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L'Asino (Machiavelli)/Capitolo sesto
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Storia d'Italia/Libro V/Capitolo II
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Storia d'Italia/Libro V/Capitolo III
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Storia d'Italia/Libro V/Capitolo IV
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Storia d'Italia/Libro V/Capitolo V
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Candalua
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proviamo a farlo come div, per vedere come viene parsato
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[[Categoria:Escludi dalla stampa]]
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Autore:Filippo Paruta
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Carlomorino
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/* Opere */
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text/x-wiki
{{Autore
| Nome = Filippo
| Cognome = Paruta
| Secolo di attività = XVI secolo/XVII secolo
| Attività = numismatico/archeologo/storico
| Nazionalità = italiano
| Professione e nazionalità =
}}
== Opere ==
* ''Oratio Philippi Parutae de laudibus Octauij Corsetti'', Palermo, De Franceschi, 1595
* {{GB|Dr7L7IWb45wC|''Della Sicilia descritta con medaglie''}}, Palermo, Maringo, 1612
* ''Ottave siciliane'', postume
* ''I diari della città di Palermo'', postumi
* ''Descrizioni degli archi trionfali apparecchiati dal Senato di Palermo in occasione degli arrivi dei viceré in città'', postume
* ''Canti'' in {{IA|bub_gb_rq3vUe4qRWsC|''L'entrata di Marco Antonio Colonna in Palermo''}} di [[autore:Salvatore Cocchiara|Salvatore Cocchiara]] (ed. 1870)
* {{IA|bub_gb_KfVwYsx7rDoC|''Alla Sicilia numismatica''}}, edizione postuma, 1770
{{Sezione note}}
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Dr Zimbu
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/* Riletta */
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|388|{{Sc|prose}}|}}</noinclude><section begin="s1" />nome chiamasi {{AutoreCitato|Gian-Giacomo Cavalli|Gian Jacopo Cavalli}}<ref>Furono stampate le sue Poesie in Genova dal Franchelli nel 1745 per cura del {{AutoreCitato|Giuseppe Maria Priani|P. Priani}} della Madre di Dio sotto nome di ''Drusino Cisseo''; e così pure modernamente in Genova, 1823, in 8°.</ref>, ed egli ha composto in volgare di Genova sonetti e canzoni, rappresentando amori di pescatori e di personaggi plebei; ma per salda verità altro non deono stimarsi che plebee poesie. Egli tra le le Muse potuto porre una lingua in pregio, la quale fra popoli era quasi in vilipendio, e per ischerzo ha rappresentate passioni di gente vile in favella disprezzata, per modo che meglio non si è fatto da poeti chiari di buon senno in idiomi nobili; ed io non mi vergogno punto d’affermarlo. Veramente alcuna volta {{AutoreCitato|Omero|Omero}} poetò quasi andando a diporto per lo Parnaso, e prese a dire le mortali battaglie che si diedero una volta i topi con esso i ranocchi; e quivi fu Omero senza fallo, ma egli non diede gloria al volgare greco, già celebrato per ogni parte, solamente innalzò materia bassa con sua gran maestria. Gian Jacopo Cavalli, imitando gravi passioni di minuta gente ha rischiarata la favella non conosciuta, e fa forza agli stranieri di apprenderla per godere di cosa riputata non possibile ad avvenire; ed altri rimane con maraviglia recandosi in mano componimenti presi a leggere con intendimento di ridere solamente. Dunque se la favella è opera propria dell’uomo, il Cavalli, con onorare l’idioma genovese ha fatto onore alla sua nazione in cosa, onde gli abitatori delle nostre riviere non rimanevano senza vergogna, adoperandola malamente. Per certo il ciò fare è stata nuova e strana vaghezza; ma la Liguria produce uomini ''Trovatori'', e trovatori di cose non immaginate e appena credute.<section end="s1" />
<section begin="s2" />{{Centrato|A {{AutoreCitato|Pier Giuseppe Giustiniani|PIER GIUSEPPE GIUSTINIANI}}<ref>Sì questa, che le susseguenti Lettere furono indirizzate all’illustre patrizio genovese Giustiniani, amico grandissimo del Chiabrera, e poeta egli stesso ma di guasto stile. Si pubblicarono per la prima volta insieme con altre al numero di 150 per cura del P. ''Porrata'' in Bologna, 1762, in 4°, e recentemente se n’è fatta una ristampa molto elegante in Genova per cura di ''Vincenzo Canepa'', il quale altre Lettere aggiunse tolte da manoscritti che si serbano nella patria dell’Autore, e che concernono a privati affari, ed a ragguagli di quanto il Chiabrera operava a vantaggio de’ suoi concittadini.</ref>}}
Scrissi mosso dal suo afflittissimo stomaco, e ricordai a V. S. il modo col quale io prenderei a governarmi; e scrissi specialmente, perchè io in sì fatte passioni rifuggo fortemente dalle mani de’ medici. Non ho poi avuto niuna novella di V. S.; temo non sia continuamente in alcuna pena, e ne ho passione, e però nè desidero chiarezza: se il silenzio è con giocondità, io pure ne son giocondo, e soffro pazientemente il digiuno delle sue lettere. Io la Dio mercè sto sano e fortissimo, ingordo di frutti e schifo di carne: per la solitudine della patria sono povero di compagnia, ma i libri non mi lasciano perire. Che più? le Muse mi solleticano, ma io non mi rendo alle loro moine; il pelo bianco non si acconcia, nè si confà con le donzelle. Ho bene messo in ordine quanto voglio che per me si vegga di componimenti lirici, per istampare, se nè avrò comodità. Vorrei porre in chiaro l’''Amedeida'' in quella forma nella quale io la composi quando ella nacque, ma mi spaventa lo trascriverla. Di Firenze mi scrivono novelle di conforto: se per settembre io potessi giunger colà, acconcierei forse molte mie faccende; se non potrò, penso di giungere fino alla Madonna di Reggio, là dove ho voto di adorare. Cinque anni di riposo mi pare impossibile averlo sostenuto, e sento una voce interna, la quale mi spone querele di osti e di vetturali. Questi pensieri io faccio per allegrarmi; ma, ''futuri temporis exitum caligniosa nocte premit Deus''. V. S. procuri di star sano, e diami novelle di sè. Io bacio le mani a cotesti signori, e faccio riverenza alle mie signore, e Dio grandissimo abbia tutti in sua guardia.
''Di Savona'', ''li'' 15 ''Giugno'' 1630.<section end="s2" />
<section begin="s3" />{{Centrato|{{Sc|al medesimo}}}}
Se l’Originale fosse per lungamente durare io non entrerei in questo pensiero, ma perchè le cose vanno altramente, io mando a V. S. questo Ritratto. Egli darà meno di noia a codesta casa, che non suole darle la mia persona; e quando io sarò chiamato agli anni eterni dell’altro secolo, le rinfrescherà la memoria di uno, il quale molto desiderò di servirla, e mai non fu possente a fornire il desiderio; e però nella somma ventura della nostra amicizia egli intieramente non fu felice. Fecelo in Roma il cavalier Padovanino, colà stimato eccellente maestro di così fatte opere. Gioisco che l’Accademia si risvegli, ed affermo ch’ella dovrebbe fare onore alla virtù del signor Marchese. Ma V. S. perciò mi chiama indarno: e primieramente perchè le ore son sì pronte a finire il viaggio, che assai spazio non ho per me a pensare com’io corro alla morte; e poi fra cotesti signori è gran copia che può correre sì fatto arringo; e finalmente io mi do ad intendere che gli eredi ed amici di quel signore non si diano cotali affanni; e forse mi avverrebbe come avvenne non ha molti anni pure costì. E qui lascio correre con V. S. la penna per mostrarmi non orbo; che per altro io me ne prendo giuoco, avendo salde testimonianze da fare altrui parlare di quello di che a me conviene tacere. Ma, ch’io venga a far passeggi, dialoghi, a godere la città, e farmi vivo in cotesta casa, ciò è mio desiderio, e ne conto i momenti; e torno a dirle che se per gli odiosi temporali minacciati non è sicuro l’ospitalare, V. S. con intiera mia soddisfazione me lo può far intendere, lasciando saldo ed immobile l’amore vostro e mio. Qui abbiamo nevi, ed abbiamo avuto rabbie boreali orrbili, nè mi hanno lasciato andar presso a copiare il libro, ma tuttavia io ho trapassato la metà, e col fine dell’anno spero di finire la copia. V. S. si rallegri a mio nome col signore principe Giustiniano, sotto il cui governo son certo che {{pt|fiori-|}}<section end="s3" /><noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|del chiabrera}}|389}}</noinclude><section begin="s1" />{{Pt|ranno|fioriranno}} gli onorati esercizj, e se io mi troverò in Genova a tempo, darò il mio tributo al suo dominio. State felici, signori miei, e Dio versi sopra di voi con larga mano le sue sante benedizioni.
''Di Savona, li'' 25 ''Decembre'' 1630.<section end="s1" />
<section begin="s2" />{{Centrato|{{Sc|al medesimo.}}}}
Hammi consolato la risposta di Montesomme. Ove V. S. a suo tempo mandi il figliuolo con buona ventura, a me il consiglio par molto buono. A cotesto signor Bombino rendo grazie dell’amor che mi porta, e dell’onore ch’egli mi fa benchè io ne meriti molto poco. Vengo a’ versi. Il componimento mi par buono, e credo che così parrà a tutti, il concetto è morale, e quanto alle maniere del dire niuno negherà che non siano brave, e forse alcuno potrà dire, che alcuna volta il sieno troppo. Ma ciascuno ha suo giudizio, e non si può a tutti soddisfare. I versi già non sono tutti ben pettinati, ma in mezz’ora si ripuliscono: la disposizione dell’ode io la lodo, ma già non l’ammiro; secondo me non ha del poetico, nè piglia voti, e parmi che troppo stia sul suo cammino. È gran tempo ch’io non leggo {{AutoreCitato|Pindaro|Pindaro}}, ma, se ben mi ricordo, egli dice più cose, ed è vago di trascorrere. Ma di ciò non si può trattare con la penna, converrebbe ricrearsene passeggiando. Che a Nostro Signore sia piaciuta la già mandata, io ne sono sicuro perchè egli conosce il buono, ed in quel componimento ve n’è pur assai, e questo in quanto a’ versi. Io del mio collo miglioro lentamente, ed il male è di niuno momento, nè vuole rimedio, e se io stessi in casa guardato dall’aria fresca credo che sarei già liberatone, ma io mi vezzeggio poco, non volendo ricordarmi che sono decrepito, e la robustezza mi fa inganno: solamente ho allentato il bere freddo, ed ho dato bando alla neve. Passo il tempo rivedendo mie ciancie: intorno a’ versi ho fatto ciò che per me può farsi; ho preso in mano alcune prose, oltre a’ discorsi costì recitati, e sono vite di alcuni cavalieri, e le adorno e liscio senz’alcuna mia fatica: ma ben mi tormenteranno a metterle in chiara scrittura, perchè il copiare mi annoia, e fammi danno: ma prenderò la fatica adagio. Tanto posso dire di me. Se poi la sanità me ne darà licenza, a’ buoni tempi farò un salto fino a Firenze, ove molte cagioni, e di molte cose mi chiamano, ma se altro non odo, io stimo che il verno io lo farò in paese. E con questo faccio riverenza alle mie signore, e saluto tutti gli amici.
''Di Savona.''<section end="s2" />
<section begin="s3" />{{Centrato|{{Sc|al medesimo.}}}}
La lettera smarrita non conteneva altro che inchiostro, ma io la scrissi. Il signor Nicolò suo zio mi disse qui come il figliuoletto si era imbarcato: il tempo non mi pare reo, egli è però bene accompagnato: sarà in un baleno fra i sette colli, là dove, secondo me, per la sua età sia migliore stanza che la piazza dei banchi. Dio benedetto l’averà in guardia secondo sua bontà e nostre preghiere, nè si dee credere che, avendolo adornato di singolare aspetto, lo voglia lasciare fra le comunali creature. A me molte faccende famigliari fanno forza e mi ritengono, e dovendo uscire di casa a quaresima, convienmi ordinarle. Di più, la estrema età mi consiglia a governarmi con ogni regola, per avere vigore di viaggiare. E veramente la vecchiezza fino a qui hammi minacciato, ma ornai ella mi percote, nè posso placarla, salvo con ubbidirle. Per altro affermo, che la stanza di Savona emmi un tormento, avvegnachè l’aria mi piaccia. Il ragionamento ''della Bellezza'' hollo in testa, ma non mai lo posi in carta, nè credo averò opportunità di porverlo. Ben dico che non sento l’abbandonamento dell’Accademia, ma esaminando i modi ed i negozj di cotesta città, parmi maraviglia ch’ella sia durata cotanto. Tuttavia quanto le imprese sono più malagevoli, più ci danno loda quando si conducono bene. Altro non dirò, salvo che pregherò che faccia scusa mia con coteste signore, se al loro primo cenno non ubbidisco, e non voglino per niente argomentare da questa disubbidienza, ritrosia d’animo in me verso i loro comandamenti. Anzi conchiudano e dicano: è impossibile ch’egli possa venire, poich’egli non viene chiamato da noi. Mi chiamino almeno a’ loro conviti carnovaleschi, ma col bicchiere in mano: io ingannerommi col pensiero, e sarò tra loro invisibilmente, e con lo spirito gioirò. E con questo prego loro ogni contentezza.
''Di Savona, li'' 24 ''gennajo'', 1632.<section end="s3" />
<section begin="s4" />{{Centrato|{{Sc|al medesimo.}}}}
Mi dice Francesco che V. S. non ha buona sanità, pur la sua lettera mi conferma essersi purgata: io ne patisco, ma il mondo, del quale ho grandissima esperienza, mi fa chiaro che i guai sono i nostri avanzi, non pertanto io stimo che V. S. non abbia mestiere di medici. Ma io vorrei con salda deliberazione ordinare il mio vivere: mangiar solo per fuggire le tentazioni, e mangiar poco e buono, e compartire le vivande con desinare e con cenare, bere poco e non freddo, vino piccolo, maturo e non dolce; tra pasto farsi senza bocca, ed in questo tenore ostinarsi per mesi, nè dobbiamo sperare di abbattere il male in un momento. Io spererei con questa norma di vivere racquistare il vigore, che i quarantanni non deono perdere. Tuttavia molti dicono: un buon boccone ed un grido. Ogn’uno l’intenda a suo modo: V. S. dee essere con me, perciocchè i suoi pari stanno bene al mondo, ed egli non nuoce alla sua famiglia. Di me dirò maraviglie: sono robusto, bevo freddo, mi pasco d’una buona minestra, e mi ricreo con varie frutta, riordino mie poesie, e tutte le liriche ho riordinate, e così fatte, stamperolle, se in Genova troverò mai stampe, se non, altrove, ovvero gli amici dopo me ne faranno la lor volontà. Sono {{pt|in-|}}<section end="s4" /><noinclude>
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Pagina:La Sacra Bibbia (Diodati 1885).djvu/660
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Dr Zimbu
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" /><small>{{RigaIntestazione | sin =''Profezie contro'' | centro = GEREMIA, 52. | dx =''Babilonia.''}}</small></noinclude><section begin=51 />{{colonna}}{{vb|51|37|continua}}ruine, in ricetto di dragoni, in istupore<ref>{{BibLink|Is|3|22}}. {{BibLink|Apoc|18|2}}.</ref>, e in zufolo, senza che ''vi'' abiti ''più'' alcuno.
{{vb|51|38}}Essi ruggeranno tutti insieme come leoncelli, fremeranno come leoncini di leonesse.
{{vb|51|39}}Io farò che i lor conviti si riscalderanno nel modo usato, e li farò inebbriare, acciocchè facciano gran festa, e dormano un eterno sonno, senza risvegliarsi ''mai'', dice il Signore.
{{vb|51|40}}Io li farò scendere al macello, come agnelli, come montoni, e becchi.
{{vb|51|41}}Come è stata presa Sesac, ed è stata occupata colei ch’era il vanto di tutta la terra<ref>{{BibLink|Dan|4|30}}.</ref>! come è stata ridotta Babilonia in istupore fra le genti!
{{vb|51|42}}Il mare è salito sopra Babilonia, ella è stata coperta con la moltitudine delle sue onde.
{{vb|51|43}}Le sue città sono state ridotte in desolazione, in paese arido, e in deserto; in terra tale, che in quelle non abiterà ''giammai'' alcuno, e per quelle non passerà ''giammai'' alcun figliuolo d’uomo.
{{vb|51|44}}Ed io farò punizione di Bel in Babilonia, e gli trarrò dalla gola ciò ch’egli ha trangugiato; e le nazioni non accorreranno più a lui; le mura di Babilonia eziandío caderanno.
{{vb|51|45}}O popol mio, uscite di mezzo di quella<ref>{{BibLink|Apoc|18|4}}.</ref>, e scampi ciascun di voi la sua persona d’innanzi all’ardor dell’ira del Signore.
{{vb|51|46}}E ''guardatevi'' che talora il vostro cuore non si avvilisca, e che voi non siate spaventati per le novelle che si udiranno nel paese; quando novelle verranno un anno, e dopo quello ''altre'' novelle un altro anno; e ''vi sarà'' violenza nel paese, dominatore contro a dominatore.
{{vb|51|47}}Ecco dunque, i giorni vengono che io farò punizione delle sculture di Babilonia, e tutto il paese di essa sarà confuso, e tutti i suoi uccisi caderanno in mezzo di essa.
{{vb|51|48}}E i cieli, e la terra, e tutto ciò ch’''è'' in essi, giubileranno di Babilonia<ref>{{BibLink|Apoc|18|20}}.</ref>; perciocchè di Settentrione le saranno venuti i distruttori, dice il Signore.
{{vb|51|49}}Siccome Babilonia ''è stata'' per ''far'' cadere gli uccisi d’Israele, così caderanno a Babilonia gli uccisi di tutta la terra.
{{vb|51|50}}''O voi'' che siete scampati dalla spada, andate, non restate; ricordatevi da lungi del Signore, e Gerusalemme vi venga al cuore.
{{vb|51|51}}Noi siamo confusi, perciocchè abbiamo udito vituperio; ignominia ci ha coperta la faccia, perciocchè gli stranieri son venuti contro a’ luoghi santi della Casa del Signore.
{{vb|51|52}}Perciò, ecco i giorni vengono, dice il Signore, che io farò punizione delle {{Pt|scul-|}}{{AltraColonna}}{{vb|51|52|continua}}{{Pt|ture|sculture}} di quella, e per tutto il suo paese gemeranno uomini feriti a morte.
{{vb|51|53}}Avvegnachè Babilonia fosse salita in cielo, e avesse fortificati i luoghi altissimi per sua fortezza, pur le verranno i distruttori da parte mia, dice il Signore.
{{vb|51|54}}''S’intende'' una voce di strido da Babilonia, e una gran rotta dal paese de’ Caldei.
{{vb|51|55}}Perciocchè il Signore distrugge Babilonia, e fa perir d’essa il ''suo'' grande strepito; e le onde di coloro romoreggeranno, lo stormo delle lor grida risonerà a guisa di grandi acque.
{{vb|51|56}}Perciocchè sopra lei, sopra Babilonia, è venuto il distruttore, e gli ''uomini'' valorosi di essa sono stati presi, i loro archi sono stati spezzati; perciocchè il Signore ''è'' l’Iddio delle retribuzioni<ref>{{BibLink|Sal|94|1}}, {{BibLink|Sal|94|2|2}}.</ref>; egli non manca di rendere ''il giusto pagamento''.
{{vb|51|57}}Ed io inebbrierò i principi di quella, e i suoi savi; i suoi duci, e i suoi satrapi, e i suoi uomini prodi, sì che dormiranno un sonno perpetuo, e non si risveglieranno ''giammai'', dice il Re, il cui Nome ''è'': Il Signor degli eserciti.
{{vb|51|58}}Così ha detto il Signor degli eserciti: Le larghe mura di Babilonia saranno spianate infino al suolo, e le sue alte porte saranno arse col fuoco; e i popoli avran lavorato, e si saranno stancati invano;, e le nazioni, per lo fuoco.
{{vb|51|59}}La parola della quale il profeta Geremia diede commessione a Seraia, figliuolo di Neria, figliuolo di Maaseia, quando egli andò da parte di Sedechia, re di Giuda, in Babilonia, l’anno quarto del regno di esso. Or Seraia ''era'' il gran cameriere.
{{vb|51|60}}Geremia adunque scrisse in un libro tutto il male, ch’era per avvenire a Babilonia; ''cioè'', tutte queste parole scritte contro a Babilonia.
{{vb|51|61}}Poi Geremia disse a Seraia: Quando tu sarai arrivato in Babilonia, e ''l''’avrai veduta, leggi tutte queste parole.
{{vb|51|62}}E di’: O Signore, tu hai parlato contro a questo luogo, che tu lo distruggeresti, sì che non vi dimorerebbe ''più'' nè uomo, nè bestia; anzi che sarebbe ''ridotto'' in desolazioni perpetue.
{{vb|51|63}}E quando tu avrai fornito di legger questo libro, lega una pietra sopra esso, e gettalo in mezzo dell’Eufrate<ref>{{BibLink|Apoc|18|21}}.</ref>,
{{vb|51|64}}E di’: Così sarà affondata Babilonia, e non risorgerà ''giammai'', per lo male che io fo venir sopra lei; onde ogni forza mancherà loro. Fin qui ''sono'' le parole di Geremia. <section end=51 />
<section begin=52 />
{{Centrato|{{smaller|''Assedio, presa e distruzione di Gerusalemme.''}}}}
{{vb|52|1|capolettera}} SEDECHIA ''era'' d’età di ventun anno, quando cominciò a regnare<ref>{{BibLink|2 Re|24|18|2 Re 24. 18}}.</ref>, e regnò in Gerusalemme undici anni. E il {{FineColonna}}<section end=52 /><noinclude>
<hr>
<references/>{{PieDiPagina||652}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" /><small>{{RigaIntestazione | sin =''Presa e distruzione'' | centro = GEREMIA, 52. | dx =''di Gerusalemme.''}}</small></noinclude><section begin=52 />{{colonna}}{{vb|52|1|continua}}nome di sua madre ''era'' Hamutal, figliuola di Geremia da Libna.
{{vb|52|2}}Ed egli fece quel che dispiace al Signore, del tutto come Gioiachim avea fatto;
{{vb|52|3}}Perciocchè l’ira del Signore si accrebbe vie più contro a Gerusalemme, e contro a Giuda, fin là, che li scacciò dal suo cospetto. E Sedechia si ribellò contro al re di Babilonia.
{{vb|52|4}}Laonde l’anno nono del suo regno, nel decimo ''giorno'' del decimo mese, Nebucadnesar, re di Babilonia, venne sopra Gerusalemme, con tutto il suo esercito, e vi si pose a campo, e fabbricò delle bastíe contro ad essa, intorno intorno<ref>{{BibLink|2 Re|25|1|2 Re 25. 1}}-{{BibLink|2 Re|25|27|27}}. {{BibLink|Ger|39|1}}, ecc.</ref>.
{{vb|52|5}}E la città fu assediata infino all’anno undecimo del re Sedechia.
{{vb|52|6}}Nel nono ''giorno'' del quarto mese, essendo la fame grave nella città, talchè non vi era ''più'' pane per lo popolo del paese;
{{vb|52|7}}Ed essendo ''i Caldei'' penetrati dentro alla città, tutta la gente di guerra se ne fuggì, e uscì di notte della città, per la via della porta d’infra le due mura, ch’''era volta'' verso l’orto del re, ''essendo'' i Caldei sopra la città d’ogn’intorno; e se ne andavano traendo verso il deserto.
{{vb|52|8}}Ma l’esercito de’ Caldei perseguitò il re, e raggiunse Sedechia nelle campagne di Gerico; e tutto il suo esercito si disperse d’appresso a lui.
{{vb|52|9}}E ''i Caldei'' presero il re, e lo menarono al re di Babilonia, in Ribla, nel paese di Hamat<ref>{{BibLink|Ger|32|4}}.</ref>; ed egli gli pronunziò la sua sentenza.
{{vb|52|10}}E il re di Babilonia fece scannare i figliuoli di Sedechia, davanti ai suoi occhi; fece eziandío scannare tutti i principi di Giuda, in Ribla.
{{vb|52|11}}E fece abbacinar gli occhi a Sedechia, e lo fece legar di due catene di rame; e il re di Babilonia lo menò in Babilonia, e lo mise in prigione, ''ove stette'' infino al giorno della sua morte.
{{vb|52|12}}E nel decimo ''giorno'' del quinto mese, nell’anno diciannovesimo del re Nebucadnesar, re di Babilonia, Nebuzaradan, capitano delle guardie, ministro ordinario di casa del re di Babilonia, essendo entrato in Gerusalemme,
{{vb|52|13}}Arse la Casa del Signore, e la casa del re, e tutte le case di Gerusalemme; in somma, arse col fuoco tutte le case grandi.
{{vb|52|14}}E tutto l’esercito de’ Caldei, ch’''era'' col capitano delle guardie, disfece tutte le mura di Gerusalemme d’ogn’intorno.
{{vb|52|15}}E Nebuzaradan, capitano delle guardie, menò in cattività de’ più poveri del popolo, e il rimanente del popolo ch’era restato nella città, e quelli ch’erano andati ad arrendersi al re di Babilonia, e il rimanente del popolazzo.{{AltraColonna}}
{{vb|52|16}}Ma pur Nebuzaradan, capitano delle guardie, lasciò alcuni de’ più poveri del paese, per ''esser'' vignaiuoli, e lavoratori.
{{vb|52|17}}E i Caldei spezzarono le colonne di rame<ref>{{BibLink|1 Re|7|15|1 Re 7. 15}}, ecc.</ref>, ch’''erano'' nella Casa del Signore, e i basamenti, e il mar di rame, ch’''era'' nella Casa del Signore; e ne portarono tutto il rame in Babilonia.
{{vb|52|18}}Ne portarono eziandío le caldaie, e le palette, e le forcelle, e i bacini, e le coppe, e tutti gli arredi di rame, co’ quali si faceva il servigio.
{{vb|52|19}}Il capitano delle guardie ne portò eziandío i vasi, e i turiboli, e i bacini, e i calderotti, e i candellieri, e le tazze, e i nappi; ciò ''ch’era'' d’oro a parte, e ciò ''ch’era'' d’argento a parte.
{{vb|52|20}}Quant’è alle due colonne, al mare, e a’ dodici buoi di rame che ''vi erano'' sotto, ''a guisa di'' basamenti, le quali cose il re Salomone avea fatte per la Casa del Signore, il peso del rame di tutti que’ lavori era senza fine.
{{vb|52|21}}Ora, quant’è alle colonne, l’una d’esse ''era'' alta diciotto cubiti, e un filo di dodici cubiti la circondava; e la sua spessezza ''era'' di quattro dita, ''ed era'' vuota.
{{vb|52|22}}E sopra essa ''vi era'' un capitello di rame, e l’altezza del capitello ''era'' di cinque cubiti; ''vi era'' ancora sopra il capitello d’ogn’intorno una rete, e delle melegrane; il tutto di rame; le medesime cose ''erano'' ancora nell’altra colonna, insieme con le melegrane.
{{vb|52|23}}E le melegrane, per ciascun lato, erano novantasei; tutte le melegrane sopra la rete d’ogn’intorno ''erano in numero di'' cento.
{{vb|52|24}}Oltre a ciò, il capitano delle guardie prese Seraia, primo sacerdote, e Sofonia, secondo sacerdote, e i tre guardiani della soglia<ref>{{BibLink|2 Re|25|18|2 Re 25. 18}}, ecc.</ref>.
{{vb|52|25}}Prese eziandío, e ne menò dalla città un eunuco, ch’era commessario della gente di guerra; e sette uomini de’ famigliari del re, che furono trovati nella città; e il principale segretario di guerra, il quale faceva le rassegne del popolo del paese, che si trovarono dentro alla città.
{{vb|52|26}}Nebuzaradan adunque, capitano delle guardie, li prese, e li menò al re di Babilonia, in Ribla.
{{vb|52|27}}E il re di Babilonia li percosse, e li fece morire in Ribla, nel paese di Hamat. Così Giuda fu menato in cattività fuor della sua terra.
{{vb|52|28}}Questo ''è'' il popolo che Nebucadnesar menò in cattività: L’anno settimo ''del suo regno ne menò'' tremila ventitrè Giudei.
{{vb|52|29}}L’anno diciottesimo del suo regno, {{FineColonna}}<section end=52 /><noinclude>
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Geremia (Diodati 1821)/capitolo 51
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[[Categoria:Testi sacri del cristianesimo]]
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{{smaller|<br />☙ Di quest’edizione ha già<br />visto la luce ''Il trattato "De <br />vulgari Eloquentia" per cura <br />di'' {{Sc|Pio Rajna}} — Firenze, 1896.}}
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{{Centrato|{{x-smaller|23-906. — Firenze, Tipografia di S. Landi, Via S. Caterina, 12.}}}}</noinclude>
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<big>{{Centrato|{{Sc|Capitolo I}}}}</big>
{{Centrato|<big>CRITERI FONDAMENTALI</big>}}
{{Rule|4em}}
Un’edizione critica della ''Vita Nuova'' deve avere questi fondamenti:
# I Mss. che contengono l’opera intera;
# I Mss. che contendono tutte o parte delle rime in essa accolte, e che offrano indizi sicuri di derivare, per quelle rime, da testi della ''Vita Nuova'';
# Le edizioni che rappresentino qualche Ms. perduto.
Potrà servire a fissare la lezione di qualche passo anche la testimonianza di uno o più Mss. di rime che non resultino derivati dalla ''Vita Nuova'' ma per riscontro e conferma, non come fondamento: perchè essendo ancora incerto se {{AutoreCitato|Dante Alighieri|Dante}} raccogliendo e illustrando nella sua opera giovanile le rime già scritte e divulgate in onore di Beatrice abbia introdotto qualche varietà nella lezione di esse, non sarebbe prudente affidarsi a Mss. che possono risalire a testi anteriori alla composizione della ''Vita Nuova'', mentre rimangono del testo di questa tradizioni varie ed autorevoli. E sarà inoltre da aver riguardo a ciò che, scegliendo, deducendo, congetturando, fu fatto dagli altri editori, quando anche si conservino i codici posti a fondamento delle loro stampe: può essere che l’esame più compiuto e più metodico che faremo di tutte le tradizioni manoscritte renda vana in certi luoghi qualsiasi discussione; ma in altri il dubbio rimarrà, e quivi il parere altrui, anche se fondato su dati meno precisi, può esserci utile.
Non poche sono le questioni che si agitano ancora attorno alla ''Vita Nuova''; ma fortunatamente molte di esse colla critica del testo non hanno relazione di sorta. La questione stessa della data dell’opera non ha importanza per noi: quantunque siamo in un periodo in cui la lingua letteraria va fissandosi, e si tratti d’un autore che ebbe gran parte nella formazione di essa, tanto poca è la differenza degli anni anche fra le estreme opinioni, che, rispetto allo svolgimento storico della lingua e all’uso di Dante, l’una data val l’altra.<noinclude>
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{{Centrato|<big>CRITERI FONDAMENTALI</big>}}
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Un’edizione critica della ''Vita Nuova'' deve avere questi fondamenti:
1) I Mss. che contengono l’opera intera;
2) I Mss. che contendono tutte o parte delle rime in essa accolte, e che offrano indizi sicuri di derivare, per quelle rime, da testi della ''Vita Nuova'';
3) Le edizioni che rappresentino qualche Ms. perduto.
Potrà servire a fissare la lezione di qualche passo anche la testimonianza di uno o più Mss. di rime che non resultino derivati dalla ''Vita Nuova'' ma per riscontro e conferma, non come fondamento: perchè essendo ancora incerto se {{AutoreCitato|Dante Alighieri|Dante}} raccogliendo e illustrando nella sua opera giovanile le rime già scritte e divulgate in onore di Beatrice abbia introdotto qualche varietà nella lezione di esse, non sarebbe prudente affidarsi a Mss. che possono risalire a testi anteriori alla composizione della ''Vita Nuova'', mentre rimangono del testo di questa tradizioni varie ed autorevoli. E sarà inoltre da aver riguardo a ciò che, scegliendo, deducendo, congetturando, fu fatto dagli altri editori, quando anche si conservino i codici posti a fondamento delle loro stampe: può essere che l’esame più compiuto e più metodico che faremo di tutte le tradizioni manoscritte renda vana in certi luoghi qualsiasi discussione; ma in altri il dubbio rimarrà, e quivi il parere altrui, anche se fondato su dati meno precisi, può esserci utile.
Non poche sono le questioni che si agitano ancora attorno alla ''Vita Nuova''; ma fortunatamente molte di esse colla critica del testo non hanno relazione di sorta. La questione stessa della data dell’opera non ha importanza per noi: quantunque siamo in un periodo in cui la lingua letteraria va fissandosi, e si tratti d’un autore che ebbe gran parte nella formazione di essa, tanto poca è la differenza degli anni anche fra le estreme opinioni, che, rispetto allo svolgimento storico della lingua e all’uso di Dante, l’una data val l’altra.<noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|400|DELL’ASINO D’ORO.|}}</noinclude><poem>
Un landrone era proprio come il loro,
E da ciascun de’ lati si vedeva
{{R|45}}Porte pur fatte di pover lavoro.
Allor la donna ver me si volgeva,
E disse, come dentro a quelle porte
{{R|48}}Il grande armento seco diaceva.
E perchè variata era la sorte,
Eran varie le loro abitazioni,
{{R|51}}E ciaschedun si sta col suo consorte.
Stanno a man destra, al prim’uscio i leoni,
(Cominciò, poi che ’l suo parlar riprese)
{{R|54}} Co’ denti acuti, e con gli adunchi unghioni.
Chiunque ha cor magnanimo, e cortese,
Da Circe in quella fera si converte;
{{R|57}}Ma pochi ce ne son del tuo paese.
Ben son le piagge tue fatte deserte,
E prive d’ogni gloriosa fronda,
{{R|60}}Che le facea men sassose, e meno erte.
Se alcun di troppa furia, e rabbia abbonda,
Tenendo vita rozza, e violenta,
{{R|63}}Tra gli orsi sta nella stanza seconda.
E nella terza, se ben mi rammenta,
Voraci lupi, ed affamati stanno,
{{R|66}}Talchè cibo nessun non gli contenta.
Lor domicilio nel quarto loco hanno
Buffoli, e buoi; e se con quella fiera
{{R|69}}Si trova alcun de’ tuoi, abbisi il danno.
Chi si diletta di far buona ciera,
E dorme, quando e’ veglia intorno al fuoco,
{{R|72}}Si sta fra’ becchi nella quinta schiera.
Io non ti vo’ discorrere ogni loco;
Perchè a voler parlar di tutti quanti,
{{R|75}}Sarebbe il parlar lungo, e il tempo poco.
</poem><noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||DELL’ASINO D’ORO|401}}</noinclude><poem>
Bastiti questo, che dietro, e d’avanti
Ci son cerve, pantere, e leopardi,
{{R|78}}E maggior bestie assai, che leofanti.
Ma fa, che un poco al dirimpetto guardi
Quell’ampia porta, che all’incontro è posta,
{{R|81}}Nella quale entrerem, benchè sia tardi.
E prima ch’io facessi altra risposta,
Tutta si mosse, e disse: sempremai
{{R|84}}Si debbe far piacer, quando e’ non costa.
Ma perchè, poi che dentro tu sarai,
Possa conoscer del loco ogni effetto,
{{R|87}}E me’ considerar ciò che vedrai;
Intender debbi che, sotto ogni tetto
Di queste stanze, sta d’una ragione
{{R|90}}D’animal brutti, come già t’ho detto.
Sol questa non mantien tal condizione,
E come avvien nel Mallevato vostro,
{{R|93}}Che vi va ad abitar ogni prigione;
Così colà in quel loco, ch’io ti mostro,
Può ir ciascuna fiera a diportarsi,
{{R|96}}Che per le celle stan di questo chiostro.
Tal che veggendo quella potrà farsi,
Senza riveder l’altre ad una ad una,
{{R|99}}Dove sarebbon troppi passi sparsi.
Ed anche in quella parte si raguna
Fiere, che son di maggior conoscenza,
{{R|102}}Di maggior grado, e di maggior fortuna.
E se ti parran bestie in apparenza,
Ben ne conoscerai qualcuna in parte
{{R|105}}A’ modi, a’ gesti, agli occhi, alla presenza.
Mentre parlava, noi venimmo in parte
Dove la porta tutta ne appariva,
{{R|108}}Con le sue circostanze a parte a parte.
</poem><noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|402|DELL’ASINO D’ORO.|}}</noinclude><poem>
Una figura, che pareva viva,
Era di marmo scolpita davante
{{R|111}}Sopra il grand’arco, che l’uscio copriva.
E come Annibal sopra un elefante,
Parea, che trionfasse, e la sua vesta
{{R|114}}Era d’uom grave, famoso, e prestante.
D’alloro una ghirlanda aveva in testa,
La faccia aveva assai gioconda, e lieta;
{{R|117}}D’intorno gente, che li facean festa.
Colui è il grande Abate di Gaeta,
Disse la donna, come saper dei,
{{R|120}}Che fu già coronato per Poeta.
Suo simulacro da’ superni Dei,
Come tu vedi, in quel loco fu messo,
{{R|123}}Con gli altri, che gli sono intorno a’ piei.
Perchè ciascun, che gli venisse appresso,
Senza altro intender, giudicar potesse
{{R|126}}Quai sian le genti là serrate in esso.
Ma facciam sì omai, ch’io non perdesse
Cotanto tempo a riguardar costui,
{{R|129}}Che l’ora del tornar sopraggiungesse.
Vienne dunque con meco; e se mai fui
Cortese, ti parrò a questa volta,
{{R|132}}Nel dimostrarti questi luoghi bui;
Se tanta grazia non m’è dal Ciel tolta.
</poem><noinclude>
<references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||DELL’ASINO D’ORO|403}}</noinclude>{{Ct|L=.2em|CAPITOLO SETTIMO.}}
<poem>
{{X-larger|N}}Oi eravam col piè già ’n su la soglia
Di quella porta, e di passar là drento
{{R|3}}M’avea fatto venir la donna voglia.
E di quel mio voler restai contento,
Perchè la porta subito s’aperse,
{{R|6}}E dimostronne il serrato convento.
E perchè me’ quel potesse vederse,
Il lume, ch’ella avea sotto la vesta
{{R|9}}Chiuso, nell’entrar là tutto scoperse.
Alla qual luce sì lucida, e presta,
Com’egli avvien nel veder cosa nuova,
{{R|12}}Più che duemila bestie alzar la testa.
Or guarda ben, se di veder ti giova,
Disse la donna, il copioso drappello,
{{R|15}}Che insieme in questo loco si ritrova.
Nè ti paja fatica a veder quello,
Chè non son tutti terrestri animali,
{{R|18}}Ben c’è tra tante bestie qualche uccello.
Io levai gli occhi, e vidi tanti, e tali
Animai bruti, ch’io non crederei
{{R|21}}Poter mai dir quanti fossero, e quali.
E perchè a dirlo tedioso sarei,
Narrerò di qualcun, la cui presenza
{{R|24}}Diede più maraviglia agli occhi miei.
Vidi un gatto per troppa pazienza
Perder la preda, e restarne scornato,
{{R|27}}Benchè prudente, e di buona semenza.
Poi vidi un drago tutto travagliato
Voltarsi, senza aver mai posa alcuna,
{{R|30}}Ora sul destro, ora su l’altro lato.
</poem><noinclude>
<references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|404|DELL’ASINO D’ORO.|}}</noinclude><poem>
Vidi una volpe, maligna e importuna,
Che non trova già rete, che la pigli;
{{R|33}}Ed un can corso abbajar alla Luna.
Vidi un leon, che s’aveva gli artigli,
E denti ancor da se medesmo tratti
{{R|36}}Pe’ suoi non buoni, e non saggi consigli.
Poco più là certi animai disfatti,
Qual coda non avea, qual non orecchi,
{{R|39}}Vidi musando starsi quatti quatti.
Io ve ne scorsi, e conobbi parecchi,
E, se ben mi ricordo in maggior parte
{{R|42}}Era un miscuglio fra conigli, e becchi.
Appresso questi un po’ così da parte
Vidi un altro animal, non come quelli,
{{R|45}}Ma da natura fatto con più arte.
Aveva rari, e delicati i velli,
Parea superbo in vista, ed animoso;
{{R|48}}Talchè mi venne voglia di piacelli.
Non dimostrava suo cuor generoso,
Gli ugnoni avendo incatenato, e i denti,
{{R|51}}Però si stava sfuggiasco, e sdegnoso.
Una {{loop|25|{{spazi|2}}.}}
{{loop|25|{{spazi|2}}.}}
{{R|54}}{{loop|25|{{spazi|2}}.}}
Vidi {{loop|25|{{spazi|2}}.}}
{{loop|25|{{spazi|2}}.}}
{{R|57}}{{loop|25|{{spazi|2}}.}}
Poi vidi una giraffa, che chinava
Il collo a ciascheduno, e dall’un canto
{{R|60}}Aveva un orso stanco, che russava.
Vidi un pavon col suo leggiadro ammanto
Girsi pavoneggiando, e non temeva
{{R|63}}Se il mondo andasse in volta tutto quanto.
</poem><noinclude>
<references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||DELL’ASINO D’ORO|405}}</noinclude><poem>
Uno animal che non si conosceva:
Sì variato avea la pelle, e ’l dosso!
{{R|66}}E’ in su la groppa una cornacchia aveva.
Una bestiaccia vidi di pel rosso,
Ch’era un bue senza corna; e dal discosto
{{R|69}}M’ingannò, che mi parve un caval grosso.
Poi vidi uno asin tanto mal disposto,
Che non potea portar, non ch’altro, il basto;
{{R|72}}E parea proprio un citriuol d’agosto.
Vidi un segugio, ch’avea il veder guasto;
E Circe n’arìa fatto capitale,
{{R|75}}Se non foss’ito, come un orbo, al tasto.
Vidi uno soricciuol, ch’avea per male
D’esser sì piccoletto, e bazzicando
{{R|78}}Andava or questo, or quell’altro animale.
Poi vidi un bracco, ch’andava fiutando
A questo il ceffo, a quell’altro la spalla,
{{R|81}}Come se andasse del padron cercando.
Il tempo è lungo, e la memoria falla,
Tanto che io non vi posso ben narrare
{{R|84}}Quel ch’io vidi in un dì per questa stalla.
Un buffol, che mi fe’ raccapricciare
Col suo guardare, e ’l suo mugliar sì forte,
{{R|87}}D’aver veduto io mi vo’ ricordare.
Un cervio vidi, che temeva forte,
Or quà, or là variando il cammino;
{{R|90}}Tanto avea paura della morte!
Vidi sopra una trave un armellino,
Che non vuol, ch’altri il guardi, non che ’l tocchi,
{{R|93}}Ed era ad una allodola vicino.
In molte buche più di cento allocchi
Vidi, e una oca bianca come neve,
{{R|96}}E una simia, che facea lo ’mbocchi.
</poem><noinclude>
<references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Antoncip" /></noinclude>{{Centrato|{{x-larger|INDICE}}}}
{{RigaIndice||NOTA DEL TRADUTTORE|Pag. 9}}
{{RigaIndice||PREFAZIONE DELL’AUTORE|» 13}}
{{Sc|Capitoli}}
{{RigaIndice|I — |IL SOLE MORENTE|» 19}}
{{RigaIndice|II — |IL NUOVO MONDO DELLA FISICA MODERNA|» 35}}
{{RigaIndice|III — |MATERIA E RADIAZIONE|» 71}}
{{RigaIndice|IV — |LA RELATIVITÀ’ E -L’ETERE|» 113}}
{{RigaIndice|V — |NELLE ACQUE PROFONDE|» 155}}<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 174 —|}}</noinclude>
{{Ct|t=2|v=2|XII.}}
{{Ct|v=2|'''Violino di spalla.'''}}
{{A destra|''16 agosto 18...''|2em}}
Che due giornatacce! Sono stato di pessimo umore, e n’ho avuto le mie buone ragioni. Io, già, son fatto così; non amo i mezzi termini, nè le mezze misure. O la pace stabilita, o la guerra dichiarata. Mi seccano le tregue, e più mi turbano le vigilie, con le loro aspettazioni, coi loro sospetti, colle loro incertezze tra il sì ed il no. Star sempre in armi è una condizione sciocca, alla quale non mi saprei adattare, perchè temerei sempre di far troppo o troppo poco, e sopra tutto di perdere la pazienza prima del tempo, come<noinclude>
<references/></div></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 175 —|}}</noinclude>sarebbe il caso qui per l’appunto. Perchè io non li temo, i miei tre fastidiosi personaggi, e temo piuttosto che mi vogliano stancare, ridersi di me, per trovar poi qualche gretola e scapparmi via, dopo avermi ben molestato; li voglio al punto buono, per andar subito a fondo. Hanno certe arie, davanti a me, da cavare i ceffoni dalle mani di un santo. La pazienza non è il mio forte, e mi duole che non ne siano persuasi. A buon conto, una ne ho fatta, che li ha costretti a meditare. Quando c’incontriamo, senza che ci siano signore di mezzo, non ci salutiamo neanche. Ho incominciato io; questa voglia me la sono levata, rizzando la testa e facendo sporgere un pochettino il labbro inferiore, come un arciduca di casa d’Austria. Tanto meglio per loro, se facendo così li avrò liberati d’una noia; certo mi son liberato io d’un’altra maggiore. Ma se credono che io voglia fermarmi qui, la sbagliano di grosso.
Sono io innamorato della contessa? No davvero. Incapriccito? Neanche. Anzi, diciamo tutto, se alle prime poteva darmi negli occhi,<noinclude><references/></div></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 176 —|}}</noinclude>perchè la bellezza è sempre la bellezza, ora non me ne faccio più nè di qua nè di là, perchè quella bellezza mi si è mostrata falsa. Nell’anima, s’intende. L’hanno anche i bottoni, e volere o no si riverbera sempre all’esterno. Che bisogno c’era di darsi ventisei anni? Ne ha trentadue per lo meno. E di che si lagna? Si può esser belle a trentasei, a quaranta, e piacere anche più in là. Finalmente, si ha l’età che si dimostra. Io non mi vergogno dei miei trentacinque; se ne avessi, colla faccia d’oggi, quaranta e cinquanta, che male ci sarebbe, per oggi? Levarsi gli anni è una debolezza che non ammetto neanche nelle donne; anzi nelle donne meno che negli uomini. Esse, in fin dei conti, hanno l’invidiabile privilegio di non sentirsi domandare in società la fede di nascita. Perchè darla falsa a chi non ha domandata la vera?
Questo è stato un punto nero per lei. Resta bella, ma non mi è più simpatica come prima. Del resto, più mi osservo e mi studio, più riconosco di non essere stato un solo momento ingannato dalle sue belle moine. Ag-<noinclude><references/></div></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 177 —|}}</noinclude>giungiamo che per me quella donna ha la bellezza troppo vistosa, del genere a cui tutti s’inchinano, essendo ella formata di quegli elementi che piacciono al maggior numero. Veste troppo bene, tanto che vi rifà il figurino a capello. Che cosa significa ciò, se non questo, che il suo personale si adatta a tutte le mode, non istonando con nessuno dei loro artifizi? La testa è bellissima per la eleganza dei lineamenti; ma non è forse troppo piccina, tanto ella va con tutte le fogge di pettinatura? Non è nel complesso un po’ bambola? Quella bocca... le rendo giustizia, e faccio il saluto militare. Ma quegli occhi lunghi, sotto quelle palpebre tagliate a mandorla, son proprio naturali? Apparirebbero tanto luminosi, fosforescenti, senza il sapiente contrapposto del bistro? Non sarà così, ma pare che sia, e sa di commedia. Proprio come una regina di commedia, la contessa ha bisogno, dovunque ella sia, di aver tutti a’ suoi piedi; non è contenta, fin che ce n’è uno che non accetti il suo giogo. Ero io quel tale, in Corsenna; si è rivolta a me, come si sarebbe rivolta ad un<noinclude><references/></div></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 178 —|}}</noinclude>altro, al commendator Matteini, per esempio, prendendo ipoteca anche su lui.
Vedo queste cose, e ci sto; senza far molto, solo per dar noia a quei tre, ma ci sto. Non mi prendo l’incarico di accompagnarla a casa, come fanno loro; ma dove mi trovo con lei, cerco d’invadere, aiutandomi lei con una grazia che dev’essere crudele per chi ne soffre. Soffrono essi poi tanto? Animali da esperienze, son forse meno sensibili al dolore.
Non si adattano già a portar la croce in tre? Comunque sia, devo essere un bruscolo nell’occhio per tutti e tre; me ne persuado al muso che fanno.
Non intendo Galatea, che è sempre e più che mai pane e cacio colla contessa. Quando è presente Adriana, la signorina Wilson non rifugge neanche dal ritrovarsi con me; pare anzi che ci prenda gusto a farmi parlare, rimanendo in nostra compagnia. Quando non c’è Adriana, non mi sfugge, ma non mi cerca neanche, e se è lontana ci resta volentieri, amando meglio di prendere ipoteca sul commendator Matteini. A vederlo, allora, il<noinclude><references/></div></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 179 —|}}</noinclude>più conservato dei conservatori, come fa la ruota! Credo che non parli più nemmeno di Bologna, “città dell’anima„. Che gusto ci trova, la signorina Kathleen? Ma già, capisco che quella gran diavola fa per chiasso, sempre bisognosa di moto, di varietà, d’aria, di luce, sempre aperta l’anima e il cuore, sempre fuori del guscio, come l’argonauta, ''toute en dehors'', direbbero i francesi. È più intima, più raccolta, più seria, quando è con Terenzio Spazzòli, col quale ieri ha confabulato a lungo. Hanno un altro segreto insieme, ed io ho potuto scoprirlo, da certi discorsi che hanno tenuto colla sindachessa e colla segretaria comunale. Parlavano dell’Asilo infantile e dei suoi bisogni pecuniarii; domandavano se ci fosse una sala abbastanza vasta in paese, quella dell’Asilo non parendo abbastanza capace di una numerosa assemblea. Si tratta d’imbastire un concerto a pagamento, un concerto vocale e strumentale, il gran da fare di tutte le stazioni, di tutte le colonie e di tutte le stazioni estive. Mi è giunto perfino all’orecchio l’accenno d’un prologo in versi,<noinclude><references/></div></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 180 —|}}</noinclude>che qualche signorina potrebbe recitare. Hanno già sotto la mano il poeta? Forse; non è vivo e sano Enrico Dal Ciotto? Ma vorrei proprio vedere che la signorina Kathleen si rivolgesse a lui. Questa, poi, me l’avrei per male; sempre che i martelliani dovesse recitarli lei. Se si tratterà delle Berti, sia pur chi si vuole il poeta. Ma la musica? qui ti voglio; non c’è neanche un concertino di trombe, in Corsenna; per avere un pianoforte e un “maestro al cembalo„ bisognerebbe mandare a Dusiana. Basta, vedremo.
Frattanto, siamo giunti a quest’oggi. Filippo mi ha telegrafato ieri che si metteva in viaggio; arriverà oggi al tocco. Eccellente amico! Capiterà con la sua bell’aria marziale di paladino antico. Non è un letterato, che Dio lo benedica; è un uom di fatti, tagliato alla brava in un buon tronco di querce, diritto come una spada e netto come il filo d’un rasoio. In che modo siamo andati d’accordo noi due? Per le nostre dissonanze, direbbe un osservatore superficiale; e non è vero. Se all’aspetto non ci rassomigliamo punto<noinclude><references/></div></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 181 —|}}</noinclude>punto, credo che abbiamo comune qualche intrinseca qualità, e che questa ci unisca. Egli è più rigido, in apparenza, più riguardoso nelle sue maniere, più abbottonato; ma è poi altrettanto sincero. Abbiamo il nostro guscio tutt’e due; ma io, meno savio, son troppo spesso e volentieri fuori del guscio. Altra differenza; io faccio spropositi da cavallo, sempre nell’idea di andar per le spicce, mentre egli è sempre ponderato e di buon consiglio; eppure non ne dà mai di debolezza nè di pace. Vecchio schermidore da terreno, suol dire che la migliore di tutte le parate è l’andare a fondo.
Curioso cavaliere, che per gloria sua avrebbe dovuto nascere otto secoli fa! Ricorderò sempre quella volta che andò per conto mio, con un altro degno collega, a chiedere una spiegazione. Trovò l’avversario, brav’uomo e d’ingegno, che aveva avuta la colpa o il merito di darmi una solenne stroncatura per certi miei versi, e gli parlò in questa forma:
— Perdoni l’incomodo, che sarà breve. Siamo i tali dei tali; veniamo in nome del<noinclude><references/></div></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 182 —|}}</noinclude>signor Rinaldo Morelli, nostro amico, a chiederle in cortesia tre cose: il luogo, l’arma e l’ora. —
Filippo Ferri è fatto così; tutto d’un pezzo. Sta sulla sua come un Artabano; ma nessuna sua parola offende. Pochi uomini sono cortesi quanto lui, nessuno più di lui; ma suol parare andando a fondo. Ha dolce il sorriso e fiero lo sguardo; solo a vederlo per istrada bisogna dire: ecco un uomo.
Al tocco ero alla stazione della strada ferrata, distante un’ora da questo dolce paese. Il treno è arrivato ansimando, come per farmi capire che non era colpa sua se giungeva con quaranta minuti di ritardo. La testa di Filippo appariva da un finestrino, e gli occhi suoi mi balenarono un sorriso che ancora non trapelava dal doppio festoncino dei baffi. Corsi ad aprirgli lo sportello; si calò giù, e mi si avventò al collo come un padre. Ma dopo avermi baciato e ribaciato, si tirò indietro con aria di rimprovero, aria paterna anche questa, per dirmi:
— Ah cane! Così mi hai ingannato?<noinclude><references/></div></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 183 —|}}</noinclude><nowiki />
— Io! — esclamai. — In che modo?
— Dicendomi che non c’era l’inglesina, perbacco.
— E non c’è, difatti, non c’è.
— Come, non c’è? Non mi hai tu incominciata la tua lettera in inglese? Ancora un paragrafo di quegli starnuti, e mi toccava di pigliare un interpetre. Sai bene che d’inglese io non ne mastico, e di tedesco nemmeno. —
Lo so benissimo. Tra le originalità di Filippo Ferri c’è questa, di non volersi dedicare a nessuno studio di prossima e diretta utilità. Per capriccio ha imparato l’ebraico; per prolungamento di capriccio ha imparato l’arabo e il copto.
— Sai che l’inglese è la mia passione; — gli dissi.
— E le inglesine no?
— No, ti giuro; e quando ti avrò raccontato ogni cosa, vedrai che si tratta di ben altro. Ora non è il momento.
— Nè il luogo; — soggiunse Filippo. — Lasciami dar la valigia a qualcheduno.<noinclude><references/></div></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 184 —|}}</noinclude><nowiki />
— C’è qui Pilade, il mio servitore. Hai bagaglio?
— Sì, e che bagaglio! un cassone.
— Consegna il polizzino a Pilade; sarà ritirato e caricato nella vettura... se pure una vettura basterà. Altrimenti prenderemo un carro.
— Basterà, che diamine! Ma ci sarà il dazio; vorranno visitare, e così si scopriranno gli altarini.
— No, non dubitare. È comune aperto, qui; per conseguenza, il tuo cassone arriverà chiuso nell’alma Corsenna.
— Di’ pure il tuo, perchè io l’ho portato per te; — mi rispose Filippo, mentre uscivamo dalla stazione. — C’è un vero arsenale. Dieci fioretti coi bottoni, e una coppia di spade; dieci sciabole non affilate, e quattro col filo; ti bastano?
— Ce n’è d’avanzo. Ma son tutte armi bianche?
— Non mancano le nere: quattro Flobert, quattro Lepage, con le rispettive munizioni nella valigia; va bene?<noinclude><references/></div></noinclude>
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Pagina:Guicciardini, Francesco – Storia d'Italia, Vol. II, 1929 – BEIC 1846262.djvu/24
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|18|{{Sc|storia d'italia}}|}}</noinclude>che i paesani che giornalmente comandavano, e in Firenze timore sospetto e disunione assai, per essere nel campo suo Vitellozzo e gli Orsini, e perché per ordine suo Piero de’ Medici si era fermato a Logliano nel bolognese, e il popolo pieno di gelosia che i cittadini potenti non avessino procurata la sua venuta per ordinare uno governo a loro sodisfazione. Ma in Valentino non era desiderio di rimettere Piero de’ Medici, perché non giudicava a suo proposito la grandezza degli Orsini e di Vitellozzo, co’ quali sapeva che Piero ritornato nella patria sarebbe stato congiuntissimo. E ho, oltre a questo, udito da uomini degni di fede che nell’animo suo era fissa la memoria di uno antico sdegno conceputo contro a lui, insino quando arcivescovo di Pampalona, non promosso ancora il padre al pontificato, dava opera alle leggi canoniche nello studio pisano: perché essendo andato a Firenze per parlargli sopra uno caso criminale di uno suo familiare, poiché per piú ore ebbe aspettato invano d’avere udienza da lui, occupato o in negozi o in piaceri, si era ritornato a Pisa senza avergli parlato, riputandosi disprezzato e non mediocremente ingiuriato. E nondimeno, per compiacere a’ Vitelli e agli Orsini, simulava altrimenti; e molto piú per accrescere il terrore e la disunione de’ fiorentini, mediante la quale sperava o ottenere da loro migliori condizioni o potere avere occasione di occupare qualche terra importante di quel dominio. Ma presentendo giá che lo insulto suo era molesto al re di Francia, condotto che fu a Campi, presso a sei miglia a Firenze, fece convenzione con loro in questa sentenza: che tra la republica fiorentina e lui fusse confederazione a difesa degli stati, essendo proibito l’aiutare i ribelli l’uno dell’altro, e nominatamente al Valentino i pisani; perdonassino i fiorentini tutti i delitti fatti per qualunque nella venuta sua, né se gli opponessino in difesa del signore di Piombino, il quale era sotto la loro protezione; conducessinlo agli stipendi loro per tre anni con trecento uomini d’arme, e con soldo di trentaseimila ducati per ciascuno anno, li quali fusse tenuto mandare in aiuto loro qualunque volta n’avessino di bisogno o per difesa propria o per offesa<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|libro quinto ‐ cap. iv}}|15}}</noinclude>del pontefice e del Valentino, non pagavano al re, con tutto che ne facesse grande instanza, il residuo de’ danari prestati loro dal duca di Milano, né quegli che e’ pretendeva dovere avere per conto de’ svizzeri mandati contro a Pisa; perché avendo i fiorentini negato di pagare loro, secondo che a Milano aveano convenuto col cardinale di Roano, una paga per ritornarsene alla patria, perché si erano partiti molti dí prima che avessino finito di servire lo stipendio ricevuto, il re, per conservarsi benevola quella nazione, l’aveva pagata del suo proprio: e gli dimandava con grande acerbitá di parole, non ammettendo scusa alcuna della impotenza loro. Alle quali cose faceva piú difficile il provedere la discordia civile, nata da’ disordini del governo popolare, nel quale, non essendo alcuno che avesse cura ferma delle cose, e molti de’ cittadini principali sospetti, o come amici de’ Medici o come desiderosi di altra forma di governo, si reggevano piú con confusione che con consiglio. Onde non facendo provisione alle dimande del re, anzi lasciate passare senza effetto le dilazioni impetrate da lui, l’aveano acceso in gravissima indegnazione; dimandando, oltre a questo, che si preparassino a dargli i danari e gli aiuti promessi per la impresa di Napoli, perché se bene, secondo le convenzioni, non si doveano se non dopo la recuperazione di Pisa, doversi in quanto a lui avere per recuperata, poiché per colpa loro era proceduto il non ottenerla: movendolo o la cupiditá de’ danari, de’ quali era per natura molto amatore, o lo sdegno che ne’ tempi conceduti loro non gli aveano pagati o l’essergli persuaso che, per i disordini del governo e per i molti amici che v’aveano i Medici, non poteva nelle occorrenze sue fare fondamento alcuno in quella cittá. E per condurgli con l’asprezza e con l’acerbitá a quello a che non gli conduceva l’autoritá usava publicamente sinistri termini allo imbasciadore che aveano appresso a lui, affermando non essere piú tenuto alla loro protezione, perché avendo essi mancato di adempiere la capitolazione fatta a Milano, poiché non gli avevano pagati a’ tempi promessi i danari convenuti in quella, non era obligato a osservarla loro: per il che, essendo per<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|10|{{Sc|storia d'italia}}|}}</noinclude>numero di soldati forestieri, uscivano spesso ferocemente a scaramucciare. Ma sopra tutte l’altre cose, ancora che non fusse finito il mese di novembre, se gli opponeva l’acerbitá del tempo, asprissimo sopra quella stagione, perché erano nevi grandissime e freddi intollerabili, per i quali si impedivano quasi del tutto le fatiche militari e l’alloggiare sotto ’l cielo scoperto; avendo i faventini, innanzi che ’l campo si accostasse alle mura, abbruciate tutte le case e tagliati tutti gli alberi propinqui alla cittá. Dalle quali difficoltá necessitato il Valentino, levato il campo il decimo dí, distribuí le genti alle stanze per le terre vicine: pieno di sommo dolore che, avendo, oltre alle forze franzesi, uno esercito molto fiorito di capitani e soldati italiani, perché vi erano Pagolo e Giulio Orsini, Vitellozzo, e Giampagolo Baglioni, con molti uomini eletti, e avendosi promesso, co’ suoi concetti smisurati, che né mari né monti gli avessino a resistere, gli fusse oscurata la fama de’ princípi della sua milizia da uno popolo vivuto in lunga pace, e che in quel tempo non aveva altro capo che un fanciullo; giurando efficacemente e con molti sospiri che, come prima la stagione lo comportasse, tornerebbe alla medesima impresa, con animo deliberato di riportarne o la vittoria o la morte.
Nel qual tempo Alessandro suo padre, acciocché tutte le opere proprie corrispondessino a uno medesimo fine, avendo questo anno medesimo creati, con grandissima infamia, dodici cardinali non de’ piú benemeriti ma di quegli che gli offersono prezzo maggiore, per non pretermettere specie alcuna di guadagno, spargeva per tutta Italia e per le provincie forestiere il giubileo, celebrato in Roma con concorso grande, massimamente delle nazioni oltramontane; dando facoltá di conseguirlo a ciascuno che, non andato a Roma, porgesse qualche quantitá di danari: i quali tutti, insieme con gli altri che in qualunque modo poteva cavare de’ tesori spirituali e del dominio temporale della Chiesa, somministrava al Valentino. Il quale, fermatosi a Furlí, preparava le cose necessarie all’oppugnazione per l’anno futuro: né con minore prontezza attendevano i faventini alla fortificazione della cittá.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|22|{{Sc|storia d'italia}}|}}</noinclude>tributo, come per vari mezzi aveva cercato di ottenere. Ma non era nel concetto universale meno desiderata la integritá e la fede di Ferdinando, maravigliandosi tutti gli uomini che, per cupiditá di ottenere quella parte del reame, si fusse congiurato contro a uno re del sangue suo, e che per potere piú facilmente sovvertirlo l’avesse sempre pasciuto di promissioni false di aiutarlo; e oscurato lo splendore del titolo di re cattolico (il quale titolo egli e la reina Elisabetta avevano, pochi anni innanzi, conseguito dal pontefice), e quella gloria con la quale era stato esaltato insino al cielo il nome loro, di avere, non meno per zelo della religione che per proprio interesse, cacciato i mori del reame di Granata. Alle quali calunnie, date all’uno e all’altro re, non si rispondeva, in nome del re di Francia, se non che la possanza franzese era bastante a dare rimedio, quando fusse il tempo, a tutti i disordini; ma in nome di Ferdinando si diceva che se bene da Federigo gli fusse stata data giusta cagione di muoversi contro a lui, per sapere che egli molto prima aveva tenuto pratiche secrete col re di Francia in suo pregiudicio, nondimeno non averlo mosso questo ma la considerazione che, avendo quel re deliberato di fare a ogni modo la impresa del reame di Napoli, si riduceva in necessitá o di difenderlo o di abbandonarlo. Pigliando la difesa, era principio di incendio sí grave che sarebbe stato molto pernicioso alla republica cristiana, e massimamente trovandosi l’armi de’ turchi sí potenti contro a’ viniziani per terra e per mare; abbandonandolo, conoscere che il regno suo di Sicilia restava in grave pericolo e, senza questo, risultare in danno suo notabile che il re di Francia occupasse il regno di Napoli appartenente a sé giuridicamente, e che gli poteva anche pervenire con nuove ragioni in caso mancasse la linea di Federigo. Però in queste difficoltá avere eletto la via della divisione, con speranza che per i cattivi governi de’ franzesi gli potrebbe in breve tempo pervenire medesimamente la parte loro: il che quando succedesse, secondo che lo consigliasse il rispetto dell’utilitá publica, alla quale sempre piú che allo interesse proprio aveva riguardato, o lo riterrebbe per sé o lo<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|libro quinto ‐ cap. iii}}|11}}</noinclude>{{Ct|f=100%|v=1|t=3|III}}
{{Smaller block|c=is}}
Tregua tra Massimiliano e il re di Francia. Il re di Francia ed il re di Spagna si accordano segretamente per la conquista e la spartizione del reame di Napoli. Il re di Francia comincia scopertamente i preparativi per l’impresa.
</div>
Queste cose si feciono l’anno mille cinquecento. Ma molto piú importanti cose si ordinavano per l’anno mille cinquecent’uno dal re di Francia: alle quali per essere piú espedito aveva sempre procurato di fare concordia col re de’ romani, per la quale oltre a ottenere da lui l’investitura del ducato di Milano gli fusse lecito assaltare il regno di Napoli; usando in questo il mezzo dell’arciduca suo figliuolo, inclinato alla pace perché i popoli suoi, per non interrompere il commercio delle mercatanzie, malvolentieri guerreggiavano co’ franzesi, e perché il re che non aveva figliuoli maschi proponeva di dare Claudia sua figliuola per moglie a Carlo figliuolo dell’arciduca, e per dota, quando fussino di etá abile a consumare il matrimonio, perché l’uno e l’altro erano minori di tre anni, il ducato di Milano. Per la cui intercessione, non si potendo cosí prestamente risolvere molte difficoltá che intervenivano nella pratica della pace, ottenne, nel principio dell’anno mille cinquecent’uno, tregua per molti mesi da Massimiliano, dandogli per ottenerla certa quantitá di danari. Nella quale non fu fatta menzione alcuna del re di Napoli; con tutto che Massimiliano, avendo ricevuto da lui quarantamila ducati, e obligazione di pagargli, accadendo il bisogno, quindicimila ducati ogni mese, gli avesse promesso di non fare accordo alcuno senza includervelo, e di rompere la guerra, se fusse necessario il fare diversione, nello stato di Milano. Perciò rimanendo il re di Francia sicuro per allora de’ movimenti di Germania, e sperando di ottenere, innanzi passasse molto tempo, per mezzo del medesimo arciduca, la investitura e la pace, voltò tutti i suoi pensieri alla impresa del regno di Napoli. Alla quale temendo non se gli opponessino i re di<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|libro quinto ‐ cap. v}}|21}}</noinclude>l’esercito franzese, gli aveva fatti incarcerare. Con le quali speranze, avendo perciò prima mandato Ferdinando suo primogenito, ancora fanciullo, a Taranto, piú per sicurtá sua, se caso avverso succedesse, che per difesa di quella cittá, si fermò con l’esercito a San Germano; ove aspettando gli aiuti spagnuoli e le genti che gli conducevano i Colonnesi, sperava d’avere con piú felice successo a difendere l’entrata del regno che non aveva, nella venuta di Carlo, fatto Ferdinando suo nipote.
Nel quale stato delle cose era certamente Italia ripiena di incredibile sospensione, giudicandosi per ciascuno che questa impresa avesse a essere principio di gravissime calamitá; perché né l’esercito preparato dal re di Francia pareva sí potente che dovesse facilmente superare le forze unite di Federigo e di Consalvo, e si giudicava che cominciando a irritarsi gli animi di re sí potenti avesse l’una parte e l’altra a continuare la guerra con maggiori forze, onde facilmente potessino sorgere per tutta Italia, per le varie inclinazioni degli altri potentati, gravi e pericolosi movimenti. Ma si dimostrorno vani questi discorsi subito che l’esercito franzese fu giunto in terra di Roma. Perché gli oratori franzesi e spagnuoli, entrati insieme nel concistorio, notificorono al pontefice e a’ cardinali la lega e la divisione fatta tra’ loro re, per potere attendere, come dicevano, all’espedizione contro agli inimici della religione cristiana; dimandandone la investitura secondo il tenore della convenzione che avevano fatta, che fu senza dilazione conceduta dal pontefice. E perciò, non si dubitando piú quale avesse a essere il fine di questa guerra e convertito il timore degli uomini in somma ammirazione, era molto desiderata da ciascuno la prudenza del re di Francia, che avesse piú tosto voluto che la metá di quel reame cadesse nelle mani del re di Spagna e messo in Italia, dove prima era solo arbitro delle cose, uno re emulo suo, al quale potessino ricorrere tutti gli inimici e malcontenti di lui e congiunto oltre a questo al re de’ romani con interessi molto stretti, che comportare che Federigo restasse nel tutto, riconoscendolo da lui e pagandogliene<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|28|{{Sc|storia d'italia}}|}}</noinclude>Appiano che ne era signore, lasciata guardata la fortezza e la terra, se ne andò per mare in Francia, per tentare di ottenere dal re, il quale molto prima l’aveva ricevuto nella sua protezione, che per rispetto dell’onore proprio non lo lasciasse perire. Alla qual cosa il re, non velando con artificio alcuno la infamia sua, rispose molto liberamente avere promesso al pontefice di non se gli opporre, né potersegli opporre senza fare detrimento a se medesimo. Ma in questo mezzo la terra, per opera di Pandolfo Petrucci, si arrendé al Valentino; e il medesimo fece poco dipoi la fortezza. Congiunse ancora il pontefice Lucrezia sua figliuola, stata giá destinata a tre altri mariti, e allora vedova per la morte di Gismondo principe di Biselli e giá figliuolo naturale di Alfonso re di Napoli, il quale era stato ammazzato dal duca Valentino, ad Alfonso primogenito d’Ercole da Esti con dota di centomila ducati in pecunia numerata e con molti donamenti di grandissimo valore. Al quale matrimonio, molto indegno della famiglia da Esti, solita a fare parentadi nobilissimi, e perché Lucrezia era spuria e coperta di molte infamie, acconsentirono Ercole e Alfonso perché il re di Francia, desideroso di sodisfare in tutte le cose al pontefice, ne fece estrema instanza; e gli mosse oltre a ciò il desiderio di assicurarsi con questo mezzo (se però contro a tanta perfidia era bastante sicurtá alcuna) dall’armi e dall’ambizione del Valentino: il quale, potente di danari e di autoritá della sedia apostolica e per il favore che aveva dal re di Francia, era giá formidabile a una grande parte d’Italia, conoscendosi che le sue cupiditá non avevano termine e freno alcuno.
Continuava in questi tempi medesimi con grandissima sollecitudine il re di Francia di trattare la pace con Massimiliano Cesare, non solo per speranza di sollevarsi da spese e da sospetti, e ottenere da lui la investitura molto desiderata del ducato di Milano, ma eziandio per avere facoltá di offendere i viniziani; movendolo il sapere che a loro erano moleste le sue prosperitá, e il persuadersi che secretamente si fussino affaticati per interrompere la pace tra Cesare e lui. Ma lo<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|26|{{Sc|storia d'italia}}|}}</noinclude>re di Boemia per indurla a dargli aiuto a conseguire quello regno, era stata da lui poiché ebbe ottenuto il desiderio suo ingratamente repudiata, e celebrato con dispensazione di Alessandro pontefice un altro matrimonio. Eravi ancora Isabella giá duchessa di Milano, non meno infelice di tutti gli altri, essendo stata, quasi in uno tempo medesimo, privata del marito, dello stato e dell’unico suo figliuolo.
Né è forse da pretermettere una cosa grandissima, tanto piú rara quanto è piú raro a’ tempi nostri l’amore de’ figliuoli verso il padre: e questo è che essendo andato a Pozzuolo per vedere il sepolcro paterno [uno] figliuolo di Giliberto di Mompensieri, commosso da gravissimo dolore, poi che ebbe sparse infinite lacrime cadde morto in sul sepolcro medesimo.
Ma Federigo, risoluto per l’odio estremo che e’ portava al re di Spagna di rifuggire piú tosto nelle braccia del re di Francia, mandò al re a dimandargli salvocondotto; e ottenutolo, lasciati tutti i suoi nella rocca d’Ischia, dove rimasono anche Prospero e Fabrizio Colonna, che pagata la taglia era stato liberato da’ franzesi, e lasciata l’isola, come prima era, sotto il governo del marchese del Guasto e della contessa di Francavilla, e mandate parte delle sue genti alla difesa di Taranto, se ne andò con cinque galee sottili in Francia: consiglio certamente infelice, perché se fusse stato in luogo libero arebbe forse, nelle guerre che poi nacqueno tra i due re, avuto molte occasioni di ritornare nel suo reame. Ma eleggendo la vita piú quieta, e forse sperando questa essere la via migliore, accettò dal re il partito di rimanere in Francia, dandogli il re la ducea d’Angiò e tanta provisione che ascendeva l’anno a trentamila ducati; e comandò a quegli che aveva lasciati al governo d’Ischia che la dessino al re di Francia; i quali, recusando di ubbidire, la ritenneno lungamente, benché sotto le insegne di Federigo.
Era nel tempo medesimo passato Consalvo in Calavria; dove, benché quasi tutto il paese desiderasse piú presto il dominio de’ franzesi, nondimeno, non avendo chi gli difendesse, tutte le terre lo riceverono volontariamente, eccetto {{Pt|Manfre-|}}<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|34|{{Sc|storia d'italia}}|}}</noinclude>fiume di Lofanto giá detto Aufido, pretendevano i franzesi (i quali non avendo in considerazione la denominazione moderna avevano, nel dividere, avuto rispetto alla antica) o che il Capitanato non si comprendesse sotto alcuna delle quattro provincie divise o che piú tosto fusse parte dell’Abruzzi che della Puglia; movendogli non tanto quello che in sé importasse il paese quanto perché, non possedendo il Capitanato, non apparteneva a loro parte alcuna dell’entrate della dogana delle pecore, membro importante dell’entrate del regno, e perché, essendo privato l’Abruzzi e Terra di Lavoro de’ frumenti che nascono nel Capitanato, potevano ne’ tempi sterili esserne facilmente quelle provincie ridotte in grandissima estremitá, qualunque volta dagli spagnuoli fusse proibito loro il trarne della Puglia e della Sicilia: ma in contrario si allegava non potere il Capitanato appartenere a’ franzesi, perché l’Abruzzi terminato ne’ luoghi alti non si distende nelle pianure, e perché nelle differenze de’ nomi e de’ confini delle provincie si attende sempre all’uso presente. Sopra la quale altercazione erano stati contenti, l’anno dinanzi, di partire in parti eguali l’entrata della dogana; ma il seguente anno, non contenti alla medesima divisione, ne aveva ciascuno occupato il piú che aveva potuto. E si erano aggiunte poi nuove contenzioni, nutricate insino allora (cosí era la fama) piú per volontá de’ capitani che per consentimento de’ re: perché gli spagnuoli pretendevano che il Principato e Basilicata si includesse in Calavria, che si divide in due parti, Calavria citra e Calavria ultra cioè l’una di sopra l’altra di sotto, e che Val di Benevento che tenevano i franzesi fusse parte di Puglia; e però mandorono ufficiali a tenere la giustizia alla Tripalda vicina a due miglia ad Avellino, ove dimoravano gli ufficiali de’ franzesi. I quali princípi di manifesta dissensione essendo molesti a’ baroni principali del regno, si intromesseno tra Consalvo Ernandes e Luigi d’Ormignacca duca di Nemors viceré del re di Francia; ed essendo venuti, per opera loro, Luigi a Melfi e Consalvo a Atella, terra del principe di Melfi, dopo pratiche di qualche mese, nelle quali anche i due capitani parlorno insieme,<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|libro quinto ‐ cap. viii}}|35}}</noinclude><section begin="s1" />non trovandosi tra loro forma di concordia, convennono aspettare la determinazione de’ loro re, e che in questo mezzo non si innovasse cosa alcuna. Ma il viceré franzese, insuperbito perché era molto superiore di forze, avendo pochi dí poi fatta altra deliberazione, protestò la guerra a Consalvo in caso non rilasciasse subito il Capitanato, e dipoi immediate fece correre le genti sue alla Tripalda; dalla quale incursione, che fu fatta il decimonono dí del mese di giugno, ebbe principio la guerra: la quale continuamente proseguendo, cominciò senza rispetto a occupare per forza, nel Capitanato e altrove, le terre che si tenevano per gli spagnuoli. Le quali cose non solamente non furono emendate dal suo re ma, avendo giá notizia che il re di Spagna era determinato a non gli cedere il Capitanato, voltato con tutto l’animo alla guerra, gli mandò in soccorso per mare dumila svizzeri, e fece condurre agli stipendi suoi i príncipi di Salerno e di Bisignano e alcuni altri de’ principali baroni. Venne oltre a questo il re a Lione, per potere di luogo piú propinquo fare le provisioni necessarie all’acquisto di tutto il reame, al quale, non contento de’ luoghi della differenza, giá manifestamente aspirava, e con intenzione di passare, se bisognasse, in Italia.
<section end="s1" /><section begin="s2" />{{Ct|f=100%|v=1|t=3|VIII}}
{{Smaller block|c=is}}
Ribellione di Arezzo a’ fiorentini. I fiorentini sospettano della complicitá del pontefice e del Valentino. Il re di Francia manda aiuti ai fiorentini e fa intimazioni perché non siano offesi.
</div>
Ma a questo fare piú prestamente lo costrinseno nuovi tumulti che sopravennono in Toscana, concitati da Vitellozzo, con saputa di Giampaolo Baglione e degli Orsini e con consiglio e autoritá principalmente di Pandolfo Petrucci, desiderosi tutti che Piero de’ Medici ritornasse nello stato di Firenze. Ebbe la cosa origine in questo modo: che essendo pervenuto a notizia di Guglielmo de’ Pazzi, commissario fiorentino in Arezzo, che alcuni cittadini aretini si erano convenuti con Vitellozzo<section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|20|{{Sc|storia d'italia}}|}}</noinclude><section begin="s1" />{{Pt|glierie.|d’artiglierie.}} E fu cosa notabile che quella parte che venne per la Lunigiana passò amichevolmente per la cittá di Pisa, con grandissima letizia cosí de’ franzesi come de’ pisani. E nel tempo medesimo partiva di Provenza per la medesima impresa, sotto Ravesten governatore di Genova, l’armata marittima, con tre caracche genovesi e sedici altre navi e molti legni minori carichi di molti fanti.
<section end="s1" /><section begin="s2" />{{Ct|f=100%|v=1|t=3|V}}
{{Smaller block|c=is}}
Federigo d’Aragona si prepara alla difesa. Gli ambasciatori di Francia e di Spagna notificano al pontefice gli accordi conclusi: impressione in Italia. Federigo delibera di tentare la sorte delle armi. I francesi occupano Capua; patti fra Federigo e i francesi. Sventure della famiglia di Federigo. Federigo in Francia. Il duca di Calabria in Ispagna.
</div>
Contro a’ quali movimenti il re Federigo, non sapendo che l’armi spagnuole fussino sotto specie di amicizia preparate contro a lui, sollecitava Consalvo Ferrando, il quale con la armata de’ re di Spagna era, sotto simulazione di dargli aiuto, fermatosi in Sicilia, che venisse a Gaeta; avendogli messe in mano alcune terre di Calavria, dimandate da lui per farsi piú facile l’acquisto della sua parte, ma sotto colore di volerle per sicurtá delle sue genti. E sperava Federigo, congiunto che fusse Consalvo con l’esercito suo, il quale, parte d’uomini soldati da sé parte che da’ Colonnesi si soldavano a Marino, disegnava che fusse di settecento uomini d’arme seicento cavalli leggieri e seimila fanti, avere esercito potente a resistere, senza essere necessitato a rinchiudersi per le terre, a’ franzesi: con tutto gli mancassino gli aiuti sperati dal principe de’ turchi, al quale aveva con grandissima instanza dimandato soccorso, dimostrandogli dalla vittoria del re presente quel medesimo anzi maggiore pericolo di quello che aveva temuto dalla vittoria del re passato. E per assicurarsi dalle fraudi, essendogli accusati il principe di Bisignano e il conte di Meleto d’avere occulte pratiche col conte di Caiazzo, che era con<section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|libro quinto ‐ cap. iv}}|17}}</noinclude>{{Pt|segli|pagassegli}} ogni anno novemila ducati, servisselo di certo numero di uomini d’arme e di fanti per andare in Toscana, e gli lasciasse la terra di Castel Bolognese, che, posta tra Imola e Faenza, è giurisdizione di Bologna; che da lui fu donata a Pagolo Orsini. Il quale accordo come fu fatto, il Bentivoglio, o per sospetto che avesse da sé proprio o perché, secondo che fu fama, il Valentino, per concitargli maggiore odio in quella cittá, gli avesse rivelato essere stato invitato ad accostarsi a Bologna dalla famiglia de’ Mariscotti, famiglia potente di clientele e partigiani, e che per questo e per l’insolenza loro gli era molto sospetta, fece ammazzare quasi tutti quegli di loro che erano in Bologna; usando per ministri di questa crudeltá, insieme con Ermes suo figliuolo, molti giovani nobili, acciò che per la memoria di avere imbrattate le mani nel sangue de’ Mariscotti fussino, essendo divenuti inimici di quella famiglia, costretti a desiderare la conservazione dello stato suo.
Non seguitorno piú oltre il Valentino le genti franzesi, perché aspettavano di unirsi con l’esercito regio, il quale in numero di mille lancie e di diecimila fanti andava sotto Obigní alla impresa di Napoli. Ma il Valentino si dirizzò per il bolognese verso il dominio fiorentino con settecento uomini d’arme e cinquemila fanti di gente molto eletta, e di piú con cento uomini d’arme e dumila fanti che sotto il protonotario suo figliuolo gli dette il Bentivoglio; e avendo mandato a chiedere a’ fiorentini passo e vettovaglia per il loro dominio, andò innanzi non aspettata la risposta, dando agli imbasciadori che gli erano stati mandati da’ fiorentini benigne parole, insino che ebbe passato lo Apennino. Ma come fu condotto a Barberino, mutata la benignitá in asprezza, dimandò facessino confederazione seco, conducessinlo con quel numero di genti d’arme e con quelle condizioni che convenissino al grado suo, e che mutato il governo presente ne costituissino un altro nel quale piú potesse confidare; e pigliava animo a queste dimande non tanto per la potenza sua, non avendo seco maggiore esercito né artiglieria da battere terre, quanto per le male condizioni de’ fiorentini, avendo poca gente d’arme, né altri fanti<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|libro quinto ‐ cap. vi}}|27}}</noinclude><section begin="s1" />{{Pt|donia|Manfredonia}} e Taranto. Ma avuta Manfredonia e la fortezza per assedio, si ridusse col campo intorno a Taranto, dove era maggiore difficoltá; ma l’ottenne finalmente per accordo, perché il conte di Potenza, sotto la cui custodia era stato dato dal padre il piccolo duca di Calavria, e fra Lionardo napoletano cavaliere di Rodi governatore di Taranto, non vedendo speranza di potere piú difendersi, convennono di dargli la cittá e la rocca se in tempo di quattro mesi non fussino soccorsi: ricevuto da lui giuramento solennemente in su la ostia consegrata di lasciare libero il duca di Calavria, il quale aveva segreto ordine dal padre di andarsene, quando piú non si potesse resistere alla fortuna, a ritrovarlo in Francia. Ma né il timore di Dio né il rispetto della estimazione degli uomini potette piú che lo interesse dello stato: perché Consalvo, giudicando che in molti tempi potrebbe importare assai il non essere in potestá de’ re di Spagna la sua persona, sprezzato il giuramento, non gli dette facoltá di partirsi, ma come prima potette lo mandò bene accompagnato in Ispagna; dove dal re raccolto benignamente fu tenuto appresso a lui, nelle dimostrazioni estrinseche, con onori quasi regi.
<section end="s1" /><section begin="s2" />{{Ct|f=100%|v=1|t=3|VI}}
{{Smaller block|c=is}}
Il Valentino prende Piombino. Matrimonio di Lucrezia Borgia con {{ec|Ercole|Alfonso}} d’Este. Il re di Francia tratta la pace con Massimiliano. Trattative del re di Francia coi governi della Toscana. Trattative fra Massimiliano e il cardinale di Roano a Trento. Morte del doge Agostino Barbarigo. Rinnovata la confederazione col re di Francia i fiorentini riprendono la guerra contro Pisa.
</div>
Procedevano in questi tempi medesimi le cose del pontefice con la consueta prosperitá: perché aveva acquistato con grandissima facilitá tutto lo stato che i Colonnesi e i Savelli tenevano in terra di Roma, del quale donò una parte agli Orsini; e il Valentino, continuando la impresa sua contro a Piombino, vi mandò Vitellozzo e Giovampagolo Baglioni con nuove genti, per la venuta de’ quali spaventato Iacopo da<section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|14|{{Sc|storia d'italia}}|}}</noinclude>frutto alcuno; ma in capo di tre dí ne fece dare un’altra con le forze di tutto il campo, della quale il primo assalto toccò a Vitellozzo e agli Orsini, che scelto il fiore de’ loro soldati assaltorno con grande virtú e con grande ordine, spingendosi tanto innanzi che talvolta ebbono speranza di ottenere. Ma non era minore il valore di quegli di dentro e gagliarda la riparazione fatta da loro, in modo che trovandosi gli assaltatori avere innanzi a sé uno fosso grande, ed essendo battuti per fianco da molta artiglieria, furono costretti a ritirarsi; e vi restò morto di loro Ferrando da Farnese e molti uomini di conto, e numero grande di feriti. E nondimeno i faventini, avendo ricevuto danno non piccolo in questo assalto, cominciorono talmente a considerare come alla fine, abbandonati da ciascuno, potessino contro a tanto esercito sostenersi, e con quanto danno e male condizioni verrebbono o espugnati per forza o costretti per l’ultima necessitá a darsi in potestá del vincitore, che, raffreddato tanto ardore e sottentrando la paura, si arrenderono, pochi dí poi, al Valentino; salvo l’avere e le persone, e pattuita la libertá di Astore suo signore, e che gli fusse lecito di andare dove gli paresse, rimanendogli salva l’entrata delle proprie possessioni. Le quali cose Valentino, quanto agli uomini di Faenza, osservò fedelmente: ma Astore, che era minore di diciotto anni e di forma eccellente, cedendo l’etá e la innocenza alla perfidia e crudeltá del vincitore, fu, sotto specie di volere rimanesse nella sua corte, ritenuto appresso a lui, con onorevoli dimostrazioni; ma non molto tempo poi condotto a Roma, saziata prima (secondo si disse) la libidine di qualcuno, fu occultamente insieme con uno suo fratello naturale privato della vita.
Acquistato che ebbe il Valentino Faenza si mosse verso Bologna, avendo in animo non solo di occupare quella cittá ma di molestare dipoi i fiorentini; i quali erano in molta declinazione, essendosi allo sdegno primo del re di Francia aggiunte nuove cagioni. Conciossiaché, affaticati dalle gravi spese che aveano fatte e che continuamente erano necessitati di fare, per la guerra co’ pisani e per il sospetto che aveano delle forze<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|12|{{Sc|storia d'italia}}|}}</noinclude>Spagna, e dubitando che a quelli re non si unissino, per timore della sua grandezza, i viniziani e forse il pontefice, rinnovò con loro le pratiche, cominciate a tempo del re Carlo, della divisione di quel reame, al quale Ferdinando re di Spagna pretendeva similmente avere ragione. Perché se bene Alfonso re di Aragona l’avesse acquistato per ragioni separate dalla corona di Aragona, e però come di cosa propria ne avesse disposto in Ferdinando figliuolo suo naturale, nondimeno in Giovanni suo fratello che gli succedette nel regno di Aragona, e in Ferdinando figliuolo di Giovanni, era stata insino allora querela tacita che, avendolo Alfonso conquistato con l’armi e co’ danari del reame di Aragona, apparteneva legittimamente a quella corona: la quale querela aveva Ferdinando coperta con astuzia e pazienza spagnuola, non solo non pretermettendo con Ferdinando re di Napoli, e poi con gli altri che succederono di lui, gli uffici debiti tra parenti ma eziandio augumentandogli con vincolo di nuova affinitá, perché a Ferdinando di Napoli dette per moglie Giovanna sua sorella e consentí poi che Giovanna figliuola di quella si maritasse a Ferdinando giovane; e nondimeno non aveva però conseguito che la cupiditá sua non fusse, molto tempo prima, stata nota a’ re napoletani. Concorrendo adunque in Ferdinando e nel re di Francia la medesima inclinazione, l’uno per rimuoversi gli ostacoli e le difficoltá, l’altro per acquistare parte di quello che lungamente aveva desiderato, poiché a conseguire il tutto non appariva alcuna occasione, si convenneno di assaltare in uno tempo medesimo il reame di Napoli, il quale tra loro si dividesse in questo modo: che al re di Francia toccasse la cittá di Napoli con tutta la Terra di Lavoro e la provincia dello Abruzzi, e a Ferdinando le provincie di Puglia e di Calavria; e che ciascuno si conquistasse da se stesso la sua parte, non essendo l’altro obligato ad aiutarlo ma solamente a non impedirlo. E sopra tutto convenneno che questa concordia si tenesse segretissima, insino a tanto che l’esercito che il re di Francia mandasse a quella impresa fusse arrivato a Roma: al qual tempo gli imbasciadori di amendue, allegando essersi fatta per {{Pt|bene-|}}<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|libro quinto ‐ cap. vi}}|31}}</noinclude>
In questo anno medesimo morí Augustino Barbarico doge de’ viniziani, avendo esercitato molto felicemente il suo principato, e con tale autoritá che pareva che in molte cose avesse trapassato il grado de’ suoi antecessori. Però, limitata con leggi nuove la potestá de’ successori, fu eletto in suo luogo Leonardo Loredano; non sentendo, per la forma molto eccellente del governo loro, le cose publiche, né per la morte del principe né per la elezione del nuovo, variazione alcuna.
Erano state in questo anno medesimo, fuora dell’uso degli anni precedenti, assai quiete l’armi tra’ fiorentini e i pisani; perché i fiorentini, non essendo piú sotto la protezione del re di Francia e stando in continuo sospetto del pontefice e del Valentino, avevano piú atteso a guardare le cose proprie che a offendergli; e i pisani, impotenti da se stessi a travagliargli, non potevano farlo con aiuto d’altri, perché niuno si moveva se non per sostenergli quando erano in pericolo di perdersi. Ma nell’anno mille cinquecento due ritornorono a movimenti consueti, perché i fiorentini, quasi nel principio del detto anno, convennono di nuovo col re di Francia, superate tutte le difficoltá piú per beneficio della fortuna che per benignitá del re o per altre cagioni. Conciossiacosaché essendo il re de’ romani entrato, dopo la partita del cardinale di Roano da lui, in nuovi disegni, e recusando di concedere al re la investitura del ducato di Milano eziandio per le figliuole femmine, aveva mandato in Italia oratori Ermes Sforza, liberato di carcere dal re di Francia per la intercessione della reina de’ romani sua sorella, e il proposto di Brissina, a trattare, col pontefice e con gli altri potentati, della passata sua per pigliare la corona dello imperio: i quali, dimorati alquanti dí in Firenze, avevano ottenuto che la cittá gli promettesse aiuto di cento uomini d’arme e di trentamila ducati quando fusse entrato in Italia: e però il re, sospettando che i fiorentini disperati dell’amicizia sua non volgessino l’animo alle cose di Massimiliano, partendosi dalle dimande immoderate che aveva fatte, si ridusse a piú tollerabili condizioni. La somma delle quali fu: che il re, ricevendogli in protezione, fusse obligato, per tre<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|16|{{Sc|storia d'italia}}|}}</noinclude>istigazione del pontefice andato alla corte sua Giuliano de’ Medici, a supplicarlo, in nome suo e de’ fratelli, della restituzione alla patria, promettendogli quantitá grandissima di danari, l’avea udito gratissimamente, trattando con esso assiduamente sopra il loro ritorno. E perciò il Valentino, preso animo da queste cose, e stimolato da Vitellozzo e dagli Orsini soldati suoi e inimicissimi de’ fiorentini, quello per la ingiuria della morte del fratello questi per la congiunzione che aveano co’ Medici, aveva prima mandato in aiuto de’ pisani Liverotto da Fermo con cento cavalli leggieri, e dopo l’acquisto di Faenza deliberato di molestargli: con tutto che da loro il padre ed egli non avessino ricevuto offese ma piú tosto grazie e comoditá; perché a richiesta loro aveano rinunziato alla protezione degli stati de’ Riari, alla quale erano obligati, e consentito che allo esercito suo andassino vettovaglie, continuamente, del dominio fiorentino.
Partito adunque di Romagna con questa deliberazione, dichiarato giá dal pontefice dopo l’acquisto di Faenza, con approvazione del concistorio, duca di Romagna, e ottenutane l’investitura, entrò con l’esercito nel territorio di Bologna, con grandissima speranza di occuparla. Ma il dí medesimo che alloggiò a Castel San Piero, terra posta quasi ne’ confini tra Imola e Bologna, ricevé comandamento dal re di Francia di non procedere né alla occupazione di Bologna né a cacciarne Giovanni Bentivogli, perché allegava essere obligato alla protezione e della cittá e di lui; e quella eccezione espressa nell’accettazione della protezione, di non pregiudicare alle ragioni della Chiesa, doversi intendere di quelle ragioni e preminenze che allora vi possedeva la Chiesa, perché intendendosi indistintamente e non secondo il suono delle parole, come pretendeva il pontefice, sarebbe stata cosa vana e di niuno momento a’ bolognesi e a’ Bentivogli il ricevergli nella sua protezione. Però il Valentino, deposto per allora, con gravissima querela del pontefice e sua, la speranza conceputa, convenne col Bentivoglio, per mezzo di Pagolo Orsino, che gli concedesse passo e vettovaglia per il bolognese, {{Pt|pagas-|}}<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|libro quinto ‐ cap. v}}|25}}</noinclude>sceleratezze degne di eterna infamia, che essendone rifuggite in una torre molte che avevano scampato il primo impeto, il duca Valentino, il quale con titolo di luogotenente del re seguitava l’esercito, non con altre genti che co’ suoi gentiluomini e con la sua guardia, le volle vedere tutte, e consideratele diligentemente ne ritenne quaranta delle piú belle. Rimasono prigioni Fabrizio Colonna don Ugo di Cardona e tutti gli altri capitani e uomini di condizione, tra’ quali Renuccio da Marciano, che il dí che si dette l’assalto era stato ferito da una freccia di balestra; ed essendo in mano d’uomini del Valentino sopravisse due dí, non senza sospetto di morte procurata. Con la perdita di Capua fu troncata ogni speranza di potere piú difendere cosa alcuna. Arrendessi senza dilazione Gaeta; ed essendo Obigní venuto con l’esercito ad Aversa, Federigo, abbandonata la cittá di Napoli, la quale si accordò subito con condizione di pagare sessantamila ducati a’ vincitori, si ritirò in Castelnuovo; e pochi dí poi convenne con Obigní di consegnargli fra sei dí tutte le terre e le fortezze che si tenevano per lui, della parte la quale, secondo la divisione fatta, apparteneva al re di Francia, ritenendosi solamente l’isola di Ischia per sei mesi: nel quale spazio di tempo gli fusse lecito di andare in qualunque luogo gli paresse eccetto che per il regno di Napoli, e di mandare a Taranto cento uomini d’arme; potesse cavare qualunque cosa di Castelnuovo e di Castel dell’Uovo, eccetto che l’artiglierie che vi rimasono del re Carlo; fusse data venia a ciascuno delle cose fatte dappoi che Carlo acquistò Napoli, e i cardinali Colonna e di Aragona godessino l’entrate ecclesiastiche che avevano nel regno.
Ma nella rocca di Ischia certamente si veddono accumulate, con miserabile spettacolo, tutte le infelicitá della progenie di Ferdinando vecchio. Perché oltre a Federigo, spogliato nuovamente di regno sí preclaro, ansio ancora piú della sorte di tanti figliuoli piccoli e del primogenito rinchiuso in Taranto che della propria, era nella rocca Beatrice sua sorella; la quale, poiché dopo la morte di Mattia famosissimo re di Ungheria, suo marito, ebbe promessa di matrimonio da Uladislao<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|libro quinto ‐ cap. vii}}|33}}</noinclude><section begin="s1" />dí, e confidando di impedire che non ve ne entrasse perché, fabricati bastioni in su’ monti e in piú luoghi, aveano occupati tutti i passi. E nel tempo medesimo, avendo notizia che Fracassa, il quale povero e senza soldo stava nel mantovano, andava per entrare in Pisa con pochi cavalli, in nome e con lettere, benché quasi mendicate, di Massimiliano, detteno ordine che in quel di Barga fusse assaltato nel passare: dove, benché rifuggito in una chiesa vicina nel territorio del duca di Ferrara, fu da quegli che lo seguitavano fatto prigione.
<section end="s1" /><section begin="s2" />{{Ct|f=100%|v=1|t=3|VII}}
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Cause di discordia e principio di guerra tra francesi e spagnuoli nel reame di Napoli. Nuove milizie inviate dal re di Francia.
</div>
Queste cose si moveano in Toscana, non apparendo ancora quel che fuori dell’espettazione degli uomini aveano a partorire. Ma maggiori e molto piú pericolosi movimenti, e da’ quali avevano a procedere importantissimi effetti, cominciavano a scoprirsi nel reame di Napoli, per le discordie che insino nell’anno precedente erano nate tra’ capitani franzesi e spagnuoli: le quali ebbono origine perché, essendo nella divisione fatta tra i due re aggiudicata all’uno la Terra di Lavoro e l’Abruzzi all’altro la Puglia e la Calavria, non furono espressi bene nella divisione i confini e i limiti delle provincie, donde ciascuno cominciò a pretendere che a sé appartenesse quella parte che è detta il Capitanato; dando occasione a questa disputazione l’essere stata variata la denominazione antica delle provincie da Alfonso di Aragona primo re di Napoli di quel nome, il quale, avendo rispetto a facilitare le esazioni delle entrate, divise tutto il reame in sei provincie principali, cioè in Terra di Lavoro, Principato, Basilicata, Calavria, Puglia e Abruzzi; delle quali la Puglia era divisa in tre parti, cioè in Terra di Otranto, Terra di Bari e Capitanato. Il quale Capitanato essendo contiguo all’Abruzzi, e diviso dal resto della Puglia dal<section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|24|{{Sc|storia d'italia}}|}}</noinclude>sdegnato perché Fabrizio aveva fatto in Roma ammazzare i messi di alcuni baroni del regno seguaci della parte franzese, che erano andati a convenire con lui. Dirizzossi poi a Montefortino, dove si pensava che Giulio Colonna facesse resistenza; ma avendolo abbandonato con poca laude, Obigní procedendo piú oltre occupò tutte le terre circostanti alla via di Capua insino al Volturno, il quale non si potendo guadare presso a Capua, andò con lo esercito a passarlo piú alto verso la montagna: il che inteso per Federigo si ritirò in Napoli, abbandonata Aversa; la quale cittá, insieme con Nola e molti altri luoghi, si dette a’ franzesi. Lo sforzo de’ quali si ridusse totalmente intorno a Capua, dove si accamporono parte di qua parte di lá dal fiume, dalla banda di sopra dove il fiume comincia a passare accanto alla terra; e avendola battuta da ogni parte gagliardamente, detteno uno assalto molto feroce, il quale benché non riuscisse prospero, anzi si ritirassino dalle mura con molto danno, nondimeno, non essendo stato senza grave pericolo di quegli di dentro, cominciorono gli animi de’ capitani e de’ soldati a inclinarsi all’accordo, massime vedendo sollevazione grande nel popolo della cittá e negli uomini del paese, ché ve ne era rifuggito grandissimo numero. Ma avendo, l’ottavo dí poi che era stato posto il campo, cominciato a parlare, da uno bastione, sopra le condizioni dello arrendersi, Fabrizio Colonna col conte di Gaiazzo, la mala guardia di quegli di dentro, come spesso è intervenuto nella speranza propinqua degli accordi, dette occasione agli inimici di entrarvi; i quali, per la cupiditá di rubare e per lo sdegno del danno ricevuto quando dettono l’assalto, la saccheggiorno tutta con molta uccisione, ritenendo prigioni quelli che avanzorono alla loro crudeltá. Ma non fu minore la empietá efferatissima contro alle donne, che d’ogni qualitá, eziandio le consecrate alla religione, furno miserabile preda della libidine e della avarizia de’ vincitori; molte delle quali furono poi per minimo prezzo vendute a Roma: ed è fama che in Capua alcune, spaventandole manco la morte che la perdita dell’onore, si gittorno chi ne’ pozzi chi nel fiume. Divulgossi, oltre all’altre<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|libro quinto ‐ cap. v}}|23}}</noinclude>restituirebbe a Federigo; anzi piú presto a’ figliuoli, perché non negava d’avere quasi in orrore il nome suo, per quello che e’ sapeva che, insino innanzi che il re di Francia pigliasse il ducato di Milano, aveva trattato co’ turchi.
La nuova della concordia di questi re spaventò in modo Federigo che, ancora che Consalvo, mostrando di disprezzare quello che si era publicato a Roma, gli promettesse con la medesima efficacia di andare al soccorso suo, si partí dalle prime deliberazioni; e ritirato da San Germano verso Capua, aspettava le genti che per ordine suo avevano soldate i Colonnesi: i quali, lasciata guardata Amelia e Rocca di Papa, abbandonorono tutto il resto di quello tenevano in terra di Roma, perché il pontefice, con consentimento del re di Francia, aveva mosso l’armi per occupare gli stati loro. Nelle quali difficoltá, avendo pure Consalvo, come intese l’esercito franzese avere passato Roma, scoperte le sue commissioni e mandato a Napoli sei galee per levarne le due reine vecchie, sorella l’una l’altra nipote del suo re, consigliava Prospero Colonna che Federigo ritenesse quelle galee, e unite tutte le forze sue si opponesse in sulla campagna agli inimici; perché nel tentare la fortuna poteva pure essere qualche speranza di vittoria, essendo incertissimi piú che di tutte l’altre azioni degli uomini gli eventi delle battaglie, ma in qualunque altro modo essere certissimo che e’ non aveva facoltá alcuna di resistere a due potentissimi re che l’assaltavano in diverse parti del reame; nondimeno Federigo, giudicando anche di piccolissima speranza questo consiglio, deliberò di ridursi alla guardia delle terre. Però essendo, giá innanzi che Obigní uscisse di Roma, ribellato San Germano e altri luoghi vicini, determinò di fare la prima difesa nella cittá di Capua; nella quale, con trecento uomini d’arme alcuni cavalli leggieri e tremila fanti, messe Fabrizio Colonna, e con lui Rinuccio da Marciano condotto nuovamente agli stipendi suoi. A guardia di Napoli lasciò Prospero Colonna, ed egli col resto delle genti si fermò ad Aversa.
Ma Obigní, partito di Roma, fece nel passare innanzi abbruciare Marino, Cavi e certe altre terre de’ Colonnesi,<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|32|{{Sc|storia d'italia}}|}}</noinclude>anni prossimi, a difendergli con l’armi a spese proprie contro a ciascuno che o direttamente o indirettamente gli molestasse nello stato e dominio che in quel tempo possedevano; che i fiorentini gli pagassino ne’ detti tre anni, ogn’anno la terza parte, centoventimila ducati; intendessinsi annullate tutte l’altre capitolazioni fatte tra loro e gli oblighi dependenti da quelle; che a’ fiorentini fusse lecito procedere con l’armi contro a’ pisani, e contro a tutti gli altri occupatori delle terre loro. Dalla quale confederazione avendo preso animo, deliberorono dare il guasto de’ grani e delle biade al contado di Pisa, per ridurre i pisani a ubbidienza con la lunghezza del tempo e con la fame, poiché le espugnazioni erano state tentate infelicemente. Questo consiglio era stato il primo anno della loro ribellione proposto da qualche savio cittadino, confortando che con questi modi piú certi, benché piú lunghi, si cercasse di affliggere e consumare i pisani, con minore spesa e pericolo; perché nelle condizioni tanto perturbate d’Italia, conservandosi i danari potrebbeno aiutarsene a molte occasioni, ma cercando di sforzargli sarebbe impresa difficile per essere quella cittá forte di muraglie e piena di abitatori ostinati a difenderla, e perché, qualunque volta la fusse in pericolo di perdersi, tutti quegli che desideravano che la non si perdesse gli darebbeno aiuto; in modo che le spese sarebbeno grandi e la speranza piccola, anzi con pericolo evidente di suscitarsi gravi travagli: il quale consiglio, rifiutato da principio come dannoso, fu conosciuto utile dopo il corso di piú anni, ma in tempo che per ottenerne la vittoria si era giá spesa quantitá grande di danari e sostenuti molti pericoli. Dato il guasto, sperando che per rispetto della protezione del re nessuno si avesse a muovere, mandorno il campo a Vico Pisano: perché la terra, pochi dí innanzi, per tradimento di alcuni soldati che vi erano dentro, era stata tolta loro da’ pisani, e il castellano della rocca, non aspettato il soccorso che sarebbe arrivato in poche ore, l’avea con grandissima viltá data loro. Né dubitavano ottenerne la vittoria facilmente, sapendo non essere dentro vettovaglie bastanti a sostentargli per quindici<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|30|{{Sc|storia d'italia}}|}}</noinclude>della investitura del ducato di Milano. Trattossi similmente di muovere guerra a’ viniziani, per ricuperare ciascuno quello che pretendeva essergli occupato da loro; e di convocare uno concilio universale per riordinare le cose della Chiesa, non solo, come dicevano, nelle membra ma eziandio nel capo: e a questo simulava di consentire il re de’ romani per dare speranza di conseguire il pontificato al cardinale di Roano, il quale ardentemente vi aspirava; avendone il suo re, per l’interesse della grandezza propria, non minore cupiditá di lui. Acconsentivasi ancora per la parte del re di Francia, nella inclusione degli aderenti e confederati suoi, la clausula «salve le ragioni dello imperio»; per la quale si permetteva a Massimiliano il riconoscerle eziandio contro a quegli che fussino o ora nominati dal re o prima accettati sotto la sua protezione. Rimaneva solamente la difficoltá principale nella investitura, perché Cesare recusava di concederla a’ figliuoli maschi, se alcuni ne nascessino, del re; e vi era qualche difficoltá sopra la restituzione de’ fuorusciti del ducato di Milano, la quale dimandata instantemente da Cesare non era consentita dal re, perché erano molti e persone di seguito e di autoritá: benché astretto da’ prieghi del medesimo non recusasse di liberare Ascanio Sforza, e desse speranza di fare il medesimo di Lodovico Sforza, assegnandogli provisione di ventimila ducati l’anno, co’ quali onestamente vivesse nel regno di Francia. Sopra le quali difficoltá non essendo interamente concordi ma con speranza di introdurre qualche forma conveniente, e perciò prolungata di nuovo la tregua, ritornò il cardinale in Francia, presupponendosi quasi per certo che le cose trattate avessino ad avere presto perfezione: la quale [speranza] si augumentò, perché non molto poi l’arciduca, dovendo andare in Ispagna per ricevere da’ popoli, nella persona sua e di Giovanna sua moglie figliuola primogenita di quegli re, il giuramento, come destinati alla successione, fatto con la moglie il cammino per terra, si convenne a Bles col re di Francia; dove ricevuto con grandissimo onore rimasono insieme concordi del matrimonio de’ figliuoli.<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|libro quinto ‐ cap. iv}}|13}}</noinclude><section begin="s1" />{{Pt|ficio|beneficio}} della cristianitá questa convenzione e per assaltare gli infedeli, unitamente ricercassino al pontefice che concedesse la investitura secondo la divisione convenuta tra loro; investendo Ferdinando sotto titolo di duca di Puglia e di Calavria e il re di Francia sotto titolo non piú di Sicilia ma di re di Ierusalem e di Napoli. Il quale titolo del regno ierosolimitano, pervenuto una volta in Federigo secondo, imperadore romano e re di Napoli, per dote della sua moglie figliuola di Giovanni re di Ierusalem, in nome ma non in effetto, era stato continuamente usato da’ re seguenti; benché in uno tempo medesimo se l’avessino, per diverse ragioni, non meno cupidamente appropriato i re di Cipri della famiglia Lusignana: tanto sono avidi i príncipi di abbracciare colori da potere con apparente onestá vessare, benché spesso indebitamente, gli stati posseduti da altri. La quale capitolazione tra i due re come fu fatta, il re di Francia cominciò scopertamente a preparare l’esercito.
<section end="s1" /><section begin="s2" />{{Ct|f=100%|v=1|t=3|IV}}
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Dopo aver inflitte nuove e gravi perdite agli assalitori i faentini si arrendono al Valentino. Sdegno del re di Francia verso i fiorentini e intenzioni avverse a Firenze del Valentino. Accordi fra il Bentivoglio e il Valentino. Il Valentino abbandona il territorio fiorentino per unirsi alle milizie francesi in marcia verso Napoli.
</div>
Il quale mentre che si prepara, il Valentino, che ne’ primi dí dell’anno, accostatosi di notte con quantitá grande di scale al borgo di Faenza e avendovi secondo si credeva intelligenza, avea invano tentato di occuparlo, non avendo piú speranza nella fraude, prese pochi dí poi Russi e l’altre terre di quel contado; e ultimatamente vi ritornò col campo nel principio della primavera, ponendosi di verso la rocca; e da quella parte battuta la muraglia, fece dare mescolatamente la battaglia dalle genti franzesi e dagli spagnuoli che erano a’ soldi suoi. I quali essendosi presentati con disordine, si ritirorono senza fare<section end="s2" /><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|libro quinto ‐ cap. vi}}|29}}</noinclude>moveva piú la cupiditá che, per se stesso e per gli stimoli de’ milanesi, aveva di recuperare Cremona e la Ghiaradadda, cose state poco innanzi concedute loro da esso medesimo, e Brescia Bergamo e Crema, state giá del ducato di Milano, e occupate da’ viniziani nelle guerre che ebbeno con Filippo Maria Visconte. E per trattare piú da presso queste cose, e per fare le provisioni necessarie alla impresa di Napoli, aveva mandato molto prima a Milano il cardinale di Roano, la cui lingua e autoritá era la lingua e l’autoritá propria del re, il quale vi era dimorato piú mesi non avendo ancora potuto, per le spesse variazioni del re de’ romani, fermare seco cosa alcuna.
Per mezzo del cardinale, trattorono i fiorentini in questo tempo di essere di nuovo ricevuti nella protezione del re, ma senza effetto, perché proponeva condizioni molto difficili; anzi dimostrando d’avere totalmente l’animo alieno da loro e pretendendo, il re, non essere piú obligato alle convenzioni fatte a Milano, fece consegnare a’ lucchesi, accettati di nuovo in protezione, Pietrasanta e Mutrone, come cose per antiche ragioni appartenenti a quella cittá: ma ricevuti da loro, come signore di Genova, ventiquattromila ducati, perché i lucchesi possessori anticamente di Pietrasanta l’aveano, per certe necessitá, impegnata per tanta quantitá a’ genovesi, da’ quali era poi per forza d’armi pervenuta ne’ fiorentini. Trattò ancora co’ sanesi co’ lucchesi e co’ pisani di unirgli insieme per rimettere i Medici in Firenze, disegnando che il re conseguisse da ciascuno non piccola somma di danari: le quali pratiche benché si conducessino insino quasi alla stipulazione, nondimeno non ebbeno effetto perché non erano tutti pronti a pagare la quantitá de’ danari dimandata, e perché si conosceva essere piú facilitá a valersi de’ fiorentini.
Sopravenne finalmente speranza piú certa dal re de’ romani, e però il cardinale andò a convenirsi [con lui] a Trento: dove trattorono molte cose concernenti di stabilire il matrimonio di Claudia figliuola del re di Francia e di Carlo primogenito dello arciduca, con la concessione all’uno e l’altro di loro<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|libro quinto ‐ cap. iv}}|19}}</noinclude>d’altri. Il quale accordo fatto, andò a Signa, facendo piccole giornate, e dimorando in ogni alloggiamento qualche dí e danneggiando con incendi e con prede il paese non manco che se fusse stato scoperto inimico, dimandava, secondo l’uso de’ pagamenti che si fanno alle genti d’arme, la quarta parte de’ danari che si dovevano in uno anno, e di essere accomodato di artiglierie per condurle contro a Piombino: una delle quali dimande ricusavano apertamente i fiorentini perché non vi erano obligati, l’altra differivano perché erano in animo di non osservare le promesse fatte per forza, e per avvisi che aveano ricevuti dallo oratore loro che era appresso al re di Francia speravano essere, con l’autoritá sua, liberati da questa molestia. La quale speranza non riuscí vana, perché al re era stato grato che il Valentino gli minacciasse ma non che gli assaltasse; e o gli sarebbe stata molesta la mutazione del governo presente o, se pure avesse desiderata altra forma di reggimento in Firenze, gli sarebbe dispiaciuto fusse stato introdotto con altre forze o con altra autoritá che con la sua: e però, come gli pervenne la notizia che ’l Valentino era entrato nel dominio fiorentino, gli comandò che ne uscisse subitamente, e a Obigní, che era giá in Lombardia con l’esercito, che, in caso non ubbidisse, andasse con tutte le forze a farlo partire. Per il che Valentino, non avuto il quartiere, si dirizzò verso Piombino; e ordinò che i pisani, i quali per opera di Vitellozzo, mandato a Pisa da lui per condurre allo esercito artiglierie, erano andati a campo alle Ripomarancie castello de’ fiorentini, se ne levassino. Entrato nel territorio di Piombino, prese Sughereto, Scarlino e l’isole dell’Elba e di Pianosa; e lasciate ne’ luoghi occupati genti sufficienti a difenderli e a molestare continuamente Piombino, se ne andò con l’altre in terra di Roma, per seguitare all’impresa di Napoli l’esercito del re: del quale una parte condotta da Obigní era per la via di Castrocaro entrata in Toscana, l’altra per la Lunigiana; contenendo tutto l’esercito, quando era unito, mille lancie quattromila svizzeri e seimila altri tra fanti franzesi e guasconi, e, secondo il solito loro, provisione grande {{Pt|d’arti-|}}<noinclude></noinclude>
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Chiarazuccarini
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Chiarazuccarini" />{{RigaIntestazione|Pio|— 372 —|Pir|riga=s}}</noinclude>le vergini terre d’America, vuol dire più nobile cosa, cioè colui che audacemente avanza, aprendo la via delle idee. Pioniere della civiltà! frase fatta, locuzione abusata! In buon italiano ''araldo'', ''antesignano''.
'''Piovere sul bagnato:''' bella locuzione nostra popolare, e dicesi quando a disgrazia si aggiunge disgrazia; male cade su male, e minore diviene la resistenza del sopportare e consolarsi.
'''Piovorno:''' antica parola rinnovata dal {{AutoreCitato|Giosuè Carducci|Carducci}} in {{TestoCitato|Miramar|''Miramar''}}, ''({{TestoCitato|Odi_barbare|Odi Barbare}})'' e vi nota: «mi tengo di aver rinnovato un bel aggettivo dantesco del verso 91 del {{TestoCitato|Divina_Commedia_(Guerri)/Purgatorio/Canto_XXV|XXV Purg.}}, se non che io in vece di ''piorno'' vorrei poter leggere e senza esitazione scrivo ''piovorno'' che è la forma integra, come parmi d’aver sentito dire alcuna volta in contado non so più se di Toscana o di Romagna. ''Aer piovorno'' vale pieno di nuvoli acquosi, altro, insomma, da ''piovoso''».
'''Piovra:''' dal fr. ''pieuvre'' = etim. a ''polipo''. Animali molluschi cefalopodi che vivono nel mare e raggiungono talora proporzioni enormi: forniti di grandi tentacoli con ventose, con questi istrumenti si procacciano il cibo. Dicesi ''piovra'' per estensione figurata per significare persona o istituto che strugge e assorbe inesorabilmente altrui. {{AutoreCitato|Victor Hugo|Vittore Hugo}} estese a tale senso la parola ''pieuvre''. In senso più mite e tenue noi diremmo ''sanguisuga'', ''mignatta'', se non che queste due voci hanno piuttosto inclusa l’idea della seccatura che del vero e grande danno. V. ''Succhione''. Ancora: ''pieuvre = femme galante qui vide la bourse e la cervelle de ses adorateurs''. Così nel gergo francese e così pure ''piovra'' talora presso di noi.
'''Pipa:''' genere di anfibi anuri del Brasile e della Guaiana, simili a grossissimi rospi.
'''Pipare''' o '''far la pipa:''' nel dialetto marchigiano e romanesco vale ''boccheggiare'', e si dice degli animali in fin di vita: locuzione volgare dedotta manifestamente dalla simiglianza che il muovere delle labbra di chi muore ha con l’atto di chi tira il fumo della pipa.
'''Pipelet:''' voce del gergo parigino, in vece di ''portier'', ''concierge''. Deriva dal nome di un goffo portinaio ne’ «I Misteri di Parigi» di {{AutoreCitato|Eugène Sue|E. Sue}}. Ha senso ingiurioso, almeno così dicono i dizionari del gergo ''(d’Argot)''. Da noi si usa talvolta per celia in vece di portinaio. V. ''Concierge'' e ''Suisse''.
'''Pipi:''' V. ''Appendice''. (Nel Giambo {{TestoCitato|Giambi_ed_epodi/Libro_II/A_proposito_del_processo_Fadda|''A proposito del processo Fadda''}} il Carducci in vece del verso che si legge:
{{Centrato|{{smaller|''qualcosellina'' al sole}}}}{{Ni|aveva scritto originariamente ''pipi'' o ''pispolino'').}}</div>
'''Piqué:''' dal verbo fr. ''piquer = punteggiare'' o ''picchiettare,'' è nome di una nota stoffa di cotone, formata di due tessuti: il superiore tramato a rombi o quadratini con filo fine, e forma il dritto, l’altro con filo grosso, e forma come l’imbottitura. Adoperasi per sottogonne d’inverno, bavaglini, sottovesti etc. Da noi scrivesi anche ''piquet'' che in francese ha diverso senso: ma la libertà nostra di scrivere le parole come più talenta, è assai grande.
'''Pique-nique:''' «merenda, colazione o sollazzo» in cui ognuno paga la sua parte o porta qualcosa da mangiare. Vocabolo di introduzione recente nella lingua francese. Il dizionario dell’Accademia non lo registra che nell’edizione del 1740. Scrivesi anche ''pic nic''. In inglese è ''pick-nick''. Il motto pare di origine inglese, almeno stando alle più probabili etimologie, per le quali cfr. lo {{AutoreCitato|Jean Auguste Ulric Scheler|Scheler}}. In italiano si dice fare ''alla romana'', quando ognuno paga il suo, in toscana dicono ''a testa e borsa''. Vero è che ''pique-nique'' indica anche ''pranzo'', ''refezione'', il che non è delle locuzioni nostre, e come tutte le voci francesi o inglesi, include idea di mondanità o di eleganza. ''Pique-nique'' udii dire in vece di ''pick frean'', errore dovuto alla somiglianza dei due suoni.
'''Piquet:''' giuoco francese assai complicato: si fa con 32 carte, cioè scartando i 2 e i 4. Si va a 100 o a 150 punti, perciò in molti luoghi è detto ''Cento'' o ''Centocinquanta''.
'''Piramidale:''' detto per ''grandissimo'' e per lo più in senso faceto, ricorda la voce di gergo fr. ''pyramidal = énorme'', ''colossal''. V. ''Colossale''.
'''Pirchio''' e '''pircio:''' ''avaro'', ''tirchio''. Voce<noinclude></noinclude>
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Chiarazuccarini
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<noinclude><pagequality level="4" user="Chiarazuccarini" />{{RigaIntestazione|Pir|— 373 —|Pit|riga=s}}</noinclude>antiquata, viva però nei dialetti dell’Italia centrale.
'''Pirelli:''' voce effimera del gergo lombardo per indicare l’imbottitura di gomma che talvolta usano le donne (da G. B. Pirelli, introduttore in Italia della industria e della tecnica della gomma).
'''Pirgopolinìce:''' è l’immortale spaccone plautino, protagonista della commedia ''Miles Gloriosus''. V. questa parola. Qui aggiungerò come alcuni dotti negano che il ''Capitan Fracassa'' della Commedia d’arte del 500 nostro sia una derivazione dell’antico ''Miles Gloriosus''. Cosa difficile ad affermare o negare. Certo il Capitan Fracassa contiene altresì elementi di satira contro la spavalderia spagnolesca e diventa il ''bravo'', il ''guappo'', il ''camorrista'', il ''Rugantino'' romanesco.
'''Pirlare:''' verbo dialettale lombardo (pirlà): ''torcere, rotare''. V. ''Plillare''.
'''Pirodraga:''' V. ''Draga''.
'''Piròsi:''' termine medico per indicare il ''bruciore di stomaco'', da ''πυρόω'' = brucio: senzazione di bruciore che parte dall’epigastrio e risale sino alla gola, accompagnandosi, talora, ad eruzione di liquido acido e bruciante. Sintomo di dispepsia.
'''Pirossilina:''' uno dei tanti nomi del cotone fulminante (noto esplodente).
'''Pirouette:''' fr., non è infrequente, pur essendovi la parola nostra ''piroletta''.
'''Pis aller''' ''(au)'' ''':''' locuzione francese che pare più elegante, in certo linguaggio, delle nostre ''per mal che la vada'', ''alla peggio dei conti'', ''alla più disperata'' etc.
'''Piscinina:''' voce del dialetto milanese, ''piccina;'' e come ''piccolo'' vuole indicare il garzoncello dei camerieri negli alberghi e nelle trattorie, così ''piscinina'' è la aiutante delle sarte e crestaie, la bambina che fa le commissioni, porta le scatole, compra le colazioni allo operaie e adempie ad altri piccoli e non sempre leciti servizi. È, insomma, la futura sartorella o ''madamina'', la crisalide in zoccoli, grembiule e testa scoperta. In francese, ''trottin''.
'''Pissenlit:''' ''enfant qui pisse au lit; pisciotto'', ''marmocchio'', ma, come al solito, la parola francese pare più garbata, pur significando lo stesso.
'''Pista:''' il terreno battuto, destinato alle corse, specialmente ciclistiche: neologismo formato su la traduzione fonetica dal francese ''piste'', la qual parola in italiano è ''pesta''. Vale anche ''traccia'', es. ''seguir la pista''.
'''Pistolotto:''' corruzione di ''epistola''. Dicesi con senso di spregio di lettere, articoli, scritto alcuno, specie di carattere polemico, cui si voglia togliere o che veramente non abbia alcun valore e non contenga alcun efficace ragionamento. ''Pistolotto'', definiscono alcuni lessici per ''breve scritto''.
'''Pistone:''' è in ogni lessico, detto di istrumenti musicali e della tromba dell’acqua: riferito a macchina in vece di ''stantuffo,'' deve essere dal fr. o dall’ingl. ''piston'' (dal lat. ''pinsere'' = pestare, pigiare).
'''Pitecàntropo:''' voce formata dal greco ''πίθηκος'' = scimmia e ''ἂνθροπος'' = uomo, uomo-scimmia. Si intende dai naturalisti per tale vocabolo, non gli uomini viventi, ma un tipo che sarebbe scomparso e segnò il passaggio evolutivo (filogenesi) fra l’antropomorfo e l’uomo. V. ''Homo Sapiens''.
'''Pitèco:''' nome generico di ''scimmia'', gr. ''πίθηκος'' lat. ''pithècium''. Dotto titolo spregiativo, riferito a persona.
'''Pitocchetto''' o '''piattello:''' giuoco italiano di ventura o d’azzardo, che si giuoca in quattro. Distribuite nove carte a testa, ne rimangono quattro coperte. Per aver queste, si rinuncia, con iscarto, a quattro delle proprie e si offre a gara una somma oltre la posta. Se le carte così composte danno punti 35, (altrove 37) dello stesso seme, si vince la somma che è sul piattello, altrimenti l’offerta perduta aumenta l’intera somma che è nel piattello; onde il nome.
'''Pitone:''' genere di serpenti di gran mole, affini al boa, propri delle regioni torride.
'''Pittima:''' ottima voce italiana e dicesi specialmente nel parlar familiare di persona fastidiosa, noiosa, cacadubbi. Noto questa parola perchè osservai che molti la reputavano voce dialettale, quasi indegna del linguaggio letterario. È infatti voce del dialetto lombardo, del dialetto bolognese, ''petma'', etc. ''Pittima'' propriamente è una specie di ''empiastro'' onde dicesi, di persona fastidiosa, ''pittima'', come<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Chiarazuccarini" />{{RigaIntestazione|Più|— 374 —|Pla|riga=s}}</noinclude>familiarmente dicesi ''empiastro''. Gr. ''ἐπίθημα'' = ciò che è sopraposto. V. ciò che è detto alla voce ''Schiampa''.
'''Più meglio:''' «basterebbe, certo, ''meglio;'' ma il popolo in ''meglio'' non ci sente più tanto il senso comparativo. Così è: le parole si logorano come le monete». In tal modo annota il {{AutoreCitato|Giovanni Pascoli|Pascoli}} in una postilla in ''Fior di fiore''. Credo abbia torto non nello spiegare, ma nel giustificare l’errore.
'''Più vero e maggiore:''' locuzione per lo più usata in senso beffardo, formatasi dai versi del {{AutoreCitato|Giosuè Carducci|Carducci}} nella - forse - inopportuna Ode {{TestoCitato|Alla_figlia_di_Francesco_Crispi|''Alla figlia di F. Crispi''}}.
{{smaller|<poem>
Quando novello Procida
''e più vero e migliore,'' innanzi e indietro
arava ei l’onda Sicula.
''Alla figlia di F. Crispi''.</poem>}}{{No rientro}}
Per la storia del motto, tanto era in quel tempo (1895) l’odio e la fazione contro il Crispi che, cosa incredibile, molti italiani si ricordarono della grammatica e accusarono il Poeta di un ''più maggiore'' o ''più migliore'' che fosse: da ciò — forse — la popolarità del motto.
{{Centrato|{{smaller|Più chiare e maggiori,}}}}{{No rientro}}dice {{AutoreCitato|Dante Alighieri|Dante}} parlando delle stelle. {{TestoCitato|Divina_Commedia_(Guerri)/Purgatorio/Canto_XXVII|''Purg''. XXVII}}, 90.
'''Pivello:''' voce lombarda ed emiliana «tra noi modernissima che pare tratta dal ''Puellus'' de’ Latini» ({{AutoreCitato|Francesco Cherubini|Cherubini}}): dicesi di giovincello pretensioso per petulanza ed eleganza. In dialetto romanesco, ''pivetto'' = ragazzino.
'''Pizza:''' nome volgare di una vivanda napoletana popolarissima. Consiste la pizza in una specie di sfoglia o stiacciata di farina lievitata moltissimo. Cosparsa di pomidoro, formaggio fresco, alìci, etc., a piacimento del cliente, mettesi al forno dove gonfia e cuoce lì per lì. Se ne fanno anche di dolci e finissime. Anche in altre parti dell’Italia centrale ''pizza'' è sinonimo di ''torta'', ma non dolce.
'''Pizzardone:''' voce romanesca, ''la guardia di città'' (da ''pizzarda'' = beccaccino: allusione alla feluca in punta. Cfr. in milanese ''capellon'', dalla tuba già usata dalle guardie municipali; la ''Gondoleta'', a Venezia; ''La si decida'' a Firenze).
'''Pizzicato:''' «modo di suonare uno strumento a corde: queste vengono fatte vibrare col polpastrello della parte superiore del dito. Odiernamente il vocabolo, sostantivato, esprime pure un pezzo di musica». ({{AutoreCitato|Amintore Galli|A. Galli}}, ''op. cit''.).
'''Pizzicarolo:''' voce romanesca: in toscana ''pizzicagnolo''. V. ''Salsamentario''.
'''Pizzico magnifico''' ''(pagare a)'' ''':''' pagare a riprese, a volontà del debitore e senza norma di quantità e di data. Nel Veneto dicesi ''a pizego magnifico''.
'''Pizzighino:''' specie di tresette in due. V. ''Terzilio''.
'''Pizzutello:''' nome volgare di un’ottima uva da tavola, di buccia consistente, di polpa carnosa con acini lunghi. Il Lazio ne è il maggior centro di produzione.
'''Placard:''' fr., ''affisso'', ''tabella''.
'''Placer:''' parola americana, trasportata nell’inglese, ''giacimento aurifero''.
'''Placet:''' (si prega di non pronunciare ''placèt'' essendo voce latina e non francese = ''piace''). È la accettazione da parte della autorità civile del disposito della autorità ecclesiastica alla collazione di un determinato beneficio (minore). Questo ''placet'' (o ''regio placet'') ha per effetto l’immissione in possesso dei beni materiali inerenti al beneficio stesso, necessari all’esercizio di detto ufficio. È in altri termini ciò che è l’''exequatur'', se non che questo è pei maggiori benefici.
'''Placidi tramonti:''' V. ''I placidi tramonti''.
'''Plafond:''' V. ''Plafone''.
'''Plafone:''' con tal brutto suono talora in Milano fanno italiana la voce dialettale ''plafon'', dal fr. ''plafond'', derivato a sua volta da ''plat'' e ''fond''. È il ''soffitto'' o ''soppalco'' o ''stoiato'' fatto di cannucce intonacate di calce, che nell’architettura cittadina ha sostituito il lacunare e gli stucchi delle antiche architetture regali.
'''Plagas''' (dire)''':''' locuzione familiare: vale ''dir male'', ''inveire'', etc. Cfr. ''dire raca'' e V. ''Raca''.
'''Plaintif:''' per ''lagrimoso, lamentevole'', è voce francese abusivamente usata.
'''Planche:''' fr. ''tavoletta''.
'''Plancia:''' dal fr. ''planche'', basso latino ''planca'', in ispagnuolo ''plancha''. È voce usata nel linguaggio delle caserme per indicare l’assa dove i soldati depongono i loro arnesi. Nel linguaggio dei giornali trovo spesso ''plancia'' nel senso di ''ponte'' delle navi.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|210|{{Sc|turlendana ritorna.}}|}}</noinclude>{{nop}}
Poi discese al margine, dove la ghiaia era polita; e si mise in ginocchio per attingere l’acqua con il concavo delle palme. Il camello curvò il collo, e bevve a sorsi lenti e regolari. L’asina anche bevve. E la scimmia imitò l’attitudine dell’uomo, facendo conca con le esili mani ch’erano violette come i fichi d’India acerbi.
— Hu, Barbarà! —
Il camello udì e cessò di bere. Dalle labbra molli gli gocciolava l’acqua abbondantemente su le callosità del petto, e gli si vedevano le gencive pallidicce e i grossi denti giallognoli.
Per il sentiero, segnato nel bosco dalla gente di mare, la compagnia riprese il viaggio. Cadeva il sole, quando giunse all’Arsenale di Rampigna.
A un marinaio, che camminava lungo il parapetto di mattone, Turlendana domandò:
‟Quella è Pescara?”
Il marinaio, stupefatto alla vista delle bestie, rispose:
‟È quella.”
E tralasciò la sua faccenda per seguire il forestiero.
Altri marinai si unirono al primo. In breve una torma di curiosi si raccolse dietro Turlendana che andava innanzi tranquillamente, non cu-<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione|208|{{Sc|turlendana ritorna.}}|}}</noinclude>{{nop}}
Turlendana, in cui la conoscenza dei luoghi per i molti anni d’assenza era quasi intieramente smarrita e in cui per le lunghe peregrinazioni il sentimento della patria era quasi estinto, andava innanzi senza volgersi a riguardare, con quel suo passo affaticato e claudicante.
Come il camello indugiava ad ogni cespo d’erbe selvatiche, egli gittava un breve grido rauco d’incitamento. E il gran quadrupede rossastro risollevava il collo lentamente, triturando fra le mandibole laboriose il cibo.
— Hu, Barbarà! —
L’asina, la piccola e nivea Susanna, di tratto in tratto, sotto li assidui tormenti del macacco si metteva a ragliare in suono lamentevole, chiedendo d’esser liberata del cavaliere. Ma Zavalì, instancabile, senza tregua, con una specie di frenesía di mobilità, con gesti rapidi e corti ora di collera e ora di gioco, percorreva tutta la schiena dell’animale, saltava su la testa afferrandosi alle grandi orecchie, prendeva fra le due mani la coda sollevandola e scotendone il ciuffo dei crini, cercava tra il pelo grattando con l’unghie vivamente e recandosi quindi l’unghie alla bocca e masticando con mille vari moti di tutti i muscoli della faccia. Poi, d’improvviso, si raccoglieva su ’l sedere, te-<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|turlendana ritorna.}}|211}}</noinclude>randosi dei diversi comenti popolari. Al ponte delle barche il camello si rifiutò di passare.
— Hu, Barbarà! Hu, hu! —
Turlendana prese ad incitarlo con le voci, pazientemente, scotendo la corda della cavezza con cui ora egli lo conduceva. Ma l’animale ostinato si coricò a terra e posò la testa nella polvere, come per rimanere ivi lungo tempo.
I plebei d’in torno, riavutisi dalla prima stupefazione, schiamazzavano gridando in coro:
‟Barbarà! Barbarà!”
E, come avevano dimestichezza con le scimmie perchè talvolta i marinai dalle lunghe navigazioni le riportavano in patria insieme ai pappagalli e ai cacatua, provocavano Zavalì in mille modi e gli porgevano certe grosse mandorle verdi che il macacco apriva per mangiarne il seme fresco e dolce golosamente.
Dopo molta persistenza di urti e di urli, alla fine Turlendana riuscì a vincere la tenacità del camello. E quella mostruosa architettura d’ossa e di pelle si risollevò barcollante, in mezzo alla folla che incalzava.
Da tutte le parti i soldati e i cittadini accorrevano allo spettacolo, sopra il ponte delle barche. Dietro il Gran Sasso il sole cadendo irradiava per<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Francyskus" />{{RigaIntestazione||{{Sc|turlendana ritorna.}}|209}}</noinclude>nendosi in una delle mani il piede ritorto simile a una radice d’arbusto, immobile, grave, fissando verso le acque i tondi occhi color d’arancio che gli si empivano di meraviglia, mentre la fronte gli si corrugava e le orecchie fini e rosee gli tremavano quasi per inquietudine. Poi, d’improvviso, con un gesto di malizia ricominciava la giostra.
— Hu, Barbarà! —
Il camello udiva; e si rimetteva in cammino.
Quando la compagnia giunse al bosco dei salci, presso la foce della Pescara, su la riva sinistra (già si scorgevano i galli sopra le antenne delle paranze ancorate allo scalo della Bandiera), Turlendana si arrestò poichè voleva dissetarsi al fiume.
Il patrio fiume recava l’onda perenne della sua pace al mare. Le rive, coperte di piante fluviatili, tacevano e si riposavano, come affaticate dalla recente opera della fecondazione. Il silenzio era profondo su tutte le cose. Li estuarii risplendevano al sole tranquilli, come spere, chiusi in una cornice di cristalli salini. Secondo le vicende del vento, i salci verdeggiavano o biancheggiavano.
‟La Pescara!” disse Turlendana soffermandosi, con un accento di curiosità e di riconoscimento istintivo. E stette a riguardare.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Chiarazuccarini" />{{RigaIntestazione|Pla|— 375 —|Plu|riga=s}}</noinclude>
'''Plaqué:''' V. ''Doublé''.
'''Plaquette:''' voce fr., di gergo, abusivamente usata per ''opuscolo (petite brochure)''.
'''Plastron:''' ingl. e fr., dal basso lat. ''plastrum'', it. ''piastra:'' dicesi nel linguaggio della moda di quella forma di cravatta a nodo fatto che ricopre lo sparato della camicia e si usa specie d’inverno. Dicesi anche degli abiti muliebri.
'''Platea:''' nel senso di ''piano delle fondamenta ove posano le fabbriche'' è voce classica che il {{AutoreCitato|Policarpo Petrocchi|Petrocchi}} si affretta, come suo costume, a collocare fuori dell’uso. Il fatto è che è invece dell’uso. Certo quest’uso deve essere ai nostri tecnici provenuto dall’imitazione del fr. ''platée''. Sarebbe ad ogni modo non nuovo caso di belle parole nostre, richiamate in vita per effetto casuale della somiglianza tra le due lingue neo-latine.
'''Plateau:''' «un ''plateau'' d’argento, un bel ''plateau'' in regalo», dicesi nel ceto mondano. La voce nostra è ''vassoio'', o ''piatto'', o ''guantiera'', o ''coppa''.
'''Platitude:''' termine francese usato nel linguaggio aristocratico per indicare ''ce qui est plat dans les sentiments'', cioè volgarità, semplicità, sciattezza. V. ''Piatto''.
'''Platonico:''' come attributo di ''voto, desiderio'', vale ''lieve, parvente'', privo di ogni sforzo e intenzione di raggiungere la realtà. Senso esteso di ''platonico = ideale''.
'''Plaudite, cives!''' lat., ''applaudite'', ''o cittadini:'' clausola dell’antica commedia latina. Dicesi estensivamente, spesso per ironia.
'''Plètora:''' voce medica, dal gr. ''πληθώρη'' = abbondanza di umori e di sangue. Nel senso traslato e figurato è neologismo: probabilmente dal francese.
'''Pliant:''' in fr. vale ''che è agevole a piegarsi; qui est aisé à plier. Siège pliant'' o sostantivamente ''pliant'', è chiamato quello sgabello formato di due telai incrociati o fissi per lo mezzo con una vite e tesi ad una estremità da un rettangoletto di tela su cui si siede: in uso in villa, al mare, su le tolde de’ bastimenti. ''Trespolo'', ''capretta'', ''iccase'', ''brandina;'' ma prevale il francese ''pliant''.
'''Plinto:''' lat. ''plinthus'' gr. ''πλίνθος'' = mattone: il piano inferiore delle colonne, de’ pilastri: dado, zoccolo di forma quadra: fr. ''plinthe''.
'''Plissé:''' parlando di stoffe dicesi talvolta così francesemente in vece di ''pieghettato'' o ''increspato''. V. ''Manteau''.
'''Plongeur:''' nome francese derivato dal verbo ''plonger'', immergere. Il pescatore di perle o di corallo che si tuffa e dura sott’acqua è ''plongeur;'' e così dicesi l’acrobata che salta a capo fitto dall’alto, su di una rete. L’italiano ha ''tuffarsi'' e ''attuffarsi; attuffatore'' lo si trova in qualche lessico, ma certo non è dell’uso.
'''Plotone:''' (V. ''Pelottone'') è una parte della compagnia, comandata da un subalterno.
'''Plum-cake:''' nome inglese di dolce: letteralmente ''focaccia di prugne (plum'', lat. ''prunum'', col cangiamento dell’''r'' in ''l'').
'''Plumeau:''' voce francese: «pennacchio per ispolverare».
'''Plum pudding:''' letteralmente ''bodino di prugne'', classico dolce inglese, specialmente in onore per le agapi di Natale. È una specie di bodino cotto a bagno-maria con molte sorti di uva passa. Le prugne danno il nome al dolce, ma non c’entrano.
'''Plump:''' voce tedesca che vuol dire ''goffo;'' sembra rendere col suono un po’ della pesantezza e della mancanza di disinvoltura, teutonica.
'''Plus ça change, plus c’est la même chose:''' tale motto felice e amabilmente assurdo riconosce per padre {{AutoreCitato|Jean-Baptiste Alphonse Karr|Alfonso Karr}}, e per essere più nel vero, vuol essere preceduto da due paroline: ''en politique''. Cfr. A. Karr, ''En fumant'', Paris, Levy, 1861 pag. 54.
'''Plus valore:''' è il ''mehr Werth'' di {{AutoreCitato|Karl Marx|Carlo Marx}}, da’ francesi tradotto in ''plus-valeur'' e in Italia divenuto ''plus''-valore, avvertendo che quel ''plus'' non è voce latina ma francese: almeno così è probabile. La parola è difficile a spiegare. Secondo Carlo Marx anche il lavoro è una merce che nella e per l’umana società deve essere scambiata con altra merce di ugual valore. Ora il capitale comperando il lavoro, lo ricompensa in modo sproporzionato, cioè inferiore, giacchè obbliga il lavoratore a lavorare un tempo superiore a quello che gli è necessario per produrre la sua forza<noinclude></noinclude>
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{{IndentInverso|0.5em}}''Da Buffalo (N. Y) — 160, Court St.'', riceviamo il seguente articolo del Rev. Prosseda di Fredonia sull’opera del Segretariato dell’''Italica Gens'' di Buffalo:</div>
Nel centro della città e proprio vicino alla gran piazza del Niagara, ove si innalza la mole bianca e maestosa del monumento alla memoria del Presidente {{wl|Q35041|Mc Kinley}}, sorge la bella chiesa di S. Antonio da Padova, fondata diretta dalla benemerita Congregazione di S. Carlo Borromeo, istituita dal compianto Mons. Scalabrini per il bene spirituale e materiale degli emigrati italiani. Il fare la storia di questa chiesa credo sia cosa superflua fuori dai limiti consentiti per una relazione in questo periodico; solo accenneremo ad alcune delle principali vicende della chiesa le quali, così in succinto, bastano a dare una chiara idea dell’opera tenace e costante dei figli di S. Carlo per il bene della Colonia di Buffalo. Questa missione ebbe inizio nel 1888, quando il P. Scibelli, ora morto, iniziò l’opera sua di missionario nella cappella annessa alla Cattedrale di S. Giuseppe. Colà gli italiani accorrevano da tutte le parti di Buffalo per i loro bisogni spirituali. Le cose rimasero così per quasi tre anni, e nel 1891, cresciuti i bisogni della popolazione, si fondò in Court st. e Morgan la presente chiesa.
Dopo qualche anno, ritiratosi il P. Scibelli, gli successero nella direzione i RR. PP. Ludovico Martinelli e Bernardo Casassa.
Affranto dalle fatiche del suo apostolato religioso e sociale, il P. Casassa moriva nel 1909 al suo paese natio in Val d’Aosta, e veniva scelto come successore nell’importante missione il P. Angelo Strazzoni. Egli attende alla sua opera con grande amore; ed è ora suo intendimento di fabbricare una vasta scuola italiana, ove i nostri giovani siano educati e rinsaldati nell’amore della Patria lontana. Il disegno è splendido; il fabbricato misura 75 piedi per 76, è a tre piani, e nel primo di questi v’è un ampio ''Auditorium'' per le recite, conferenze, conferimento di diplomi, ecc. Mentre scrivo, le fondamenta sono già incominciate, ed il prossimo settembre segnerà una festa memorabile per la colonia, allorchè tale scuola sarà inaugurata. E come si addice alla prima parrocchia italiana di Buffalo, questa sarà la più bella scuola italiana.
Non contento di ciò il Rev. P. Strazzoni ha cercato di dare maggiore sviluppo alla Società di S. Vincenzo de’ Paoli per l’assistenza gratuita dei poveri e degli infermi; invero lo stato fiorente della società ed il bene che ne deriva stanno a dimostrare l’efficacia e lo zelo del giovane sacerdote. A questi lodevoli sforzi si aggiunge, con nostro grande compiacimento, l’istituzione del Segretariato dell’''Italica Gens'', annesso alla parrocchia. Questo da poco tempo esplica la sua azione ed ha già dato risultati assai lusinghieri; basti accennare{{AltraColonna}} che mercè l’opera del P. Angelo fu composto, mesi or sono, un grande sciopero di lavoratori; furono avviate al lavoro molte persone; ricoverati decine di orfani. Egli si interessa inoltre delle condizioni dei lavoratori, tanto nella città come nelle campagne intorno a Buffalo, come pure dei malati negli ospedali e nelle famiglie. Insomma nulla tralascia perchè la nostra colonia sia assistita degnamente. Noi ci congratuliamo vivamente con lui, augurandogli sempre nuovi successi.
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{{centrato|{{larger|'''Il carteggio di {{AutoreCitato|Alessandro Manzoni|Alessandro Manzoni}}'''}}}}
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A cura di {{wl|Q3768134|Giovanni Sforza}} e di {{wl|Q18114981|Giuseppe Gallavresi}} uscirà a giorni, in una magnifica stampa della Casa Hoepli, la prima parte del ''Carteggio di Alessandro Manzoni'', dal 1803 al 1821, vale a dire da quando il Manzoni aveva diciotto anni a quando n’ebbe compiuti trentasei. «La presente edizione, avvertono i due raccoglitori, è frutto di una intesa tra la famiglia del grande Lombardo, l’editore Hoepli ed il più provetto di noi due (sarebbe lo Sforza, direttore dell’Archivio di Stato di Torino). Questi ha liberamente conferito nella nuova e più compiuta stampa la materia che ebbe dagli eredi del Poeta, aumentata durante anni ed anni di ricerche e ricevuta quindi — per curare la presente edizione — dal più giovane collaboratore con reverente gratitudine». A tale concordia di propositi, fra gli usuali ricercatori di archivio non troppo comune, corrispose il più largo favore degli studiosi italiani e stranieri, che gareggiarono nel comunicare le carte manzoniane, che dovevano integrare l’epistolario edito sin qui. Citiamo con riconoscenza: l’Istituto di Francia, che, in via d’eccezione, volle questa volta dipartirsi da quelle norme che limitano la comunicazione dei depositi recenti; i nipoti della erede del Fauriel; le discendenti della marchesa di Condorcet; l’ing. Massucco, pronipote di Eustacchio Degola, primo padre spirituale di Alessandro, e, via via, enti pubblici e persone e famiglie private. Esce adunque ora una edizione interamente (le eccezioni sono pochissime) collazionata sugli autografi o su copie degne di fede; disciplinando la riproduzione a più rigidi criteri di uniformità coll’autografo, e rispettando anche talune singolarità nella grafia e nella punteggiatura più frequenti nelle lettere più antiche. Salvo quando si trattasse di semplici sviste o di trascorsi di penna, le forme più anormali riscontrate nelle lettere francesi furono riprodotte, riservandosi gli illustri e benemeriti raccoglitori il compito di sobrie annotazioni esplicative e interpretative riguardanti i luoghi e le persone e lasciando in disparte i commenti morali ed estetici, i quali in questo caso non hanno da essere fatica degli editori. Alessandro Manzoni ha da presentarsi al lettore senza commenti, lui, i suoi giudizi, le sue particolarità, i suoi segreti.
{{A destra|margine=1em|'''I maestri e la famiglia.'''}}
La prima lettera che troviamo qui è indirizzata a quel gran cavaliere della poesia italiana che fu {{Pt|Vin-}}
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{{Rule|100%}}</noinclude>{{Colonna}}{{Pt|cenzo Monti|{{wl|Q723643|Vincenzo Monti}}}}, ed è di accompagnamento a un «idilio» del maestro intitolato ''Adda''. «Voi mi avete più volte, scrive il Manzoni da Lecco il 15 settembre 1803, ripreso di poltrone, e lodato di buon poeta. Per farvi vedere ch’io non sono nè l’uno nè l’altro, vi mando questi versi. Ma il principal fine di essi si è il ricordarvi l’alta mia estimazione per voi, la vostra promessa, e il desiderio con cui vi sto attendendo. Credo inutile avvertirvi che sono opera di un giorno; essi risentono pur troppo della fretta con cui son fatti. Nulla meno ardisco pregarvi di dirmene il parer vostro, e di notarne i maggiori vizi». Desiderio del giovane al quale Vincenzo Monti volle accondiscendere, con una lettera di risposta da Milano respiranti la bonomia del grande uomo, travagliato dalla cattiva salute, dai quotidiani decotti che si deve sorbire, noiato dalle cautele che deve usare per tenersi su e non peggiorare, e occupato dalla stampa iniziata del suo ''Persio''. Ma, insomma, gli dice che i versi son belli e respirano non sa che di vergiliano e campagnuolo. «Sempre più mi confermo, conclude, che in breve, seguitando di questo passo, tu sarai grande in questa carriera e, se al bello e vigoroso colorito che già possiedi, mischierai un po’ più di virgiliana mollezza, parmi che il tuo stile acquisterà tutti i caratteri originali». Questa al Monti e un’altra al corcirese Muxtoditi, amico suo di giovinezza e fin da allora noto agli intimi come giovine meraviglioso, sono le sole lettere che abbiamo del Manzoni nel 1803.
Anche gli anni che seguono sono molto scarsi, sia perchè il grosso dell’epistolario andò perduto, sia perchè il Manzoni fin da ragazzo fu scrittore di lettere molto parco; gentile e tenace nelle amicizie, ma pigrissimo nello scrivere, della bella e onesta pigrizia dei geni elaborati o meditativi. Nel 1805 ritroviamo il nostro a Parigi, insieme con la madre, fra le cui braccia scrive al Monti avere ritrovata la felicità: «Io non vivo che per la mia Giulia, e per adorare e imitare con lei quell’uomo che solevi dirmi essere la ''virtù stessa'' (Carlo Imbonati). I tuoi modi cortesi, la tua bontà tanto rara in quei pochissimi, cui il sentimento naturale, e la pubblica opinione fa superiori agli altri, non usciranno mai dal mio cuore». — È noto a questo riguardo che donna Giulia figlia del celebre marchese Cesare Beccaria, aveva sposato nel 1782 Pietro Manzoni, e, avutone il figlio Alessandro nel marzo 1785, s’era da lui legalmente separata nel 1797. Carlo Imbonati, ispiratore del {{AutoreCitato|Giuseppe Parini|Parini}} nell’ode ''{{TestoCitato|Opera:La educazione (Parini)|Torna a fiorir la rosa}}'', aveva poi stretta amicizia con donna Giulia, fino a istituirla erede universale delle proprie sostanze. Fatto che ebbe in compagnia sua un viaggio in Inghilterra, prese stanza con lei a Parigi, dove appunto morì il 15 marzo 1805 in età di 52 anni, profondamente pianto da donna Giulia, la quale alla su citata lettera di Alessandro aggiunse un poscritto: «Ed io pure, caro Monti, voglio aggiungere due righe a quelle del mio Alessandro. Oh voi, che lo amate, voi, che ''veramente'' lo conoscete, giacchè proporgli per modello l’adorato mio Carlo, voi misurate l’amore immenso che gli porto, da quello immenso amore, e da quel dolore{{AltraColonna}} sacro, insanabile che sento e pruovo per lui. Oh! voi non mi direte già di distrarmi, nè di consolarmi, voi non potete immaginare che si ardisca tentare di mettere una lacuna nella eternità, già incominciata per me, perchè fissata sopra di lui. Parlatemi dunque, o Monti, perchè io con voi possa parlare. Che gli altri pronuncino il vostro nome con ammirazione e con sentimento di nazionale orgoglio, per me esso non esce dalle mie labbra, che dopo esser passato sul mio cuore».
{{A destra|margine=1em|'''Discussioni col Fauriel.'''}}
Del 9 febbraio 1806 è la prima lettera del Manzoni veramente importante per la storia del suo ingegno e dei suoi studi, diretta al {{wl|Q994181|Fauriel}}, l’amico di madame de Staêl, e uno dei più felici illustratori della storia e della letteratura contemporanea della Francia meridionale. «Quando il Manzoni conobbe il Fauriel, scrivono gli editori dell’epistolario manzoniano, questi aveva ormai e per lungo tempo fondato la sua vita sentimentale sull’amore della M.sa di Condorcet; questa coppia s’era anzi affratellata all’altra, poco dissimile, dell’Imbonati e di donna Giulia. La vita del Fauriel è così dal i8o6 intimamente collegata con quella del Manzoni». Il quale avendogli inviato i versi per l’Imbonati, n’ebbe in risposta una affettuosa lettera, tra critica e famigliare, alla quale egli a sua volta risponde: «La cognizione, gli scrive, ch’io sapeva aver voi delle italiane lettere fu in me cagione di timore nel presentarvi quei miei versi: ed è questa stessa ragione che mi rende più lusinghievole (sic) l’accoglienza che ad essi avete fatto. Dopo la soddisfazione di aver reso un omaggio qual ch’ei si sia alla memoria di un uomo, ch’io venero come virtuosissimo, a cui son grato come all’angelo tutelare di mia madre, e ad uno che tanto mi amò; dopo la soddisfazione di aver fatto a questa mia dolce madre ed amica quello che gli (sic) poteva far di più grato, la vostra lettera è il più gran piacere che quei versi m’abbiano procurato». Dopo questo preambolo, il Manzoni comincia a parlare, da gran letterato, dell’arte sua, che era allora quella di far versi. I giudizi che di lui riportiamo sullo sciolto e sull’esametro virgiliano, rivelano in lui qualche cosa di molto più profondo che non la semplice informazione letteraria e di più vivo che non la solita tradizione. Ciò ch’egli dice del verso virgiliano è più intimamente sentito e più liberalmente e signorilmente espresso che non quello stesso che ne sentiva il Monti. Abbiamo a che fare non con uno scolaro della scuola classica, ma con un artista del nuovo grande romanticismo che in cospetto ai classici non ottunde anzi affina la propria squisita sensibilità. In lui la continuità dell’endecasillabo e quasi discendenza sua dal vario e versatile esametro latino, non è astrattamente e dogmaticamente affermata; è sentita invece vivacissimamente.
«Quello che voi dite degli sciolti, e il modello che proponete di questa maniera di verseggiare, fa vedere quanto conoscete l’indole della poesia italiana. Lo sciolto parmi veramente il più bello dei vostri metri, quando è ben maneggiato. Parmi ch’esso abbia, come {{Pt|l’esame-}}
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{{Rule|100%}}</noinclude>{{Colonna}}{{Pt|tro|l’esametro}} latino, il pregio di prendere ogni colorito. {{AutoreCitato|Publio Virgilio Marone|Virgilio}} ha dato a quello semplicità, delicatezza, eleganza nelle bucoliche, soavità, mollezza, esattezza, spirito poetico nelle georgiche, maestà, passione, evidenza nell’epico, armonia e varietà sempre. {{AutoreCitato|Quinto Orazio Flacco|Orazio}} lo ha fatto gentile, familiare, arguto, fedele sempre al pensiero. Noi abbiamo una prova della flessibilità dello sciolto nella traduzione che il {{AutoreCitato|Annibal Caro|Caro}} ha fatto dell’''{{TestoCitato|Opera:Eneide|Eneide}}'', nella {{TestoCitato|Della coltivazione|coltivazione}} dell’{{AutoreCitato|Luigi Alamanni|Alamanni}} (monotona però sovente, ma per difetto dell’autore, non della natura del verso) e in quel modo di satireggiare del Parini, tutto suo proprio.
{{A destra|margine=1em|'''Il Parini.'''}}
La mancanza poi della rima io la credo piuttosto che una difficoltà di meno, un aiuto e una scusa di meno. Trovati i primi pensieri, la necessità della rima ne fornisce molti altri, molti ne modifica, e dà principalmente di quelle minute immagini, che fanno l’eleganza di un componimento, e compiscono alle volte il pensiero. Se il poeta non sa adattare lo stile e il suono dello sciolto alla materia, se non è fecondo di immagini, se non sa trovare da sè quello che la rima gli avrebbe suggerito, il suo sciolto sarà certamente peggiore d’una ode rimata, che manchi in egual grado delle altre virtù poetiche. Il Parini è sommo scrittore di versi sciolti perchè le aveva tutte.... Io credo che la meditazione di ciò che è e di ciò che dovrebbe essere, e l’acerbo sentimento che nasce da questo contrasto, io credo che questo meditare e questo sentire sieno le sorgenti delle migliori opere sì in verso che in prosa dei nostri tempi: e molti erano gli elementi di quel sommo uomo nel quale brano avrete osservate, pure in non ardua nè vasta materia, alcune delle qualità migliori e più schiette dell’ingegno manzoniano: la sicurezza o nettezza maestra dell’osservare, la semplicità e quasi facilità felicissima del dire, senza burbanza nè pedanteria, ugualmente lontana dalle convinzioni ostinate e spesso ombrose e accidiose del letterato italiano di vecchio stile, e dalla burbanza e improntitudine dei nuovi irrequieti romantici. Con questo Manzoni virgiliano e pariniano si riannoda l’antico al moderno, si riprende e si rielabora la nostra migliore tradizione letteraria, la quale, appunto, dal secolo di Augusto a quello di Napoleone non ebbe soluzione vera di continuità mai. Mirabile anche in un giovine letterato di ventun anno l’assenza totale di ogni pregiudizio sociale, e l’affermazione, per esempio, che la satira del Parini non avesse avuto alcun effetto pratico sui costumi: «i bei versi del ''{{TestoCitato|Opera:Il Giorno|Giorno}}'' non hanno corretti nell’universale i nostri torti costumi più di quello che i bei versi della georgica di Virgilio migliorino la nostra agricoltura... il Parini non ha fatto che perfezionare di più l’intelletto e il gusto di quei pochi che lo leggono e l’intendono, fra i quali non v’è alcuno di quelli che egli si è proposto di correggere; ha trovato tutte le belle immagini, ha delle verità». Tuttavia egli aggiunge: «io son persuaso che una qualunque verità pubblicata contribuisce sempre ad illuminare e riordinare un tal poco il caos delle nozioni dell’universale, che sono il principio delle azioni{{AltraColonna}} dell’universale». Non solo; ma, ricercando la causa di questo mancato influsso dell’arte pariniana sui costumi nel fatto che la lingua del ''Giorno'' diversissima da quella parlata può quasi dirsi lingua morta pel gran pubblico, rivela fin d’ora la preoccupazione dello strumento primo della sua propria arte: quella della lingua.
{{A destra|margine=1em|'''Ammirazioni francesi.'''}}
In una lettera del 12 marzo a {{wl|Q111752759|Giovambattista Pagani}}, il Manzoni ha una curiosa e giovanile espansione sul poeta francese {{wl|Q537788|Le Brun}}. Dice che ebbe «l’onore di pranzare con un grand’uomo, con un poeta sommo, con un lirico trascendente». «Avendomi onorato del dono di un suo componimento stampato, volle assolutamente scrivere sull’esemplare, che conserverò per sempre: ''A M.r Beccaria. C’est un nom'', diceva egli, ''trop honorable pour ne pas saisir l’occasion de le porter. Je veut que le nom de Le Brun choque avec celui de Beccaria''. Ho avuto l’onore di imprimere due baci sulle sue smunte e scarnate guancie; e sono stati per me più saporiti, che se gli avessi colti sulle labbra di Venere. È un grande uomo, per Dio! Spiacemi che le sue Odi sieno sparse, e non riunite in un volume, per potertele far conoscere: il suo nome lo conoscerai certamente. Credimi che noi Italiani siamo alquanto impertinenti, quando diciamo che non v’è poesia francese. Io credo, e creder credo il vero, che noi non abbiamo (all’orecchio) un lirico da contrapporre a Le Brun, per quello che si chiama forza lirica. E perciò qui lo chiamano comunemente Pindare Le Brun, e non dicono forse troppo. Per contentare la loquacità che oggi mi domina, e per giustificare la mia opinione, ti trascriverò qualche verso qua e là delle sue odi». A mettere in giusta luce i quali entusiasmi, dobbiamo ricordare che la iperbolica ammirazione del Le Brun era allora in voga in Francia, e con quelle due espressioni all’''orecchio'' e ''forse'' il Manzoni ratempera istintivamente la propria foga; e, infine, che i ''{{TestoCitato|Opera:Dei Sepolcri|Sepolcri}}'' non ancora facevano parte della letteratura italiana, e proprio in quell’anno il {{AutoreCitato|Ugo Foscolo|Foscolo}} cominciava a meditarli per dare all’Italia un nuovo esempio di poesia pindarica.
Il medesimo Pagani gli mandò, qualche giorno dopo, un suo giudizio molto aspro sull’{{wl|Q296244|Alfieri}}. E il nostro, di rimando, in data 18 aprile: «Tu mi parli di Alfieri, ''la cui vita è una prora del suo pazzo, orgoglioso furore per l’indipendenza'', secondo il tuo modo di pensare; e secondo il mio, un modello di pura, incontaminata, vera virtù di un uomo che sente la sua dignità, e che non fa un passo di cui debba arrossire». Ed ecco veramente un giudizio sicuro, che fa onore al nostro, il cui culto per l’Alfieri manifestò già nei sermoni giovanili, come annotano gli editori, risaliva al tempo della sua dimora in Lombardia; donde, scrisse anche il {{AutoreCitato|Francesco De Sanctis|De Sanctis}}, egli partì tutto pieno d’Alfieri. Il Manzoni accolse e fece suoi i grandi esempi del rinnovamento letterario romagnolo, lombardo e piemontese, rappresentato dal Monti, dal Parini e dall’Alfieri. E partì proprio di là dove gli altri erano arrivati, per fare poi la sua strada, questo non c’è bisogno di dirlo.
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{{A destra|margine=1em|'''Il Manzoni giacobino.'''}}
Andiamo avanti. Nel settembre di quell’anno 1806 si ammala molto gravemente l’Arese. Il Manzoni a Parigi è informato del caso e delle circostanze che lo rendono anche più triste all’anima ch’egli aveva allora di miscredente. «Duolmi amaramente che gli amici non abbiano adito al suo letto, e che invece egli debba avere dinanzi agli occhi l’orribile figura di un prete. Nè puoi figurarti quanto dolore e quanta indegnazione abbia in noi eccitato il sentire da Calderari, che ad Arese era stata annunziata la sentenza fatale. (Spero per Dio che sarà vana). Crudeli! così se egli schiva la morte, ha dovuto nullameno assaporarne tutte le angoscie! E quante volte l’annuncio della morte ha ridotto agli estremi dei malati, che ignorando il loro stato sarebbero guariti.
«Basta; i mali del caro ed infelice Arese, che ho sempre dinanzi agli occhi, mi allontanano sempre più da un paese, in cui non si può vivere, nè morire come si vuole. Io preferisco l’indifferenza naturale dei francesi, che vi lasciano pei fatti vostri, allo zelo crudele dei nostri, che s’impadroniscono di voi, che vogliono prendersi cura della vostra anima, che vogliono cacciarvi in corpo la loro maniera di pensare: come se chi ha una testa, un cuore, due gambe ed una pancia, e cammina da sè, non potesse disporre di sè, e di tutto quello che è in lui a suo piacimento».
{{A destra|margine=1em|'''La grande amicizia col Fauriel.'''}}
Ma vediamo un’altra lettera del Manzoni al Fauriel, datata da Genova il 19 marzo 1807:
«J’étais au lit ce matin, et je pensais au retard de vos lettres, quand j’entend ma mère qui crie: Alexandre, une lettre de Fauriel; je sautai de mon lit, je courus dans sa chambre et nous savourâmes ensemble votre chère lettre. Je ne peux pas vous exprimer le plaisir que me fait l’espérance toujours plus forte en moi que je serai votre ami, et cette espérance fait aussi le bonheur de ma mère, qui me répète toujours (ce que mon coeur me dit aussi, quoique ma raison me réplique que c’est une folle presomption): Oh si tu pouvois devenir nécessaire à ce divin Fauriel! Ne vous fàchez pas, l’épithète m’est échappée.... Nous allons partir da Génes (le) mardi 24, nous resterons peut-être 3 semaines à Turin, et puis nous retournerons ''{{TestoCitato|Io pur, la Dio mercè, rivolgo il passo|a calcar l’Alpi nevose, e il buon Gallo sentier}}'', comme disait notre Alamanni, qui avait raison, car.... Ma je vous dirai à (''sic'') vive voix tout le mal que je sens de cette belle Italie et les raisons qui me font lui préférer la France. Si quelqu’un de mes concitoyens m’entendait, il crierait au blasphème; mais, s’il vous connaissait et s’il avait du bon sens, il concevrait que la raison d’être près de vous est une raisons suffisante pour me faire préférer le séjour de Paris à tout autre: je vous avertis sérieusement de prendre cette expression à la lettre».
Fra le ragioni che renderebbero ora più che mai cara al Manzoni la conversazione del Fauriel, ve n’ha alcune intime di cuore.
Vi ho forse raccontato altra volta che ho avuto nella mia adoloscenza (1801) una fortissima e purissima passione per una giovinetta.... passione che ha forse{{AltraColonna}} consumate le forze della mia anima per simili emozioni. Ebbene! ella è a Genova, ed io l’ho veduta. Mia madre, che aveva fondato la speranza di tutta la sua vita nella nostra unione e che non la conosceva personalmente, l’ha veduta e ne è stata molto colpita, poichè ella è maritata. Quel che mi dà un po’ di tortura, è il pensiero che è un po’ colpa mia averla perduta, e che ella credeva che la colpa fosse tutta mia. Ma la mia colpa fu di non averla avvicinata quando lo potevo onorevolmente; ma allora non mi rimaneva per essa che una profonda venerazione che conserverò sempre: questo sentimento non era altrettanto forte quanta la mia avversione per il matrimonio; avversione che l’orribile spettacolo del mio paese aveva fatto nascere, che la parte che io prendevo (ed ecco la mia vergogna) a questa corruzione non aveva fatto che aumentare». La fanciulla alla quale il Manzoni accenna chiamandola «l’angelica Luigina» fu forse donna Luigia Visconti dei marchesi di San Vito, sorella del filosofo Ermes, andata sposa in Genova al marchese Gian Carlo di Negro, altro amico del Manzoni, e morta appena nel 1810.
{{A destra|margine=1em|'''La morte del padre.'''}}
Nel marzo di quello stesso anno il nostro scriveva da Brusuglio al Pagani: «Un motivo ben doloroso, il desiderio cioè di vedere mio padre ch’era gravemente malato, desiderio che purtroppo non ho potuto soddisfare, giacche non lo trovai vivo, mi ha chiamato a Milano. Come però questo era il solo motivo che mi ci chiamava, così cessando questo non metto il piede in città (a Milano) e domani o dopo riparto per Torino, indi per Parigi». In questo viaggio era stato accompagnato dalle madre, ma nè l’uno nè l’altra piansero a lungo per la morte di don Pietro.
L’amicizia col Fauriel si fa in questo periodo di lontananza sempre più profonda: il giovane ha promesso a sè medesimo di scoprirsi all’amico tutto intero, e in ogni istante: perchè vuol essere degno di lui e in fondo «je me trouve bon enfant; et je suis sûr de n’avoir jamais un sentiment méprisable». Continua con l’illustre uomo la conversazione letteraria e da Torino lo informa d’aver letto la traduzione di Virgilio fatta da «quell’Alfieri a cui sono scappate diciannove eccellenti tragedie». «Que diable est-il allé faire dans cette galère?». Egli ha voluto contare le espressioni di Virgilio (come questo autore gli sta ancora e gli starà sempre dinanzi!) che gli paiono indebolite, o spoetizzate nella traduzione e gli è sembrato trovarne trentacinque nelle prime quattro pagine. «Mi sembra che dopo il Caro, rimanga ancora da fare una assai bella traduzione dell’''Eneide'', ma mi sembra che per farla bisogni avere proprio quello che l’Alfieri non aveva. Mi sembra che questo grande uomo assomigli a un eccellente comico, che fuori della scena e andando in società dicesse delle sciocchezze, e allora, a dirvi la verità, je ne le trouve ''pas bête comme un génie''». E chiudendo una lettera al medesimo, del 12 maggio: «Addio, mio caro amico, se pur son degno di voi: ricordatevi che mi è impossibile stimare e amare chi che sia tanto quanto faccio di voi».
{{FineColonna}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||IL BUON CUORE|239}}
{{Rule|100%}}
{{Rule|100%}}</noinclude><section begin="4" />{{Colonna}}
{{A destra|margine=1em|'''Il matrimonio.'''}}
Alla fine del mese lo ritroviamo ristabilito con la madre a Parigi, ove seguita a scrivere al Fauriel alla Maisonnette, in tema del matrimonio che il Fauriel gli proponeva di contrarre con Mad. Le Laubespin (Mll.e de Tracy), alla quale egli non può offrire con fiducia che un cuore retto e puro, ciò che non è che il puro necessario e che non si può contare come un vantaggio. L’unico vantaggio dunque che questa unione potrebbe offrirle, è l’amicizia viva e la devozione inalterabile della madre più tenera e più degna di rispetto; e io non esito a dire che ciò potrebbe essere un compenso a una parte de’ miei difetti?! Del resto, egli dice, voi mi conoscete, mio caro buon Fauriel, e sapete forse meglio di me che la mia avversione alla soggezione, il mio allontanamento assoluto dalla società, la mia completa malagrazia e il mio invincibile imbarazzo (che mi rende talvolta ben ridicolo) ecc. ecc. fanno di me un essere un po’ originale, e d’una originalità che io non credo troppo fatta per piacere a una creatura ''tout-à-fait gentille'' per sè stessa e usata a vedere nei propri onorati genitori, e certamente anche negli amici di loro scelta, le grazie dello spirito riunite alle qualità indispensabili del cuore».
Del 16 giugno 1805 abbiamo una lettera al Monti, nella quale il Manzoni si difende dall’accusa fattagli dal poeta di «irragionevole e celata inimicizia». «Io posso benissimo, gli scrive, parlando dei tuoi componimenti con amici, aver detto ciò che al debolissimo mio giudizio pareva in essi reprensibile, con quella stessa bocca con cui ne ho esaltate le bellezze. Giacche santa parmi quell’amicizia che collo stesso affetto abbraccia la verità e l’amico. Se tu fossi mediocre poeta, ed io fossi tuo amico, io non parlerei mai dei tuoi versi; ma come questi versi sono agli occhi miei tanto superiori ai tempi, tanto vicini all’antica perfezione dell’arte, così, parlandone, io ho la consolazione di lodarne le infinite bellezze, ed ho la sincerità (temerità forse in un giovane, ma necessaria a chi loda) di notare ciò che a me non pare perfetto».
In altra, che s’argomenta scritta nell’ottobre da Belvedere sul Lago, il Manzoni annunzia al Fauriel il suo quasi fidanzamento con Enrichetta Blondel, e pone fra i vantaggi che gli recherà la nuova sposa, questi due: il non essere nobile e l’essere protestante. Al Belvedere il Manzoni e la madre vivevano «nella maggior solitudine, tremando di paura tutte le volte che sentiamo una carrozza entrare nel cortile.... Io faccio lunghe conversazioni con i contadini e i muratori e mi informo di tutto quel che riguarda l’agricoltura, ''ce qui m’interesse au dernier point''. La mia fortuna ha voluto che, poco avanti il nostro arrivo, uno sciame di api venisse ad abitare nel nostro giardino, e questo mi darà un seguito di piaceri e di occupazioni ''classiche'', che io desideravo tanto».
Nelle lettere che seguono s’annunzia il matrimonio e si rifanno gli elogi della sposa: «Questa angelica creatura sembra fabbricata apposta per noi; essa ha tutti i miei gusti, ed io sono sicuro che non c’è un punto importante in fatto di opinioni sul quale{{AltraColonna}} discordiamo». Anche la sposa desidera ardentemente di vedere il Fauriel e «d’embrasser l’ami de son mari». La felicità di don Alessandro è turbata solo da una non lieve malattia della madre e scossa dalla notizia della morte di Cabanis, che egli tanto più amava in quanto non aveva conosciuto altri al mondo il cui morale più assomigliasse a quello del povero Carlo Imbonati.
Nell’estate del 1808 il Manzoni appare nuovamente a Parigi da una lettera al Pagani, nella quale si parla con ammirazione della storia della guerra d’America del {{AutoreCitato|Carlo Botta|Botta}}: «Tutti quelli che conoscono i suoi scritti affermano che l’Italia non ha prosatore migliore nè più purgato di lui»; alcuni mesi dopo dà notizia al Fauriel delle commedie e della prima parte della ''Vita'' dell’Alfieri, «del divino e qualche volta troppo ''umano'' Alfieri» che ha tartassato con ingiustizia e persino con perfidia cose e uomini della grande Francia giacobina. «Infine, questa vita è la vita dell’Alfieri, scritta dall’Alfieri, — c’è niente di più interessante e di più bizzarro dell’eroe e dello storico?».
Siamo arrivati così passo passo alla soglia del 1809 degli anni in cui il Manzoni allargando nelle lettere il campo delle sue impressioni e dei suoi giudizi, rivela sempre più nettamente e più gagliardamente imposta la propria complessa figura di uomo, di pensatore di artista.
Riserbiamo a un altro articolo l’esame di quest’altra parte del suo carteggio.
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'''Poveri a Salsomaggiore.''' — Mercoledì di questa settimana partivano dalla nostra Stazione Centrale, diretti al Sanatorio di Salsomaggiore, centodue poveri per una cura di venti giorni. Erano accompagnati dal dott. Attilio Faconti. Sono così centocinquanta i poveri che in diverse riprese ebbero quest’anno il beneficio della cura di Salso per merito dell’''Opera Pia Catena''. Con gentile pensiero, quest’anno, dieci posti — totalmente gratuiti — furono riservati ad ammalati poveri appartenenti a famiglie di combattenti in Africa, proposti dalla Società «Pro Esercito».
'''La pensione Francesco Hayez e i risultati scolastici a Brera.''' — Il Consiglio Accademico ha conferito la Pensione Francesco Hayez — fondata dalla compianta signora Angelina Rossi Hayez, figlia adottiva del celebre artista — al giovane Guido Marchesi di Vimercate, licenziato dalla scuola di pittura.
Nella medesima seduta il Consiglio assegnava il premio di fondazione Bozzi-Caimi al sig. Pirovano Giovanni, di Renate Brianza, per la pittura; ed al giovane Aurelio Capsoni, di Milano, per la scultura.
Assegnava pure la borsa di studio per la scultura all’ex-alunno Giulio Cantoni, di Verolanuova (Brescia), borsa istituita per la prima volta dal Ministero della P. I.
In seguito alle classificazioni ottenute conferiva la licenza dai corsi superiori ai seguenti giovani:
''Per l’Architettura:'' Flaccovio Giuseppe, Luzzatti Dino, Mazzucotelli Adelmo, Paleni Giulio, Serafini Giuseppe, Alpago Novello Alberto, Cabiati Ottavio, Crosa Giuseppe, Depiera Felice, Ferrazza Guido, Gadola Ambrogio, Pieri Nerli Mario.
''Per la Pittura:'' Grossi Giovanni, Marchesi Guido, Pirovano Giovanni, Raimondi Arnaldo, Regorda Giovanni, Zaninelli Carlo.
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A Milano il figlio di {{wl|Q455785|Antonio Sciesa}}, di anni 72, figura simpatica di ambrosiano, assai popolare specialmente fra i vecchi {{pt|mila-}}{{altraColonna|33%|style=vertical-align:top;}}{{pt|nesi|milanesi}}. Michele Sciesa aveva lavorato fino a tarda età come litografo, in questi ultimi anni potè riposare mantenendosi con i risparmi del lavoro e con una pensione; — la signora Teresa Nocca ved. Ghiglieri; — l’ing. cav. Antonio Malfatti.
— A Genova il dott. Nereo Cortellini, professore nel R. Liceo-Ginnasio Colombo di quella città.
— A Badia Polesine il comm. Giuseppe Piana, cavaliere dell’Ordine al merito del Lavoro.
— A Roma il patriota Francesco Sampieri, d’anni 92.
— A Napoli la professoressa Chiara Gasperini, insegnante storia e geografia nella R. Scuola normale Pimentel Fonseca, e moglie del cav. Celestino Armandi, preside del liceo Vittorio Emanuele.
— A Case Mossi di Nibbiano (Piacenza) il cav. Francesco Gamba, capitano d’artiglieria a riposo, veterano della campagna del 1866.
— A Prato il cav. Giovanni Battista Muzzarelli, tenente colonnello di fanteria a riposo, superstite della guerra del 1859.
— A Torino il sig. Francesco Lanza.
— A Pianico la signora Elisa Rosa vedova Invernizzi.
— A Varese il rag. cav. Cesare Peter.
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{{centrato|{{larger|DIARIO ECCLESIASTICO}}}}
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{{mlb|'''28 luglio''' — Domenica, SS. Nazaro e Celso.
'''29, lunedi''' — S. Marta vergine.
'''30, martedi''' — SS. Abdone e Sennen mm.
'''31, mercoledi''' — S. Calimero, S. Ignazio Lojola.
'''1 agosto, giovedì''' — SS. 7 fratelli Maccabei.
'''2, venerdi''' — S. Alfonso de’ Liguori.
'''3, sabato''' — S. Lidia.}}
{{centrato|''Adorazione del S.S. Sacramento.''}}
{{Mlb|'''28 luglio, domenica''' — a S. Sebastiano. '''1 agosto, giovedì''' — a S. M. Podone.}}
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Presso le Madri Canossiane, Via Chiusa, n 9, si terranno, come di consueto, gli Esercizi Spirituali per le Maestre e per le giovani di civil condizione.
Essi cominceranno il 24 prossimo agosto, alle ore 16 e termineranno il 31 dello stesso mese, alle ore 11.
Chi volesse approfittarne e pernottare nell’Istituto, favorisca dare preavviso alla Superiora.
Si prega di portare la biancheria di camera.
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<noinclude><pagequality level="3" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione||''e di Soldati Italiani''.|139}}</noinclude>tore Retano Veneto, difendendosi bravamente, lasciò tempo al Colonnello Sneidau, di portargli soccorso. Si sperava di acquietare ogni torbido colla pace. Chiedevano i Turchi l’uscita de’ Presidj Cesarei dalla Transilvania, e la demolizione del nuovo Forte, eretto dal Conte Niccolò Sdrino in pochissima distanza da Canissa, ove il fiume Mura si scarica nel Dravo. La morte del primo Visire Kiuperlì disturbò la conclusione dell’affare. A lui con insolita fortuna tra gli Ottomani succedette il Figlio, giovine di vent’anni, dato allo studio dell’Astrologia. Questi rimise il negozio della pace al Bassà Halì, come pratico della faccenda. Si maneggiarono per molti mesi i Capitoli della Concordia con inopportuna tardanza della Corte di Vienna, in ispedire le commissioni al suo Ministro. I Turchi appresero, che tanta lunghezza ridondasse in loro disonore. Armarono potentemente, e furono in istato di muoversi con grosso esercito; quando i Ministri di Cesare, divisi in fazioni, a tutt’altro pensavano, che ad apparecchiare una vigorosa resistenza. Quattro de’ migliori reggimenti furono concessi agli Spagnuoli. Non si riclutavano gli altri, e si passavano i mesi in somma tardanza, come se si godesse alta quiete. Per altro, se si fosse presentata a’ confini una mediocre Armata, come suggerivano alcuni Turchi, amorevoli a Cesare, il Visir, che come nuovo, era ancora cautissimo, non avrebbe abbracciato il partito della guerra.
A peggiorare le determinazioni della Corte Imperiale concorse la morte dell’Arciduca Leopoldo Zio dell’Imperatore, il quale colla sua presenza, ed autorità dava soggezione a’ Consiglieri di Corte. E perchè di questo Principe è occorso, di favellarne nella guerra Svezzese, però non meriterà biasimo una breve digressione, che formi elogio alle di lui eccellenti virtù; bensì gioverà a dimostrare, come in tutti i secoli la grazia Divina ha saputo di gran Guerrieri formarne Eroi eminenti in integrità di costumi. Da Giovinetto studiò l’Arciduca lettere umane, Filosofia, Mattematica, Giurisprudenza sotto varj Precettori Gesuiti con profitto così insigne, che non ad apparenza, ma in realtà produsse al pubblico solenni dispute con sommo ingegno, e con eguale ammirazione di tutta la Corte. Dalla prima età comparve divotissimo, e grandemente inclinato ad orare. Per la modestia, congiunta a certo pudore Verginale, veniva chiamato l’Angelo Arciduca. Con somma gelosia custodì la purità. Finchè fu Governatore della Fiandra, non permesse mai a Persona d’altro sesso quello, che prima era in uso, cioè l’ingresso di donna nel Giardino di Corte. Dovendo accogliere Cristina Regina di Svezia nel proprio Palazzo, lo divise in due, per modo che non vi fosse accesso dall’uno all’altro. Occorrendogli incontro di Dame, o Principesse, abbassava gli occhi a terra, e sfuggiva il parlar loro. Se a lui si presentavano, voleva esser veduto dagli astanti; Si metteva in aria severa: rifiutava il bacio della mano: nè dava loro veruna ombra di confidenza. Bandiva i Commedianti liberi nel<noinclude></noinclude>
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{{block|is|{{spazi|2}}Sala da pranzo della Pensione Torretta. — Grande tavola apparecchiata nel mezzo della scena per il pranzo. Altri tavolini con tovaglie e qualche portafiori. Nella parete di fondo, due usci con tende verdi a frange giallo d’uovo; quello a destra è la comune, quello a sinistra introduce nella camera occupata da Grizzoffi. Tra i due usci, monumentale credenza — vecchio arnese di rivendita — con tazze, bottiglie, ecc. — Nella parete di sinistra, divano di juta verde, anch’esso con frange giallo d’uovo, poltrone, un tavolinetto per fumare, un altro per riviste e giornali; un uscio con tenda come sopra, che introduce nella camera occupata dal signor Barranco. — Nella parete di destra, una vetrina con stoviglie da tavola e un uscio che conduce alla cucina. Alle pareti un orologio a pendolo, oleografie di caccia e frutta. — La Pensione è di famiglia, assai modesta.}}
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<noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|composizioni aggiuntive.}}|397}}</noinclude><section begin="1" />{{Pt||Tornerà gradito ai lettori il leggere un brano della versione di questo Inno che {{AutoreIgnoto|Giuseppe Gando}} elegantissimo latinista è sul punto di compiere.
{{Ct|t=3|v=2|f=120%|DIVO GEORGIO.}}
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<poem>Audite, o Ligures! agitat mea pectora numen
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{{spazi|10}}Ecce volant: collecta viis gens undique fervet:
{{R|15}}{{spazi|10}}Ergone prisca iterum spectanda revertitur ætas?
{{spazi|10}}Quot datur obtutu mihi terras ilicet uno,
{{spazi|10}}Et quantum sæcli rapida complectier horâ!
{{spazi|10}}Audite horrentem ferro descendere turmam
{{spazi|10}}Cautibus aspicio, et parvis maria omnia cymbis
{{R|20}}{{spazi|10}}Currere, et eoos in bella ciere tyrannos.
{{spazi|10}}Quocumque intueor, mihi signa ligustica parent;
{{spazi|10}}Explicat illa Chios, de turribus explicat Andros;
{{spazi|10}}Illaque Leucoteon, pugnataque Chalcis adorat.
{{spazi|10}}Monibus illa Cydon, foribus Majorica tollit;
{{R|25}}{{spazi|10}}Illaque Cyrnæis, Sardisque albescere in oris,
{{spazi|10}}Atque super Tanain, super alta palatia cerno
{{spazi|10}}Almeriæ, auratosque tholos, permixtaque signis
{{spazi|10}}Gallorum, et Romæ labaris permixta secundæ.
Omnigenis vacui rebus, nisi carbaso et ense,
{{R|30}}{{spazi|10}}Vilia linquebant ignoti nomine tecta;
{{spazi|10}}Nunc opibus redeunt magnis, et parva domorum
{{spazi|10}}In sacras vertère ædes, aulasque superbas,
{{spazi|10}}Sculptile marmor ubi, et multi vis enitet auri.
{{spazi|10}}Mirum opus! ut primum sua linquit mella sub æstu
{{R|35}}{{spazi|10}}Grande, frequens examen apum, quod vere recenti
{{spazi|10}}Exiguum fuerat, velis augetur et armis
{{spazi|10}}Haud aliter Ligurum classis, portusque relinquens
{{spazi|10}}Innumeras jactat tantâ cum pube triremes,
{{spazi|10}}Ut tegat immensum munitis urbibus æquor.
{{R|40}}{{spazi|10}}Sic valet extremas rerum pertingere metas,
{{spazi|10}}Vincula si pulchrum laxet genus Ausonidarum,
{{spazi|10}}Nec miserum frangant livor, nec fœda voluptas;
{{spazi|10}}Tunc olli facile arridet Deus æthere ab omni,
{{spazi|10}}Illius atque fovet tentoria belliger ales.
{{R|15}}{{spazi|10}}Si mens cæca minus, vel sensus purior esset,
{{spazi|10}}Ceu mihi, divus eques vobis quandoque pateret,
{{spazi|10}}Qui, velut Hebræis errantibus ignea nubes,
{{spazi|10}}Dilecto Jani populo præcurrere gestit;
{{spazi|10}}Quo sine nulla Ligur tentat certamina miles;
{{R|50}}{{spazi|10}}Se quandoque daret majori in puppe videndum,
{{spazi|10}}Integra dum radiis ardet lorica coruscis
{{spazi|10}}Eminus ingenti jaculans formidine corda.
Littora diffugiunt oculis tam præpete lapsu
{{spazi|10}}Ut speciem mutent quoties it remus in undas,
{{R|55}}{{spazi|10}}Et rapidi subeunt anni et labentia facta.
{{spazi|10}}Quo ruis, Auriadum soboles, Humberte? potentem
{{spazi|10}}Tu regis imperio classem, tuque instruis uno
{{spazi|10}}Unus rite die maribus nova monstra daturam.
{{spazi|10}}Sed cur excelsi nebula volvuntur opaca
{{R|60}}{{spazi|10}}Corbes, et liquido non amplius aëre magnum
{{spazi|10}}Ante ratis linum præfulget cælius heros?
{{spazi|10}}Omne mihi verum recluditur! ecce propinquans
{{spazi|10}}Jam Pisæarum nemus eminet antennarum,
{{spazi|10}}Impatiensque moræ fraterna in prælia tendit.
{{R|65}}{{spazi|10}}Per superos quæso, proras, Humberte, retorque!
{{spazi|10}}Namque tibi, clarisque tuo de sanguine gnatis,
{{spazi|10}}Et lapsis Italis nunc heu, longumque per ævum
{{spazi|10}}Impia serviles pariet victoria luctus!
{{spazi|10}}Quod si me vestrum nemo audit, saxea cuncti
{{R|70}}{{spazi|10}}Pectora si geritis, me nimbus, et audiat æquor,
{{spazi|10}}Ingruat adversis Melloria, Gorgo carinis,
{{spazi|10}}Et simul infractas undoså mergat abysso.
{{spazi|10}}Irrita vota! ferox tanto gens impete pugnat
{{spazi|10}}Ut minus ardenti rabie fremat orcus in astra;
{{R|75}}{{spazi|10}}Attamen his eadem mater: nec sons minus illic,
{{spazi|10}}Sed vafrior superat: Pisarum fata ruebant.
{{spazi|10}}Per Ligurum puppes bacchantis personat acer
{{spazi|10}}Lætitiæ fremitus, miseri plaususque triumphi;
{{spazi|10}}Quæ vos heu! cepit dementia? Cingite naves
{{R|80}}{{spazi|10}}Funereis potius vittis, atrâque cupresso,
{{spazi|10}}Et flendo uxores pullå cum veste maritis</poem>
|}}<poem>{{spazi|10}}Occurrant geminam tacite pandentibus ulnam.
{{R|55}}{{spazi|10}}O stultas! nitido crinem quæ flore coronant,
{{spazi|10}}Submissoque genu sacras lætantur ad aras
{{spazi|10}}Fundere vota Deo, qui cantus horret iniquos,
{{spazi|10}}Incurvasque super frontes mala thura repellit.</poem><section end="1" />
''Pag.'' {{Pg|377}}. — (2). <section begin="2" />Scritta nell’esilio, l’anno 1840, a Parigi. <section end="2" />
''Pag.'' {{Pg|381}}. — (3). <section begin="3" />Fa pubblicato la prima volta in Napoli nel ''Lucifero'' l’anno 1839. <section begin="3" />
{{Pt|{{Ct|t=15|v=20|FINE.}}|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|362|{{Sc|composizioni aggiuntive.}}|}}</noinclude>''{{Pt|<br>|me}}ravigliose e splendide forme. E di vero, il culto cattolico mediante quell’innalzare che fa ad onoranze divine oyni ragione di virtù eroiche, apre all’arte sorgenti abbondevoli e inesauribili di poesia, essendo che in ciascun’ordine di anime glorificate riluce la rappresentazione viva e concreta di qualche simbolo morale e civile. Così accade che questo San Giorgio, cavaliero e martire, di cui parla il mio Inno, simboleggi e personifichi naturalmente e con gran vaghezza il valore umano adoperato alle degne e pietose imprese. Con eguale acconcezza tu il vedi significare, da un lato, il favore de’ cieli pronto ed apparecchiato a ciascuno di tali altissimi e salutiferi imprendimenti; e dall’altro, l’avversione e l’abborrimento che svegliano colassù le vittorie ingiuste ed ogni uso illiberale ed illecito della forza: e infine, egli ci rappresenta, con figure animate e terribili, le certe benchè indugiate vendette ed espiazioni delle colpe politiche, così dei popoli come dei re, e per le quali singolarmente si avvera la sentenza dantesca:''
<poem>{{smaller|{{spazi|40}}''Molte fiate già piansero i Agli''
{{spazi|40}}''Per le colpe de’ padri.''}}</poem>
''Niuna cosa, per certo, s’incorpora tanto con la sostanza e la perfezione del bello, quanto l'ottimo temperamento dell’astrazione e della individualità; e chi ben guardi nei segreti della poesia antica, ravviserà facilmente che molta parte della bellezza di cui sfavillano gli inni d’Omero e di Callimaco procede per appunto da tale mischiansa continua e al tutto spontanea delle tradizioni coi simboli, e delle idee universali ed archetipe con le specie reali e individuate delle persone e delle cose.''
{{smaller|{{spazi|10}}''Di Parigi, il giorno memorabile del 5 dicembre, 1846.''}}
{{Pt|{{Rule|4em|v=2|t=2}}|}}
<section end="s1" />
<section begin="s2" />{{Ct|t=3|v=3|I.}}
<poem>{{spazi|10}}Liguri udite un Genio entro mi spira
E ragiona di voi cose ammirande;
Vinto à lo spazio e ne’ remoti orecchj
Propaga il suon de’ profetali accenti.
{{R|5}}Sebben.... non veggo io la marmorea villa
Io stesso e il mar che d’alte prue s’inselva?
Le porte dell’esilio or chi m’atterra,
Giusto e pietoso, e in subita rapina</poem><noinclude><references/></noinclude>
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Tuvok1968
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<noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|composizioni aggiuntive.}}|375}}</noinclude><poem>{{R|220}}Dal Tanaro all’Oreto il ciel rischiari,
Nel feroce antiguardo, appo ad un forte
Sceso d’Emanuelli e d’Amidei,
Commiste andran liguri insegne e sarde,
E le candide croci e le vermiglie;
{{R|225}}E in bei rischi di guerre e di venture
Sol fian leggiadre di valor contese,
Meritate quassù d’alti diademi{{Nota separata|Pagina:Terenzio Mamiani Poesie.djvu/475|1}}.</poem>
<section end="s1" />
<section begin="s2" />{{Pt|{{Rule|4em|v=2|t=2}}|}}
{{Pt||<br><br><br>}}{{Ct|t=2|v=2|f=120%|L’ULTIMA FIAMMA.}}
{{Ct|v=2|f=80%|ELEGIA.}}
{{Rule|2em|t=2|v=2}}
<poem>{{spazi|10}}Chiusa in petto giacea d’antico ardore
Molta favilla sotto al cener queto,
E poca brage avria racceso il core.
{{spazi|10}}Da’ tuoi begli occhi e dal tuo labbro lieto
{{R|5}}Mosse, Madonna, il fuoco almo e sottile
Che fiero suscitò vampo secreto.
{{spazi|10}}Bella e degli anni ancor dentro l’aprile
Eri, e splendeati in volto e per la fronte
Un non so che d’altero e di virile;
{{spazi|10}}{{R|10}}Eri infelice, e fra i dispetti e l’onte
Del destino cresciuta; ond’io ’l veleno
Bevvi d’amor della pietate al fonte.
{{spazi|10}}Nè di me nè del mondo aver si pieno
Sperimento giovommi, e la crucciosa
{{R|15}}Intima voce e de’ molti anni il freno.
{{spazi|10}}Negri panni vestivi e dignitosa
Portavi la persona, e tua sventura
Non fea l’altezza del tuo sangue ascosa.
{{spazi|10}}Tal m’apparisti un giorno, e quella scura
{{R|20}}Gonna, e quell’atto maestoso e schivo</poem><noinclude>{{ruleLeft|6em}}<references/><sup>1</sup> {{smaller|Vedi le Note a pag. 394.}}</noinclude>
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Pagina:Ars et Labor, 1907 vol. II.djvu/675
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<noinclude><pagequality level="3" user="Pic57" /></noinclude>{{FI
|file = Ars et Labor, 1907 vol. II (page 674 crop).jpg
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}}
{{Ct|f=150%|'''AL PRESEPIO'''}}
{{Ct|f=120%|di {{AutoreCitato|Giulio Ricordi|J. Burgmein}}}}
{{Ct|f=100%|PRIMO}}
<score sound="1">
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\acciaccatura g8 f4( c8)\acciaccatura g'8 f4( bes,8)|\acciaccatura g'8 f( c a) bes4^-~ \pp bes16 _\markup{\italic "subito"} c32 bes|a4. bes4^-~( bes16[ c32 bes]|a8)( c a) bes( d bes)|a( c f) e( d e) f2.|\bar "||"
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/* È cambiato qualcosa? */ Risposta
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{{Bar}}
== È cambiato qualcosa? ==
Da ieri pomeriggio l'inizio di tutte le pagine del ns Pagina è indentato (come fosse un nuovo paragrafo). Non sembrano esserci problemi in transclusione, ma la cosa è un po' fastidiosa in fase di rilettura (bisogna sempre controllare se ci sono righe vuote all'inizio della pagina). Qualcuno sa cosa è successo? [[Utente:Dr Zimbu|Dr ζimbu]] ([[Discussioni utente:Dr Zimbu|msg]]) 08:22, 1 ott 2026 (CEST)
:Mi correggo: nella transclusione delle poesie lunghe sembra sia spuntata una riga vuota all'altezza del passaggio di pagina (vedi ad es. [[Satira (Guidiccioni)]] oppure [[Dalle Satire (Alfieri, 1912)/Satira Nona. I Viaggi]], dove sono sicuro che la riga vuota prima non c'era)--[[Utente:Dr Zimbu|Dr ζimbu]] ([[Discussioni utente:Dr Zimbu|msg]]) 08:30, 1 ott 2026 (CEST)
::@[[Utente:Dr Zimbu|Dr Zimbu]]: mi sembra che adesso i numeri di pagina siano sempre all'interno di un tag p. Potrei sbagliarmi, ma mi pare che una volta non era così. Quindi viene applicato il canonico spazio tra i paragrafi, anche se il numero pagina non è veramente un "paragrafo". Vedo anche che adesso tutti i p hanno un id, quindi forse c'è stato qualche intervento (mi pare che di recente abbiano cambiato il parser del wikitesto, potrebbe essere una conseguenza di questo). Ho aggiunto uno stile che sopprime lo spazio se il p è seguito da un poem, e sembra funzionare su [[Satira (Guidiccioni)]]. Invce su [[Dalle Satire (Alfieri, 1912)/Satira Nona. I Viaggi]] c'è purtroppo una riga bianca all'inizio della pagina (accidenti a questa mania di lasciare una riga bianca!) che fa sì che persista lo spazio, quindi andrebbero tolte tutte le righe bianche. Spero che la mia modifica non abbia effetti negativi laddove c'è un testo in prosa seguito da un poem. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 09:31, 1 ott 2026 (CEST)
:::{{ping|Candalua}} Ma è un cambiamento che ha riguardato tutte le wiki? Ho guardato un po' su en.ws e fr.ws e non mi sembra ci sia lo stesso problema.
:::Casi come la Satira di Alfieri probabilmente ce ne sono centinaia se non migliaia, non credo sia fattibile intervenire su tutti manualmente (già solo quell'indice sono almeno un centinaio di pagine). L'unica possibilità mi sembrerebbe di usare un bot per eliminare le righe bianche all'inizio, ma questo quasi sicuramente creerebbe altri problemi.
:::Sembrano esserci anche altri problemi di sfasamento tra namespace: vedi ad esempio la differenza tra lo spazio verticale del titolo in [[Pagina:Opere di Niccolò Machiavelli VI.djvu/406]] e la sua transclusione in [[L'Asino (Machiavelli)/Capitolo terzo]]--[[Utente:Dr Zimbu|Dr ζimbu]] ([[Discussioni utente:Dr Zimbu|msg]]) 13:47, 1 ott 2026 (CEST)
::::@[[Utente:Dr Zimbu|Dr Zimbu]]: probabilmente le altre wikisource hanno un template diverso per il numero pagina (infatti en.ws e fr.ws non hanno neanche il quadratino del SAL). Bisognerebbe indagare più a fondo, magari c'è modo di evitare che finisca dentro un p. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 15:48, 1 ott 2026 (CEST)
:::::{{ping|Candalua}} Sei sicuro sia un problema del numero pagina? Ho provato [https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Pagina:Bianchi-Giovini_-_Biografia_di_Fr%C3%A0_Paolo_Sarpi,_vol.1,_Zurigo,_1846.djvu/239&oldid=3906107 qui] a togliere RigaIntestazione, ma il problema rimane.
:::::Sembra però che nei testi in prosa lasciando una riga vuota il problema scompaia in ns Pagina senza problemi in ns0 (vedi ad esempio le pagine di [[Indice:Alfieri, Vittorio – Della tirannide, 1927 – BEIC 1725873.djvu|questo indice]]), cosa che mi sembra controintuitiva. ([[Pagina:Alfieri, Vittorio – Della tirannide, 1927 – BEIC 1725873.djvu/75|Qui]] in realtà creava un nuovo paragrafo in ns0, ma penso perché c'era anche una riga prima del tag section.)--[[Utente:Dr Zimbu|Dr ζimbu]] ([[Discussioni utente:Dr Zimbu|msg]]) 17:49, 1 ott 2026 (CEST)
::::::@[[Utente:Dr Zimbu|Dr Zimbu]]: confermo che è dovuto al nuovo parser che è stato introdotto. Nel menu di destra c'è la voce "Passa al parser legacy", con quella si nota che il numero pagina non era all'interno di un p. E ci sono anche molti elementi nuovi. Suppongo che il nuovo parser sia molto più preciso e crei degli elementi HTML anche per spazi vuoti che prima invece venivano ignorati. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 17:41, 2 ott 2026 (CEST)
== Wikidata Sitelink changes in Recent Changes and Watchlist ==
''(Apologies for cross-posting in English, translating it will help spread the message)''
Editors on group 1 wikis, including Wikiquote, Wikibooks, Wikiversity, Wikivoyage, and Wikisource, will no longer see notifications on [[Special:RecentChanges|Recent Changes]] and [[Special:Watchlist|Watchlist]] when a link to ''another'' language version of a page is added, removed, or changed in its Wikidata item. This change will begin on '''October 5 at 07:00 UTC''' as a two-week trial to reduce high-volume, low-value notifications and make higher-value changes easier to identify. Editors who rely on these notifications should be aware of the change and can share feedback or concerns on the [[m:Wikidata For Wikimedia Projects/Clearer Wikidata Edit Summaries/Hide Language Link edits|project]] or [[m:Talk:Wikidata_For_Wikimedia_Projects/Clearer_Wikidata_Edit_Summaries/Hide_Language_Link_edits|talk page]].<br/>Please reach out if you have any questions, thank you! -- [[User:Danny_Benjafield_(WMDE)|Danny Benjafield (WMDE)]] ([[User_talk:Danny_Benjafield_(WMDE)|talk]]) sent via [[User:MediaWiki message delivery|MediaWiki message delivery]] ([[User talk:MediaWiki message delivery|disc.]]) 14:42, 1 ott 2026 (CEST)
(This message was sent to [[:Wikisource:Bar]] and is being posted here due to a redirect.)
<!-- Messaggio inviato da User:Danny Benjafield (WMDE)@metawiki usando l'elenco su https://meta.wikimedia.org/w/index.php?title=User:Danny_Benjafield_(WMDE)/MassMessage_test_list&oldid=31106967 -->
== pdf ==
Ho notato che da qualche tempo ''Scarica pdf'' non funziona: si ferma a ''Controllo se sei un robot''.
Inoltre @[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]], @[[Utente:Candalua|Candalua]] mi par di capire che i fogli di stile css funzionano nelle pagine, ma non nella loro trasclusione. Mi servirebbe escludere dalla stampa - ad es. - la mascherina del lettore midi dalle pagine trascluse delle partiture, in modo da mantenere corretti i salti pagina. C'è modo di farlo? [[User:Pic57|Pic57]] ([[User talk:Pic57|disc.]]) 21:49, 1 ott 2026 (CEST)
:@[[Utente:Pic57|Pic57]]: gli export purtroppo sono rotti, funziona solo l'ePub. Nella "versione stampabile" ho visto che si possono nascondere certi elementi agendo su [[MediaWiki:Print.css]], quindi adesso cerco di "ripulire" la pagina da ciò che non ha senso stampare/esportare. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 09:15, 2 ott 2026 (CEST)
::Adesso dovrebbe essere già meglio. Ci sono ancora dei "salti" perché purtroppo ogni score è un'immagine, quindi non può essere spezzata tra due pagine. Sennò bisognerebbe dividere in più score per pagina, ma poi ti troveresti troppi playerini. Piuttosto, il player in alto, quello con l'audio completo, andrebbe convertito in un template, così potrebbe avere dentro uno stile che lo nasconda sempre dalla stampa. Potrebbe chiamarsi {{Tl|Ascolta brano}}, avere un unico parametro che è il nome del file MIDI, e mostrare automaticamente il link "Nota alla trascrizione" se è presente una pagina di discussione. Che ne pensi? [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 11:55, 2 ott 2026 (CEST)
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Dr Zimbu
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== È cambiato qualcosa? ==
Da ieri pomeriggio l'inizio di tutte le pagine del ns Pagina è indentato (come fosse un nuovo paragrafo). Non sembrano esserci problemi in transclusione, ma la cosa è un po' fastidiosa in fase di rilettura (bisogna sempre controllare se ci sono righe vuote all'inizio della pagina). Qualcuno sa cosa è successo? [[Utente:Dr Zimbu|Dr ζimbu]] ([[Discussioni utente:Dr Zimbu|msg]]) 08:22, 1 ott 2026 (CEST)
:Mi correggo: nella transclusione delle poesie lunghe sembra sia spuntata una riga vuota all'altezza del passaggio di pagina (vedi ad es. [[Satira (Guidiccioni)]] oppure [[Dalle Satire (Alfieri, 1912)/Satira Nona. I Viaggi]], dove sono sicuro che la riga vuota prima non c'era)--[[Utente:Dr Zimbu|Dr ζimbu]] ([[Discussioni utente:Dr Zimbu|msg]]) 08:30, 1 ott 2026 (CEST)
::@[[Utente:Dr Zimbu|Dr Zimbu]]: mi sembra che adesso i numeri di pagina siano sempre all'interno di un tag p. Potrei sbagliarmi, ma mi pare che una volta non era così. Quindi viene applicato il canonico spazio tra i paragrafi, anche se il numero pagina non è veramente un "paragrafo". Vedo anche che adesso tutti i p hanno un id, quindi forse c'è stato qualche intervento (mi pare che di recente abbiano cambiato il parser del wikitesto, potrebbe essere una conseguenza di questo). Ho aggiunto uno stile che sopprime lo spazio se il p è seguito da un poem, e sembra funzionare su [[Satira (Guidiccioni)]]. Invce su [[Dalle Satire (Alfieri, 1912)/Satira Nona. I Viaggi]] c'è purtroppo una riga bianca all'inizio della pagina (accidenti a questa mania di lasciare una riga bianca!) che fa sì che persista lo spazio, quindi andrebbero tolte tutte le righe bianche. Spero che la mia modifica non abbia effetti negativi laddove c'è un testo in prosa seguito da un poem. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 09:31, 1 ott 2026 (CEST)
:::{{ping|Candalua}} Ma è un cambiamento che ha riguardato tutte le wiki? Ho guardato un po' su en.ws e fr.ws e non mi sembra ci sia lo stesso problema.
:::Casi come la Satira di Alfieri probabilmente ce ne sono centinaia se non migliaia, non credo sia fattibile intervenire su tutti manualmente (già solo quell'indice sono almeno un centinaio di pagine). L'unica possibilità mi sembrerebbe di usare un bot per eliminare le righe bianche all'inizio, ma questo quasi sicuramente creerebbe altri problemi.
:::Sembrano esserci anche altri problemi di sfasamento tra namespace: vedi ad esempio la differenza tra lo spazio verticale del titolo in [[Pagina:Opere di Niccolò Machiavelli VI.djvu/406]] e la sua transclusione in [[L'Asino (Machiavelli)/Capitolo terzo]]--[[Utente:Dr Zimbu|Dr ζimbu]] ([[Discussioni utente:Dr Zimbu|msg]]) 13:47, 1 ott 2026 (CEST)
::::@[[Utente:Dr Zimbu|Dr Zimbu]]: probabilmente le altre wikisource hanno un template diverso per il numero pagina (infatti en.ws e fr.ws non hanno neanche il quadratino del SAL). Bisognerebbe indagare più a fondo, magari c'è modo di evitare che finisca dentro un p. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 15:48, 1 ott 2026 (CEST)
:::::{{ping|Candalua}} Sei sicuro sia un problema del numero pagina? Ho provato [https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Pagina:Bianchi-Giovini_-_Biografia_di_Fr%C3%A0_Paolo_Sarpi,_vol.1,_Zurigo,_1846.djvu/239&oldid=3906107 qui] a togliere RigaIntestazione, ma il problema rimane.
:::::Sembra però che nei testi in prosa lasciando una riga vuota il problema scompaia in ns Pagina senza problemi in ns0 (vedi ad esempio le pagine di [[Indice:Alfieri, Vittorio – Della tirannide, 1927 – BEIC 1725873.djvu|questo indice]]), cosa che mi sembra controintuitiva. ([[Pagina:Alfieri, Vittorio – Della tirannide, 1927 – BEIC 1725873.djvu/75|Qui]] in realtà creava un nuovo paragrafo in ns0, ma penso perché c'era anche una riga prima del tag section.)--[[Utente:Dr Zimbu|Dr ζimbu]] ([[Discussioni utente:Dr Zimbu|msg]]) 17:49, 1 ott 2026 (CEST)
::::::@[[Utente:Dr Zimbu|Dr Zimbu]]: confermo che è dovuto al nuovo parser che è stato introdotto. Nel menu di destra c'è la voce "Passa al parser legacy", con quella si nota che il numero pagina non era all'interno di un p. E ci sono anche molti elementi nuovi. Suppongo che il nuovo parser sia molto più preciso e crei degli elementi HTML anche per spazi vuoti che prima invece venivano ignorati. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 17:41, 2 ott 2026 (CEST)
:::::::{{ping|Candalua}} Secondo te può aver senso segnalarlo come bug? O dobbiamo tenerci questa situazione/trovare il modo di risolverlo per conto nostro?--[[Utente:Dr Zimbu|Dr ζimbu]] ([[Discussioni utente:Dr Zimbu|msg]]) 20:48, 2 ott 2026 (CEST)
== Wikidata Sitelink changes in Recent Changes and Watchlist ==
''(Apologies for cross-posting in English, translating it will help spread the message)''
Editors on group 1 wikis, including Wikiquote, Wikibooks, Wikiversity, Wikivoyage, and Wikisource, will no longer see notifications on [[Special:RecentChanges|Recent Changes]] and [[Special:Watchlist|Watchlist]] when a link to ''another'' language version of a page is added, removed, or changed in its Wikidata item. This change will begin on '''October 5 at 07:00 UTC''' as a two-week trial to reduce high-volume, low-value notifications and make higher-value changes easier to identify. Editors who rely on these notifications should be aware of the change and can share feedback or concerns on the [[m:Wikidata For Wikimedia Projects/Clearer Wikidata Edit Summaries/Hide Language Link edits|project]] or [[m:Talk:Wikidata_For_Wikimedia_Projects/Clearer_Wikidata_Edit_Summaries/Hide_Language_Link_edits|talk page]].<br/>Please reach out if you have any questions, thank you! -- [[User:Danny_Benjafield_(WMDE)|Danny Benjafield (WMDE)]] ([[User_talk:Danny_Benjafield_(WMDE)|talk]]) sent via [[User:MediaWiki message delivery|MediaWiki message delivery]] ([[User talk:MediaWiki message delivery|disc.]]) 14:42, 1 ott 2026 (CEST)
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<!-- Messaggio inviato da User:Danny Benjafield (WMDE)@metawiki usando l'elenco su https://meta.wikimedia.org/w/index.php?title=User:Danny_Benjafield_(WMDE)/MassMessage_test_list&oldid=31106967 -->
== pdf ==
Ho notato che da qualche tempo ''Scarica pdf'' non funziona: si ferma a ''Controllo se sei un robot''.
Inoltre @[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]], @[[Utente:Candalua|Candalua]] mi par di capire che i fogli di stile css funzionano nelle pagine, ma non nella loro trasclusione. Mi servirebbe escludere dalla stampa - ad es. - la mascherina del lettore midi dalle pagine trascluse delle partiture, in modo da mantenere corretti i salti pagina. C'è modo di farlo? [[User:Pic57|Pic57]] ([[User talk:Pic57|disc.]]) 21:49, 1 ott 2026 (CEST)
:@[[Utente:Pic57|Pic57]]: gli export purtroppo sono rotti, funziona solo l'ePub. Nella "versione stampabile" ho visto che si possono nascondere certi elementi agendo su [[MediaWiki:Print.css]], quindi adesso cerco di "ripulire" la pagina da ciò che non ha senso stampare/esportare. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 09:15, 2 ott 2026 (CEST)
::Adesso dovrebbe essere già meglio. Ci sono ancora dei "salti" perché purtroppo ogni score è un'immagine, quindi non può essere spezzata tra due pagine. Sennò bisognerebbe dividere in più score per pagina, ma poi ti troveresti troppi playerini. Piuttosto, il player in alto, quello con l'audio completo, andrebbe convertito in un template, così potrebbe avere dentro uno stile che lo nasconda sempre dalla stampa. Potrebbe chiamarsi {{Tl|Ascolta brano}}, avere un unico parametro che è il nome del file MIDI, e mostrare automaticamente il link "Nota alla trascrizione" se è presente una pagina di discussione. Che ne pensi? [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 11:55, 2 ott 2026 (CEST)
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== È cambiato qualcosa? ==
Da ieri pomeriggio l'inizio di tutte le pagine del ns Pagina è indentato (come fosse un nuovo paragrafo). Non sembrano esserci problemi in transclusione, ma la cosa è un po' fastidiosa in fase di rilettura (bisogna sempre controllare se ci sono righe vuote all'inizio della pagina). Qualcuno sa cosa è successo? [[Utente:Dr Zimbu|Dr ζimbu]] ([[Discussioni utente:Dr Zimbu|msg]]) 08:22, 1 ott 2026 (CEST)
:Mi correggo: nella transclusione delle poesie lunghe sembra sia spuntata una riga vuota all'altezza del passaggio di pagina (vedi ad es. [[Satira (Guidiccioni)]] oppure [[Dalle Satire (Alfieri, 1912)/Satira Nona. I Viaggi]], dove sono sicuro che la riga vuota prima non c'era)--[[Utente:Dr Zimbu|Dr ζimbu]] ([[Discussioni utente:Dr Zimbu|msg]]) 08:30, 1 ott 2026 (CEST)
::@[[Utente:Dr Zimbu|Dr Zimbu]]: mi sembra che adesso i numeri di pagina siano sempre all'interno di un tag p. Potrei sbagliarmi, ma mi pare che una volta non era così. Quindi viene applicato il canonico spazio tra i paragrafi, anche se il numero pagina non è veramente un "paragrafo". Vedo anche che adesso tutti i p hanno un id, quindi forse c'è stato qualche intervento (mi pare che di recente abbiano cambiato il parser del wikitesto, potrebbe essere una conseguenza di questo). Ho aggiunto uno stile che sopprime lo spazio se il p è seguito da un poem, e sembra funzionare su [[Satira (Guidiccioni)]]. Invce su [[Dalle Satire (Alfieri, 1912)/Satira Nona. I Viaggi]] c'è purtroppo una riga bianca all'inizio della pagina (accidenti a questa mania di lasciare una riga bianca!) che fa sì che persista lo spazio, quindi andrebbero tolte tutte le righe bianche. Spero che la mia modifica non abbia effetti negativi laddove c'è un testo in prosa seguito da un poem. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 09:31, 1 ott 2026 (CEST)
:::{{ping|Candalua}} Ma è un cambiamento che ha riguardato tutte le wiki? Ho guardato un po' su en.ws e fr.ws e non mi sembra ci sia lo stesso problema.
:::Casi come la Satira di Alfieri probabilmente ce ne sono centinaia se non migliaia, non credo sia fattibile intervenire su tutti manualmente (già solo quell'indice sono almeno un centinaio di pagine). L'unica possibilità mi sembrerebbe di usare un bot per eliminare le righe bianche all'inizio, ma questo quasi sicuramente creerebbe altri problemi.
:::Sembrano esserci anche altri problemi di sfasamento tra namespace: vedi ad esempio la differenza tra lo spazio verticale del titolo in [[Pagina:Opere di Niccolò Machiavelli VI.djvu/406]] e la sua transclusione in [[L'Asino (Machiavelli)/Capitolo terzo]]--[[Utente:Dr Zimbu|Dr ζimbu]] ([[Discussioni utente:Dr Zimbu|msg]]) 13:47, 1 ott 2026 (CEST)
::::@[[Utente:Dr Zimbu|Dr Zimbu]]: probabilmente le altre wikisource hanno un template diverso per il numero pagina (infatti en.ws e fr.ws non hanno neanche il quadratino del SAL). Bisognerebbe indagare più a fondo, magari c'è modo di evitare che finisca dentro un p. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 15:48, 1 ott 2026 (CEST)
:::::{{ping|Candalua}} Sei sicuro sia un problema del numero pagina? Ho provato [https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Pagina:Bianchi-Giovini_-_Biografia_di_Fr%C3%A0_Paolo_Sarpi,_vol.1,_Zurigo,_1846.djvu/239&oldid=3906107 qui] a togliere RigaIntestazione, ma il problema rimane.
:::::Sembra però che nei testi in prosa lasciando una riga vuota il problema scompaia in ns Pagina senza problemi in ns0 (vedi ad esempio le pagine di [[Indice:Alfieri, Vittorio – Della tirannide, 1927 – BEIC 1725873.djvu|questo indice]]), cosa che mi sembra controintuitiva. ([[Pagina:Alfieri, Vittorio – Della tirannide, 1927 – BEIC 1725873.djvu/75|Qui]] in realtà creava un nuovo paragrafo in ns0, ma penso perché c'era anche una riga prima del tag section.)--[[Utente:Dr Zimbu|Dr ζimbu]] ([[Discussioni utente:Dr Zimbu|msg]]) 17:49, 1 ott 2026 (CEST)
::::::@[[Utente:Dr Zimbu|Dr Zimbu]]: confermo che è dovuto al nuovo parser che è stato introdotto. Nel menu di destra c'è la voce "Passa al parser legacy", con quella si nota che il numero pagina non era all'interno di un p. E ci sono anche molti elementi nuovi. Suppongo che il nuovo parser sia molto più preciso e crei degli elementi HTML anche per spazi vuoti che prima invece venivano ignorati. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 17:41, 2 ott 2026 (CEST)
:::::::{{ping|Candalua}} Secondo te può aver senso segnalarlo come bug? O dobbiamo tenerci questa situazione/trovare il modo di risolverlo per conto nostro?--[[Utente:Dr Zimbu|Dr ζimbu]] ([[Discussioni utente:Dr Zimbu|msg]]) 20:48, 2 ott 2026 (CEST)
== Wikidata Sitelink changes in Recent Changes and Watchlist ==
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== pdf ==
Ho notato che da qualche tempo ''Scarica pdf'' non funziona: si ferma a ''Controllo se sei un robot''.
Inoltre @[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]], @[[Utente:Candalua|Candalua]] mi par di capire che i fogli di stile css funzionano nelle pagine, ma non nella loro trasclusione. Mi servirebbe escludere dalla stampa - ad es. - la mascherina del lettore midi dalle pagine trascluse delle partiture, in modo da mantenere corretti i salti pagina. C'è modo di farlo? [[User:Pic57|Pic57]] ([[User talk:Pic57|disc.]]) 21:49, 1 ott 2026 (CEST)
:@[[Utente:Pic57|Pic57]]: gli export purtroppo sono rotti, funziona solo l'ePub. Nella "versione stampabile" ho visto che si possono nascondere certi elementi agendo su [[MediaWiki:Print.css]], quindi adesso cerco di "ripulire" la pagina da ciò che non ha senso stampare/esportare. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 09:15, 2 ott 2026 (CEST)
::Adesso dovrebbe essere già meglio. Ci sono ancora dei "salti" perché purtroppo ogni score è un'immagine, quindi non può essere spezzata tra due pagine. Sennò bisognerebbe dividere in più score per pagina, ma poi ti troveresti troppi playerini. Piuttosto, il player in alto, quello con l'audio completo, andrebbe convertito in un template, così potrebbe avere dentro uno stile che lo nasconda sempre dalla stampa. Potrebbe chiamarsi {{Tl|Ascolta brano}}, avere un unico parametro che è il nome del file MIDI, e mostrare automaticamente il link "Nota alla trascrizione" se è presente una pagina di discussione. Che ne pensi? [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 11:55, 2 ott 2026 (CEST)
:::Ah ecco, @[[Utente:Candalua|Candalua]] il template! D'altra parte il playerino in alto è assolutamente necessario perché altrimenti non sarebbe possibile l'ascolto integrale del brano. E andrebbe escluso dalla stampa ovviamente. E' una soluzione per il playerino, ma ci sarebbe un altro problema per tutti i brani di Ars et labor, che sono varie decine.
:::Ogni brano di Ars et labor è preceduto da una presentazione dentro il template cassetto (Comprimi/Espandi) che è estrapolata da un'altra pagina dello stesso numero di Ars et labor.
:::Anche questa presentazione andrebbe tolta dalla stampa. Magari con un div che la nasconde o un altro template. E' possibile?
:::In caso contrario il template per il playerino in alto non servirebbe granché, perché potrei comunque spostare il playerino dell'ascolto integrale nella pagina e usare i fogli di stile con un div che lo nasconde. Ma in questo caso perderei la Presentazione del brano che - essendo una estrapolazione da un'altra pagina - non posso mettere nella pagina, ma devo mettere necessariamente nella trasclusione.
:::Ecco perché il playerino in alto per l'ascolto integrale e la presentazione sono nella trasclusione, insieme alla "Nota alla trascrizione" che sta nella pagina di discussione della trasclusione.
:::Non so se mi sono spiegato, però possiamo usare come esempio questa partitura, che ha la stessa identica struttura di tutte le partiture pubblicate su Ars et Labor:
:::* {{Testo|Ars et Labor, 1908 vol. I/N. 1/Quattro canzoni di Amaranta. N.4 Che dici, o parola del saggio?|Quattro canzoni di Amaranta. N.4 Che dici, o parola del saggio?}}
:::
:::Se troviamo una soluzione per questa, la troviamo per tutte le altre. [[User:Pic57|Pic57]] ([[User talk:Pic57|disc.]]) 21:38, 2 ott 2026 (CEST)
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== È cambiato qualcosa? ==
Da ieri pomeriggio l'inizio di tutte le pagine del ns Pagina è indentato (come fosse un nuovo paragrafo). Non sembrano esserci problemi in transclusione, ma la cosa è un po' fastidiosa in fase di rilettura (bisogna sempre controllare se ci sono righe vuote all'inizio della pagina). Qualcuno sa cosa è successo? [[Utente:Dr Zimbu|Dr ζimbu]] ([[Discussioni utente:Dr Zimbu|msg]]) 08:22, 1 ott 2026 (CEST)
:Mi correggo: nella transclusione delle poesie lunghe sembra sia spuntata una riga vuota all'altezza del passaggio di pagina (vedi ad es. [[Satira (Guidiccioni)]] oppure [[Dalle Satire (Alfieri, 1912)/Satira Nona. I Viaggi]], dove sono sicuro che la riga vuota prima non c'era)--[[Utente:Dr Zimbu|Dr ζimbu]] ([[Discussioni utente:Dr Zimbu|msg]]) 08:30, 1 ott 2026 (CEST)
::@[[Utente:Dr Zimbu|Dr Zimbu]]: mi sembra che adesso i numeri di pagina siano sempre all'interno di un tag p. Potrei sbagliarmi, ma mi pare che una volta non era così. Quindi viene applicato il canonico spazio tra i paragrafi, anche se il numero pagina non è veramente un "paragrafo". Vedo anche che adesso tutti i p hanno un id, quindi forse c'è stato qualche intervento (mi pare che di recente abbiano cambiato il parser del wikitesto, potrebbe essere una conseguenza di questo). Ho aggiunto uno stile che sopprime lo spazio se il p è seguito da un poem, e sembra funzionare su [[Satira (Guidiccioni)]]. Invce su [[Dalle Satire (Alfieri, 1912)/Satira Nona. I Viaggi]] c'è purtroppo una riga bianca all'inizio della pagina (accidenti a questa mania di lasciare una riga bianca!) che fa sì che persista lo spazio, quindi andrebbero tolte tutte le righe bianche. Spero che la mia modifica non abbia effetti negativi laddove c'è un testo in prosa seguito da un poem. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 09:31, 1 ott 2026 (CEST)
:::{{ping|Candalua}} Ma è un cambiamento che ha riguardato tutte le wiki? Ho guardato un po' su en.ws e fr.ws e non mi sembra ci sia lo stesso problema.
:::Casi come la Satira di Alfieri probabilmente ce ne sono centinaia se non migliaia, non credo sia fattibile intervenire su tutti manualmente (già solo quell'indice sono almeno un centinaio di pagine). L'unica possibilità mi sembrerebbe di usare un bot per eliminare le righe bianche all'inizio, ma questo quasi sicuramente creerebbe altri problemi.
:::Sembrano esserci anche altri problemi di sfasamento tra namespace: vedi ad esempio la differenza tra lo spazio verticale del titolo in [[Pagina:Opere di Niccolò Machiavelli VI.djvu/406]] e la sua transclusione in [[L'Asino (Machiavelli)/Capitolo terzo]]--[[Utente:Dr Zimbu|Dr ζimbu]] ([[Discussioni utente:Dr Zimbu|msg]]) 13:47, 1 ott 2026 (CEST)
::::@[[Utente:Dr Zimbu|Dr Zimbu]]: probabilmente le altre wikisource hanno un template diverso per il numero pagina (infatti en.ws e fr.ws non hanno neanche il quadratino del SAL). Bisognerebbe indagare più a fondo, magari c'è modo di evitare che finisca dentro un p. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 15:48, 1 ott 2026 (CEST)
:::::{{ping|Candalua}} Sei sicuro sia un problema del numero pagina? Ho provato [https://it.wikisource.org/w/index.php?title=Pagina:Bianchi-Giovini_-_Biografia_di_Fr%C3%A0_Paolo_Sarpi,_vol.1,_Zurigo,_1846.djvu/239&oldid=3906107 qui] a togliere RigaIntestazione, ma il problema rimane.
:::::Sembra però che nei testi in prosa lasciando una riga vuota il problema scompaia in ns Pagina senza problemi in ns0 (vedi ad esempio le pagine di [[Indice:Alfieri, Vittorio – Della tirannide, 1927 – BEIC 1725873.djvu|questo indice]]), cosa che mi sembra controintuitiva. ([[Pagina:Alfieri, Vittorio – Della tirannide, 1927 – BEIC 1725873.djvu/75|Qui]] in realtà creava un nuovo paragrafo in ns0, ma penso perché c'era anche una riga prima del tag section.)--[[Utente:Dr Zimbu|Dr ζimbu]] ([[Discussioni utente:Dr Zimbu|msg]]) 17:49, 1 ott 2026 (CEST)
::::::@[[Utente:Dr Zimbu|Dr Zimbu]]: confermo che è dovuto al nuovo parser che è stato introdotto. Nel menu di destra c'è la voce "Passa al parser legacy", con quella si nota che il numero pagina non era all'interno di un p. E ci sono anche molti elementi nuovi. Suppongo che il nuovo parser sia molto più preciso e crei degli elementi HTML anche per spazi vuoti che prima invece venivano ignorati. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 17:41, 2 ott 2026 (CEST)
:::::::{{ping|Candalua}} Secondo te può aver senso segnalarlo come bug? O dobbiamo tenerci questa situazione/trovare il modo di risolverlo per conto nostro?--[[Utente:Dr Zimbu|Dr ζimbu]] ([[Discussioni utente:Dr Zimbu|msg]]) 20:48, 2 ott 2026 (CEST)
== Wikidata Sitelink changes in Recent Changes and Watchlist ==
''(Apologies for cross-posting in English, translating it will help spread the message)''
Editors on group 1 wikis, including Wikiquote, Wikibooks, Wikiversity, Wikivoyage, and Wikisource, will no longer see notifications on [[Special:RecentChanges|Recent Changes]] and [[Special:Watchlist|Watchlist]] when a link to ''another'' language version of a page is added, removed, or changed in its Wikidata item. This change will begin on '''October 5 at 07:00 UTC''' as a two-week trial to reduce high-volume, low-value notifications and make higher-value changes easier to identify. Editors who rely on these notifications should be aware of the change and can share feedback or concerns on the [[m:Wikidata For Wikimedia Projects/Clearer Wikidata Edit Summaries/Hide Language Link edits|project]] or [[m:Talk:Wikidata_For_Wikimedia_Projects/Clearer_Wikidata_Edit_Summaries/Hide_Language_Link_edits|talk page]].<br/>Please reach out if you have any questions, thank you! -- [[User:Danny_Benjafield_(WMDE)|Danny Benjafield (WMDE)]] ([[User_talk:Danny_Benjafield_(WMDE)|talk]]) sent via [[User:MediaWiki message delivery|MediaWiki message delivery]] ([[User talk:MediaWiki message delivery|disc.]]) 14:42, 1 ott 2026 (CEST)
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== pdf ==
Ho notato che da qualche tempo ''Scarica pdf'' non funziona: si ferma a ''Controllo se sei un robot''.
Inoltre @[[Utente:Alex brollo|Alex brollo]], @[[Utente:Candalua|Candalua]] mi par di capire che i fogli di stile css funzionano nelle pagine, ma non nella loro trasclusione. Mi servirebbe escludere dalla stampa - ad es. - la mascherina del lettore midi dalle pagine trascluse delle partiture, in modo da mantenere corretti i salti pagina. C'è modo di farlo? [[User:Pic57|Pic57]] ([[User talk:Pic57|disc.]]) 21:49, 1 ott 2026 (CEST)
:@[[Utente:Pic57|Pic57]]: gli export purtroppo sono rotti, funziona solo l'ePub. Nella "versione stampabile" ho visto che si possono nascondere certi elementi agendo su [[MediaWiki:Print.css]], quindi adesso cerco di "ripulire" la pagina da ciò che non ha senso stampare/esportare. [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 09:15, 2 ott 2026 (CEST)
::Adesso dovrebbe essere già meglio. Ci sono ancora dei "salti" perché purtroppo ogni score è un'immagine, quindi non può essere spezzata tra due pagine. Sennò bisognerebbe dividere in più score per pagina, ma poi ti troveresti troppi playerini. Piuttosto, il player in alto, quello con l'audio completo, andrebbe convertito in un template, così potrebbe avere dentro uno stile che lo nasconda sempre dalla stampa. Potrebbe chiamarsi {{Tl|Ascolta brano}}, avere un unico parametro che è il nome del file MIDI, e mostrare automaticamente il link "Nota alla trascrizione" se è presente una pagina di discussione. Che ne pensi? [[User:Candalua|Can da Lua]] ([[User talk:Candalua|disc.]]) 11:55, 2 ott 2026 (CEST)
:::Ah ecco, @[[Utente:Candalua|Candalua]] il template! D'altra parte il playerino in alto è assolutamente necessario perché altrimenti non sarebbe possibile l'ascolto integrale del brano. E andrebbe escluso dalla stampa ovviamente. E' una soluzione per il playerino, ma ci sarebbe un altro problema per tutti i brani di Ars et labor, che sono varie decine.
:::Ogni brano di Ars et labor è preceduto da una presentazione dentro il template cassetto (Comprimi/Espandi) che è estrapolata da un'altra pagina dello stesso numero di Ars et labor.
:::Anche questa presentazione andrebbe tolta dalla stampa. Magari con un div che la nasconde o un altro template. E' possibile?
:::In caso contrario il template per il playerino in alto non servirebbe granché, perché potrei comunque spostare il playerino dell'ascolto integrale nella pagina e usare i fogli di stile con un div che lo nasconde. Ma in questo caso perderei la Presentazione del brano che - essendo una estrapolazione da un'altra pagina - non posso mettere nella pagina, ma devo mettere necessariamente nella trasclusione.
:::Ecco perché il playerino in alto per l'ascolto integrale e la presentazione sono nella trasclusione, insieme alla "Nota alla trascrizione" che sta nella pagina di discussione della trasclusione.
:::Non so se mi sono spiegato, però possiamo usare come esempio questa partitura, che ha la stessa identica struttura di tutte le partiture pubblicate su Ars et Labor:
:::* {{Testo|Ars et Labor, 1908 vol. I/N. 1/Quattro canzoni di Amaranta. N.4 Che dici, o parola del saggio?|Quattro canzoni di Amaranta. N.4 Che dici, o parola del saggio?}}
:::
:::Se troviamo una soluzione per questa, la troviamo per tutte le altre e diamo anche una impaginazione originale alle nostre partiture italiane. [[User:Pic57|Pic57]] ([[User talk:Pic57|disc.]]) 21:38, 2 ott 2026 (CEST)
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— Oltre la mesata, s’intende.
— Oltre la mesata; ma, per carità, regolati nelle spese, non mi rovinare, se no avrai sulla coscienza la sventura d’un padre e di sei figliuoli. A proposito, ieri pensavo a te.
— Grazie di cuore. Vuoi dire che pensavi all’affar d’oro, che hai fatto meco.
— No, proprio al tuo bene: pensavo a darti moglie.
— Così subito?
— Fossi matto Fra un anno o poco più, quando sarai entrato nell’arte sul serio ed avrai uno stato sicuro. Intanto si potrebbe gettare l’amo.
— Intendo. Quel che ti preme è che io non pericoli in alto mare o non vada a frangermi in uno scoglio. Preferisci di farmi arenare tranquillamente, come una gondola, in secco. Poi un uomo innamorato mangia meno, si svaga meno, spende meno. Poi la dote, perchè ci deve essere una dote...
— Sicuramente.
— La dote servirebbe subito a risarcirti col trecento per cento (altro che il parrucchiere!) delle tue liberali anticipazioni, senza nemmeno il disturbo di aspettare qualche anno.
— Sei un ingrato.
— E chi è la bella?
— Ora non te lo voglio più dire.
— Dimmelo, mio buono, mio adorato Giacobbe.
Era, insomma, la nipotina del maestro Chisiola; la quale aveva ereditato dal babbo un capitaletto, che, fatto fruttare per molti anni e ingrossato dal nonno, poteva ascendere oramai ad una trentina di mila svanziche, senza contare che il nonno, benchè rubizzo, non avrebbe tardato molto a lasciare il resto. Il tenore dichiarò di non avere mai guardato molto attentamente quella monachetta, pure avendola veduta molte volte in chiesa e in istrada mentre accompagnava il vecchio, ed anche in casa di lui, ma di rado. Gli era sembrata una piccola beghina scipita; ma, in conclusione, trattandosi di affare lontano, non diceva nè sì, nè no. Avrebbe guardato e pensato meglio.
I due si lasciarono questa volta pienamente rabboniti, sebbene in Mirate, malgrado la lettura di romanzi e poesie, cui s’era dato, e la nuova compagnia di persone abbastanza civili, rimanesse inalterata l’indole volgarmente sarcastica e impertinente del<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|488|{{smaller|IL MAESTRO DI SETTICLAVIO}}|}}</noinclude>barcaiuolo. Ma nell’animo dell’altro era cresciuto un affetto quasi paterno e indulgente ed ansioso verso quel giovine, nel quale in principio non aveva veduto altro che l’utile negozio dell’usuraio; tanto che ora si compiaceva, in fondo, della bellezza, della forza, della spavalderia, degli stessi vizi del suo pupillo musicale, idealizzando ogni cosa, e gli sarebbe sembrato impossibile che una fanciulla lo rifiutasse per marito ed una famiglia non si tenesse orgogliosa d’imparentarsi con lui.
Trascorso poco più di un anno, Mirato entrò nella cappella di San Marco quale supplente del vecchio tenore sflatato; ed, una settimana dopo, il soprano aveva già persuaso lo Zen di chiedere al maestro Chisiola per il novello cantore la mano della sua nipotina. S’è visto come il nonno rispondesse con una negativa tanto risoluta ed asciutta, che lo Zen non ebbe più ardire d’insistere. Il rifiuto stupì e addolorò lo strozzino, in cui interesse e cuore cospiravano insieme; ma offese vivamente, nel suo amor proprio di bel giovine conquistatore e di famoso cantante, Mirate, il quale per la prima volta guardò con interessamento la modesta fanciulla, giurando a sè medesimo che di quel ''no'' il vecchio si sarebbe presto pentito.
{{Centrato|III.}}
Quando Nene seppe della richiesta e della ripulsa, si pose a ridere come di cosa bizzarra, che non la riguardasse. Le piaceva la voce del giovinotto, che da parecchi giorni ammirava in chiesa, e prima aveva udita alcune volte in casa, ma dalla camera accanto, perchè il nonno non la bramava presente mentre c’erano gli scolari. Si rammentava che, sentendo discorrere di lui e dirne un gran male, aveva osservato come non si potesse poi pretendere che, da un giorno all’altro, un gondoliere diventasse un signore per bene; si ricordava pure i suoi occhi neri insolenti, che, incontrandolo, le facevano abbassare lo sguardo con un senso di strano timore.
Del resto, la fanciulla non aveva mai pensato al matrimonio. Era vissuta sempre fra il nonno e la serva, una ottima donna, che le voleva un ben di vita e ch’era stata domestica di sua madre. Da quattro anni divideva la sua giornata fra lo studio del canto, nel quale, con una voce non robusta, ma estesa e morbida, era rie-<noinclude><references/></noinclude>
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Trascorso poco più di un anno, Mirate entrò nella cappella di San Marco quale supplente del vecchio tenore sfiatato; ed, una settimana dopo, il soprano aveva già persuaso lo Zen di chiedere al maestro Chisiola per il novello cantore la mano della sua nipotina. S’è visto come il nonno rispondesse con una negativa tanto risoluta ed asciutta, che lo Zen non ebbe più ardire d’insistere. Il rifiuto stupì e addolorò lo strozzino, in cui interesse e cuore cospiravano insieme; ma offese vivamente, nel suo amor proprio di bel giovine conquistatore e di famoso cantante, Mirate, il quale per la prima volta guardò con interessamento la modesta fanciulla, giurando a sè medesimo che di quel ''no'' il vecchio si sarebbe presto pentito.
{{Centrato|III.}}
Quando Nene seppe della richiesta e della ripulsa, si pose a ridere come di cosa bizzarra, che non la riguardasse. Le piaceva la voce del giovinotto, che da parecchi giorni ammirava in chiesa, e prima aveva udita alcune volte in casa, ma dalla camera accanto, perchè il nonno non la bramava presente mentre c’erano gli scolari. Si rammentava che, sentendo discorrere di lui e dirne un gran male, aveva osservato come non si potesse poi pretendere che, da un giorno all’altro, un gondoliere diventasse un signore per bene; si ricordava pure i suoi occhi neri insolenti, che, incontrandolo, le facevano abbassare lo sguardo con un senso di strano timore.
Del resto, la fanciulla non aveva mai pensato al matrimonio. Era vissuta sempre fra il nonno e la serva, una ottima donna, che le voleva un ben di vita e ch’era stata domestica di sua madre. Da quattro anni divideva la sua giornata fra lo studio del canto, nel quale, con una voce non robusta, ma estesa e morbida, era rie-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|IL MAESTRO DI SETTICLAVIO}}|489}}</noinclude>scita ammirabile di agilità e di grazia, ed i fiori del piccolo orto, chiuso da alti muri di cinta, in uno dei quali s’apriva verso il canale l’arcata della riva d’approdo. Un poco di tempo lo dava alla cucina, per comporre con le proprie mani, piccole e polpute, qualche manicaretto, che piaceva al nonno. Non usciva con altri che con lui, leggeva poco, cuciva poco, faceva trine e ricami: era soddisfatta di sè e della vita.
Dalla cantoria il tenore, durante i riposi, piombava giù ai piedi dell’altare di San Clemente delle occhiate incendiarie, che incontravano gli sguardi della Nene, la quale si sentiva ogni volta una leggiera trafittura nel cuore ed una fiamma al viso, che lo faceva diventar di carminio. I capelli, più rossi che biondi e naturalmente ricciuti, circondavano la fronte non alta e le guancie paffute, lasciando vedere le delicate orecchie, da cui pendevano due perle piccine. Quando il tenore cantava con gli occhi alzati alla cupola d’oro popolata di santi bizantini, allora si scorgevano fra le tumide labbra della fanciulla, del color di ciliegia, i denti candidi tutti uguali, e un leggiero fremito scorrerle per le membra rotonde, e gli occhi cilestri non grandi assumere una nuova espressione di vivacità e di sentimento. La ragazza si andava trasformando: diventava inquieta e, non di rado, impaziente: sembrava cresciuta di statura.
Era giunta fino ai diciott’anni senza avere mai guardato dentro nel proprio animo, senza essersi mai resa nessun conto della propria coscienza, poichè alle pratiche religiose, alle preghiere, alla confessione attendeva con gravità umile, ma cosi per usanza, come operazioni di un rito, il quale avesse la sua radice ed i suoi intenti al di sopra, al di fuori di lei. La fede era tanto indiscussa, la morale così bene ridotta a precetti ed a formule, che il pensarci diventava inutile: non già che ai gradini dell’altare, di contro alla grata del confessionale, prostrata innanzi al Crocifisso della sua cameretta non sentisse una viva emozione, ma era cosa sentimentale o fantastica, non meditativa. Nè il nonno, il quale non contava nella lunga vita una cattiva azione od una cattiva intenzione da espiare, aveva mai parlato alla nipote dei doveri e della dignità della donna. Gli sarebbe parso di mancare di rispetto alla virginità se avesse creduto necessario di ammaestrarla per via di consigli o di libri sulle tentazioni del godimento, sulla malvagità e la ipocrisia di molti uomini, e rispetto alle seduzioni inte-<noinclude><references/></noinclude>
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Dalla cantoria il tenore, durante i riposi, piombava giù ai piedi dell’altare di San Clemente delle occhiate incendiarie, che incontravano gli sguardi della Nene, la quale si sentiva ogni volta una leggiera trafittura nel cuore ed una fiamma al viso, che lo faceva diventar di carminio. I capelli, più rossi che biondi e naturalmente ricciuti, circondavano la fronte non alta e le guancie paffute, lasciando vedere le delicate orecchie, da cui pendevano due perle piccine. Quando il tenore cantava con gli occhi alzati alla cupola d’oro popolata di santi bizantini, allora si scorgevano fra le tumide labbra della fanciulla, del color di ciliegia, i denti candidi tutti uguali, e un leggiero fremito scorrerle per le membra rotonde, e gli occhi cilestri non grandi assumere una nuova espressione di vivacità e di sentimento. La ragazza si andava trasformando: diventava inquieta e, non di rado, impaziente: sembrava cresciuta di statura.
Era giunta fino ai diciott’anni senza avere mai guardato dentro nel proprio animo, senza essersi mai resa nessun conto della propria coscienza, poichè alle pratiche religiose, alle preghiere, alla confessione attendeva con gravità umile, ma così per usanza, come operazioni di un rito, il quale avesse la sua radice ed i suoi intenti al di sopra, al di fuori di lei. La fede era tanto indiscussa, la morale così bene ridotta a precetti ed a formule, che il pensarci diventava inutile: non già che ai gradini dell’altare, di contro alla grata del confessionale, prostrata innanzi al Crocifisso della sua cameretta non sentisse una viva emozione, ma era cosa sentimentale o fantastica, non meditativa. Nè il nonno, il quale non contava nella lunga vita una cattiva azione od una cattiva intenzione da espiare, aveva mai parlato alla nipote dei doveri e della dignità della donna. Gli sarebbe parso di mancare di rispetto alla virginità se avesse creduto necessario di ammaestrarla per via di consigli o di libri sulle tentazioni del godimento, sulla malvagità e la ipocrisia di molti uomini, e rispetto alle seduzioni inte-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|490|{{smaller|IL MAESTRO DI SETTICLAVIO}}|}}</noinclude>riori della passione e del desiderio, come intorno ai fatali inganni ed agli ancora più fatali sopori della coscienza. Egli stesso era vissuto senza mai sgarrare, ma come un orecchiante della virtù.
La prima volta che Nene scrutò nel proprio petto, vi trovò una immagine d’uomo, profondamente impressa, la quale non le ragionava rispettosa di matrimonio e di maternità, non le bisbigliava sommessa le soavi canzoni dell’affetto ideale, ma parlava sfacciatamente di ardori ancora vaghi ed oramai irresistibili. La fanciulla, seduta nell’ombra cupa del piccolo chiosco dell’orto, tutto coperto e circondato di fresca edera arrampicante, si lasciava vincere dai fantasimi dei desiderii inconsci, ripetendo di tratto in tratto, come stupita di sè medesima: — Eppure, se il nonno avesse risposto di sì, io non lo vorrei sposare! —
Si destava in lei, contemporaneamente all’amore, la vanità. Ammirava la propria voce, notava i pregi del proprio modo di canto, si guardava nello specchio, ora tentando di lisciare i capelli rossi ricciuti, ora arruffandoli, e dolendosi delle macchiette verdastre di lentiggini, che picchiettavano l’incarnato del viso, del collo, delle spalle, e la pelle lattea del seno. Confessava a sè stessa di essere piuttosto corta di statura; ma si giudicava tutta ben fatta dalla testa ai piedi, e meglio grassa che magra. Talvolta, è vero, invidiava gli occhi neri quanto il carbone della sua pettegola vicina, la Gigia, perchè supponeva che le bionde con gli occhi neri dovessero esercitare un terribile fascino; poi subito si confortava. notando come le pupille celesti s’accordino ammirabilmente con l’oro rossigno della capigliatura, e, benchè più mansuete, non sieno meno potenti. Metteva spesso i suoi migliori abiti, che dianzi giacevano nell’armadio, il suo più grazioso cappellino, già destinato alle messe dei giorni solenni; chiamò una sarta, suggeritale dalla Gigia, per rimodernare le foggie dei vestimenti antiquati, e pregò lo zio di comperarle il raso cangiante per un abito nuovo alla moda. Sbagliava i punti dei ricami e delle trine, che ogni tanto buttava nel cestino e ripigliava svogliata. Passeggiava nell’orto, anche durante le ore più infuocate di quell’estate caldissima, sbadigliando, aspirando con le larghe narici del naso leggermente camuso gli effluvi acri e salsi del vicino canale, ed i profumi del fiori, mezzo disseccati nei loro vasi, perchè ella non si curava più di mondarli nè di adacquarli. Non le piaceva l’olezzo delicato della vaniglia, dei gerani, dei pelargonii, dei gelsomini, degli amorini;<noinclude><references/></noinclude>
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La prima volta che Nene scrutò nel proprio petto, vi trovò una immagine d’uomo, profondamente impressa, la quale non le ragionava rispettosa di matrimonio e di maternità, non le bisbigliava sommessa le soavi canzoni dell’affetto ideale, ma parlava sfacciatamente di ardori ancora vaghi ed oramai irresistibili. La fanciulla, seduta nell’ombra cupa del piccolo chiosco dell’orto, tutto coperto e circondato di fresca edera arrampicante, si lasciava vincere dai fantasimi dei desiderii inconsci, ripetendo di tratto in tratto, come stupita di sè medesima: — Eppure, se il nonno avesse risposto di sì, io non lo vorrei sposare! —
Si destava in lei, contemporaneamente all’amore, la vanità. Ammirava la propria voce, notava i pregi del proprio modo di canto, si guardava nello specchio, ora tentando di lisciare i capelli rossi ricciuti, ora arruffandoli, e dolendosi delle macchiette verdastre di lentiggini, che picchiettavano l’incarnato del viso, del collo, delle spalle, e la pelle lattea del seno. Confessava a sè stessa di essere piuttosto corta di statura; ma si giudicava tutta ben fatta dalla testa ai piedi, e meglio grassa che magra. Talvolta, è vero, invidiava gli occhi neri quanto il carbone della sua pettegola vicina, la Gigia, perchè supponeva che le bionde con gli occhi neri dovessero esercitare un terribile fascino; poi subito si confortava, notando come le pupille celesti s’accordino ammirabilmente con l’oro rossigno della capigliatura, e, benchè più mansuete, non sieno meno potenti. Metteva spesso i suoi migliori abiti, che dianzi giacevano nell’armadio, il suo più grazioso cappellino, già destinato alle messe dei giorni solenni; chiamò una sarta, suggeritale dalla Gigia, per rimodernare le foggie dei vestimenti antiquati, e pregò lo zio di comperarle il raso cangiante per un abito nuovo alla moda. Sbagliava i punti dei ricami e delle trine, che ogni tanto buttava nel cestino e ripigliava svogliata. Passeggiava nell’orto, anche durante le ore più infuocate di quell’estate caldissima, sbadigliando, aspirando con le larghe narici del naso leggermente camuso gli effluvi acri e salsi del vicino canale, ed i profumi del fiori, mezzo disseccati nei loro vasi, perchè ella non si curava più di mondarli nè di adacquarli. Non le piaceva l’olezzo delicato della vaniglia, dei gerani, dei pelargonii, dei gelsomini, degli amorini;<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|IL MAESTRO DI SETTICLAVIO}}|491}}</noinclude>preferiva, da poco, l’odore inebbriante della gardenia, del garofano, della tuberosa.
Una mattina di buon’ora, facendo fischiare in aria una sottile vermena di salcio, quasi volesse staffilare qualcuno, spiccò netto dallo stelo il grande fiore d’un giglio, che le sembrava troppo alto: in quell’istante si sentì alla porta di casa una furiosa scampanellata. Andò ad aprire. Era il maestro Zen, che, senza nemmeno salutar la fanciulla, corse dritto, tutto trafelato e sbuffante, nella camera da studio del Chisiola ed, asciugandosi il sudore sul volto con un fazzoletto a fiorami pavonazzi, sudicio di tabacco, esclamò: — Maestro, son disperato. —
Il vecchio lo guardò sorridendo amorevolmente, come si farebbe innanzi alle buffe disperazioni di un bimbo, e chiese: — Si tratta del setticlavio? — L’altro continuava: — Son rovinato, son rovinato, maestro, se ella non mi soccorre! — Allora il vecchio, diventato serio, disse: — Via, in che cosa posso aiutarti? Sai che ti ho sempre voluto bene, come ad uno de’ miei più vecchi discepoli. —
Lo Zen s’era posto a sedere, accasciato, presso ad un tavolino, su cui stava una caraffa d’acqua, e ne aveva bevuto due grandi bicchieri: — Ecco... ma prima ella mi deve promettere di non dirmi di no.
— Promettere così ad occhi chiusi non posso. Ho molta fiducia nel tuo cuore, ma pochissima nel tuo cervello. Dio sa in quali pasticci ti sei cacciato.
— La colpa non è mia, glielo giuro. Non è di nessuno. Se n’è immischiato il diavolo.
— Dunque?
— Dunque ella sa, o forse non sa, perchè è un pezzo che non vengo da lei, ed ella non legge i giornali: avevo promesso pubblicamente, solennemente di dare questa sera con i miei allievi un concerto per gli azionisti della mia scuola di setticlavio e di canto, invitandovi i gazzettieri della città.
— Un concerto! Sei dunque infedele al tuo antico pianista, oppure hai imparato a trarti d’impaccio sulla tastiera?
— Maestro, mi corbella? Con queste mani da granchio! Ma sapevo troppo bene ch’ella non avrebbe approvato il mio impegno, anzi avrebbe tentato di dissuadermene. Non volevo mancarle di rispetto col resistere a’ suoi consigli. Pregai dunque il nostro or-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|492|{{smaller|IL MAESTRO DI SETTICLAVIO}}|}}</noinclude>ganista di San Marco, il quale, a patto d’intascare venti svanziche anticipate, ha consentito volentieri. Si fecero le prove, tutto andava a gonfie vele...
— Ed ora all’ultimo momento l’organista s’ammala, e vieni da me a pregarmi di sostituirlo.
— No, maestro. Ella non esce di casa la sera, e poi con questo caldo, in una sala affollata! Non vorrei proporle una cosa che le potesse far male, se credessi di dovermi gettare in acqua con un macigno al collo. Del resto, l’organista sta benone.
— E allora?
— Peggio che un accidente all’organista, mille volte peggio: s’è infreddata la Carlottina Bianchi, ch’ella conosce, la mia più ammirabile allieva, quella che legge musica col setticlavio spedita e franca quanto un prete il breviario, la mia speranza, la mia stella. Ieri all’ultima prova non istava bene. Stamani, prima di venir qua, vado da lei: la trovo a letto con la febbre, una tosse da spaccar le costole, un cataplasma sul petto, e tale abbassamento di voce da non poter pronunciare una sillaba. Il medico dichiara che, se non seguono altri malanni, fra due o tra settimane potrà cantare. Io intanto sono spacciato. Senza la Carlottina vanno in fumo quattro pezzi sopra otto, i più belli; e poi Mirate, che mi ha accompagnato sin qua, giura di non aprir bocca se non può cantare il terzetto della ''Lucrezia'' e il duetto dell’''Elisir d’amore''. Così perdo anche ''Oh sì per voi già sento'', ch’egli dice da Dio. Rimandare il concerto è impossibile. I giornali, aggirati dagli altri maestri di canto, i quali vedono di mal occhio la mia scuola gratuita, mi sono tutti contrari: la ''Lira'' mi bistratta, la ''Gazzetta'' mi stritola, il ''Sior Antonio Rioba'' mi canzona. Domani sarebbe già troppo tardi. Gli azionisti...
— Li chiami azionisti? Vorrai dire i contribuenti alle spese della scuola. Quanti sono ora?
— Sarebbero ottantasei, impegnati con la firma a dare sei svanziche l’anno; ma di ottantasei indovini, maestro, quanti hanno pagato. Sedici, sedici soltanto, e dopo quante sollecitazioni! Pensare che se avessero pazienza di aspettare che gli allievi diventassero tutti cantanti le azioni guadagnerebbero il cento per cento, a dir poco. Invece me le rimandano accompagnate da sarcasmi o da contumelie. Insomma, un concerto con i miei sette scolari basta a mettere in luce la verità, a sbugiardare i giornalisti, a confondere gli altri maestri di canto, a moltiplicare gli azionisti...<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|IL MAESTRO DI SETTICLAVIO}}|493}}</noinclude>{{Nop}}
— Bastasse almeno a pagare i tuoi debiti! — soggiunse il maestro Chisiola, sorridendo con tristezza.
— Debiti ne ho parecchi, maestro; ma, per dire il vero, ci penso poco. A me basterebbe poter pagare la pigione delle due stanze ove tengo la scuola, e il nolo del pianoforte e della musica. Continuerei volentieri, come faccio da due mesi, a mangiare una volta al giorno pesce comperato dal friggitore e polenta annaffiata di un solo quartuccio di vino.
— Povero amico mio, vittima del setticlavio! Dimmi alla fine come posso aiutarti. —
Lo Zen, che sapeva come la propria domanda avrebbe sorpreso e addolorato il maestro, esitò un momento, poi rapidamente rispose: — Permettendo alla signorina Nene di cantare questa sera, in luogo della Carlotta.
Il vecchio nonno si rannuvolò. Guardava in faccia lo Zen tacendo, come se nuove idee, nuovi timori gli confondessero la mente. Fece per rispondere, ma la parola parve troncata da un altro pensiero triste. Già la nipote, durante le ultime due settimane, lo aveva turbato nelle sue aspirazioni e nelle sue consuetudini, poichè dianzi si era andato via via persuadendo che nulla avrebbe alterato mai la serena pace della casetta e dell’orto; e come egli, presso alla fine de’ suoi giorni, sentiva l’anima schiva da ogni agitazione mondana, così sperava dovesse essere nel cuore della giovane, la quale non conosceva ancora la vita. L’istinto dell’affetto gli figurava il primo passo nella via della vanità quale una voragine, in cui sarebbe presto scomparsa l’esistenza solitaria e felice della fanciulla e di lui. Fece uno sforzo sopra di sè e, aperto l’uscio, chiamò: — Nene. —
Appena la ragazza fu entrata, il vecchio continuò con voce tremolante, e interrompendosi spesso per respirare: — Senti, mia cara, l’amico Zen ti chiede un favore, una cosa che non hai fatto mai sino ad ora, e che ripugna certo alla tua indole delicata e restia. Vorrebbe che tu cantassi in un concerto questa sera, in compagnia di alcuni suoi discepoli, fra i quali il così detto Mirate, per sostituire Carlottina Bianchi, improvvisamente ammalata.
— Signorina Nene, dica di sì — interruppe lo Zen: — la mia vita è nelle sue mani.
— Sì, canterò, — rispose la fanciulla, calma e sicura, senza nemmeno badare allo Zen, che gongolava e le baciava le mani.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|494|{{smaller|IL MAESTRO DI SETTICLAVIO}}|}}</noinclude>A un tratto il basso profondo, picchiandosi sulla fronte, si rivolse al vecchio: — Maestro, mi scordavo un incarico ricevuto or ora dal tenore, qui sulla porta. Desidera farle sapere che la richiesta di matrimonio fu un brutto imbroglio del soprano, nostro collega nella cappella, quell’usuraio lurido, indegno di appartenere all’onorato corpo dei cantori di San Marco. Egli sperava di combinare il negozio per certe sue ragioni d’interesse, mentre all’incontro Mirate è innamorato matto di un’altra: non mi ha detto di chi. —
La notizia fu di qualche sollievo al vecchio; la fanciulla invece l’accolse con altera incredulità. Avvicinatasi al nonno per di dietro, gli diede un bacio sui capelli bianchi, bisbigliandogli: — Vedo che la mia risoluzione ti affligge. Perdonami. Sarebbero proprio riescite inutili tante tue cure per insegnarmi a cantare, se dovessi continuar tutta la vita a gorgheggiare con gli usignuoli dell’orto. Vedrai, mio buon nonno, che ti farò tanto onore. —
Nene conosceva i pezzi che doveva eseguire. Bastò una prova rapida in casa del maestro Chisiola, il quale, riavutosi un poco dalle ubbie di prima, dava volentieri qualche savio suggerimento, e non sapeva vincere una certa compiacenza nell’ascoltar la nipote. Dopo finito un rondò del Cimarosa, rinzeppato di agilità e di trilli, il vecchio non potè trattenersi dall’esclamare: — Brava. — Lo Zen farneticava di giubilo. Anche l’organista, tondo, sbarbato, un faccione da corcontento, suonava con ardore, non ostante alle sue mani rattrappite nell’uso quotidiano della piccola tastiera dell’organo, e cercava i pedali, che non c’erano, pestando sul pavimento.
Il concerto ebbe luogo in una sala offerta allo Zen per mezzo del famoso soprano, che tutti maledicevano, ma che, lesto e ficchino com’era, o per via di prestiti, o per altri servizi si rendeva quasi sempre indispensabile. Stretta e lunga, la sala pareva un ampio corridoio, male illuminato da poche lampade ad olio pendenti dal soffitto basso, ove avevano lasciato dei larghi cerchi di filiggine. Prima delle otto già era quasi piena di un pubblico vario: impiegati, bottegai con le loro mogli e figliuole, bellimbusti amici di Mirate con alcune ragazze un po’ scollacciate, qualche prete con le sorelle vecchie vestite di bruno; nè mancavano parecchi signori della nobiltà, senza le dame, qualcuno cioè di quegli ultimi sedici azionisti, che continuavano a pagare la loro quota. I giornalisti ed i maestri di canto stavano in piedi, nel fondo, ammiccandosi, parlandosi nell’orecchio, indicando l’uno all’altro le<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|IL MAESTRO DI SETTICLAVIO}}|495}}</noinclude>più belle fanciulle, e ridendo, ghignando alle barzellette ed ai motti di questo o di quello.
Nene sembrava propriamente bella. I capelli rossi abbondanti, tirati alti sul capo e ornati di flori candidi; il roseo fine del volto, in cui spiccavano le labbra coralline e gli occhi celesti; il collo di neve; la persona non alta, ma formosa; sopra tutto quella sua nuova espressione di fermezza e di contentezza, le davano un aspetto singolare ed attraente.
Il vecchio nonno, che aveva voluto per forza trascinarsi fin là, e s’era messo a sedere nella stanza destinata ai cantanti, presso all’uscio, il quale conduceva al palco rialzato di due gradini, non si saziava di guardar la nipote; e quando, durante i pezzi in cui cantava e dopo la cadenza, scoppiavano gli applausi lunghi, ripetuti, fragorosi, ed era chiesto con entusiasmo il ''bis'', dagli occhi del nonno scorrevano giù per le guance le lagrime. Poi abbracciava la nipote, dicendole tra i singhiozzi: — Nene, mia cara Nene, come sono contento di te! —
Finito il concerto ed uscito il pubblico, in una svolta bula delle scale, scendendo, Mirate circondò col braccio sinistro la fanciulla alla cintola e, tenendole con la mano destra il mento, le diede un vigoroso bacio sulle grosse labbra, che rimasero aperte e ridenti.
{{Centrato|IV.}}
I giornali veneziani si occuparono del concerto. Tutti lodarono la nipote e allieva del maestro Chisiola, insistendo però nell’avvertire che qui la scuola dello Zen non ci entrava proprio per nulla. Mirate fu giudicato con poca benevolenza: voce potente, di buon timbro, abbastanza intonata, ma fredda e grossolana; cantante immaturo, più da chiesa che da teatro; insomma, qualità preziose, ma scuola pessima. Gli altri allievi, messi in un fascio, venivano tartassati spietatamente. Conclusione: gli azionisti buttavano via i loro quattrini, per far sciupare le belle voci o far cantare dei cani. Il giornale teatrale, ''La Lira'', se la pigliava poi col setticlavio, accusando questo metodo di molti peccati: incertezza nella intonazione, perplessità negli attacchi, pesantezza nel modulare; e negava assolutamente che gli scolari dello Zen sapessero leggere<noinclude><references/></noinclude>
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Nene sembrava propriamente bella. I capelli rossi abbondanti, tirati alti sul capo e ornati di fiori candidi; il roseo fine del volto, in cui spiccavano le labbra coralline e gli occhi celesti; il collo di neve; la persona non alta, ma formosa; sopra tutto quella sua nuova espressione di fermezza e di contentezza, le davano un aspetto singolare ed attraente.
Il vecchio nonno, che aveva voluto per forza trascinarsi fin là, e s’era messo a sedere nella stanza destinata ai cantanti, presso all’uscio, il quale conduceva al palco rialzato di due gradini, non si saziava di guardar la nipote; e quando, durante i pezzi in cui cantava e dopo la cadenza, scoppiavano gli applausi lunghi, ripetuti, fragorosi, ed era chiesto con entusiasmo il ''bis'', dagli occhi del nonno scorrevano giù per le guance le lagrime. Poi abbracciava la nipote, dicendole tra i singhiozzi: — Nene, mia cara Nene, come sono contento di te! —
Finito il concerto ed uscito il pubblico, in una svolta bula delle scale, scendendo, Mirate circondò col braccio sinistro la fanciulla alla cintola e, tenendole con la mano destra il mento, le diede un vigoroso bacio sulle grosse labbra, che rimasero aperte e ridenti.
{{Centrato|IV.}}
I giornali veneziani si occuparono del concerto. Tutti lodarono la nipote e allieva del maestro Chisiola, insistendo però nell’avvertire che qui la scuola dello Zen non ci entrava proprio per nulla. Mirate fu giudicato con poca benevolenza: voce potente, di buon timbro, abbastanza intonata, ma fredda e grossolana; cantante immaturo, più da chiesa che da teatro; insomma, qualità preziose, ma scuola pessima. Gli altri allievi, messi in un fascio, venivano tartassati spietatamente. Conclusione: gli azionisti buttavano via i loro quattrini, per far sciupare le belle voci o far cantare dei cani. Il giornale teatrale, ''La Lira'', se la pigliava poi col setticlavio, accusando questo metodo di molti peccati: incertezza nella intonazione, perplessità negli attacchi, pesantezza nel modulare; e negava assolutamente che gli scolari dello Zen sapessero leggere<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|496|{{smaller|IL MAESTRO DI SETTICLAVIO}}|}}</noinclude>a prima vista. Proponeva un giudizio, pronunciato da cinque maestri, due eletti dallo Zen, due dalla direzione del giornale e il quinto dai primi quattro insieme.
Lo Zen, fuori di sè per il dispetto di tante censure e per il timore di vedersi togliere la sua amata scuola, ma più che altro per causa delle imputazioni contro il setticlavio, abboccò subito; e scrisse al giornale una lettera, stampata immediatamente, con cui accettava la proposta, si riserbava di indicare due nomi, e si dichiarava disposto a soggiacere alla sentenza se, cosa impossibile, gli dovesse riescire contraria. Corse dal maestro direttore della cappella di San Marco a pregarlo di essere uno degli arbitri. Questi, uomo prudente, rispose: — Vi pare! Nella mia posizione, farmi dei nemici fra i maestri e fra i giornalisti! Grazie della fiducia, ma non vorrei rovinarmi. — Corse dal giovine e celebre direttore d’orchestra al teatro della Fenice, che gli strinse cordialmente la mano, lo fece sedere in poltrona, gli offrì una chicchera di caffe, ma rispose: — Ben volentieri, maestro carissimo, se non ci fosse un ostacolo. Io ignoro assolutamente che cosa sia setticlavio. — Oh, non importa, in un quarto d’ora la metto in grado di esserne professore. Il metodo splende da sè, come il sole. Quale è la tonica nella chiave di ''Do''? — Le sono riconoscente, maestro, veramente riconoscentissimo di volermi istruire, e la pregherò anzi di farlo un’altra volta. Ma le sembra che uno possa impancarsi da arbitro in una materia che conosce a mala pena e da poche ore e per sola teoria? Bisognerebbe essere troppo sfacciati. —
Tali a un dipresso furono le risposte degli altri maestri, cui lo Zen si rivolse. Il pover’uomo era già stato tre volte alla casa del maestro Chisiola; ma questi, un po’ indisposto dopo la sera del concerto, non voleva assolutamente vedere nessuno. Non sapendo dove dar del capo s’avviò a gran passi verso la bottega dell’antiquario usuraio e soprano.
Le faccende dello Zen s’imbrogliavano. Ai quattrini suoi, quando ne aveva in tasca, ed a quelli degli altri, che si faceva prestare, non attribuiva nessuna importanza; e stupiva nel vedere la gente affannarsi per guadagnare e per ammassare. Il suo stipendio di primo basso nella cappella di San Marco era sequestrato da parecchi mesi; gli azionisti della sua scuola gratuita gettavano appena, in un anno, un centinaio di svanziche, e dagli allievi, anche se gli avessero offerto danaro, non avrebbe accettato un soldo, ma ve-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|IL MAESTRO DI SETTICLAVIO}}|497}}</noinclude>ramente, invece di offrire, chiedevano, ed egli, se aveva, dava, o, mentre era al verde, li conduceva al ''baccaro'' a mangiare ed a bere, finchè l’oste gli faceva credenza. Qualcosa beccava cantando nelle sagre, perchè la sua voce rimbombante piaceva ai preti; qualcosa spilluzzicava correggendo bozze di stampa per una tipografia, componendo sonetti per nozze, per nascite, per ricuperata salute, per prima messa, per ingresso di parroco, per l’applaudito quaresimalista come per la furoreggiante Tersicore, per il negoziante, che apriva bottega di vestiti fatti, come per il bottegaio, che aveva ricevuto un carico di baccalà. Un giorno gli viene in mente di pubblicare un giornale in dialetto per mettere in sempre maggior luce il setticlavio e dire al prossimo la verità: fortuna che in meno di un mese il foglio era bello e sotterrato. Un altro giorno annunzia su tutte le cantonate della città la ''Storia del canto dall’antichità fino ad oggi'', raccoglie firme e quote di associati: l’opera rimane alla prima faccia della prefazione.
Scriveva più sciolto in versi che in prosa, ma il meglio era la poesia vernacola, in cui apparivano qua e là l’ironia sferzante, la canzonatura ridente dei migliori poeti veneziani; scriveva sempre alla bottega da caffè, in quella del sottoportico ''dei Dai'', quasi seppellita dal ponte vicino, in quella sotto i portici di Rialto, accanto al mercato, ove, splendendo fuori il sole, ci si vedeva appena, ed i sensali, i venditori, i compratori in giacchetta od in maniche di camicia, si bisticciavano insieme romorosamente, o rallegravano i contratti di bicchierini con indiavolato baccano. Nel bugigattolo, che portava il sonoro nome di ''Caffè alla Gloria'' e che stava tra una bottega di straccivendolo e un botteghino del lotto, il calamaio era formato da una chicchera slabbrata priva di manico, nella quale lo Zen trovava l’ispirazione.
L’antiquario soprano stava contrattando con una donna pallida, mentre lo Zen entrava ansante nella bottega. Si trattava di una Vergine col Putto in braccio, alta due palmi, tutta in avorio, su cui si scoprivano le traccie di dorature e colori, e nello zoccolo si leggeva una epigrafe del trecento. — Anni addietro — diceva la donna sommessamente, con gli occhi lagrimosi — anni addietro avrei potuto pigliarne cinque marenghi; e non volli, perchè questa Madonna era tanto cara alla mia povera mamma, e, quando la pregavo, sorrideva anche a me, come sorride ora. — Insomma, le vuole le quindici lire? — Almeno venti me ne dia. — No — e<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|498|{{smaller|IL MAESTRO DI SETTICLAVIO}}|}}</noinclude>l’antiquario si rivolse allo Zen, che s’impazientiva. La misera donna uscì; ma, dopo qualche minuto, ricomparve, e, posando la statuetta lentamente sopra una tavola ingombra di ciarpami d’ogni sorta, mormorò: — Se la prenda: i bimbi m’aspettano con il pane. — Intascò il danaro e fece per andarsene; ma, trattenuta da un rimorso, tornò indietro, prese in mano la figuretta con delicatezza paurosa, accostando le labbra tremanti al viso soave in atto di baciarlo. Uscita finalmente dalla bottega si asciugava le lagrime, mentre correva dal fornaio.
— Oh appunto, se non capitavi sarei venuto io a destarti — brontolò l’antiquario, guardando lo Zen; e gli domandò in tono brusco: — Non pensi a pagare?
— Ho altro per il capo io. Volevo chiederti un consiglio, perchè sei uomo avveduto e so che, in fondo, mi vuoi bene. Leggi la ''Lira''?
— Capisco. Ti sei accorto di avere fatto una delle tue solite bestialità, accettando la proposta del giudizio musicale, e vorresti rimediare.
— No davvero. Venivo a sentire da te un parere circa i due nomi di autorevoli maestri, cui potrei indirizzarmi.
— Quanti t’hanno detto di no fino ad ora?
— Facciamo il conto — e pronunciava i nomi, e numerava sulle dita: — Sette.
— Puoi stare certo che per l’una ragione o per l’altra, con bel garbo o villanamente, tutti, in conclusione, ti risponderanno del pari. Smettila, smettila col tuo setticlavio.
— Intanto non potresti accettare tu?
— Io? Sei matto. Ma lasciamo stare per ora queste baggianate. Intendi di pagare sì o no? Sono stato io la bestia di mettermi innanzi col proprietario della sala ove hai tenuto il famoso concerto, col fornitore delle seggiole, con quello delle lampade, e via via: una ottantina di svanziche.
— E non mi hai svergognato in faccia a tutti i nostri compagni della cappella, facendomi sequestrare lo stipendio? Paga con quello.
— Mi canzoni? Lo stipendio era già sequestrato più di mezzo; sicchè, per riavere le somme, che ti prestai da amico troppo disinteressato, dovrò pazientare la bellezza di quasi due anni. Siamo vecchi, caro collega, e se non si perderà presto la vita, si perderà certo la voce. Begli affari ho fatto con te e con Mirate!<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|IL MAESTRO DI SETTICLAVIO}}|499}}</noinclude>{{Nop}}
— Pensiamo dunque a un rimedio.
— Hai nulla?
— Nulla. Anzi fra una settimana rischio di farmi cacciare di casa, sequestrare i pochi mobili, e portar via il pianoforte e la musica. Che cosa sarà della mia povera scuola?
— Mi avevi parlato, tempo fa, di una somma, che certi tuoi conoscenti t’avevano spedito, non so da quale cittaduzza, per la stampa di una strenna, scritta da essi, e che dovrà uscire gli ultimi giorni dell’anno. Mancano ancora cinque mesi.
— Mi tempestano di lettere, aspettano ansiosamente di giorno in giorno le bozze, minacciano di venire a Venezia. Bisogna pure che io consegni il manoscritto al tipografo, e ritrovi il danaro già sfumato.
— E il pianoforte?
— Non è mio, lo sai bene. Lo ho a nolo mensualmente.
— Sì, ma se tu trovassi da venderlo, non potresti continuare a pagar la mesata, finchè ti riescisse di saldare al proprietario il prezzo totale dello strumento? Perderesti qualcosa, ma non si può avere nulla per nulla.
— E come farei senza pianoforte a insegnare il setticlavio?
— Pigliane un altro a nolo, da un altro negoziante, s’intende.
— Di questi affari non capisco niente. Salvami la scuola: ti domando soltanto questo. Mi fido di te.
— Troverò io il compratore. Ad un patto però, che il mio nome non debba essere pronunciato in nessun caso. Me lo prometti!
— Lo giuro — e lo Zen, dopo qualche altra parola, uscì con la testa alta, il passo snello, zufolando un’arietta allegra, come se avesse assicurato la scuola per l’eternità. Della ''Lira'' oramai si dava poco pensiero.
<noinclude>
:''(La fine al prossimo fascicolo).''
{{A destra|{{Sc|Camillo Boito.}}|2em}}</noinclude><noinclude><references/></noinclude>
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Il pubblicare oggidì un’opera di filosofia speculativa, in cui si trattano le quistioni più ardue, più complicate e meno conformi al genio de tenipi, può parere impresa strana ed inutile. L’età nostra, vaga del positiva e delle ciance, (singolare accozzamento,) abborrisce e dispregia ciò che non è palpabile o chimerico: non lo slima pur degno di attenzione e di esame; perchè il criterio corrente del vero, e la regola di ogni pensante, è il parere della moltitudine. Se non piace a questa, la verità non è voluta accettare, e nè anco sentire non si fa grazia nè meno alla novità, che pur si pregia assaissimo, quando blandisce alle ingiuste o frivole preoccupazioni degli uomini. e ai capricci dell’usanza.<noinclude><references/>{{PieDiPagina|||1.}}</noinclude>
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Il pubblicare oggidì un’opera di filosofia speculativa, in cui si trattano le quistioni più ardue, più complicate e meno conformi al genio de tenipi, può parere impresa strana ed inutile. L’età nostra, vaga del positiva e delle ciance, (singolare accozzamento,) abborrisce e dispregia ciò che non è palpabile o chimerico: non lo slima pur degno di attenzione e di esame; perchè il criterio corrente del vero, e la regola di ogni pensante, è il parere della moltitudine. Se non piace a questa, la verità non è voluta accettare, e nè anco sentire non si fa grazia nè meno alla novità, che pur si pregia assaissimo, quando blandisce alle ingiuste o frivole preoccupazioni degli uomini. e ai capricci dell’usanza.<noinclude><references/>{{PieDiPagina|||1.}}</noinclude>
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Introduzione allo studio della filosofia/Proemio
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<noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|4|{{Sc|introduzione allo studio}}|}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}La dottrina, ch’io pubblico, è nuova, quanto altra possa essere in queste materie. Ma essa avrà al parere dei più il torto gravissimo di accordarsi perfettamente con una dottrina autica, creduta morta dai nostri savi, anzi sepolta, e indegna pur di eccitare la collera de’ suoi nemici. Si dirà dunque che io voglio risuscitare un cadavere; rinnovare l’antichità; contrastare alla legge suprema del progresso: e il pregiudicio che nasce da queste imputazioni, vere o false, contro la bontà di un sistema, è al di d’oggi non superabile. E se osassi lasciare intendere che questo cadavere è più vivo assai di coloro, che gli fanno le esequie, le mie ragioni potrebbero passar per ingiurie. Ciò non ostante io pubblico arditamente il mio libro, a costo di non trovare un solo lettore; sicuro, che in ogni caso avrò adempiuto al mio debito.
Lo scritto presente è il semplice preliminare di un’opera, che dovrebbe comprendere, se non tutta la filosofia, almeno le parti principali di essa. Della quale opera ho pronta quasi tutta la materia; ma non so se potrò compilarla, e ridurla in grado di essere divulgata. Non per tanto la presente scrittura potrà stare da sè; parendomi ch’ella contenga quanto si richiede ad essere compresa dai lettori esercitati negli studi speculativi. Ella si divide in due libri, l’uno dottrinale e l’altro storico. Nel primo comincio collo stabilire, che al di d’oggi in Europa non vi ha più filosofia; e siccome questa sentenza può parer singolare a chi giudica delle cose dalle parole, quando il nome di filosofia, e i suoi derivativi, corrono così frequenti sulle bocche e sulle penne degli uomini, mi fo debito di comprovarla, discorrendo per le varie cause, che partorirono la declinazione degli studi<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|della filosofia.}}|3}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}filosofici, e mostrandone presente e visibile l’effetto. Questa è la materia dei tre primi capitoli. Ne voglio però negare che fioriscano ingegni vasti e profondi, attissimi alle speculazioni più recondite e sublimi; ma altro è la filosofia, altro sono i filosofi; e si può aver facoltà di ben ragionare, senza mettere in atto questa potenza. Un cattivo metodo, e l’uso di certi falsi principii, resi universali e autorevoli da una usanza inveterata, possono sviare i migliori ingegni. Non nego eziandio che il nostro secolo possa lodarsi nelle scienze razionali di alcuni pregevoli lavori, onde avrò nel seguito occasione di discorrere; ma noto che questi lavori risguardano le parti accessorie, secondarie, e la dipendenza della filosofia, anzichè la sostanza di essa. Or, quando le parti vitali e le radici di questa nobile scienza siano neglette, e i suoi ordini intrinsecamente viziosi; veggasi, se si può dire con verità che la filosofia sia viva, benchè si attenda da alcuni felicemente a qualche ramo degli studi filosofici. Certo, se l'arte del guarire si riducesse a curare il patereccio o il mal de’ pondi, e la dottrina dei vegetabili a conoscere le erbe del proprio orto, niuno vorrebbe affermare che la chirurgia, la medicina, la botanica fossero arti o scienze vive. Ma anche quegli onorevoli cultori di cose filosofiche sono oggi molto rari; tanto che, se uno scritto di qualche nervo, appartenente alla metafisica, si pubblicasse in Europa, il numero dei sufficienti estimatori, atti ad intenderlo e ad apprezzarlo, si ridurrebbe a molto pochi; come accadeva alla matematica sublime nei tempi di {{AutoreCitato|Cartesio|Cartesio}}. Di che porge una prova il vedere, quali miserie in Francia ed altrove salgano in grido di opere ragguardevoli, e procaccino agli autori fama di filosofi; laddove alcuni altri scritti smisuratamente superiori giacciono non intesi e {{Pt|dimenti-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|IL MAESTRO DI SETTICLAVIO}}|647}}</noinclude>ambulante; quanto al soprano, per cui occorreva un usignuolo, tanti erano i trilli, i gruppetti, le volate, i gorgheggi, Carlottina Bianchi, anche se non fosse stata ammalata, sarebbe ad ogni modo apparsa insufficiente. Una unica virtuosa poteva trionfare in sì ardue difficoltà: la Nene. Solo a figurarsi il terzetto uscire dalle tre gole, il maestro Zen si sentiva venire l’acquolina alla bocca.
Senonchè v’era un ostacolo grave, forse insormontabile: persuadere l’ombroso Chisiola a lasciar venire la nipote in barca, di notte, insieme con parecchi giovani, senza la vigilanza del nonno, che non avrebbe potuto reggere al disagio, e tutt’al più con l’accompagnatura della vecchia e miope donna di servizio. Lo Zen, consultato Mirate, nella fantasia del quale la fanciulla rimaneva, dalla sera del concerto in poi, impressa quale un bocconcino da principe, decise di non affrontare da sè la fortezza, mandando invece ad espugnarla l’alleata, perchè non dubitava che Nene sarebbe entrata subito nella lega. Bastarono, infatti, poche parole dello Zen, dette in furia nell’entrata della casa. — Lasci fare a me, maestro — esclamò la ragazza, e salì alla stanza del vecchio. Il vecchio non voleva; resisteva alle moine, alle preghiere; parlava della propria responsabilità; non si fidava della testa dello Zen e della oculatezza della servente; aveva piena fiducia nel senno della nipote, ma temeva lo scandalo. — Si tratta di un’ora o due, nonno. — Nemmeno dieci minuti. — Allora Nene diventò, di botto, tanto pallida che fin le labbra s’erano fatte livide, e ripeteva: — Lasciami andare, nonno, lasciami andare. — Il vecchio, sgomentato dal nuovo tono minaccioso di quella voce, nella quale non aveva dianzi conosciuto altro che mansuetudine, e dal nuovo lampo iracondo di quegli occhi, in cui s’era assuefatto a leggere soltanto la dolcezza e l’affetto, chinò la testa, mormorando: — Va pure, e ricordati la tua santa madre. —
La mattina del Redentore il vecchio volle vedere insieme lo Zen e Maria, la donna di servizio. Li tenne in camera quasi mezz’ora, ed uscirono entrambi commossi.
Mirate aveva voluto presiedere lui all’ornamento della barca, la quale sembrava una pergola galleggiante, dalla cui verdura scendevano lampioncini di vari colori e lunghe fettucce di carta rossa e turchina. I sedili erano coperti e rammorbiditi da vecchi cuscini stretti e lunghi di stoffa fiorita, la quale dai larghi strappi lasciava uscire l’imbottitura di stoppa. Già vi stavano seduti i cantanti, due suonatori di chitarra ed il compositore della mari-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|648|{{smaller|IL MAESTRO DI SETTICLAVIO}}|}}</noinclude>naresca, un giovinetto biondo e sentimentale. Lo Zen non poteva rimanere fermo: a ogni momento s’alzava, facendo dondolare la barca, picchiava il capo in un palloncino, sfondava la volta fronzuta, pestava ora questo ora quello. I tre rematori durarono fatica a condurre nel rio stretto e curvo il grosso battello, il quale, mentre echeggiavano i rintocchi di mezzanotte, si fermò alla riva d’approdo, innanzi all’orto del Chisiola. Il vecchio non aveva voluto coricarsi: pareva rassegnato, anzi desiderò di accompagnare ancora una volta sul pianoforte la musica, che Nene doveva cantare e ch’ella, per non affaticar la voce, accennava appena.
Nene, incurvandosi, raccogliendo le vesti, mise il piedino sul trasto e, ridendo, fece un salto nella barca, seguita dalla grave Maria, che dovette essere quasi alzata di peso. In pochi minuti furono nel Canale della Giudecca. All’uscire dal rio cupo e silenzioso apparve come uno spettacolo d’incendio. I fuochi di bengala rossi gettavano fiamme sui palazzi e sulle case delle Zattere, sui prospetti e sulle cupole dei templi, sul popolo infinito, che si pigiava nelle fondamenta, sugli alberi delle navi ancorate presso alla riva; e innumerevoli ombre d’uomini e di remi, gigantesche, interminabili, passavano rapide sulle facciate incandescenti, mentre il fumo denso saliva in un cielo profondamente scuro. Poi, spenti i fuochi, si riaccendevano le stelle in alto; e sulla laguna comparivano a miriadi i lumicini, che s’inseguivano, si rincorrevano, e si specchiavano, oscillando, nei brevi spazi d’acqua lasciati liberi ora qua ora là. Poi ancora scoppiavano e crepitavano i razzi, ricominciava la pioggia di scintille, ripigliavano i fuochi di bengala bianchi e verdi, che facevano splendere ogni cosa di luce argentina, finchè tornava l’inferno dei fuochi rossi con i demonii neri, di cui si scorgevano proiettati sulle pareti un braccio teso, una mano aperta, un profilo di testa, che occupava lo spazio d’una casa, due gambe aperte, che oltrepassavano il tetto, oppure degli intrecciamenti di masse informi e confuse come battaglie fantastiche; e quanto più il vivido lume si avvicinava alla figura, che mandava l’ombra, tanto più questa s’ingrandiva fino a diventar smisurata, ed allora, in un attimo, sfumava via per lasciare luogo alla incalzante ridda delle altre. Era una trasformazione sfolgoreggiante di forme, di tinte, di luci, in cui di quando in quando si apriva uno squarcio di tenebre tanto fitte, che si credeva di avere la repentina visione dell’infinito; e in mezzo a quella festa abba-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione||{{smaller|IL MAESTRO DI SETTICLAVIO}}|649}}</noinclude>cinante ci si sentiva attratti a cercare con gli occhi in alto o in basso il mistero di coteste macchie nerissime.
Intanto nelle fondamenta delle Zattere e della Giudecca il passeggio della enorme folla era impedito dalle baracche e dalle tende, ove, vociando a più non posso, vendevano ogni sorta di roba, specialmente vino, liquori, gelati, aranci, frittelle, galani inzuccherati, e grandi mazzi di finocchio in seme. Il ponte di piatte scricchiolava sotto i piedi dei passanti, che dovevano procedere lenti o fermarsi a ogni poco, tanta era la calca; scricchiolavano sull’acqua i battelli, le gondole, i sandoli, le barche d’ogni genere, che, non ostante alla maestria ed alle bestemmie dei rematori, s’urtavano come se dovessero sconquassarsi. I ferri lucidi delle prore davano di cozzo neile forcole, che in quella ressa non potevano più servire al loro uso; ed i remi o stavano inoperosi o giovavano a formare cuneo tra le bande delle barche vicine. In certi momenti si sarebbe potuto passare a piede asciutto dalle Zattere alla Giudecca su quel brulicame di piccoli navigli, che si muovevano tutti insieme, lentamente, maestosamente, a seconda dell’acqua in riflusso; in certi altri momenti si poteva credere di trovarsi nella frenesia degli abbordaggi, degli arrembaggi d’un combattimento navale. I barcaiuoli mostravano i pugni, si dimenavano furiosamente, minacciavano di saltare sopra le gondole per ammazzarsi: e tutto finiva in burletta quando il motto canzonatorio d’un compagno, gridato con accento buffo, faceva sbellicare dalle risa i popolani, i gondolieri e i contendenti medesimi. Nel tutt’insieme un baccano indiavolato, un pandemonio allegro e indescrivibile. Ma ecco princípiano in un battello i canti: già gli accordi si odono dai più vicini, già si comincia a chiedere silenzio, già si tace, si ascolta, ed i suoni si diffondono in uno spazio via via maggiore, disturbati soltanto da qualcuno che grida ''zitto'', e dai frastuoni lontani, fra i quali si distinguono le voci fesse dei rivenditori ambulanti.
Il gran trionfo fu per il concerto dello Zen e specialmente per la marinaresca a tre parti: i battimani non finivano più, si voleva il ''bis'', si acclamavano i cantanti, si vociava: ''fuori il compositore'', che, pallido e raggiante, dovette rizzarsi in punta di piedi sul dorso della poppa. Nene e Mirate nella melodia patetica, la quale andava a successioni di seste, si stringevano forte le mani e si guardavano fissi negli occhi; lo Zen aveva mangiato la sua brava aringa salata. Esaurito il programma, Nene, verso le due, avrebbe desiderato di tornare a casa, tanto più che a Maria mi-<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Candalua" />{{RigaIntestazione|650|{{smaller|IL MAESTRO DI SETTICLAVIO}}|}}</noinclude>nacciava un po’ di noia di stomaco per cagione del dondolio della barca; ma una occhiata di Mirate ed un invito dello Zen, ch’era stato accettato con entusiasmo da tutta la comitiva, vinsero facilmente la riluttanza della fanciulla.
Lo Zen dalla vendita del pianoforte non suo aveva cavato, per mezzo dell’amico antiquario, intorno a trecento svanziche, cui un centinaio, poco più, era rimasto nelle sue proprie tasche. Gli pesavano. Veramente, durante il giorno, gli era corsa nella fantasia la fisima di pagare un qualche acconto dei molti debiti: ma quei buoni giovanotti avevano cantato tanto bene, dovevano avere la gola tanto arida, che il non offrir loro un po’ di cena sarebbe parsa una crudeltà. Andarono dunque tutti nel giardino Checchia alla Giudecca, meno la Maria che, non sentendosi bene, pregò di essere lasciata in barca, dopo avere con le lagrime agli occhi sollecitato la padroncina a sbrigarsi per timore che il povero nonno fosse sveglio e stesse in angustia.
Il giardino vastissimo era tutto a pergolati bassi, che formavano una serie di piccoli viali coperti, ove, intorno alle frequenti tavole {{Ec|lunge|lunghe}} e strette, stava un mondo di gente a cenare. L’illuminazione consisteva nei soliti fanaletti e lampioncini penzolanti e in candele circondate da cartocci di vari colori, per proteggerle dal ventolino, che rinfrescava ed esilarava dopo la soffocante giornata. Il canto e gli applausi avevano aguzzato l’appetito persino della fanciulla, nei capelli rossi della quale l’auretta scherzava; e si lasciava fare nell’orecchio da Mirate, seduto al suo fianco, le più audaci dichiarazioni d’amore e sorrideva e sospirava e beveva il vino, che il tenore le versava spesso dal boccale panciuto, cui stavano dipinte certe rose non meno pavonazze delle chiazze della tovaglia. Dopo il salame ed i polli arrosto capitarono le frittelle: i giovani cantanti mangiavano e nello stesso tempo guardavano i due innamorati, ghignando sotto i baffi e parlando tra loro ad alta voce in gergo furbesco; i chitarristi tacevano, divoravano e mettevano in saccoccia; lo Zen aveva afferrato il maestrino, attore della marinaresca, il quale era giunto a Venezia da pochi giorni, raccomandato al maestro dai suoi amici scrittori della strenna, e gli stava snocciolando le virtù del setticlavio. — Quale è la tonica nella chiave di ''Do''? — Il ''Do''. — Mi canti una terza maggiore. — ''Do Mi''. — Una minore. — ''Re Fa''. — E la tonica nella chiave di ''Re''?. — ''Re''. — Niente affatto. — Come? — È sempre il ''Do''. — Non intendo. — Intenderà subito. Faccia il salto di terza.<noinclude><references/></noinclude>
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Pt|<br>|dimenti}}cati, senz’altro difetto che il proprio merito, e il sovrastare di troppo grande intervallo alla debolezza degli uomini e dei tempi. Vero è che i dilettanti abbondano, quanto mancano i veri studiosi; se la copia degli uni potesse compensare la scarsità degli altri. Chiamo dilettanti coloro, che mirano al solo piacere, e studiosi quelli, che intendono all’instruzione. I primi non leggono che per passare...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|6|{{Sc|introduzione allo studio}}|}}</noinclude>{{Pt|<br>|dimenti}}cati, senz’altro difetto che il proprio merito, e il sovrastare di troppo grande intervallo alla debolezza degli uomini e dei tempi. Vero è che i dilettanti abbondano, quanto mancano i veri studiosi; se la copia degli uni potesse compensare la scarsità degli altri. Chiamo dilettanti coloro, che mirano al solo piacere, e studiosi quelli, che intendono all’instruzione. I primi non leggono che per passare il tempo; negozio gravissimo e difficilissimo per una buona parte dei nostri coetanei. Nè costoro sono però da disprezzare; anzi io li tengo per una gentile e preziosa generazione, quando si contentano di leggere per divertirsi o per addormentarsi, e trattano gli studi, come un trastullo o un narcotico innocente. Ma ogni qual volta s’intromettono di sentenziare e di censurare, diventano, senza volerlo, guastatori delle scienze. Con tal gente hai un difficile partito alle mani; imperocchè non conoscendo essi il soggetto, e non avendo nè anco i termini, ti è impossibile il convincerli, il farli ricredere; e ogni disputa che pigli con loro. è uno scioperio di tempo. Or, siccome è cosa rara che dall’uffizio di ascoltare non si passi a quello di definire, taluno forse potrebbe inferirne che, se è bene alle scienze l’aver dilettanti, sarebbe forse meglio il non averne. A ogni modo, io reputo beate le matematiche, dove i dilettanti non riescono. I quali sono quasi il volgo delle lettere e delle scienze, che commesse alla loro balia, diventano preda dell’arbitrio e della licenza, a guisa delle società civili, dove posposta la ragione dei savi, regna l’arbitrio della moltitudine (1).
Esaminate le principali cagioni. che condussero la filosofia alla nullità presente, propongo i mezzi, che mi paiono più opportuni alla sna instaurazione. La riforma della filosofia<noinclude><references/></noinclude>
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Esaminate le principali cagioni. che condussero la filosofia alla nullità presente, propongo i mezzi, che mi paiono più opportuni alla sna instaurazione. La riforma della filosofia<noinclude><references/></noinclude>
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Tuvok1968
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<noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|6|{{Sc|introduzione allo studio}}|}}</noinclude>{{Pt|<br>|dimenti}}cati, senz’altro difetto che il proprio merito, e il sovrastare di troppo grande intervallo alla debolezza degli uomini e dei tempi. Vero è che i dilettanti abbondano, quanto mancano i veri studiosi; se la copia degli uni potesse compensare la scarsità degli altri. Chiamo dilettanti coloro, che mirano al solo piacere, e studiosi quelli, che intendono all’instruzione. I primi non leggono che per passare il tempo; negozio gravissimo e difficilissimo per una buona parte dei nostri coetanei. Nè costoro sono però da disprezzare; anzi io li tengo per una gentile e preziosa generazione, quando si contentano di leggere per divertirsi o per addormentarsi, e trattano gli studi, come un trastullo o un narcotico innocente. Ma ogni qual volta s’intromettono di sentenziare e di censurare, diventano, senza volerlo, guastatori delle scienze. Con tal gente hai un difficile partito alle mani; imperocchè non conoscendo essi il soggetto, e non avendo nè anco i termini, ti è impossibile il convincerli, il farli ricredere; e ogni disputa che pigli con loro. è uno scioperio di tempo. Or, siccome è cosa rara che dall’uffizio di ascoltare non si passi a quello di definire, taluno forse potrebbe inferirne che, se è bene alle scienze l’aver dilettanti, sarebbe forse meglio il non averne. A ogni modo, io reputo beate le matematiche, dove i dilettanti non riescono. I quali sono quasi il volgo delle lettere e delle scienze, che commesse alla loro balia, diventano preda dell’arbitrio e della licenza, a guisa delle società civili, dove posposta la ragione dei savi, regna l’arbitrio della moltitudine {{Ns|(1)|Vincenzo Gioberti - Introduzione allo studio della filosofia Vol.1 1844.pdf|275|276}}.
Esaminate le principali cagioni. che condussero la filosofia alla nullità presente, propongo i mezzi, che mi paiono più opportuni alla sna instaurazione. La riforma della filosofia<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:La ferrovia urbana o metropolitana di Roma.pdf/13
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Carlomorino
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<noinclude><pagequality level="2" user="Carlomorino" />{{RigaIntestazione||— 14 —|}}</noinclude>ferrovia può intendersi diviso in due, il primo tra i
Tre Archi e il Circo Massimo, il secondo tra questo
e la stazione di Trastevere. Il primo, è necessario
all’esercizio delle ferrovie secondarie, come risulta
dal progetto sulla metropolitana di Roma, pubblicato
dall’ingegnere Sig. Lorenzo Allievi. Quindi la sua costruzione
non è vincolata all’abolizione della Stazione
di Termini, come neppure a stretto rigore quella del
secondo tratto, poco più lungo d’un chilometro; poichè,
in esso, il tracciato della metropolitana sarebbe comune
con quello del raccordamento studiato, come sopra accennai,
dalle Ferrovie Romane per congiungere la maremmana
colla linea di Napoli.
Riepilogando pertanto concluderò che il circuito ferroviario
attorno la città, detratti soltanto quattro chilometri,
è da costruirsi in tutti i casi, cioè quando anche
non voglia aversi il debito riguardo agl’interessi economici
della città, che lo esigono tutto intiero, e quando
anche non si abolisca la stazione di Termini. Ma
questa abolizione, che dovrebbe essere compensata
collo stabilire attorno la città parecchie stazioni a contatto
dell’abitato, mediante la costruzione della nostra
metropolitana; importando per conseguenza la vendita
delle aree di oltre venti ettari che resterebbero disponibili
in buona posizione di edificabilità, offre per sè stessa il
modo di fare le spese non solo della costruzione dei
quattro chilometri, che (come dissi) non sarebbero
strettamente necessarii al collegamento di tutte le ferrovie
esterne tra loro; ma di sopperire largamente
anche ad alcune altre derivanti dalla stessa abolizione,
e che consisterebbero nella ricostruzione dei
depositi e delle officine di riparazione che trovansi
ora in quella di Termini, e di qualche edificio pel
servizio delle merci, poichè tutti gli altri restereb-<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="2" user="Carlomorino" />{{RigaIntestazione||— 15 —|}}</noinclude>bero inutilizzati, quante volte la nuova stazione venisse
aperta, e dotata di tutte quelle comodità che le
giuste esigenze del commercio imporrebbero; e che
sarebbero anche riconosciute acconcie a facilitare il servizio
generale del traffico in Roma.
Ma poichè questo piano generale di sistemazione
delle grandi ferrovie presso Roma, che comprende
la costruzione dell’intiero circuito metropolitano attorno
al suo abitato, si basa sulla necessità di aprire,
in qualunque ipotesi, una grande stazione in un punto.
in cui sia riconosciuto più conveniente il distacco dalla
linea Napoli-Roma dei treni diretti sulla maremmana;
e di costruirne un’altra ai Prati di Castello collegandola
colla prima; io credo dover nuovamente insistere
sulla necessità tanto dell’una quanto dell’altra di
dette stazioni. Per mezzo della prima, non si ottiene
soltanto il risparmio di circa quattro chilometri, quanti
se ne conterebbero nel viaggio di andata e ritorno indispensabile
onde passare dall’una all’altra linea, quando
mancasse la comodità di ciò fare direttamente per mezzo
della proposta stazione, ma si raggiunge anche l’economia
di tempo, che altrimenti dovrebbe consumarsi,
nella manovra dovuta all’invertimento del senso del
cammino. Poichè, arrivando i treni alla stazione di Termini,
le macchine che li rimorchiano, se debbono proseguire
per la maremmana, han bisogno di andar
prima a mettersi dalla parte opposta del convoglio
insieme al carro bagagli; e perchè non abbiano a proseguir
la loro corsa col tender in avanti e colla macchina
a rovescio, debbono essere girate sopra apposita
piattaforma. Si può risparmiare quest’ultimo perditempo,
col sostituire alla locomotiva in arrivo un’altra
già pronta a far proseguire regolarmente la corsa del
treno, non però potrà risparmiarsi la manovra del<noinclude></noinclude>
agjsgbwkmgofo2gept2sie7cw9dq10s
Pagina:La ferrovia urbana o metropolitana di Roma.pdf/15
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Carlomorino
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="2" user="Carlomorino" />{{RigaIntestazione||— 16 —|}}</noinclude>carro bagagli. Lasciando da parte l’imbarazzo che tutto
ciò importa in una stazione già per se stessa poco
felice per le manovre, e le probabilità di accidenti; è
evidente che, tra l’allungamento del cammino, e i ritardi
delle manovre, si perderebbero non meno di venticinque
minuti di tempo, che, pei treni celeri, corrisponderebbe
ad un allungamento virtuale di 25 chilometri, allungamento,
che, pei viaggiatori diretti al di là di Roma,
non sarebbe meno pernicioso di quelli che si andranno
ora eliminando tra Napoli e Roma con ingenti spese<ref>La spesa prevista per la direttissima Roma-Napoli è di cinquanta milioni. Diffalcando da questa somma l’importo dei lavori occorrenti a modificare le porzioni dell’attuale linea napolitana, che resteranno comprese nella nuova; i restanti trentanove milioni vengono tutti impiegati nella costruzione dei nuovi tronchi pei quali si otterrà un accorciamento di circa 31 chilometri in tutto. Quindi ogni chilometro d’accorciamento non costerà meno d’un milione e un quarto di lire.</ref>.
Ma v’è di più. E notorio che la ferrovia direttissima
per Napoli, per i primi sette od otto chilometri a
partire da Roma, seguirà parallelamente la linea attuale.
Al punto di deviazione di questa dalla direttissima,
è già prevista una stazione. Ora nulla di più
facile e di più ovvio che riportare questa cinque o
sei chilometri verso Roma, armando un altro binario
per questo breve tratto, ed allargando di soli
tre metri e mezzo la sede stradale, senz’altre spese
che di lievissimi movimenti di terra. Nè è a credersi
che questo prolungamento, protratto fino all’attuale
stazione di Termini, non sarebbe stato proposto da chi
progettò il tracciato della direttissima, se la stazione
di Termini fosse stata riconosciuta capace anche di
questa quinta linea. Pertanto la nuova stazione designata
al sud-est di Roma entro i limiti del suo suburbio,
andrà a trovarsi in un punto dove dalla linea napo-<noinclude></noinclude>
gdd59oc7iq3rczc3m9jbk3t4llviqvb
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Carlomorino
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="2" user="Carlomorino" />{{RigaIntestazione||— 17 —|}}</noinclude>litana attuale se ne distaccheranno due altre: la direttissima
a sinistra, e la maremmana a destra, e dove
si collegheranno naturalmente anche le due che ci per-,
vengono a Roma da Firenze-Ancona e da Solmona. Da
questa stessa Stazione prenderà origine anche il circuito
urbano quale fu da me primitivamente proposto
tra i Tre Archi e la stazione di Trastevere, circuito
che implicherebbe il migliore e più breve collegamento
colla stazione ai Prati di Castello.
Aggiungerò ora poche parole a dimostrare con
maggior chiarezza anche l’importanza di quest’ultima
stazione, sebbene la proposta della sua attuazione
siasi resa così popolare in Roma, che forse
molti troveranno quasi superfluo aggiungere nuovi argomenti
a propugnarla. Ma non per questo tralascerò
di rammentare la possibilità di riunire ad essa stazione
ed a tutte le altre ferrovie, con più diretto cammino,
la linea Ancona-Firenze. Lasciando a parte l’utilità
strategica di questo congiungimento, non va
dimenticata l’opportunità di profittarne, nel caso che
dovesse aver luogo, nella pianura che giace al Nord
dei Prati di Castello, la nostra esposizione universale. Quel posto fu chiaramente designato quando si
trattò di quest’argomento, e si tenne conto appunto di
questa facilitazione nei trasporti, mediante un breve
tronco di ferrovia, che dallo sbocco dell’Aniene in Tevere
scendesse direttamente ai Prati, seguendo un tracciato
assai facile ed economico, che ho altrove descritto<ref>''Ferrovia di circonvallazione attorno la città di Roma'' Progetto dell’ing. Francesco Degli Abbati Roma, tipografia Artero e C., 1876.</ref>. Infine la facilitazione del cammino tra Ancona
e Civitavecchia a traverso Roma, allontanerà sempre<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="2" user="Carlomorino" />{{RigaIntestazione||— 18 —|}}</noinclude>più, per la nostra città, il pericolo che il commercio
di transito tra questi due porti prenda un altra strada.
V’è chi pur troppo ha preso esatto conto del risparmio
di lunghezza che si otterrebbe, seguendo, a partire d’Ancona,
le stazioni di Fossato, Perugia, Baschi, Attigliano,
Viterbo e Corneto. Esso consiste in 63 chilometri. E
vero che, contando le distanze virtuali, questa differenza
potrebbe scomparire; ma, trattandosi di argomento non
indifferente per noi, io invito i nostri commercianti a
prender nota d’una memoria dell’ingegnere Francolini
pubblicata nell’aprile del 1881, e delle parole pronunciate
dall’on. Ferrero-Gola al Consiglio provinciale di Roma.
il 20 novembre 1879, dalle quali verrà messa in evidenza
la necessità di vigilare a che non c’incolga tale
jattura, procurando alla Città nostra tutte quelle facilitazioni
di transito, che potranno ottenersi in occasione
dei nuovi progetti sulla sistemazione delle ferrovie
presso l’abitato.
Ho chiamato un fantasma, il timore di troppo gravi
spese che occorrerebbero alla esecuzione di questo
piano, e ci tengo a dimostrare che tale debba reputarsi
questo prognostico anche in rapporto alle spese di espropriazione,
che potrebbero per taluni costituire quello che
si chiama un salto nel buio. Non è vero. Anche questa
spesa potrà esser mantenuta entro giusti limiti. La
legge di espropriazione per causa di pubblica utilità
all’art. 42 dice chiaramente: «L’aumento di valore che
dall’esecuzione dell’opera di pubblica utilità sarebbe
derivato alla parte del fondo compresa nella espropriazione,
non può tenersi a calcolo per aumentare
l’indennità dovuta al proprietario». Ora prescindendo
dall’impianto della nuova stazione, quale è la previsione
che possa far acquistare un gran valore ai terreni che
giacciono a sud-est di Roma, oggi che il suo piano<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="2" user="Carlomorino" />{{RigaIntestazione||— 19 —|}}</noinclude>edilizio si è tanto chiaramente affermato cogli attuali
ingrandimenti verso opposte direzioni?<ref name=p18>Qui mi giova avvertire come la metropolitana proposta dall’onorevole ing. Gabelli (''Nuova Antologia'', 7 luglio 1885) non darebbe luogo, secondo lui, ad una spesa maggiore di 15 a 18 milioni di lire. Nella mia pubblicazione dell’agosto 1878, io dimostrai che la circonvallazione da me proposta non avrebbe costato più di sei millioni. Ma essa non formava l’intiero circuito, poichè andava soltanto dalla stazione di Termini a quella di Trastevere circuendo la Città a levante, settentrione e ponente. Inoltre le espropriazioni non potevano in quell’epoca dar luogo a grande spesa. Oggi, quantunque l’aree da espropriarsi si riducano a poca cosa, tuttavia il loro acquisto non potrebbe non pesare notabilmente sul preventivo dell’opera. Non v’ha dubbio che il tracciato dell’onorevole Gabelli si discosti sulla destra del Tevere, sostanzialmente dal mio, ma questa discordanza non toglie che il giudizio del chiarissimo autore possa tranquillizzare sulle previsioni in genere della spesa d’un’opera siffatta. In un’altra prossima memoria darò la stima preventiva dell’intiera opera, quale ho descritto in queste pagine.
<br/>
Ecco intanto com’esso descrive l’andamento che esso darebbe. alla sua metropolitana:
<br/> «Dalla nuova Stazione di Trastevere, il tracciato da me proposto, passerebbe il fiume insieme alla nuova linea di Civitavecchia; passerebbe in galleria sotto il Monte Aventino, uscirebbe fuori della cinta a Porta Metronia per rientrare presso Porta San Giovanni, e, lasciata esternamente la sporgenza alla quale trovasi Santa Croce in Gerusalemme, giungerebbe a Castro Pretorio. Da</ref>.
Vediamo ora quali probabilità di esecuzione abbia
col fatto questo piano di sistemazione. Per quanto riguarda
la nuova Stazione esterna al sud est di Roma,
un potente istituto di credito ha formulato il suo progetto,
e trovasi già in possesso dei terreni che occorreranno
all’impianto dell’opera. Confesso che io avrei
desiderato che il punto prescelto fosse più lontano dalle
mura, e quindi più vicino alla biforcazione naturale
delle linee da me sopra accennate. Con ciò il prezzo
dei trasporti a domicilio subirebbe un leggero aumento
su quello che risulterebbe dalla esecuzione del progetto
enunciato. Ma, in compenso, la zona edificabile di Roma<noinclude></noinclude>
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Carlomorino
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text/x-wiki
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<br/>
Ecco intanto com’esso descrive l’andamento che esso darebbe. alla sua metropolitana:
<br/> «Dalla nuova Stazione di Trastevere, il tracciato da me proposto, passerebbe il fiume insieme alla nuova linea di Civitavecchia; passerebbe in galleria sotto il Monte Aventino, uscirebbe fuori della cinta a Porta Metronia per rientrare presso Porta San Giovanni, e, lasciata esternamente la sporgenza alla quale trovasi Santa Croce in Gerusalemme, giungerebbe a Castro Pretorio. Da</ref>.
Vediamo ora quali probabilità di esecuzione abbia
col fatto questo piano di sistemazione. Per quanto riguarda
la nuova Stazione esterna al sud est di Roma,
un potente istituto di credito ha formulato il suo progetto,
e trovasi già in possesso dei terreni che occorreranno
all’impianto dell’opera. Confesso che io avrei
desiderato che il punto prescelto fosse più lontano dalle
mura, e quindi più vicino alla biforcazione naturale
delle linee da me sopra accennate. Con ciò il prezzo
dei trasporti a domicilio subirebbe un leggero aumento
su quello che risulterebbe dalla esecuzione del progetto
enunciato. Ma, in compenso, la zona edificabile di Roma<noinclude></noinclude>
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Carlomorino
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="2" user="Carlomorino" />{{RigaIntestazione||— 20 —|}}</noinclude>su quell’altipiano non verrebbe circoscritta in troppo
angusti confini; e se questa considerazione riguarda
un avvenire alquanto remoto, non perciò essa mi sembra
da tenersi in non cale; poichè è sempre un avvenire,
se non certo, almeno molto probabile; e tanto
basterebbe, a mio avviso, perchè non dovesse pregiudicarsi.
È vero che, se non erro, i proponenti di questo
progetto, intendono rimpiazzare con questa nuova Stazione,
quella di Termini che vorrebbero abolire; e con
questa abolizione l’area edificabile di Roma guadagnerebbe
circa altri trenta ettari<ref>Di questo spazio, due terzi soltanto o poco più, possono ritenersi edificabili in buone condizioni.</ref>, che ora sono occupati
dalla Stazione stessa. Ma le previsioni in favore dei
futuri ingrandimenti di questa nostra Capitale vanno
ben lungi da questo limite. Del resto, su questo punto
<ref follow=p18>Castro Pretorio correndo in gran parte in galleria sotto Villa Ludovisi e il Pincio, raggiungerebbe i terreni tra il piede del Pincio e e via Margutta, uscendo fuori della cinta presso la porta di Villa Borghese. Trasversato il Tevere a circa 400 metri a valle del punto corrispondente a Porta del Popolo, seguirebbe la nuova cinta ai Prati di Castello, di dove rasentando le fosse di Castel Sant’Angelo, verrebbe a correre in viadotto continuo, cui sarebbero fondamento i muraglioni del Tevere fin presso a Ponte Quattro Capi, tornando al punto di partenza della nuova Stazione di Trastevere». (Quest’ultimo tratto discorda affatto dal mio progetto). Aggiungo un particolare, che lo stesso ingegnere ha ritenuto doversi osservare circa il congiungimento delle grandi ferrovie colla. metropolitana, particolare che non discorda gran fatto da quanto io avvertiva anche in altre mie pubblicazioni. Eccolo: Il servizio delle grandi linee non deve entrare nella metropolitana; i treni delle grandi percorrenze non devono correre nei binari destinati a ripartire alle diverse zone della Città i movimenti da o per punti fuori dei confini della Capitale. Ma in tutti i punti in cui arrivano le grandi linee alla Capitale deve esistere contatto colla metropolitana, perchè viaggiatori e vagoni, e colli di mercanzie approfittino del vantaggio di giungere anche da fuori alla località più prossima al punto di destinazione.»</ref><noinclude></noinclude>
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Carlomorino
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="2" user="Carlomorino" />{{RigaIntestazione||— 20 —|}}</noinclude>su quell’altipiano non verrebbe circoscritta in troppo
angusti confini; e se questa considerazione riguarda
un avvenire alquanto remoto, non perciò essa mi sembra
da tenersi in non cale; poichè è sempre un avvenire,
se non certo, almeno molto probabile; e tanto
basterebbe, a mio avviso, perchè non dovesse pregiudicarsi.
È vero che, se non erro, i proponenti di questo
progetto, intendono rimpiazzare con questa nuova Stazione,
quella di Termini che vorrebbero abolire; e con
questa abolizione l’area edificabile di Roma guadagnerebbe
circa altri trenta ettari<ref>Di questo spazio, due terzi soltanto o poco più, possono ritenersi edificabili in buone condizioni.</ref>, che ora sono occupati
dalla Stazione stessa. Ma le previsioni in favore dei
futuri ingrandimenti di questa nostra Capitale vanno
ben lungi da questo limite. Del resto, su questo punto
<ref follow=p18>Castro Pretorio correndo in gran parte in galleria sotto Villa Ludovisi e il Pincio, raggiungerebbe i terreni tra il piede del Pincio e e via Margutta, uscendo fuori della cinta presso la porta di Villa Borghese. Trasversato il Tevere a circa 400 metri a valle del punto corrispondente a Porta del Popolo, seguirebbe la nuova cinta ai Prati di Castello, di dove rasentando le fosse di Castel Sant’Angelo, verrebbe a correre in viadotto continuo, cui sarebbero fondamento i muraglioni del Tevere fin presso a Ponte Quattro Capi, tornando al punto di partenza della nuova Stazione di Trastevere». (Quest’ultimo tratto discorda affatto dal mio progetto).
<br/>
{{spazi|6}}Aggiungo un particolare, che lo stesso ingegnere ha ritenuto doversi osservare circa il congiungimento delle grandi ferrovie colla. metropolitana, particolare che non discorda gran fatto da quanto io avvertiva anche in altre mie pubblicazioni.
<br/>
{{spazi|6}}Eccolo:
<br/>
{{spazi|6}}«Il servizio delle grandi linee non deve entrare nella metropolitana; i treni delle grandi percorrenze non devono correre nei binari destinati a ripartire alle diverse zone della Città i movimenti da o per punti fuori dei confini della Capitale. Ma in tutti i punti in cui arrivano le grandi linee alla Capitale deve esistere contatto colla metropolitana, perchè viaggiatori e vagoni, e colli di mercanzie approfittino del vantaggio di giungere anche da fuori alla località più prossima al punto di destinazione.»</ref><noinclude></noinclude>
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Tuvok1968
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Pt|{{Ct|f=180%|t=12|NOTE.}}|}} {{Rule|10%|v=6|t=6}} La maggior parte delle note, che seguono. sono accessorie al testo, né richieste all’intelligenza o dimostrazione delle cose, che vi si discorrono. Le ho raccolte in fine del volume, acciò non interrompano inutilmente la lettura di quello. Quanto ad alcune poche, che le accompagnano, e sono tuttavia necessarie a illustrare o provare la dottrina del libro, versanti per...
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La maggior parte delle note, che seguono. sono accessorie al testo, né richieste all’intelligenza o dimostrazione delle cose, che vi si discorrono. Le ho raccolte in fine del volume, acciò non interrompano inutilmente la lettura di quello. Quanto ad alcune poche, che le accompagnano, e sono tuttavia necessarie a illustrare o provare la dottrina del libro, versanti per lo più nel discutere o esporre le altrui opinioni, non ho potutto, per la troppa loro lunghezza, distribuirle a piè di pagina ne’ luoghi opportuni. D’altra parte, il soggetto loro è tale, che inserite nel testo, avrebbero nociuto all’economia dell’ opera.
<section begin="(1)" />''{{Ct|{{smaller|{{Sc|nota}}}}'' 1.}}
Se i dilettanti, che la spacciano da aristarchi, aggiungono a questo vezzo lo splendor della nascita e della fortuna, ogni gara, che i veri studiosi vogliano pigliar con essi, dee parere una vera<section end="(1)" /><noinclude><references/></noinclude>
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Tuvok1968
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Se i dilettanti, che la spacciano da aristarchi, aggiungono a questo vezzo lo splendor della nascita e della fortuna, ogni gara, che i veri studiosi vogliano pigliar con essi, dee parere una vera<section end="(1)" /><noinclude><references/></noinclude>
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2026-10-02T18:45:30Z
Carlomorino
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="2" user="Carlomorino" />{{RigaIntestazione||— 21 —|}}</noinclude>non ho che ripetere, non potersi l’abolizione della Stazione
di Termini compensare altrimenti che col creare
una ferrovia metropolitana; la quale (non sarà inutile
avvertirlo) poco o niente spazio usurperebbe alla edificazione
delle abitazioni.
Quindi se la costruzione della grande Stazione fuori
Porta San Giovanni implica l’abolizione di quella di
Termini; essa implica eziandio la costruzione della
metropolitana, della quale (almeno per la massima
parte della sua lunghezza) mi sembra aver già dimostrato
la necessità per altre ragioni, indipendenti tanto
dalla cennata abolizione dell’una quanto dall’impianto
dell’altra Stazione. Nè credo vi possa esser dubbio sull’obbligo
che contrarrebbe lo Stato verso Roma, quando
volesse abolire la Stazione di Termini, la quale, a dritto
o a torto, costituisce per la popolazione, un comodo ed
una economia, che certo non le verrebbe ridonata dalla
nuova Stazione fuori Porta San Giovanni. Se mi si domanda
a chi spetti l’importo derivante dall’aumento vistosissimo
del valore dei terreni in cui trovasi stabilita
la Stazione da abolirsi, risponderò che spetta allo Stato.
Ma questi non può disporre di questo valore senza uno
speciale riguardo agl’interessi dei cittadini, i quali, contemporaneamente
all’aumentarsi del prezzo delle aree
edificabili, videro in pochi anni triplicato quello dei loro
alloggi; perchè costretti a condividerli colla popolazione
immigrante; ed, impegnata a fare con decoro e con riputazione
gli onori di casa, non guardò a risparmi nè a
sacrifici, portando il suo bilancio ben oltre il limite
delle sue forze. È dunque troppo giusto che col prodotto
di questo valore si accordi alla città un compenso
che le renda questo comodo delle comunicazioni ferroviarie
a contatto dell’abitato, e lo renda con quel ragionevole
incremento che le spetta per la cresciuta<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="2" user="Carlomorino" />{{RigaIntestazione||— 22 —|}}</noinclude>popolazione, per l’ampliato spazio assegnato alle abitazioni,
per le maggiori gravezze che ne risultarono
a carico del suo bilancio edilizio e delle borse dei
singoli cittadini. Questo compenso, consistendo in un’opera
pubblica della stessa natura di quella che andrà
a sopprimersi, non sarà tutto devoluto a benefizio degli
abitanti di Roma. Esso sarà da loro goduto in comunione
con tutti quelli, che avranno interesse di trovare
nella Capitale del Regno quelle agevolazioni di transito,
le quali al giorno d’oggi sono inseparabili dalle Capitali
dei grandi Stati<ref>Oltre al danno che risentirebbe la popolazione di Roma dall’abolizione della Stazione di Termini, che però verrebbe compensato dalla costruzione della Ferrovia Metropolitana, può essere oggetto di giusta preoccupazione la mancanza che ne conseguirebbe d’un obbiettivo di proporzionata importanza al termine della via Cavour, e quindi la necessità di sostituirvene un altro. A tal oggetto si propone la trasformazione dell’attuale tettoia ferroviaria in una galleria, in cui i locali attualmente adibiti pel servizio ferroviario sarebbero messi a disposizione del minuto commercio. Ma dal lato del quartiere del Maccao dovrebbero, entro la galleria stessa, praticarsi due discese laterali simmetriche per carrozze, che metterebbero ad una stazione sotterranea, illumineta per mezzo di sovrastante tettoia, alla quale dovrebbero far capo due binari da diramarsi dalla Stazione di Porta San Lorenzo. In questi binari potrebbero aver luogo arrivi e partenze ufficiali od anche a servizio del pubblico in circostanze eccezionali. La galleria attuale che precederebber questa stazione, dalla quale anche i pedoni potrebbero discendere per mezzo di apposite gradinate, si presterebbe opportunamente allo scopo. Per mezzo della Stazione di Porta San Lorenzo questa nuova Stazione di Termini comunicherebbe con tutte le linee.</ref>. Se vuolsi escogitare un progetto, che
meglio della costruzione d’una ferrovia urbana risponda
e rappresenti questo compenso, non si tardi a proporlo.
Ma finora non ve ne ha alcun altro. E se, per lo passato,
la costruzione d’un’opera siffatta trovava quasi
tutti increduli circa la sua opportunità, bastò un lontano
accenno che vi fecero alcuni istituti di credito, per convertire
a suo favore la pubblica opinione. Certo se fin<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Carlomorino" />{{RigaIntestazione||— 23 —|}}</noinclude>da quando io dimostrai la possibilità di tale opera col
mio primo opuscolo del 1876, si fosse preso in serio
esame quest’argomento, oggi la spesa che dovrà attribuirglisi
sarebbe minore. Ma mentre chi doveva e poteva,
trovò miglior partito di metter la proposta in non
cale, non era possibile che il pubblico la riconoscesse
utile ed opportuna. Nè la stampa ha l’obbligo di raccomandare
un lavoro prima d’intravederne la possibilità,
massime per quanto riguarda la spesa; nè in Roma
abbiamo giornali artistici che s’interessino delle cose
edilizie, come purtroppo dovrebbero esservene, nè la
popolazione romana, pronta sempre a pagare e punto
a petulare, fu mai esigente verso le Autorità per ottener
checchessia. L’Officio tecnico comunale mantiene il monopolio
assoluto dell’edilizia, e quasi par che si diletti
di offrir delle sorprese alla pubblica espettazione, quantunque
non ignori, che certi lavori non sarebbero male
affidati alla critica, prima di esser consegnati all’appaltatore<ref> Queste parole non implicano censura contro chicchessia e molto meno contro il personale del nostro Officio tecnico municipale.</ref>.
Non è, dunque, che da poco più d’un anno
che, mercè la pubblicazione d’una memoria del professor
{{Wl|Q3836876|Lorenzo Allievi}} sull’argomento, e di un’altra
dell’onorevole {{Wl|Q3622670|Aristide Gabelli}}; il tema si è popolarizzato,
non per altra ragione se non perchè si è supposto
che (dopo di esse) non sarebbero mancati i mezzi per
eseguire i lavori. Però l’Allievi sembra aver piuttosto
mirato col suo progetto a trovar degli sbocchi in città
alle Ferrovie secondarie, rimpicciolendo così l’obbiettivo
dell’opera. Comunque sia, sulla sinistra del Tevere, essi
poco o punto si discostano dal tracciato da me escogitato,
ciò che mi sembra argomento non indifferente
che le mie proposte non mancano di serietà. Sulla<noinclude></noinclude>
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Carlomorino
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="2" user="Carlomorino" />{{RigaIntestazione||— 23 —|}}</noinclude>da quando io dimostrai la possibilità di tale opera col
mio primo opuscolo del 1876, si fosse preso in serio
esame quest’argomento, oggi la spesa che dovrà attribuirglisi
sarebbe minore. Ma mentre chi doveva e poteva,
trovò miglior partito di metter la proposta in non
cale, non era possibile che il pubblico la riconoscesse
utile ed opportuna. Nè la stampa ha l’obbligo di raccomandare
un lavoro prima d’intravederne la possibilità,
massime per quanto riguarda la spesa; nè in Roma
abbiamo giornali artistici che s’interessino delle cose
edilizie, come purtroppo dovrebbero esservene, nè la
popolazione romana, pronta sempre a pagare e punto
a petulare, fu mai esigente verso le Autorità per ottener
checchessia. L’Officio tecnico comunale mantiene il monopolio
assoluto dell’edilizia, e quasi par che si diletti
di offrir delle sorprese alla pubblica espettazione, quantunque
non ignori, che certi lavori non sarebbero male
affidati alla critica, prima di esser consegnati all’appaltatore<ref> Queste parole non implicano censura contro chicchessia e molto meno contro il personale del nostro Officio tecnico municipale.</ref>.
Non è, dunque, che da poco più d’un anno
che, mercè la pubblicazione d’una memoria del professor
{{Wl|Q3836876|Lorenzo Allievi}} sull’argomento, e di un’altra
dell’onorevole {{Wl|Q3622670|Aristide Gabelli}}; il tema si è popolarizzato,
non per altra ragione se non perchè si è supposto
che (dopo di esse) non sarebbero mancati i mezzi per
eseguire i lavori. Però l’Allievi sembra aver piuttosto
mirato col suo progetto a trovar degli sbocchi in città
alle Ferrovie secondarie, rimpicciolendo così l’obbiettivo
dell’opera. Comunque sia, sulla sinistra del Tevere, essi
poco o punto si discostano dal tracciato da me escogitato,
ciò che mi sembra argomento non indifferente
che le mie proposte non mancano di serietà. Sulla<noinclude></noinclude>
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Introduzione allo studio della filosofia/Note
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Creo pagina con [[Wikisource:La fabbrica dei giocattoli/autoNs0()|autoNs0]]
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: <section begin="(2)" />''{{Ct|{{smaller|{{Sc|nota}}}}'' 2.}} Invece di dedurre il metodo dai principii, i filosofi moderni vogliono dedurre i principii dal metodo. Ma come mai si puó trovare il vero metodo filosofico, se non si posseggono di già i principii? Quando si difetta di questi, si cammina a caso, o si reca nella filosofia un modo di procedere alieno dalla sua indule, e proprio delle altre discipline. Il che ve...
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<section begin="(2)" />''{{Ct|{{smaller|{{Sc|nota}}}}'' 2.}}
Invece di dedurre il metodo dai principii, i filosofi moderni vogliono dedurre i principii dal metodo. Ma come mai si puó trovare il vero metodo filosofico, se non si posseggono di già i principii? Quando si difetta di questi, si cammina a caso, o si reca nella filosofia un modo di procedere alieno dalla sua indule, e proprio delle altre discipline. Il che venne fatto in parte da! {{AutoreCitato|Cartesio|Descartes}}, quando volle adattare alle scienze speculative il metodo proprio delle naturali, cioè l’osservazione, e creò il psicologismo. Uno degli errori fondamentali del sistema cartesiano si è il porre la metodologia innanzi ai principii della seienza. Il sig. {{AutoreCitato|Victor Cousin|Cousin}} lo confessa espressamente, ascrivendo però a pregio il difetto. «L'esprit qui... distingue Descartes de tous ses devanciers c'est... l'esprit de méthode. Il ne s'agit plus de poser des axiomes, des formules logiques doal on n'a pas vérifié la légitimité, et de produire par leur combinaison une philosophie nominale, une sorte d’algèbre, qui ne s'applique à aucune réalité. Il faut partir des réalités elles-mêmes. La première qui s'offre à nous c'est
notre pensée. ''On ne peut rien tirer'', dit Descartes, ''de l’axiome célèbre dans l'école'': impossibile est idem esse et non esse, ''si l'on n'est pas d'abord en possession d'une existence quelconque; la proposition: je pense, donc je suis, n'est pas le résultat de l'axiome général tout ce qui pense existe; elle en est au contraire le fondement''. L'analyse de la pensée, telle est donc la méthode cartésienne.{{ref|COUSIN, Cours de phil. de 1818, publié par Garnier, Paris, 1856, p. 2, 3.|(2)}}» E lodato il Descartes di questo suo procedere, soggiunge: «On peut distinguer deux époques dans l'ère cartésienne: l'une où la méthode du maitre, malgré sa nouveauté, est<includeonly>{{#tag:references||group=(2)|}}</includeonly><section end="(2)" /><noinclude>
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{{Pt|selo, io propongo quest' altro in sua voce: ne sus Mineroaat; it quale, giudicando delle pretensioni dalle abitudini, non dovrebbe al di d' oggi offendere la schifiltà di nessuno.|}}</noinclude>
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<section begin="(2)" />''{{Ct|{{smaller|{{Sc|nota}}}}'' 2.}}
Invece di dedurre il metodo dai principii, i filosofi moderni vogliono dedurre i principii dal metodo. Ma come mai si puó trovare il vero metodo filosofico, se non si posseggono di già i principii? Quando si difetta di questi, si cammina a caso, o si reca nella filosofia un modo di procedere alieno dalla sua indule, e proprio delle altre discipline. Il che venne fatto in parte da! {{AutoreCitato|Cartesio|Descartes}}, quando volle adattare alle scienze speculative il metodo proprio delle naturali, cioè l’osservazione, e creò il psicologismo. Uno degli errori fondamentali del sistema cartesiano si è il porre la metodologia innanzi ai principii della seienza. Il sig. {{AutoreCitato|Victor Cousin|Cousin}} lo confessa espressamente, ascrivendo però a pregio il difetto. «L'esprit qui... distingue Descartes de tous ses devanciers c'est... l'esprit de méthode. Il ne s'agit plus de poser des axiomes, des formules logiques doal on n'a pas vérifié la légitimité, et de produire par leur combinaison une philosophie nominale, une sorte d’algèbre, qui ne s'applique à aucune réalité. Il faut partir des réalités elles-mêmes. La première qui s'offre à nous c'est notre pensée. ''On ne peut rien tirer'', dit Descartes, ''de l’axiome célèbre dans l'école'': impossibile est idem esse et non esse, ''si l'on n'est pas d'abord en possession d'une existence quelconque; la proposition: je pense, donc je suis, n'est pas le résultat de l'axiome général tout ce qui pense existe; elle en est au contraire le fondement''. L'analyse de la pensée, telle est donc la méthode cartésienne.{{ref|COUSIN, Cours de phil. de 1818, publié par Garnier, Paris, 1856, p. 2, 3.|(2)}}» E lodato il Descartes di questo suo procedere, soggiunge: «On peut distinguer deux époques dans l'ère cartésienne: l'une où la méthode du maitre, malgré sa nouveauté, est<includeonly>{{#tag:references||group=(2)|}}</includeonly><section end="(2)" /><noinclude>selo, io propongo quest' altro in sua voce: ne sus Mineroaat; it quale, giudicando delle pretensioni dalle abitudini, non dovrebbe al di d' oggi offendere la schifiltà di nessuno.</div>
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Tuvok1968
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<section begin="(2)" />''{{Ct|{{smaller|{{Sc|nota}}}}'' 2.}}
Invece di dedurre il metodo dai principii, i filosofi moderni vogliono dedurre i principii dal metodo. Ma come mai si puó trovare il vero metodo filosofico, se non si posseggono di già i principii? Quando si difetta di questi, si cammina a caso, o si reca nella filosofia un modo di procedere alieno dalla sua indule, e proprio delle altre discipline. Il che venne fatto in parte da! {{AutoreCitato|Cartesio|Descartes}}, quando volle adattare alle scienze speculative il metodo proprio delle naturali, cioè l’osservazione, e creò il psicologismo. Uno degli errori fondamentali del sistema cartesiano si è il porre la metodologia innanzi ai principii della seienza. Il sig. {{AutoreCitato|Victor Cousin|Cousin}} lo confessa espressamente, ascrivendo però a pregio il difetto. «L'esprit qui... distingue Descartes de tous ses devanciers c'est... l'esprit de méthode. Il ne s'agit plus de poser des axiomes, des formules logiques doal on n'a pas vérifié la légitimité, et de produire par leur combinaison une philosophie nominale, une sorte d’algèbre, qui ne s'applique à aucune réalité. Il faut partir des réalités elles-mêmes. La première qui s'offre à nous c'est notre pensée. ''On ne peut rien tirer'', dit Descartes, ''de l’axiome célèbre dans l'école'': impossibile est idem esse et non esse, ''si l'on n'est pas d'abord en possession d'une existence quelconque; la proposition: je pense, donc je suis, n'est pas le résultat de l'axiome général tout ce qui pense existe; elle en est au contraire le fondement''. L'analyse de la pensée, telle est donc la méthode cartésienne.{{ref|COUSIN, Cours de phil. de 1818, publié par Garnier, Paris, 1856, p. 2, 3.|(2)}}» E lodato il Descartes di questo suo procedere, soggiunge: «On peut distinguer deux époques dans l'ère cartésienne: l'une où la méthode du maitre, malgré sa nouveauté, est<includeonly>{{#tag:references||group=(2)|}}</includeonly><section end="(2)" />
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Tuvok1968
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Invece di dedurre il metodo dai principii, i filosofi moderni vogliono dedurre i principii dal metodo. Ma come mai si puó trovare il vero metodo filosofico, se non si posseggono di già i principii? Quando si difetta di questi, si cammina a caso, o si reca nella filosofia un modo di procedere alieno dalla sua indule, e proprio delle altre discipline. Il che venne fatto in parte da! {{AutoreCitato|Cartesio|Descartes}}, quando volle adattare alle scienze speculative il metodo proprio delle naturali, cioè l’osservazione, e creò il psicologismo. Uno degli errori fondamentali del sistema cartesiano si è il porre la metodologia innanzi ai principii della seienza. Il sig. {{AutoreCitato|Victor Cousin|Cousin}} lo confessa espressamente, ascrivendo però a pregio il difetto. «L'esprit qui... distingue Descartes de tous ses devanciers c'est... l'esprit de méthode. Il ne s'agit plus de poser des axiomes, des formules logiques doal on n'a pas vérifié la légitimité, et de produire par leur combinaison une philosophie nominale, une sorte d’algèbre, qui ne s'applique à aucune réalité. Il faut partir des réalités elles-mêmes. La première qui s'offre à nous c'est notre pensée. ''On ne peut rien tirer'', dit Descartes, ''de l’axiome célèbre dans l'école'': impossibile est idem esse et non esse, ''si l'on n'est pas d'abord en possession d'une existence quelconque; la proposition: je pense, donc je suis, n'est pas le résultat de l'axiome général tout ce qui pense existe; elle en est au contraire le fondement''. L'analyse de la pensée, telle est donc la méthode cartésienne.{{ref|COUSIN, Cours de phil. de 1818, publié par Garnier, Paris, 1856, p. 2, 3.|(2)}}» E lodato il Descartes di questo suo procedere, soggiunge: «On peut distinguer deux époques dans l'ère cartésienne: l'une où la méthode du maitre, malgré sa nouveauté, est<includeonly>{{#tag:references||group=(2)|}}</includeonly><section end="(2)" />
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Autore:William Murdoch
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Panz Panz
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Autore | Nome = William | Cognome = Murdoch | Attività = ingegnere/inventore | Nazionalità = britannico | Professione e nazionalità = }}
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| Nome = William
| Cognome = Murdoch
| Attività = ingegnere/inventore
| Nazionalità = britannico
| Professione e nazionalità =
}}
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Autore:Peter Barlow
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Panz Panz
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Autore | Nome = Peter | Cognome = Barlow | Attività = matematico | Nazionalità = britannico | Professione e nazionalità = }}
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{{Autore
| Nome = Peter
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}}
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Autore:Thomas Drummond
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2026-10-03T07:31:40Z
Panz Panz
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Autore | Nome = Thomas | Cognome = Drummond | Attività = ingegnere/ufficiale | Nazionalità = britannico | Professione e nazionalità = }}
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{{Autore
| Nome = Thomas
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Autore:Henri Lecoq
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Panz Panz
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Autore | Nome = Henri | Cognome = Lecoq | Attività = botanico/entomologo | Nazionalità = francese | Professione e nazionalità = }}
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{{Autore
| Nome = Henri
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| Professione e nazionalità =
}}
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Autore:Jean Charles Athanase Peltier
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2026-10-03T07:33:49Z
Panz Panz
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Autore | Nome = Jean Charles Athanase | Cognome = Peltier | Attività = fisico/meteorologo | Nazionalità = francese | Professione e nazionalità = }}
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{{Autore
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Autore:Georg Wilhelm Richmann
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2026-10-03T07:34:46Z
Panz Panz
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Autore | Nome = Georg Wilhelm | Cognome = Richmann | Attività = fisico/inventore | Nazionalità = russo | Professione e nazionalità = }}
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{{Autore
| Nome = Georg Wilhelm
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}}
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Autore:Matthew Flinders
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Panz Panz
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Autore | Nome = Matthew | Cognome = Flinders | Attività = esploratore/navigatore/cartografo | Nazionalità = britannico | Professione e nazionalità = }}
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text/x-wiki
{{Autore
| Nome = Matthew
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Autore:Phillip Parker King
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2026-10-03T09:04:35Z
Panz Panz
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Autore | Nome = Phillip | Cognome = Parker King | Attività = esploratore/naturalista | Nazionalità = australiano | Professione e nazionalità = }}
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Autore:John Oxley
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Autore | Nome = John | Cognome = Oxley | Attività = esploratore | Nazionalità = britannico | Professione e nazionalità = }}
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Autore:Charles Sturt
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Panz Panz
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Autore:John Howell
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Autore | Nome = John | Cognome = Howell | Attività = inventore/imprenditore/scrittore | Nazionalità = britannico | Professione e nazionalità = }}
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Autore:Hamilton Hume
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Panz Panz
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Autore | Nome = Hamilton | Cognome = Hume | Attività = esploratore | Nazionalità = australiano | Professione e nazionalità = }}
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Autore:Meriwether Lewis
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Autore | Nome = Meriwether | Cognome = Lewis | Attività = esploratore/politico | Nazionalità = statunitense | Professione e nazionalità = }}
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Autore:William H. Keating
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Autore | Nome = William H. | Cognome = Keating | Attività = geologo | Nazionalità = statunitense | Professione e nazionalità = }}
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Autore:Alexander Mackenzie
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Autore | Nome = Alexander | Cognome = Mackenzie | Attività = esploratore | Nazionalità = britannico | Professione e nazionalità = }}
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Autore:John Richardson
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Autore | Nome = John | Cognome = Richardson | Attività = chirurgo/esploratore | Nazionalità = britannico | Professione e nazionalità = }}
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Autore:Félix de Azara
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Autore | Nome = Félix | Cognome = de Azara | Attività = geografo/naturalista/antropologo | Nazionalità = spagnolo | Professione e nazionalità = }}
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{{Autore
| Nome = Félix
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Autore:Thomas Falkner
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Autore | Nome = Thomas | Cognome = Falkner | Attività = missionario/esploratore | Nazionalità = britannico | Professione e nazionalità = }}
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Autore:George Back
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Autore | Nome = George | Cognome = Back | Attività = esploratore/naturalista/artista | Nazionalità = britannico | Professione e nazionalità = }}
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Autore:Peter Warren Dease
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Autore | Nome = Peter Warren | Cognome = Dease | Attività = esploratore | Nazionalità = canadese | Professione e nazionalità = }}
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Autore:Francis de Laporte de Castelnau
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Autore | Nome = Francis | Cognome = de Laporte de Castelnau | Attività = naturalista/entomologo/esploratore | Nazionalità = francese | Professione e nazionalità = }}
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Autore:William Richard Hamilton
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Autore | Nome = William Richard | Cognome = Hamilton | Attività = antiquario/esploratore/diplomatico | Nazionalità = britannico | Professione e nazionalità = }}
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text/x-wiki
{{Autore
| Nome = William Richard
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| Attività = antiquario/esploratore/diplomatico
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| Professione e nazionalità =
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Autore:Edward John Eyre
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Panz Panz
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Autore | Nome = Edward John | Cognome = Eyre | Attività = esploratore | Nazionalità = britannico | Professione e nazionalità = }}
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text/x-wiki
{{Autore
| Nome = Edward John
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Categoria:Pagine in cui è citato il testo Alla figlia di Francesco Crispi
14
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Chiarazuccarini
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Vedi anche|Alla figlia di Francesco Crispi}} [[Categoria:Pagine in cui sono citati altri testi|Alla figlia di Francesco Crispi]]
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wikitext
text/x-wiki
{{Vedi anche|Alla figlia di Francesco Crispi}}
[[Categoria:Pagine in cui sono citati altri testi|Alla figlia di Francesco Crispi]]
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Autore:Charles Heaphy
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Autore | Nome = Charles | Cognome = Heaphy | Attività = esploratore | Nazionalità = britannico | Professione e nazionalità = }}
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text/x-wiki
{{Autore
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| Nazionalità = britannico
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}}
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Autore:Alexis Thérèse Petit
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Panz Panz
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Autore | Nome = Alexis Thérèse | Cognome = Petit | Attività = fisico | Nazionalità = francese | Professione e nazionalità = }}
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text/x-wiki
{{Autore
| Nome = Alexis Thérèse
| Cognome = Petit
| Attività = fisico
| Nazionalità = francese
| Professione e nazionalità =
}}
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Autore:Gaetano Osculati
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Autore | Nome = Gaetano | Cognome = Osculati | Attività = esploratore/naturalista | Nazionalità = italiano | Professione e nazionalità = }}
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wikitext
text/x-wiki
{{Autore
| Nome = Gaetano
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| Attività = esploratore/naturalista
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| Professione e nazionalità =
}}
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Autore:Robert Hermann Schomburgk
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Autore:John Lloyd Stephens
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Panz Panz
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Pagina:Vincenzo Gioberti - Introduzione allo studio della filosofia Vol.1 1844.pdf/278
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Tuvok1968
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méthode. Un système n'est guère que le développement d'une méthode appliquée à certains objets. Rien n'est donc plus important, que de reconnaitre d'abord et de déterminer la méthode que l'on veut suivre<ref>''Fragm. phil''., préf. de la prem, édit., tom. 1, p. 45.</ref>. »
Basti qui l'aver accennato un errore, che domina in quasi tutte le scuole moderne, e la cui confutazione risulterà ampiamente dal successo di tutto il nostro discorso.<includeonly>{{#tag:references||group=(2)|}}</includeonly><section end="(2)" />
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Il sig. {{AutoreCitato|Victor Cousin|Cousin}} trapiantò in Francia questo paradosso dell'{{AutoreCitato|Georg Wilhelm Friedrich Hegel|Hegel}}, e lo difese in modo assoluto ne' suoi Nuovi frammenti filosofici<ref>Paris, 1829, p. 1-8.</ref>, e con qualele temperamento nel suo Corso di filosofia<ref>''Introd, à l'hist, de la phil''., leçon 2. ''Hist. de la phil, du XVIIIe siècle'', leçon 5.</ref>, dove parla pure della Scolastica<ref>''Hist, de la phil. du XVIIIe siècle'', leçou 2, 9.</ref> nei medesimi termini.<includeonly>{{#tag:references||group=(3)|}}</includeonly><section end="(3)" />
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Uno degli usi piacevoli, che corrono oggigiorno nella repubblica delle lettere. presso i Francesi, è l' adorazione e la celebrazione reciproca degli autori. Dal più minuto scrittorello fino<includeonly>{{#tag:references||group=(4)|}}</includeonly><section end="(4)" /><noinclude>{{#tag:references||group=(2)|}}</div>
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Tuvok1968
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méthode. Un système n'est guère que le développement d'une méthode appliquée à certains objets. Rien n'est donc plus important, que de reconnaitre d'abord et de déterminer la méthode que l'on veut suivre<ref>''Fragm. phil''., préf. de la prem, édit., tom. 1, p. 45.</ref>. »
Basti qui l'aver accennato un errore, che domina in quasi tutte le scuole moderne, e la cui confutazione risulterà ampiamente dal successo di tutto il nostro discorso.<includeonly>{{#tag:references||group=(2)|}}</includeonly><section end="(2)" />
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