebbero che una opportunità di tentare la salita, il 24 agosto. Partirono alle due del mattino, dirigendosi verso il fondo della valle, dove questa è chiusa dalla parete di ghiaccio che sale al colle fra il Sant'Elia ed il monte Newton. L'inclinazione del pendìo era tale che dovettero tagliare gradini nella neve su per quasi tutta la china, e le grandi crepaccie trasversali crearono loro difficoltà non lievi; in qualche tratto della salita dovettero passare sotto massi di ghiaccio che minacciavano valanghe. Finalmente, a mezzogiorno, la carovana met-<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|la storia del sant'elia}}|65}}</noinclude>
teva piede sul colle. Dopo una breve fermata ripresero a salire su per l'ampia cresta che conduce direttamente dal colle alla vetta del Sant'Elia. Presto cominciò la stanchezza; l'ora si faceva tarda e la vetta si ergeva sempre altissima sopra di loro, sebbene una grande distanza li separasse già dal campo. Sarebbe stata una grave imprudenza lasciarsi cogliere dalla notte a quell'altezza, senza riparo; tanto più che una leggiera velatura turbava la trasparenza dell'aria, minacciando un cambiamento di tempo. Così il {{wl|Q6084218|Russell}} fu costretto, sebbene con grande rincrescimento, a rinunziare per quel giorno alla salita. Erano le quattro pomeridiane, e la carovana aveva rag- giunto l'altezza di 4420 metri sul mare. A notte fatta, stanchissimi, erano di ritorno alla loro tenda.
Il presagio di cattivo tempo si avverò il giorno dopo. Il Russell aveva deliberato di portare la tenda e provviste sul colle, essendo venuto nel convincimento che le ore di una giornata e le forze sue non sarebbero state sufficienti a percorrere senza interruzione la distanza che separa l'altipiano dalla vetta. Rimessosi alquanto il tempo il 28, la carovana ripartì carica di provviste per fare un primo deposito sul colle. Ma la neve caduta aveva coperto le ripide pareti dell'anfiteatro di un pesante strato il quale si rompeva ora in numerose valanghe che precipitavano nella valle con impeto irresistibile. Da ogni lato sovrastava il pericolo, dalle pareti del Sant'Elia, del monte Newton, e da quella stessa del colle, alla quale la carovana era diretta. Al Russell parve che il proseguire in quelle condizioni fosse cosa troppo arrischiata, e tornò al campo, dove le nevicate abbondanti che si succedevano ogni giorno finirono per togliergli ogni speranza di riuscita.
Il 1° agosto venne deciso il ritorno. Questo fu interrotto solo da una breve esplorazione del ghiacciaio Libbey e delle alture che collegano le colline Chaix alla faccia meridionale del Sant'Elia. Il 10 la spedizione era di ritorno alla spiaggia di Icy Bay, dove era sbarcata due mesi prima. Il Russell si fermò qui otto giorni, per misurare colla triangolazione le altezze delle principali vette del gruppo. Quella del Sant'Elia venne calcolata essere di 5516 metri sul li-<noinclude><references/></noinclude>
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Spinoziano (BEIC)
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Il presagio di cattivo tempo si avverò il giorno dopo. Il Russell aveva deliberato di portare la tenda e provviste sul colle, essendo venuto nel convincimento che le ore di una giornata e le forze sue non sarebbero state sufficienti a percorrere senza interruzione la distanza che separa l'altipiano dalla vetta. Rimessosi alquanto il tempo il 28, la carovana ripartì carica di provviste per fare un primo deposito sul colle. Ma la neve caduta aveva coperto le ripide pareti dell'anfiteatro di un pesante strato il quale si rompeva ora in numerose valanghe che precipitavano nella valle con impeto irresistibile. Da ogni lato sovrastava il pericolo, dalle pareti del Sant'Elia, del monte Newton, e da quella stessa del colle, alla quale la carovana era diretta. Al Russell parve che il proseguire in quelle condizioni fosse cosa troppo arrischiata, e tornò al campo, dove le nevicate abbondanti che si succedevano ogni giorno finirono per togliergli ogni speranza di riuscita.
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Marcella Medici (BEIC)
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|66|CAPITOLO QUARTO|}}</noinclude>
vello del mare, con un errore possibile di una trentina di metri in più od in meno.
La carovana riprese la marcia il 19 agosto dirigendosi verso la baja di Yakutat, lungo la costa del Pacifico, ora camminando sulla ghiaia della spiaggia, ora nella folta vegetazione che cresce sotto la foresta, guadando un gran numero di torrenti gelidi, coll'acqua fino alla cintola o più su, e talora percorrendo qualche tratto all'aperto sulla morena che ricopre tutta la fronte del ghiacciaio Malaspina. Il 27 erano al capo Manby, e lasciavano la costa del Pacifico per seguire il lato occidentale della baja di Yakutat; e finalmente il 1° settembre arrivavano in fondo alla baja, donde era partita la spedizione dell'anno precedente.
Qui il {{wl|Q6084218|Russell}} trovava un canotto indiano ed un deposito di viveri portati dal missionario, Rev. Hendricksen. Potè così compiere ancora l'esplorazione della baja Disenchantment, nella quale nessuno s'era ancora inoltrato. Egli scoprì che essa si addentra profondamente nelle montagne, formando due angoli pronunciati nel piegarsi da Ovest ad Est, e da Nord a Sud. Tre grandi ghiacciai scendono in essa fino al mare, il Dalton, l'Hubbard ed il Nunatak, i quali, al tempo del {{wl|Q459906|Malaspina}} (1792), riempivano completamente il braccio orientale della baja, spingendosi fino all'isola Haenke. Il prolungamento meridionale della baja si estende in una grande vallata che era pure occupata in passato da un ghiacciaio defluente a mezzogiorno, il quale probabilmente dilagava sull'altipiano che sormonta la costa Est della baja di Yakutat, formandovi un grande ghiacciaio pedemontano, simile al Malaspina.
Il 15 settembre il Russell era di ritorno a Yakutat, ed il 1° ottobre partiva dalla baja sul «Pinta», arrivando a Seattle il 21, dopo quasi cinque mesi di assenza.
In questa relazione succinta delle due spedizioni del Russell, che contribuirono per tanta parte alla conoscenza della regione del Sant'Elia, ho appena accennato alle scoperte geologiche ed alle osservazioni sui fenomeni glaciali. Esse sono ampiamente esposte nei referti pubblicati a cura della «Geographical Society» e del «Geo-<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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text/x-wiki
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vello del mare, con un errore possibile di una trentina di metri in più od in meno.
La carovana riprese la marcia il 19 agosto dirigendosi verso la baja di Yakutat, lungo la costa del Pacifico, ora camminando sulla ghiaia della spiaggia, ora nella folta vegetazione che cresce sotto la foresta, guadando un gran numero di torrenti gelidi, coll'acqua fino alla cintola o più su, e talora percorrendo qualche tratto all'aperto sulla morena che ricopre tutta la fronte del ghiacciaio Malaspina. Il 27 erano al capo Manby, e lasciavano la costa del Pacifico per seguire il lato occidentale della baja di Yakutat; e finalmente il 1° settembre arrivavano in fondo alla baja, donde era partita la spedizione dell'anno precedente.
Qui il {{wl|Q6084218|Russell}} trovava un canotto indiano ed un deposito di viveri portati dal missionario, Rev. Hendricksen. Potè così compiere ancora l'esplorazione della baja Disenchantment, nella quale nessuno s'era ancora inoltrato. Egli scoprì che essa si addentra profondamente nelle montagne, formando due angoli pronunciati nel piegarsi da Ovest ad Est, e da Nord a Sud. Tre grandi ghiacciai scendono in essa fino al mare, il Dalton, l'Hubbard ed il Nunatak, i quali, al tempo del {{wl|Q459906|Malaspina}} (1792), riempivano completamente il braccio orientale della baja, spingendosi fino all'isola Haenke. Il prolungamento meridionale della baja si estende in una grande vallata che era pure occupata in passato da un ghiacciaio defluente a mezzogiorno, il quale probabilmente dilagava sull'altipiano che sormonta la costa Est della baja di Yakutat, formandovi un grande ghiacciaio pedemontano, simile al Malaspina.
Il 15 settembre il Russell era di ritorno a Yakutat, ed il 1° ottobre partiva dalla baja sul «Pinta», arrivando a Seattle il 21, dopo quasi cinque mesi di assenza.
In questa relazione succinta delle due spedizioni del Russell, che contribuirono per tanta parte alla conoscenza della regione del Sant'Elia, ho appena accennato alle scoperte geologiche ed alle osservazioni sui fenomeni glaciali. Esse sono ampiamente esposte nei referti pubblicati a cura della «Geographical Society» e del «Geo-<noinclude><references/></noinclude>
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Spinoziano (BEIC)
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<noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione|66|CAPITOLO QUARTO|}}</noinclude>
{{pt|vello|livello}} del mare, con un errore possibile di una trentina di metri in più od in meno.
La carovana riprese la marcia il 19 agosto dirigendosi verso la baja di Yakutat, lungo la costa del Pacifico, ora camminando sulla ghiaia della spiaggia, ora nella folta vegetazione che cresce sotto la foresta, guadando un gran numero di torrenti gelidi, coll'acqua fino alla cintola o più su, e talora percorrendo qualche tratto all'aperto sulla morena che ricopre tutta la fronte del ghiacciaio Malaspina. Il 27 erano al capo Manby, e lasciavano la costa del Pacifico per seguire il lato occidentale della baja di Yakutat; e finalmente il 1° settembre arrivavano in fondo alla baja, donde era partita la spedizione dell'anno precedente.
Qui il {{wl|Q6084218|Russell}} trovava un canotto indiano ed un deposito di viveri portati dal missionario, Rev. Hendricksen. Potè così compiere ancora l'esplorazione della baja Disenchantment, nella quale nessuno s'era ancora inoltrato. Egli scoprì che essa si addentra profondamente nelle montagne, formando due angoli pronunciati nel piegarsi da Ovest ad Est, e da Nord a Sud. Tre grandi ghiacciai scendono in essa fino al mare, il Dalton, l'Hubbard ed il Nunatak, i quali, al tempo del {{wl|Q459906|Malaspina}} (1792), riempivano completamente il braccio orientale della baja, spingendosi fino all'isola Haenke. Il prolungamento meridionale della baja si estende in una grande vallata che era pure occupata in passato da un ghiacciaio defluente a mezzogiorno, il quale probabilmente dilagava sull'altipiano che sormonta la costa Est della baja di Yakutat, formandovi un grande ghiacciaio pedemontano, simile al Malaspina.
Il 15 settembre il Russell era di ritorno a Yakutat, ed il 1° ottobre partiva dalla baja sul «Pinta», arrivando a Seattle il 21, dopo quasi cinque mesi di assenza.
In questa relazione succinta delle due spedizioni del Russell, che contribuirono per tanta parte alla conoscenza della regione del Sant'Elia, ho appena accennato alle scoperte geologiche ed alle osservazioni sui fenomeni glaciali. Esse sono ampiamente esposte nei referti pubblicati a cura della «Geographical Society» e del {{pt|«Geo-}}<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|la storia del sant'elia}}|67}}</noinclude>
logical Survey. Avròspesso occasione di riferirmi a questi lavori nel descrivere la regione da noi attraversata.
Queste notizie storiche basteranno a dare un'idea dei caratteri generali del paese, nel quale stavamo per penetrare, e della natura della spedizione, che ci accingevamo a compiere sotto la guida e la direzione di {{AutoreCitato|Luigi Amedeo di Savoia-Aosta|S. A. R. il Duca degli Abruzzi}}.<noinclude><references/></noinclude>
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Spinoziano (BEIC)
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<noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|la storia del sant'elia}}|67}}</noinclude>
{{pt|logical|«Geological}} Survey. Avrò spesso occasione di riferirmi a questi lavori nel descrivere la regione da noi attraversata.
Queste notizie storiche basteranno a dare un'idea dei caratteri generali del paese, nel quale stavamo per penetrare, e della natura della spedizione, che ci accingevamo a compiere sotto la guida e la direzione di {{AutoreCitato|Luigi Amedeo di Savoia-Aosta|S. A. R. il Duca degli Abruzzi}}.<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: 70 CAPITOLO QUINTO rapidamente il grande ghiacciaio, trasportando tutto il materiale da campo, con una buona scorta di viveri, sulle quattro slitte che fa- cevano parte dell'equipaggiamento. Le spedizioni precedenti ave- vano sempre cercato di sbarcare vicino ai contrafforti più avanzati dei monti, per evitare, finchè fosse stato possibile, di accampare sul ghiacciaio scoperto, e per valersi della ricca vegetazione che r...
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>70
CAPITOLO QUINTO
rapidamente il grande ghiacciaio, trasportando tutto il materiale da
campo, con una buona scorta di viveri, sulle quattro slitte che fa-
cevano parte dell'equipaggiamento. Le spedizioni precedenti ave-
vano sempre cercato di sbarcare vicino ai contrafforti più avanzati
dei monti, per evitare, finchè fosse stato possibile, di accampare
sul ghiacciaio scoperto, e per valersi della ricca vegetazione che ri-
copre le coste più basse, come combustibile. Ma avevano pagato
questi vantaggi a caro prezzo: colle lunghe marcie sui sassi mal-
Costa occidentale della baja di Yakutat
fermi, a spigoli taglienti, delle morene, e con grave spreco di fatica
e di tempo, dovendo portare a schiena tutto il bagaglio, e rifare
più volte la via fra una tappa e l'altra.
Una diecina di giorni prima di noi, era sbarcato sulla costa, alla
quale eravamo indirizzati, il signor H. S. Bryant, di Filadelfia, a
capo di una carovana di sette uomini, coll' intenzione di tentare egli
pure l'ascensione del Sant' Elia. A Yakutat avevamo preso a bordo
un indiano che aveva attraversato la baja col Bryant, sperando che
potesse esserci di aiuto per riconoscere il punto di sbarco. Dopo
appena un'ora di navigazione da Port Mulgrave, il «Bertha »> fu
-<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: IL GHIACCIAIO MALASPINA 71 costretto da una fitta nebbia a fermarsi in mezzo alla baja. Passammo così tutto il mattino in aspettazione nervosa ed impaziente. Verso le due finalmente la nebbia si alzò alquanto, e potemmo vedere, a poche miglia di distanza, la costa del Malaspina. Dinanzi a noi si stendeva una spiaggia bassa, biancheggiante pei grossi frangenti che vi si rompevano, sormontata da un bastione nero, cosparso...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>IL GHIACCIAIO MALASPINA
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costretto da una fitta nebbia a fermarsi in mezzo alla baja. Passammo
così tutto il mattino in aspettazione nervosa ed impaziente. Verso
le due finalmente la nebbia si alzò alquanto, e potemmo vedere, a
poche miglia di distanza, la costa del Malaspina. Dinanzi a noi si
stendeva una spiaggia bassa, biancheggiante pei grossi frangenti
che vi si rompevano, sormontata da un bastione nero, cosparso di
macchie di neve, alto un centinaio di metri, che era la morena del
Malaspina. A gran distanza, dentro terra, compariva sotto il denso
strato di nebbia la parte inferiore della catena del Cook, colle
Costa Ovest della baja di Yakutat e morena del Malaspina
grandi masse ghiacciate, tributarie del Malaspina, che ne riem-
piono le valli.
Ci avviciniamo a terra poco a poco, costeggiando a distanza pru-
dente, per cercare un luogo favorevole allo sbarco. L'indiano che
ci doveva servire da pilota rimane stupidamente inerte, e non mo-
stra per nessun segno di riconoscere la costa. Alle tre è messa in
mare un'imbarcazione, ed il Cagni va ad esplorare la spiaggia.
Torna con una risposta sfavorevole: a 200 metri dalla riva toccava
fondo coi remi, mentre dinanzi a lui si rompeva la risacca violenta.
Intanto ci eravamo orientati alquanto: la corrente causata dall'alta
marea aveva spinto le navi verso il fondo della baja, nelle ore del
mattino; ed ora conveniva dirigerci a Sud per avvicinarci a Point<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: 72 CAPITOLO QUINTO Manby. Si riprende la navigazione, scandagliando continuamente. La costa bassa, fra il piede della morena ed il mare, va ricoprendosi d'alberi sempre più fitti, che finiscono per formare una foltissima foresta presso Point Manby. Alle cinque finalmente riconosciamo a terra la foce dell'Osar, tutta attorniata dalla fitta pineta, ed il Alte erbe sulla spiaggia Cagni, staccatosi di nuovo dal bordo, segnal...
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>72
CAPITOLO QUINTO
Manby. Si riprende la navigazione, scandagliando continuamente.
La costa bassa, fra il piede della morena ed il mare, va ricoprendosi
d'alberi sempre più fitti, che finiscono per formare una foltissima
foresta presso Point Manby. Alle cinque finalmente riconosciamo
a terra la foce dell'Osar, tutta attorniata dalla fitta pineta, ed il
Alte erbe sulla spiaggia
Cagni, staccatosi di nuovo dal bordo, segnala che lo sbarco è
possibile.
Attraverso ad un velo di nebbie, lontano, coll' incertezza di con-
torni di una visione fantastica, vediamo per un momento il San-
t'Elia, ingigantito dalla rifrazione, così smisuratamente alto, che
restiamo un pezzo pensierosi della apparizione inverosimile.
Comincia subito il via vai delle barche fra la goletta e la spiag-
gia, dove si ammucchiano rapidamente le nostre casse, grazie al-
l'ajuto di una imbarcazione con personale proprio, messa cortese-
mente a nostro servizio dal capitano del « Bertha >>. Gli uomini<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: IL GHIACCIAIO MALASPINA 73 sbarcati pei primi stanno sulla spiaggia, coll'acqua fino alla cintola, pronti ad afferrare le imbarcazioni, che arrivano l'una dopo l'altra, sul dorso dell'onda di risacca; lo sbarco procede senza incidenti spiacevoli, e tutto il bagaglio è messo a terra asciutto. Verso le otto S. A. R. abbandona la goletta e scende a terra coll'ultima barca. Il « Bertha » riparte per una breve escursione a Di...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>IL GHIACCIAIO MALASPINA
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sbarcati pei primi stanno sulla spiaggia, coll'acqua fino alla cintola,
pronti ad afferrare le imbarcazioni, che arrivano l'una dopo l'altra,
sul dorso dell'onda di risacca; lo sbarco procede senza incidenti
spiacevoli, e tutto il bagaglio è messo a terra asciutto. Verso le otto
S. A. R. abbandona la goletta e scende a terra coll'ultima barca.
Il « Bertha » riparte per una breve escursione a Disenchantment
Bay. L'Hendricksen, che era salito a bordo con noi a Yakutat, ha
Campo sulla costa Ovest della baja di Yakutat
promesso di mandarci alcuni indiani, che si trovano là a caccia, per
aiutarci a trasportare le nostre cose sull'altipiano ghiacciato. La
goletta «Aggie » fa vela per riparare a Port Mulgrave, dove aspet-
terà il nostro ritorno. Essa ha ordine di venire a bordeggiare il
giorno 10 agosto lungo la costa dove siamo sbarcati; e per qua-
lunque altra disposizione che possa occorrere, S.A. R. ha deliberato
che, a partire dalla fine di luglio, l' Hendricksen mandi alcuni in-
diani alla foce dell' Osar di cinque in cinque giorni.
10<noinclude><references/></noinclude>
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: 74 CAPITOLO QUINTO In un paio d'ore trasportiamo tutto il materiale dietro una duna di sabbia, alta una ventina di metri, coperta d'erba, a riparo dalle maree e dalle sorprese di un colpo di vento. Là, sopra un piccolo spiano di rena, presso un affluente dell'Osar, sorge il primo campo. Attorno a noi, in un disordine indescrivibile, sono ammucchiate tutte le cose dell' equipaggiamento: cassette di viveri, macchine fotogr...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>74
CAPITOLO QUINTO
In un paio d'ore trasportiamo tutto il materiale dietro una duna
di sabbia, alta una ventina di metri, coperta d'erba, a riparo dalle
maree e dalle sorprese di un colpo di vento. Là, sopra un piccolo
spiano di rena, presso un affluente dell'Osar, sorge il primo campo.
Attorno a noi, in un disordine indescrivibile, sono ammucchiate
tutte le cose dell' equipaggiamento: cassette di viveri, macchine
fotografiche, scatole farmaceutiche, portantine, racchette da neve,
pezzi delle slitte smontate, fornelli da cucina, sacchi di vestiario,
corde, piccozze e cento altre cose delle più disparate. Mentre, si
cuoce la minestra su un fuoco improvvisato, mettiamo un po' d'or-
dine in quel caos, riunendo sotto tele impermeabili quegli oggetti
che potrebbero essere guastati dalla pioggia, e verso mezzanotte
entriamo nelle tende per metterci a letto.
Il mattino seguente (24 giugno) per tempo, S. A. R. parte dal
campo col Gonella e colla guida Petigax, alla ricerca della via mi-
gliore per raggiungere la morena. Intanto noi cominciamo a rior-
dinare tutto il materiale. Sotto una tenda rizzata in un punto ripa-
rato della foresta, disponiamo le cose di riserva da lasciare alla
spiaggia: parte del materiale fotografico, sanitario e di collezioni
naturalistiche, le armi, ed un deposito di viveri pel caso in cui le
condizioni del mare non ci permettessero di lasciar subito la spiaggia
al nostro ritorno. Dobbiamo aprire tutte le casse, riconoscere, divi-
dere e prender nota di ogni cosa, e poi formare i primi carichi che
saranno trasportati nel pomeriggio ai piedi della morena.
Lavorano con noi i portatori americani, che ci erano quasi sco-
nosciuti prima d'ora, avendo essi fatto la traversata, colle nostre
guide, sull' << Aggie Il Maggiore Ingraham, loro capo, era uomo
sulla quarantina, alto, magro, robusto ed energico quanto mai. Con-
tribuì molto al buon successo della spedizione l'opera attiva ed
intelligente di lui, unita alla efficace cooperazione degli uomini che
egli aveva scelto. Sono dieci forti giovani, e formano un curioso
gruppo di individui, come difficilmente si potrebbe riunire in un
altro paese. Quattro sono studenti universitarii, di belle lettere,
filosofia e scienze; uno è minatore; quattro sono marinai, fra cui<noinclude><references/></noinclude>
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: IL GHIACCIAIO MALASPINA 75 uno svedese ed un italiano; un altro, d'origine tedesca, è poeta ed insegnò già latino e greco. I loro nomi sono: Andrews C. L., Alexander Beno, Fiorini F., Morford Carl E., Nichols Ralph E., Ostberg Elin, Schmid V., Steele W. e Thornton C. W. S. A. R. tornò all' accampamento verso l'una dopo mezzodì; e guide e portatori partirono subito coi primi carichi, mentre noi completavamo il lavoro di r...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>IL GHIACCIAIO MALASPINA
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uno svedese ed un italiano; un altro, d'origine tedesca, è poeta
ed insegnò già latino e greco. I loro nomi sono: Andrews C. L.,
Alexander Beno, Fiorini F., Morford Carl E., Nichols Ralph E.,
Ostberg Elin, Schmid V., Steele W. e Thornton C. W.
S. A. R. tornò all' accampamento verso l'una dopo mezzodì; e
guide e portatori partirono subito coi primi carichi, mentre noi
completavamo il lavoro di riordinamento, non senza scagliare pa-
recchie maledizioni alle innumerevoli e feroci zanzare. Da quando
Fragole in fiore presso il primo campo
eravamo scesi a terra, non ci avevano lasciato più pace; non vale
ungersi con pomate, e non v'è riparo di zanzariere o di veli che
protegga dai loro morsi; esse sanno insinuarsi fra gli abiti, su per
le maniche e attorno al collo, causando un tormento insopportabile.
A ragione sono citate da coloro che scrissero sull'Alaska, come
un vero flagello del paese. Sono ricordati casi di viaggiatori che
ne morirono, esauriti dalla lotta frenetica ed avvelenati da punture
innumerevoli, di cervi buttatisi in acqua per sfuggire alla loro tor-
tura (Petroff); e fu persino scritto di orsi condotti a tale stato di
esasperazione da lacerarsi le carni con graffii furiosi, fino a mo-<noinclude><references/></noinclude>
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: 76 CAPITOLO QUINTO rirne. Sono perseguitati da esse anche gli indiani, sebbene cerchino di difendersene ungendosi con olio irrancidito. Sulla duna di sabbia, dietro il campo, è un segnale trigonome- trico; in faccia a noi, sull'altra riva del torrentello, che scorre ai piedi delle tende, una capanna di legno che serve di riparo agli indiani durante le caccie. La foresta comincia a pochi metri dal campo, al di là di un pr...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>76
CAPITOLO QUINTO
rirne. Sono perseguitati da esse anche gli indiani, sebbene cerchino
di difendersene ungendosi con olio irrancidito.
Sulla duna di sabbia, dietro il campo, è un segnale trigonome-
trico; in faccia a noi, sull'altra riva del torrentello, che scorre ai
piedi delle tende, una capanna di legno che serve di riparo agli
indiani durante le caccie. La foresta comincia a pochi metri dal
campo, al di là di un prato coperto d'alte erbe, che nascondono
fragole e lamponi nani in fiore. Una pesante copertura di neb-
bia dura tutto il giorno immobile sopra di noi, ma per fortuna
non piove. Il Cagni ha disposto gli strumenti di meteorologia
fra due tende, ed ha cominciato la serie delle osservazioni; il Sella
ha rizzato una tenda nera per cambiare le lastre fotografiche
nei telai. Poco a poco cala la sera. I portatori, tornati dalla loro
prima tappa, cantano attorno al fuoco nella tranquilla luce cre-
puscolare, che si prolunga fino a tarda notte. Tutto all'intorno
regna una gran quiete, rotta solo di tratto in tratto dal grido
acuto di un gabbiano o di un'anitra. La temperatura è mite, quasi
costante, di 8º-10° C.
Nelle prime ore del mattino seguente, arrivarono quattro porta-
tori indiani mandati dall' Hendricksen, e, grazie a questo aiuto,
riuscimmo a trasportare in giornata buona parte del campo ai piedi
della morena. Attraversato l'affluente dell'Osar sopra un ponte co-
strutto dagli uomini con tronchi d'albero, costeggiamo la riva de-
stra del fiume, ora camminando nella sabbia e sui fini ciottoli del-
l'ampio letto, ora sul margine del bosco, fra i grossi tronchi caduti,
i fitti cespugli e le ricche felci che crescono sotto gli abeti, su un
tappeto elastico di detriti vegetali e di muschio, tutto costellato di
fiori brillanti.
L'Osar è uno dei tanti corsi d'acqua che, uscendo dalla morena
del Malaspina, percorrono all'aperto il breve tratto che separa il
ghiacciaio dal mare, depositandovi grandi ammassi di detriti gla-
ciali, e talora seppellendo nei loro delta intiere zone di foresta.
I più numerosi ed importanti decorrono sul lato meridionale dell'al-
tipiano, e versano nell'Oceano Pacifico una tale quantità di acqua<noinclude><references/></noinclude>
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TORRENTE OSAR<noinclude><references/></noinclude>
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: IL GHIACCIAIO MALASPINA 77 carica di sedimento, che il mare ne è intorbidato a parecchi chilo- metri di distanza da terra, e vi ha acqua dolce alla superficie del- l'Oceano a più d'un miglio, dalla spiaggia. Il più grande di questi fiumi è il Yahtsé, il cui delta ha ormai intieramente riempito una baja esistente ai tempi del Malaspina e del Vancouver (Icy bay), di cui si conserva la tra- dizione in una leggenda degli ind...
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carica di sedimento, che il mare ne è intorbidato a parecchi chilo-
metri di distanza da terra, e vi ha acqua dolce alla superficie del-
l'Oceano a più d'un miglio, dalla spiaggia. Il più grande di questi
fiumi è il Yahtsé, il cui delta ha ormai intieramente riempito una
baja esistente ai tempi del Malaspina e del Vancouver (Icy bay),
di cui si conserva la tra-
dizione in una leggenda
degli indiani di Yakutat.
Questi fiumi escono dal
ghiacciaio per una bocca
unica, o divisi in più rami:
sia ai piedi del bastione
formato dalla morena, sia
sulla parete stessa di
ghiaccio, ad altezze varie
sopra il suolo, formando
grandi cascate alla loro
uscita dalle gallerie. Ta-
lora, dopo aver percorso
lunghi tunnels non inter-
rotti dalle alte valli fino
alla costa, i torrenti esco-
no all'aperto, ai piedi della
morena, sotto pressione,
ribollendo violentemente
Torrente Osar
come gigantesche fontane, e lanciando sprazzi d'acqua a grande
altezza. Comunque originati, nel loro breve corso dalla morena al
mare, essi sono generalmente divisi in un gran numero di rami, che
solcano in tutti i sensi la foresta, e si riuniscono in pochi grandi
rivi od in un unico corso prima di sboccare nel mare. Per for-
tuna nostra, l'Osar decorre dalla morena alla spiaggia quasi tutto
unito, e ci sono risparmiati penosi guadi nell'acqua gelida, talvolta
resi difficili dall' impeto e dalla profondità della corrente. In previ-
sione di questi, c'eravamo provvisti di speciali calzoni impermea-<noinclude><references/></noinclude>
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: 78 CAPITOLO QUINTO bili, di gomma, che arrivavano fin sopra alla cintola, coi gambali chiusi in fondo e foggiati a stivale. Ebbe occasione di servirsene solo la carovana che fece la prima marcia di ricognizione, guidata da S. A. R. Essa aveva attraver- sato il fiume, coll'acqua fino alla cintola, per esplorarne la riva si- nistra, dove aveva trovato le traccie del primo campo di Bryant. Il torrente Osar e la foresta È di...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>78
CAPITOLO QUINTO
bili, di gomma, che arrivavano fin sopra alla cintola, coi gambali
chiusi in fondo e foggiati a stivale.
Ebbe occasione di servirsene solo la carovana che fece la prima
marcia di ricognizione, guidata da S. A. R. Essa aveva attraver-
sato il fiume, coll'acqua fino alla cintola, per esplorarne la riva si-
nistra, dove aveva trovato le traccie del primo campo di Bryant.
Il torrente Osar e la foresta
È difficile dare un'idea adeguata della rigogliosa vegetazione
che ricopre la stretta striscia di terreno fra la spiaggia e la morena.
La foresta comincia a pochi metri dal mare con gruppi di piante
non molto grosse: ontani frammisti a frassini ed a piccoli abeti, con
cespugli di un pioppo nano e qualche salice. Tutto attorno il prato
forma un vero tappeto di fiori, con ricche aiuole di fragole e lam-
poni (Rubus articus). Alle macchie d'alberi isolate succede presto
la vera foresta. I grandi abeti confondono in alto i loro rami, coperti
di licheni e di muschi, in un intreccio così fitto, che il sole riesce
appena a penetrarlo. Là sotto, in quell' atmosfera di serra umida,<noinclude><references/></noinclude>
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: IL GHIACCIAIO MALASPINA 79 tutto lo spazio libero è riempito da cento varietà di arbusti, da felci alte due metri e più (Asplenium), da funghi e da miriadi di fiori che crescono sullo spesso strato molle, spugnoso, di muffe e di licheni, che ricopre tutto il suolo della foresta. Nessun frutto era ancora maturo; tutto era in piena fioritura: i cespugli di ribes e di uva spina, una pianta ad alti fiori bianchi assomigliant...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>IL GHIACCIAIO MALASPINA
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tutto lo spazio libero è riempito da cento varietà di arbusti, da felci
alte due metri e più (Asplenium), da funghi e da miriadi di fiori che
crescono sullo spesso strato molle, spugnoso, di muffe e di licheni,
che ricopre tutto il suolo della foresta. Nessun frutto era ancora
maturo; tutto era in piena fioritura: i cespugli di ribes e di uva
spina, una pianta ad alti fiori bianchi assomigliante al sedano (Ar-
changelica), le cui foglie servono di alimento agli indiani, e fra di
essi l'umile mirtillo (Vaccinium macrocarpum), ancora sfornito di
bacche. Un'altra pianta, il Panax horridum, irta di spine ricoprenti
persino gli orli e le coste delle larghe foglie palmate, ha il tronco
che decorre per un tratto sul terreno, per alzarsi poi a 3-5 metri
di altezza; ed è facile incespicare sulla porzione orizzontale, e
cadere, pungendosi dolorosamente le mani ed il viso. I rami bassi
degli alberi ed i numerosi tronchi caduti contribuiscono a ren-
dere la foresta impenetrabile, senza un lungo e faticoso lavoro di
accetta. Falchi, corvi, gazze, voli d'anitre e d'oche, gabbiani ed
uccelletti mettono la nota gaia, e completano quel quadro di vita
rigogliosa.
Seguivamo nel salire le curve dell' Osar, dirigendoci verso Nord-
Ovest; l'inclinazione è molto graduale: dalla spiaggia alla morena,
su una distanza di circa cinque chilometri, si sale appena una
cinquantina di metri. Sulla rena del fiume ed ai piedi della mo-
rena troviamo numerose larghe impronte d'orso; ma siamo in
troppi e facciamo troppo rumore nel cammino, da poter sperare
che qualcuno di essi si lasci sorprendere. Ve ne sono almeno due
varietà, il bruno, ed un orso argentato (Silver bear) chiamato anche
orso del Sant'Elia. Quest' ultimo raggiunge enormi dimensioni. Il
Russell ne vide due grandi come orsi polari, e trovò impronte dei
loro piedi larghe 23 X 43 centimetri, con una lunghezza di passo di
metri 1,62.
La foresta finisce bruscamente a dieci metri circa dalla mo-
rena. In altri punti, soprattutto sul lato meridionale dell'altipiano,
essa ha invaso poco a poco anche la morena, ricoprendone larghe
zone con abeti ed ontani, che crescono sullo strato di detriti, terra<noinclude><references/></noinclude>
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Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia/Capitolo quinto
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''Il ritorno.''}}V.
{{x-larger|C}}i è d’uopo retrocedere di otto giorni.
La carrozza verde, tornandosene come era venuta, cioè a passi contati, scansando le buche, e camminando sulle parti laterali della strada, ove la polvere scemava il romore delle ruote ed impediva le scosse in modo che quasi pareva che non si movesse, arrivò al fine alla barriera del ''Trono''.
Ed il calesse di Dargeles la seguitava sempre.<noinclude><references/></noinclude>
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{{Centrato|{{x-larger|V.}}
''Il ritorno.''}}
{{x-larger|C}}i è d’uopo retrocedere di otto giorni.
La carrozza verde, tornandosene come era venuta, cioè a passi contati, scansando le buche, e camminando sulle parti laterali della strada, ove la polvere scemava il romore delle ruote ed impediva le scosse in modo che quasi pareva che non si movesse, arrivò al fine alla barriera del ''Trono''.
Ed il calesse di Dargeles la seguitava sempre.<noinclude><references/></noinclude>
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Le premure di Adele avevano fatta rinvenire Sofia. Gli occhi della inferma eransi appena riaperti, che già chiedevano di Enrico e stupivano di non trovarlo; mentre ella non si ricordava più da che le fosse stato cagionato il secondo deliquio.
Adele attenta al suo desiderio sollevò un poco una parte della tendina di seta, e le mostrò dal cristallo quello che le scortava da lungi, ed in cui essa tosto riconobbe Montlieu.
Sofia nel vederlo, immemore ognora di ciò che era accaduto, ma non del giuramento di Enrico, si disponeva ad abbassare il cristallo, e richiamare presso di sè l’uomo generoso nel quale aveva riposta l’ultima sua speme; però la sua compagna, spaventata dall’atto ch’ella era per fare senza riflettere al pericolo, la trattenne con questi terribili detti, che dovevano renderle la memoria:
“Ci seguita! non fare un gesto, non dir niente! tutto sarebbe rovinato! È là! è là!”
Ed indicava la via per cui andava Dargeles.<noinclude><references/></noinclude>
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Sofia si alzò, non senza un grande sforzo, tirò un poco da parte il guancialino di velluto che nascondeva il vetro messo sul di dietro del legno, ed un’occhiata data rapidamente fuori le fece chiaro quanto aveva da temere.
Le sue pupille avevano incontrate quelle di Dargeles fisse sul vetro stesso, ch’ella subito si affrettò a ricuoprire.
Allora ella ricadde sul sedile, balbettando sommessamente ed in estrema angoscia:
“Ah! se lo ha visto smontare d’accanto a noi! se lo conosce! non mi resta più risorsa per la mia Clementina! essa può morir meco a dirittura!”
Adele procurò coi suoi discorsi di far penetrare nell’animo della moribonda la quiete e la lusinga che non aveva ella stessa. Le dimostrò, ma senza credere neppure a quanto tentava dimostrarle, essere impossibile che Dargeles avesse veduto scendere Montlieu; in conclusione trovò tanti e sì buoni argomenti per {{Pt|tranquilla-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|202||}}</noinclude>{{Pt|re|tranquillare}} Sofia, che delle due donne in principio allarmate del pari, l’unica che ancora avesse paura fu colei che aveva provato vittoriosamente che la paura era priva di qualunque fondamento.
Vi sono in amicizia delle menzogne che giovano e che fanno onore! Ah! perchè non si può sempre illudere così sè medesimi come s’ingannano quelli che ci son cari!
Madama Dargeles, posta più in quiete, ma che temeva atteso la propria debolezza i resultati della scena violenta ed inevitabile che le era riserbata al suo ritorno, volle almeno profittare della lentezza del legno e del tragitto che ancora egli rimaneva onde aggiungere nuove raccomandazioni all’amica.
Chinò la testa spossata per tormenti e patimenti sulla spalla di Adele; ed intanto che questa per usarle attenzione figurava di giuocolare con le cortine e le alzava tratto tratto per ch’ella non perdesse di vista Enrico che le seguitava, l’ammalata tenendo il ciglio rivolto verso il protettore<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||203}}</noinclude>che procacciato aveva alla figliuola, prese a favellare così con più coraggio:
“Se piglio regola dall’indebolimento che provo, oh mia cara! — disse con voce che ad ogni istante diveniva più fiacca — non ho da andare innanzi un pezzo. Forse chi sa? domani non ci sarò più!... Ascoltami! non far motto. Il mio capo aveva bisogno di questo guanciale.... Sicchè probabilmente domani tutto per me sarà finito... mentre mi occorrerebbero molti riguardi per vivere altri due giorni, e Dargeles non è uomo da risparmiarmi una disputa ancorchè giusta nel solo scopo di conservarmi per qualche ora di più. È tanto che gli vennero a noia le mie malattie! gli fanno desse pagare molte visite mediche! Ed egli è ansioso di rimaner vedovo....
“Sofia! se continui così, te lo avverto, abbaserò le cortine e non ti darò più ascolto.
“E perchè, Adele mia? ti fo parte di un’idea che mi viene, ma non è una supposizione che mi affligga.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|204||}}</noinclude>Ieri, te lo confesso, non avrei saputo pronunziar questo senza piangere; ma oggi è tutto altro! ho il ciglio asciutto, il mio cuore sta bene, io quasi non mi sento più male... Tu non capisci il perchè! Perchè l’ho rivisto! è stato attento a sentirmi! mi ha promesso ciò ch’io gli chiedeva!.... Non affannarti per me: una privazione, anche quella della vita, non è penosa se non per l’importanza che si ammette all’oggetto che si perde, ed io oramai non temo la morte... Clementina ha un protettore, un padre!
“Sì, ma codesto cuore ''che sta bene,'' soggiunse Adele, oggi è stato agitato; invece di sconvolgerlo di più con idee triste, perchè non ti riposi alquanto?
“No, Adele, no; vuo’ proseguire a parlarti. Conviene ch’io profitti del tempo che ci resta. Ci vediamo oggi forse per l’ultima volta... è come con lui (soggiungeva sorridendo mestamente ad Enrico che ancor distingueva)... ahimè! nemmeno lui mi lusingo di più rivedere!... Alza un<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||205}}</noinclude>tantino il braccio, amica mia, per ch’io lo guardi bene basta... E dire ch’eccolo là! ch’è quelle che mi discorreva poc’anzi!... ed era qui! e mi giurava d’invigilare sulla mia Clementina... Mi ci è voluto un grande ardire per domandargli tanto! al mio Enrico di cui già tempo premiai sì male l’amore!... Ma egli nel rimirarmi ha forse potuto ricordarselo questo amore? al mio aspetto la sua ragione non deve aver smentita la sua memoria? come avrebbe potuto mai dire: ecco quella che amai! No, no! ciò che inspira disgusto, ribrezzo, non ha che fare con ciò che appagava gli occhi... Eppure nulla ha veduto! non altro che la mia magrezza! Dio! Dio! se i suoi sguardi avessero penetrato quà dentro!... (ripeteva additando il proprio seno.)
Adele calò la tendina in atto di rabbia, e si piantò in un canto, volgendo in là il capo per non vedere Sofia.
“Mi hai fatto un gran male! le disse questa dolcemente — Certo, ti<noinclude><references/></noinclude>
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Indice:Vincenzo Gioberti - Introduzione allo studio della filosofia Vol.1 1844.pdf
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==Indice==
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Autore:Stephen Harriman Long
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<poem>Che del’honesta Greca ella seguace,
Tela di finta speme il dì gli tesse,
La notte, il drappo di sperar fallace,
Dal palagio escludendogli, gli stesse.
Ed essi, quasi Tantali, al fugace
Rivo stentan di labili promesse;
De’ ricchi doni al fin, co’ pomi d’oro,
Fermar questa Atalanta osar costoro.</poem>
{{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|60.}}
<poem>Ciascun per dimostrarsi Amante egregio,
E per lasciarsi dietro il suo rivale,
Dono le presentò di maggior pregio,
D’ogni ricco tesoro orientale.
Ond’ella in breve, accolse ogni bel fregio,
Che rende illustre una magion reale;
E ’l giardin, tanto oprò con l’arte il Mago,
Più d’ogni altro divenne ameno, e vago.</poem>
{{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|61.}}
<poem>Per compir con costoro ella talmente
Manca à gli affari suoi, manca à gli studi,
Che da lei si partir sdegnosamente,
Vistesi abbandonate le Virtudi.
Ella havendo di lor vacua la mente,
E l’alma inerme di sì forti scudi,
Qual nave disarmata, e fuor del porto,
Fra’ mondane maree cerca diporto,</poem><noinclude>{{PieDiPagina||D 2|''Porta''{{spazi|5}}}}</noinclude>
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Pagina:Cumbo - La Maddalena liberata, Venezia, Baglioni, 1673.djvu/72
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<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione|52|{{Type|l=0.4em|{{larger|CANTO}}}}}}</noinclude>{{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|62.}}
<poem>Porta, dovunque và,gli occhi vaganti,
Come sogliono i vani, a’ vani oggetti.
Ama d’essere Amata, odia gli Amanti,
Odi agli affettuosi, e non gli affetti.
Risguarda, sorridendo, i risguardanti,
Per fargli, non amici, mà soggetti,
E s’ella, ò dolce guarda, ò dolce ride;
Non guarda, ò ride mai, che non ancide.</poem>
{{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|63.}}
<poem>Non vibra sguardo mai, che non colpisca,
Nè colpo fà, che non accerti un core;
E non accerta un cor, che no ’l ferisca
Di piaga immedicabile d’Amore.
Nè frà tanti feriti è alcun, ch’ardisca
Di querelarsi, o d’imputar l’Autore;
Se non quanto l’ardor, che lo molesta.
Esalando in sospir, lo manifesta.</poem>
{{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|64.}}
<poem>L’empio Amor, che à la strage era presente,
Arrabiato esclamò: non è costei,
Colei così pudica, e continente,
C’hebbe à schifo gli sposi, e gl’iminei?
Hor come tanto ardita, et insolente
S’occupa il Regno mio, gli arnesi miei?
E con barbari modi, e stravaganti,
Ama d’esser’amata, odia gl’Amanti?</poem><noinclude>{{PieDiPagina|||''Mà''{{spazi|5}}}}</noinclude>
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Pagina:Cumbo - La Maddalena liberata, Venezia, Baglioni, 1673.djvu/73
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione||{{Type|l=0.4em|{{larger|SECONDO.}}}}|53}}</noinclude>{{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|65.}}
<poem>Mà perche perdo il tempo à querelarmi,
Come femina imbelle? e non mi toglio
Di nove tempre à fabricar nov’armi,
Per domarla? sì sì, così far voglio.
Così conchiuso, à suon d’occulti carmi,
Compose un dardo, e poi con fiero orgoglio,
Lancioglielo, e ferilla, ella il disagio
Sentendo, egra ricorse al suo palagio.</poem>
{{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|66.}}
<poem>Che non feci, e non dissi, alhora quando
Io la vidi tornar così piagata?
Tè Genio fido, in testimon domando
De la mia fedeltà verso l’amata.
Che non lasciai, benche nulla giovando,
Per la salute sua cosa intentata,
E s’huopo era il mio sangue à darle aita,
L’havrei sparso, havrei dato anco la vita.</poem>
{{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|67.}}
<poem>L’esorto al fin, che à Maddalo tornasse,
Ed à gli studij suoi; nè men l’accordo,
Ch’ella con chiuse orecchie, e luci basse,
Cieca Talpa si mostra, ed Aspe sordo.
L’astuto Battrian stretto à le lasse
Del cacciatore Arcier, qual veltro ingordo,
Cerca, vista la preda si disposta,
Sentir di ciò da lui qualche risposta.</poem><noinclude>{{PieDiPagina||D 3|''E pe-''{{spazi|5}}}}</noinclude>
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Pagina:Ars et Labor, 1908 vol. I.djvu/431
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Ct|f=200%|PULCINELLA INNAMORATO}} <poem>{{Centrato|Poemetto eroi-comico di {{AutoreCitato|Roberto Bracco|ROBERTO BRACCO}} Quattro tempi per Orchestra di {{larger|{{AutoreCitato|Giulio Ricordi|J. BURGMEIN}}}} Riduzione per PIANOFORTE a quattro mani {{Rule|24em}}{{x-larger|III° TEMPO - SERENATA}} {{larger|Primo}}}}</poem>
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<poem>{{Centrato|Poemetto eroi-comico di {{AutoreCitato|Roberto Bracco|ROBERTO BRACCO}}
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{{larger|Primo}}}}</poem><noinclude><references/>
<poem>''(Copyright 1907, by G. RICORDI & Co.)''
''Proprietà G. RICORDI db C. Editori-Stampatori, MILANO.'' {{A destra|'''108747'''}}Tutti i diritti d’esecuzione, riproduzione e trascrizione sono riservati.</poem></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione|54|{{Type|l=0.4em|{{larger|CANTO}}}}}}</noinclude>{{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|68.}}
<poem>E però, sceso il Sol nel’Oceano,
Egli discalzo, scarmigliato, e scinto,
Prende, con l’una man, libro profano,
Di caratteri magici dipinto.
Scote verga fatal, con l’altra mano,
A la cui forza, ogn’empio Nume è vinto,
Forma sù ’l pavimento un cerchio, e dentro.
Postosi il nudo piè ferma nel centro.</poem>
{{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|69.}}
<poem>Poi tralunando, e travolgendo i lumi:
Dice: ò Dio grande, Amor, con sacrifici
Devonsi suplicar da’ Santi Numi,
Non per via d’incantesmi, i benefici.
Benche pur scongiurare si costumi
Pluto, anco Dio, con magici artefici;
Io però teco usar preghi desio,
E ti prego, che venghi à favor mio.</poem>
{{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|70.}}
<poem>Deh lascia Egira, e paro, e ’l mio disegno,
Con lo strale assecura, e con la face.
Io fui teco fedel, che ’l Battro Regno
Rinonciai, divenendo tuo seguace.
Sia tù meco leale, hor con l’ingegno,
E col braccio, abbassando questa audace.
Così dicendo incominciò gl’incanti,
Ed ecco il vano Amor si vide avanti.</poem><noinclude>{{PieDiPagina|||''Era''{{spazi|5}}}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|206||}}</noinclude>annoio, ma se sei stanca di reggere la portierina cedimi il tuo posto.”
Sul primo Adele pentitasi del suo impeto, non voleva che con ciò si accrescesse la fatica all’infelice Sofia; però l’inferma insisteva.
“Rifletti che ho necessità di sapere se ancora non ci abbandona... E poi costì starò meglio.... meglio assai.... perchè se si gira dalla mia parte si accorgerà forse che son io che lo guardo.”
La compiacente amica si mise dirimpetto alla Dargeles, in maniera che costei accostandosi allo sportello potè distinguere a suo bell’agio il caro suo Enrico il quale teneva dietro alla carrozza, ma tanto di lontano e con prudenza, ch’ella sola era in grado di figurarsi il motivo della lentezza con cui comminava.
Quando la misera si trovò meglio situata, ricominciò a ragionare.
“Supponiamo, Adele, che il pericolo che mi sovrastą non sia imminente; è vero, però, che per una simulata premura Dargeles mi terrà oramai schiava in casa, col pretesto<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||207}}</noinclude>di curare la mia salute, la quale non lo inquieta se non perchè conta con impazienza tutti i giorni ch’io vivo. Lo sai pure, mi tiene attorno delle spie attente più alle mie parole che alla mia malattia, talchè non potremo più discorrere senza che tutto gli sia riferito dai testimoni che avrà collocati vicino al mio letto. Tu dunque odi, qui adesso, ciò che più tardi non potrei raccomandarti: morendo voglio essere sicura di non essermi scordata di dirti alcuna cosa essenziale.... Che dispiacere dev’essere quando la mente è ancor sana, ma ghiaccia è la lingua e spenta la voce, sentir che salgono dal cuore le parole alla bocca, e ch’essa non può proferirle! che peso deve lasciarci l’ultima, che pronunziare non possiamo! mi sembra che sia questo che rende le agonie dolorose. Chi sa se nel rantolo dei moribondi non sono gravi detti ed importanti rivelazioni, cui Dio non vuole che si ascoltino dagli uomini?... Deh! sopportami, Adele: non abbiamo che un’ora!
“Giacchè vuoi assolutamente, {{Pt|So-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|208||}}</noinclude>{{Pt|fia,|Sofia,}} di’ pure, ti ascolterò — rispose l’altra celando le lacrime; — ma te lo avverto, esigo un patto, cioè che ad ogni poco tu non minacci con le tue tetre idee di morte prossima; se torni sempre a quelle, non potrò prestarti orecchio.
“Sarò docile, amica mia, mentre ho molte cose da dire. Fortunatamente siamo appena sul bastiglione della Bastiglia.”
Intanto passò innanzi alla carrozza il calessino di Dargeles, che andava di galoppo, ed anzi urtò nel loro legno, tanto correvagli accosto.
Il marito di Sofia era in piedi, e chinato in fuori, in maniera che col suo fiato appannò perfino il cristallo davanti al quale stava appoggiata la malata.
Per un minuto secondo Sofia atterrita non distinse altro che il consorte, il quale scappò con tutta l’impazienza che aveva il suo cavallo, già infastidito di essere tenuto in briglia.
L’hai visto? disse sbigottita alla sua amica — come mi ha guardata!... Ora non crederai che non voglia {{Pt|far-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||209}}</noinclude>{{Pt|mi|farmi}} morire.... Bada a me anche più che non mi avevi promesso... ah! non sarà mai troppa la tua attenzione per mantenere il mio coraggio.
“Non basta, ripigliò dopo breve pausa, che il mio Enrico ami la nostra Clementina per la bontà dell’indole sua e le grazie dell’ingenuo suo spirito; bisogna inoltre, (e non oso confessarlo a me stessa se non con vergogna) ch’io possa credere che l’ami un poco in grazia della madre sua... Come l’occhiata che mi dai mi esprime il tuo stupore! ti spiace questa idea stravagante? Ecco, dici fra te, una gelosia fuor di luogo, ridicola, odiosa! Ma la debolezza di cui oggi m’incolpo, ieri nemmeno me la immaginava; io allora pensava: abbi cura della mia figlia, e poi mi disprezzi! che m’importa? l’obbligo mio di madre sarà stato adempiuto, e che altro ho da chiedere? Però, quando io teneva fra me questo linguaggio non lo aveva riveduto, Adele! non si era seduto là, faccia a faccia; nè le sue mani avevano riscaldate le mie.... In somma, io non sapeva che {{Pt|quel-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|210||}}</noinclude>{{Pt|l’impero|quell’impero}} assoluto che prima io esercitava sul di lui cuore, il mio cuore dovesse provarlo nell’ora estrema, nell’ora di morte. Io non son più
per lui la medesima di prima, egli è per me ancora meglio che mai non fosse! E debbo io averlo amato così male, per amarlo poi tanto così tardi!”
A dieci passi di distanza da Montlieu, colle pupille fisse verso di lui, favellava in simil guisa Sofia; non si saziava di contemplare, e benchè avesse la mente invasata da ciò che aveva da comunicare ad Adele, pure gli affetti suoi essendo sempre concentrati sullo stesso oggetto, ella fra sè domandava se l’andatura lenta e riflessiva di Enrico, se l’aver esso la fronte china come oppressa da tremendo pensiero, se tutto quanto era di grave ed infausto nel sembiante del genitore di Clementina, dovesse attribuirsi alla rimembranza di un amore sopito e non estinto, ovvero al pentimento di una promessa fatta troppo presto!
Non parli più? — le chiese Adele,<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|||211}}</noinclude>disturbata dal suo silenzio — non sai più niente di quanto avevi da dirmi poco avanti? o forse lo strapazzo dalla gita... Dargeles, Enrico, la tua figlia, tante emozioni ad un tratto?...
“Eccolo laggiù, quello che mi occupa! — rispose Sofia accennando Montlieu, che si era fermato perchè qualche cosa trovatasi su l’argine aveva obbligata a ristarsi la carrozza. — Scusami, sono con te. Conviene perdonarmi queste distrazioni, a me, povera inferma! non ne avrò già per molto tempo! Ma dopo di me non voglio ch’ei conservi troppo cattiva opinione di colei che gli fu cara. Bramo la mia memoria, renduta più grata mediante le tue premure, abbia parte anch’essa nel bene ch’egli farà a mia figlia... Non sino a qual punto quest’idea mi consola! come morrò più tranquilla quando potrò pensare che non ho affidato invano alla tua tenerezza il penosissimo incarico d’innalzarmi nel suo concetto!... Non deluderai la mia lusinga, è vero, Adele? Gli dirai che in ciò che<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Piaz1606" />{{RigaIntestazione|212||}}</noinclude>lo portava ad amarmi e poi a sprezzarmi v’era una qualche cosa estranea a me, e fu quella che mi procurò il suo disprezzo. Il mio cuore soltanto, quale egli lo conobbe sui primi tempi della nostra amicizia, era mio davvero; quindi la pessima educazione, le società corrotte nelle quali venni spinta, e l’avarizia e l’ambizione altrui, lo fecero diventare vizioso. Gli dirai che ove fossi stata meglio diretta, io possedeva tutto quel che poteva formare una donna onesta, un’amica fedele; ma si vollero soffocare i semi del bene, e lasciar crescere unicamente quei che guidavano al male. Si accarezzava la mia vanità, per farsi delle mie personali attrattive un mezzo di avanzamento; mi s’inspirava il gusto per le gale, pel lusso, perchè era d’uopo ch’io fossi ben adorna onde sedurre coloro di cui ricercavasi la protezione. Sorrisero di pietà quando ancor giovanissima io domandai che fossero pudore e modestia. Enrico ignora tutto questo, ma da te saprà in breve che il mio marito voleva impieghi, e che<noinclude><references/></noinclude>
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