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<noinclude><pagequality level="4" user="OrbiliusMagister" />{{RigaIntestazione|||}}</noinclude><div align="center"><font size=5>V E R S I S C I O L T I</font><br /><br /><font size=2>DI TRE ECCELLENTI MODERNI</font><br /><br /><font size=4>A U T O R I</font><br /><br /><font size=1>CON ALCUNE LETTERE NON PIU’ STAMPATE</font><br /><br /></div>
[[Immagine:BettinelliDieciFront.jpg|center|350px]]
<div align="center"><font size=4>I N V E N E Z I A,<br /><font size=2>M D C C L V I I I.</font></font><br />
----
<div align="center"><small>Impressi nella stamperia di Modesto Fenzo,</small><br /><small>Si vendono da Pietro Bassaglia in Merceria.</small><br />''{{Sc|con licenza de’ superiori, e privilegio.}}''</div> <noinclude>
<references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Giomass94" />{{RigaIntestazione||181|}}</noinclude>che non cesserà di essere funesta a tutti quelli, cui toccherà la sventura di avvicinarvisi, finchè non venga rovesciata.
«Ciò detto, il pilota si rimise a piangere, e le sue lagrime eccitarono quelle di tutto l’equipaggio, talchè neppur io dubitai non fosse giunto il termine de’ miei giorni. Nessuno intanto tralasciò di pensare alla propria conservazione, prendendo a tal uopo tutte le misure possibili; e nell’incertezza dell’evento, si dichiararono tutti eredi gli uni degli altri, con un testamento in favore dei superstiti.
«La mattina seguente scorgemmo ad occhio nudo la Montagna Nera, e l’idea che ne avevamo concepita, ce la fece comparire più terribile. Verso mezzogiorno ci trovammo tanto vicini, che provammo quanto ne aveva prodotto il pilota: vedemmo, cioè, volare i chiodi e gli altri oggetti di ferro della flotta verso la montagna, a cui, per la violenza dell’attrazione, si attaccarono con orrendo fragore. Aprironsi i vascelli, ed affondarono nel mare, il quale era tant’alto in quel sito, che non ne avremmo potuto collo scandaglio conoscere la profondità. Tutta la mia gente rimase annegata, ma il cielo ebbe pietà di me, e permise che mi salvassi, afferrando una tavola che fu dal vento sospinta al piè dello scoglio. Non mi feci alcun male, avendomi la mia buona sorte fatto approdare in un luogo ov’erano gradini per salire alla cima....»
Voleva Scheherazade continuare, ma il giorno che spuntava le impose silenzio.
{{Centrato|{{xx-larger|'''NOTTE LIV'''}}}}
— In nome del cielo, sorella,» sclamò l’indomani Dinarzade, «continua, te ne scongiuro, la storia del<noinclude>
<references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|capo xiv.}}|291}}</noinclude>Lutero. Queste scalvarono alcuni rami della vecchia pianta, così che parve rinvigorire il tronco; ma Frà Paolo vibrò un colpo di scure che mortificò le radici, e cagionò quella lenta consunzione per la quale ha intristito e si va ora morendo il papato. L’interdetto produsse in quel secolo una sensazione difficile a descriversi, e distrusse il pregiudizio che non si potesse resistere alle leggi di Roma senza essere eretico: cattolici e protestanti furono egualmente sorpresi del nuovo modo di controversia che senza toccare le questioni speculative sa circoscrivere la disputa a’ fatti positivi, ed esaminarli con profondità e con calma. Tali materie essendo per lo più trattate in latino, il popolo, massime in Italia, ne era affatto digiuno o non ne aveva altra informazione tranne quella che davano i frati; ma il Sarpi usando la lingua volgare e uno stile piano, rese le sue dottrine universali, e i suoi libri furono nelle mani di tutti: luce nuova per una generazione giaciuta fin allora nelle più profonde tenebre. Era un pessimo uso originato da profondi sdegni che le controversie religiose non si potessero trattare senza ingiurie; quindi le più importanti questioni erano deturpate da uno stile impetuoso e fanatico, più idoneo a concitare le passioni che a convincere la ragione; ma gli scritti di Frà Paolo robusti, spassionati, pieni di dignità, stretti al puro argomento in causa, abbelliti dalla stessa loro semplicità e da una facondia naturale e tranquilla, sostenuti da una critica affatto nuova e da osservazioni e scoperte impensate, segnarono una epoca nuova in quel ramo del sapere umano. Gli oggetti discussati da lui {{Pt|ap-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|292|{{Sc|capo xiv.}}|}}</noinclude>{{Pt|partenevano|appartenevano}} tra quelli che più interessavano la vita sociale, essendo continue le prepotenze de’ cherici, le querele dei laici, e le liti tra il secolare e l’ecclesiastico intorno a privilegi ed esenzioni delle persone di Chiesa; quindi l’applicazione de’ principii del Sarpi doveva produrre conseguenze infinite e col tempo mutar faccia, come fece, alla costituzione degli Stati cattolici. Infatti smossa da lui la immensa materia del jus pubblico-ecclesiastico s’incominciò ad indagare con profondità l’origine di tante prerogative di cui ciascuno sentiva l’ingiustizia e che pure erano fatte credere di diritto divino e calate dal cielo. Frà Paolo dovendo ribattere i suoi avversari, si trovò nella necessità di esaminare diligentemente molti punti di storia e di giurisprudenza, donde ebbe agio di notare la falsità delle vecchie decretali, molte manomissioni fatte dai Curiali nei libri degli antichi, molti errori sparsi nel corpo del diritto canonico, le esagerazioni de’ suoi glossatori, e la insussistenza di alcuni fatti su cui facevano grande appuntamento i suoi avversari. I quali fortunati tentativi spianarono la via ad altri critici e giureconsulti, quali furono il {{AutoreCitato|Isaac Casaubon|Casaubono}}, il {{AutoreCitato|Gerardo Giovanni Vossio|Vossio}}, il {{AutoreCitato|Ugo Grozio|Grozio}}, e quindi i Blondel e i Pagi e i Demarca e i Tommasini e i {{AutoreCitato|Jacques Bénigne Bossuet|Bossuet}} e i Van Espen.
Per converso l’autorità de’ pontefici cominciò a declinare: per la prima volta furono obbligati a confessare che non erano infallibili, e a rivelare l’arcano fatale che non erano invulnerabili. Quindi svanì la magia che già da secoli abbagliava il mondo; e nello scorcio di pochi anni tutti gli Stati cattolici quale sopra un soggetto e quale sopra un altro {{Pt|vol-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|capo xiv.}}|293}}</noinclude>{{Pt|lero|vollero}} imitare l’esempio de’ Veneziani, e riuscirono: di modochè al fine del secolo XVII la potestà ponteficale non era più temuta neppure dai piccioli governi. La repubblichetta di Lucca che nel 1605 dovette piegare alla volontà superba di Paolo V, trentacinque anni dopo si oppose vigorosamente alla volontà non meno superba di Urbano VIII. La corte di Torino che pure aveva ceduto nel 1605, si contenne assai diversamente nel 1613; imperocchè il nunzio del papa avendo scomunicato il presidente Galeani per violazione di alcuni feudi ecclesiastici, il consiglio ducale dichiarò nulla la scomunica quand’anco venisse dal papa.
Ma più fece la corte di Spagna, che pure vedemmo sottomettersi debolmente alle imperiose domande di Paolo V. Nel 1610 il Consiglio di Castiglia mise al bando gli Annali del Baronio, il quale aveva maltrattata la corte di Spagna e cercato di distruggere i privilegi del così detto Tribunale della Monarchia di Sicilia. Quest’atto di autorità, nuovo a quei tempi, e contro un’opera carissima alla Curia e da lei spacciata l’Evangelio della storia, e presa sotto l’immediata protezione della Congregazione del Sant’Ufficio la quale aveva scritto a tutti gli uffici inquisitoriali d’Italia che invigilassero acciocchè nulla si dicesse o si stampasse contro quegli Annali di Baronio: quest’atto, dico, riuscì mortificantissimo alla Corte romana che invocò le raccomandazioni di quella di Francia, ma indarno.
Morto nel 1611 l’arcivescovo di Saragoza, il papa ne pretese le spoglie; e opponendosi le corti di Aragona, il decano di Saragoza promulgò, a nome del<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|294|{{Sc|capo xiv.}}|}}</noinclude>pontefice, un interdetto sulla diocesi. Le Corti, determinate a sostenere i loro diritti, se ne richiamarono con forza al Consiglio di Spagna, il quale bandì il decano, sequestrò le sue rendite, e sequestrò 40,000 scudi che giacevano per conto della Camera romana, rimise l’amministrazione delle spoglie al magistrato secolare acciocchè pagasse i debiti del defunto, e disponesse il rimanente secondo le leggi di Aragona; e infine comandò ai nunzio pontificio a Madrid che levasse l’interdetto, il quale ubbidì: ma il suo auditore che volle fare opposizione, fu scacciato dal regno.
Quel Consiglio andò più innanzi. Per le leggi di Spagna nissun forastiero poteva ottenere beneficio o pensione ecclesiastica nello Stato; ma la corte di Roma, feconda di artifizi, a deludere la legge soleva conferir le pensioni sopra una prebenda della Spagna a qualche Spagnuolo che risedesse in Roma coll’obbligo di passarla in mano ad altro favorito, solitamente italiano. Il Consiglio di Madrid fece intendere al papa che non voleva più pensioni in capo di Spagnuoli ed a profitto d’Italiani; e aggiunse che fosse abolito l’uso delle spoglie, alle quali sarebbesi sostituito un annuo compenso; che il re dovesse nominar egli a tutti gli episcopati de’ suoi regni, anco in Italia; e infine che tutte le cause ecclesiastiche, eziandio in seconda istanza, fossero giudicate non più a Roma, ma in Spagna. Tali domande riuscivano indigeste alla Curia, che in loro scorgeva un tarlo funesto; pertanto cercò di cansarle, inventò sotterfugi, tirò in lungo, ma infine dovette comporsi con discapito suo.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|capo xiv.}}|295}}</noinclude>{{Nop}}
A tenere in apprensione la corte di Roma, a cui fanno paura i grandi prelati perchè non può dominarli, il re di Spagna aveva fatto prete il suo terzogenito e conferitagli un’abazìa nel Portogallo che rendeva 100,000 scudi o più. Ciò piaceva a Frà Paolo perchè costui, diceva, «assorbirà col tempo non solo una gran parte delle entrate ecclesiastiche, ma ancora l’autorità; e come sarà nella casa regia, poco dipenderà da Roma».
Correva già voce che questo regio infante sarebbe stato aggregato all’ordine cardinalizio: il che sentendo Savary de Breves ambasciatore di Francia a Roma, disse che in tal caso lo stesso onore sarebbe fatto ad un fratello del suo re. E qui pure Frà Paolo aggiungeva: ''Questo sarrebbe ottimo, perchè sarebbono tre papi; ed è concetto da fomentare''.
Vent’anni dopo la sua morte, incominciò la sêtta famosa de’ giansenisti, di cui il Sarpi fu il vero precursore: i quali partendo da’ principii contrari ai gesuiti, quanto questi erano condiscendenti a tutte le bruttezze umane, altrettanto e’ furono di rigida morale; e quanto i gesuiti adulavano i papi, altrettanto i giansenisti ne limitavano gli eccessi e cercavano di restaurare le antiche leggi della Chiesa turbate o corrotte dal curialismo romano. La lotta fra queste due sêtte durò più di un secolo e finì coi precipizi del gesuitismo, e conseguentemente con danno gravissimo della Curia.
Nel 1682 il Clero Gallicano ridusse a quattro proposizioni le massime della sua Chiesa, che furono difese dal celebre Bossuet; il quale riprodusse con più largo disegno e con singolare erudizione tutte<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|296|{{Sc|capo xiv.}}|}}</noinclude>le dottrine del frate veneziano. Abbenchè Luigi XIV rinunciasse in seguito a quelle proposizioni, elle rinverdirono un secolo dopo, e la corte di Roma fu poi obbligata a riconoscerle e a sanzionarle nel concordato francese del 1801. E però con molto senno diceva papa Benedetto XIV: ''Abbiamo fatto tanto schiamazzo per le quattro proposizioni del Clero Gallicano; ma oramai dovremo chiamarci felici, se i principi vorranno contentarsi di quelle''.
Infatti dopo la guerra per la successione della casa d’Austria surse un gran moto nella vita sociale de’ popoli, e tutti i principi gareggiarono a riformare i guasti ordini de’ loro Stati: furono tarpate le ali al Sant’Offizio; furono ristretti, poi aboliti i diritti di asilo, fu meglio regolata la materia beneficiaria; furono limitati gli acquisti alle mani morte; furono soppressi o limitati i privilegi de’ cherici, alle scomuniche fu data risposta colle armi, e le bolle di Roma non ebbero più alcun valore.
Fino dal 1676 il cardinale Noris scriveva: ''Poche bolle passano verso l’Adriatico per le massime lasciate nel testamento di Frà Paolo''; ma verso il 1760 le ceneri del grand’uomo parvero rianimarsi, e parve che il suo spirito invadesse tutta Venezia e quindi si propagasse nella Italia ed oltre i monti: le riforme introdotte dalla Repubblica furono tra le più ardite che si tentassero a quei tempi: e toccavano i beni delle chiese, i privilegi e le immunità dei cherici, il diritto di asilo, la Inquisizione del Santo Offizio, i conventi, le feste e l’eccesso delle messe e delle indulgenze, e i guadagni delle Bolle, ed altri oggetti preziosi alla grandezza romana. Quasi in<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|capo xiv.}}|297}}</noinclude>quel torno i gesuiti furono scacciati dal Portogallo, dalla Spagna e dalla Francia, e pochi anni dopo fu soppressa la loro società. Verso il 1780 incominciarono le radicali riforme di Leopoldo gran duca di Toscana e di Scipione Ricci vescovo di Pistoia e Prato, il quale non fece che ridurre in pratica i precetti del famoso Servita. Confrontando colle opere di questo le Memorie del celebre e virtuoso prelato, vi si riscontra la massima conformità d’idee, e non di rado il vescovo di Pistoia non fa che ripetere i pensieri del Sarpi, colle sue parole istesse, od ampliandole.
Ora il papato si trova alle ultime agonie: in 40 anni pericolò cinque volte la sua esistenza. Nel 98 fu atterrato dalla rivoluzione di Francia; nel 1800 i re confederati passeggiavano sulle sue rovine e nutrivano il pensiero di renderle irreparabili, e ne furono distolti dalle vittorie de’ Francesi: il papato risurto nel 1801 fu nuovamente abattuto nel 1809; nel 1814 deve a Napoleone la sua esistenza, perchè se continuava più a lungo la prigionia di Pio VII, è dubbio grave se la Santa Alleanza fosse per restituirgli tutti i suoi Stati. Nel 1817 due potenti principi d’Italia pattovirono lo spartimento de’ dominii ponteficii, e fallì la trama pei rivolgimenti ulteriori di quella provincia e pel bisogno risurto nei re di conciliarsi il sacerdozio; e ciò nulla ostante il papato, in balia dei sempre crescenti suoi errori, continua ad essere minacciato dal secolo retrogrado e dal progressivo.
In mezzo a tai pericoli, e nella abiezione in cui è tenuta da quelli che pur fingono di accarezzarla,<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|298|{{Sc|capo xiv.}}|}}</noinclude>Roma continua a nutrirsi d’illusioni e di orgoglio; parla e scrive della potestà dei papi e della loro autorità sul temporale dei principi come avrebbe parlato e scritto a’ tempi d’Innocenzo III; e sogna trionfi, e medita conquiste, e si applaude ad ogni isolata conversione di qualche individuo, intanto che disertano da lei le moltitudini: la Spagna e il Portogallo già così devoti, ora scuotono il giogo; nel Belgio fermenta di nuovo il giansenismo, ma più tollerante e più socievole; si agita la Svizzera, le sfugge la Germania, e l’Italia inquieta desidera un essere nuovo. Centro al gran vortice delle opinioni è la Francia: quella Francia ora senza religione e senza morale, e che pertanto anela all’una e all’altra onde riempiere i vacui dello spirito e i bisogni più affettuosi del cuore: ma all’età pensosa più non basta un culto che non ha prestigi tranne per gli occhi e già le vecchie non intese liturgie diventano ridicole, il vizioso celibato dei preti è uno scandalo, gli ordini monastici sono un anacronismo sociale, la gerarchia è in contraddizione con tutti gli attuali sistemi politici, liberi od assoluti, il gesuitismo è rinato per darsi il vanto di morire una seconda volta, e la società vivente aspira a veder risorgere nella primitiva splendida sua bellezza il cristianesimo disordinato dalle passioni e dalla avarizia degli uomini.
Il papato ingrandì finchè fu popolare, finchè fu grandezza d’Italia; e cadde quando si associò coi re e perdette le persuasioni de’ popoli, quelle persuasioni che erano la sua forza: quindi invano egli delira il ritorno del medio evo, tempi di libertà e di vita<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|capo xiv.}}|299}}</noinclude>che non potranno più riprodursi favorevoli a lui se non colle medesime circostanze. Il papato è decrepito, ed ogni rivolgimento sociale è un canto funebre che lo accompagna alla tomba. Ma potrebbe ringiovanire? Sarebbe un fenomeno straordinario, ma non impossibile; e potrebbe fare questo miracolo un pontefice che conoscendo il suo secolo e la sua posizione retrocedesse di un salto il cammino erroneo che già lungo tempo percorsero i suoi antecessori, e raccogliesse intorno a sè la grande famiglia cristiana, sperperata e divisa, e si facesse l’interprete de’ pensieri de’ popoli. Dico cosa nuova ma vera: i liberali, continuazione del partito guelfo tanto utile a’ papi, ed ora al papato nemici, sarebbero i primi a schierarsi sotto le sue insegne; e quelli che ora discreditano la bolla e gli anatemi di Pio VII contro i Carbonari, diventerebbero i campioni della bolla e degli anatemi di Giovanni XXII contro gli occupatori della Italia.
Le accennate considerazioni non hanno, a dir vero, una relazione immediata colla vita di Frà Paolo; ma le portai come illustrazioni o conseguenze dei grandi principii da lui stabiliti. Io penso che la vita degli ingegni straordinari debba essere considerata sotto il doppio aspetto dei vecchi errori che dovettero vincere e delle future verità che pronosticarono, a fronte di che sono poca cosa le azioni loro misurate dal tempo e causate dalle vicissitudini umane. Mangiare, bere, dormire, riprodursi, moversi o riposare sono comuni a tutti gli animali; avventure più o meno bizzarre sono accidenti della fortuna, e la vita che più ne abbonda non è che il romanzo<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|300|{{Sc|capo xiv.}}|}}</noinclude>di un uomo, se gli effetti che ne risultano sono meramente individuali. Ma pensare è proprietà celeste, ed è nel pensiero e ne’ suoi effetti che consiste la immortalità del genio. Perchè sarebbe immortale se non fossero immortali le sue creazioni? La vita fisica di {{AutoreCitato|Galileo Galilei|Galileo}}, di {{AutoreCitato|Isaac Newton|Newton}}, di {{AutoreCitato|Giambattista Vico|Vico}}, non importa più a sapersi, e forse importa meno di quella di un contadino; sarebbe umiliante od anco odiosa quella di altri; e la gretta istoria personale di {{AutoreCitato|Dante Alighieri|Dante}} non ci presenterebbe che un trastullo volgare delle fazioni; ma l’uomo portentoso che crea una letteratura, che raccoglie in sè i pensieri di tutto un secolo e gli trasfonde nei secoli avvenire, è un raggio luminoso di un gran sole, è un anello della catena scientifica che annoda gli esseri umani al senno di Giove. Ed è perciò che in questi miei racconti mi sono più volte dilungato in episodi che a taluni parranno superflui, ma che io stimo bene coordinarsi coll’assunta materia. Se m’ingannai, avrò aggiunto un noioso libro di più ai già tanti che abbondano, e il torto sarà tutto mio.
{{rule|4em}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|||301}}</noinclude>{{Ct|f=120%|CAPO DECIMOQUINTO.}}
(1607). I gusti di un popolo sono una conseguenza immediata del clima e delle sensazioni continue prodotte in lui dagli oggetti che abitualmente lo circondano, e la educazione civile o la barbarie li modificano in meglio o in peggio, ma non distruggono il tipo originale stabilito dalle leggi istesse della natura che sono immutabili: quindi come tutte le instituzioni così anco la religione deve piegare le sue forme esterne a seconda de’ varii gusti nazionali.
La natura in Italia è ricchissima, ma non così generosa che non convenga forzarla a dare le sue ricchezze; è splendida, ma non tanto romanzesca che solletichi la fantasia ad animarla colle sue creazioni. Perciò l’Italiano avendo contratta l’abitudine di tutto assoggettare a calcolo materiale, non vorrebbe patire il tedio di cercare fuori del mondo una divinità misteriosa quando può agevolmente procacciarsene una palpabile e più domestica, alla quale attribuendo una parte delle sue passioni, gli pare che possa meglio indurla ne’ suoi desiderii usando i mezzi che più commovono i potenti, preghiere e doni.
Il cristianesimo propriamente parlando non è che il deismo dichiarato dalla rivelazione; tra l’Ente Supremo, unico oggetto di adorazione, e l’uomo,<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|302|{{Sc|capo xv.}}|}}</noinclude>non ammette divinità intermedia: ma questo culto così semplice esige per essere concepito una profonda applicazione della mente, da cui aborrono le moltitudini, le quali giudicando il governo del mondo invisibile da quello che vedesi nel mondo materiale, divisero la terra fra varii Iddii come è divisa fra varie nazioni, e supposero negli Dei varietà di occupazioni, e gerarchie e gradi infimi o supremi come nel mondo. La mitologia del moderno politeismo, figlia di freddi pensamenti monastici, cede a gran pezza alle antiche ingegnose finzioni onde poeti e filosofi velarono con belle allegorie reconditi arcani della natura o misteri di religione; perchè il gusto de’ popoli nelle età di mezzo non era un gusto vergine come in quelli della antichità, i quali dallo stato di natura erano coi sussidi della religione e della poesia avviati verso la civiltà; ma grossolano per stupidità di genio e depravato da reliquie multiformi di tradizioni quali potevano essere in una società scomposta e inselvatichita da violenti vicende, e in cui a misura che impallidivano le cognizioni e dileguavano le lettere di una generazione civile, subentravano disordinate e confuse le memorie e i costumi di cento generazioni barbare. Ivi dunque vivendo gli uomini nella povertà e nello stento e in uno stato di guerra continuo, senza agricoltura, senza arti, senza i comodi della vita e i diletti della libertà, circondati ovunque da solitudini, prostrati dalle pestilenze e dalle fami, atterriti dai portenti della natura di cui ignoravano le cause, mancò ogni calore alla immaginazione, ingelidì il pensiero, e, incapace di seguire le sublimi<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|capo xv.}}|303}}</noinclude>inspirazioni del cristianesimo, si abbassò ad una servile imitazione del vecchio politeismo. Furono quindi mutati i nomi alle divinità, ma restarono i loro attributi; così in Roma la Bona Dea fu convertita in Santa Maria Aventina, Venere vittoriosa in Santa Maria alla fossa dipinta, Iside in Santa Maria in Equirio, Vesta in Santa Maria delle grazie, Minerva in Santa Maria sopra Minerva; Apollo fu mutato in Sant’Apollinare, Marzia in Santa Martina, e furono canonizzati San Bacco, San Quirino, Santa Romola e Redempta, Santa Concordia, Santa Ninfa, così detta la ninfa Egeria, San Mercurio; il Panteon, tempio dedicato a tutti gli Dei, fu dedicato a tutti i santi; a Minerva Dea degli scienziati fu sostituita Santa Caterina, a Lucina Sant’Anna, a Vulcano Sant’Elgio, a Diana Sant’Uberto, ai Dioscuri Sant’Ermo, a Pane San Vendelino, a Marte San Giorgio, ad Esculapio San Luca; non parlo degli Iddii che presiedono alle malattie; non degli Dei particolari ad ogni popolo cristiano, dei patroni di ogni città o villaggio, dei Lari a cui ogni casa ed ogni individuo presta una privilegiata devozione. Siccome il diritto di canonizzare i santi apparteneva al volgo, è ben da credere che abbia canonizzato dei santi piuttosto ridicoli: per esempio il monte Socrate, presso a Roma, già consecrato ad Apollo, fu mutato egli stesso in un S. Oracte che poi diventò S. Oreste; e di una foggia di tabarro di Sant’Albano detta amfibolo, fu fatto un Sant’Amfibolo vescovo e martire.
Questi piccioli disordini indussero da prima i vescovi, poscia i papi ad arrogarsi esclusivamente il<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|304|{{Sc|capo xv.}}|}}</noinclude>diritto di patentare i santi, e di assegnar loro il grado di santità e di venerazione che si meritano, ossia di creare divinità popolari. Nel 993 Giovanni XV fu il primo papa che esercitasse questo diritto nella canonizzazione di Sant’Uldarico vescovo di Augusta; poi nel 1179 papa Alessandro III decretò che nissuno debba essere tenuto e venerato per santo, quand’anco faccia miracoli, senza l’autorità del romano pontefice.
Oltre a questa divisione degli attributi divini rimessi ad uomini innalzati agli onori della apoteosi, la religione romana, consigliata da un gusto più raffinato, accettò dal paganesimo gli abiti sacerdotali, i riti, le solennità, le pompe tutte che riguardano il culto esterno: tutto ciò che possono fornire le arti del disegno o della musica, tutto ciò che può dilettare la squisitezza de’ sensi ed esilarare lo spirito, fu associato al cattolicismo, a tal che culto cattolico e culto delle belle arti sono quasi sinonimi.
Gl’Italiani si sono come identificati a questa maniera di religione: gli uomini colti vi trovano quello che è vero, e le moltitudini quello che piace; ma gli uni e gli altri l’approvano conforme al gusto nazionale: e qualunque possa essere il sistema religioso che governerà i nostri discendenti da qui a venti secoli, io oso dire che le sue forme esterne saranno a un dipresso le medesime di quelle di adesso e di quelle che già furono venti secoli innanzi.
Poste in non cale queste considerazioni, i protestanti, massime i riformati di Ginevra, giudicarono<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|capo xv.}}|305}}</noinclude>che l’interdetto fosse principio ad una rivoluzione religiosa in Italia, e un varco aperto alle conquiste della loro sêtta. Senza disputare coi teologi se il papa o Calvino abbia ragione, io penso, per le ragioni sopraddette, che il culto del secondo, arido e metafisico, non potrebbe mai prosperare in Italia; e meno di tutto lo poteva a Venezia, dove la religione alla Vergine e ai Santi, e le consolazioni del purgatorio, e le solennità dei riti erano condizionati al modo di vivere di quel popolo; e quand’anco la Repubblica si fosse separata dal papa, il suo sistema religioso sarebbe pur sempre restato il medesimo.
Con tutto ciò i calvinisti immaginavano che Venezia diventerebbe il contro-altare del papato in Italia, e già pareva a loro di vedere arsi o spezzati i simulacri e calpestate le reliquie, e che Frà Paolo sarebbe il profeta di nuovo culto, e suoi discepoli i senatori, e il popolo tutto odio contra i preti e frati. Fra loro si congratulavano, si scrivevano lettere, facevano pronostici; e la smania di far proseliti essendo una febbre di tutte le religioni nuove, massime quando lo spirito di propaganda, è concitato dal pensiero di nuocere a sêtta rivale, vi furono zelanti uomini i quali corsero da Ginevra a Venezia sfidando i pericoli del Sant’Offizio che poteva coglierli in flagranti nei paesi per cui passavano; e senza lasciarsi disingannare dallo stato diverso delle cose si pascevano tuttavia di bizzarrie, ed ogni facezia che udivano contro il papa, ogni motteggio contro la sua Corte erano raccolti da loro<noinclude>
<references/>{{PieDiPagina|''Vita di F. Paolo'' T. I.||20}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|306|{{Sc|capo xv.}}|}}</noinclude>con entusiasmo e considerati come infallibili segni di cadente cattolicismo. Il celebre {{AutoreCitato|Giovanni Diodati|Giovanni Diodati}} ministro di Ginevra n’era così persuaso, che in quell’anno 1607 pubblicò a bella posta una nuova edizione della sua Bibbia elegantemente tradotta in lingua italiana, sperando d’introdurla in Venezia a profitto della sua comunione.
Queste cose si sapevano a Roma e tenevano molto agitata la Corte. Le lodi de’ protestanti a Frà Paolo erano pei Curiali altrettante prove che egli inclinava all’eresia, e che intendeva seriamente a introdurla in Venezia. Ad impedire il qual danno ricorsero ai consueti artifizi. Pensavano che uscito vincitore di lotta cotanto difficile, il suo amor proprio da quel lato potesse essere pago; e che continuando essi nel loro sistema di seduzione, sarebbono riusciti a carrucolarlo a Roma, dove o il Sarpi si ritrattava, e la Corte otteneva un pieno trionfo; o persisteva, ed ella ne traeva una luminosa vendetta. Speravano eziandio che a forza di avvilupparlo in pratiche secrete, avrebbono raggiunti i mezzi di renderlo sospetto al governo, e di difficoltare la sua posizione in modo che da qualunque lato si volgesse, fosse egualmente perduto.
Le qualità personali e la parte onorevole che aveva rappresentato il cardinale di Gioiosa ci lasciano credere ch’e’ fosse ignaro di codesti tortuosi intrighi, ed operasse di piena buona fede e per amore della concordia quando prima di abbandonar Venezia fece intendere al Sarpi, per mezzo dell’ambasciatore Dufresne, che nutriva desiderio di parlargli avendo<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|capo xv.}}|307}}</noinclude>alcune cose a dirgli in particolare; ma il frate che era penetrativo e indovinava presso a poco intorno a che si aggirerebbe il colloquio e le conseguenze che poteva produrre, ne informò subito il Collegio, il quale rimise alla sua prudenza il risolvere. Ed e’ fece considerare che essendo egli un semplice frate e trovandosi a fronte un cardinale di così gran nome, ad un abboccamento in quattr’occhi, qualunque fossero i ragionamenti, non essendovi testimoni, era in arbitrio altrui di ampliarli o ristringerli o commentarli a talento; per esempio si sarebbe potuto spacciare ch’e’ si fosse scusato dicendo di avere scritto per forza e contro il suo parere, che avesse biasimata la durezza del Senato, o che si fosse ritrattato, od altro poco conveniente al suo ed al decoro pubblico. Il Collegio decise, non vi andasse.
E i Curiali facendo sparger voce che a Roma volevano scomunicarlo, se non andava a giustificarsi, Frà Paolo fece una scrittura in cui raccolse gran numero di eresie formali e dottrine perniciose insegnate nei loro libri dagli scrittori pontificii, vi appose a riscontro le sentenze della Scrittura, dei concilii, dei Padri della Chiesa e degli stessi pontefici: aggiungendo che quanto a lui non era alieno dal comparire, a condizione che, lasciate a parte le espressioni vaghe di proposizioni eretiche, erronee, scandalose, offensive delle orecchie pie, le quali buttate così in globo significano niente; nella citatoria dichiarassero le proposizioni dannevoli estraendole singolarmente da’ suoi libri al modo ch’egli<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|308|{{Sc|capo xv.}}|}}</noinclude>aveva fatto di quelle degli altri; e che gli fosse assegnato luogo in paese cattolico dove fosse accertata l’imparzialità del giudicio e impedita a’ giudici la violenza. Del resto poco gl’importando con chi disputar dovesse, da chiunque gli fosse mostrato il suo errore, egli si protestava prontissimo a ritrattarsene.
Questa scrittura consegnò a Francesco Contarini, che fu poi doge e che andava ambasciatore a Roma. Il Contarini la fece vedere confidenzialmente ora all’uno ora all’altro, finchè per questa via indiretta giunse anco a cognizione del pontefice, il quale non avendo voglia di mescolarsi in una nuova discussione di principii che poteva inferire a confronti svantaggiosi, e sollevare una controversia forse più pericolosa della antecedente, volle che per quel momento non se ne parlasse altro; e soltanto fu fatta correr voce che la scomunica era stata fulminata in secreto.
In questo mezzo andava nunzio del papa a Venezia Berlinghiero Gessi, vescovo di Rimini, poi cardinale ed uno dei sette sapienti che condannarono venticinque anni dopo il Galileo per la famosa eresia del moto della terra e immobilità del sole. A lui il papa aveva dato istruzioni prudentissime: «A me pare, gli diceva, di poterle ricordare che convenga procedere con lenità, e che quel gran corpo voglia essere curato con mano paterna». Ma pure gli premeva assaissimo di avere in mano il terribile frate, e gli raccomandò caldamente di fare in modo che lui e Giovanni Marsiglio e gli {{Pt|al-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|capo xv.}}|309}}</noinclude>{{Pt|tri|altri}} ''seduttori fossero consegnati al Sant’Offizio o almeno abbandonati dalla Repubblica e privati dello stipendio''. Ma il nunzio trovò così spinoso il negozio che volle neppure tentarlo.
Saggiò altra via. Chiese al Collegio un abboccacamento con Frà Paolo, dicendo essere così convenuto coll’ambasciatore Contarini. Il Collegio volle prima udire il Sarpi, il quale mostrò essere non minori inconvenienti in questo caso che in quello del Gioiosa. Ciò nondimeno volendosi compiacere il nunzio, trattarono i Savii la formola del colloquio, le cose da evitarsi, quelle a cui si poteva rispondere; ma sursero tante difficoltà perchè non potevano indovinare ciò che passasse per la testa a monsignor Gessi, che finirono a concluder niente.
Non perciò la Corte si scoraggiva; ma ogni qualvolta dovessero andare o passare per Venezia prelati di qualità, a tutti dava commissione di cogliere qualche pretesto onde vedere il Sarpi, e tastarlo, e tentare di fargli abbandonare il servizio della Repubblica sempre mettendogli innanzi la clemenza del papa, gli onori che poteva dar Roma, il pericolo de’ suoi fulmini, la volubilità dei governi, e la vanità del patrocinio accordatogli che poteva mancare coi tempi e cogli interessi. I più dovettero visitarlo nella sua cella; pure alcuni andò egli a trovare, invitato, a casa loro quando estimò che non correva alcun rischio; ma a tutti apparve sempre dello stesso parere. Anco il cardinale Pinelli inquisitore generale a Roma gli fece scrivere dal procuratore dei Serviti, esortandolo che colà andasse dove sarebbe bene<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|310|{{Sc|capo xv.}}|}}</noinclude>accarezzato e terminerebbe la sua causa con soddisfazione propria e della Repubblica. Ma il frate che conosceva le arti, non si lasciò prendere.
Intanto lo zelo, il disinteresse e la prudenza con cui si era comportato ne’ passati negozi gli meritarono la più ampia confidenza del governo. Il quale volendo da prima rimunerare quelli che più fedelmente lo avevano servito, aggiunse 100 ducati ai 100 cui già godeva Frà Fulgenzio, e al Sarpi furono pure aumentati gli stipendi; ma di quanto, lo ignoro: se non che all’uffizio di teologo essendogli aggiunto quello di cosultore ''in jure'', si può supporre che altri 200 ducati almeno gli fossero assegnati. E fugli aperto l’adito ai secreti archivi, materia gelosissima a Venezia, dove non mettevano i piedi se non i cancellieri e segretari di Stato vincolati al secreto da severi giuramenti. Gli archivi di Venezia erano a quei tempi, e sono ancora adesso le preziose reliquie che ne rimangono, un vasto emporio di cognizioni storiche e il più dovizioso che ancora si conoscesse. Là giacevano depositate come in occulto santuario, oltre agli atti del governo interiore e le sue relazioni e transazioni cogli esteri, le osservazioni fatte sui luoghi dagli ambasciatori, residenti e consoli che la Repubblica spediva in varie parti, e memorie di viaggiatori, e storie arcane, e lettere di diplomatici; tal che affidata al Sarpi quella immensa suppellettile di documenti statuali, si messe con ardore a studiarli e a farne indici e sunti che disposti in ordinate rubriche secondo l’ordine de’ tempi e delle materie gli servirono a {{Pt|rispon-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|capo xv.}}|311}}</noinclude>{{Pt|dere|rispondere}} con ammirabile celerità e precisione di fatti e circostanze a tutti i quesiti di vario genere che gli furono proposti da poi.
Ma di lì a non molto fu distratto da quei lavori, perocchè la Curia non potendo averlo vivo, si provò di averlo morto.
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|312||}}</noinclude>{{ct|f=120%|CAPO DECIMOSESTO.}}
(1607). Tosto dopo seguìto l’accomodamento Traiano Boccalini scrivendo al Sarpi e congratulandosi seco lui della prudenza con cui si era maneggiato in quell’affare e come avesse, procurando un buon accordo, sventate le accuse dei maligni di volersi erigere in capo sêtta, chiudeva: «Deve Vostra Paternità rammemorarsi di aver offeso con la lingua, con la penna e coi consigli un papa, un collegio di cardinali, una corte di Roma e una Sedia apostolica; e se tutti questi le perdonano, sin da’ Gentili si abbraccerà l’Evangelio. Non si addormenti di grazia; che la Corte a qual prezzo si sia vorrà tôrre ai Veneziani il suo appoggio. Il braccio de’ preti è lungo perchè dapertutto hanno l’ingresso, e un colpo è prima dato che inteso. Parlo con franchezza perchè l’amo, e la sua vita è necessaria al mondo e preziosa agli amici».
Il Boccalini che era in corte di Roma parlava di ciò che vedeva ed udiva, ma Frà Paolo non ne fece alcun caso. Vennero altri avvisi. Gaspare Scioppio, cui egli conobbe a Ferrara, era stato a Roma ed aveva avuto secrete conferenze col papa e coi primi di quella Corte relative a cose di protestanti di Germania, ed ebbe commissioni per il Sarpi, cui, passando per Venezia, andò a trovare. E dopo ragionamenti di politica e di filosofia e particolarmente<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|capo xvi.}}|313}}</noinclude>intorno a quella degli stoici, di cui Scioppio aveva pubblicato l’anno prima un trattato, lo ammonì che stasse in sulla guardia; che il papa aveva lunghe le mani; che avrebbe potuto, volendolo, farlo ammazzare; ma che il suo pensiero era di averlo vivo. Poi gli andò insinuando, essere il meglio che col pontefice si riconciliasse, e si offerì mediatore.
Rispose il Sarpi: Avere difeso una causa giusta; rincrescergli che il papa, benchè a torto, se lo recasse ad offesa. Paolo V avere giurati i patti dell’accomodamento che lui pure comprendevano, e non essere mai per credere che volesse mancare alla fede pubblica. Le insidie nella vita macchinarsi contra principi e personaggi grandi, non contra un umile frate; ma ove pure fosse vero, rimettersi al tutto ai decreti della Provvidenza; e se lo pigliassero vivo, della sua vita non essere così padrone il papa che non lo fosse prima lui, e piuttosto che far cosa indegna, essere lui per toglierlasi. E lo ringraziò dell’avvertimento.
Lo Scioppio due giorni dopo, accusato da un suo connazionale di avere scritto satire contro la Repubblica, fu sostenuto in carcere per breve tempo, indi mandato ai confini. A ragione {{AutoreIgnoto|Bayle}}, riportando le ultime surriferite parole, osserva che Frà Paolo seguiva la dottrina degli stoici, i quali in certi casi ammettevano lecito il suicidio. Io non so se il Servita estendesse la teoria a tutti i casi contemplati da Zenone; ma parmi che la Chiesa non la condanni quando si tratta di salvare il proprio onore, non potendosi fare altrimenti. È vero che a questa parola ''onore'' si attaccano idee tanto varie: alcune<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|314|{{Sc|capo xvi.}}|}}</noinclude>ponno essere sostanziali, ma altre sono forse chimeriche; per esempio Santa Apollonia vergine e martire, che non era una giovinetta ma una vecchia, e non colle tenaglie ma con un pugno le furono tratti i denti (se ne aveva ancora), si buttò in un rogo senza motivo, sì soltanto per far vedere che non temeva il morire. L’azione è lodata dagli scrittori ecclesiastici, e la pia suicida fu canonizzata; ma io loderei più volentieri quella dama romana la quale piuttosto che lasciarsi contaminare dal tiranno Massenzio, si uccise. Ciò nulla ostante San {{AutoreCitato|Giovanni Crisostomo|Giovanni Crisostomo}} loda moltissimo Sara che per salvare il marito si giacque con Abimelech, e ne propone l’esempio alle altre donne. Molti casuisti ritengono lecito il suicidio in varii casi; per me lo biasimo in tutti, tranne là dove l’uomo in potere d’altrui, teme per forza di tormenti di dire o fare cosa ingiusta alla sua coscienza. E questo parmi che fosse il pensiero di Frà Paolo.
Si accumulavano gli indizi. L’ambasciatore Contarini scriveva al Consiglio dei Dieci, a’ 29 settembre, che un certo Rutilio Orlandini veniva a Venezia per commettere un delitto. Quest’Orlandini era stato prima frate nel convento di San Paolo a Roma, ma essendo uomo terribile e scandaloso, fu scacciato dal convento, o se ne andò egli stesso dopo avere derubato a forza sulla pubblica strada due monaci del monastero di Farfa. Si fece soldato della Repubblica: accusato d’intelligenza per dar Rovigo a pontificii, fu imprigionato, poi espulso. Andò a Roma, si diede alla vita del bandito, dello sgherro e dell’assassino, alloggiando in casa del duca<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|capo xvi.}}|315}}</noinclude>Orsini di San Gemini; chè a quei tempi le case dei grandi godevano il privilegio di dare asilo alle più vili schiume rigettate dalla società. Questo bel mobile cercava compagni per un certo effetto che doveva fare a Venezia per ordine, com’ei diceva, ''dei padroni di qui'', cioè di Roma, e pel quale gli erano stati promessi 55,000 scudi. Aveva ottenuto dal papa (così egli o il suo denunciatore, ma più probabilmente dalla Penitenzieria) una assoluzione che mostrò ad alcuni amici, fra i quali ad un Flavio di Sassoferrato che rivelò ogni cosa al Contarini. Diceva ancora di avere parlato col papa: ciò forse non era vero; ma era verissimo che andava spesso da un Fuccioli segretario della Consulta, al quale, appena giunto nell’anticamera, era tosto introdotto. Prima di partire da Roma gli furono pagati 170, o 180 scudi da una banca, cui sciupò immediatamente fra donne e bagordi; a Ferrara gli furono pagati altri 8000 ducati, forse per stipendiare o premiare i compagni. Così scriveva l’ambasciatore; ma queste cifre di 55,000 e di 8000 mi sembrano esagerate, quando non sia errore del manoscritto di cui mi servo: nel documento originale si legge forse 5000 e 800. Comunque sia, la lettera dell’ambasciatore non potè essere giunta a Venezia se non se qualche giorno prima del succeduto assassinio di Frà Paolo. L’Orlandini, appena capitato sul territorio di San Marco, fu arrestato e condotto nelle carceri dei Decemviri, dove probabilmente il boia avrà strozzato una vita già contaminata da tanti delitti.
Non è chiaro quale fosse la missione di così terribile sicario; ma il Sassoferrato assicurava che {{Pt|do-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|316|{{Sc|capo xvi.}}|}}</noinclude>{{Pt|veva|doveva}} essere un ammazzamento, o, come appare dal suo racconto, il ratto di una persona: e aggiunse ancora, essere a Venezia più altri emissari spediti da Roma che sollecitati da larghe promesse intendevano a simili imprese. Fatto è che anco gli Inquisitori di Stato ebbero avvisi diversi e non mancarono di ammonire Frà Paolo; ma l’imperturbabile Servita si ostinò sempre a crederle voci popolari e da non farne conto, parendogli impossibile che la corte di Roma volesse macchiarsi di un delitto omai inutile. Lo confermava in questa incuria la sua tendenza al fatalismo, essendo solito dire che nulla possono gli uomini contro quello che è destinato da Dio: quindi le precauzioni che prendeva erano piuttosto per compiacere altrui che sè. {{AutoreCitato|Vittorio Siri|Vittorio Siri}} afferma di aver udito da Frà Fulgenzio che il Consultore si faceva accompagnare da un frate armato di moschettone scavezzo, e che si era provato a vestire una cotta di maglia sotto gli abiti, cui poscia dismise, non ne potendo sopportare lo incomodo peso. Il fatto non è inverosimile; ma è poco credibile in bocca del Siri, scrittore più abbondante che giudizioso e troppo facile ad ammettere i racconti del vulgo. E n’è forse uno questo, nato da poi che fu visto come di tante pugnalate tirate al Sarpi, tre sole nel capo ferirono. Frà Fulgenzio, cui il Siri cita a testimonio, non ne fa alcun cenno; e dice solamente che Frà Paolo si faceva di solito accompagnare da lui, da Marino frate laico suo servitore e da un altro compagno animoso e di spirito. E già da più giorni nell’andare al convento si erano incontrati con certe fisionomie {{Pt|sini-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|capo xvi.}}|317}}</noinclude>{{Pt|stre|sinistre}} che si fermavano ad osservarli, e poscia pareva che si parlassero sottecchi e per cenni misteriosi. Frà Fulgenzio ne avvertì il Consultore, il quale diceva essere ubbìe e che quelli non badavano a loro.
Correvano li 5 di ottobre, a 23 ore d’Italia (circa le ore 5 pomeridiane). Fulgenzio e l’altro frate compagno, per caso fortuito, erano iti per altra strada, sperando di raggiungere Frà Paolo al palazzo ducale prima che tornasse a casa; ma trattenuti da varie circostanze non giunsero a tempo. Gran folla essendo accorsa al teatro di San Luigi per l’opera nuova, la contrada di Santa Fosca dov’era il convento dei Servi e le altre dei contorni non vedevano la solita frequenza. E intanto Frà Paolo se ne tornava col solo Frà Marino e in compagnia d’Alessandro Malipiero, patrizio di età quasi decrepita; e giunto al ponte che è verso le Fondamenta, non lungi dal convento, o fosse per l’angustia del luogo o per altrui studiato impedimento Malipiero andava alcuni passi avanti e Frà Paolo fu improvvisamente assalito da una banda di assassini, de’ quali uno afferrò tra le braccia Frà Marino, un altro mise le mani addosso al patrizio, e così ingombrato il passaggio del ponte, uno di loro tirò a furia quindici o venti stilettate al Sarpi che gli crivellarono il cappello e il collare del vestito, e tre sole ferirono: due nel collo, e la terza passando nell’orecchia destra usciva dalla vallicella che è tra il naso e la destra guancia, e traforato l’osso, vi restò il ferro conficcato dentro. Frà Paolo cadde come morto. Alcune donne che videro lo spettacolo dalle finestre gridarono aiuto: i sicari vedendo accorrer gente, {{Pt|spara-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|318|{{Sc|capo xvi.}}|}}</noinclude>{{Pt|rono|spararono}} gli archibusi per atterrire, e si salvarono colla fuga; Frà Marino, appena potè strigarsi, se la diede a gambe; e Malipero colle persone accorse si avvicinò al Sarpi cui credeva morto, gli cavò il pugnale dalla testa, e trovato che tuttora viveva, il fece immediatamente trasportare al convento.
Sparsasi la nuova, le sollecitudini e l’interessamento de’ Veneziani per il Sarpi sono appena credibili. I senatori, adunati a consiglio in quell’ora, si levarono e corsero quasi tutti al convento per informarsi di propria bocca. I Decemviri, restati soli nella sala del Senato, si costituirono in tribunale e colla solita prontezza diedero ordini perchè fossero arrestati gli assassini. Il teatro fu quasi vuoto di spettatori; una folla immensa circondava il monastero dei Servi; ed essendo corsa voce che i sicari riparassero dal nuncio del papa, la plebe furibonda accorse al suo palazzo per abbruciarlo e il vescovo di Rimini avrebbe veduto una cattiva burla quella sera se i Dieci non mandavano tostamente soldati in suo soccorso, e se i principali magistrati, mescolandosi col popolo, non l’andavano ammansando con dolci parole e dicendo che Frà Paolo era tuttora vivo. Le grida e le imprecazioni contro i ''papalisti'' salivano alle stelle, e tapino colui che si fosse trovato ivi in quel mezzo. Insomma una curiosità inesplebile nelle persone di ogni età e d’ogni ceto, una compassione, uno sdegno solo. Il vescovo di Rimini e i suoi famigli stettero più giorni senza uscire di casa, tanta paura avevano di essere massacrati.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|capo xvi.}}|319}}</noinclude>{{Nop}}
Il governo mandò denari al convento, acciocchè a tutto e prontamente si provvedesse. Come di grave affare di Stato ne furono avvisati tutti gli ambasciatori e residenti della Repubblica; ne fu dato parte a tutte le corti; furono chiamati i più esperti medici e chirurgi. L’Acquapendente professore a Padova, e Adriano Spigelio celebre chirurgo ebbero ordine di non partirsi dal convento fintanto non si vedesse ove inclinava il male, se a vita o a morte, che pur di questa vi era molto pericolo. Sarpi avrebbe voluto che bastasse il solo Luigi Ragoza, giovane chirurgo assai pratico e nel quale aveva molta fede; ma dovette uniformarsi alla volontà del governo, e dodici almeno furono i deputati alla cura di un uomo, alla vita del quale la Repubblica attaccava la più alta importanza.
La sua presenza di spirito non lo abbandonò un istante, e quella istessa sera sentendo che ivi era il pugnale, il volle in sua mano, e tastandolo disse: ''Non è limato''; volendo inferire che le ferite avrebbono scabrosità di più difficile guarigione. Appena medicato, andò l’Avogadore di Comune per esaminarlo; ma egli disse che non aveva nemici, e che siccome perdonava a chi lo aveva offeso, così pregava il Consiglio dei Dieci a non voler farne dimostrazione alcuna: ed essendogli annunciato che gli assassini erano stati presi, se ne mostrò inquieto e addoloratissimo, perchè, diceva, potrebbono rivelare cosa che fosse di scandalo al mondo e di pregiudizio alla religione.
Alla mattina seguente trovandosi per la gravezza delle febbri in pericolo di vita, si munì di tutti i<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|320|{{Sc|capo xvi.}}|}}</noinclude>sussidi di religione, e chiamò a sè i frati a cui fece scusa de’ suoi mancamenti e pregolli che lo raccomandassero a Dio. Infatti la malattia durò più mesi, e per alcune settimane incerta e minacciosa, e talmente l’infermo fiaccato per naturale debilità e per la perdita del sangue che per ben 20 giorni stette in letto senza potersi muovere, e neppure alzare una mano. Ad aggravarlo si aggiunse la moltiplicità dei medici; imperocchè alcuni vedendo le sue labbra illividite, sospettarono di arma avvelenata e gli amministrarono teriache ed altri antidoti usati a quel tempo, che finirono in una infiammazione; altri, parendo loro che le ferite avessero seni, misero mano a’ ferri e tagliarono: e l’infermo, udendo sentenze ora di vita ora di morte, dovette lasciarsi martirizzare e sottoporsi a tutti i supplizi che virtù o capriccio suggerivano. In mezzo a questi travagli non veniva meno il suo umore faceto. Una sera l’Acquapendente nel medicarlo disse, non avere veduto mai una ferita più strana: e Frà Paolo celiando rispose: «Eppure il mondo vuole che sia data ''Stylo Romanæ Curiæ''». Unica parola uscitagli dalla bocca o dalla penna su quest’affare.
I medici ebbero ordine di ragguagliarne ogni giorno il Collegio, e il Senato medesimo mandava spesso un secretario per saperne nuova. Nel decembre si trovò in istato di potere di nuovo applicarsi allo studio, benchè non appieno guarito e che risentisse alla testa gravezza e dolori; anzi ne portò per lungo tempo, stantechè l’osso della mascella essendo stato rotto, e facendo ascessi per mandare scheggie, rinovava le infiammazioni con febbri violenti, di {{Pt|for-|}}<noinclude><references/></noinclude>
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Biografia di Frà Paolo Sarpi/Vol. I/Capo XIV
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Biografia di Frà Paolo Sarpi/Vol. I/Capo XV
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{{Centrato|{{Type|f=1.6em|l=1px|'''T. DANDOLO''' {{x-smaller|A}} '''P. CONTINI'''}}}}
''Mi facesti pubblico dono di versi che mercaronti la universale simpatia: abbiti, mio giovin amico, ad affettuoso ricambio la intitolazione di questo libro.''
''Già il tuo nome si fa largo nella fama, ed io vo’ lieto, scrivendol in fronte a volume, per la natura de’ soggetti che svolge, destinato a vasta pubblicità, di contribuire a renderlo noto e caro a molti più ancora. Rare son le anime ingenue come la tua; prezioso poi il rivestimento di poesia ch’elle assumono: conciossiachè i nobili affetti che le ispirano conseguon ale da bei versi per penetrare più addentro, per''<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Luigi62" />{{RigaIntestazione||— 5 —|}}</noinclude><poem>
«Infrangi i ceppi che ancora {{Ec|di|ti}} legano
Insorgi!
Rovina!
Uccidi!
Uccidi!»
Gli strumenti del lavoro ti siano armi
Gli arnesi che giornalmente adoperi
per mantenere nel lusso
nel vizio
nei divertimenti
i parassiti
(nella miseria i tuoi figli)
servano per la loro morte.
« ''Rivoluzione'' » - « ''Demolizione'' » - « ''Fiamme'' » - « ''Sangue'' »
</poem><noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Giomass94" /></noinclude>{{ct|f=140%|L=0px|v=.7|t=3|C. COLLODI}}
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{{ct|f=100%|L=0px|v=2|LE}}
{{ct|f=200%|L=0px|v=2|AVVENTURE DI PINOCCHIO}}
{{ct|f=100%|L=0px|v=2|STORIA DI UN BURATTINO}}
{{ct|f=130%|L=0px|v=2|{{Sc|illustrata da [[:d:Q2535205|e. mazzanti]]}}}}
{{Rule|2em|v=.5}}
{{ct|f=80%|L=0px|v=.5|SESTA EDIZIONE}}
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{{ct|f=120%|L=0px|v=.4|FIRENZE}}
{{ct|f=100%|L=0px|v=.4|R. BEMPORAD & FIGLIO}}
{{ct|f=80%|L=0px|v=.4|CESSIONARI DELLA LIBRERIA EDITRICE FELICE PAGGI}}
{{ct|f=80%|L=0px|v=.4|''Via del Proconsolo''}}
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{{ct|f=80%|L=0px|v=.2|ROMA, L. Roux e C. — Enrico Trevisini — G. B. Paravia e C.}}
{{ct|f=80%|L=0px|v=.2|NAPOLI, A. Morano — G. B. Paravia e C. — E. Trevisini — MESSINA, C. De Stefano}}
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{{ct|f=80%|L=0px|v=.2|PALERMO, R. Sandron — C. Clausen — GENOVA, Tip. Sordo-Muti.}}
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|''A MICHELE LA SPINA, fedele amico, con immutata ammirazione e con intenso affetto.''
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<noinclude><pagequality level="4" user="Luigi62" /></noinclude>{{Ct|v=1|f=200%|'''ELOGIO'''}}
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|490|{{Sc|bibliografia}}|riga=si}}</noinclude>
{{no rientro}}Settembre-Ottobre 1895.
''Bordeaux Paul'', Les ateliers monétaires de Clermont-Ferrand et de Riom pendant la Ligue; le sceau de l’Hôtel des monnaies de Riom. — ''R. de Ponton d’Amécourt'', Description générale des monnaies au type chinonais. — ''Dutilh E. D. J''., Monnaies alexandrines, terre-cuite du Fayoum et les seize Génies de la statue du Nil. — ''Blancard Louis'', Rectifications numismatiques concernant le ''quaternal'' et le ''patac'' de Provence et d’Avignon frappés en 1414. — Cronaca, Bibliografia, Miscellanea, ecc.
{{indentatura}}{Sc|Revue Belge de Numismatique}}. — Fascicolo III, 1895.</div>
''Ghalib Edhem J''., Une monnaie d’Alaeddin Qeïkobad III, associé au nom du grand Ilkhan. — ''Anatole de Barthélemy'', Denier de Hugues, comte de Rouergue (1008-1054). — ''Maxe-Werly L''. Histoire numismatique du Barrois. — ''De Jonghe Baudouin V''., Plaque de Charles IV, comte de Luxembourg, frappée à Marche, et deux autres monnaies de ce prince. — ''Ronyer J''., L’œuvre du médailleur {{Wl|Q782996|Nicolas Briot}} en ce qui concerne les jetons. — ''Cumont G.'', Pièces rares ou inédites et trouvaille de Niel-sur-Rupel. — ''Simonis D. ].'', Ajusteurs jurés de l’ancienne principauté de Liége. — ''Von Ernst Chev''., Les dernières quinze années de Théodore Van Berckel. — Necrologia, Miscellanea, ecc.
Fascicolo IV, 1895.
''Gnecchi F.'', Un médaillon inédit de Philippe père trouvé à Rome. — ''Maxe-Werly'', Histoire numismatique du Barrois. — ''De Jonghe V.''<sup>te</sup> B., Deux monnaies frappées à Luxembourg par les archiducs Albert et Isabelle. — ''De Man M.<sup>lle</sup> Maria'', Médaille, uniface de Levinus Bloccenus à Burgh. — ''Rouver I.'', L’œuvre du médailleur Nicolas Briot en ce qui concerne les jetons. — ''Bethune B.'', Méraux de familles brugeoises. Jean de Vleeschouwer, chevalier, et Barbe de Witte. — ''De Witte A''., Médaille religieuse et méreau de Notre-Dame de Miséricorde, à Verviers. — Necrologia, Miscellanea, ecc.
{{rule|10em|v=1|t=1|000}}
{{Sc|Rendiconti della R. Accademia dei Lincei}}, serie V, vol. IV fasc. 4: ''Bernabei,'' Di una rarissima ''tessera hospitalis''.
{{sc|Archivio storico italiano}}, fasc. 2, 1895: Paoli C, Mercato, scritta e denaro di Dio.<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|490|{{Sc|bibliografia}}|riga=si}}</noinclude>
{{no rientro}}Settembre-Ottobre 1895.
''Bordeaux Paul'', Les ateliers monétaires de Clermont-Ferrand et de Riom pendant la Ligue; le sceau de l’Hôtel des monnaies de Riom. — ''R. de Ponton d’Amécourt'', Description générale des monnaies au type chinonais. — ''Dutilh E. D. J''., Monnaies alexandrines, terre-cuite du Fayoum et les seize Génies de la statue du Nil. — ''Blancard Louis'', Rectifications numismatiques concernant le ''quaternal'' et le ''patac'' de Provence et d’Avignon frappés en 1414. — Cronaca, Bibliografia, Miscellanea, ecc.
{{indentatura}}{{Sc|Revue Belge de Numismatique}}. — Fascicolo III, 1895.</div>
''Ghalib Edhem J''., Une monnaie d’Alaeddin Qeïkobad III, associé au nom du grand Ilkhan. — ''Anatole de Barthélemy'', Denier de Hugues, comte de Rouergue (1008-1054). — ''Maxe-Werly L''. Histoire numismatique du Barrois. — ''De Jonghe Baudouin V''., Plaque de Charles IV, comte de Luxembourg, frappée à Marche, et deux autres monnaies de ce prince. — ''Ronyer J''., L’œuvre du médailleur {{Wl|Q782996|Nicolas Briot}} en ce qui concerne les jetons. — ''Cumont G.'', Pièces rares ou inédites et trouvaille de Niel-sur-Rupel. — ''Simonis D. ].'', Ajusteurs jurés de l’ancienne principauté de Liége. — ''Von Ernst Chev''., Les dernières quinze années de Théodore Van Berckel. — Necrologia, Miscellanea, ecc.
Fascicolo IV, 1895.
''Gnecchi F.'', Un médaillon inédit de Philippe père trouvé à Rome. — ''Maxe-Werly'', Histoire numismatique du Barrois. — ''De Jonghe V.''<sup>te</sup> B., Deux monnaies frappées à Luxembourg par les archiducs Albert et Isabelle. — ''De Man M.<sup>lle</sup> Maria'', Médaille, uniface de Levinus Bloccenus à Burgh. — ''Rouver I.'', L’œuvre du médailleur Nicolas Briot en ce qui concerne les jetons. — ''Bethune B.'', Méraux de familles brugeoises. Jean de Vleeschouwer, chevalier, et Barbe de Witte. — ''De Witte A''., Médaille religieuse et méreau de Notre-Dame de Miséricorde, à Verviers. — Necrologia, Miscellanea, ecc.
{{rule|10em|v=1|t=1|000}}
{{Sc|Rendiconti della R. Accademia dei Lincei}}, serie V, vol. IV fasc. 4: ''Bernabei,'' Di una rarissima ''tessera hospitalis''.
{{sc|Archivio storico italiano}}, fasc. 2, 1895: Paoli C, Mercato, scritta e denaro di Dio.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|bibliografia}}|491|riga=si}}</noinclude>
{{Sc|Atti}} e Memorie della R. Deputazione di storia patria per la Provincia modenese. Serie IV, vol. VII pubblicato a celebrare il primo centenario dalla nascita di mons. {{Wl|Q440380|Celestino Cavedoni}}. ''Modena'', Vincenzi, 1895, in-8, fig., pp. lviii-315, con ritratto e 3 tavole. — ''Ognibene'' dott. ''Giov.'', I capitoli della Zecca di Ferrara nel 1381: note e documenti. ''Modena'', tip. di G. T. Vincenzi e nipoti, 1895, in-8, p. 77. (Dagli Atti e mem. della r. dep. di storia patria per le prov. modenesi, serie IV, vol VI).
{{Sc|Atti}} dell’I. R. Accademia degli Agiati di Rovereto, serie III, vol. I, fasc. 2, 1895: ''Perini Quintilio'', La zecca di Frinco.
{{Sc|Giornale di erudizione}}, vol. VI, n. 3-4, 1895: ''K''., Roma intangibile (medaglia del 20 Settembre). ''Galletti P.'', Sul fiorino d’oro della Repubblica Fiorentina.
{{Sc|L’Ellade italica}}, di Reggio Calabria, a. 1, n. 1. 1895: Alcune rare monete dell’antica Rhegion.
{{Sc|Archivio storico siciliano}}, a. {{Sc|xx}}, 1895, fasc. I-II; ''Lagumina B.'', Una pregevole moneta di Federico re e Costanza imperatrice.
{{Sc|Rivista}} di storia antica e scienze affini. A. I, fasc. 2, ''Messina'', 1895: ''Orsi P.'', Intorno ad alcune recenti pubblicazioni di numismatica greco-sicula.
{{Sc|Archivio storico napoletano}}, fasc. I, 1895, p. 117-121: ''Sambon A.'', Recensione di ''E. Winkelmann'', Ueber die Goldpragungen Kaiser Friedrichs II.
{{Sc|Archivio Salentino}} di scienze, lettere ed arti. a. I, fasc. I: ''De Giorgi C.'', Moneta veneta trovata in Lecce (1659 a 1675).
{{Sc|Rivista abruzzese}}, A. IX, fasc. V-VI, e VIII-IX: ''{{Wl|Q78185852|Sorricchio L.}}'', Un tesoretto monetario; — ''Bernabei F.'', Rassegna Abruzzese Numismatica.
{{Sc|Archivio stor. campano}}, vol. II, p. 2, fasc. III e seg: ''G. di Costanzo'', Della numismatica capuana di d. F. Daniele. — ''Broccoli A''., Lettere famigliari inedite di F. Daniele sulla numismatica capuana.
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{{Sc|Gazette des Beaux Arts}}, 1 agosto 1895. ''Héron de Villefosse'', Le trésor d’argenterie de Bosco Reale.
{{Sc|Séances}} et travaux de l’Académie des sciences morales et poliques 1895, n. 78: ''Raffalovich'', L’enquête monétaire allemande de 1894.
{{Sc|Académie}} des inscriptions et belles-lettres, Comptes-rendus des séances, 1895, 28 giugno: ''Héron de Villefosse'', Le trésor de Boscoreale.
{{Sc|Monde des plantes}}, 1 luglio 1895: ''Mercier L''., Médaille scientifique internationale.
{{Sc|Journal}} Asiatique, mai-juin 1895: ''Drouin E''., Le nom de Mazda sur une monnaie indoscythe.
{{Sc|Intermédiaire}} des chercheurs, 30 luglio: Curiosité de la numismatique — Existe-t-il des monnaies à l’effigie de Joachim Murat?
{{Sc|Revue}} du droit international, etc., n. 3, 1895: ''Ferguson I. H.'', Le bimétallisme et la récente ordonnance monétaire de l’Inde britannique.
{{Sc|Annales}} agronomiques, giugno 1895: ''Zolla D''., La question monétaire.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|492|{{Sc|bibliografia}}|riga=si}}</noinclude>
{{Sc|Revue scientifique}}, 8 juin 1895: La fabrication des médailles à la Monnaie de Paris.
{{Sc|Annales}} de la Société historique du Gatinais, II trimestre 1894: ''M. Legrand'', Jeton de Jean Delpech seigneur de Méréville.
{{Sc|Académie}} des inscriptions et belles-lettres. Comptes-rendus 1895. ''Séance'' 30 août: ''Barthélemy A''., La monnaie tournois.
{{Sc|Revue}} historique du dép. du Tarn, n. 3 1895: ''Portal Ch''., Le papier-monnaie révolutionnaire dans le département du Tarn. (av. pl.) — ''Cabié Ed''. Decouverte d’un trésor de monnaies féodales à Garrignes.
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{{Sc|The quarterly}} Journal of Economics vol. IX, n. 4, 1895: ''Walker Fr. A''., The quantity-theory of Money.
{{rule|10em|v=1|t=1|000}}
{{Sc|Aarboeger}} for nordisk Oldkyndighed, 1894: ''Hauberg F''., Monete romane, trovate nei paesi scandinavi.
{{rule|10em|v=1|t=1|000}}
{{Sc|Bulletin}} de l’Acad. d’arch. de Belg., XXI, e XXII 1895: ''De Jonghe B''., Renier Chalon, sa carrière scientifique. — ''De Witte A''., Les places décimales du corps des monnayeurs brabançons à la fin du XVIII siècle.
{{rule|10em|v=1|t=1|000}}
{{sc|Mittheilungen}} des Instituts für oesterreichische Geschichte, XVI, 4, 1895: ''Schaube A''. Der Werth des Augustalis Kaiser Friedrichs II.
{{Sc|Jahrbücher}} für Nationalökonomie, III, Folge, Bd. X, Heft 4, 1895: ''Schaube A.'' Studien zur Geschichte des ältesten Cambium.
{{Sc|Zeitschrift}} für Lübeckische Geschichte und Alterthumskunde, Bd VII, Heft I, 1894: ''Curtius C.,'' Münzfund in Lübeck, 1892-95.
{{Sc|Baltische}} Studien, Jahr. XLIV, 1894: ''Bahrfeldt'', Münzfund in Gross-Cordshagen.
{{Sc|Zeitschrift}} der deutschen Morgenlaend. Gesellschaft, XLIV, fasc. I, 1895: ''Stickel'', Sigilli orientali in piombo (correzioni ed aggiunte alla memoria di Casanova sui sigilli arabi in piombo nella ''Rev. Num.'' 1894).
{{Sc|Jahrbuch}} dei musei prussiani, XVI, 2, e 3-4, 1895 ''Venturi A.'', Gentile da Fabriano e Vittore Pisano. — ''Bode W.'', Bertoldo de Giovanni und seine Bronzebildwerke (con disegno di sue medaglie).
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{{Sc|Journal}} de l’Exposition nationale suisse à Genève, n. 5, nov. 1895: ''Mayor'', La gravure en médailles à Genève.
{{Sc|Anzeiger}} für Schweizerische Alterthumskunde, n. 2, 1895: ''Welti d.r Emil'', Münzwerthung im Jahre 1495.
{{Sc|Anzeiger}} fur schweizer Alterthumskunde, n. 3, 1895: ''Caviezel H.'', Münzfund in Chur.
{{Sc|Musée}} Neuchâtelois, n. 7 et 8, 1895: ''Wawre W.'', La médaille du centenaire de la Chaux-de-Fonds. (ill.) — Deux médailles de Domitien à Chaumont.
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 185 —|}}</noinclude><nowiki />
— Ottimamente; ci sono così tutti i ferri necessarii.
— Senza contar me.
— Ah, tu sei il re dei Ferri; — gridai, montando in carrozza.
Il bagaglio fu caricato a cassetta, sotto ai piedi del cocchiere e del servitore, che si aggiustarono come poterono; e i cavalli presero il trotto. Io ero raggiante di gioia; non avevo più niente da desiderare, se non forse di giunger presto a casa, per poter raccontare minutamente a Filippo tutto ciò ch’era necessario di fargli sapere.
Egli non domandò nulla, per quanto fu lungo il tragitto. Di solito non domanda mai nulla. La sua massima è questa: Si ha da partire? Si parte; dal piè sinistro, uno, due; è la cosa più facile di questo mondo, e non so come i coscritti ci sudino tanto.
La strada è piacevole, alberata e fresca, lungo la riva del fiume, e il tragitto si fa senza molestia. Per me il paese è senza carattere; ma a Filippo non dispiace, forse perchè egli non ha l’uso di andar mai in<noinclude><references/></div></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 186 —|}}</noinclude>campagna, e lo spettacolo gli riesce nuovo, con tutto quello sfoggio di verde. Sono contento che gli faccia buon effetto la valle di Corsenna. Quando incomodiamo un amico, siamo sempre felici ch’egli non si trovi male nel luogo dove l’abbiamo tirato contro sua voglia, o contro le sue consuetudini.
— Non credevo che queste montagne fossero così belle; — diceva egli, guardandosi intorno. — Sta a vedere che m’innamoro dei boschi, e faccio un idilio ancor io!
— Non dipenderà che da te; c’è tutto l’occorrente.
— Per iscriverlo?
— Ed anche per iscriverlo; ma io non credevo che tu intendessi di dir questo.
— Castagni! — disse Filippo, girando largo. — Castagni da per tutto. E lassù, quel nero sui monti?
— Abeti, mio caro, abeti e pini. Corsenna è famosa per il suo ''pinus Pinsapo''.
— Ah! i miei complimenti. E niente ''peachpine?''<noinclude><references/></div></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 187 —|}}</noinclude><nowiki />
— Non credo. Ma che ti salta di parlare inglese?
— Non ne far caso; non so che questo vocabolo. Ma capisco che bisognerà impararne degli altri.
— Che idee! Se ti ho detto che non c’è niente di vero, nelle tue supposizioni!
— E sia; — rispose Filippo. — Può esser bene come tu dici. Non vedo infatti la via polverosa.
— Oh, per questo, non ci ho merito; è piovuto stanotte.
— Ed è una gentilezza che mi usa questa poetica valle; — replicò Filippo, ridendo. — Io non amo il polverio, ed è questa una delle cagioni che mi fanno odiar la campagna. Le altre sono le mosche, i mosconi, le zanzare ed altri animali noiosi che ci s’incontrano. Non è anche la tua opinione?
— Per gli altri animali, sicuramente. Ma ora che c’è l’arsenale, li metteremo a dovere.
— Quando penso, — disse Filippo, mutando registro e mettendo un sospiro tanto fatto, — quando penso a tutte le scioccherie che l’uomo<noinclude><references/></div></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 188 —|}}</noinclude>ha commesse, per volersi credere un animale socievole, mi viene la stizza. Era nato per vivere a coppie, ed ha voluto vivere a branchi, far tribù, città, popoli, reami ed imperi. Che cosa ci ha guadagnato? L’ira in casa e la guerra permanente ai confini, o uno stato d’animi che non aiuta certamente a far buone digestioni, nè in casa nè fuori di casa.
— Sei diventato filosofo? Mi congratulo.
— Ma sì, che vuoi? Come tutti i guerrieri, per romper la noia d’un’ora di marcia.
— Non dubitare; siamo quasi alla fine del nostro viaggio. Eccoti l’alma Corsenna, che s’affaccia alla svolta. Vedi quel torrione là in fondo? È una colombaia di casa colonica. Quell’edifizio lungo e nero, che pare un castello o un convento? È una filanda, che non lavora più da molti anni. Il baco non ha voluto attecchire in Corsenna; e il villaggio, che s’incamminava a diventare un borgo, è rimasto villaggio.
— Vedo delle casine, per altro; dei villini sparsi qua e là.<noinclude><references/></div></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 189 —|}}</noinclude><nowiki />
— Certo; e sono l’unica bellezza del paese. Un po’ di bianco nel verde, un po’ d’acqua corrente da fianco e da piedi, e la gente assetata di fresco ci corre ogni estate a rifugio. Vedi quella palazzina lassù? Pare a mezza costa, di qui; ma per effetto di prospettiva. È veramente sul colmo d’un poggio. Si chiama il Roccolo, ed è il rifugio di una bella signora che tu sai, perchè me l’hai nominata in una tua lettera.
— Per sentita dire; — rispose Filippo. — Di persona non l’ho conosciuta mai. Il Roccolo! — soggiunse egli. — Che nome! E la signora è forse Diana cacciatrice? Scherzo, sai; non posso ignorare che si chiama Armida.
— Ma che Armida! vorrai dire Adriana!
— Diciamo pure Adriana; quanto a me, vorrei proprio dire Armida... e Rinaldo. Infatti, mi passa per la mente che non essendoci di mezzo nessuna inglesina, quest’altra....
— Ti dirò, ti dirò; — interruppi io; — appena saremo a casa.
— Ed anche più tardi, bada; io non ho bi-<noinclude><references/></div></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 190 —|}}</noinclude>sogno di saper nulla. Parlavo così, per chiasso, e per non mostrarci troppo accigliati, quasi imbronciati, ai naturali del paese. Ma eccone tre, che non dovrebbero essere indigeni. Tre bei moscardini, in fede mia! —
Diedi una sbirciata ancor io, e vidi poco più su dai cavalli, in atto di tirarsi da banda, i miei tre famosi satelliti; li vidi in tempo per rizzar muso quanto ce ne voleva al loro bisogno.
— Quei tre vanno al Roccolo; — dissi a Filippo; — perciò li vedi in istrada a quest’ora. Son pronipoti dei Proci dell’''{{TestoCitato|Odissea}}''. Ulisse è alle acque di San Pellegrino, ed essi non lasciano un’ora di pace a Penelope. Tu intanto non potevi esser più felice di così, Filippo mio caro; sei giunto appena, non hai ancora veduta la prima casa di Corsenna, e ti vien sotto la tribù dei seccatori, per cui ti ho pregato di venirmi a dare man forte. Vedili là, che passano il ponte.
— Ed è quello che non vorrebbero lasciar passare a te, non è vero?
— Se stèsse a loro, certamente. Ma non han barba da impedirmelo.<noinclude><references/></div></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 191 —|}}</noinclude><nowiki />
— Vorrà essere ad ogni modo un bel passo d’armi; — conchiuse Filippo. — Intanto, è di buon augurio per me averli veduti alla prima. —
L’abitato di Corsenna fu presto traversato dalla nostra vettura, e senza altri incontri di persone della colonia villeggiante. Bene si affacciavano alle finestre, ai terrazzini, agli sporti delle botteghe i Corsennati dei due sessi, per conoscere il nuovo venuto, fare i conti sulle sue valigie, e Dio sa quali supposizioni sul cassone ond’era accompagnato. Gran gioia la loro, al veder sempre tante facce nuove, che si scomodano dal piano per salire ai loro quattrocento sessanta metri sul livello del mare! “Ci vengono per l’aria buona„, dice il campanaro di Corsenna. “E non son mica ignoranti, i medici che ce li mandano. Vedete noi, di fatti, che arie di salute!„ A farlo a posta, il campanaro di Corsenna è nero, magro, stecchito come un’aringa affumicata. Ma chi si contenta gode. E il campanaro di Corsenna è un uomo che si contenta. “Mai peggio di così!„ è il suo intercalare.<noinclude><references/></div></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||— 192 —|}}</noinclude><nowiki />
Son felicissimo di vedere che il mio villino piace a Filippo anche più della valle, dei castagni, degli abeti e della strada maestra. Gli faccio vedere nel mio ritiro campestre ogni cosa; tranne Buci, che non c’è. Ma già so dove bazzica, quel ghiottone famoso. Non va mica al Roccolo, lui, dove si vive a petti di pollo e a zabaioni. ''Outsides'', ''beefsteaks'', ''cutlets'', ''pigeon-pies'', ''plum-puddings'', sono, io credo, i suoi piatti favoriti. Ed hai ragione, o cane, e sei certamente più saggio di me.
Ho posto da alloggiare una intiera famiglia, e son solo, con due persone di servizio; posso dare a Filippo non una camera, ma due, tre, quante ne vuole. Ne occupa due, ci dispone tutti i suoi arnesi, e, mutati abiti, scende in giardino con me, aspettando l’ora del desinare. Qui, naturalmente, incomincio a raccontargli tutto ciò che mi è occorso.
— Briccone! — mi dice, dopo essermi stato tranquillamente a sentire. — Vuoi venire ai ferri, e farmi credere che non sei innamorato di Armida?
— Te lo giuro! Che ragione avrei per men-<noinclude><references/></div></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="MARIO ZANELLO" /></noinclude>{{FI
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| caption = — Se fate un passo in avanti vi uccido.... {{a destra|{{Sc|Cap.I}}}}
}}<noinclude>{{PieDiPagina|{{spazi|5}}{{smaller|{{Sc|Salgari.}} — '''I solitari dell’Oceano.'''}}||'''I'''{{spazi|5}}}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Luigi62" />{{RigaIntestazione||o( IV )o|}}</noinclude>''{{Pt|gio|linguaggio}} dell’uomo fanatico seduce, quello dell’artifizioso corrompe: ma l’uomo onesto, autorizzato dall’universale sentimento verso il Soggetto lodato, le di cui Opere sono esposte alla censura ed all’estimazione a un tempo d’un Pubblico, non teme di riprodurre monumenti d’onore, e di gloria dell’Illustre Scrittore, il cui nome va collocato nel rango degli Uomini immortali, e per distinte qualità, e per dottrina. Il tributo ch’io rendo al Signor Professore {{Wl|Q1088737|Toaldo}}, rapito a vivi l’Anno {{ec|1798|1797|Completa raccolta di opuscoli osservazioni e notizie diverse contenute nei giornali astro-meteorologici/Errata-Corrige}}, con danno delle Scienze, e delle Lettere, è da lui meritato, ed appunto perchè vivente lo trascurò, per giustizia lo chiede dopo la sua morte la celebrità de’ suoi studj. Possa il mio rispettoso sentimento rendere qualche onore alla sua memoria, e supplisca alle forze del mio limitato ingegno nell’enumerare i suoi meriti, l’Elogio fatto dal Nobile Monsignor {{Wl|Q340177|Angelo Fabroni}} Presidente della Regia Università di Pisa, Membro della Società Italiana delle Scienze, e Socio di altre insigni Accademie.''
''L’Opera pertanto ch’io vi presento, cortesi Lettori, è la Raccolta delle profonde Osservazioni trattate dal Signor Abbate {{Pt|Toal-|}}''<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Luigi62" />{{RigaIntestazione||o( V )o||}}</noinclude>''{{Pt|do|Toaldo}}, nei suoi Giornali Astro-Meteorologici. Pubblicò il Primo Giornale nell’Anno 1773, l’ultimo {{ec|nell’Anno|dell’Anno|Completa raccolta di opuscoli osservazioni e notizie diverse contenute nei giornali astro-meteorologici/Errata-Corrige}} 1798. Il Primo lo troverete stampato come uscì la prima volta, perchè ripieno di cognizioni, ed erudizioni; negli altri evitai le ripetizioni, e presi soltanto ciò che di nuovo trovai scritto dal dotto Autore. La Serie de’ Ristretti Meteorologici per le Pioggie, qualità de’ Giorni, de’ Venti ec. la posi alla fine di qùest’Opera per comodo del Leggitore, potendo vedere quasi a colpo d’occhio la differenza da un Anno all’altro. Varie altre Opere Meteorologiche parte inedite, parte pubblicate separatamente dall’Autore le accoppiai a quei Giornali a’ quali spettavano. V’aggiunsi l’''Emendazione dei Barometri, e Termometri del Signor {{Wl|Q123670|{{Sc|de Luc}}}}, ''ed il'' Calendario Perpetuo, ''tratto dall’osservazione di 61 Anno circa.''
''Molto io debbo in questa grata impresa alla cortesia del Sig. D. {{Wl|Q4013167|Vincenzo Abb. Chiminello}} P. P. P. d’Astronomia, e Meteorologia nell’Università di Padova, Nipote del Signor Professore Toaldo, di gloriosa memoria, e degno d’essergli Successore.''
''Non lasciate che la virtù, ed il genio {{Pt|re-}}''<noinclude>{{Ct|class=destra|a 3}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|||1|}}</noinclude>[[File:Toaldo - Completa raccolta di opuscoli osservazioni e notizie diverse contenute nei giornali astro-meteorologici, Vol 1 - 1802 (page 12_1 crop).png|center|450px]]
{{Ct|c=capitolo|PRIMO GIORNALE.}}
{{Ct|c=anno|ANNO 1773.}}
[[File:Toaldo - Completa raccolta di opuscoli osservazioni e notizie diverse contenute nei giornali astro-meteorologici, Vol 1 - 1802 (page 46_2 crop).png|center|120px]]
{{Ct|c=capitoletto|PUNTI LUNARI<ref>Gli Articoli precedenti di questa generale spiegazione, che sono relativi all’uso quotidiano di ciascun Giornale seguente, si ommettono, come superflui all’oggetto di questa Raccolta; e parimenti alcuni altri Articoli non creduti necessarj.</ref>.}}
{{CapoletteraVar|P}}er ''Punti di Luna'' s’intende quì, que’ tali siti, nei quali si trova successivamente nel suo non eguale corso la Luna, rapporto al Sole, ed alla Terra, ove alterando col Mare l’Atmosfera, suole indurre alterazione di Tempo.
Non conosce il Popolo se non le Quattro Fasi della Luna, o sia i ''Novilunj'', i ''Plenilunj'', ed i due ''Quarti'', che {{ec|influiscono|influiscano|Completa raccolta di opuscoli osservazioni e notizie diverse contenute nei giornali astro-meteorologici/Errata-Corrige}} in<noinclude>{{Rule}}
<references />
{{PieDiPagina|{{Sc|Tom. I.}}||A}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|2|{{Sc|osservazioni}},|}}</noinclude>questo. Ma vi sono altre {{ec|sei circostanze sulle Maree, così commovendo anche l’aria|sei circostanze del corso Lunare, le quali, come influiscono sulle Maree, così commovendo anche l’aria|Completa raccolta di opuscoli osservazioni e notizie diverse contenute nei giornali astro-meteorologici/Errata-Corrige}}, possono, e devono alterare il Tempo. Si tratta quì di qualunque alterazione sensibile, Pioggia, Vento, Sereno, ec.
Questi sei Punti, oltre le dette quattro Fasi della ''Luna'', sono, 1.° quando la Luna si accosta sommamente alla Terra, il che fa per 27 mille miglia incirca in ogni Lunazione; e si chiama questo Punto il ''Perigeo'' della Luna. 2.° Quando 14 giorni circa dopo, di altrettanto si allontana, che si chiama l’''Apogeo''.
3.° e 4° Quando la Luna traversa, due volte in ogni suo Mese, l’Equatore, o passa sopra il mezzo della Terra: una volta, quando dall’Emisfero Meridionale passa nel Settentrionale, il qual Punto si può chiamare ''Equinozio Ascendente'' della Luna (si noterà ''Equ. Asc.''); l’altra volta, quando ripassa l’Equatore, abbandonando il nostro Emisfero Settentrionale, ed entra nel Meridionale, e questo si chiama da noi ''Equinozio Discendente'' (''Equ. Discend.'')
5.° Quando la Luna si trova nel suo limite Settentrionale, vicina più che può essere<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|e notizie}} ec.|31}}</noinclude>Leva il Sole a ore 14. min. 49. resta ore 7. min. 39. per l’ora Europea del levar del Sole, {{ec|sotto|sottro|Completa raccolta di opuscoli osservazioni e notizie diverse contenute nei giornali astro-meteorologici/Errata-Corrige}} 14 min. 49. da 19. 10. ora del Mezzodì nostro; resta 4. 21. ora della sera Europea del Tramontare.
{{Ct|c=sezione|Settimane, e Mesi.}}
I Governi hanno istituito de’ periodi di giorni, per ordinare le azioni negoziose, e civili, pubbliche, private, Sacre, profane. Un circolo di sette giorni forma la ''Settimana'', d’istituzione antichissima, sebbene non universale. Se ne parlerà a proposito della Lettera Dominicale.
Il ''Mese'' è un circolo d’incirca 30. giorni, suggerito dal Corso Lunare.
Il ''Mese Lunare'', una ''Lunazione'', è il tempo che passa da un Novilunio all’altro prossimo, che non è sempre eguale, ma per un mezzo si trova di giorni 29. ore 12. min. 44. secondi {{ec|6|2|Completa raccolta di opuscoli osservazioni e notizie diverse contenute nei giornali astro-meteorologici/Errata-Corrige}}.
Il ''Mese solare'' vero è il tempo, in cui il Sole scorre un segno del Zodiaco; da uno all’altro vi può esser differenza di più d’un giorno. Ma dividendo in 12. parti eguali tutto l’anno, per li 12. segni del Zodiaco {{Pt|(gior-}}<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|32|{{Sc|osservazioni}},}}</noinclude>{{Pt|ni|(giorni}} {{ec|364|365|Completa raccolta di opuscoli osservazioni e notizie diverse contenute nei giornali astro-meteorologici/Errata-Corrige}}. h. 6. m. 49.) la misura media d’un ''Mese Solare'', sarà di giorni {{ec|90|30|Completa raccolta di opuscoli osservazioni e notizie diverse contenute nei giornali astro-meteorologici/Errata-Corrige}}. h. 10. m. 39.
Nell’uso civile non si può tener conto di queste minuzie, bisogna prendere periodi d’interi giorni; e perciò d’intieri giorni si compone il ''Mese Civile'', tanto Lunare, che Solare.
I ''Mesi Lunari Civili'' sono alternativamente, uno di 30. l’altro di 29. Giorni; e perchè i 44. minuti, che avanzano ogni Mese, in 37. Mesi fanno un giorno, allora il Mese, che doveva essere di 28 giorni, si fa di 30.
I ''Mesi Solari Civili'' appresso di noi si fanno, sette di 31., quattro di 30., uno di 28. oppure di 29 giorni, come è noto.
{{Ct|c=sezione|Dell’Anno.}}
L’''Anno Astronomico'', o ''Vero'' abbraccia il tempo, in cui il Sole scorre tutta l’Ecclittica, e contiene giorni 365. h. 5. min. 49. incirca. Ma l’''Anno Civile'', che si compone di giorni interi, senza frazioni, o è ''Comune'', e costa di 365. giorni, o ''Bissestile'' di 366. Questo giorno di più, risulta dall’avanzo di quasi 6 ore, sopra 365. giorni, le quali 6. ore in 4. anni fanno quel giorno, che si {{Pt|di-}}<noinclude>{{PieDiPagina|||ce}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|e notizie}} ec.|33}}</noinclude>{{Pt|ce|dice}} ''Bissestile'', e s’inserisce tra li 23. e 24. del Mese di Febbrajo, il quale diventa allora di 29. giorni. Questa forma di anni, de’ quali 3. sono Comuni nel modo detto, ed un Bissestile, dicesi ''Anno Giuliano'', da Giulio Cesare che lo introdusse.
Un’''Anno Lunare Astronomico'', che comprende 12. Lunazioni, è di giorni 354. h. 8. m. 48., ma l’''Anno Lunare Civile'', o è ''Comune'', ed ha 354. giorni, risultanti da 12. Mesi, e de’ quali 6. sono di 29. giorni, 6. di 30: o ''Intercalare'', ''{{ec|Embolismio|Embolismico|Completa raccolta di opuscoli osservazioni e notizie diverse contenute nei giornali astro-meteorologici/Errata-Corrige}}'', di 13. Mesi che fanno 383. giorni, il quale, si spiegherà meglio dopo d’aver .detto una parola de’ Cicli.
{{Ct|c=sezione|De’ Cicli, e prima del Ciclo Solare, e della Lettera Dominicale.}}
Per Ciclo s’intende un Circolo, o Periodo d’anni. Il Calendario Cristiano riguarda spezialmente la celebrazione della Pasqua, da cui dipendono le altre Feste Mobili.
Per indicare dunque ogni anno il giorno di ''Domenica'', e gli altri giorni della Settimana, si applicarono le sette prime Lettere dell’Alfabetto ai 7. primi giorni dell’Anno<noinclude>{{PieDiPagina|{{Sc|Tom}}. I.||C}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|e notizie}} ec.|37}}</noinclude>
{{Ct|c=sezione|Del Numero d’oro, e Ciclo Lunare.}}
Il ''Numero d’Oro'' è uno dei 19. numeri del ''Ciclo Lunare'', di quel Ciclo forma un periodo di 19. Anni Giuliani; e serviva nel Calendario Antico ad indicare il Giorno del Novilunio, il che fa meglio ora l’Epatta.
Il fondamento del Ciclo Lunare è questo. 19. Anni Giuliani (ogni quarto de’ quali è Bissestile), equivagliono a 235. Lunazioni: poichè 19 anni Giuliani fanno giorni 6939. ore 18; e 235. Lunazioni fanno pure 6939 giorni, h. 16. min. {{ec|27|32|Completa raccolta di opuscoli osservazioni e notizie diverse contenute nei giornali astro-meteorologici/Errata-Corrige}}<math>\textstyle\frac{1}{2}</math>, dunque per questo solo divario in 19. anni, non prima, il Novilunio ritorna allo stesso giorno del Mese, anticipando solamente h. 1. m. 27<math>\textstyle\frac{1}{2}</math>. Per esempio nell’Anno 1773. corre il Plenilunio del Mese di Gennajo agli 8. ore 5 min. 33. della notte seguente: solamente da quì a 19. anni ritornerà il Plenilunio agli 8. di Gennajo colla detta anticipazione di h. 1. min. 27.<math>\textstyle\frac{1}{2}</math>. vale a dire a ore 4 min. 5<math>\textstyle\frac{1}{2}</math>. Questo divario d’un’ora e minuti 27. col decorso del tempo ha prodotto un disordine, che si spiegherà dopo.
Qui si avverte, che 19. anni Giuliani<noinclude>{{Ct|class=destra|C 3}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|e notizie}} ec.|41}}</noinclude>{{Pt|condo:|secondo:}} ''dati i numeri dei tre Cicli trovar l’Anno del Periodo Giuliano'': questo Problema semindeterminato, non è facile da sciogliersi coll’Aritmetica volgare, nè la soluzione è per questo Libretto. Piuttosto si darà il modo di trovare per ogni Anno dell’Era nostra, i numeri de’ tre Cicli.
{{Ct|c=sezione|Regola per trovare i Numeri dei tre Cicli.}}
''Ciclo Solare'': poichè il primo Anno dell’Era nostra aveva per Ciclo Solare il 10, all’Anno dato si aggiunga 9. p. e. 1773. {{ec|già|più|Completa raccolta di opuscoli osservazioni e notizie diverse contenute nei giornali astro-meteorologici/Errata-Corrige}} 9. fa 1782. si divida per 28. la somma: il residuo 18. (non curando il numero delle volte) sarà il Ciclo Solare 1773.
''Numero d’Oro'': comincia un’Anno avanti l’Era. Dunque all’Anno dato s’aggiunga 1. p. e. {{ec|1673.|1773.}} 1. 1774 diviso per 19. lascia 7. Ciclo Lunare.
''Indizione'': comincia 3. Anni avanti l’Era Volgare. Però al dato Anno s’aggiunga 3. p. e. al 1773. 3. 1776. diviso per 15. lascia residuo 6. numero dell’''Indizione''.
Se niente avanza dopo la divisione, s’intende esser l’ultimo numero del Ciclo.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|e notizie}} ec.|47}}</noinclude>calino d’una unità dalle precedenti, poichè {{ec|la|le|Completa raccolta di opuscoli osservazioni e notizie diverse contenute nei giornali astro-meteorologici/Errata-Corrige}} serie discendono delle maggiori alle minori Epatte.
Quindi fa d’uopo costruire varie progressioni di 19. Epatte crescenti, e rispettivamente calanti l’una dall’altra, d’una unità. Le quali serie d’Epatte, al numero di 30. si trovano nella così detta ''Tavola Espansa dell’Epatte:'' e vi sono delle regole per sapere qual serie debbasi adoprare per ogni secolo. Nel presente Secolo ha luogo la serie seguente.
{{Ct|c=sezione|Epatte dal 1700. al 1800.}}
{| class="tab02"
! Numero d’Oro
| 10 || 11 || 12 || 13 || 14 || 15 || 16 || 17 || 18
|-
! Epatte.
| IX || XX || I || XII ||XXIII|| IV|| XV ||XXVI||VII
|}
{| class="tab02"
| 19 || 1 || 2 || 3 || 4 || 5 || 6 || 7 || 8 || 9
|-
| XVIII || X || XI || XXII || III || XIV || XXV || VI || XVII || XXVIII
|}
I Numeri d’Oro si ritengono per indicare l’Epatte, colle quali sono con certa regola legati. Sono l’Epatte la parte più ingegnosa del nostro Calendario, ma insieme la più difficile; nè l’idea di questo Libretto permette d’internarsi in questa dottrina. Basti dare la regola per trovare le Lune.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|62|{{Sc|osservazioni}},|}}</noinclude>poi la sua rivoluzione intorno del Sole in giorni 88. ch’è l’Anno di Mercurio.
''Venere'' gira intorno se stessa, secondo il {{Wl|Q14279|Cassini}}, in h. 23. m. 20. ed il suo Anno, o sia giro intorno del Sole è di giorni 224. h. 18.
La ''Terra'' gira intorno se stessa in h. 23. min. 56. ed intorno del Sole in giorni {{ec|366|365|Completa raccolta di opuscoli osservazioni e notizie diverse contenute nei giornali astro-meteorologici/Errata-Corrige}}. h. 6. m. 9. Perchè per arrivare ad una Stella vi vogliono 21. min. di più che per arrivare all’Equinozio, che va retrogradando, ed anticipando.
''Marte'' gira intorno il suo Asse in h. 24. m. 40. (giorno di Marte), ed intorno al Sole, in un Anno de’ nostri, più giorni 321. h. 22. ch’è l’Anno di Marte.
''Giove'' gira intorno il suo Asse in ore 9. m. 56, ch’è appresso poco il suo giorno; ed intorno al Sole compie il suo corso in 11. Anni de’ nostri, più giorni 313.
''Saturno'' quante ore impieghi a girare intorno il suo Asse, non è scoperto, per non iscoprirsi in esso macchie, a cagione della gran distanza. Per congettura del Cassini impiega 29. ore; ma il citato Anonimo, coll’analogia anche di Giove, ristringe il giorno di Saturno a ore 10. min. 12. Compie {{Pt|Sa-}}<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|e notizie}} ec.|63}}</noinclude>{{Pt|turno|Saturno}} il suo corso intorno del Sole in 29. Anni de’ nostri, più giorni 155. sebbene il suo corso, sbilanciato dal Passaggio delle Comete, e dalla vicinanza di Giove, varia da uno all’altro, di qualche giorno.
La Luna scorre il Zodiaco in Giorni 27. o. 7. m. 43. sec. 5. ch’è il suo ''Mese Periodico''. Ritorna a pigliare il Sole in giorni 29. o. 12. m. 44 sec. 3. ch’è il suo ''Mese Sinodico'', o sia una Lunazione. Gira intorno il suo Asse nel ''Mese Periodico''.
Fu scoperto, specialmente dopo la metà del prossimo scorso Secolo, che alcune Fisse hanno un moto proprio, e ce n’è un Catalogo di 92., delle quali questo moto è determinato con esattezza.
{{ec|Per il|Pel|Completa raccolta di opuscoli osservazioni e notizie diverse contenute nei giornali astro-meteorologici/Errata-Corrige}} Numero delle Stelle Catalogate ormai arriva a 50. mila, ed il Sig. ''{{Wl|Q168419|de la Lande}}'', Autore di questo gran Catalogo crede, che col gran Telescopio di ''Herschell''<ref>Fece fare sotto suoi occhi un Telescopio per l’Osservatorio Reale di Madrid, che costò 164 mila Franchi.</ref> si potrebbe distinguerne sino a 90. milioni in tutto il Cielo. L’''Herschell'' di più scoprì 700.<noinclude>{{Rule}}
<references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|66|{{Sc|osservazioni}},}}</noinclude>{{Ct|c=sezione|Satelliti di Saturno.}}
{| class="tab04"
! !! colspan="6" | Rivoluzioni !! colspan="2" | Distanze in {{ec|Semid.|Sem.|Completa raccolta di opuscoli osservazioni e notizie diverse contenute nei giornali astro-meteorologici/Errata-Corrige}} Sat.
|-
| I. || Giorni || 1. || h. || 21. || m. || 18. || 4 || <math>\textstyle\frac{5}{4}</math>
|-
| II. || || 2. || || 17. || || 44. || 6 || <math>\textstyle\frac{1}{4}</math>
|-
| III. || || 4. || || 12. || || 25. || 8 || <math>\textstyle\frac{3}{4}</math>
|-
| IV. || || 15.|| || 22. || || 35. || 20 || <math>\textstyle\frac{1}{4}</math>
|-
| V. || || 79.|| || 7. || || 27. || 59 ||
|}
Forse vi sono intorno di Saturno altri Satelliti, o frammezzo ai cogniti, o fuori. Il Quarto è il Maggiore di tutti scoperto dall’{{Wl|Q39599|Ugenio}} nel 1656. I Quattro altri Minori da {{Wl|Q14279|Domenico Cassini}}. L’''Anello di Saturno'' è una specie di sottile ponte tutto in aria, che circonda il Globo di Saturno, voltando ad esso il taglio, o sia la parte più stretta. Non si sa, che prodigio sia. Ha un Diametro del doppio di quello di Saturno, e 20. volte quello della Terra. Il sospettato ''Satellite di Venere'' non s’è ancora verificato.
{{Ct|class=sezione|{{ec||Nota.|Completa raccolta di opuscoli osservazioni e notizie diverse contenute nei giornali astro-meteorologici/Errata-Corrige}} Li due Nuovi satelliti di Saturno.}}
Nel Mese di Settembre 1789. l’Herschel col suo gran Telescopio di 40. Piedi di foco scoprì un sesto Satellite di Saturno più<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|e notizie}} ec.|67}}</noinclude>vicino degli altri cinque, e nel Mese di Ottobre prossimo susseguente ne ha scoperto un Settimo ancor più vicino al Pianeta. Di questi due Satelliti, come il medesimo Astronomo rilevò sono
{| class="tab04"
! colspan="6" | Rivoluzioni !! !! colspan="3" | Distanze in Semidiam.
|-
! colspan="6" | !! !! colspan="3" | dell’Anello
|-
| Gior. || 0. || h. || 22. || m. || 40. || || Sec. || 1, || 303.
|-
| Gior. || 1. || || 8. || || 53. || || Sec. || 1, || 670.
|}
{{Ct|class=sezione|{{ec||Nota.|Completa raccolta di opuscoli osservazioni e notizie diverse contenute nei giornali astro-meteorologici/Errata-Corrige}} L’Anello di Saturno.}}
Nel 1790. l’{{Wl|Q14277|Herschel}} medesimo riconobbe, che l’Anello di Saturno è doppio, e che tali due Corone non sono tra se distanti che di un <math>\textstyle\frac{1}{2}</math> secondo, e rilevò che il loro movimento intorno se stesse è di ore 10. min. 32. Scoprì anche sul Pianeta cinque fascie simili a quelle di Giove, e determinò la rotazione intorno al suo Asse di ore 10. min. 16.
Pongo una Tavola di alcune Misure, altre confrontate sulle Misure attuali, altre prese da’ migliori fonti. Tutte queste lunghezze si rapportano al ''Piè di Parigi'', il quale s’intende diviso in Pollici 12. ogni Pollice in 12. linee; ogni linea in 10. particelle; sicchè il Piede viene a contenere particelle<noinclude>{{Ct|class=destra|E 2}}</noinclude>
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Pagina:Toaldo - Completa raccolta di opuscoli osservazioni e notizie diverse contenute nei giornali astro-meteorologici, Vol 1 - 1802.djvu/127
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Dr Zimbu
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|80|{{Sc|osservazioni}},|}}</noinclude>quest’anno si verificò il proverbio, che facendo Sole il giorno della Purificazione (2. Feb.) s’è al mezzo dell’Inverno, anzi in quest’anno al principio. Gelò agli ultimi di Marzo; fu Freddo in Aprile; e sino a mezzo Maggio non s’arrivò al Temperato. Pochissimo fu il Caldo; non giunse, che a gradi 22., e mezzo, li 17. Giugno, e 14 Agosto; il resto fu, più effetto del Scirocco, che del Sole. In somma il freddo, di quest’anno 1773. (prendendo il freddo sotto il temperato, che per le osservazioni di 50. anni, in questo Paese, si deve fissare a gradi 13 di ''Reaumur'', il caldo sopra) il freddo, dissi, somma a gradi 1596<math>\textstyle \frac{1}{4}</math>; il caldo a soli 688<math>\textstyle \frac{3}{4}</math>; sicchè il freddo sopravanza di Gradi 807<math>\textstyle \frac{2}{4}</math>.
Così essendo il caldo il Padre delle generazioni, e maturazioni delle cose viventi, non è da stupire se la terra in questi anni produce così poche, così immatura frutta. Il frumento, fu {{ec|questo|guasto|Completa raccolta di opuscoli osservazioni e notizie diverse contenute nei giornali astro-meteorologici/Errata-Corrige}} dalle pioggie d’Inverno, soprafatto dalle zizanie, ed interizzito dal freddo continuato, che non lo lasciò maturare, nè tagliare, unite le pioggie, senon a’ primi di Luglio. Il gran Turco, che vuol umido, e caldo, ebbe il primo, ma non il secondo: così non corrispose all’aspettazione.<noinclude>{{A destra|I frut-|1em}}</noinclude>
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Della tirannide (Alfieri, 1927)/Libro primo/Capitolo XVI
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Spinoziano (BEIC)
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Della tirannide (Alfieri, 1927)/Libro primo/Capitolo XVII
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Spinoziano (BEIC)
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Della tirannide (Alfieri, 1927)/Libro primo/Capitolo XVIII
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Spinoziano (BEIC)
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Della tirannide (Alfieri, 1927)/Libro secondo/Capitolo I
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Della tirannide (Alfieri, 1927)/Libro secondo/Capitolo II
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Della tirannide (Alfieri, 1927)/Libro secondo/Capitolo III
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Spinoziano (BEIC)
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Marcella Medici (BEIC)
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Cinnamologus" />{{RIalt||{{Sc|libro ii - capitolo v}}|89}}</noinclude><section begin="1" />
finché la prudenza non degenera in viltá; e morire da forti,
ogniqualvolta la fortuna o la ragione a ciò li costringa. Un
cotal poco verrá ammendata cosí, con una libera e chiara morte,
la trapassata obbrobriosa vita servile.<section end="1" />
<section begin="2" />{{Ct|f=110%|t=3.5|v=1.5|L=3px|{{Sc|Capitolo Quinto}}}}
Ma fino a qual segno si possa sopportar l’oppressione di
un tirannico governo, difficile riesce a prefiggersi; poiché non
a tutti i popoli né a tutti gli individui gli stessi oltraggi portano
un egual colpo. Nondimeno, parlando io sempre a coloro
che non meritando oltraggio nessuno, vivissimamente quindi
sentono nel piú profondo cuore i piú leggieri eziandio; ed essendo
costoro i pochissimi (che se tali i moltissimi fossero, immediatamente
ogni pubblico oltraggiator cesserebbe) a costoro
dico che si può da lor sopportare che il tiranno tolga loro gli
averi, perché nessun privato avere vale quell’estremo universale
scompiglio che ne potrebbe nascere dalla loro dubbia vendetta.
Cosí perversi sono i presenti tempi che da una privata
vendetta, ancorché felicemente eseguita, non ne potrebbe pur
nascere mai nessun vero permanente bene pel pubblico, ma se
gli potrebbe accrescer bensí moltissimo il danno. Onde, volendo
che i buoni, nella stessa tirannide, siano, per quanto essere
il possano, cittadini; e volendo che ai loro conservi o giovino
o inutilmente almeno non nuocano, ai buoni non darei mai per
consiglio di sturbare inutilmente la pace, o sia il sopore di tutti,
per far vendetta delle loro tolte sostanze.
Ma le offese di sangue nella persona dei piú stretti parenti
od amici, allorch’elle siano manifestamente ingiuste ed atroci:
e cosí le offese nel proprio verace onore, io non ardirei mai
consigliare a chi ha faccia d’uomo di tollerarle. Si può vivere
senza le sostanze, perché nessuno muore di necessitá; e
perché l’uomo, per l’esser povero, non riesce perciò mai vile a
<section end="2" /><noinclude></noinclude>
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Spinoziano (BEIC)
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/* Trascritta */
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Cinnamologus" />{{RIalt||{{Sc|libro ii - capitolo v}}|89}}</noinclude><section begin="1" />
finché la prudenza non degenera in viltá; e morire da forti, ogniqualvolta la fortuna o la ragione a ciò li costringa. Un cotal poco verrá ammendata cosí, con una libera e chiara morte, la trapassata obbrobriosa vita servile.<section end="1" />
<section begin="2" />{{Ct|f=110%|t=3.5|v=1.5|L=3px|{{Sc|Capitolo Quinto}}}}
{{Ct|f=85%|v=2|L=1px|Fino a qual punto si possa sopportar la tirannide.}}
Ma fino a qual segno si possa sopportar l’oppressione di un tirannico governo, difficile riesce a prefiggersi; poiché non a tutti i popoli né a tutti gli individui gli stessi oltraggi portano un egual colpo. Nondimeno, parlando io sempre a coloro che non meritando oltraggio nessuno, vivissimamente quindi sentono nel piú profondo cuore i piú leggieri eziandio; ed essendo costoro i pochissimi (che se tali i moltissimi fossero, immediatamente ogni pubblico oltraggiator cesserebbe) a costoro dico che si può da lor sopportare che il tiranno tolga loro gli averi, perché nessun privato avere vale quell’estremo universale scompiglio che ne potrebbe nascere dalla loro dubbia vendetta. Cosí perversi sono i presenti tempi che da una privata vendetta, ancorché felicemente eseguita, non ne potrebbe pur nascere mai nessun vero permanente bene pel pubblico, ma se gli potrebbe accrescer bensí moltissimo il danno. Onde, volendo che i buoni, nella stessa tirannide, siano, per quanto essere il possano, cittadini; e volendo che ai loro conservi o giovino o inutilmente almeno non nuocano, ai buoni non darei mai per consiglio di sturbare inutilmente la pace, o sia il sopore di tutti, per far vendetta delle loro tolte sostanze.
Ma le offese di sangue nella persona dei piú stretti parenti od amici, allorch’elle siano manifestamente ingiuste ed atroci: e cosí le offese nel proprio verace onore, io non ardirei mai consigliare a chi ha faccia d’uomo di tollerarle. Si può vivere senza le sostanze, perché nessuno muore di necessitá; e perché l’uomo, per l’esser povero, non riesce perciò mai vile a
<section end="2" /><noinclude></noinclude>
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Dr Zimbu
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|e notizie}} ec.|303}}</noinclude>{{Ct|class=capitoletto|TOMO I.}}
{| align=center style="border-collapse:collapse; text-align:center; width:100%"
| colspan="3" {{Cs||font-size:120%}} | ERRATA
| {{Cs||font-size:120%}} | CORRIGE.
|-
| Pag. || IV. || {{Cs|L}} | Prefazione. ||
|-
| colspan="3" {{Cs|L|padding-left:1em}} | l’Anno 1798.
| {{Cs|L}} | l’Anno 1797
|-
| Pag. || V. || {{Cs|L}} | nell’Anno 1798 || {{Cs|L}} | dell’Anno 1798
|-
| colspan="4" | {{graffa|50|d}}
|-
| Pag. || lin. ||
| {{Cs|L}} | Pag. lin.
|-
| 1 || 9 || {{Cs|L}} | che influiscono
| {{Cs|L}} | che influiscano.
|-
| 2 || 1 || {{Cs|L}} | sei circostanze sulle Maree, così commorendo anche l’aria
| {{Cs|L|text-indent:-1em;padding-left:1em}} | sei circostanze del corso Lunare, le qnali, come influiscono sulle Maree, così commovendo anche l’aria
|-
| 31 || 3 || {{Cs|L}} | sotto 14 min. 49.
| {{Cs|L}} | sottro 14 min. 49
|-
| 31 || 19 || {{Cs|L}} | secondi 6
| {{Cs|L}} | secondi 2.
|-
| 32 || 1 || {{Cs|L}} | 364 h. 6 m. 49
| {{Cs|L}} | 365 h. 5 m. 49
|-
| {{Cs|L}} | ib. || 2 || {{Cs|L}} | 90 h. 10 m. 39
| {{Cs|L}} | 30 h. 10 m. 29
|-
| 33 || 12 || {{Cs|L}} | ''Embolismio''
| {{Cs|L}} | ''Embolismico''
|-
| 37 || 2 || {{Cs|L}} | di qual Ciclo
| {{Cs|L}} | di qual Cielo
|-
| {{Cs|L}} | ib. || 11 || {{Cs|L}} | min. <math>\textstyle 27\frac{1}{2}</math>
| {{Cs|L}} | minuti <math>\textstyle 32\frac{1}{2}</math>
|-
| 41 || 10 || {{Cs|L}} | già 9
| {{Cs|L}} | più 9:
|-
| 43 || 14 || {{Cs|L}} | Zilio
| {{Cs|L}} | Zilio.
|-
| 44 || 18 || {{Cs|L}} | in 624 di 21248
| {{Cs|L}} | in 624 di 2, in 1248
|-
| 47 || 2 || {{Cs|L}} | la serie
| {{Cs|L}} | le serie
|-
| 49 || 5 || {{Cs|L}} | e 6 alla somma dell’Epatte
| {{Cs|L|text-indent:-1em;padding-left:1em}} | il numero del giorno proposto. Per esempio ai 25 del medesimo Luglio aggiungete la somma delle dette due Epatte 11 avete 36, ec.
|-
| 62 || 8 || {{Cs|L}} | giorni 366
| {{Cs|L}} | giorni 365.
|-
| 63 || 17 || {{Cs|L}} | per il numero
| {{Cs|L}} | Pel numero
|-
| 64 || 3 || {{Cs|L}} | Congerie diStelle
| {{Cs|L}} | Congerie di Stelle
|-
| 66 || 1 || {{Cs|L}} | Dist. in semid. Sat. <math>\textstyle 4\frac{5}{4}</math>
| {{Cs|L}} | Dist. in sem. Sat. <math>\textstyle 4\frac{5}{4}</math>
|-
| {{Cs|L}} | ib. || 19 || {{Cs|L}} | ''Li due Nuovi Satelliti di Saturno''
| {{Cs|L}} | ''Nota''. li due nuovi Satelliti di Saturno
|-
| 67 || || {{Cs|L}} | ''L’Anello di Saturno''
| {{Cs|L}} | ''Nota''. L’Anello di Saturno.
|-
| 80 || 28 || {{Cs|L}} | fu questo dalle Pioggie
| {{Cs|L}} | fu guasto dalle Pioggie
|-
<noinclude>|}</noinclude><noinclude></noinclude>
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Pagina:Storia della rivoluzione di Roma (vol. III).djvu/322
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Carlomorino
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|318|{{Sc|storia}}|riga=s}}</noinclude>{{Pt|versitario|universitario}} che erasi mobilizzato affinchè potesse prender parte alla guerra della indipendenza italiana.<ref>Vedi il ''Monitore'' del 1 aprile.</ref>
Il ''Monitore'' del 27 riportava quattro ordini del giorno del ministro della guerra {{AutoreCitato|Alessandro Calandrelli|Calandrelli}}, il primo del 24, gli altri tre del 26, e coll’ultimo di questi si nominava una commissione per esaminare le dimande degli aspiranti alla carriera militare e scegliere i più idonei. Essa era composta dei cittadini:
<poem style="margin-left:4em;">
{{Sc|{{Wl|Q3839311|Luigi Bartolucci}}}} generale comandante la prima divisione militare, ''presidente'',
{{Sc|{{Wl|Q124509918|Camillo Gaggiotti}}}} intendente generale,
{{Sc|{{Wl|Q85418991|Ludovico Calandrelli}}}} tenente colonnello,
{{Sc|Giovanni Pietro Ruggeri}} tenente colonnello,
{{Sc|Carlo Galassi}} maggiore,
{{Sc|Pietro Scarsella}} maggiore,
{{Sc|Pio Branchini}} capitano,
{{Sc|Pietro Trasmondi}} capitano,
{{Sc|{{Wl|Q117941825|Olimpiade Meloni}}}} tenente, segretario.<ref>Vedi detto del 27 marzo.</ref>
</poem>
Il 28 si pubblicò altro decreto del comitato esecutivo in data del 25 per proibire alle casse dell’erario di far pagamenti con autorizzazione particolare ''in conto sospeso''.<ref>Vedi detto del 28, pag. 255.</ref>
Altro decreto si emise il detto giorno, col quale dichiararonsi valide le deliberazioni dei Consiglio di liquidazione del debito pubblico quando intervengono tre votanti.<ref>Vedi detto del 28.</ref>
In quel giorno inoltre emanavasi dal comitato esecutivo un altro decreto per convertire in una sola specie di boni senza frutto tanto le quattro categorie di boni di
{|
| align=center|scudi || align=right|2,500,000 ||emessi con chirografi pontificî,
|-
| align=center|» || align=right|600,000 ||con decreto del Consiglio dei deputati,
|-
| align=center|» || align=right|600,000 ||align=left|{{indentatura|2.5em|con ordinanza della commissione provvisoria di governo, }}
|-
<noinclude>|}</noinclude><noinclude></noinclude>
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Chiarazuccarini
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Chiarazuccarini" />{{RigaIntestazione|Que|— 397 —|Qui|riga=s}}</noinclude>italiana privandola di un’eleganza e di una vera ricchezza, non è il caso di disputare. Sta il fatto che queste voci essendo vitali, vivono a dispetto di chi lo volle morte. Cfr. ''Elleno''.
'''Questionario:''' ''raccolta di questioni'', neol. dal fr. ''questionnaire:'' voce accolta dall’uso e dai lessici. V. {{AutoreCitato|Pietro Fanfani|Fanfani}} ed Arlia, ''(op. cit.)''
'''Questioni bizantine:''' V. ''Bizantinismo''.
'''Queue:''' ''coda''. Sovente in vece che dire ''mettersi in fila'' o ''far la coda'' quando c’è gran gente ad un passaggio, si pronuncia alla francese: far la ''queue''. Comunissima voce nei comandi delle danze.
'''Quì, quà:''' con l’accento, non è buona scrittura. Scrivasi ''qui'', ''qua''. Gli altri monosillabi che escono in dittongo raccolto hanno invece l’accento, come ''può'', ''piè'', ''diè'', etc. I monosillabi semplici non hanno accento, quindi si deve scrivere ''do'', ''fa'', ''fo'', ''fu'', ''fra'', ''me'', ''no'', ''pro'', ''pre'', ''sa'', ''so'', ''su'', ''sta'', ''sto'', ''te'', ''tu, tra tre;'' ''qui'', ''qua''. Ecco quei monosillabi che talora vanno segnati da accento, o da apostrofe, secondo l’uso vario a cui si prestano nel discorso: ''chè'' (imperocchè): ''dà'' (verbo), ''da'' (preposiz.), ''da''’ (dai): ''dì'' (giorno), ''di’'' (imperativo del verbo dire), ''di'' (preposiz.): ''fe’'' (per feo, voce poetica in luogo di fece), ''fè'' (fede): ''là'' (avverbio), ''la'' (articolo o pronome): ''nè'' (congiunzione, vale per lo più ''e non''), ''ne''’ (nei): ''se''’ (sei, verbo), ''se'' (congiunzione): ''sì'' (per ''così'' o affermando), ''si'' (pronome): ''’ve'' e ''u’'' (in poesia per ''ove''): ''vo (vado)'', ''vo’ (voglio)''. Le preposizioni ''tra’'' ''pe’'' ''su’'' ''co’'' ''contra’'', si usano da taluno con certo artificio di imitazione toscana, in luogo di ''tra i'', ''per i'', ''su i'', ''con i'', ''contra i''. V. ''Colla''.
'''Quia:''' lat., ''perchè'', cioè ''la causa''. Es. ''ed eccoci al quia''.
'''Qui amat periculum, in illo peribit:''' ''chi ama il pericolo perirà in esso''. (''Ecclesiastico'', III, 27).
'''Qui in altum mittit lapidem, super caput eius cadet:''' ''chi getta in alto una pietra'', ''gli cadrà su la testa'' (''Ecclesiaste'', XXVII, 28); bella e grave imagine simbolica che allude al ricadere del male sull’autore stesso del male.
'''Quid:''' lat., ''alcuna cosa''. Ricorre talora questo neutro latino per indicare cosa indeterminata o non facilmente definibile; es. ''un certo quid''.
'''Quid agendum:''' lat., ''che fare? che abbisogna? a quale rimedio appigliarsi?''
'''Quidam:''' lat., ''un certo'', ''un tale,'' pronome usato per indicare indeterminatezza qualitativa. Vive nell’uso: un certo ''quidam'', un ''quidam'' qualsiasi e suona sprezzo.
'''Quid de jure?:''' locuzione degli avvocati per significare che cosa risulta logicamente secondo la legge.
'''Quid est veritas:''' lat., ''che cosa è la verità?'' Domanda cui, più si pensa, più si sprofonda il pensiero. Ma certo Pilato rispondendo a Cristo, non ci pensò tanto
(''S. Giovanni'', XVIII, 38): «Io a questo fine sono venuto nel mondo, di rendere testimonianza alla verità: chiunque sta per la verità, ascolta la mia voce. Dissegli Pilato: ''che cosa è la verità?'' E detto questo di nuovo uscì».
'''Quid non mortalia pectora cogis, auri sacra fames?:''' V. '''Auri sacra fames'''.
'''Quid novi?:''' ''che c’è di nuovo?'' formola latina, comune, con forza di intercalare. Ricorda {{AutoreCitato|Aristotele|Aristotele}}, (''Hist. Anim''., VIII, 28): ''ἀεὶ φὲρει τι Λιβύη καινόν'' e {{AutoreCitato|Gaio Plinio Secondo|Plinio}}: (''Storia Nat''. VIII, 17): ''semper Africa aliquid novi affert''.
'''Quidquid delirant reges, plectuntur Archivi:''' ''le follie dei re le scontano i popoli,'' cioè ''non v’è più sicurezza pei governati'', ''quando i governanti perdono la bussola'' ({{AutoreCitato|Quinto Orazio Flacco|Orazio}}, ''Epistole'', 1, 2, 14).
'''Quieta non movère:''' lat., ''non muovere le cose tranquille'', massima di vile prudenza o di conoscenza che l’edificio è così marcio che, pur toccandolo, tutto cadrebbe. Eppure molti istituti si reggono su tale assioma! Dicesi anche nel senso del noto adagio: ''Non stuzzicare il can che dorme''.
'''Qui giace l’Aretin poeta tosco | che disse mal d’ognun fuor che di Cristo | scusandosi col dir non lo conosco:''' noto epigramma e sintesi della vita e dell’ingegno di {{AutoreCitato|Pietro Aretino|Pietro Aretino}}, specie di gran publicista venale del Cinquecento. Ripetesi il caustico motto con ampio senso. Il motto è attribuito comunemente al {{AutoreCitato|Benedetto Giovio|Giovio}}.
'''Qui gladio ferit gladio perit:''' ''chi ferisce''<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Chiarazuccarini" />{{RigaIntestazione|Qui|— 398 —|Quo|riga=s}}</noinclude>''di spada di spada muore'', così Cristo a Pietro che lo voleva con l’arme difendere. Potente variante della legge mosaica ''non uccidere!''
'''Qui me délivrera des Grecs et des Romains?''' verso fortunato e specioso, più arguto che profondo, che leggesi in una Elegia di un poeta francese di nome Berchoux (1765-1839). Ed. ''Michaud'', 1829, vol. IV, pag. 107. Secondo il {{AutoreCitato|Édouard Fournier|Fournier}}, ''L’Esprit des autres'', il Berchoux avrebbe tolto questo verso da un’epistola di Bernardo Clément di Digione, il quale avea scritto: ''Qui nous délivrera des Grecs et des Romains?'' Il difetto e la grettezza delle nostre scuole, dette classiche, possono spiegare il favore dell’arguta e melodrammatica apostrofe francese.
'''Qui mi cascò l’asino:''' familiarmente e lepidamente vale ''qui mi sono arenato'', ''non fui più capace d’andare avanti''.
'''Quinci e sguinci''' (parlare in...)''':''' ossia ''in punta di forchetta'', con vocaboli altisonanti, pedanteschi, preziosi. Il granduca Ferdinando II di Toscana, a tergo di una supplica scritta ''in quinci e squinci'', a proposito di un ponte che voleasi rifatto a spese dello Stato, scrisse: «Talor, qualor, quinci, sovente e, guari, rifate il ponte co’ vostri denari».
'''Quintetto:''' «qualunque componimento musicale a cinque voci o a cinque strumenti. Quando è strumentale, la sua forma ha analogia con quella della Sinfonia classica». ({{AutoreCitato|Amintore Galli|A. Galli}}, ''op. cit''.)
'''Qui oblige s’oblige:''' ''chi obbliga altrui obbliga sè'', motto di N. Roqueplan.
'''Qui pro quo:''' locuzione latina venutaci dal fr. ''quiproquo'', parola formatasi dalla facilità dello scambiare una lettera per un’altra: vale familiarmente ''equivoco'', ''malinteso,'' ma dicesi di cosa di poco conto.
'''Quis custodiet custodes:''' ''chi custodirà i custodi?'' motto acutissimo, proverbiale, tolto da {{AutoreCitato|Decimo Giunio Giovenale|Giovenale}} ({{TestoCitato|Satire_(Giovenale)|''Sat''.}} VI, 347). ''Sed quis custodiet ipsos custodes?'' E {{AutoreCitato|Platone|Platone}} (''De Republica'', III, 13; «Certo sarebbe ridicolo che il custode avesse bisogno di custode». Eppure!!
'''Qui se rassemble, s’assemble:''' motto francese a cui risponde esattamente il nostro, ''Dio li fa e poi li accompagna'' o ''li appaia''.
'''Qui si parrà la tua nobilitate:''' ({{TestoCitato|Divina_Commedia_(Guerri)/Inferno/Canto_II|''Inf''. II,}} 6) noto verso dantesco, usato quando si mette alcuno al paragone di qualche prova.
'''Quitte:''' voce fr., letteralmente = ''quitato'', cioè ''chi ha pagato, che è libero de’ suoi debiti'', ''sbarazzato'', ''che è pari'', dal latino ''quietus'', onde ''quittance'' e ''quittancer''. In italiano vi corrispondono le forme classiche ''quitare'', ''quitanza'' e ''quitato'', che il {{AutoreCitato|Policarpo Petrocchi|Petrocchi}} nota fra le voci morte. ''Quitanzare'' o ''quietanzare, quietanza'' o ''quitanza'' sono le voci usate oggidì e su le quali male concordano i puristi.
'''Qui-vive?:''' fr., ''chi va là?'' grido della sentinella. ''Essere'' o ''stare sul chi vive'' per ''stare attenti, all’erta,'' è il fr. ''être sur le qui-vive''.
'''Qui vivra verra:''' locuzione francese tradotta in: ''chi vivrà vedrà'', e cui risponde la nostra ''al bel veder ci manca poco'', oppure ''se son rose'', ''fioriranno''.
'''Quod Deus avertat:''' ''che Dio ciò allontani'', formula esclamativa di scongiuro, probabilmente corrotta dal vergiliano ({{TestoCitato|Eneide_(Caro)|''Eneide''}} II) ''quod Dii omen avertant'', oppure. ''Di talem terris avertite pestem!'' (''Eneide'', III, 620).
'''Quod Deus coniunxit, homo non separet:''' ''ciò che Dio congiunse l’uomo non divida'', è il famoso principio perentorio evangelico (''S. Matteo'') su cui il diritto canonico fonda il dogma della indissolubilità del matrimonio religioso.
'''Quod differtur non aufertur:''' motto latino, ''ciò che si differisce non si toglie'', cioè rimandare una cosa non vuol dire non farla. Intendesi con discrezione!
'''Quod erat demonstrandum:''' versione della formula greca ''ὃπερ ἒδει δεῖξαι'' con cui finisce la più parte dei teoremi di {{AutoreCitato|Euclide|Euclide}}. Usasi oggi in vario senso, spesso ironico, per notare l’ommissione di un fatto o di una idea logica senza cui la conclusione non regge o sarebbe diversa.
'''Quod non fecerunt barbari, fecerunt barbarini:''' una delle più note e acute pasquinate, riferita ad {{AutoreCitato|Papa Urbano VIII|Urbano VIII}} ''(Maffeo Barberini)'' che tolse i mirabili bronzi onde erano rivestite le travi del Pantheon<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Chiarazuccarini" />{{RigaIntestazione|Quo|— 399 —|Quo|riga=s}}</noinclude>in Roma (Rotonda) per fonder cannoni e il baldacchino di S. Pietro. Tale profanazione fu al principio del Seicento.
'''Quod scripsi, scripsi:''' ''Evang. di S. Giovanni'', XIX, 22: ''ciò che scrissi, scrissi'', formola divenuta comune, detta per significare la intenzione di nulla modificare cosa stabilita e voluta.
'''Quod superest date pauperibus:''' ''ciò che vi avanza date a chi non ha:'' nota formola evangelica, più forse di norma umana e di fratellanza sociale che di carità. La sua indeterminatezza, a giudizio di chi è savio, non toglie ma aggiunge valore.
'''Quolibet:''' (dal lat. ''quod libet'' = ciò che piace, tutto ciò che viene in mente) voce francese che in antico valse ad indicare qualsiasi problema scolastico, più bizzarro che utile; indi termine generico per significare ''giuoco di parola'', ''bisticcio'', ''freddura'' e simili, ma include senso di facezia scurrile e volgare.
'''Quondam:''' lat., ''una volta'', ''un tempo''.
'''Quorum pars magna fui:''' emistichio vergiliano ({{TestoCitato|Eneide_(Caro)|''Eneide''}}, II, 6) usato per significare che chi racconta fu testimone o partecipe del fatto, come appunto Enea, proemiando alla sua narrazione di Ilion distrutta.
'''Quos ego!''' ''i quali io...!'' e si sottintende un ''punirò'' o voce consimile. Così Nettuno, Dio del Mare, minaccia i venti scatenati dall’ira di Giunone, contro Enea. ({{AutoreCitato|Publio Virgilio Marone|Vergilio}}, ''Eneide'', I, 135). È uno dei più celebri e noti esempi di quella figura retorica che i grammatici chiamano ''preterizione''. Usasi con forza di sostantivo in senso di minaccia potente, e talora per celia.
'''Quotato:''' in borsa: dicesi di quei valori che sono ''scritti, registrati, indicati'' nei bollettini o listini della Borsa, e perciò sono quivi commerciabili, giacchè non tutti i valori sono trattati presso le Borse. ''Quotato alto'' si dice di quel valore che ha un prezzo elevato rispetto al suo reddito; l’opposto è ''quotato basso''. | ''Quotato'', nel linguaggio delle corse vale ''valutato'', ''stimato''. Un cavallo è detto ''quotato alla pari'' quando il ''bookmaker'', tenitore delle scommesse, paga una lira per una lira scommessa; ''quotato a tre'', quando per una lira scommessa ne paga tre; ''a dieci'', quando ne paga dieci; ''a una metà'', quando paga mezza lira, e questo valore (V. ''cote'') risulta dalle probabilità che ha il corridore di vincere e dal numero delle scommesse. Questo verbo ''quotare'' in tale uso e senso è dal fr. ''coter''. L’antico ''quotare'' nostro voleva dire ''giudicare in quale ordine la cosa sia''. V. ''Quotizzare''.
'''Quote d’ammortamento:''' quando si contrae un mutuo col patto di estinguere a grado a grado capitale ed interesse, si dice che si contrae un ''mutuo ammortizzabile''. Le rate di estinzione, comprendono due partite, l’una serve a pagare gli interessi, l’altra ad estinguere gradatamente il capitale, o vera sorte, come si dice comunemente in qualche luogo. Quest’ultima si chiama ''quota d’ammortamento''.
'''Quot homines, tot sententiae:''' lat., ''tanti uomini'', ''altrettante opinioni''. {{AutoreCitato|Publio Terenzio Afro|Terenzio}} (''Formione'', II, 4, 14), e {{AutoreCitato|Marco Tullio Cicerone|Cicerone}}, (''De Finibus'', I. 5). Cfr. l’adagio nostro comune:
{{smaller|<poem>
Vari sono degli uomini i cervelli,
a chi piaccion le torte, a chi i tortelli.</poem>}}
'''Quotizzare:''' neol. per ''sottoscrivere'', ''obbligarsi'', etc. è il fr. ''cotiser = régler la quote-part''. Più frequente in tale senso è il verbo ''quotare''. I verbali ''quotizzazione'' (fr. ''cotisation'') e ''quotizzo'' notati dal {{AutoreCitato|Giuseppe Rigutini|Rigutini}} come barbarismi, per ''ripartizione'' di capitale o spesa tra più persone od enti interessati, mi sembrano anche meno usati del verbo.
'''Quot servi, tot hostes:''' lat. , ''quanti servi'', ''tanti nemici''. Paolo Festo, ''De verborum significatione'', ed. Müller, pag. 261.
'''Quousque tandem abutère, Catilina, patìentia nostra?''' famoso ed enfatico principio della prima Catilinaria di Cicerone, divenuto popolare, e passato a lepido senso. ''E fino a quando'', ''Catilina'', ''abuserai della nostra pazienza?''<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Chiarazuccarini" />{{RigaIntestazione|riga=s}}</noinclude>
{{Ct|f=180%|v=1|t=3|L=0px|'''R'''}}
'''Rabagas:''' titolo e personaggio principale di una fra le più felici commedie {{AutoreCitato|Victorien Sardou|Vittoriano Sardou}}. Rabagas è un avvocato republicano, feroce odiatore del suo principe, amico del popolo e gran rètore. Chiamato dal Principe a reggere lo Stato, trova che la forca e la carcere sono ottimi, anzi unici mezzi di cura per il popolo ribelle. Nome antonomastico ed epiteto ingiurioso per indicare un ''voltafaccia'', ''fedifrago'', ''imbroglione politico''. In Romagna questa parola francese ha avuto forse più fortuna che altrove.
'''Rabat:''' nome francese del baverino, diviso in due bande e listato di bianco, che portano i preti francesi. (''Rabat'', da ''rabattre'', cioè ''chose rabattue'').
'''Rabboso:''' vino del veneto (Treviso) color rubino vivo, profumo di marasca, acidità notevolissima. Di molto consumo locale e ricercato.
'''Rabelesiano:''' dal fr. ''rabelaisien:'' agg. da {{AutoreCitato|François Rabelais|''Rabelais,''}} il nobile scrittore dal grande, caustico riso e dal sicuro intelletto. (''Francesco Rabelais'', 1495-155S, di Chinon, autore della istoria o romanzo ''Gargantua'' e ''Pantagruel''). Rabelesiano, vale ''ridente'' e ''schernevole''.
'''Rabotare:''' V. ''Raboteuse''.
'''Raboteuse:''' voce che non esce dal linguaggio degli incolti nostri meccanici dell’Alta Italia in vece di ''piallatrice''. (In Toscana ''spiana''). Macchina-utensile che serve a piallare: fr. ''rabot'' = pialla. Usato è altresì il verbo ''rabotare = piallare''.
'''Raca:''' nella locuzione ''dire raca'' vale come dire ''plagas'', dir male: è locuzione tolta dagli Evangeli (''S. Matteo'', VI, 22): ''qui autem dixerit fratri suo'', ''raca: reus erit concilio''. (''Raca'' vale stolto).
'''Raccordo:''' neol., dal fr. ''raccord'' = collegamento: voce usata dai meccanici o ingegneri per indicare un passaggio graduale o curva, la quale congiunge due linee riuscendo tangente ad entrambe (strade ferrate, strade, canali, macchine).
'''Race-horse:''' ingl., ''cavallo da corsa''.
'''Racèmo:''' lat. ''racemus'', ''grappolo''.
'''Raddobbo:''' term. mar.; lavoro di riparazione fatto al bastimento per sofferte avarie, o per vetustà: ''raddobbare'' = riparare.
'''Radiare:''' per ''cancellare'', ''cassare'', riprendesi dai puristi come gallicismo (''radier''). Voce degli uffici e curiale.
'''Radicale:''' nel noto senso politico è il ''liberale'' spinto, riformatore, proprio ''dalle radici'', almeno secondo etimologia. Neol. dal francese ''radical. Radical'' è voce usata pure dai tedeschi. Nei composti dicesi, ''radico'', etc., giacchè questo partito assai duttile a dispetto della tenace etimologia, si presta a moltissime combinazioni.
'''Radicalismo:''' fr. ''radicalisme'', ingl. ''radicalism''. La dottrina politica liberale, essenzialmente riformatrice ed innovatrice. I metodi del partito radicale.
'''Radicitus:''' lat., ''dalle radici''.
'''Radio:''' questo nuovo, mirabile corpo semplice che rivela l’intima natura della materia, e per le sue proprietà sembrò avere insperate azioni curative, fu di recente isolato dai coniugi Currie, chimici francesi. E fu per l’appunto la signora<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Chiarazuccarini" />{{RigaIntestazione|Rad|— 401 —|Raf|riga=s}}</noinclude>{{AutoreCitato|Marie Curie|Curie}} che, facendo delle ricerche su la facoltà che hanno alcuni minerali di uranio ''(Pechblende)'' di emanare raggi, non luminosi, ma dotati di proprietà chimiche, elettriche, fisiologiche, giunse per via di processi di separazione ad isolare dal detto minerale questa sostanza. Per la straordinaria potenza dei raggi emanati, la denominò antonomasticamente con la desinenza neutra alla latina come sogliono dare i francesi a certe voci, ''radium:'' noi alterniamo per ora la voce fr. con l’italiana ''radio''. (In latino è ''radius'' = raggio). V. Radio-attività.
'''Radio-attività:''' facoltà che hanno alcuni corpi di emanare dei raggi dotati di azioni chimiche, elettriche, fisiologiche, onde ''radio-attivo'' è detto il corpo stesso che ha questa virtù. Tali corpi sono, finora, l’uranio, il polonio, il radio, il torio e l’attinio.
'''Radio-attivo:''' V. ''Radio-attività''.
'''Radiografìa:''' lat. ''radius'' = raggio e ''γράφω'' = scrivo: è l’impressione ottenuta per mezzo dei ''raggi X'' [V. ''Crookes'' (''tubi di'')] su di una lastra sensibile, dinanzi alla quale fu posto l’oggetto di cui si vuole avere l’imagine radiografica. Dicesi anche ''schiagrafia'' (da ''σκιά'' = ombra, figura apparente e ''γράφω'' = scrivo, disegno), o ''fotografia dell’invisibile''.
'''Radiotelegrafare:''' V. ''Radiotelegrafia''.
'''Radiotelegrafìa:''' da ''radius'' = raggio ''τέλος'' = fine e ''γράφω'' = scrivo. È il noto nome dato alla telegrafia così detta senza fili, che {{AutoreCitato|Guglielmo Marconi|G. Marconi}} genialmente applicò su la teoria delle onde hertziane. Ora questa parola parve un tantino lunghetta, specialmente col verbo ''radio-telegrafare'', per una cosa tanto rapida, e i giornali italiani che qualche volta si ricordano che esiste una lingua italiana, ne discussero (V. Marzocco, 8, 15 febbraio 1903). Si propose di portar via quel ''tele'' e veniva ''radiografia''. Ma si confondeva con ''radiografia'' = impressione coi raggi X o del {{AutoreCitato|Wilhelm Conrad Röntgen|Roentgen}}! Allora se ne occuparono uomini illustri, fra gli altri il filologo {{AutoreCitato|Domenico Comparetti|Comparetti}} proponendo ''actigrafia'' (greco ''ἀκτὶς'' = raggio solare) ed il {{AutoreCitato|Francesco D'Ovidio|D’Ovidio}} proponendo ''actinografia'' (che deriva lo stesso da ''ἀκτὶς'', senonchè toglie, come più proprio, dal tema che è ''ἀκτιν''). Ribatte il Comparetti essere ''actinografia'' parola già spesa nelle scienze fisiche etc. etc. Come si vede i tornei accademici sono sempre quelli che più dilettano la nostra gente. (V. ''Réclame''). Se ''radiotelegrafare'' (ove occorra) è lungo, altri - fuor dell’accademia, bene o male secondo filologia - lo accorcierà e noi lo subiremo!
'''Radium:''' V. ''Radio''.
'''Radoteur:''' voce francese: è proprio uguale al nostro ''rimbambito;'' ma così non deve parere ad es. ad uno degli scrittori nostri più in vista, il quale nella ''Illustrazione Italiana'' del 20 gennaio 1902, scrive: «Un vecchio giornalista, un po’ ''radoteur'', un po’ troppo etc.». (V. ''Revolté'').
'''Radunar le fronde sparse:''' locuzione o frase fatta per ''raccogliere:'' dal noto passo dantesco («raunai le fronde sparte», {{TestoCitato|Divina_Commedia_(Guerri)/Inferno/Canto_XIV|''Inf''. XIV}}, 2), se non che in {{AutoreCitato|Dante Alighieri|Dante}} il senso non è metaforico, ma ragionasi di vere fronde che sono raccolte.
'''Raffaellesco:''' secondo l’arte di {{AutoreCitato|Raffaello Sanzio|Raffaello Santi (Sanzio)}}, il purissimo, elegantissimo, il quale nella verità e nella tradizione, assomma tutte le virtù dell’arte pittorica del nostro Cinquecento. Per estensione vale ''puro''. Es. ''volto raffaellesco'' = dai contorni classicamente perfetti e soavi. E così altri aggettivi sono formati da’ nomi di sommi artefici, come ''giottesco'', ''fidiaco'' (purissimo), ''leonardesco, donatellesco'', ''tizianesco'', secondo l’arte e le linee di {{AutoreCitato|Giotto|Giotto}}, {{AutoreCitato|Leonardo da Vinci|Leonardo}}, {{AutoreCitato|Donatello|Donatello}}, {{AutoreCitato|Tiziano|Tiziano}}, etc.; aggettivi assai acconci a ben rendere con un paragone noto i vari aspetti delle varie bellezze, così difficili a determinare (specie di bellezze e forme muliebri).
'''Ràffica:''' aumento improvviso e violento del vento, ma di breve durata.
'''Raffinato:''' per ''delicato, squisito'', ''fine'' spiace ai puristi (fr. ''raffiné''). Vero è che talora ''raffinato'' non sempre corrisponde a queste voci. Es. ''uomo raffinato'', può indicare altresì la squisitezza e delicatezza nel vizio, nel piacere, nella filosofia edonistica, etc.
'''Raffoler:''' verbo francese: ''andar pazzo, amare'', ''piacere esageratamente'', etc. Es. ''Cette mère raffole de son enfant'', ''Il raffole de la musique'', etc.
'''Râfle:''' voce francese di gergo, usata per vizio in voce di ''retata'', ''repulisti''.<noinclude>{{PieDiPagina|{{Sc|A. Panzini}}, ''Supplemento ai Dizionari italiani.''||26}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Chiarazuccarini" />{{RigaIntestazione|Rag|— 402 —|Ral|riga=s}}</noinclude>
'''Ràgade:''' term. medico, ''ῥαγας'' = rottura: spaccature delle parti molle, alle mani, alle labbra etc., prodotte per lo più da agenti irritanti: (setola).
'''Ragazza allegra:''' V. ''Donna allegra''.
'''Ràggia:''' specie di pesci, così detti dalla loro forma raggiosa: lat. ''raja'', fr. ''raje''.
'''Raggiera:''' adornamento del capo delle contadine della Brianza, formato da spadine d’argento che formano attorno al capo raggiera o corona di raggi.
'''Raggi X:''' o ''raggi di {{AutoreCitato|Wilhelm Conrad Röntgen|Roentgen}}'' che ne fu lo scopritore. (''V. Crookes'' (''tubi di'')]. Tali raggi non solo permettono la così detta fotografia di ciò che è occulto e invisibile all’occhio (V. ''Radiografìa''), ma hanno speciale potere come i corpi radioattivi.
'''Raggi Roentgen:''' ovvero ''raggi X:'' V. questo paragrafo.
'''Ragion di Stato:''' considerazione di interesse publico a cui è subordinato il governo dello Stato. (''Ragione di Stato'' è il titolo della maggior opera di {{AutoreCitato|Giovanni Botero|G. B. Botero}}, 1540-1617, specie di codice delle monarchie assolute che dominarono in quei tempi).
'''Ragione sociale:''' è il nome che viene assunto da un’azienda commerciale quando si tratta di Società; per es. ''Ditta Rossi & C''. (fr. ''raison sociale'').
'''Ragioniere:''' si suole dire anche di donna, in vece di ''ragioniera'', da che si cominciò a conferire alle donne tale diploma. V. ''Professore''.
'''Raglan:''' nota specie di pastrano, con alcune bizzarre od eleganti varietà di taglio che lo distinguono dalla forma comune di tali indumenti. Il nome deriva da lord Raglan, generale inglese, morto di colera all’assedio di Sebastopoli (1788-1855): in origine fu un impermeabile. Vedi giuochi della storia: molti personaggi lasciano il loro nome congiunto a nomi di vesti o di vivande! V. alla parola ''Vestito''.
'''Ragnare:''' in romagnolo vuol dire ''leticare:'' nel vernacolo lucchese ''rugnare'' = grugnire, e ''rugliare'' = urlare, sonar cupo. Devono essere verbi della stessa radice di grugnire = lat. ''grunnire''.
'''Ragoût:''' sost. verbale fr. di ''ragoùter'', che significa ''eccitare il gusto, l’appetito''. Non mi pare che risponda alla voce «stufato» come è detto nel Lessico del {{AutoreCitato|Pietro Fanfani|Fanfani}} ed Arlia. Nel Napoletano intesi di frequente ricordare con la voce ''ragù'', la carne drogata e steccata di lardo il cui sugo o brodo si versa sui maccheroni. In altre parti d’Italia quella salsa di carne che serve a condire il riso, la pasta, i legumi si chiama ''concia'', ''sugo'', ''sughillo, bagna''. A Bologna, la patria oltre che di Irnerio, di {{AutoreCitato|Jacopo della Lana|Iacopo della Lana}}, del {{AutoreCitato|Guido Guinizelli|Guinizelli}}, anche delle auree tagliatelle, diconsi tagliatelle pasticciate quelle con sopra il ''pasticcio'', per l’appunto il ''ragoùt'', fatto di filetto, fegatini, tartufi, lardo, droghe e simili finezze. Nel senso di piattello stuzzicante, a ''ragoût'' risponderebbe il nostro ''intingolo'', ''manicaretto''.
'''Ragù:''' V. ''Ragoût''.
'''Rak''' o '''rach:''' scrittura francese di voce araba che vale ''distillato''. Nota specie di liquore. V. ''Arak''.
'''Raid:''' ingl., vale ''incursione armata, razzia'', e per estensione la parola è trasportata nel linguaggio dello ''sport'' per indicare una gara di corsa equestre tra punti lontani.
'''Railway''' e '''Railway-company:''' per ''via ferrata'', ''società delle'' etc., occorre ne’ giornali ricordando le ferrate inglesi. Vero è che questo ''rail'' = rotaia, guida (voce accolta nel francese moderno) è stato consegnato nel codice penale italiano, § 657. È facile pensare con quanto amaro gusto il Fanfani ha infilzato questo svarione dei nostri mandarini burocratici! A conforto del Fanfani si può assicurare che ''rail'' non si usa più, se non nel derivato ''deragliare''. V. questa voce.
'''Rajah:''' titolo dei principi indiani, oggi tributari dell’Inghilterra. ''Maharajah'' = gran principe da cui dipendono altri ''rajah''. La grafia italiana ''raià'' parmi poco dell’uso.
'''Ralinga:''' o ''gratile'', term. mar., cavo catramato a tre legnuoli, o cavo di fili di acciaio, poco torto, che si cuce ingiro alla vela per rinforzarne i lati.
'''Rallié:''' da ''rallier'' = rilegare, raccogliere, nel linguaggio del giornalismo e della politica francese sono così denominati quei deputati francesi della parte<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Chiarazuccarini" />{{RigaIntestazione|Rag|— 402 —|Ral|riga=s}}</noinclude>
'''Ràgade:''' term. medico, ''ῥαγας'' = rottura: spaccature delle parti molle, alle mani, alle labbra etc., prodotte per lo più da agenti irritanti: (setola).
'''Ragazza allegra:''' V. ''Donna allegra''.
'''Ràggia:''' specie di pesci, così detti dalla loro forma raggiosa: lat. ''raja'', fr. ''raje''.
'''Raggiera:''' adornamento del capo delle contadine della Brianza, formato da spadine d’argento che formano attorno al capo raggiera o corona di raggi.
'''Raggi X:''' o ''raggi di {{AutoreCitato|Wilhelm Conrad Röntgen|Roentgen}}'' che ne fu lo scopritore. (''V. Crookes'' (''tubi di'')]. Tali raggi non solo permettono la così detta fotografia di ciò che è occulto e invisibile all’occhio (V. ''Radiografìa''), ma hanno speciale potere come i corpi radioattivi.
'''Raggi Roentgen:''' ovvero ''raggi X:'' V. questo paragrafo.
'''Ragion di Stato:''' considerazione di interesse publico a cui è subordinato il governo dello Stato. (''Ragione di Stato'' è il titolo della maggior opera di {{AutoreCitato|Giovanni Botero|G. B. Botero}}, 1540-1617, specie di codice delle monarchie assolute che dominarono in quei tempi).
'''Ragione sociale:''' è il nome che viene assunto da un’azienda commerciale quando si tratta di Società; per es. ''Ditta Rossi & C''. (fr. ''raison sociale'').
'''Ragioniere:''' si suole dire anche di donna, in vece di ''ragioniera'', da che si cominciò a conferire alle donne tale diploma. V. ''Professore''.
'''Raglan:''' nota specie di pastrano, con alcune bizzarre od eleganti varietà di taglio che lo distinguono dalla forma comune di tali indumenti. Il nome deriva da lord Raglan, generale inglese, morto di colera all’assedio di Sebastopoli (1788-1855): in origine fu un impermeabile. Vedi giuochi della storia: molti personaggi lasciano il loro nome congiunto a nomi di vesti o di vivande! V. alla parola ''Vestito''.
'''Ragnare:''' in romagnolo vuol dire ''leticare:'' nel vernacolo lucchese ''rugnare'' = grugnire, e ''rugliare'' = urlare, sonar cupo. Devono essere verbi della stessa radice di grugnire = lat. ''grunnire''.
'''Ragoût:''' sost. verbale fr. di ''ragoùter'', che significa ''eccitare il gusto, l’appetito''. Non mi pare che risponda alla voce «stufato» come è detto nel Lessico del {{AutoreCitato|Pietro Fanfani|Fanfani}} ed Arlia. Nel Napoletano intesi di frequente ricordare con la voce ''ragù'', la carne drogata e steccata di lardo il cui sugo o brodo si versa sui maccheroni. In altre parti d’Italia quella salsa di carne che serve a condire il riso, la pasta, i legumi si chiama ''concia'', ''sugo'', ''sughillo, bagna''. A Bologna, la patria oltre che di Irnerio, di {{AutoreCitato|Jacopo della Lana|Iacopo della Lana}}, del {{AutoreCitato|Guido Guinizelli|Guinizelli}}, anche delle auree tagliatelle, diconsi tagliatelle pasticciate quelle con sopra il ''pasticcio'', per l’appunto il ''ragoùt'', fatto di filetto, fegatini, tartufi, lardo, droghe e simili finezze. Nel senso di piattello stuzzicante, a ''ragoût'' risponderebbe il nostro ''intingolo'', ''manicaretto''.
'''Ragù:''' V. ''Ragoût''.
'''Rak''' o '''rach:''' scrittura francese di voce araba che vale ''distillato''. Nota specie di liquore. V. ''Arak''.
'''Raid:''' ingl., vale ''incursione armata, razzia'', e per estensione la parola è trasportata nel linguaggio dello ''sport'' per indicare una gara di corsa equestre tra punti lontani.
'''Railway''' e '''Railway-company:''' per ''via ferrata'', ''società delle'' etc., occorre ne’ giornali ricordando le ferrate inglesi. Vero è che questo ''rail'' = rotaia, guida (voce accolta nel francese moderno) è stato consegnato nel codice penale italiano, § 657. È facile pensare con quanto amaro gusto il {{AutoreCitato|Pietro Fanfani|Fanfani}} ha infilzato questo svarione dei nostri mandarini burocratici! A conforto del Fanfani si può assicurare che ''rail'' non si usa più, se non nel derivato ''deragliare''. V. questa voce.
'''Rajah:''' titolo dei principi indiani, oggi tributari dell’Inghilterra. ''Maharajah'' = gran principe da cui dipendono altri ''rajah''. La grafia italiana ''raià'' parmi poco dell’uso.
'''Ralinga:''' o ''gratile'', term. mar., cavo catramato a tre legnuoli, o cavo di fili di acciaio, poco torto, che si cuce ingiro alla vela per rinforzarne i lati.
'''Rallié:''' da ''rallier'' = rilegare, raccogliere, nel linguaggio del giornalismo e della politica francese sono così denominati quei deputati francesi della parte<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Chiarazuccarini" />{{RigaIntestazione|Ram|— 403 —|Rap|riga=s}}</noinclude>detta di destra, i quali aderirono al governo republicano (1893).
'''Ramadan:''' la Pasqua presso i Mussulmani.
'''Ramages''' (à)''':''' ''a rame'' e ''a rame e fiori;'' è detto di speciale stampo o tessuto nelle stoffe muliebri: codesto oggi è disegno di gran moda, anche per influsso dell’arte nuova o floreale. ''Damascato'', come propone il {{AutoreCitato|Giuseppe Rigutini|Rigutini}}, non mi pare che corrisponda. ''Ramage'', è antica voce fr. che vuol dire ''ramo'' o ''rama''. «Trinata a ''ramucelli'' | d’alloro una sottana», esempio citato dal {{AutoreCitato|Pietro Fanfani|Fanfani}} per sostituire ''ramaggio''.
'''Ramassa:''' per ''scopa'' è voce dialettale piemontese, non ignota fuor della regione, specie nel linguaggio delle caserme; così il verbo ''ramassare (ramassé)''.
'''Rambla:''' vocabolo spagnuolo di origine araba ''(ramba)'' che vuol dire terreno sabbioso, ed è a noi termine noto per indicare le passeggiate o i giardini publici di alcune principali città della Spagna.
'''Ramie:''' pianta tessile appartenente come la canapa alla famiglia delle Orticacee, detta anche ''Ortica della Cina (Bohemeria)'', assai coltivata nell’estremo oriente e da poco tempo introdotta in Italia. Pianta perenne detta anche ''seta vegetale''.
'''Rammollimento cerebrale:''' ''(encefalomalacia)'', denominazione sotto la quale si descrivono le lesioni del cervello, consecutive alla obliterazione delle arterie di quest’organo (embolia, trombosi), e le manifestazioni sintomatiche che ne risultano. Si distingue una forma acuta, apoplettiforme, come avviene nell’emorragia cerebrale, ed una forma cronica progressiva.
'''Rammollito:''' questo neologismo por ''imbecille'' è tolto dal fr. ''ramolì = imbécile'', quasi affetto da ''rammollimento cerebrale''.
'''Randa:''' vela aurica, di forma quadrilatera che si distende tra il picco (pennone superiore, appoggiato con la gola all’albero) l’albero e la boma (pennone inferiore). Nelle navi che hanno una randa per albero, quella di poppa è detta anche ''brigantina''.
'''Ranella:''' V. ''Rosetta''.
'''Ranetta:''' chiamano, traducendo dal fr. ''reinette'', o meglio ''rainette'', una delle innumerevoli varietà del ''Pirus Malus'', ossia Melo. ''Rainette'' dal francese ''raine'' (lat. ''rana''): picchiettata o, forse, verdolina come la rana.
'''Rangiarsi:''' V. ''Arrangiare''. È fra le voci più volgari ed è pure del dialetto milanese ''(rangiàss'' e ''rangiàa)'' anche nel senso di ''azzimarsi, farsi bello''.
'''Rango:''' voce francese ''rang'', da assai tempo fatta italiana, e specialmente usata in alcune locuzioni come ''stare in rango'', ''ballerina di rango francese'', ''persona di alto rango'', etc. È ripresa dai puristi, ma essa è una di quelle voci forastiere che sono notate e sfuggite anche da scriventi e parlatori mediocri. Vi suppliscono le parole ''condizione'', ''grado'', ''ordine'', ''stato'', ''ceto''. Più dell’uso è questa parola nel linguaggio militare, in vece di ''ordine'', ''ordinanza'', ''fila'', ''riga''.
'''Ranz des vaches:''' nome francese di famoso e antico canto pastorale dei montanari svizzeri.
'''Râpè:''' part. del verbo fr. ''râper = raspare'', costantemente congiunto a ''tabacco'' o, senz’altro, ''rapè'' invece che dire «tabacco grosso» da fiuto.
'''Rapide:''' così sono dette certe correnti gorgoglianti e ondose de’ fiumi per effetto delle grandi pendenze. In ingl. ''rapid'', fr. ''rapide''. Coteste rapide essendo specialmente ne’ grandi fiumi d’Africa e America, è naturale che le denominasse altro popolo che l’Italiano.
'''Rapière:''' nome di spada francese, lunga, stretta, atta solo a colpire di punta, quindi per duello: con gran coccia traforata. Di moda nei secoli XVI e XVII. In italiano ''striscia''. Dicesi anche nel senso che noi diciamo ''durlindana''.
'''Rapinatore:''' antica voce nostra dal verbo ''rapinare'', che appare spesso ne’ giornali per indicare i borsaiuoli, i tagliaborse, i ladri da strada, i tagliacantoni, etc.
'''Rapporti intimi:''' vale talora, per eufemismo pudico, ''rapporti carnali''. V. ''Rapporto''.
'''Rapporto:''' per ''relazione'' tra persone, es. essere in buon rapporti; per ''rispetto'', ''quanto, circa'', es. la terra è piccola rapporto al sole: rapporto per ''punto'', ''questione'', es. «su questo rapporto non ho<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Chiarazuccarini" />{{RigaIntestazione|Rar|— 404 —|Rat|riga=s}}</noinclude>difficoltà» è maniera ripresa dai puristi come gallicismo. La sancisce l’uso. ''Rapporto'' è antica ed ottima voce per ''notificazione, ragguaglio'', ''avviso'', ''riferto'', ''denunzia''. Voce viva negli uffici.
'''Rara avis in terra:''' {{AutoreCitato|Decimo Giunio Giovenale|Giovenale}}, ({{TestoCitato|Satire_(Giovenale)|''Sat''.}}, VI, 5, 165), ''uccello raro in terra:'' vale nell’uso come ''mosca bianca''.
'''Rari nantes in gurgite vasto:''' ({{AutoreCitato|Publio Virgilio Marone|Vergilio}}, {{TestoCitato|Eneide_(Caro)|''Eneide''}}, I, 118) ''rari naufraghi spersi pel vasto gorgo''. Il poeta descrive stupendamente la terribile tempesta, suscitata contro Enea dall’ira di Giunone: Ricorre tale emistichio in senso faceto: quattro cappelletti nel brodo possono essere ''rari nantes in gurgite vasto''.
'''Ras:''' ''capo'', ''governatore'' nell’impero feudale d’Abissinia.
'''Rassegnare:''' usato riflessivamente nel senso di ''firmarsi'', ''sottoscriversi'' è voce dell’uso nelle corrispondenze ordinarie di affari. Es. ''ho l’onor di rassegnarmi''. Deve essere un’evoluzione del ''rassegnare'' nel senso di ''presentare'', ''dichiararsi servitore'', se non che in tale uso suole ricevere l’oggetto (e non è modo di pura classicità). Es. ''le rassegno il mio ossequio'', ''rassegnare le dimissioni'' (modo burocratico). I francesi hanno ''signer'', ''soussigner'', e probabilmente questo ''rassegnarsi'' = firmarsi deve essersi formato anche per l’influsso del francese.
'''Rastaquouère''' e '''Rasta:''' voce di gergo francese, pervenutaci col giornalismo: vale ''avventuriero'', ''cavaliere d’industria'', personaggio cosmopolita che, sotto l’aspetto di gran signore, non nasconde che un abile imbroglione: ''rastaquoèrisme'', gran parvenza, gran tono, e sotto miseria e delitto. Tipi e costumi che sono naturale prodotto del tempo odierno e della gran vita della civiltà industriale. La parola è fatta derivare dalle due voci spagnuole, ''rastar'' e ''cuero''. Secondo altri più semplicemente sembra essersi formato tal nome: cioè da suoni simili alla voce ''rastaquouère'' che un attore francese, Brasseur, pronunciava in suo esotico linguaggio nella parte di un brasiliano furente e di grande parvenza, in uno scherzo comico di {{AutoreCitato|Henri Meilhac|Meilhac}} e Halèvy, rappresentatosi in Parigi al Palazzo Reale il 9 maggio 1863, intitolato ''Il Brasiliano''. Questa parola ''rastaquouère'' ha fatto per qualche tempo pompa di sè nel giornalismo italiano che tanto toglie e si compiace di parole francesi. Come la più parte delle voci del gergo, effimera.
'''Ratafià:''' nome di noto liquore o acquavite, ottenuta con la distillazione delle susine (Svizzera, Francia, Austria, Friuli). In francese ''ratafia'', che secondo il {{AutoreCitato|Gilles Ménage|Ménage}} è parola di origine indiana: altri da ''rata fiat conventio'', dal bicchiere che si beve nello stringere patti. Fantasia degli etimologisti! il {{AutoreCitato|Émile Littré|Littré}} nel ''Supplemento'', da ''rack'' o ''arack'' = acquavite di riso + ''tafia,'' acquavite di canna di zucchero: voci orientali.
'''Raté:''' part. del verbo fr. ''rater = far cilecca: disgraziato'', ''fallito moralmente''. Es. «V’è un altro personaggio: un ''raté'' che le delusioni hanno fatto filosofo». Ora ''raté'' in tale senso, è voce di gergo: ''individu qui n’a pas réussi dans la carrière et qui ne réussit en rien''. NB. È uno dei fenomeni più singolari la facilità con cui scrittori italiani, anche di una certa rinomanza, abboccano a queste effimere voci di gergo francese, con le quali pare che il loro dire e il loro dettato acquisti quella snellezza che non sanno ottenere con l’uso sapiente della propria lingua.
'''Rateale:''' neol. invece che ''a rate''.
'''Ratier:''' nome fr. di una specie di cani, così chiamati dalla perizia loro nel prendere i topi ''(rats)''. V. ''Terrier''.
'''Ratifica:''' per ''ratificazione (conferma,'' lat. ''ratum habere)'' è un accorciamento neologico nostro come ''verifica, moltiplica'', ''bonifica'', etc. Spiace ai puristi, lo sancisce l’uso, specialmente trattando di cose comuni; nel linguaggio diplomatico prevale ''ratificazione'', voce classica invece di ''ratifica'', forse per effetto del fr. ''ratification''.
'''Ratificazione:''' nel linguaggio diplomatico è l’atto con cui il capo di uno Stato approva conferma e dichiara di accettare ciò che è stato convenuto e stipulato in suo nome dall’agente diplomatico cui era stato concesso pieno potere. La ratificazione vale quindi l’esecuzione del trattato.
'''Rato:''' (lat. ''ratus'' = creduto, ratificato, determinato: cfr. ''rata parte'' e ''rata''). In diritto canonico, ''matrimonio rato'', usasi<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||128|riga=s}}</noinclude><section begin="s1" />
appunto nelle sostanze che vanno dissolvendosi. Per questo motivo è da raccomandarsi nuovamente di non raccogliere mai esemplari di funghi che incominciano a marcire, di conservare sempre i funghi disseccati in luoghi molto asciutti e quando si prendono per cucinarli rigettare tutti quelli che segnassero un principio di decomposizione.
<includeonly>{{FI|file = Giacomo Bresadola - I funghi mangerecci e velenosi dell'Europa media, con speciale riguardo a quelli che crescono nel Trentino, 1906.djvu{{!}}page=385| width = 100%| float = center}}</includeonly>
{{spaziato|Spiegazione delle figure:}} ''a-b'' Fungo in vario grado di sviluppo. ''c'' Fungo sezionato verticalmente. ''d'' Teche e parafisi. ''e'' Spore libere.
<section end="s1" /><section begin="s2" />{{Ct|f=100%|v=1|t=1|L=0px|'''Genere Helvella.''' }}
Funghi carnoso-ceracei o membranacei, con mitra e gambo, senza anelll e volva; mitra irregolare, reflessa, ondulato-sinuata, lobata, libera o attaccata al gambo, raramente nel fungo giovane a forma di coppa, superiormente fertile, al di sotto pubescente e sterile; gambo centrale, liscio o lacunoso, vuoto o ripieno di un midollo bombagioso; aschi cilindracei, a otto spore con parafisi; spore ellittiche, jaline.
{{Ct|f=100%|v=1|t=1|L=0px|{{Sc|{{Wl|Q1516648|Helvella crispa}}}} Scop. Fr. — Tav. CIX. a. }}
{{spaziato|Ital.}} Elvella crespa. Pasta sciringa. {{Spaziato|Volg.}} Sponziola d’autun.
{{spaziato|Franc.}} Morillette bianche. {{spaziato|Ted.}} Herbstlorchel.
Ha mitra di forma rigonfia, ondulato-lobata, da prima aderente al gambo, poi libera e coi margini rivolti all’insù, superiormente glabra, rugosa o lacunosa, di color pallido, al di sotto pubescente di color nocciuola più o meno carico; gambo bianco, eguale o leggermente ventricoso, percorso da rialzi o coste fra loro congiungentisi a rete larga e irregolare e racchiudenti dei solchi o lacune profonde e allungate; teche cilindracee, alla base pedicellate, 270-310 ︾ 14-18 ''μ''.; con parafisi ramose; spore ellittiche, jaline, con grande goccia oleosa, 17-20 ︾ 10-11 ''μ''.
Cresce solitaria o gregaria, tanto nelle selve di conifere che a fogha, dall’agosto al novembre.
L’{{Spaziato|Elvella crespa}} è fungo mangereccio di buon gusto, ma inferiore alle {{Spaziato|Morchelle}} per la carne più tenace, tendente al coriaceo negli esemplari pienamente sviluppati.
<includeonly>{{FI|file = Giacomo Bresadola - I funghi mangerecci e velenosi dell'Europa media, con speciale riguardo a quelli che crescono nel Trentino, 1906.djvu{{!}}page=387| width = 100%| float = center}}</includeonly>
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appunto nelle sostanze che vanno dissolvendosi. Per questo motivo è da raccomandarsi nuovamente di non raccogliere mai esemplari di funghi che incominciano a marcire, di conservare sempre i funghi disseccati in luoghi molto asciutti e quando si prendono per cucinarli rigettare tutti quelli che segnassero un principio di decomposizione.
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Funghi carnoso-ceracei o membranacei, con mitra e gambo, senza anelll e volva; mitra irregolare, reflessa, ondulato-sinuata, lobata, libera o attaccata al gambo, raramente nel fungo giovane a forma di coppa, superiormente fertile, al di sotto pubescente e sterile; gambo centrale, liscio o lacunoso, vuoto o ripieno di un midollo bombagioso; aschi cilindracei, a otto spore con parafisi; spore ellittiche, jaline.<section end="s2" /><section begin="s3" />
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Ha mitra di forma rigonfia, ondulato-lobata, da prima aderente al gambo, poi libera e coi margini rivolti all’insù, superiormente glabra, rugosa o lacunosa, di color pallido, al di sotto pubescente di color nocciuola più o meno carico; gambo bianco, eguale o leggermente ventricoso, percorso da rialzi o coste fra loro congiungentisi a rete larga e irregolare e racchiudenti dei solchi o lacune profonde e allungate; teche cilindracee, alla base pedicellate, 270-310 ︾ 14-18 ''μ''.; con parafisi ramose; spore ellittiche, jaline, con grande goccia oleosa, 17-20 ︾ 10-11 ''μ''.
Cresce solitaria o gregaria, tanto nelle selve di conifere che a fogha, dall’agosto al novembre.
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||129||riga=s}}</noinclude>{{Ct|f=140%|v=1|t=3|L=0px|'''IV. TUBEROIDEE''' }}
{{Ct|f=120%|v=1|L=0px|'''Famiglia delle Tuberacee.''' }}
{{Ct|f=100%|v=1|L=0px|'''Genere Tuber'''}}.
Funghi sotterranei, carnoso-ceracei, di forma globosa, più o meno irregolare, con peridio tubercolato o liscio; gleba (interno) compatta, di diverso colore giusta l’età, marmorata da vene bianche formate da un tessuto a cellule allungate; spazio tra le vene costituito dall’imenio con aschi otricolari, contenenti da 1-8 spore; spore globose, quasi globose o ellittiche, ''giallastre'', con episporio, aculeato reticolato.
{{Ct|f=100%|v=1|t=1|L=0px|{{Sc|{{Wl|Q1093314|Tuber melanosporum}}}} Vittad. — Tav. CXII. fig. 2. }}
{{spaziato|Ital.}} Tartufo nero. Trifola nera. {{Spaziato|Volg.}} Tartufole, tartrifole (Trentino), Asteng (Milanese). {{spaziato|Franc.}} Truffe noire. {{spaziato|Ted.}} Gemeine Trüffel, Schwarze Trüffel.
Ha forma globosa o reniforme, sovente lobata o gibbosa, con superficie coperta di verruche poligonali, quasi nere a macchie ferruginose; la sostanza interna è carnosa, da prima bianca, poi rosseggiante, finalmente brunastra o nero-rossastra, marmorata da vene bianche, ramificate, tramandante un odore forte, piccante, abbastanza grato, che aumenta colla maturità e che persiste anche nel fungo disseccato. Detta sostanza è costituita da ife alle cui estremità si sviluppano delle teche o aschi di forma otricolare, della dimensione<noinclude></noinclude>
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Ha forma globosa o reniforme, sovente lobata o gibbosa, con superficie coperta di verruche poligonali, quasi nere a macchie ferruginose; la sostanza interna è carnosa, da prima bianca, poi rosseggiante, finalmente brunastra o nero-rossastra, marmorata da vene bianche, ramificate, tramandante un odore forte, piccante, abbastanza grato, che aumenta colla maturità e che persiste anche nel fungo disseccato. Detta sostanza è costituita da ife alle cui estremità si sviluppano delle teche o aschi di forma otricolare, della dimensione
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Funghi sotterranei, carnoso-ceracei, di forma globosa, più o meno irregolare, con peridio tubercolato o liscio; gleba (interno) compatta, di diverso colore giusta l’età, marmorata da vene bianche formate da un tessuto a cellule allungate; spazio tra le vene costituito dall’imenio con aschi otricolari, contenenti da 1-8 spore; spore globose, quasi globose o ellittiche, ''giallastre'', con episporio, aculeato reticolato.
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{{Ct|f=100%|v=1|t=1|L=0px|{{Sc|{{Wl|Q1093314|Tuber melanosporum}}}} Vittad. — Tav. CXII. fig. 2. }}
{{spaziato|Ital.}} Tartufo nero. Trifola nera. {{Spaziato|Volg.}} Tartufole, tartrifole (Trentino), Asteng (Milanese). {{spaziato|Franc.}} Truffe noire. {{spaziato|Ted.}} Gemeine Trüffel, Schwarze Trüffel.
Ha forma globosa o reniforme, sovente lobata o gibbosa, con superficie coperta di verruche poligonali, quasi nere a macchie ferruginose; la sostanza interna è carnosa, da prima bianca, poi rosseggiante, finalmente brunastra o nero-rossastra, marmorata da vene bianche, ramificate, tramandante un odore forte, piccante, abbastanza grato, che aumenta colla maturità e che persiste anche nel fungo disseccato. Detta sostanza è costituita da ife alle cui estremità si sviluppano delle teche o aschi di forma otricolare, della dimensione
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||130|riga=s}}</noinclude>di 60-75 ︾ 60-63 ''μ'', le quali contengono da 1-4 spore ellittiche, aculeate, gialle, poi brune, 27-52 ︾ 23-33 ''μ''.
Cresce a famiglie nei boschi di quercia sotto terra a profondità variabile, e viene scavato dall’autunno alla primavera.
È il {{spaziato|Tartufo}} più frequente nel Trentino e uno dei più prelibati.
Molte sono le specie mangerecce di tartufo e nessuna ve n’ha che sia veramente comprovata venefica. Sul mercato di Trento ne vidi portate soltanto cinque, cioè il {{Spaziato|Tuber aestivum, Tuber brumale, Tub. mesentericum, Tub. melanosporum}} e
{{Spaziato|Tub. uncinatum}}. Ho dato la figura di una sola specie ritenendola più che sufficiente ad offrirci una idea di codesti distinti miceti che giustamente furono chiamati il ''diamante della cucina'', perchè hanno aroma perfetto, inimitabile, sapore squisito, riescono di digestione facile ed offrono una nutrizione più completa che qualunque altro vegetale. La composizione chimica ci dà nel {{spaziato|Tartufo nero}}: azoto 1.350, carbonio, 9.450, grasso 0.560, acqua 72.000. Per coteste loro qualità furono in pregio già dall’antichità. Gli Ateniesi li stimarono al punto di conferire il diritto di cittadinanza, onore altissimo, ai figli di Cherippo per avere costui inventato una nuova maniera di cucinare questi preziosi commestibili. I Romani li ritiravano in gran copia dalla Libia, e {{AutoreCitato|Marco Gavio Apicio|Celio Apicio}} nel suo trattato ''De obsoniis et condimentis'' ci insegna come venivano conservati e preparati per le mense luculliane dei dominatori del mondo.
Ora i metodi di cucinatura furono in parte modificati conforme i gusti e le usanze nazionali. Ne accenneremo qui alcuni dei più pratici.
{{Spaziato|Ragout di Tartufi}}. Si lavano bene i Tartufi con spazzolino per poter estrarre la terra che c’è tra le verruche, (non si devono mai mondare, perchè perdono molto di sapore che è specialmente prodotto dalla corteccia), poi si collocano nell’olio e si lasciano finchè ne sono imbevuti, indi si tagliano a fette della grossezza d’una schiena di coltello e si pongono in una cazzeruola con olio o burro, sale, pepe, un poco di vino bianco e si mettono al fuoco. Alcuni vi aggiungono anche sardella e cipolla. Dopo un’ora circa di cottura vi si aggiunge del sugo di limone e si servono.
{{Spaziato|Tartufi cotti sotto la cenere}}. I Tartufi ben lavati e spazzolati si cospergono di sale e pepe, poi si involgono in fette di lardo, indi in fogli di carta duplicati e un po’ bagnati e si fanno<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||131||riga=s}}</noinclude>
cuocere per un’ora sotto la cenere ben calda. Quando si prendono fuori, si leva loro la carta, si nettano e si servono in tavola sopra una salvietta piegata.
{{Spaziato|Tartufi all'italiana}}. Puliti i Tartufi si tagliano a fette e si pongono in una casseruola con olio, sale, pepe, prezzemolo, porro o aglio. Si lasciano un po’ sopra della cenere calda indi si cuociono a lento fuoco e prima di servirli si cospergono con sugo di limone. Alcuni vi aggiungono del vino bianco e del brodo, a cui sia levato il grasso.
{{Spaziato|Tartufi alla piemontese}}. Si pongono i Tartufi nell’olio e vi si lasciano finche ne sono imbevuti, indi si tagliano a fette e si collocano a strati in un piatto d’argento; ogni strato si cosperge d’olio, sale, pepe e formaggio parmigiano grattuggiato, indi si mette il piatto sopra cenere molto calda. Un quarto d’ora basta per la cottura.
{{Spaziato|Tartufi alla parmigiana.}} Si pongono i Tartufi affettati in teglia con olio e burro in parti eguali e si lasciano soffriggere cinque minuti; vi si aggiunge sale, pepe e parmigiano grattuggiato, e si fan cuocere altri cinque minuti e si servono all’istante.
{{Spaziato|Tartufi alla Rossini.}} Si mette in una insalatiera dell’olio fino, senape, aceto, sale, pepe e un po’ di sugo di limone e si sbatte il tutto bene fino alla perfetta combinazione, indi vi si aggiungono i Tartufi finamente tagliati che si mescolano insieme e si servono. Quest’insalata riesce a preferenza col {{Spaziato|Tartufo bianco}} (''Tuber magnatum'' {{ec|''Pico''|Pico}}), il quale non fu finora ritrovato nel Trentino, ma invece è comune in Lombardia e Piemonte.
<includeonly>{{FI|file = Giacomo Bresadola - I funghi mangerecci e velenosi dell'Europa media, con speciale riguardo a quelli che crescono nel Trentino, 1906.djvu{{!}}page=393| width = 100%| float = center}}</includeonly>
{{spaziato|Spiegazione delle figure:}} ''a'' Fungo di grandezza naturale, perfettamente sviluppato. ''b'' Fungo sezionato verticalmente. ''c'' Aschi o teche. ''d'' Spore libere.
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cuocere per un’ora sotto la cenere ben calda. Quando si prendono fuori, si leva loro la carta, si nettano e si servono in tavola sopra una salvietta piegata.
{{Spaziato|Tartufi all'italiana}}. Puliti i Tartufi si tagliano a fette e si pongono in una casseruola con olio, sale, pepe, prezzemolo, porro o aglio. Si lasciano un po’ sopra della cenere calda indi si cuociono a lento fuoco e prima di servirli si cospergono con sugo di limone. Alcuni vi aggiungono del vino bianco e del brodo, a cui sia levato il grasso.
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{{Spaziato|Tartufi alla parmigiana.}} Si pongono i Tartufi affettati in teglia con olio e burro in parti eguali e si lasciano soffriggere cinque minuti; vi si aggiunge sale, pepe e parmigiano grattuggiato, e si fan cuocere altri cinque minuti e si servono all’istante.
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I funghi mangerecci e velenosi dell'Europa media/Parte speciale/Descrizione delle specie/Elvellacee
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I funghi mangerecci e velenosi dell'Europa media/Parte speciale/Descrizione delle specie/Elvellacee/Helvella
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I funghi mangerecci e velenosi dell'Europa media/Parte speciale/Descrizione delle specie/Tuberacee
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I funghi mangerecci e velenosi dell'Europa media/Parte speciale/Descrizione delle specie/Elvellacee/Gyromitra
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I funghi mangerecci e velenosi dell'Europa media/Parte speciale/Descrizione delle specie/Elvellacee/Helvella/Helvella crispa
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I funghi mangerecci e velenosi dell'Europa media/Parte speciale/Descrizione delle specie/Elvellacee/Gyromitra/Gyromitra esculenta
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I funghi mangerecci e velenosi dell'Europa media/Parte speciale/Descrizione delle specie/Tuberacee/Tuber/Tuber melanosporum
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I funghi mangerecci e velenosi dell'Europa media/Parte speciale/Descrizione delle specie/Tuberacee/Tuber
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== Indice ==
*{{testo|/Tuber melanosporum}}
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Carlomorino
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Carlomorino" />{{RigaIntestazione||{{Sc|teatri, giornali e strenne}}|315}}</noinclude>periodico vide la luce qualche anno prima del 1870. Vi erano pure il ''Divin Salvatore'', cronaca settimanale romana, diretta da {{Wl|Q90659454|Paolo Mencacci}}, e l’''Eco del Divin Salvatore'', pubblicazione della domenica; il ''Veridico'', settimanale anch’esso, scritto da preti e frati politicanti, e il ''Vero amico del Popolo'', diretto da Domenico Venturini. Un De Cinque pubblicava una rassegna mensile di statistica, assai povera cosa; e qualche anno prima del 1870, il marchese Augusto Baviera, di Senigallia, guardia nobile di Sua Santità, fondò l’''{{Wl|Q746112|Osservatore Romano}}'', primo giornale politico e polemico, che i nuovi e procellosi tempi resero necessario. Il Baviera ebbe per collaboratori, tra gli altri, {{Wl|Q55228409|Fabio Gori}} e Gerolamo Amati, il quale, dopo il 1870, entrò nella stampa liberale, e acquistò nome nel {{Wl|Q3792672|Fanfulla}}. L’''Osservatore Romano'' sopravvisse alla catastrofe del potere temporale, anzi divenne l’organo ufficiale e polemico del Vaticano, dopo il 1870; e benchè passato in altre mani e altri padroni, cammina coerentemente per la sua via, nonostante che i tempi siano tanto mutati, e molta acqua sia corsa sotto i ponti...
{{Centrato|{{*}}}}
Vi era anche l’abitudine di pubblicare delle strenne, che vedevano la luce a intermittenze, nè in così gran copia come a Napoli. Quella del 1858, stampata a Firenze dal Le Monnier con lusso di tipi, e raccolta da {{Wl|Q24066857|Paolo Emilio Castagnola}} e da {{Wl|Q24066872|Giovanni Torlonia}}, e dal titolo ''Strenna Romana'', è fra le migliori. Tutti gli scrittori di versi vi contribuirono, e ricorderò {{AutoreCitato|Domenico Gnoli|Domenico}} e {{AutoreCitato|Teresa Gnoli|Teresa Gnoli}}, {{Wl|Q20046284|Fabio Nannarelli}}, {{Wl|Q24239773|Ettore Novelli}}, {{AutoreCitato|Ignazio Ciampi|Ignazio Ciampi}}, Giovanni Torlonia e {{Wl|Q63126110|Quirino Leoni}}; e di prose, vi si legge un racconto storico di {{Wl|Q50385067|Giuseppe Checchetelli}}, narrante la tragedia di Corradino; e altre d’Ignazio Ciampi e {{AutoreCitato|Achille Monti|Achille Monti}}. A differenza delle strenne di Napoli, quella di Roma conteneva più componimenti degli stessi autori, e di Teresa Gnoli ve ne sono dieci, fra odi e canzoni. Alcuni versi di lei, acclamata la maggiore poetessa del tempo, sono delicatamente inspirati. Del fratello Domenico vi è un’ode alla sua ''Cameretta'', e un’altra al ''Passeggio''. Domenico Gnoli aveva allora diciotto anni, com’egli stesso dichiara: «''così son giunto al diciottesim’anno''»,<noinclude></noinclude>
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Pagina:Alfieri - Rime scelte, Sansoni, 1912.djvu/201
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|di vittorio alfieri}}|173|riga=si}}</noinclude>
<section begin="1" /><poem>
:Piú che diletto, maraviglia sempre
Destami in cor quest’arte perigliosa,<ref>10. '''Perigliosa,''' come quella di un funambulo, che può da un momento all’altro cadere.</ref>
{{R|11}} In cui l’uomo insanisce in vaghe tempre.<ref>11. '''Tempre,''' maniere.</ref>
:Pare, ed è quasi, sovrumana cosa;
Quindi è forza, che invidia l’alma stempre
{{R|14}} D’ogni altra gente a laudar noi ritrosa.<ref>13-14. Intendasi: è naturale che sentano invidia di quest’arte iridescente quei cervelli leggieri, incapaci di comprendere l’arte di chi scrive pensatamente e ponderatamente. — '''Noi,''' noi, veri poeti.</ref>
</poem><section end="1" />
<section begin="2" />
{{ct|f=110%|t=2|v=1|L=1px|CLXXII.<ref>Nel ms: «7 gennaio, tra San Gallo e il Prato».</ref>}}
{{ct|f=110%|v=2|lh=1.4|L=1px|'''Chiede di essere considerato, per il linguaggio, fiorentino.'''}}
<poem>
:Uom, che barbaro<ref>1. '''Barbaro:''' cosí chiama sempre l’A. nell’{{TestoCitato|Vita (Alfieri, 1804)|''Autobiografia''}} il proprio nativo linguaggio e tutto quel che sapeva di francese; cosí a proposito dei cognomi della madre (''Aut.'', 1, 1°): «Era questa di origine Savojarda, come i barbari di lei cognomi dimostrano».</ref> quasi, in su la sponda
Del non Etrusco Tanaro nascea,
Dove d’Itale voci è impura l’onda,<ref>3. Dove si parla un dialetto mezzo francese e mezzo italiano.</ref>
{{R|4}} Sí ch’ella macchia ogni piú tersa idea;
:Piú lustri or son, ch’ei la natal sua immonda
Favella in piena oblivïon ponea;
E al vago dir che l’alma Flora<ref>7. '''Flora,''' Firenze.</ref> inonda,
{{R|8}} E labro e penna ed animo<ref>8. '''Labro,''' il comune discorso, '''penna,''' l’opera letteraria, '''animo,''' il cuore e la mente.</ref> volgea.
:Se niun di voi, cigni dell’Arno, or vede<ref>9-11... «in quasi tutto il decorso della mia vita, finora», scrive l’A. nell’''Autobiografia'', all’anno 1778, «mi è toccata in sorte questa barbaria di gallicheria; onde, se io pure sarò riuscito a scrivere correttamente, puramente e con sapore di toscanità (senza però ricercarla con affettazione e indiscrezione) ne dovrò riportar doppia lode, attesi gli ostacoli; e se riescito non ci sono, ne meriterò ampia scusa». — '''Spurio,''' impuro.</ref>
Spurio vestigio nel costui sermone,
{{R|11}} Cittadinanza di parole ei chiede.<ref>11. L’A. non fu ostile alle Accademie per principio e, se nel 1800 rifiutò sdegnosamente (''Aut.'', IV, 10°) di far parte di quella scientifica di Torino (mentre diciassette anni prima era entrato in Arcadia col nome di ''Filacrio Eratrastico'') ciò fu causato, piú che da altro, dal suo implacabile misogallismo. Perciò il mezzo piú semplice per spiegare questo v. sarebbe supporre che egli desiderasse di entrare nell’''Accademia fiorentina''. Ma come è ciò possibile, dopo quanto ne aveva scritto nel son. {{TestoCitato|Opera:L'idioma gentil sonante e puro (Alfieri)|''L’idioma gentil sonante e puro''}}? E allora, sarà da supporsi che l’A. chiedesse semplicemente che le parole da lui foggiate per proprio uso o da lui rimesse in circolazione entrassero a far parte del vivo linguaggio toscano.</ref>
</poem><section end="2" /><noinclude><br clear="all" />
<references/></noinclude>
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Pagina:Alfieri - Rime scelte, Sansoni, 1912.djvu/202
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Dr Zimbu
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|174|{{Sc|rime varie}}||riga=si}}</noinclude>
<section begin="1" /><poem>
:Sacro tributo a Grecia tutta impone
L’unica Atene,<ref>13. '''L’unica Atene,''' Firenze.</ref> di ogni grazia sede,
{{R|14}} Cui la Bëozia stolta<ref>14. '''Beozia stolta,''' le altre parti d’Italia, forse con riferimento alle teorie del {{AutoreCitato|Melchiorre Cesarotti|Cesarotti}} e dei cesarottiani.</ref> invan si oppone.
</poem><section end="1" />
<section begin="2" />
{{ct|f=110%|t=2|v=1|L=1px|CLXXIII.<ref>Nel ms: «9 gennaio, lungo le mura, a una pioggia dirotta».</ref>}}
{{ct|f=110%|v=2|L=1px|'''Si duole di non aver unito agli scritti l’azione.'''}}
<poem>
:Io mi vo vergognando infra me stesso
Di un’ampia macchia, onde imbrattommi il Fato:
Senz’essa, io forse un uom<ref>3. '''Un uom,''' un uomo compiuto, un vero uomo.</ref> sariami stato,
{{R|4}} Ponendo in fatti ciò che in voci ho espresso.
:Mi fea Natura invan del miglior sesso,
Poiché in città non libera pur nato;
Quindi, io sempre al gigante il nano a lato
{{R|8}} Figuro in me, quando alti sensi intesso.<ref>7-8. Quindi io, nato col cuor libero in terra schiava, quando scrivo, rappresento necessariamente questo dualismo; l’espressione del gigante e del nano richiama l’altra {{ec|de|del}} son. {{TestoCitato|Opera:Sublime specchio di veraci detti (Alfieri)|''Sublime specchio di veraci detti''}}:
::Or stimandomi Achille ed or Tersite.</ref>
:Ma Lusinga ingegnosa, anco talvolta
A consolarmi di un tal danno sorge,
{{R|11}} Dicendo: «Ogni opra d’uom gli anni han sepolta,
:«Men lo scriver che il dolce utile<ref>12. '''Il dolce utile:''' reminiscenza {{AutoreCitato|Quinto Orazio Flacco|oraziana}} ({{Wl|Q677997|''Arte poetica''}}, 343):
::Omne tulit punctum qui miscuit utile dulci.</ref> porge:
«Nata in serve contrade anima sciolta,
{{R|14}} «O il suo scriver non muore, o un dí risorge».
</poem><section end="2" />
<section begin="3" />
{{ct|f=110%|t=2|v=1|L=1px|CLXXIV.<ref name="p174a">Nel ms: «10 gennaio, in Boboli».<br/>«Il {{AutoreCitato|Saverio Bettinelli|Bettinelli}}», scrive il {{AutoreCitato|Emilio Bertana|{{Sc|Bertana}}}} a proposito di questo son. a p. 380 e seg. della ''cit. sua op.'', «attingendo a fonti francesi, aveva lungamente chiacchierato dell’entusiasmo fonte e nerbo della poesia; ma quel caldo, quel rapimento di cui egli parla è altra cosa da ciò che intende l’A.; il quale domanda non il commovimento e il bollore della fantasia, ma l’accensione dell’animo, immedesimato con la materia e la forma dell’arte. Unica, grande poesia è quella per cui viene «sfogando l’uomo suoi</ref>}}
{{ct|f=110%|v=2|L=3px|'''Alla Poesia.'''}}
<poem>
:Bella, oltre{{Pt||<ref name="p174b"></ref>}} l’arti tutte, arte è ben questa,
Per cui sfogando l’uom suoi proprj affetti,
</poem><section end="3" /><noinclude><br clear="all" />
<references/></noinclude>
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Pagina:Alfieri - Rime scelte, Sansoni, 1912.djvu/203
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione||{{Sc|di vittorio alfieri}}|175|riga=si}}</noinclude>
<section begin="1" /><poem>
Gli altrui con dolce fremito ridesta,
{{R|4}} Mercé gli ardenti armonïosi detti.
:Sovr’auree penne in agil volo è presta
Sempre a recar fruttiferi diletti
Di contrada in contrada; e mai non resta;
{{R|8}} Che ha i secoli anco a soggiacerle astretti.<ref>8. Perché ha obbligate anche le età venture a soggiacere al suo impero.</ref>
:O del forte sentir piú forte figlia,
Che a’ tuoi fervidi fabri<ref>10. '''Fabri,''' poeti, artefici.</ref> sol dai pace
{{R|11}} Quel dí, ch’invida Morte atra li artiglia;<ref>11. '''Li artiglia,''' li afferra.</ref>
:Poesía, la cui fiamma il cor mi sface,
Se al tuo divin furore il mio somiglia,
{{R|14}} Deh dammi eterea tu vita verace!<ref>14. Concedi eterna vita al mio spirito.</ref>
</poem><ref follow="p174a">propri affetti», anzi l’A. non concepisce altrimenti la poesia che come espressione d’uno stato soggettivo. Freme il poeta e comunica il suo fremito interno «mercé gli ardenti detti»; né i detti potrebbero essere non ardenti, poiché la poesia è «forte figlia del forte sentire»; «fervidi» sono i suoi «fabri»; come «fiamma» e «furore essa è concepita, secondo una tendenza spontanea dell’animo dell’A. e secondo il consapevole studio di determinati effetti estetici e morali».</ref><ref follow="p174b">1. '''Oltre,''' al di là.</ref><section end="1" />
<section begin="2" />
{{ct|f=110%|t=2|v=1|L=1px|CLXXV.<ref>Nel ms: «14 gennaio, lungo le mura».</ref>}}
{{ct|f=110%|v=2|L=1px|'''Ancóra, leggendo l’Iliade.'''}}
<poem>
:Favola fosse, o storia, o allegoria,<ref>1-8. L’episodio, a cui allude l’A. è nel libro V, 334 e segg. dell’{{TestoCitato|Opera:Iliade|''Iliade''}}: cito, al solito, il testo e la trad. del {{AutoreCitato|Vincenzo Monti|{{Sc|Monti}}}}:
::''Ἀλλ’ ὅτε δή ῥ’ ἐκίχανε πολὺν καθ’ ὅμιλον ὀπάζων,''
::''ἔνθ’ ἐπορεξάμενος μεγαθύμου Τυδέος υἱὸς,''
::''ἄκρην οὔτασε χεῖρα μετάλμενος ὀξέϊ δουρὶ''
::''ἀθληχρήν· εἶθαρ δὲ δόρυ χροὸς ἀντετόρησεν,''
::''ἀμβροσίου διὰ πέπλου, ὅν οἱ Χάριτες κάμον αὐταί''
::''πρυμνὸν ὕπερ θέναρος. Ῥέε δ’ἄμβροτον αἷμα θεοῖο,''
::''ἰχώρ, οἷός πέρ τε ῥέει μακάρεσσι θεοῖσιν·''
::''οὐ γὰρ σῖτον ἔδουσ’, οὐ πίνουσ’ αἴθοπα οἶνον·''
::''τοὔνεκ’ ἀναίμονές εἰσι καὶ ἀθάνατοι καλέονται.''
::''{{Ec|Η|Ἡ}} δὲ μέγα ἰάχουσα ἀπὸ ἕο κάββαλεν υἱόν·''
:::Poiché raggiunta per la folta ei [Diomede] l’ebbe
::Abbassò l’asta il fiero, e coll’acuto
::Ferro l’assalse, e della man gentile
::Gli estremi le sfiorò verso il confine
::Della palma. Forò l’asta la cute
::Rotto il peplo odoroso, a lei tessuto
::Dalle Grazie, e fluí dalla ferita
::L’icóre della Dea, sangue immortale,
::Qual corre de’ Beati entro le vene;
::Ch’essi, né frutto cereal gustando,
::Né rubicondo vino, esangui sono
::E quindi han nome d’Immortali. Al colpo
::Died’ella un forte grido e dalle braccia
::Depose il figlio.
— '''Espresse,''' cantò, celebrò. — '''Eresse,''' volse. — Il figlio che Venere proteggeva era Enea, assalito da Diomede.</ref>
La ferita di Venere che espresse
L’alto cantor che il gran poema intesse,
{{R|4}} (Dirlo ardisco) in altrui stolta saria.
:Tidíde, invaso di ferocia ria,
L’asta vilmente a imbelle colpo eresse;
</poem><section end="2" /><noinclude><br clear="all" />
<references/>
[[Categoria:Pagine con testo greco]]</noinclude>
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Pagina:Alfieri - Rime scelte, Sansoni, 1912.djvu/204
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<noinclude><pagequality level="4" user="Dr Zimbu" />{{RigaIntestazione|176|{{Sc|rime varie}}||riga=si}}</noinclude><section begin="1" /><poem>
E acuto ferro in quella mano impresse,
{{R|8}} Che pietosa un suo figlio allor copría!
:Non eroe, non guerrier, non uomo egli era,
Poiché al vederla non gli cadde a terra
{{R|11}} E l’occhio e il volto<ref>11. '''L’occhio e il vòlto''' dovean cader a terra al Teide come ad ''eroe'', l’''asta'' come a ''guerriero'', l’''ira fera'' come ad ''uomo''.</ref> e l’asta e l’ira fera.
:Tai nomi in se Ciprigna ivi rinserra,
(Dea, madre, donna, e in venustà primiera)<ref>13. Analogamente il {{AutoreCitato|Alessandro Manzoni|{{Sc|Manzoni}}}} nel ''{{TestoCitato|Inni sacri (Manzoni 1881)/Il Nome di Maria|Nome di Maria}}'':
::O Vergine, o Signora, o tutta santa,
::Che bei nomi ti serba ogni loquela!</ref>
{{R|14}} Che non potria né un tigre a lei far guerra.
</poem><section end="1" />
<section begin="2" />
{{ct|f=110%|t=2|v=1|L=1px|CLXXVI.<ref>Nel ms: «15 gennaio, lungo le mura».</ref>}}
{{ct|f=110%|v=2|L=1px|'''Non può frenarsi dallo scrivere.'''}}
<poem>
:Pregno di neve gelida il deforme<ref>1. '''Deforme,''' nuvoloso, cupo{{Ec||.}}</ref>
Vorticoso äer bigio forte stride;
Ma il tristo fiato,<ref>3. '''Fiato,''' nel significato di vento impetuoso, è anche in {{AutoreCitato|Dante Alighieri|{{Sc|Dante}}}} ({{TestoCitato|Divina Commedia/Inferno/Canto V|''Inf.'', V}}, 42):
::Cosí quel fiato gli spiriti mali.</ref> ch’ogni fiore uccide,
{{R|4}} Frenar non può de’ carmi miei le torme.<ref>4. '''Le torme,''' le schiere.</ref>
:Spini ingrati son forse ed irte forme
Tai carmi, a cui crudo Aquilone arride?
O a me fiamma cotanto il cor conquide,<ref>7. '''Conquide,''' investe, assale.</ref>
{{R|8}} Che avvampo io sol, mentr’altri agghiaccia e dorme?
:D’ostinato rimar la fonte ignoro;
So, ch’io tacer non posso: altri poi sveli
{{R|11}} Se ferro eran mie’ versi, orpello, od oro.<ref>9-11. Il pensiero espresso nella prima parte di questa terzina già lo abbiamo trovato nel son. {{TestoCitato|Opera:Tosto ch'io giunga in solitaria riva (Alfieri)|''Tosto ch’io giunga in solitaria riva''}}.</ref>
:Febo, a te parlo intanto; e invan mi celi
Degli almi raggi il bel vital tesoro,<ref>13. '''Febo,''' è qui da considerarsi nel suo duplice attributo di dio solare e di divinità tutrice della poesia.</ref>
{{R|14}} Poiché il mio canto in tenebre non veli.
</poem><section end="2" /><noinclude><br clear="all" />
<references/></noinclude>
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Rime varie (Alfieri, 1912)/CLXXI. Ad un improvvisatore
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{{Sezione note}}
[[Categoria:Sonetti|Quanto divina sia la lingua nostra]]
{{AltraVersione|Rime varie (Alfieri, 1903)/CCXL. Quanto divina sia la lingua nostra|ed. 1903}}
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[[Categoria:Sonetti|Uom che barbaro quasi in su la sponda]]
{{AltraVersione|Rime varie (Alfieri, 1903)/CCXLI. Uom che barbaro quasi in su la sponda|ed. 1903}}
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Rime varie (Alfieri, 1912)/CLXXIII. Si duole di non aver unito agli scritti l'azione
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{{Sezione note}}
[[Categoria:Sonetti|Io mi vo vergognando infra me stesso]]
{{AltraVersione|Rime varie (Alfieri, 1903)/CCXLIII. Io mi vo vergognando infra me stesso|ed. 1903}}
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Rime varie (Alfieri, 1912)/CLXXIV. Alla Poesia
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{{Sezione note}}
[[Categoria:Sonetti|Bella oltre l'arti tutte arte è ben questa]]
{{AltraVersione|Rime varie (Alfieri, 1903)/CCXLIV. Bella oltre l'arti tutte arte è ben questa|ed. 1903}}
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Rime varie (Alfieri, 1912)/CLXXV. Ancóra, leggendo l'Iliade
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{{Qualità|avz=100%|data=7 ottobre 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=CLXXV. Ancóra, leggendo l'Iliade|prec=../CLXXIV. Alla Poesia|succ=../CLXXVI. Non può frenarsi dallo scrivere}}
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{{Sezione note}}
[[Categoria:Sonetti|Favola fosse o storia o allegoria]]
{{AltraVersione|Rime varie (Alfieri, 1903)/CCXLV. Favola fosse o storia o allegoria|ed. 1903}}
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Rime varie (Alfieri, 1912)/CLXXVI. Non può frenarsi dallo scrivere
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{{Qualità|avz=100%|data=7 ottobre 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=CLXXVI. Non può frenarsi dallo scrivere|prec=../CLXXV. Ancóra, leggendo l'Iliade|succ=../CLXXVII. Tutto in Toscana l'invita a scrivere versi}}
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{{Sezione note}}
[[Categoria:Sonetti|Pregno di neve gelida il deforme]]
{{AltraVersione|Rime varie (Alfieri, 1903)/CCXLVI. Pregno di neve gelida il deforme|ed. 1903}}
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Pagina:Bollettino delle leggi e disposizioni della Repubblica Romana (1849).pdf/459
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<noinclude><pagequality level="3" user="Carlomorino" />{{RigaIntestazione||— 426 —|}}</noinclude>
{{Ct|f=120%|t=1|v=1|TERMINI}}
{| class= pag456 width=100%
|<big>PROVINCE</big>
|A PRESENTARE I BONI DI SC. 10
|A RICEVERE IL CAMBIO DI SC. 10
|{{Sc|Osservazioni}}
|-
|Roma
|dal 10 Giugno a tutto li 24 Giugno
|contempo-<br/>ranea-<br/>mente
|{{Cs|L}}|Per quanto agli sc. 200000 dei Boni di Bologna la conversione si effettuerà dai 15 Maggio a tutto li 31 detto contempora-<br/>neamente
|-
|{{nowrap|Civita Vecchia}}<br/>Viterbo<br/>Orvieto<br/>Spoleto<br/>Perugia<br/>Rieti<br/>Velletri<br/>Frosinone
| idem
|dal 27. giugno a tutto l'11 detto<!--SIC!!!!-->
|
|-
|Ancona<br/>Macerata<br/>Fermo<br/>Ascoli<br/>Camerino<br/>Urbino e Pesaro
| idem
|dal 28. Giugno a tutto il 12 Luglio
|
|-
|Bologna<br/>Ferrara<br/>Forlì<br/>Ravenna
|idem
|dal 1° luglio a tutto il 13 detto
|
|}<noinclude></noinclude>
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Opera:La Maddalena liberata
112
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2026-10-06T16:54:05Z
Modafix
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/* Edizioni */
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wikitext
text/x-wiki
{{Opera}}
== Edizioni ==
* {{Testo|La Maddalena liberata (1673)}}
* {{Testo|La Maddalena liberata (1857)}}, estratti
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Pagina:Commissione stragi Elaborati.pdf/82
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Giaccai
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" />{{x-smaller|{{RigaIntestazione|''Senato della Repubblica''|— 42 —|''Camera dei deputati''|riga=si}}
{{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>cia dichiarando che: «''Aldo Moro è colpevole e viene pertanto condannato
a morte''», dall'altro avevano deciso di non rendere pubbliche le rivelazioni
di Moro, perché avevano determinato di utilizzarle come un secondo
ostaggio, anch'esso oggetto di possibile (e forse separata) trattativa;
b) che a tale nuova tattica delle BR si collegasse la interruzione
dell'operatività dei due gruppi costituiti presso il Viminale (che sarebbe
attestata dal mancato rinvenimento di verbali successivi a quelli del 14
aprile) e più in generale una situazione di stallo nelle iniziative assunte
sino a quel momento, anche mediante attività coperte per pervenire alla
liberazione di Moro.
Il documento istruttorio formulava, pertanto, l'ipotesi che la difficoltà
di perseguire contemporaneamente l'obiettivo della salvezza di Moro e la
neutralizzazione delle informazioni che da Moro le BR avevano potuto ottenere, aveva determinato una remora nell'attività degli apparati idonea a dare una ragionevole giustificazione ad omissioni, incertezze e negligenze, già da tempo accertate ed altrimenti inspiegabili, non escludendosi neppure la possibilità che l'intrecciarsi di una trattativa volta al recupero delle
«''carte Moro''» con altre volte, invece, a pervenire alla salvezza dell'ostaggio, fosse stato causa non ultima del finale insuccesso.
8.2 Muovendo dal riconoscimento che quella proposta era soltanto una mera ipotesi ricostruttiva (sia pur fondata su spunti documentali e su altri rinvenibili in audizioni già effettuate, quale ad esempio quella dell'ex brigatista Franceschini), il documento istruttorio ne segnalava la necessità di una verificazione attraverso indagini future, cui veniva anche affidata la possibilità di chiarire il significato attribuibile ad una ulteriore serie di eventi, che nella dinamica del sequestro precedettero e immediatamente seguirono la pubblicazione del comunicato n. 6 delle BR, quali:
a) la seduta spiritica (2 aprile 1978) in cui per la prima volta venne fuori il nome di Gradoli;
b) il modo con cui l'informazione su Gradoli venne gestita dal Viminale e dalla polizia: irruzione di forze nel paese di Gradoli il 6
aprile 1978;
c) la scoperta (con singolari modalità) del covo di via Gradoli (18 aprile 1978), che un mese prima si era omesso di perquisire;
d) il falso comunicato n. 7 del lago della Duchessa (che Moro definì la macabra prova generale della sua esecuzione) anch'esso del 18
aprile 1978.
9.1. Alla verificazione dell'ipotesi innanzi delineata la Commissione ha dedicato nell'ultimo anno la quasi totalità della sua attività, consistita sia in ulteriori e rilevanti acquisizioni documentali, sia nelle seguenti ulteriori audizioni: dell'ammiraglio Fulvio Martini (6 ottobre 1999), del dottor Rosario Priore (10-11 novembre 1999), del senatore Ferdinando Imposimato (24 novembre 1999), del signor Germano Maccari (21 gennaio
2000), del signor Silvano Girotto (10 febbraio 2000), del professor Vin-<noinclude><references/></noinclude>
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Giaccai
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text/x-wiki
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a morte''», dall'altro avevano deciso di non rendere pubbliche le rivelazioni
di Moro, perché avevano determinato di utilizzarle come un secondo
ostaggio, anch'esso oggetto di possibile (e forse separata) trattativa;
b) che a tale nuova tattica delle BR si collegasse la interruzione
dell'operatività dei due gruppi costituiti presso il Viminale (che sarebbe
attestata dal mancato rinvenimento di verbali successivi a quelli del 14
aprile) e più in generale una situazione di stallo nelle iniziative assunte
sino a quel momento, anche mediante attività coperte per pervenire alla
liberazione di Moro.
Il documento istruttorio formulava, pertanto, l'ipotesi che la difficoltà
di perseguire contemporaneamente l'obiettivo della salvezza di Moro e la
neutralizzazione delle informazioni che da Moro le BR avevano potuto ottenere, aveva determinato una remora nell'attività degli apparati idonea a dare una ragionevole giustificazione ad omissioni, incertezze e negligenze, già da tempo accertate ed altrimenti inspiegabili, non escludendosi neppure la possibilità che l'intrecciarsi di una trattativa volta al recupero delle
«''carte Moro''» con altre volte, invece, a pervenire alla salvezza dell'ostaggio, fosse stato causa non ultima del finale insuccesso.
8.2 Muovendo dal riconoscimento che quella proposta era soltanto una mera ipotesi ricostruttiva (sia pur fondata su spunti documentali e su altri rinvenibili in audizioni già effettuate, quale ad esempio quella dell'ex brigatista Franceschini), il documento istruttorio ne segnalava la necessità di una verificazione attraverso indagini future, cui veniva anche affidata la possibilità di chiarire il significato attribuibile ad una ulteriore serie di eventi, che nella dinamica del sequestro precedettero e immediatamente seguirono la pubblicazione del comunicato n. 6 delle BR, quali:
a) la seduta spiritica (2 aprile 1978) in cui per la prima volta venne fuori il nome di Gradoli;
b) il modo con cui l'informazione su Gradoli venne gestita dal Viminale e dalla polizia: irruzione di forze nel paese di Gradoli il 6
aprile 1978;
c) la scoperta (con singolari modalità) del covo di via Gradoli (18 aprile 1978), che un mese prima si era omesso di perquisire;
d) il falso comunicato n. 7 del lago della Duchessa (che Moro definì la macabra prova generale della sua esecuzione) anch'esso del 18
aprile 1978.
9.1. Alla verificazione dell'ipotesi innanzi delineata la Commissione ha dedicato nell'ultimo anno la quasi totalità della sua attività, consistita sia in ulteriori e rilevanti acquisizioni documentali, sia nelle seguenti ulteriori audizioni: dell'ammiraglio {{Wl|Q958333|Fulvio Martini}} (6 ottobre 1999), del dottor {{Ql|Q3941380)Entity GraphChiudi(Q3941380)Entity GraphChiud|Rosario Priore}} (10-11 novembre 1999), del senatore {{Wl|Q3742617)Entity GraphChiudi(Q3742617)Entity GraphChiud|Ferdinando Imposimato}} (24 novembre 1999), del signor {{Wl|Q3761127)Entity GraphChiudi(Q3761127)Entity GraphChiud|Germano Maccari}} (21 gennaio
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a morte''», dall'altro avevano deciso di non rendere pubbliche le rivelazioni
di Moro, perché avevano determinato di utilizzarle come un secondo
ostaggio, anch'esso oggetto di possibile (e forse separata) trattativa;
b) che a tale nuova tattica delle BR si collegasse la interruzione
dell'operatività dei due gruppi costituiti presso il Viminale (che sarebbe
attestata dal mancato rinvenimento di verbali successivi a quelli del 14
aprile) e più in generale una situazione di stallo nelle iniziative assunte
sino a quel momento, anche mediante attività coperte per pervenire alla
liberazione di Moro.
Il documento istruttorio formulava, pertanto, l'ipotesi che la difficoltà
di perseguire contemporaneamente l'obiettivo della salvezza di Moro e la
neutralizzazione delle informazioni che da Moro le BR avevano potuto ottenere, aveva determinato una remora nell'attività degli apparati idonea a dare una ragionevole giustificazione ad omissioni, incertezze e negligenze, già da tempo accertate ed altrimenti inspiegabili, non escludendosi neppure la possibilità che l'intrecciarsi di una trattativa volta al recupero delle
«''carte Moro''» con altre volte, invece, a pervenire alla salvezza dell'ostaggio, fosse stato causa non ultima del finale insuccesso.
8.2 Muovendo dal riconoscimento che quella proposta era soltanto una mera ipotesi ricostruttiva (sia pur fondata su spunti documentali e su altri rinvenibili in audizioni già effettuate, quale ad esempio quella dell'ex brigatista Franceschini), il documento istruttorio ne segnalava la necessità di una verificazione attraverso indagini future, cui veniva anche affidata la possibilità di chiarire il significato attribuibile ad una ulteriore serie di eventi, che nella dinamica del sequestro precedettero e immediatamente seguirono la pubblicazione del comunicato n. 6 delle BR, quali:
a) la seduta spiritica (2 aprile 1978) in cui per la prima volta venne fuori il nome di Gradoli;
b) il modo con cui l'informazione su Gradoli venne gestita dal Viminale e dalla polizia: irruzione di forze nel paese di Gradoli il 6
aprile 1978;
c) la scoperta (con singolari modalità) del covo di via Gradoli (18 aprile 1978), che un mese prima si era omesso di perquisire;
d) il falso comunicato n. 7 del lago della Duchessa (che Moro definì la macabra prova generale della sua esecuzione) anch'esso del 18
aprile 1978.
9.1. Alla verificazione dell'ipotesi innanzi delineata la Commissione ha dedicato nell'ultimo anno la quasi totalità della sua attività, consistita sia in ulteriori e rilevanti acquisizioni documentali, sia nelle seguenti ulteriori audizioni: dell'ammiraglio {{Wl|Q958333|Fulvio Martini}} (6 ottobre 1999), del dottor {{Ql|Q3941380)Entity GraphChiudi(Ql|3941380)Entity GraphChiud|Rosario Priore}} (10-11 novembre 1999), del senatore {{Wl|Q3742617)Entity GraphChiudi(Q3742617)Entity GraphChiud|Ferdinando Imposimato}} (24 novembre 1999), del signor {{Wl|Q3761127)Entity GraphChiudi(Q3761127)Entity GraphChiud|Germano Maccari}} (21 gennaio
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di Moro, perché avevano determinato di utilizzarle come un secondo
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b) che a tale nuova tattica delle BR si collegasse la interruzione
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sino a quel momento, anche mediante attività coperte per pervenire alla
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Il documento istruttorio formulava, pertanto, l'ipotesi che la difficoltà
di perseguire contemporaneamente l'obiettivo della salvezza di Moro e la
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8.2 Muovendo dal riconoscimento che quella proposta era soltanto una mera ipotesi ricostruttiva (sia pur fondata su spunti documentali e su altri rinvenibili in audizioni già effettuate, quale ad esempio quella dell'ex brigatista Franceschini), il documento istruttorio ne segnalava la necessità di una verificazione attraverso indagini future, cui veniva anche affidata la possibilità di chiarire il significato attribuibile ad una ulteriore serie di eventi, che nella dinamica del sequestro precedettero e immediatamente seguirono la pubblicazione del comunicato n. 6 delle BR, quali:
a) la seduta spiritica (2 aprile 1978) in cui per la prima volta venne fuori il nome di Gradoli;
b) il modo con cui l'informazione su Gradoli venne gestita dal Viminale e dalla polizia: irruzione di forze nel paese di Gradoli il 6
aprile 1978;
c) la scoperta (con singolari modalità) del covo di via Gradoli (18 aprile 1978), che un mese prima si era omesso di perquisire;
d) il falso comunicato n. 7 del lago della Duchessa (che Moro definì la macabra prova generale della sua esecuzione) anch'esso del 18
aprile 1978.
9.1. Alla verificazione dell'ipotesi innanzi delineata la Commissione ha dedicato nell'ultimo anno la quasi totalità della sua attività, consistita sia in ulteriori e rilevanti acquisizioni documentali, sia nelle seguenti ulteriori audizioni: dell'ammiraglio {{Wl|Q958333|Fulvio Martini}} (6 ottobre 1999), del dottor {{Ql|Q3941380)Entity GraphChiudi(Ql|3941380)Entity GraphChiud|Rosario Priore}} (10-11 novembre 1999), del senatore {{Wl|Q3742617)Entity GraphChiudi(Wl|Q3742617)Entity GraphChiud|Ferdinando Imposimato}} (24 novembre 1999), del signor {{Wl|Q3761127)Entity GraphChiudi(Q3761127)Entity GraphChiud|Germano Maccari}} (21 gennaio
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liberazione di Moro.
Il documento istruttorio formulava, pertanto, l'ipotesi che la difficoltà
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«''carte Moro''» con altre volte, invece, a pervenire alla salvezza dell'ostaggio, fosse stato causa non ultima del finale insuccesso.
8.2 Muovendo dal riconoscimento che quella proposta era soltanto una mera ipotesi ricostruttiva (sia pur fondata su spunti documentali e su altri rinvenibili in audizioni già effettuate, quale ad esempio quella dell'ex brigatista Franceschini), il documento istruttorio ne segnalava la necessità di una verificazione attraverso indagini future, cui veniva anche affidata la possibilità di chiarire il significato attribuibile ad una ulteriore serie di eventi, che nella dinamica del sequestro precedettero e immediatamente seguirono la pubblicazione del comunicato n. 6 delle BR, quali:
a) la seduta spiritica (2 aprile 1978) in cui per la prima volta venne fuori il nome di Gradoli;
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aprile 1978;
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d) il falso comunicato n. 7 del lago della Duchessa (che Moro definì la macabra prova generale della sua esecuzione) anch'esso del 18
aprile 1978.
9.1. Alla verificazione dell'ipotesi innanzi delineata la Commissione ha dedicato nell'ultimo anno la quasi totalità della sua attività, consistita sia in ulteriori e rilevanti acquisizioni documentali, sia nelle seguenti ulteriori audizioni: dell'ammiraglio {{Wl|Q958333|Fulvio Martini}} (6 ottobre 1999), del dottor {{Ql|Q3941380)Entity GraphChiudi(Ql|3941380)Entity GraphChiud|Rosario Priore}} (10-11 novembre 1999), del senatore {{Wl|Q3742617)Entity GraphChiudi{{Wl|Q3742617|Ferdinando Imposimato}} (24 novembre 1999), del signor {{Wl|Q3761127)Entity GraphChiudi(Q3761127)Entity GraphChiud|Germano Maccari}} (21 gennaio
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b) che a tale nuova tattica delle BR si collegasse la interruzione
dell'operatività dei due gruppi costituiti presso il Viminale (che sarebbe
attestata dal mancato rinvenimento di verbali successivi a quelli del 14
aprile) e più in generale una situazione di stallo nelle iniziative assunte
sino a quel momento, anche mediante attività coperte per pervenire alla
liberazione di Moro.
Il documento istruttorio formulava, pertanto, l'ipotesi che la difficoltà
di perseguire contemporaneamente l'obiettivo della salvezza di Moro e la
neutralizzazione delle informazioni che da Moro le BR avevano potuto ottenere, aveva determinato una remora nell'attività degli apparati idonea a dare una ragionevole giustificazione ad omissioni, incertezze e negligenze, già da tempo accertate ed altrimenti inspiegabili, non escludendosi neppure la possibilità che l'intrecciarsi di una trattativa volta al recupero delle
«''carte Moro''» con altre volte, invece, a pervenire alla salvezza dell'ostaggio, fosse stato causa non ultima del finale insuccesso.
8.2 Muovendo dal riconoscimento che quella proposta era soltanto una mera ipotesi ricostruttiva (sia pur fondata su spunti documentali e su altri rinvenibili in audizioni già effettuate, quale ad esempio quella dell'ex brigatista Franceschini), il documento istruttorio ne segnalava la necessità di una verificazione attraverso indagini future, cui veniva anche affidata la possibilità di chiarire il significato attribuibile ad una ulteriore serie di eventi, che nella dinamica del sequestro precedettero e immediatamente seguirono la pubblicazione del comunicato n. 6 delle BR, quali:
a) la seduta spiritica (2 aprile 1978) in cui per la prima volta venne fuori il nome di Gradoli;
b) il modo con cui l'informazione su Gradoli venne gestita dal Viminale e dalla polizia: irruzione di forze nel paese di Gradoli il 6
aprile 1978;
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aprile 1978.
9.1. Alla verificazione dell'ipotesi innanzi delineata la Commissione ha dedicato nell'ultimo anno la quasi totalità della sua attività, consistita sia in ulteriori e rilevanti acquisizioni documentali, sia nelle seguenti ulteriori audizioni: dell'ammiraglio {{Wl|Q958333|Fulvio Martini}} (6 ottobre 1999), del dottor {{Ql|Q3941380)Entity GraphChiudi(Ql|3941380)Entity GraphChiud|Rosario Priore}} (10-11 novembre 1999), del senatore {{Wl|Q3742617|Ferdinando Imposimato}} (24 novembre 1999), del signor {{Wl|Q3761127|Germano Maccari}} (21 gennaio
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a) la seduta spiritica (2 aprile 1978) in cui per la prima volta venne fuori il nome di Gradoli;
b) il modo con cui l'informazione su Gradoli venne gestita dal Viminale e dalla polizia: irruzione di forze nel paese di Gradoli il 6
aprile 1978;
c) la scoperta (con singolari modalità) del covo di via Gradoli (18 aprile 1978), che un mese prima si era omesso di perquisire;
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aprile 1978.
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b) che a tale nuova tattica delle BR si collegasse la interruzione
dell'operatività dei due gruppi costituiti presso il Viminale (che sarebbe
attestata dal mancato rinvenimento di verbali successivi a quelli del 14
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sino a quel momento, anche mediante attività coperte per pervenire alla
liberazione di Moro.
Il documento istruttorio formulava, pertanto, l'ipotesi che la difficoltà
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a) la seduta spiritica (2 aprile 1978) in cui per la prima volta venne fuori il nome di Gradoli;
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Il documento istruttorio formulava, pertanto, l'ipotesi che la difficoltà
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8.2 Muovendo dal riconoscimento che quella proposta era soltanto una mera ipotesi ricostruttiva (sia pur fondata su spunti documentali e su altri rinvenibili in audizioni già effettuate, quale ad esempio quella dell'ex brigatista Franceschini), il documento istruttorio ne segnalava la necessità di una verificazione attraverso indagini future, cui veniva anche affidata la possibilità di chiarire il significato attribuibile ad una ulteriore serie di eventi, che nella dinamica del sequestro precedettero e immediatamente seguirono la pubblicazione del comunicato n. 6 delle BR, quali:
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Autore:Elias Lönnrot
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Modafix
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/* Opere */
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wikitext
text/x-wiki
{{Autore
| Nome = Elias
| Cognome = Lönnrot
| Attività = filologo/medico/scrittore
| Nazionalità = finlandese
| Professione e nazionalità =
}}
== Opere ==
* ''Kalevala'', traduzione di [[Autore:Francesco di Silvestri-Falconieri|Francesco di Silvestri-Falconieri]] ([https://archive.org/details/kalevala-silvestri-falconieri IA])
* ''Kanteletar: raccolte di liriche popolari finniche'', traduzione di [[Autore:Renzo Porceddu|Renzo Porceddu]]. Turku, I. e B. Casagrande, 1992 ([https://onesearch.unifi.it/discovery/fulldisplay/alma991008121203302/39SBART_UFI:39UFI_V1 Unifi])
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Pagina:Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia, 1900 - BEIC IE7872886.djvu/145
108
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Marcella Medici (BEIC)
22982
/* Trascritta */ Aggiunto template FI tramite il gadget CropTool
3907655
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text/x-wiki
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|file = Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia, 1900 - BEIC IE7872886 - pagina 101.jpg
| width = 40%
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| margin-right = 3%}}{{Sc|ttraversato}} l'altipiano del Malaspina, eravamo giunti proprio ai piedi dei monti, e dovevamo ora inoltrarci fra essi, risalendo il ghiacciaio Seward, che penetra profondamente fra le catene, a guisa d'una grande strada maestra, dividendo il gruppo del Cook da quello del Sant'Elia.
Il Seward è il più grande ghiacciaio di tipo alpino che si conosca, ed oltrepassa di molto in ampiezza i ghiacciai giganti della catena d'Imalaja, che si consideravano, fino a poco tempo fa, senza rivali. Esso è lungo più di 60 chilometri, largo da 5 a 10, e scorre maestoso in un letto poco inclinato, interrotto in due o tre punti da salti o bruschi cambiamenti di livello, dove la massa ghiacciata si frange disordinatamente in grandi blocchi irregolari. Ha origine in un ampio bacino, a 1500 metri circa sul livello del mare, situato fra la catena del Logan e quella dell'Augusta, limitato a Est dalla catena dell'Irving e dal vasto semicerchio di monti che collega quest'ultimo all'Owen, e discende da esso verso Sud, compreso dapprima fra i Corwin Cliffs ed il braccio settentrio- nale della catena del Cook, più in basso fra l'Augusta ed il Cook, poi fra le colline Samovar e le Hitchcock, per finire dilagando nel lobo orientale del ghiacciaio Malaspina, del quale è il maggiore tributario.<noinclude><references/></noinclude>
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Spinoziano (BEIC)
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Il Seward è il più grande ghiacciaio di tipo alpino che si conosca, ed oltrepassa di molto in ampiezza i ghiacciai giganti della catena d'Imalaja, che si consideravano, fino a poco tempo fa, senza rivali. Esso è lungo più di 60 chilometri, largo da 5 a 10, e scorre maestoso in un letto poco inclinato, interrotto in due o tre punti da salti o bruschi cambiamenti di livello, dove la massa ghiacciata si frange disordinatamente in grandi blocchi irregolari. Ha origine in un ampio bacino, a 1500 metri circa sul livello del mare, situato fra la catena del Logan e quella dell'Augusta, limitato a Est dalla catena dell'Irving e dal vasto semicerchio di monti che collega quest'ultimo all'Owen, e discende da esso verso Sud, compreso dapprima fra i Corwin Cliffs ed il braccio settentrionale della catena del Cook, più in basso fra l'Augusta ed il Cook, poi fra le colline Samovar e le Hitchcock, per finire dilagando nel lobo orientale del ghiacciaio Malaspina, del quale è il maggiore tributario.<noinclude><references/></noinclude>
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Spinoziano (BEIC)
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Il Seward è il più grande ghiacciaio di tipo alpino che si conosca, ed oltrepassa di molto in ampiezza i ghiacciai giganti della catena d'Imalaja, che si consideravano, fino a poco tempo fa, senza rivali. Esso è lungo più di 60 chilometri, largo da 5 a 10, e scorre maestoso in un letto poco inclinato, interrotto in due o tre punti da salti o bruschi cambiamenti di livello, dove la massa ghiacciata si frange disordinatamente in grandi blocchi irregolari. Ha origine in un ampio bacino, a 1500 metri circa sul livello del mare, situato fra la catena del Logan e quella dell'Augusta, limitato a Est dalla catena dell'Irving e dal vasto semicerchio di monti che collega quest'ultimo all'Owen, e discende da esso verso Sud, compreso dapprima fra i Corwin Cliffs ed il braccio settentrionale della catena del Cook, più in basso fra l'Augusta ed il Cook, poi fra le colline Samovar e le Hitchcock, per finire dilagando nel lobo orientale del ghiacciaio Malaspina, del quale è il maggiore tributario.<noinclude><references/></noinclude>
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Pic57
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r8 <d bes g>^. r8 <ees c g>^.|
r8 <ees c f,>^. r <d b aes>^.|
r8 <ees bes g>^. r <ees bes>^.|
r8 <ees c>^. r8 <bes aes>^.|
r8 <ees bes>^. r8 <c g ees>^.|
r8 <c aes ees> r8 <bes aes f>^.|
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aes^.[ g^. aes^. bes^.]|
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f8^.[ g^. aes^. bes^.]|
ees,8^. <ees' bes g>^. r8 _\ff <ees bes g>^.|
r8 <ees ces aes>^. r8 <f ces aes>^.|
r8 <ges des bes>^. r8 <ees bes g>^.|
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r8 <des bes ges>^. r8 <ges des>|
r8 <ges c,!>^. r <f des ces>^.|
<ges des bes>^. f^.
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r8 <ees ces ges>^. r <des ces aes>^.|
<ges bes,>_. f^. _\>
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r8 <ees c>^.[ ges^. <ees c>]|
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<ges bes,>_. f \tupletDown \tuplet 3/2{ees16_([ f ees)} des8]_.|
r8 ges_.[ f_. ees_.]|
d!8_.[ _\<bes8_. c!_. cis_.]|
d8_.[ ees_. f_. d_.]\!|
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<<{ees8^. d^. _\markup{\italic "cres."}
\override TupletBracket.bracket-visibility = ##f
\tupletDown \tuplet 3/2{c16_\([ d c\)} bes8_.]}\\{g?2}>>|
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<ees' g,>8^. [ees,^. <ees' g,>8^. ees,^.]|
ees'8^.[ ees,^. ees'8^. ees,^.]\!|
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<bes ees,>8_. r g_. g'_.|
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g,8_. g'_. c,,_. c'_.|
aes,8_. aes'_. bes,_. bes'_.
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ees,8 r8 <c' c,>8_. <bes bes,>_.|
<aes aes,>8_.[ <g g,>_. <aes aes,>_. <bes bes,>_.]|
<c c,>8_.[<bes bes,>_. <aes aes,>_. <g g,>_.]|
<f f,>8_.[ <g g,>_. <aes aes,>_. <bes bes,>_.]|
<ees, ees,>8_. r <ees' ees,>_. r|
<aes, aes,>_. r <des des,> r|
<ges, ges,>8_. r <ees' ees,>_. r|
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<ges, ges,>_. r \stemDown bes^. bes'^. |
beses,!^. beses'!^. aes,^. aes'^.|
\stemUp ges,_. ges'^. ees,_. ees'_.|
ces,8_. ces'_. des,_. des'_.|
ges,_. f'_. \stemDown ees^. des^.|
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%rigo down 2.9
\stemUp ges,8_. r \stemDown des' r|
\stemUp aes8_. r \stemDown ees'^. r
des8 r8 r4|
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ges,8^.[ bes'^. des,^. bes'^.]|
\stemUp f,8_. r <aes f>^. r|
bes,8_. r \stemDown <aes'' bes,>^. r|
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<g g,>8_.\) r8 g_. r|
c,8_. r c'8_. r|
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c'4^> aes^>|
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c,_. r c' r|
ees,8 r ees r|
d8 r d r|
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g8_. r g_. r|
c8_.[ g_. c_. ees_.]|
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<noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|36|{{Sc|introduzione allo studio}}|}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}ingiuste opinioni svaniscono: la ragion sola non può giammai aver torto, ed è sicura di vincere e trionfare {{Ns|(5)|Vincenzo Gioberti - Introduzione allo studio della filosofia Vol.1 1844.pdf|280|281|282|283|284|285}}{{Ns|(5a)|Vincenzo Gioberti - Introduzione allo studio della filosofia Vol.1 1844.pdf|285|286|287|288|289|290|291|292|293}}.
La delicatezza moderna non vieta solo di censurare la persona dei vivi, quando si tratta di religione, ma non comporta eziandio che si parli rigidamente dei morti. Non è già che il divieto sia assoluto, e che questi schizzinosi si facciano coscienza d’inveire a diritto e a torto contro le riputazioni più illustri, ogni qual volta non siano consacrate dalla moda. Ma guai a chi tocca gl’idoli di questa! Guai a chi parla con poco rispetto di certi nomi adorati dal volgo elegante e damerino! Mi accadde nel mio scritto precedente di parlare con severità di {{AutoreCitato|George Gordon Byron|Giorgio Byron}}, e dell’indole morale delle sue opere. Io non ignorava che queste servono di gradito pascolo a un mezzo mondo di lettori e di lettrici, e che chi grida contro il poeta inglese può tirarsi una gran tempesta addosso; benché, a dire il vero, tali nemici siano più per numero, che per qualità formidabili. Ma quando io ho ragione fondata di credere che il parer mio si accordi col vero, non soglio esser molto sollecito di cercare, se consuoni alla sapienza dei crocchi, e alla volgare opinione. La quale non si cura troppo di verità, nè di giustizia; e quando il Byron fosse stato povero e plebeo, religioso e costumato nella vita e negli scritti, si può dubitare, se con tutto il suo ingegno poetico, sarebbe stato così famoso, come fu mentre visse, e se morto troverebbe tanti lodatori della sua persona, e tanti ammiratori delle sue opere. Io non adulo i morti, né i vivi: disprezzo altamente i viziosi illustri, e gli giudico i più abbietti degli uomini, salvo i loro adoratori. Vorrei poi pregare que’ collorosi difensori del Byron che mi dicano, se è vero o falso ciò che ho toccalo de’ suoi portamenti,<noinclude><references/></noinclude>
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Tuvok1968
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|note}}|273}}</noinclude><section begin="(5)" />{{Pt|<br>|}}Certo, quando uno scrittore sentenzia gravemente che le credenze religiose di {{AutoreCitato|Francesco Bacone|Bacone}}, del {{AutoreCitato|Gottfried Wilhelm von Leibniz|Leibniz}}, del {{AutoreCitato|Isaac Newton|Newton}}, del {{AutoreCitato|Blaise Pascal|Pascal}}, del {{AutoreCitato|Jacques Bénigne Bossuet|Bossuet}}, del {{AutoreCitato|Giambattista Vico|Vico}}, dell’{{AutoreIgnoto|Ender}}, furono ridotte in polvere dal {{AutoreCitato|Voltaire|Voltaire}}, dal {{AutoreCitato|Denis Diderot|Diderot}}, dall’{{AutoreCitato|Paul Henri Thiry d'Holbach|Holbach}}, dai deisti inglesi, dai razionalisti tedeschi; quando egli discorre in tal guisa, senza il menomo sospetto di compromettere la dignità propria, e il sussiego de’ suoi lettori e uditori; il solo sentimento, che possa impedire il riso inestinguibile, di cui parla {{AutoreCitato|Omero|Omero}}, è quell’affetto di commiserazione, che si prova verso le vittime di un errore eccessivo e deplorabile. Imperocchè, qual cosa è più singolare. che il cantar vittoria dopo la sconfitta? Che il voler mutare in marcia trionfale una ignominiosa fuga? Mi si citi un solo punto, in cui la filosofia abbia ridotto in polvere il Cristianesimo; e se il fatto è vero, io voglio lacer per sempre. Ma se altri si risolvesse di accettare il mio invito, si guardi bene dal provare invece la propria ignoranza; perchè io lo conosciati uomini dottissimi in questo o quel ramo delle scienze profane, e irreligiosi; ma uomini versati nella religione, e tullavia increduli, non ne ho conosciuto nessuno. Quanto ai nuovi enciclopedisti, convíen credere che il desiderio di avere il suolo bello e netto, per innalzare un novello edilizio, senza l’impaccio di demolir l’antico, e fuori del rischio di fabbricare in aria, abbia cooperato a persuader loro quella singolare opinione. I trovati religiosi erano possibili nella gentilità, e lo sono tuttavia fuori del Cristianesimo; benchè in tutti i casi il novello instituto, se mette radice, sia più tosto un rinnovamento, che una innovazione. Ma dove regnano i riti cristiani, o<section end="(5)" /><noinclude>{{TableStyle}}
{| class="tablestyle1" style="font-size:90%
|{{spazi|7}}||{{Pt|{{Noindent|que si possono ''ridurre in polvere'' i miti ed i simboli, cioè delle favole e dei sogni? Tanto sarebbe il voler confutare le {{TestoCitato|Le Metamorfosi|Metamorfosi}} d’{{AutoreCitato|Publio Ovidio Nasone|Ovidio}} o la lingua latina. I nuovi enciclopedisti volevano dire che la filosofia ritusse in polvere il Cristianesimo, registrando i suoi dogmi e i suoi prodigii fra i simboli e i miti; volevano, ma nel dissero, e invece di proferire una falsità. proferirono (''sit venia verbo''), una sciocchezza. Questo non saper parlare è frequentissimo, e quasi continuo, negl’illustri compilatori.}}}}
|}
<references/>{{PieDiPagina|{{spazi|10}}{{Sc|i.}}||18.}}</noinclude>
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Pagina:Vincenzo Gioberti - Introduzione allo studio della filosofia Vol.1 1844.pdf/285
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Tuvok1968
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|note}}|275}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}<section begin="(5)" />verità e per misteri. Ciò era talvolta possibile nella gentilità: non lo è più a’ nostri tempi, perchè chi ripudia gli arcani della rivelazione, non è acconcio a ricevere quelli dell’immaginativa, se questa per avventura nou soverchia in i la ragione, o se il lume razionale non è in lui abbacinato vale a dire se non è pazzo o scemo; ma i pazzi e gli scemi fanno numero, e non setta. O vorrete infine ricorrere alla ragione? Ma in tal caso, voi fate un sistema di pretta filosofia, e non una religione, nè differite dai seguaci del vecchio deismo.<includeonly>{{#tag:references||group=(5)|}}</includeonly><section end="(5)" />
<section begin="(5a)" />Oltre che, per comporre una religione o una filosofia nuova, ci vogliono dogmi nuovi; cioè una cosa impossibile; giacchè la novità sostanziale dei concetti è impossibile nel giro del vero ideale. Nel resto, i recenti enciclopedisti sono tanto alieni dal recondito e dal singolare, che mancano eziandio di quello, che si può ottenere nelle scienze speculative. Il loro sistema è un sincretismo indigesto, una copia malcondotta e superficiale delle dottrine germaniche, mescolate colla vecchia incredulità francese; con che sapore e con che garbo. Iddio vel dica. Laonde, quando io li veggo scagliarsi così rabbiosamente, come fanno, contro il sig. {{AutoreCitato|Victor Cousin|Cousin}}, mi paiono molto ingrati; perchè vogliano o non vogliano, questi fu il loro maestro; e s’egli non avesse fatta in Francia una tratta del panteismo e razionalismo germanico, distribuendolo a ritaglio dalla bigoncia e adornandolo con eleganza e disinvoltura francese, i {{w|Sansimonismo|Sansimonisti}}, e i nuovi enciclopedisti, non sarebbero venuti al mondo. Certo, che le loro teoriche sul progresso, il loro piacevole ideale, la mescolanza del materialismo collo spiritualismo, il mistico e sibillino panteismo, onde fan professione, e tutto ciò che sputano sni simboli e sui miti biblici, sono derrate tedesche, spogliate del loro valor relativo, cioè di quella novità e profondità, che può avere anco l’errore. quando è opera d’ingegni dotti e virili. Vedesi nei recenti enciclopedisti, come nei copiatori ambiziosi di ogni genere, il capriccio di voler essere nuovi e pellegrini, e l’impotenza di riuscirvi. Vedesi nel loro stile<section end="(5a)" /><noinclude><references/><references/>{{PieDiPagina|{{spazi|10}}{{Sc|i.}}||18.}}</noinclude>
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Pagina:Ars et Labor, 1908 vol. I.djvu/433
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Pic57" />{{RigaIntestazione|||5}}</noinclude>{{larger|Primo}}
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%rigo up 2.8
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des2|
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bes2|
bes2|
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Pic57
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ges,8\) r r4|
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bes2|
bes2|
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Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia/Capitolo sesto
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Spinoziano (BEIC)
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wikitext
text/x-wiki
{{Qualità|avz=100%|data=7 ottobre 2026}}{{IncludiIntestazione|sottotitolo=Capitolo sesto. Ghiacciaio Seward, Dome Pass e ghiacciaio Agassiz|prec=../Capitolo quinto|succ=../Capitolo settimo}}
<pages index="Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia, 1900 - BEIC IE7872886.djvu" from="145" to="190" />
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Discussioni pagina:Toaldo - Completa raccolta di opuscoli osservazioni e notizie diverse contenute nei giornali astro-meteorologici, Vol 3 - 1802.djvu/311
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Dr Zimbu
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: Non ho corretto a [[Pagina:Toaldo - Completa raccolta di opuscoli osservazioni e notizie diverse contenute nei giornali astro-meteorologici, Vol 1 - 1802.djvu/96|pagina 49 del primo volume]] perché non sono riuscito a capire come creare una frase di senso compiuto a partire dalla correzione proposta--~~~~
3907628
wikitext
text/x-wiki
Non ho corretto a [[Pagina:Toaldo - Completa raccolta di opuscoli osservazioni e notizie diverse contenute nei giornali astro-meteorologici, Vol 1 - 1802.djvu/96|pagina 49 del primo volume]] perché non sono riuscito a capire come creare una frase di senso compiuto a partire dalla correzione proposta--[[Utente:Dr Zimbu|Dr ζimbu]] ([[Discussioni utente:Dr Zimbu|msg]]) 14:24, 6 ott 2026 (CEST)
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Pagina:Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia, 1900 - BEIC IE7872886.djvu/146
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: 102 CAPITOLO SESTO La valle nella quale scorre il Seward presenta tre punti ristretti, che separano altrettanti grandi anfiteatri quasi orizzontali. Il ghiac- ciaio forma quindi tre altipiani sovrapposti, congiunti l'uno all'altro da cascate di ghiaccio, che si formano in corrispondenza delle strette. La prima trovasi all'uscita dal bacino superiore, all' estre- mità settentrionale dei Corwin Cliffs; la seconda è dovuta...
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>102
CAPITOLO SESTO
La valle nella quale scorre il Seward presenta tre punti ristretti,
che separano altrettanti grandi anfiteatri quasi orizzontali. Il ghiac-
ciaio forma quindi tre altipiani sovrapposti, congiunti l'uno all'altro
da cascate di ghiaccio, che si formano in corrispondenza delle
strette. La prima trovasi all'uscita dal bacino superiore, all' estre-
mità settentrionale dei Corwin Cliffs; la seconda è dovuta all'inol-
trarsi nella valle dei due contrafforti che limitano il Pinnacle Pass,
appartenenti, il settentrionale al gruppo del Cook, il meridionale
alla catena Hitchcock. Al disotto di questa il ghiacciaio, oramai di-
viso in blocchi innumerevoli dalle ampie crepaccie incrociantisi in
tutti i sensi, torna ad espandersi tra le colline Samovar e le Hitch-
cock, che curvano le loro estremità meridionali l'una verso l'altra,
formando al ghiacciaio un ultimo stretto, dal quale esso esce but-
tandosi in cascata sul Malaspina.
Il primo problema che ci si presentava era appunto il trovare
una via per superare questa cascata terminale del Seward.
Se ne occuparono subito il Gonella ed il Sella, accompagnati da
due guide, il giorno dopo del nostro arrivo alle Hitchcock, mentre
gli americani, lassù nel loro campo, festeggiavano l'anniversario
patriottico (4 luglio, Independence day), in questa remota parte
della loro patria. La pioggia fortunatamente era cessata, sebbene
il cielo si mantenesse coperto; e noi, rimasti al campo, ne approfit-
tammo per stendere ad asciugare la roba di tutti, bagnata dal mal-
tempo di due giorni, e mettere un po' d'ordine nelle cose nostre,
delle quali non avevamo potuto occuparci nelle marcie forzate dei
giorni precedenti.
Le colline Hitchcock terminano verso il Malaspina con un ripido
promontorio, alto 150 metri, che appare quasi come un monticello
isolato per una depressione che lo separa dalla catena principale.
I nostri compagni si diressero subito ad un profondo solco che dal
Malaspina sale a questa gola, sperando di potere per essa entrare
direttamente nella valle del Seward. Ma trovarono un ostacolo ina-
spettato in un laghetto, largo un centinaio di metri, situato proprio
ai piedi del canalone, fra l'orlo del Malaspina e le colline, coperto<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|102|CAPITOLO SESTO|}}</noinclude>
La valle nella quale scorre il Seward presenta tre punti ristretti, che separano altrettanti grandi anfiteatri quasi orizzontali. Il ghiacciaio forma quindi tre altipiani sovrapposti, congiunti l'uno all'altro da cascate di ghiaccio, che si formano in corrispondenza delle strette. La prima trovasi all'uscita dal bacino superiore, all'estremità settentrionale dei Corwin Cliffs; la seconda è dovuta all'inoltrarsi nella valle dei due contrafforti che limitano il Pinnacle Pass, appartenenti, il settentrionale al gruppo del Cook, il meridionale alla catena Hitchcock. Al disotto di questa il ghiacciaio, oramai diviso in blocchi innumerevoli dalle ampie crepaccie incrociantisi in tutti i sensi, torna ad espandersi tra le colline Samovar e le Hitchcock, che curvano le loro estremità meridionali l'una verso l'altra, formando al ghiacciaio un ultimo stretto, dal quale esso esce buttandosi in cascata sul Malaspina.
Il primo problema che ci si presentava era appunto il trovare una via per superare questa cascata terminale del Seward.
Se ne occuparono subito il Gonella ed il {{wl|Q1339199|Sella}}, accompagnati da due guide, il giorno dopo del nostro arrivo alle Hitchcock, mentre gli americani, lassù nel loro campo, festeggiavano l'anniversario patriottico (4 luglio, ''Independence day''), in questa remota parte della loro patria. La pioggia fortunatamente era cessata, sebbene il cielo si mantenesse coperto; e noi, rimasti al campo, ne approfittammo per stendere ad asciugare la roba di tutti, bagnata dal maltempo di due giorni, e mettere un po' d'ordine nelle cose nostre, delle quali non avevamo potuto occuparci nelle marcie forzate dei giorni precedenti.
Le colline Hitchcock terminano verso il Malaspina con un ripido promontorio, alto 150 metri, che appare quasi come un monticello isolato per una depressione che lo separa dalla catena principale. I nostri compagni si diressero subito ad un profondo solco che dal Malaspina sale a questa gola, sperando di potere per essa entrare direttamente nella valle del Seward. Ma trovarono un ostacolo inaspettato in un laghetto, largo un centinaio di metri, situato proprio ai piedi del canalone, fra l'orlo del Malaspina e le colline, coperto<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione|102|CAPITOLO SESTO|}}</noinclude>
La valle nella quale scorre il Seward presenta tre punti ristretti, che separano altrettanti grandi anfiteatri quasi orizzontali. Il ghiacciaio forma quindi tre altipiani sovrapposti, congiunti l'uno all'altro da cascate di ghiaccio, che si formano in corrispondenza delle strette. La prima trovasi all'uscita dal bacino superiore, all'estremità settentrionale dei Corwin Cliffs; la seconda è dovuta all'inoltrarsi nella valle dei due contrafforti che limitano il Pinnacle Pass, appartenenti, il settentrionale al gruppo del Cook, il meridionale alla catena Hitchcock. Al disotto di questa il ghiacciaio, oramai diviso in blocchi innumerevoli dalle ampie crepaccie incrociantisi in tutti i sensi, torna ad espandersi tra le colline Samovar e le Hitchcock, che curvano le loro estremità meridionali l'una verso l'altra, formando al ghiacciaio un ultimo stretto, dal quale esso esce buttandosi in cascata sul Malaspina.
Il primo problema che ci si presentava era appunto il trovare una via per superare questa cascata terminale del Seward.
Se ne occuparono subito il Gonella ed il {{wl|Q1339199|Sella}}, accompagnati da due guide, il giorno dopo del nostro arrivo alle Hitchcock, mentre gli americani, lassù nel loro campo, festeggiavano l'anniversario patriottico (4 luglio, ''Independence day''), in questa remota parte della loro patria. La pioggia fortunatamente era cessata, sebbene il cielo si mantenesse coperto; e noi, rimasti al campo, ne approfittammo per stendere ad asciugare la roba di tutti, bagnata dal maltempo di due giorni, e mettere un po' d'ordine nelle cose nostre, delle quali non avevamo potuto occuparci nelle marcie forzate dei giorni precedenti.
Le colline Hitchcock terminano verso il Malaspina con un ripido promontorio, alto 150 metri, che appare quasi come un monticello isolato per una depressione che lo separa dalla catena principale. I nostri compagni si diressero subito ad un profondo solco che dal Malaspina sale a questa gola, sperando di potere per essa entrare direttamente nella valle del Seward. Ma trovarono un ostacolo inaspettato in un laghetto, largo un centinaio di metri, situato proprio ai piedi del canalone, fra l'orlo del Malaspina e le colline, coperto<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia, 1900 - BEIC IE7872886.djvu/147
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: GHIACCIAI SEWARD E AGASSIZ 103 di numerosi frammenti di ghiaccio galleggianti. Era un lago ana- logo a quelli che si trovano all'estremità meridionale ed ai lati delle colline Chaix. Tutti hanno lo stesso modo di formazione. Dove l'orlo di un ghiacciaio, che non sia protetto da uno spesso strato morenico, tocca un contrafforte di monte, si forma sempre una de- pressione sulla superficie del ghiaccio, per la maggior fusio...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>GHIACCIAI SEWARD E AGASSIZ
103
di numerosi frammenti di ghiaccio galleggianti. Era un lago ana-
logo a quelli che si trovano all'estremità meridionale ed ai lati delle
colline Chaix. Tutti hanno lo stesso modo di formazione. Dove
l'orlo di un ghiacciaio, che non sia protetto da uno spesso strato
morenico, tocca un contrafforte di monte, si forma sempre una de-
pressione sulla superficie del ghiaccio, per la maggior fusione do-
vuta al calore raggiante dalle roccie e dal terreno scuro della costa.
Questo burrone diventa una linea di scolo naturale, ove si raccol-
gono le acque glaciali, formando un torrentello, che accelera alla
sua volta la fusione del ghiaccio, sul quale scorre. Quando un ripido
sperone di monte si inoltra in un campo di ghiaccio, come fanno le
colline Hitchcock e le Chaix nel Malaspina, le linee di scolo dei due
lati convergono, e spesso si riuniscono alla sua estremità, formando
un lago, il cui emissario si immette generalmente in una galleria di
ghiaccio.
La piccola carovana cercò di raggiungere la costa contornando
il laghetto. Vi riuscì non senza difficoltà, correndo pericolo di ca-
dere in qualcuna delle numerose cavità piene d'acqua, di cui era
cosparsa la superficie del ghiaccio tutto attorno al lago. Raggiunto
il canalone, salirono per esso alla depressione della cresta, e si tro-
varono sull'orlo del Seward, nell'altipiano che esso forma sopra la
cascata terminale. Di là si diressero lungo il ghiacciaio, verso la
cascata, e salirono sul cocuzzolo isolato col quale terminano le
Hitchcock, cercando di scoprire una via più comoda e più sicura
di quella percorsa, per raggiungere l'altipiano, senza il rischio di
un bagno gelato o di peggio. La loro speranza non fu delusa. Nel-
l'angolo fra la cascata di seracchi e l'estremo spigolo delle Hitch-
cock v'era un canalone ripieno di neve, alto un centinaio di metri,
molto ripido, ma che si sarebbe potuto salire senza alcun pericolo,
coi carichi, quando le guide vi avessero intagliato colle piccozze un
sentiero a zig-zag.
La mattina del 5 luglio, per tempo, le guide si misero al lavoro,
intanto che noi levavamo il campo. La carovana, che era proceduta
fin qui riunita, si divideva ora per la prima volta. Cinque degli<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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/* Trascritta */
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|ghiacciai seward e agassiz}}|103}}</noinclude>
di numerosi frammenti di ghiaccio galleggianti. Era un lago analogo a quelli che si trovano all'estremità meridionale ed ai lati delle colline Chaix. Tutti hanno lo stesso modo di formazione. Dove l'orlo di un ghiacciaio, che non sia protetto da uno spesso strato morenico, tocca un contrafforte di monte, si forma sempre una depressione sulla superficie del ghiaccio, per la maggior fusione dovuta al calore raggiante dalle roccie e dal terreno scuro della costa. Questo burrone diventa una linea di scolo naturale, ove si raccolgono le acque glaciali, formando un torrentello, che accelera alla sua volta la fusione del ghiaccio, sul quale scorre. Quando un ripido sperone di monte si inoltra in un campo di ghiaccio, come fanno le colline Hitchcock e le Chaix nel Malaspina, le linee di scolo dei due lati convergono, e spesso si riuniscono alla sua estremità, formando un lago, il cui emissario si immette generalmente in una galleria di ghiaccio.
La piccola carovana cercò di raggiungere la costa contornando il laghetto. Vi riuscì non senza difficoltà, correndo pericolo di cadere in qualcuna delle numerose cavità piene d'acqua, di cui era cosparsa la superficie del ghiaccio tutto attorno al lago. Raggiunto il canalone, salirono per esso alla depressione della cresta, e si trovarono sull'orlo del Seward, nell'altipiano che esso forma sopra la cascata terminale. Di là si diressero lungo il ghiacciaio, verso la cascata, e salirono sul cocuzzolo isolato col quale terminano le Hitchcock, cercando di scoprire una via più comoda e più sicura di quella percorsa, per raggiungere l'altipiano, senza il rischio di un bagno gelato o di peggio. La loro speranza non fu delusa. Nell'angolo fra la cascata di seracchi e l'estremo spigolo delle Hitchcock v'era un canalone ripieno di neve, alto un centinaio di metri, molto ripido, ma che si sarebbe potuto salire senza alcun pericolo, coi carichi, quando le guide vi avessero intagliato colle piccozze un sentiero a zig-zag.
La mattina del 5 luglio, per tempo, le guide si misero al lavoro, intanto che noi levavamo il campo. La carovana, che era proceduta fin qui riunita, si divideva ora per la prima volta. Cinque degli<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|ghiacciai seward e agassiz}}|103}}</noinclude>
di numerosi frammenti di ghiaccio galleggianti. Era un lago analogo a quelli che si trovano all'estremità meridionale ed ai lati delle colline Chaix. Tutti hanno lo stesso modo di formazione. Dove l'orlo di un ghiacciaio, che non sia protetto da uno spesso strato morenico, tocca un contrafforte di monte, si forma sempre una depressione sulla superficie del ghiaccio, per la maggior fusione dovuta al calore raggiante dalle roccie e dal terreno scuro della costa. Questo burrone diventa una linea di scolo naturale, ove si raccolgono le acque glaciali, formando un torrentello, che accelera alla sua volta la fusione del ghiaccio, sul quale scorre. Quando un ripido sperone di monte si inoltra in un campo di ghiaccio, come fanno le colline Hitchcock e le Chaix nel Malaspina, le linee di scolo dei due lati convergono, e spesso si riuniscono alla sua estremità, formando un lago, il cui emissario si immette generalmente in una galleria di ghiaccio.
La piccola carovana cercò di raggiungere la costa contornando il laghetto. Vi riuscì non senza difficoltà, correndo pericolo di cadere in qualcuna delle numerose cavità piene d'acqua, di cui era cosparsa la superficie del ghiaccio tutto attorno al lago. Raggiunto il canalone, salirono per esso alla depressione della cresta, e si trovarono sull'orlo del Seward, nell'altipiano che esso forma sopra la cascata terminale. Di là si diressero lungo il ghiacciaio, verso la cascata, e salirono sul cocuzzolo isolato col quale terminano le Hitchcock, cercando di scoprire una via più comoda e più sicura di quella percorsa, per raggiungere l'altipiano, senza il rischio di un bagno gelato o di peggio. La loro speranza non fu delusa. Nell'angolo fra la cascata di seracchi e l'estremo spigolo delle Hitchcock v'era un canalone ripieno di neve, alto un centinaio di metri, molto ripido, ma che si sarebbe potuto salire senza alcun pericolo, coi carichi, quando le guide vi avessero intagliato colle piccozze un sentiero a zig-zag.
La mattina del 5 luglio, per tempo, le guide si misero al lavoro, intanto che noi levavamo il campo. La carovana, che era proceduta fin qui riunita, si divideva ora per la prima volta. Cinque degli<noinclude><references/></noinclude>
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: 104 CAPITOLO SESTO americani tornavano indietro, con una slitta, per prendere otto ra- zioni di viveri dal deposito lasciato al sommo della morena. Colle tre slitte rimaste, trasportammo ogni cosa al piede del canalone, contornando lo sperone delle Hitchcock, fra i sassi ed i massi ango- losi della morena sinistra del Seward. Questa forma una striscia scura di detriti, larga 5-800 metri, che si prolunga per qualche Canal...
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CAPITOLO SESTO
americani tornavano indietro, con una slitta, per prendere otto ra-
zioni di viveri dal deposito lasciato al sommo della morena. Colle
tre slitte rimaste, trasportammo ogni cosa al piede del canalone,
contornando lo sperone delle Hitchcock, fra i sassi ed i massi ango-
losi della morena sinistra del Seward. Questa forma una striscia
scura di detriti, larga 5-800 metri, che si prolunga per qualche
Canalone d'accesso al Seward
Negativa di S. A. R.
chilometro nel Malaspi-
na. In questa stagione pe-
rò la neve la mascherava
ancora quasi tutta, la-
sciandone scoperto solo
un breve tratto presso le
colline.
Su per la stretta lingua
di neve, accanto alla ca-
scata, gli uomini carichi
salgono lentamente, se-
guendo la traccia fatta
dalle guide, e camminano
con passo abbastanza
fermo, abituandosi rapi-
damente alla ripidezza
della china, ma senza
osare ancora abbando-
narsi alle rapide scivo-
late, con cui le guide ridiscendono a prender nuovi carichi. I sassi
che coprono il ghiaccio ai piedi del canale, e qualche crepaccio
aperto, renderebbero pericolosa una caduta a ruzzoloni. Alle undici
e mezza tutto il bagaglio è sull'altipiano del Seward, al sommo della
cascata terminale ').
1) Questa via non fu più seguita di poi, nè dai portatori incaricati del rifornimento, nè da
noi nella discesa. Pochi giorni dopo il nostro passaggio, il laghetto ai piedi delle Hitchcock si
svuotò, e divenne facile alle carovane attraversarne il letto, per salire direttamente alla depres-
sione che avevano raggiunto già il Gonella ed il Sella, evitando di contornare l'estremità delle<noinclude><references/></noinclude>
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americani tornavano indietro, con una slitta, per prendere otto razioni di viveri dal deposito lasciato al sommo della morena. Colle tre slitte rimaste, trasportammo ogni cosa al piede del canalone, contornando lo sperone delle Hitchcock, fra i sassi ed i massi angolosi della morena sinistra del Seward. Questa forma una striscia scura di detriti, larga 5-800 metri, che si prolunga per qualche {{FI
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}} chilometro nel Malaspina. In questa stagione però la neve la mascherava ancora quasi tutta, lasciandone scoperto solo un breve tratto presso le colline.
Su per la stretta lingua di neve, accanto alla cascata, gli uomini carichi salgono lentamente, seguendo la traccia fatta dalle guide, e camminano con passo abbastanza fermo, abituandosi rapidamente alla ripidezza della china, ma senza osare ancora abbandonarsi alle rapide scivolate, con cui le guide ridiscendono a prender nuovi carichi. I sassi che coprono il ghiaccio ai piedi del canale, e qualche crepaccio aperto, renderebbero pericolosa una caduta a ruzzoloni. Alle undici e mezza tutto il bagaglio è sull'altipiano del Seward, al sommo della cascata terminale<ref name="nota_p104">Questa via non fu più seguita di poi, nè dai portatori incaricati del rifornimento, nè da noi nella discesa. Pochi giorni dopo il nostro passaggio, il laghetto ai piedi delle Hitchcock si svuotò, e divenne facile alle carovane attraversarne il letto, per salire direttamente alla depressione che avevano raggiunto già il Gonella ed il {{wl|Q1339199|Sella}}, evitando di contornare l'estremità delle</ref><noinclude><references/></noinclude>
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americani tornavano indietro, con una slitta, per prendere otto razioni di viveri dal deposito lasciato al sommo della morena. Colle tre slitte rimaste, trasportammo ogni cosa al piede del canalone, contornando lo sperone delle Hitchcock, fra i sassi ed i massi angolosi della morena sinistra del Seward. Questa forma una striscia scura di detriti, larga 5-800 metri, che si prolunga per qualche {{FI
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}} chilometro nel Malaspina. In questa stagione però la neve la mascherava ancora quasi tutta, lasciandone scoperto solo un breve tratto presso le colline.
Su per la stretta lingua di neve, accanto alla cascata, gli uomini carichi salgono lentamente, seguendo la traccia fatta dalle guide, e camminano con passo abbastanza fermo, abituandosi rapidamente alla ripidezza della china, ma senza osare ancora abbandonarsi alle rapide scivolate, con cui le guide ridiscendono a prender nuovi carichi. I sassi che coprono il ghiaccio ai piedi del canale, e qualche crepaccio aperto, renderebbero pericolosa una caduta a ruzzoloni. Alle undici e mezza tutto il bagaglio è sull'altipiano del Seward, al sommo della cascata terminale<ref name="nota_p104">Questa via non fu più seguita di poi, nè dai portatori incaricati del rifornimento, nè da noi nella discesa. Pochi giorni dopo il nostro passaggio, il laghetto ai piedi delle Hitchcock si svuotò, e divenne facile alle carovane attraversarne il letto, per salire direttamente alla depressione che avevano raggiunto già il Gonella ed il {{wl|Q1339199|Sella}}, evitando di contornare l'estremità delle</ref>.<noinclude><references/></noinclude>
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: GHIACCIAI SEWARD E AGASSIZ 105 Il paesaggio attorno a noi aveva un aspetto nuovissimo, intiera- mente dissimile da quello del Malaspina. Invece della immensa su- perficie piana, uniforme, senza un particolare di disegno o di colore che fermi lo sguardo fino all'orizzonte, si stendeva innanzi a noi, per un'ampiezza di quasi 10 chilometri, una massa violentemente scon- volta, rotta in blocchi innumerevoli accatastati alla...
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Il paesaggio attorno a noi aveva un aspetto nuovissimo, intiera-
mente dissimile da quello del Malaspina. Invece della immensa su-
perficie piana, uniforme, senza un particolare di disegno o di colore
che fermi lo sguardo fino all'orizzonte, si stendeva innanzi a noi, per
un'ampiezza di quasi 10 chilometri, una massa violentemente scon-
volta, rotta in blocchi innumerevoli accatastati alla rinfusa, come
Seracchi del Seward - Monti Augusta e Malaspina
un mare in burrasca improvvisamente solidificato, ma senza l'alli-
neamento regolare delle onde.
Eravamo su un grande nevaio che riempie una curva delle Hitch-
cock, accanto al ghiacciaio. A pochi chilometri da noi, uno spe-
rone scendeva dalle colline verso il ghiacciaio, fin quasi a toccarne
i seracchi. Non v'era scelta di via: evidentemente dovevamo diri-
gerci a quello, per contornarne la base sulla neve. Non era certo
Hitchcock. E lo stesso fenomeno che accade al lago Caetani ed agli altri delle colline Chaix, i
quali ora straripano, ora si prosciugano, a seconda che il tunnel, pel quale ha luogo l'efflusso,
è ostruito da detriti morenici e da blocchi di ghiaccio, oppure libero.
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Il paesaggio attorno a noi aveva un aspetto nuovissimo, intieramente dissimile da quello del Malaspina. Invece della immensa superficie piana, uniforme, senza un particolare di disegno o di colore che fermi lo sguardo fino all'orizzonte, si stendeva innanzi a noi, per un'ampiezza di quasi 10 chilometri, una massa violentemente sconvolta, rotta in blocchi innumerevoli accatastati alla rinfusa, come un mare in {{FI
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}} burrasca improvvisamente solidificato, ma senza l'allineamento regolare delle onde.
Eravamo su un grande nevaio che riempie una curva delle Hitchcock, accanto al ghiacciaio. A pochi chilometri da noi, uno sperone scendeva dalle colline verso il ghiacciaio, fin quasi a toccarne i seracchi. Non v'era scelta di via: evidentemente dovevamo dirigerci a quello, per contornarne la base sulla neve. Non era certo
<ref follow="nota_p104">Hitchcock. E lo stesso fenomeno che accade al lago Caetani ed agli altri delle colline Chaix, i quali ora straripano, ora si prosciugano, a seconda che il ''tunnel'', pel quale ha luogo l'efflusso, è ostruito da detriti morenici e da blocchi di ghiaccio, oppure libero.</ref><noinclude><references/>{{RigaIntestazione|{{x-smaller|14}}}}</noinclude>
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Il paesaggio attorno a noi aveva un aspetto nuovissimo, intieramente dissimile da quello del Malaspina. Invece della immensa superficie piana, uniforme, senza un particolare di disegno o di colore che fermi lo sguardo fino all'orizzonte, si stendeva innanzi a noi, per un'ampiezza di quasi 10 chilometri, una massa violentemente sconvolta, rotta in blocchi innumerevoli accatastati alla rinfusa, come un mare in {{FI
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Eravamo su un grande nevaio che riempie una curva delle Hitchcock, accanto al ghiacciaio. A pochi chilometri da noi, uno sperone scendeva dalle colline verso il ghiacciaio, fin quasi a toccarne i seracchi. Non v'era scelta di via: evidentemente dovevamo dirigerci a quello, per contornarne la base sulla neve. Non era certo
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Eravamo su un grande nevaio che riempie una curva delle Hitchcock, accanto al ghiacciaio. A pochi chilometri da noi, uno sperone scendeva dalle colline verso il ghiacciaio, fin quasi a toccarne i seracchi. Non v'era scelta di via: evidentemente dovevamo dirigerci a quello, per contornarne la base sulla neve. Non era certo
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}} burrasca improvvisamente solidificato, ma senza l'allineamento regolare delle onde.
Eravamo su un grande nevaio che riempie una curva delle Hitchcock, accanto al ghiacciaio. A pochi chilometri da noi, uno sperone scendeva dalle colline verso il ghiacciaio, fin quasi a toccarne i seracchi. Non v'era scelta di via: evidentemente dovevamo dirigerci a quello, per contornarne la base sulla neve. Non era certo
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: 106 CAPITOLO SESTO possibile camminare sul ghiacciaio stesso, solcato da crepaccie in tutti i sensi, nè attraversarlo; bisognava salire lungo il suo fianco sinistro, costeggiando il piede della parete occidentale delle Hitch- cock, finchè fossimo giunti dove il ghiacciaio, meno rotto, potesse essere attraversato. Fortunatamente i numerosi nevai e ghiacciai Campo sul ghiacciaio Hitchcock, presso il Seward che scendono dal...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>106
CAPITOLO SESTO
possibile camminare sul ghiacciaio stesso, solcato da crepaccie in
tutti i sensi, nè attraversarlo; bisognava salire lungo il suo fianco
sinistro, costeggiando il piede della parete occidentale delle Hitch-
cock, finchè fossimo giunti dove il ghiacciaio, meno rotto, potesse
essere attraversato. Fortunatamente i numerosi nevai e ghiacciai
Campo sul ghiacciaio Hitchcock, presso il Seward
che scendono dalla catena, si riuniscono in basso, formando un
banco di neve, quasi ininterrotto, a fianco del Seward. Su questo
potemmo per lunghi tratti servirci delle slitte per trasportare il
nostro bagaglio. Ma in parecchi punti dovemmo portare ogni cosa
a spalle per superare qualche tratto scosceso di neve, o per sca-
valcare gli speroni laterali che ci sbarravano la via.
Da questa faccia delle Hitchcock si dipartono due contrafforti
principali, la cui estremità biforcuta, racchiude piccoli nevai. Que-
sti due speroni circoscrivono un bacino arrotondato, riempito da<noinclude><references/></noinclude>
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possibile camminare sul ghiacciaio stesso, solcato da crepaccie in tutti i sensi, nè attraversarlo; bisognava salire lungo il suo fianco sinistro, costeggiando il piede della parete occidentale delle Hitchcock, finchè fossimo giunti dove il ghiacciaio, meno rotto, potesse essere attraversato. Fortunatamente i numerosi nevai e
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|file = Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia, 1900 - BEIC IE7872886 - Campo sul ghiacciaio Hitchcock, presso il Seward.jpg
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}} ghiacciai che scendono dalla catena, si riuniscono in basso, formando un banco di neve, quasi ininterrotto, a fianco del Seward. Su questo potemmo per lunghi tratti servirci delle slitte per trasportare il nostro bagaglio. Ma in parecchi punti dovemmo portare ogni cosa a spalle per superare qualche tratto scosceso di neve, o per scavalcare gli speroni laterali che ci sbarravano la via.
Da questa faccia delle Hitchcock si dipartono due contrafforti principali, la cui estremità biforcuta, racchiude piccoli nevai. Questi due speroni circoscrivono un bacino arrotondato, riempito da<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione|106|CAPITOLO SESTO|}}</noinclude>
possibile camminare sul ghiacciaio stesso, solcato da crepaccie in tutti i sensi, nè attraversarlo; bisognava salire lungo il suo fianco sinistro, costeggiando il piede della parete occidentale delle Hitchcock, finchè fossimo giunti dove il ghiacciaio, meno rotto, potesse essere attraversato. Fortunatamente i numerosi nevai e
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|file = Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia, 1900 - BEIC IE7872886 - Campo sul ghiacciaio Hitchcock, presso il Seward.jpg
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}} ghiacciai che scendono dalla catena, si riuniscono in basso, formando un banco di neve, quasi ininterrotto, a fianco del Seward. Su questo potemmo per lunghi tratti servirci delle slitte per trasportare il nostro bagaglio. Ma in parecchi punti dovemmo portare ogni cosa a spalle per superare qualche tratto scosceso di neve, o per scavalcare gli speroni laterali che ci sbarravano la via.
Da questa faccia delle Hitchcock si dipartono due contrafforti principali, la cui estremità biforcuta, racchiude piccoli nevai. Questi due speroni circoscrivono un bacino arrotondato, riempito da<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: GHIACCIAI SEWARD E AGASSIZ 107 un ghiacciaio piano, che chiamammo ghiacciaio Hitchcock, al quale scendono le nevi di questa porzione della catena. Esso è dominato a Nord da due vette gemelle, aguzze, una rocciosa, l'altra coperta di neve, la cui faccia settentrionale spiove sul ghiacciaio Pinnacle. Sono le due punte più alte del gruppo Hitchcock. Fu abbastanza facile contornare alla base, sulla neve, il primo sperone, sc...
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>GHIACCIAI SEWARD E AGASSIZ
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un ghiacciaio piano, che chiamammo ghiacciaio Hitchcock, al quale
scendono le nevi di questa porzione della catena. Esso è dominato
a Nord da due vette gemelle, aguzze, una rocciosa, l'altra coperta
di neve, la cui faccia settentrionale spiove sul ghiacciaio Pinnacle.
Sono le due punte più alte del gruppo Hitchcock.
Fu abbastanza facile contornare alla base, sulla neve, il primo
sperone, scaricando un paio di volte le slitte. Poi attraversammo il
La cascata del ghiacciaio Pinnacle nel Seward
ghiacciaio Hitchcock, costeggiando sempre i pittoreschi seracchi
del Seward, fino ai piedi del secondo contrafforte. Questo è molto
più elevato del primo, e si inoltra fino a toccare l'orlo del Seward;
esso forma la parete meridionale del ghiacciaio Pinnacle, il quale,
unendosi in basso col Seward, passa sopra all'estremità della cre-
sta, ricadendo a valle in cascata. Un po' camminando di traverso
sulla costa scoscesa di terreno sgretolato, un po' servendoci di
canaloni pieni di neve, od arrampicandoci sulle pendici accanto
ad essi, riuscimmo a superare anche questo bastione, e l'8 luglio,<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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un ghiacciaio piano, che chiamammo ghiacciaio Hitchcock, al quale scendono le nevi di questa porzione della catena. Esso è dominato a Nord da due vette gemelle, aguzze, una rocciosa, l'altra coperta di neve, la cui faccia settentrionale spiove sul ghiacciaio Pinnacle. Sono le due punte più alte del gruppo Hitchcock.
Fu abbastanza facile contornare alla base, sulla neve, il primo sperone, scaricando un paio di volte le slitte. Poi attraversammo il
{{FI
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}} ghiacciaio Hitchcock, costeggiando sempre i pittoreschi seracchi del Seward, fino ai piedi del secondo contrafforte. Questo è molto più elevato del primo, e si inoltra fino a toccare l'orlo del Seward; esso forma la parete meridionale del ghiacciaio Pinnacle, il quale, unendosi in basso col Seward, passa sopra all'estremità della cresta, ricadendo a valle in cascata. Un po' camminando di traverso sulla costa scoscesa di terreno sgretolato, un po' servendoci di canaloni pieni di neve, od arrampicandoci sulle pendici accanto ad essi, riuscimmo a superare anche questo bastione, e l'8 luglio,<noinclude><references/></noinclude>
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un ghiacciaio piano, che chiamammo ghiacciaio Hitchcock, al quale scendono le nevi di questa porzione della catena. Esso è dominato a Nord da due vette gemelle, aguzze, una rocciosa, l'altra coperta di neve, la cui faccia settentrionale spiove sul ghiacciaio Pinnacle. Sono le due punte più alte del gruppo Hitchcock.
Fu abbastanza facile contornare alla base, sulla neve, il primo sperone, scaricando un paio di volte le slitte. Poi attraversammo il
{{FI
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}} ghiacciaio Hitchcock, costeggiando sempre i pittoreschi seracchi del Seward, fino ai piedi del secondo contrafforte. Questo è molto più elevato del primo, e si inoltra fino a toccare l'orlo del Seward; esso forma la parete meridionale del ghiacciaio Pinnacle, il quale, unendosi in basso col Seward, passa sopra all'estremità della cresta, ricadendo a valle in cascata. Un po' camminando di traverso sulla costa scoscesa di terreno sgretolato, un po' servendoci di canaloni pieni di neve, od arrampicandoci sulle pendici accanto ad essi, riuscimmo a superare anche questo bastione, e l'8 luglio,<noinclude><references/></noinclude>
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: 108 CAPITOLO SESTO a mezzogiorno, accampavamo sull'estremo angolo Sud-Ovest del ghiacciaio che scende dal passo Pinnacle, a 908 metri sul livello del mare. Avevamo impiegato quattro giorni per salire dal Malaspina fin qua, facendo un campo ai piedi del primo contrafforte, ed uno ad- dossato al secondo, sul ghiacciaio Hitchcock. Meno qualche ora, avevamo avuto quasi sempre tempo bello, con un sole che, anche velato, rende...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>108
CAPITOLO SESTO
a mezzogiorno, accampavamo sull'estremo angolo Sud-Ovest del
ghiacciaio che scende dal passo Pinnacle, a 908 metri sul livello
del mare.
Avevamo impiegato quattro giorni per salire dal Malaspina fin
qua, facendo un campo ai piedi del primo contrafforte, ed uno ad-
dossato al secondo, sul ghiacciaio Hitchcock. Meno qualche ora,
avevamo avuto quasi sempre tempo bello, con un sole che, anche
velato, rendeva il ghiacciaio cal-
dissimo, ed abbagliante così, da
farci ammiccare gli occhi dietro
le lenti affumicate. S. A. R. ave-
va sempre preceduto gli altri
di parecchie ore, con una pic-
cola carovana, facendo lontane
esplorazioni dai campi, e spin-
gendosi ogni giorno più in là
che poteva. Le slitte, col baga-
glio, seguivano adagio, e la se-
ra s'era sempre tutti riuniti nel
campo. Lo stesso giorno del no-
stro arrivo al Pinnacle, S. A. R.
tornò all'accampamento tardi,
nel pomeriggio, avendo ricono-
sciuta la via, attraverso il Se-
ward, fin quasi all'imbocco della valle che scende dal Dome Pass.
Dovevamo ancora costeggiare il Seward per qualche chilometro,
prima di trovare un punto dove fosse possibile attraversarlo.
Sant'Elia e ghiacciaio Seward sotto il Pinnacle
Eravamo soli colle guide. L'Ingraham ed i cinque portatori che
erano rimasti con lui ridiscendevano con una slitta per incontrare
i loro compagni di ritorno dalla morena del Malaspina. Questi ci
avrebbero raggiunto più in alto, portandoci i viveri che erano an-
dati a prendere, mentre i cinque partiti ora dovevano proseguire
alla loro volta fino alla morena. Da ora in poi non rivedemmo i por-
tatori che a tratti e per poco. Essi secondarono così bene i piani<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|108|CAPITOLO SESTO|}}</noinclude>
a mezzogiorno, accampavamo sull'estremo angolo Sud-Ovest del ghiacciaio che scende dal passo Pinnacle, a 908 metri sul livello del mare.
Avevamo impiegato quattro giorni per salire dal Malaspina fin qua, facendo un campo ai piedi del primo contrafforte, ed uno addossato al secondo, sul ghiacciaio Hitchcock. Meno qualche ora, avevamo avuto quasi sempre tempo bello, con un sole che, anche
{{FI
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}} velato, rendeva il ghiacciaio caldissimo, ed abbagliante così, da farci ammiccare gli occhi dietro le lenti affumicate. {{AutoreCitato|Luigi Amedeo di Savoia-Aosta|S. A. R.}} aveva sempre preceduto gli altri di parecchie ore, con una piccola carovana, facendo lontane esplorazioni dai campi, e spingendosi ogni giorno più in là che poteva. Le slitte, col bagaglio, seguivano adagio, e la sera s'era sempre tutti riuniti nel campo. Lo stesso giorno del nostro arrivo al Pinnacle, S. A. R. tornò all'accampamento tardi, nel pomeriggio, avendo riconosciuta la via, attraverso il S ward, fin quasi all'imbocco della valle che scende dal Dome Pass. Dovevamo ancora costeggiare il Seward per qualche chilometro, prima di trovare un punto dove fosse possibile attraversarlo.
Eravamo soli colle guide. L'Ingraham ed i cinque portatori che erano rimasti con lui ridiscendevano con una slitta per incontrare i loro compagni di ritorno dalla morena del Malaspina. Questi ci avrebbero raggiunto più in alto, portandoci i viveri che erano andati a prendere, mentre i cinque partiti ora dovevano proseguire alla loro volta fino alla morena. Da ora in poi non rivedemmo i portatori che a tratti e per poco. Essi secondarono così bene i piani<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione|108|CAPITOLO SESTO|}}</noinclude>
a mezzogiorno, accampavamo sull'estremo angolo Sud-Ovest del ghiacciaio che scende dal passo Pinnacle, a 908 metri sul livello del mare.
Avevamo impiegato quattro giorni per salire dal Malaspina fin qua, facendo un campo ai piedi del primo contrafforte, ed uno addossato al secondo, sul ghiacciaio Hitchcock. Meno qualche ora, avevamo avuto quasi sempre tempo bello, con un sole che, anche
{{FI
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}} velato, rendeva il ghiacciaio caldissimo, ed abbagliante così, da farci ammiccare gli occhi dietro le lenti affumicate. {{AutoreCitato|Luigi Amedeo di Savoia-Aosta|S. A. R.}} aveva sempre preceduto gli altri di parecchie ore, con una piccola carovana, facendo lontane esplorazioni dai campi, e spingendosi ogni giorno più in là che poteva. Le slitte, col bagaglio, seguivano adagio, e la sera s'era sempre tutti riuniti nel campo. Lo stesso giorno del nostro arrivo al Pinnacle, S. A. R. tornò all'accampamento tardi, nel pomeriggio, avendo riconosciuta la via, attraverso il Seward, fin quasi all'imbocco della valle che scende dal Dome Pass. Dovevamo ancora costeggiare il Seward per qualche chilometro, prima di trovare un punto dove fosse possibile attraversarlo.
Eravamo soli colle guide. L'{{wl|Q5345491|Ingraham}} ed i cinque portatori che erano rimasti con lui ridiscendevano con una slitta per incontrare i loro compagni di ritorno dalla morena del Malaspina. Questi ci avrebbero raggiunto più in alto, portandoci i viveri che erano andati a prendere, mentre i cinque partiti ora dovevano proseguire alla loro volta fino alla morena. Da ora in poi non rivedemmo i portatori che a tratti e per poco. Essi secondarono così bene i piani<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia, 1900 - BEIC IE7872886.djvu/157
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: GHIACCIAI SEWARD E AGASSIZ 109 di S. A. R., ed eseguirono i Suoi ordini con tanta esattezza, mal- grado gli ostacoli imprevedibili dovuti al mal tempo ed al mutare delle condizioni della montagna, che non avemmo mai a soffrire nessun ritardo per dovere aspettare le provviste. Il nostro campo era piantato su un lembo del ghiacciaio Pinnacle che si piega a Sud, e cade in cascata nel Seward, scavalcando l'estremità del cres...
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109
di S. A. R., ed eseguirono i Suoi ordini con tanta esattezza, mal-
grado gli ostacoli imprevedibili dovuti al mal tempo ed al mutare
delle condizioni della montagna, che non avemmo mai a soffrire
nessun ritardo per dovere aspettare le provviste.
Il nostro campo era piantato su un lembo del ghiacciaio Pinnacle
che si piega a Sud, e cade in cascata nel Seward, scavalcando
l'estremità del crestone delle Hitchcock'). Tutto il resto del ghiac-
Sul ghiacciaio Pinnacle - Monte Cook
ciaio forma un grande piano unito che confluisce col Seward per
una larga fronte, e sale dolcemente verso Est, fino al Passo Pinna-
cle. Dietro questo rivedevamo la vetta nevosa del Cook. Di là del
pianoro, in faccia a noi, era la parete verticale del contrafforte che
limita a Nord il Pinnacle, nettamente stratificata a piani alterni, neri
e bigi, orizzontali, e sormontata da aguzzi spuntoni di roccia, che
valsero il suo nome al colle. Questo contrafforte ci impediva di ve-
1) Vedi la veduta panoramica del bacino del Seward, in fondo al volume.<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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di {{AutoreCitato|Luigi Amedeo di Savoia-Aosta|S. A. R.}}, ed eseguirono i Suoi ordini con tanta esattezza, malgrado gli ostacoli imprevedibili dovuti al mal tempo ed al mutare delle condizioni della montagna, che non avemmo mai a soffrire nessun ritardo per dovere aspettare le provviste.
Il nostro campo era piantato su un lembo del ghiacciaio Pinnacle che si piega a Sud, e cade in cascata nel Seward, scavalcando l'estremità del crestone delle Hitchcock<ref>Vedi la veduta panoramica del bacino del Seward, in fondo al volume.</ref> . Tutto il resto del ghiacciaio forma
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}} un grande piano unito che confluisce col Seward per una larga fronte, e sale dolcemente verso Est, fino al Passo Pinnacle. Dietro questo rivedevamo la vetta nevosa del Cook. Di là del pianoro, in faccia a noi, era la parete verticale del contrafforte che limita a Nord il Pinnacle, nettamente stratificata a piani alterni, neri e bigi, orizzontali, e sormontata da aguzzi spuntoni di roccia, che valsero il suo nome al colle. Questo contrafforte ci impediva di {{Pt|ve-}}<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|ghiacciai seward e agassiz}}|109}}</noinclude>
di {{AutoreCitato|Luigi Amedeo di Savoia-Aosta|S. A. R.}}, ed eseguirono i Suoi ordini con tanta esattezza, malgrado gli ostacoli imprevedibili dovuti al mal tempo ed al mutare delle condizioni della montagna, che non avemmo mai a soffrire nessun ritardo per dovere aspettare le provviste.
Il nostro campo era piantato su un lembo del ghiacciaio Pinnacle che si piega a Sud, e cade in cascata nel Seward, scavalcando l'estremità del crestone delle Hitchcock<ref>Vedi la veduta panoramica del bacino del Seward, in fondo al volume.</ref>. Tutto il resto del ghiacciaio forma
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|caption = {{smaller|Sul ghiacciaio Pinnacle - Monte Cook}}
}} un grande piano unito che confluisce col Seward per una larga fronte, e sale dolcemente verso Est, fino al Passo Pinnacle. Dietro questo rivedevamo la vetta nevosa del Cook. Di là del pianoro, in faccia a noi, era la parete verticale del contrafforte che limita a Nord il Pinnacle, nettamente stratificata a piani alterni, neri e bigi, orizzontali, e sormontata da aguzzi spuntoni di roccia, che valsero il suo nome al colle. Questo contrafforte ci impediva di {{Pt|ve-}}<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia, 1900 - BEIC IE7872886.djvu/158
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: IIO CAPITOLO SESTO dere la parte superiore del Seward; esso si estende verso Ovest di tanto, che la valle in questo punto è larga appena 5 chilometri. Il Seward non forma qui una vera cascata, perchè non vi ha un salto nel suo letto, ma piuttosto un ripido scoscendimento che si prolunga in basso per tutta l'ampiezza della valle del Pinnacle, fino al di là del contrafforte delle Hitchcock. C'è una grande quiete nel pomeri...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>IIO
CAPITOLO SESTO
dere la parte superiore del Seward; esso si estende verso Ovest
di tanto, che la valle in questo punto è larga appena 5 chilometri.
Il Seward non forma qui una vera cascata, perchè non vi ha un
salto nel suo letto, ma piuttosto un ripido scoscendimento che si
prolunga in basso per tutta l'ampiezza della valle del Pinnacle, fino
al di là del contrafforte delle Hitchcock.
C'è una grande quiete nel pomeriggio luminoso. Il ghiacciaio
Contrafforte Nord del Pinnacle
PINNACLE-PASS
V.T.
mormora col fruscio dei piccoli rigagnoli che colano nelle crepaccie,
col colpo secco di qualche sasso che cade dai seracchi. Si sente
come una vita nascosta, una disaggregazione, uno sconvolgimento
lento, ma continuo, mentre l'occhio non trova che immobilità nella
grande massa rappresa, e nulla rivela lo sforzo enorme dei milioni
di tonnellate di ghiaccio che lentamente scendono al basso. Il ghiac-
ciaio è tutto coperto di neve; agli orli, i seracchi, sporchi di detriti,
formano una linea scura che accenna a morene marginali. Le ve-
demmo poi molto più spiccate un mese dopo, nel ridiscendere.<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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/* Trascritta */ Aggiunto template FI tramite il gadget CropTool
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<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|110|CAPITOLO SESTO|}}</noinclude>
{{pt|dere|vedere}} la parte superiore del Seward; esso si estende verso Ovest di tanto, che la valle in questo punto è larga appena 5 chilometri. Il Seward non forma qui una vera cascata, perchè non vi ha un salto nel suo letto, ma piuttosto un ripido scoscendimento che si prolunga in basso per tutta l'ampiezza della valle del Pinnacle, fino al di là del contrafforte delle Hitchcock.
C'è una grande quiete nel pomeriggio luminoso. Il ghiacciaio mormora {{FI
|file = Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia, 1900 - BEIC IE7872886 - Contrafforte Nord del Pinnacle.jpg
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|caption = {{smaller|Contrafforte Nord del Pinnacle}}
}} col fruscio dei piccoli rigagnoli che colano nelle crepaccie, col colpo secco di qualche sasso che cade dai seracchi. Si sente come una vita nascosta, una disaggregazione, uno sconvolgimento lento, ma continuo, mentre l'occhio non trova che immobilità nella grande massa rappresa, e nulla rivela lo sforzo enorme dei milioni di tonnellate di ghiaccio che lentamente scendono al basso. Il ghiacciaio è tutto coperto di neve; agli orli, i seracchi, sporchi di detriti, formano una linea scura che accenna a morene marginali. Le vedemmo poi molto più spiccate un mese dopo, nel ridiscendere.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione|110|CAPITOLO SESTO|}}</noinclude>
{{pt|dere|vedere}} la parte superiore del Seward; esso si estende verso Ovest di tanto, che la valle in questo punto è larga appena 5 chilometri. Il Seward non forma qui una vera cascata, perchè non vi ha un salto nel suo letto, ma piuttosto un ripido scoscendimento che si prolunga in basso per tutta l'ampiezza della valle del Pinnacle, fino al di là del contrafforte delle Hitchcock.
C'è una grande quiete nel pomeriggio luminoso. Il ghiacciaio mormora {{FI
|file = Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia, 1900 - BEIC IE7872886 - Contrafforte Nord del Pinnacle.jpg
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|caption = {{smaller|Contrafforte Nord del Pinnacle}}
}} col fruscio dei piccoli rigagnoli che colano nelle crepaccie, col colpo secco di qualche sasso che cade dai seracchi. Si sente come una vita nascosta, una disaggregazione, uno sconvolgimento lento, ma continuo, mentre l'occhio non trova che immobilità nella grande massa rappresa, e nulla rivela lo sforzo enorme dei milioni di tonnellate di ghiaccio che lentamente scendono al basso. Il ghiacciaio è tutto coperto di neve; agli orli, i seracchi, sporchi di detriti, formano una linea scura che accenna a morene marginali. Le vedemmo poi molto più spiccate un mese dopo, nel ridiscendere.<noinclude><references/></noinclude>
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: SUL SEWARD AL TRAMONTO
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Marcella Medici (BEIC)
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Spinoziano (BEIC)
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Marcella Medici (BEIC)
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: GHIACCIAI SEWARD E AGASSIZ III A fianco del Seward vediamo svolgersi, in un ampio semicerchio, tutta la catena Hitchcock, coi suoi contrafforti, e possiamo ritornare coll'occhio sulla via percorsa in questi ultimi giorni, alla base della parete. All' altro lato del Seward si distende la serie delle colline Samovar, una bassa catena di monti arrotondati e tozzi, coperta di nevai, con brevi creste che delimitano valli, nel...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>GHIACCIAI SEWARD E AGASSIZ
III
A fianco del Seward vediamo svolgersi, in un ampio semicerchio,
tutta la catena Hitchcock, coi suoi contrafforti, e possiamo ritornare
coll'occhio sulla via percorsa in questi ultimi giorni, alla base della
parete. All' altro lato del Seward si distende la serie delle colline
Samovar, una bassa catena di monti arrotondati e tozzi, coperta di
nevai, con brevi creste che delimitano valli, nelle quali scende qual-
che piccolo ghiacciaio. Una prominenza rocciosa, nera, che un
Parete Ovest della catena Hitchcock
e lato sinistro del Seward dai piedi del ghiacciaio Pinnacle
ghiacciaio pianeggiante pare separare dal resto della catena, si
spinge nel Seward incontro al contrafforte Nord del Pinnacle, con-
tribuendo anch'essa a restringere la valle in questo punto. Questo
dosso ci nasconde un ghiacciaio, di discreta ampiezza, che sale al
Dome Pass.
Dietro la punta meridionale delle Samovar, che fa argine alla
cascata terminale del Seward, fanno capolino i profili di altre
creste appartenenti allo stesso gruppo, piccoli contrafforti paralleli<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|ghiacciai seward e agassiz}}|111}}</noinclude>
A fianco del Seward vediamo svolgersi, in un ampio semicerchio, tutta la catena Hitchcock, coi suoi contrafforti, e possiamo ritornare coll'occhio sulla via percorsa in questi ultimi giorni, alla base della parete. All'altro lato del Seward si distende la serie delle colline Samovar, una bassa catena di monti arrotondati e tozzi, coperta di nevai, con brevi creste che delimitano valli, nelle quali scende qualche piccolo ghiacciaio. Una prominenza rocciosa, nera, che
{{FI
|file = Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia, 1900 - BEIC IE7872886 - Parete Ovest della catena Hitchcock e lato sinistro del Seward dai piedi del ghiacciaio Pinnacle.jpg
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|caption = {{smaller|Parete Ovest della catena Hitchcock e lato sinistro del Seward dai piedi del ghiacciaio Pinnacle}}
}} un ghiacciaio pianeggiante pare separare dal resto della catena, si spinge nel Seward incontro al contrafforte Nord del Pinnacle, contribuendo anch'essa a restringere la valle in questo punto. Questo dosso ci nasconde un ghiacciaio, di discreta ampiezza, che sale al Dome Pass.
Dietro la punta meridionale delle Samovar, che fa argine alla cascata terminale del Seward, fanno capolino i profili di altre creste appartenenti allo stesso gruppo, piccoli contrafforti paralleli<noinclude><references/></noinclude>
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Spinoziano (BEIC)
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<noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|ghiacciai seward e agassiz}}|111}}</noinclude>
A fianco del Seward vediamo svolgersi, in un ampio semicerchio, tutta la catena Hitchcock, coi suoi contrafforti, e possiamo ritornare coll'occhio sulla via percorsa in questi ultimi giorni, alla base della parete. All'altro lato del Seward si distende la serie delle colline Samovar, una bassa catena di monti arrotondati e tozzi, coperta di nevai, con brevi creste che delimitano valli, nelle quali scende qualche piccolo ghiacciaio. Una prominenza rocciosa, nera, che
{{FI
|file = Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia, 1900 - BEIC IE7872886 - Parete Ovest della catena Hitchcock e lato sinistro del Seward dai piedi del ghiacciaio Pinnacle.jpg
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|caption = {{smaller|Parete Ovest della catena Hitchcock<br>e lato sinistro del Seward dai piedi del ghiacciaio Pinnacle}}
}} un ghiacciaio pianeggiante pare separare dal resto della catena, si spinge nel Seward incontro al contrafforte Nord del Pinnacle, contribuendo anch'essa a restringere la valle in questo punto. Questo dosso ci nasconde un ghiacciaio, di discreta ampiezza, che sale al Dome Pass.
Dietro la punta meridionale delle Samovar, che fa argine alla cascata terminale del Seward, fanno capolino i profili di altre creste appartenenti allo stesso gruppo, piccoli contrafforti paralleli<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: 112 CAPITOLO SESTO che si inoltrano nel Malaspina. Da essi parte una grande morena che risulta dalla fusione delle morene marginali del Seward e del- l'Agassiz, e si prolunga nel Malaspina, come un nastro immenso, curvandosi verso Ovest, fin dove l'occhio la può seguire, dividen- done il lobo orientale dal lobo mediano. Anche questa era ancora in gran parte mascherata dalla neve. Dietro essa vediamo lo sbocco del ghiacci...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>112
CAPITOLO SESTO
che si inoltrano nel Malaspina. Da essi parte una grande morena
che risulta dalla fusione delle morene marginali del Seward e del-
l'Agassiz, e si prolunga nel Malaspina, come un nastro immenso,
curvandosi verso Ovest, fin dove l'occhio la può seguire, dividen-
done il lobo orientale dal lobo mediano. Anche questa era ancora
in gran parte mascherata dalla neve. Dietro essa vediamo lo sbocco
del ghiacciaio Agassiz, colla sua cascata terminale, e, ancora più
lontano, leggermente velate da vapori, le colline Chaix. Il Mala-
spina, quasi sempre coperto da un basso telone di nebbie, era visi-
bile, quella sera, nella sua sconfinata estensione, fino all'orizzonte,
orlato laggiù da una linea di pallido azzurro che pareva mare, ma
non era. Eravamo ancora troppo bassi per poterlo vedere.
A ponente, dietro le Samovar, si erge la grande piramide rego-
lare del Sant' Elia. Di quanto c'eravamo avvicinati ad esso, dal
giorno in cui l'avevamo visto lontano, velato dalla nebbia, dal ponte
del Bertha! Le proporzioni del paesaggio sono così grandiose, che,
malgrado la sua solennità, la nostra vetta ci appare rimpicciolita,
ed esitiamo a credere che oltrepassi i 5000 metri di altezza. Ai
piedi dei due spigoli meridionale e settentrionale del monte, che
vediamo di profilo, stanno due vette quasi simmetriche, l'Huxley
ed il Newton; in faccia a noi, scende ripida e breve la cresta Sud-Est,
che si riattacca al contrafforte Sud della valle Newton. La parete
Nord di quest'ultima è formata da una lunga giogaia che, partendo
dal monte Newton, si distende verso Est, dapprima con una serie
di picchi senza nome, poi con tre grosse vette, il monte Bering ¹),
il Malaspina e l'Augusta, alla quale viene ad attaccarsi la testata
delle Samovar 2).
L'Augusta (metri 4244) è senza dubbio la vetta più imponente di
questo gruppo, la sola che possa competere per maestà col Sant'Elia.
1) S. A. R. ha battezzato col nome di Bering una larga punta nevosa, subito ad Ovest del
monte Malaspina, ed alquanto più bassa di esso. Vista dal Seward si presenta come una lunga
cresta terminante alla sua estremità Est in un culmine, che si riattacca per un ampio colle di
ghiaccio al monte Malaspina. Il Russell parla di una punta Jeannette fra il monte Newton ed
il monte Malaspina, ma non ho potuto trovare indicazioni precise della sua situazione.
2) Vedi la nota a pag. 126.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>
che si inoltrano nel Malaspina. Da essi parte una grande morena che risulta dalla fusione delle morene marginali del Seward e dell'Agassiz, e si prolunga nel Malaspina, come un nastro immenso, curvandosi verso Ovest, fin dove l'occhio la può seguire, dividendone il lobo orientale dal lobo mediano. Anche questa era ancora in gran parte mascherata dalla neve. Dietro essa vediamo lo sbocco del ghiacciaio Agassiz, colla sua cascata terminale, e, ancora più lontano, leggermente velate da vapori, le colline Chaix. Il Malaspina, quasi sempre coperto da un basso telone di nebbie, era visibile, quella sera, nella sua sconfinata estensione, fino all'orizzonte, orlato laggiù da una linea di pallido azzurro che pareva mare, ma non era. Eravamo ancora troppo bassi per poterlo vedere.
A ponente, dietro le Samovar, si erge la grande piramide regolare del Sant'Elia. Di quanto c'eravamo avvicinati ad esso, dal giorno in cui l'avevamo visto lontano, velato dalla nebbia, dal ponte del Bertha! Le proporzioni del paesaggio sono così grandiose, che, malgrado la sua solennità, la nostra vetta ci appare rimpicciolita, ed esitiamo a credere che oltrepassi i 5000 metri di altezza. Ai piedi dei due spigoli meridionale e settentrionale del monte, che vediamo di profilo, stanno due vette quasi simmetriche, l'Huxley ed il Newton; in faccia a noi, scende ripida e breve la cresta Sud-Est, che si riattacca al contrafforte Sud della valle Newton. La parete Nord di quest'ultima è formata da una lunga giogaia che, partendo dal monte Newton, si distende verso Est, dapprima con una serie di picchi senza nome, poi con tre grosse vette, il monte Bering ¹), il Malaspina e l'Augusta, alla quale viene ad attaccarsi la testata delle Samovar 2). L'Augusta (metri 4244) è senza dubbio la vetta più imponente di questo gruppo, la sola che possa competere per maestà col Sant'Elia. 1) S. A. R. ha battezzato col nome di Bering una larga punta nevosa, subito ad Ovest del monte Malaspina, ed alquanto più bassa di esso. Vista dal Seward si presenta come una lunga cresta terminante alla sua estremità Est in un culmine, che si riattacca per un ampio colle di ghiaccio al monte Malaspina. Il Russell parla di una punta Jeannette fra il monte Newton ed il monte Malaspina, ma non ho potuto trovare indicazioni precise della sua situazione. 2) Vedi la nota a pag. 126.<noinclude><references/></noinclude>
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che si inoltrano nel Malaspina. Da essi parte una grande morena che risulta dalla fusione delle morene marginali del Seward e dell'Agassiz, e si prolunga nel Malaspina, come un nastro immenso, curvandosi verso Ovest, fin dove l'occhio la può seguire, dividendone il lobo orientale dal lobo mediano. Anche questa era ancora in gran parte mascherata dalla neve. Dietro essa vediamo lo sbocco del ghiacciaio Agassiz, colla sua cascata terminale, e, ancora più lontano, leggermente velate da vapori, le colline Chaix. Il Malaspina, quasi sempre coperto da un basso telone di nebbie, era visibile, quella sera, nella sua sconfinata estensione, fino all'orizzonte, orlato laggiù da una linea di pallido azzurro che pareva mare, ma non era. Eravamo ancora troppo bassi per poterlo vedere.
A ponente, dietro le Samovar, si erge la grande piramide regolare del Sant'Elia. Di quanto c'eravamo avvicinati ad esso, dal giorno in cui l'avevamo visto lontano, velato dalla nebbia, dal ponte del Bertha! Le proporzioni del paesaggio sono così grandiose, che, malgrado la sua solennità, la nostra vetta ci appare rimpicciolita, ed esitiamo a credere che oltrepassi i 5000 metri di altezza. Ai piedi dei due spigoli meridionale e settentrionale del monte, che vediamo di profilo, stanno due vette quasi simmetriche, l'Huxley ed il Newton; in faccia a noi, scende ripida e breve la cresta Sud-Est, che si riattacca al contrafforte Sud della valle Newton. La parete Nord di quest'ultima è formata da una lunga giogaia che, partendo dal monte Newton, si distende verso Est, dapprima con una serie di picchi senza nome, poi con tre grosse vette, il monte Bering<ref>{{AutoreCitato|Luigi Amedeo di Savoia-Aosta|S. A. R.}} ha battezzato col nome di Bering una larga punta nevosa, subito ad Ovest del monte Malaspina, ed alquanto più bassa di esso. Vista dal Seward si presenta come una lunga cresta terminante alla sua estremità Est in un culmine, che si riattacca per un ampio colle di ghiaccio al monte Malaspina. Il {{wl|Q6084218|Russell}} parla di una punta Jeannette fra il monte Newton ed il monte Malaspina, ma non ho potuto trovare indicazioni precise della sua situazione.</ref>, il Malaspina e l'Augusta, alla quale viene ad attaccarsi la testata delle Samovar<ref>Vedi la nota a pag. 126.</ref>.
L'Augusta (metri 4244) è senza dubbio la vetta più imponente di questo gruppo, la sola che possa competere per maestà col Sant'Elia.<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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A ponente, dietro le Samovar, si erge la grande piramide regolare del Sant'Elia. Di quanto c'eravamo avvicinati ad esso, dal giorno in cui l'avevamo visto lontano, velato dalla nebbia, dal ponte del Bertha! Le proporzioni del paesaggio sono così grandiose, che, malgrado la sua solennità, la nostra vetta ci appare rimpicciolita, ed esitiamo a credere che oltrepassi i 5000 metri di altezza. Ai piedi dei due spigoli meridionale e settentrionale del monte, che vediamo di profilo, stanno due vette quasi simmetriche, l'Huxley ed il Newton; in faccia a noi, scende ripida e breve la cresta Sud-Est, che si riattacca al contrafforte Sud della valle Newton. La parete Nord di quest'ultima è formata da una lunga giogaia che, partendo dal monte Newton, si distende verso Est, dapprima con una serie di picchi senza nome, poi con tre grosse vette, il monte Bering<ref>{{AutoreCitato|Luigi Amedeo di Savoia-Aosta|S. A. R.}} ha battezzato col nome di Bering una larga punta nevosa, subito ad Ovest del monte Malaspina, ed alquanto più bassa di esso. Vista dal Seward si presenta come una lunga cresta terminante alla sua estremità Est in un culmine, che si riattacca per un ampio colle di ghiaccio al monte Malaspina. Il {{wl|Q6084218|Russell}} parla di una punta Jeannette fra il monte Newton ed il monte Malaspina, ma non ho potuto trovare indicazioni precise della sua situazione.</ref>, il Malaspina e l'Augusta, alla quale viene ad attaccarsi la testata delle Samovar<ref>Vedi la nota a pag. 126.</ref>.
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Marcella Medici (BEIC)
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Marcella Medici (BEIC)
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: GHIACCIAI SEWARD E AGASSIZ 113 È di aspetto fierissimo, ripida, solcata da grandi canaloni di ghiaccio, irta di orridi crestoni, coperta da ghiacciai sorpiombanti che paiono aggrappati alle roccie a picco. Tutta questa parete del monte pare inaccessibile; le nostre guide la guardano pensierose, e confessano che sarebbe ardua cosa il tracciare una via su per essa, a riparo dalle valanghe di sassi e di ghiaccio. Dopo l'Aug...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>GHIACCIAI SEWARD E AGASSIZ
113
È di aspetto fierissimo, ripida, solcata da grandi canaloni di ghiaccio,
irta di orridi crestoni, coperta da ghiacciai sorpiombanti che paiono
aggrappati alle roccie a picco. Tutta questa parete del monte pare
inaccessibile; le nostre guide la guardano pensierose, e confessano
che sarebbe ardua cosa il tracciare una via su per essa, a riparo
dalle valanghe di sassi e di ghiaccio. Dopo l'Augusta, la catena
cambia bruscamente di direzione, piegandosi a Nord-Est, e si ab-
Lupini in fiore sotto la cascata del Pinnacle
bassa notevolmente, formando i Corwin Cliffs, che limitano il Seward
a Ovest.
Nebbie capricciose si allungano pigramente sui ghiacciai, si for-
mano su per le creste, si nascondono dietro le vette per tornarle a
velare un momento dopo. Il cielo coperto di nubi rotte, irregolari,
con sprazzi di rosa, e, a ponente, la grande macchia gialla del sole
che tramonta fra i vapori, è forse la parte più bella del quadro. In
tutta questa immensa cerchia l'occhio non scopre che ghiaccio e rupi
selvaggie: non una traccia di vita, non una macchia verde di vege-
15<noinclude><references/></noinclude>
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È di aspetto fierissimo, ripida, solcata da grandi canaloni di ghiaccio, irta di orridi crestoni, coperta da ghiacciai sorpiombanti che paiono aggrappati alle roccie a picco. Tutta questa parete del monte pare inaccessibile; le nostre guide la guardano pensierose, e confessano che sarebbe ardua cosa il tracciare una via su per essa, a riparo dalle valanghe di sassi e di ghiaccio. Dopo l'Augusta, la catena cambia bruscamente di direzione, piegandosi a Nord-Est, e si
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}} abbassa notevolmente, formando i Corwin Cliffs, che limitano il Seward a Ovest.
Nebbie capricciose si allungano pigramente sui ghiacciai, si formano su per le creste, si nascondono dietro le vette per tornarle a velare un momento dopo. Il cielo coperto di nubi rotte, irregolari, con sprazzi di rosa, e, a ponente, la grande macchia gialla del sole che tramonta fra i vapori, è forse la parte più bella del quadro. In tutta questa immensa cerchia l'occhio non scopre che ghiaccio e rupi selvaggie: non una traccia di vita, non una macchia verde di {{Pt|vege-}}<noinclude><references/>{{RigaIntestazione|{{x-smaller|15}}}}</noinclude>
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È di aspetto fierissimo, ripida, solcata da grandi canaloni di ghiaccio, irta di orridi crestoni, coperta da ghiacciai sorpiombanti che paiono aggrappati alle roccie a picco. Tutta questa parete del monte pare inaccessibile; le nostre guide la guardano pensierose, e confessano che sarebbe ardua cosa il tracciare una via su per essa, a riparo dalle valanghe di sassi e di ghiaccio. Dopo l'Augusta, la catena cambia bruscamente di direzione, piegandosi a Nord-Est, e si
{{FI
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}} abbassa notevolmente, formando i Corwin Cliffs, che limitano il Seward a Ovest.
Nebbie capricciose si allungano pigramente sui ghiacciai, si formano su per le creste, si nascondono dietro le vette per tornarle a velare un momento dopo. Il cielo coperto di nubi rotte, irregolari, con sprazzi di rosa, e, a ponente, la grande macchia gialla del sole che tramonta fra i vapori, è forse la parte più bella del quadro. In tutta questa immensa cerchia l'occhio non scopre che ghiaccio e rupi selvaggie: non una traccia di vita, non una macchia verde di {{Pt|vege-}}<noinclude><references/>{{RigaIntestazione|{{x-smaller|15}}}}</noinclude>
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: 114 CAPITOLO SESTO tazione che, col contrasto, aggiungerebbe tanto di pittorico al pae- saggio. L'estremità meridionale delle colline Chaix e Blossom Island sono gli unici punti di questa distesa di monti dove vi siano alberi. Sui pendii delle Hitchcock rivolti a Sud non vi sono più che mac- chie di arbusti nani. Però, a breve distanza dal campo, sul contraf- forte Sud del Pinnacle, accanto ai torrioni ed alle guglie di...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>114
CAPITOLO SESTO
tazione che, col contrasto, aggiungerebbe tanto di pittorico al pae-
saggio. L'estremità meridionale delle colline Chaix e Blossom Island
sono gli unici punti di questa distesa di monti dove vi siano alberi.
Sui pendii delle Hitchcock rivolti a Sud non vi sono più che mac-
chie di arbusti nani. Però, a breve distanza dal campo, sul contraf-
forte Sud del Pinnacle, accanto ai torrioni ed alle guglie di ghiaccio
Pendio fiorito delle colline Hitchcock
della cascata di seracchi, è un piccolo spiano di terreno, su cui cade
una china di monte, dove è scomparsa da poco la neve, e che s'è
ricoperta subito di fitta vegetazione, di un ricco mantello di lupini
azzurri, misti a violette, anemoni, sassifraghe e muschi oasi co-
lorata e odorante nel morto deserto di ghiaccio. In mezzo ai fiori
ronza qualche mosca nera, e svolazzano leggieri uccellini bigi, grossi
come passeri.
Il 9 luglio attraversammo la fronte del ghiacciaio Pinnacle, quasi
piana, larga circa 4 chilometri e mezzo. È coperta da uno spesso<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|114|CAPITOLO SESTO|}}</noinclude>
{{pt|tazione|vegetazione}} che, col contrasto, aggiungerebbe tanto di pittorico al paesaggio. L'estremità meridionale delle colline Chaix e Blossom Island sono gli unici punti di questa distesa di monti dove vi siano alberi. Sui pendii delle Hitchcock rivolti a Sud non vi sono più che macchie di arbusti nani. Però, a breve distanza dal campo, sul contrafforte Sud del Pinnacle, accanto ai torrioni ed alle guglie di
{{FI
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|caption = {{smaller|Pendìo fiorito delle colline Hitchcock}}
}} ghiaccio della cascata di seracchi, è un piccolo spiano di terreno, su cui cade una china di monte, dove è scomparsa da poco la neve, e che s'è ricoperta subito di fitta vegetazione, di un ricco mantello di lupini azzurri, misti a violette, anemoni, sassifraghe e muschi oasi colorata e odorante nel morto deserto di ghiaccio. In mezzo ai fiori ronza qualche mosca nera, e svolazzano leggieri uccellini bigi, grossi come passeri.
Il 9 luglio attraversammo la fronte del ghiacciaio Pinnacle, quasi piana, larga circa 4 chilometri e mezzo. È coperta da uno spesso<noinclude><references/></noinclude>
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{{pt|tazione|vegetazione}} che, col contrasto, aggiungerebbe tanto di pittorico al paesaggio. L'estremità meridionale delle colline Chaix e Blossom Island sono gli unici punti di questa distesa di monti dove vi siano alberi. Sui pendii delle Hitchcock rivolti a Sud non vi sono più che macchie di arbusti nani. Però, a breve distanza dal campo, sul contrafforte Sud del Pinnacle, accanto ai torrioni ed alle guglie di
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}} ghiaccio della cascata di seracchi, è un piccolo spiano di terreno, su cui cade una china di monte, dove è scomparsa da poco la neve, e che s'è ricoperta subito di fitta vegetazione, di un ricco mantello di lupini azzurri, misti a violette, anemoni, sassifraghe e muschi oasi colorata e odorante nel morto deserto di ghiaccio. In mezzo ai fiori ronza qualche mosca nera, e svolazzano leggieri uccellini bigi, grossi come passeri.
Il 9 luglio attraversammo la fronte del ghiacciaio Pinnacle, quasi piana, larga circa 4 chilometri e mezzo. È coperta da uno spesso<noinclude><references/></noinclude>
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: GHIACCIAI SEWARD E AGASSIZ 115 strato di neve, tutta a piccoli solchi paralleli, con lunghe striscie di color rosso sbiadito, dovute ad un numero sterminato di colonie di un' alga microscopica, la Sphaerella nivalis, comune ai ghiacciai di tutto il mondo ¹). I seracchi del Seward si addossano così stretta- mente al contrafforte Nord del Pinnacle, che non possiamo contor- nare neppur questo alla base. Per fortuna, vicino...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>GHIACCIAI SEWARD E AGASSIZ
115
strato di neve, tutta a piccoli solchi paralleli, con lunghe striscie di
color rosso sbiadito, dovute ad un numero sterminato di colonie di
un' alga microscopica, la Sphaerella nivalis, comune ai ghiacciai di
tutto il mondo ¹). I seracchi del Seward si addossano così stretta-
mente al contrafforte Nord del Pinnacle, che non possiamo contor-
nare neppur questo alla base. Per fortuna, vicino alla sua estremità,
esso presenta una piccola sella nevosa che raggiungiamo facilmente
Monti Hitchcock dal campo Russell
per un pendio di neve, attendandoci su di essa. Vicino al campo, sui
sassi della cresta, troviamo un pezzo di tela, frammento di tenda, e
qualche pietra accatastata a segnale. Sono le sole traccie di
pas-
saggio d'uomo che abbiamo visto in tutta la salita, e furono lasciate
nel 1890 dal Russell, che si era fermato qui per più giorni, dopo
avere attraversato il passo Pinnacle 2). Questo piccolo colletto nevoso
1) Vi ha una vera flora della neve e del ghiaccio, formata da molte specie di alghe e di muffe,
tutte microscopiche. Wittrock (cit. da A. Heim, in Gletscherkunde, Stuttgart, 1885, pag. 411)
conta quaranta specie di flora della neve, dieci di flora del ghiaccio, e cinque specie comuni alla
neve ed al ghiaccio.
12) La sottile cresta dei Pinnacle Cliffs, sulla quale siamo attendati, è di grande interesse geo-
logico. Per questa, e per la geologia del sistema di montagne che prende nome dal Sant'Elia,<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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/* Trascritta */ Aggiunto template FI tramite il gadget CropTool
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<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|ghiacciai seward e agassiz}}|113}}</noinclude>
strato di neve, tutta a piccoli solchi paralleli, con lunghe striscie di color rosso sbiadito, dovute ad un numero sterminato di colonie di un'alga microscopica, la ''Sphaerella nivalis'', comune ai ghiacciai di tutto il mondo<ref>Vi ha una vera flora della neve e del ghiaccio, formata da molte specie di alghe e di muffe, tutte microscopiche. {{wl|Q640838|Wittrock}} (cit. da {{wl|Q123898|A. Heim}}, in ''Gletscherkunde'', Stuttgart, 1885, pag. 411) conta quaranta specie di flora della neve, dieci di flora del ghiaccio, e cinque specie comuni alla neve ed al ghiaccio.</ref>. I seracchi del Seward si addossano così strettamente al contrafforte Nord del Pinnacle, che non possiamo contornare neppur questo alla base. Per fortuna, vicino alla sua estremità, esso presenta una piccola sella nevosa che raggiungiamo
{{FI
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}} facilmente per un pendìo di neve, attendandoci su di essa. Vicino al campo, sui sassi della cresta, troviamo un pezzo di tela, frammento di tenda, e qualche pietra accatastata a segnale. Sono le sole traccie di passaggio d'uomo che abbiamo visto in tutta la salita, e furono lasciate nel 1890 dal {{wl|Q6084218|Russell}}, che si era fermato qui per più giorni, dopo avere attraversato il passo Pinnacle<ref name="nota_p113">La sottile cresta dei Pinnacle Cliffs, sulla quale siamo attendati, è di grande interesse geologico. Per questa, e per la geologia del sistema di montagne che prende nome dal Sant'Elia,</ref>. Questo piccolo colletto nevoso<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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strato di neve, tutta a piccoli solchi paralleli, con lunghe striscie di color rosso sbiadito, dovute ad un numero sterminato di colonie di un'alga microscopica, la ''Sphaerella nivalis'', comune ai ghiacciai di tutto il mondo<ref>Vi ha una vera flora della neve e del ghiaccio, formata da molte specie di alghe e di muffe, tutte microscopiche. {{wl|Q640838|Wittrock}} (cit. da {{wl|Q123898|A. Heim}}, in ''Gletscherkunde'', Stuttgart, 1885, pag. 411) conta quaranta specie di flora della neve, dieci di flora del ghiaccio, e cinque specie comuni alla neve ed al ghiaccio.</ref>. I seracchi del Seward si addossano così strettamente al contrafforte Nord del Pinnacle, che non possiamo contornare neppur questo alla base. Per fortuna, vicino alla sua estremità, esso presenta una piccola sella nevosa che raggiungiamo
{{FI
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}} facilmente per un pendìo di neve, attendandoci su di essa. Vicino al campo, sui sassi della cresta, troviamo un pezzo di tela, frammento di tenda, e qualche pietra accatastata a segnale. Sono le sole traccie di passaggio d'uomo che abbiamo visto in tutta la salita, e furono lasciate nel 1890 dal {{wl|Q6084218|Russell}}, che si era fermato qui per più giorni, dopo avere attraversato il passo Pinnacle<ref name="nota_p115">La sottile cresta dei Pinnacle Cliffs, sulla quale siamo attendati, è di grande interesse geologico. Per questa, e per la geologia del sistema di montagne che prende nome dal Sant'Elia,</ref>. Questo piccolo colletto nevoso<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|ghiacciai seward e agassiz}}|115}}</noinclude>
strato di neve, tutta a piccoli solchi paralleli, con lunghe striscie di color rosso sbiadito, dovute ad un numero sterminato di colonie di un'alga microscopica, la ''Sphaerella nivalis'', comune ai ghiacciai di tutto il mondo<ref>Vi ha una vera flora della neve e del ghiaccio, formata da molte specie di alghe e di muffe, tutte microscopiche. {{wl|Q640838|Wittrock}} (cit. da {{wl|Q123898|A. Heim}}, in ''Gletscherkunde'', Stuttgart, 1885, pag. 411) conta quaranta specie di flora della neve, dieci di flora del ghiaccio, e cinque specie comuni alla neve ed al ghiaccio.</ref>. I seracchi del Seward si addossano così strettamente al contrafforte Nord del Pinnacle, che non possiamo contornare neppur questo alla base. Per fortuna, vicino alla sua estremità, esso presenta una piccola sella nevosa che raggiungiamo
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}} facilmente per un pendìo di neve, attendandoci su di essa. Vicino al campo, sui sassi della cresta, troviamo un pezzo di tela, frammento di tenda, e qualche pietra accatastata a segnale. Sono le sole traccie di passaggio d'uomo che abbiamo visto in tutta la salita, e furono lasciate nel 1890 dal {{wl|Q6084218|Russell}}, che si era fermato qui per più giorni, dopo avere attraversato il passo Pinnacle<ref name="nota_p115">La sottile cresta dei Pinnacle Cliffs, sulla quale siamo attendati, è di grande interesse geologico. Per questa, e per la geologia del sistema di montagne che prende nome dal Sant'Elia,</ref>. Questo piccolo colletto nevoso<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia, 1900 - BEIC IE7872886.djvu/168
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: 116 CAPITOLO SESTO conservò poi per noi il nome di «Campo Russell ». Sopra di esso la cresta forma una piccola punta aguzza, alla quale il Russell aveva dato il nome di « Point Glorious», ammirato dallo spettacolo che si gode di lassù, sul bacino del Seward e sui monti che gli fanno corona. A monte di Point Glorious v'è un grande anfiteatro piano, limi- tato a Sud dai Pinnacle Cliffs, a Nord ed a Est da lunghi pendii ne-...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>116
CAPITOLO SESTO
conservò poi per noi il nome di «Campo Russell ». Sopra di esso la
cresta forma una piccola punta aguzza, alla quale il Russell aveva
dato il nome di « Point Glorious», ammirato dallo spettacolo che si
gode di lassù, sul bacino del Seward e sui monti che gli fanno corona.
A monte di Point Glorious v'è un grande anfiteatro piano, limi-
tato a Sud dai Pinnacle Cliffs, a Nord ed a Est da lunghi pendii ne-
Monte Owen da Point Glorious
V.T
vosi che risalgono sui fianchi della catena del monte Owen. Dietro
questo, a distanza, si erge un altro colosso nevoso, simile al Cook,
il monte Irving, le cui pareti settentrionali spiovono verso l'anfi-
teatro superiore del Seward. Questo pare limitato da una corona
di monti, la maggior parte nevosi, che probabilmente si riattaccano
a Ovest al Logan.
Sul Seward, ai nostri piedi, le crepaccie sono disposte con tanta
regolarità che par di avere innanzi un gigantesco schema. Subito
rimando all'appendice E, dell'ingegnere Vittorio Novarese. Insieme collo studio dei campioni
di minerali riportati dalla spedizione, essa contiene un breve riassunto critico dei lavori del
Russell su questo argomento.<noinclude><references/></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|116|CAPITOLO SESTO|}}</noinclude>
conservò poi per noi il nome di «Campo Russell ». Sopra di esso la cresta forma una piccola punta aguzza, alla quale il {{wl|Q6084218|Russell}} aveva dato il nome di « Point Glorious», ammirato dallo spettacolo che si gode di lassù, sul bacino del Seward e sui monti che gli fanno corona.
A monte di Point Glorious v'è un grande anfiteatro piano, limitato a Sud dai Pinnacle Cliffs, a Nord ed a Est da lunghi pendii nevosi che
risalgono sui fianchi della catena del monte Owen. Dietro questo, a distanza, si erge un altro colosso nevoso, simile al Cook, il monte Irving, le cui pareti settentrionali spiovono verso l'anfiteatro superiore del Seward. Questo pare limitato da una corona di monti, la maggior parte nevosi, che probabilmente si riattaccano a Ovest al Logan.
<ref follow="nota_p17">Sul Seward, ai nostri piedi, le crepaccie sono disposte con tanta regolarità che par di avere innanzi un gigantesco schema. Subito
rimando all'appendice E, dell'ingegnere Vittorio Novarese. Insieme collo studio dei campioni di minerali riportati dalla spedizione, essa contiene un breve riassunto critico dei lavori del Russell su questo argomento.<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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/* Trascritta */ Aggiunto template FI tramite il gadget CropTool
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<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|116|CAPITOLO SESTO|}}</noinclude>
conservò poi per noi il nome di «Campo Russell ». Sopra di esso la cresta forma una piccola punta aguzza, alla quale il {{wl|Q6084218|Russell}} aveva dato il nome di « Point Glorious», ammirato dallo spettacolo che si gode di lassù, sul bacino del Seward e sui monti che gli fanno corona.
A monte di Point Glorious v'è un grande anfiteatro piano, limitato a Sud dai Pinnacle Cliffs, a Nord ed a Est da lunghi pendii nevosi che
{{FI
|file = Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia, 1900 - BEIC IE7872886 - Monte Owen da Point Glorious.jpg
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|caption = {{smaller|Monte Owen da Point Glorious}}
}} risalgono sui fianchi della catena del monte Owen. Dietro questo, a distanza, si erge un altro colosso nevoso, simile al Cook, il monte Irving, le cui pareti settentrionali spiovono verso l'anfiteatro superiore del Seward. Questo pare limitato da una corona di monti, la maggior parte nevosi, che probabilmente si riattaccano a Ovest al Logan.
Sul Seward, ai nostri piedi, le crepaccie sono disposte con tanta regolarità che par di avere innanzi un gigantesco schema. Subito
<ref follow="nota_p115">rimando all'appendice ''E'', dell'ingegnere {{AutoreCitato|Vittorio Novarese|Vittorio Novarese}}. Insieme collo studio dei campioni di minerali riportati dalla spedizione, essa contiene un breve riassunto critico dei lavori del {{wl|Q6084218|Russell}} su questo argomento.</ref><noinclude><references/></noinclude>
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Spinoziano (BEIC)
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conservò poi per noi il nome di «Campo Russell». Sopra di esso la cresta forma una piccola punta aguzza, alla quale il {{wl|Q6084218|Russell}} aveva dato il nome di «Point Glorious», ammirato dallo spettacolo che si gode di lassù, sul bacino del Seward e sui monti che gli fanno corona.
A monte di Point Glorious v'è un grande anfiteatro piano, limitato a Sud dai Pinnacle Cliffs, a Nord ed a Est da lunghi pendii nevosi che
{{FI
|file = Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia, 1900 - BEIC IE7872886 - Monte Owen da Point Glorious.jpg
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}} risalgono sui fianchi della catena del monte Owen. Dietro questo, a distanza, si erge un altro colosso nevoso, simile al Cook, il monte Irving, le cui pareti settentrionali spiovono verso l'anfiteatro superiore del Seward. Questo pare limitato da una corona di monti, la maggior parte nevosi, che probabilmente si riattaccano a Ovest al Logan.
Sul Seward, ai nostri piedi, le crepaccie sono disposte con tanta regolarità che par di avere innanzi un gigantesco schema. Subito
<ref follow="nota_p115">rimando all'appendice ''E'', dell'ingegnere {{AutoreCitato|Vittorio Novarese|Vittorio Novarese}}. Insieme collo studio dei campioni di minerali riportati dalla spedizione, essa contiene un breve riassunto critico dei lavori del {{wl|Q6084218|Russell}} su questo argomento.</ref><noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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Spinoziano (BEIC)
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Marcella Medici (BEIC)
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: GHIACCIAI SEWARD E AGASSIZ 117 sotto la cascata superiore, allo sbocco dal bacino d'origine, il ghiac- ciaio si distende in un'ampia superficie, a declivio dolce, tutta solcata da fessure. A un paio di chilometri sopra Point Glorious il pendìo diventa più ripido, mentre il ghiacciaio, prima defluente verso Sud- Est, si curva leggermente, dirigendosi direttamente a Sud. Nella porzione superiore non vi sono che crepaccie m...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>GHIACCIAI SEWARD E AGASSIZ
117
sotto la cascata superiore, allo sbocco dal bacino d'origine, il ghiac-
ciaio si distende in un'ampia superficie, a declivio dolce, tutta solcata
da fessure. A un paio di chilometri sopra Point Glorious il pendìo
diventa più ripido, mentre il ghiacciaio, prima defluente verso Sud-
Est, si curva leggermente, dirigendosi direttamente a Sud. Nella
porzione superiore non vi sono che crepaccie marginali (ai lati del
ghiacciaio), disposte, come di solito, obliquamente verso l'alto, dagli
Ghiacciaio Seward (porzione centrale)
orli verso il mezzo del ghiacciaio, contro la direzione della corrente,
e divergenti dai lati con angoli di 40° circa ¹). Un poco più in basso
le fenditure dei due lati si riuniscono per le loro estremità, al cen-
tro del ghiacciaio, dando luogo a crepaccie che lo attraversano in
tutta la sua ampiezza, foggiate a V rovesciato, col vertice al centro
del ghiacciaio e rivolto a monte, gli estremi ai lati ed in basso. Le
crepaccie si succedono ad intervalli regolari di 15 metri circa. Ma
1) Per la spiegazione di questa disposizione particolare, rimando ai libri che trattano dei fe-
nomeni glaciali.<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|ghiacciai seward e agassiz}}|117}}</noinclude>
sotto la cascata superiore, allo sbocco dal bacino d'origine, il ghiacciaio si distende in un'ampia superficie, a declivio dolce, tutta solcata da fessure. A un paio di chilometri sopra Point Glorious il pendìo diventa più ripido, mentre il ghiacciaio, prima defluente verso Sud- Est, si curva leggermente, dirigendosi direttamente a Sud. Nella porzione superiore non vi sono che crepaccie marginali (ai lati del ghiacciaio), disposte, come di solito, obliquamente verso l'alto, dagli
orli verso il mezzo del ghiacciaio, contro la direzione della corrente, e divergenti dai lati con angoli di 40° circa ¹). Un poco più in basso le fenditure dei due lati si riuniscono per le loro estremità, al cen- tro del ghiacciaio, dando luogo a crepaccie che lo attraversano in tutta la sua ampiezza, foggiate a V rovesciato, col vertice al centro del ghiacciaio e rivolto a monte, gli estremi ai lati ed in basso. Le crepaccie si succedono ad intervalli regolari di 15 metri circa. Ma 1) Per la spiegazione di questa disposizione particolare, rimando ai libri che trattano dei fe- nomeni glaciali.<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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/* Trascritta */ Aggiunto template FI tramite il gadget CropTool
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sotto la cascata superiore, allo sbocco dal bacino d'origine, il ghiacciaio si distende in un'ampia superficie, a declivio dolce, tutta solcata da fessure. A un paio di chilometri sopra Point Glorious il pendìo diventa più ripido, mentre il ghiacciaio, prima defluente verso Sud- Est, si curva leggermente, dirigendosi direttamente a Sud. Nella porzione superiore non vi sono che crepaccie marginali (ai lati del ghiacciaio), disposte, come di solito, obliquamente verso l'alto, dagli {{FI
|file = Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia, 1900 - BEIC IE7872886 - Ghiacciaio Seward (porzione centrale).jpg
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}} orli verso il mezzo del ghiacciaio, contro la direzione della corrente, e divergenti dai lati con angoli di 40° circa<ref>Per la spiegazione di questa disposizione particolare, rimando ai libri che trattano dei fenomeni glaciali.</ref>. Un poco più in basso le fenditure dei due lati si riuniscono per le loro estremità, al centro del ghiacciaio, dando luogo a crepaccie che lo attraversano in tutta la sua ampiezza, foggiate a ''V'' rovesciato, col vertice al centro del ghiacciaio e rivolto a monte, gli estremi ai lati ed in basso. Le crepaccie si succedono ad intervalli regolari di 15 metri circa. Ma<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|ghiacciai seward e agassiz}}|117}}</noinclude>sotto la cascata superiore, allo sbocco dal bacino d'origine, il ghiacciaio si distende in un'ampia superficie, a declivio dolce, tutta solcata da fessure. A un paio di chilometri sopra Point Glorious il pendìo diventa più ripido, mentre il ghiacciaio, prima defluente verso Sud- Est, si curva leggermente, dirigendosi direttamente a Sud. Nella porzione superiore non vi sono che crepaccie marginali (ai lati del ghiacciaio), disposte, come di solito, obliquamente verso l'alto, dagli {{FI
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}} orli verso il mezzo del ghiacciaio, contro la direzione della corrente, e divergenti dai lati con angoli di 40° circa<ref>Per la spiegazione di questa disposizione particolare, rimando ai libri che trattano dei fenomeni glaciali.</ref>. Un poco più in basso le fenditure dei due lati si riuniscono per le loro estremità, al centro del ghiacciaio, dando luogo a crepaccie che lo attraversano in tutta la sua ampiezza, foggiate a ''V'' rovesciato, col vertice al centro del ghiacciaio e rivolto a monte, gli estremi ai lati ed in basso. Le crepaccie si succedono ad intervalli regolari di 15 metri circa. Ma<noinclude><references/></noinclude>
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}} orli verso il mezzo del ghiacciaio, contro la direzione della corrente, e divergenti dai lati con angoli di 40° circa<ref>Per la spiegazione di questa disposizione particolare, rimando ai libri che trattano dei fenomeni glaciali.</ref>. Un poco più in basso le fenditure dei due lati si riuniscono per le loro estremità, al centro del ghiacciaio, dando luogo a crepaccie che lo attraversano in tutta la sua ampiezza, foggiate a ''V'' rovesciato, col vertice al centro del ghiacciaio e rivolto a monte, gli estremi ai lati ed in basso. Le crepaccie si succedono ad intervalli regolari di 15 metri circa. Ma<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia, 1900 - BEIC IE7872886.djvu/172
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Marcella Medici (BEIC)
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: 118 CAPITOLO SESTO questa forma non tarda a modificarsi: per la velocità maggiore della corrente al centro del ghiacciaio, il vertice del V discende più rapi- damente delle estremità; e l'angolo, in origine di 50°-60°, si fa più aperto, finchè la crepaccia diventa rettilinea, nettamente trasversale. Proseguendo nella discesa, l'angolo si rovescia a poco a poco; dap- prima le crepaccie diventano semilunari, colla concavit...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>118
CAPITOLO SESTO
questa forma non tarda a modificarsi: per la velocità maggiore della
corrente al centro del ghiacciaio, il vertice del V discende più rapi-
damente delle estremità; e l'angolo, in origine di 50°-60°, si fa più
aperto, finchè la crepaccia diventa rettilinea, nettamente trasversale.
Proseguendo nella discesa, l'angolo si rovescia a poco a poco; dap-
prima le crepaccie diventano semilunari, colla concavità rivolta in
alto, poi di nuovo a forma di V, ma aperto a monte, col vertice in
basso, che racchiude un angolo di 30° circa. Intanto le spaccature
si vengono sempre più allargando al centro, e gli strati di ghiaccio
che le separano una dall'altra, per lo stiramento a cui sono sotto-
posti, si rompono anch'essi in brevi crepaccie, perpendicolari alle
precedenti e parallele all'asse del ghiacciaio. Così è che tutta la
massa finisce per rimanere divisa in cubi giganteschi, la maggior
parte completamente isolati e circoscritti da ogni lato da fenditure.
Al di sotto del punto dove il ghiacciaio Pinnacle confluisce col Se-
ward, le crepaccie diventano così numerose, e si incrociano in modo
così intricato, che non vi si distingue più nessun ordinamento. Il
ghiacciaio è formato da blocchi irregolari, di tutte le dimensioni,
accavallati l'uno all'altro alla rinfusa, e conserva poi questo aspetto
fino alla sua cascata terminale.
L'aspetto del Seward era un poco diverso nel 1890, quando lo
vide per la prima volta, e lo descrisse il Russell. Allora la disposi-
zione delle crepaccie trasversali si conservava riconoscibile fin
nella parte inferiore del ghiacciaio; di più, esse scomparivano in
parte, e la superficie si faceva più unita per un certo tratto, prima
di raggiungere l'ultima cascata. È possibile che una maggior quan-
tità di neve ricoprisse quell'anno le crepaccie in basso. Anche la ra-
pidità di discesa del ghiacciaio deve essersi modificata dal 1890 in
qua. Sebbene le misurazioni tentate allora dal Russell non abbiano
dato risultati concordanti, egli ritiene che la velocità, al centro del
ghiacciaio, dovesse essere di oltre 6 metri al giorno. Tanto il Rus-
sell, come il suo compagno Kerr, parlano di frequenti cadute di
seracchi, sì da sentire talora il ghiaccio tremare sotto i loro piedi,
e di colpi e rombi quasi continui dovuti allo schiantarsi ed al roto-<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|118|CAPITOLO SESTO|}}</noinclude>
questa forma non tarda a modificarsi: per la velocità maggiore della corrente al centro del ghiacciaio, il vertice del ''V'' discende più rapidamente delle estremità; e l'angolo, in origine di 50°-60°, si fa più aperto, finchè la crepaccia diventa rettilinea, nettamente trasversale. Proseguendo nella discesa, l'angolo si rovescia a poco a poco; dapprima le crepaccie diventano semilunari, colla concavità rivolta in alto, poi di nuovo a forma di ''V'', ma aperto a monte, col vertice in basso, che racchiude un angolo di 30° circa. Intanto le spaccature si vengono sempre più allargando al centro, e gli strati di ghiaccio che le separano una dall'altra, per lo stiramento a cui sono sottoposti, si rompono anch'essi in brevi crepaccie, perpendicolari alle precedenti e parallele all'asse del ghiacciaio. Così è che tutta la massa finisce per rimanere divisa in cubi giganteschi, la maggior parte completamente isolati e circoscritti da ogni lato da fenditure. Al di sotto del punto dove il ghiacciaio Pinnacle confluisce col Seward, le crepaccie diventano così numerose, e si incrociano in modo così intricato, che non vi si distingue più nessun ordinamento. Il ghiacciaio è formato da blocchi irregolari, di tutte le dimensioni, accavallati l'uno all'altro alla rinfusa, e conserva poi questo aspetto fino alla sua cascata terminale.
L'aspetto del Seward era un poco diverso nel 1890, quando lo vide per la prima volta, e lo descrisse il {{wl|Q6084218|Russell}}. Allora la disposizione delle crepaccie trasversali si conservava riconoscibile fin nella parte inferiore del ghiacciaio; di più, esse scomparivano in parte, e la superficie si faceva più unita per un certo tratto, prima di raggiungere l'ultima cascata. È possibile che una maggior quantità di neve ricoprisse quell'anno le crepaccie in basso. Anche la rapidità di discesa del ghiacciaio deve essersi modificata dal 1890 in qua. Sebbene le misurazioni tentate allora dal Russell non abbiano dato risultati concordanti, egli ritiene che la velocità, al centro del ghiacciaio, dovesse essere di oltre 6 metri al giorno. Tanto il Russell, come il suo compagno Kerr, parlano di frequenti cadute di seracchi, sì da sentire talora il ghiaccio tremare sotto i loro piedi, e di colpi e rombi quasi continui dovuti allo schiantarsi ed al {{Pt|roto-}}<noinclude><references/></noinclude>
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/* Riletta */
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<noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione|118|CAPITOLO SESTO|}}</noinclude>
questa forma non tarda a modificarsi: per la velocità maggiore della corrente al centro del ghiacciaio, il vertice del ''V'' discende più rapidamente delle estremità; e l'angolo, in origine di 50°-60°, si fa più aperto, finchè la crepaccia diventa rettilinea, nettamente trasversale. Proseguendo nella discesa, l'angolo si rovescia a poco a poco; dapprima le crepaccie diventano semilunari, colla concavità rivolta in alto, poi di nuovo a forma di ''V'', ma aperto a monte, col vertice in basso, che racchiude un angolo di 30° circa. Intanto le spaccature si vengono sempre più allargando al centro, e gli strati di ghiaccio che le separano una dall'altra, per lo stiramento a cui sono sottoposti, si rompono anch'essi in brevi crepaccie, perpendicolari alle precedenti e parallele all'asse del ghiacciaio. Così è che tutta la massa finisce per rimanere divisa in cubi giganteschi, la maggior parte completamente isolati e circoscritti da ogni lato da fenditure. Al di sotto del punto dove il ghiacciaio Pinnacle confluisce col Seward, le crepaccie diventano così numerose, e si incrociano in modo così intricato, che non vi si distingue più nessun ordinamento. Il ghiacciaio è formato da blocchi irregolari, di tutte le dimensioni, accavallati l'uno all'altro alla rinfusa, e conserva poi questo aspetto fino alla sua cascata terminale.
L'aspetto del Seward era un poco diverso nel 1890, quando lo vide per la prima volta, e lo descrisse il {{wl|Q6084218|Russell}}. Allora la disposizione delle crepaccie trasversali si conservava riconoscibile fin nella parte inferiore del ghiacciaio; di più, esse scomparivano in parte, e la superficie si faceva più unita per un certo tratto, prima di raggiungere l'ultima cascata. È possibile che una maggior quantità di neve ricoprisse quell'anno le crepaccie in basso. Anche la rapidità di discesa del ghiacciaio deve essersi modificata dal 1890 in qua. Sebbene le misurazioni tentate allora dal Russell non abbiano dato risultati concordanti, egli ritiene che la velocità, al centro del ghiacciaio, dovesse essere di oltre 6 metri al giorno. Tanto il Russell, come il suo compagno {{wl|Q87469292|Kerr}}, parlano di frequenti cadute di seracchi, sì da sentire talora il ghiaccio tremare sotto i loro piedi, e di colpi e rombi quasi continui dovuti allo schiantarsi ed al {{Pt|roto-}}<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia, 1900 - BEIC IE7872886.djvu/173
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: GHIACCIAI SEWARD E AGASSIZ 119 lare dei massi. Noi non osservammo nulla di questo nei giorni che passammo sul Seward o vicino ad esso. Il ghiacciaio si mantenne sempre perfettamente tranquillo; solo cadeva qualche sasso isolato, o, talora, un frammento di seracco precipitava in qualche crepaccia con un tonfo sordo. Seduti sullo stretto spigolo roccioso presso il campo, accanto al segnale di pietra eretto dal Russell, amm...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>GHIACCIAI SEWARD E AGASSIZ
119
lare dei massi. Noi non osservammo nulla di questo nei giorni che
passammo sul Seward o vicino ad esso. Il ghiacciaio si mantenne
sempre perfettamente tranquillo; solo cadeva qualche sasso isolato,
o, talora, un frammento di seracco precipitava in qualche crepaccia
con un tonfo sordo.
Seduti sullo stretto spigolo roccioso presso il campo, accanto al
segnale di pietra eretto dal Russell, ammiriamo commossi la scena
grandiosissima. La sera, come sempre, ne raddolcisce tutti i partico-
lari. Le montagne, appena velate, prendono una indecisione di con-
torni, che ammorbidisce le durezze delle creste e delle ombre nei
valloni. I ghiacciai delle Hitchcock, il Seward, il lontano Malaspina,
sono di color bianco pastoso, di crema; un leggero tono d'ombra ne
rivela appena le ampie ondulazioni. La traccia della nostra carovana
attraversa il Pinnacle come una ruga: è l'unica increspatura nel
grande piano unito. Leggieri vapori avvolgono le vette più alte. Il
sole è tramontato lentamente dietro il Sant'Elia e le due creste Nord
e Sud brillano d'una luce misteriosa e paiono fosforescenti. Un ultimo
raggio indora ancora la vetta dell'Augusta; la sua parete, in ombra,
severa e minacciosa, nerissima, è in contrasto violento con tutto il
candore che l'attornia. Il gelo ha fermato ogni cosa: non rotola più
nessun sasso: è cessato il mormorio d'acque colanti nelle crepaccie
del Seward. C'è una calma di tempo, una quiete, una serenità dif-
fusa e dolcissima. Siamo raccolti e silenziosi; «< in mezzo alla quiete
si ridestano voci segrete, che alla luce del giorno, cioè nella nostra
vita esterna, tacciono; e queste voci parlano di una vita più pro-
fonda, della quale possiamo solo farci un'idea incerta in alcune ore
solenni, ma che viene sempre sopraffatta dallo strepito della vita
quotidiana»). Più tardi, a malincuore, pensando al lavoro del do-
mani, rientrammo nelle tende.
Il giorno dopo (10 luglio), attraversammo il Seward. Prima di
poter discendere sul ghiacciaio, dovemmo ancora seguire, per un
certo tratto, la costa del contrafforte, sul quale c'eravamo atten-
1) M. MAETERLINCK. Aglaveine et Selysette.<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|ghiacciai seward e agassiz}}|119}}</noinclude>
{{pt|lare|rotolare}} dei massi. Noi non osservammo nulla di questo nei giorni che passammo sul Seward o vicino ad esso. Il ghiacciaio si mantenne sempre perfettamente tranquillo; solo cadeva qualche sasso isolato, o, talora, un frammento di seracco precipitava in qualche crepaccia con un tonfo sordo.
Seduti sullo stretto spigolo roccioso presso il campo, accanto al segnale di pietra eretto dal {{wl|Q6084218|Russell}}, ammiriamo commossi la scena grandiosissima. La sera, come sempre, ne raddolcisce tutti i particolari. Le montagne, appena velate, prendono una indecisione di contorni, che ammorbidisce le durezze delle creste e delle ombre nei valloni. I ghiacciai delle Hitchcock, il Seward, il lontano Malaspina, sono di color bianco pastoso, di crema; un leggero tono d'ombra ne rivela appena le ampie ondulazioni. La traccia della nostra carovana attraversa il Pinnacle come una ruga: è l'unica increspatura nel grande piano unito. Leggieri vapori avvolgono le vette più alte. Il sole è tramontato lentamente dietro il Sant'Elia e le due creste Nord e Sud brillano d'una luce misteriosa e paiono fosforescenti. Un ultimo raggio indora ancora la vetta dell'Augusta; la sua parete, in ombra, severa e minacciosa, nerissima, è in contrasto violento con tutto il candore che l'attornia. Il gelo ha fermato ogni cosa: non rotola più nessun sasso: è cessato il mormorio d'acque colanti nelle crepaccie del Seward. C'è una calma di tempo, una quiete, una serenità diffusa e dolcissima. Siamo raccolti e silenziosi; «in mezzo alla quiete si ridestano voci segrete, che alla luce del giorno, cioè nella nostra vita esterna, tacciono; e queste voci parlano di una vita più profonda, della quale possiamo solo farci un'idea incerta in alcune ore solenni, ma che viene sempre sopraffatta dallo strepito della vita quotidiana»<ref>{{AutoreCitato|Maurice Maeterlinck|{{Sc|M. Maeterlinck}}}}, ''Aglaveine et Selysette''.</ref>. Più tardi, a malincuore, pensando al lavoro del do- mani, rientrammo nelle tende.
Il giorno dopo (10 luglio), attraversammo il Seward. Prima di poter discendere sul ghiacciaio, dovemmo ancora seguire, per un certo tratto, la costa del contrafforte, sul quale c'eravamo {{Pt|atten-}}<noinclude><references/></noinclude>
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Spinoziano (BEIC)
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{{pt|lare|rotolare}} dei massi. Noi non osservammo nulla di questo nei giorni che passammo sul Seward o vicino ad esso. Il ghiacciaio si mantenne sempre perfettamente tranquillo; solo cadeva qualche sasso isolato, o, talora, un frammento di seracco precipitava in qualche crepaccia con un tonfo sordo.
Seduti sullo stretto spigolo roccioso presso il campo, accanto al segnale di pietra eretto dal {{wl|Q6084218|Russell}}, ammiriamo commossi la scena grandiosissima. La sera, come sempre, ne raddolcisce tutti i particolari. Le montagne, appena velate, prendono una indecisione di contorni, che ammorbidisce le durezze delle creste e delle ombre nei valloni. I ghiacciai delle Hitchcock, il Seward, il lontano Malaspina, sono di color bianco pastoso, di crema; un leggero tono d'ombra ne rivela appena le ampie ondulazioni. La traccia della nostra carovana attraversa il Pinnacle come una ruga: è l'unica increspatura nel grande piano unito. Leggieri vapori avvolgono le vette più alte. Il sole è tramontato lentamente dietro il Sant'Elia e le due creste Nord e Sud brillano d'una luce misteriosa e paiono fosforescenti. Un ultimo raggio indora ancora la vetta dell'Augusta; la sua parete, in ombra, severa e minacciosa, nerissima, è in contrasto violento con tutto il candore che l'attornia. Il gelo ha fermato ogni cosa: non rotola più nessun sasso: è cessato il mormorio d'acque colanti nelle crepaccie del Seward. C'è una calma di tempo, una quiete, una serenità diffusa e dolcissima. Siamo raccolti e silenziosi; «in mezzo alla quiete si ridestano voci segrete, che alla luce del giorno, cioè nella nostra vita esterna, tacciono; e queste voci parlano di una vita più profonda, della quale possiamo solo farci un'idea incerta in alcune ore solenni, ma che viene sempre sopraffatta dallo strepito della vita quotidiana»<ref>{{AutoreCitato|Maurice Maeterlinck|{{Sc|M. Maeterlinck}}}}, ''Aglaveine et Selysette''.</ref>. Più tardi, a malincuore, pensando al lavoro del domani, rientrammo nelle tende.
Il giorno dopo (10 luglio), attraversammo il Seward. Prima di poter discendere sul ghiacciaio, dovemmo ancora seguire, per un certo tratto, la costa del contrafforte, sul quale c'eravamo {{Pt|atten-}}<noinclude><references/></noinclude>
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: 120 CAPITOLO SESTO dati, trascinando la slitta sul pendìo inclinato di neve che ne copre la base. Il tempo era coperto, afoso, la neve pessima; le guide riu- scivano a stento a tirare una delle due slitte, mentre noi, cammi- nando a valle di essa, la sostenevamo nei tratti più ripidi della tra- versata, puntandole contro una spalla, perchè non avesse a rotolare in basso. Dopo superato un secondo sperone ricoperto di ghia...
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CAPITOLO SESTO
dati, trascinando la slitta sul pendìo inclinato di neve che ne copre
la base. Il tempo era coperto, afoso, la neve pessima; le guide riu-
scivano a stento a tirare una delle due slitte, mentre noi, cammi-
nando a valle di essa, la sostenevamo nei tratti più ripidi della tra-
versata, puntandole contro una spalla, perchè non avesse a rotolare
in basso. Dopo superato un secondo sperone ricoperto di ghiaccio
rotto, portando la roba a spalle, ricomposto il carico sulle slitte,
potemmo finalmente procedere verso Ovest, sul Seward stesso. Il
Attraversando il Seward
ghiacciaio in questo punto è largo poco più di 5 chilometri, ma
dovemmo seguire una via talmente tortuosa, per contornare le cre-
paccie, sebbene gli andirivieni fossero stati ridotti a un minimo
dall'esplorazione compiuta due giorni prima da S. A. R., che per-
corremmo in realtà una distanza presso a poco doppia. Cammina-
vamo parallelamente alle enormi crepaccie, su nastri di ghiaccio
spesso poco più larghi della slitta, talora su veri dadi collegati fra
loro da ponti di neve, fortunatamente molto solidi. Andava innanzi
una carovana legata, esaminando attentamente e tastando colla pic-
cozza tutti i ponti sui quali doveva passare la pesante slitta coi
cinque uomini aggiogati.<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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{{pt|dati|attendati}}, trascinando la slitta sul pendìo inclinato di neve che ne copre la base. Il tempo era coperto, afoso, la neve pessima; le guide riuscivano a stento a tirare una delle due slitte, mentre noi, camminando a valle di essa, la sostenevamo nei tratti più ripidi della traversata, puntandole contro una spalla, perchè non avesse a rotolare in basso. Dopo superato un secondo sperone ricoperto di ghiaccio rotto, portando la roba a spalle, ricomposto il carico sulle slitte, potemmo finalmente procedere verso Ovest, sul Seward stesso. Il {{FI
|file = Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia, 1900 - BEIC IE7872886 - Attraversando il Seward.jpg
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}} ghiacciaio in questo punto è largo poco più di 5 chilometri, ma dovemmo seguire una via talmente tortuosa, per contornare le crepaccie, sebbene gli andirivieni fossero stati ridotti a un minimo dall'esplorazione compiuta due giorni prima da {{AutoreCitato|Luigi Amedeo di Savoia-Aosta|S. A. R.}}, che percorremmo in realtà una distanza presso a poco doppia. Camminavamo parallelamente alle enormi crepaccie, su nastri di ghiaccio spesso poco più larghi della slitta, talora su veri dadi collegati fra loro da ponti di neve, fortunatamente molto solidi. Andava innanzi una carovana legata, esaminando attentamente e tastando colla piccozza tutti i ponti sui quali doveva passare la pesante slitta coi cinque uomini aggiogati.<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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}} ghiacciaio in questo punto è largo poco più di 5 chilometri, ma dovemmo seguire una via talmente tortuosa, per contornare le crepaccie, sebbene gli andirivieni fossero stati ridotti a un minimo dall'esplorazione compiuta due giorni prima da {{AutoreCitato|Luigi Amedeo di Savoia-Aosta|S. A. R.}}, che percorremmo in realtà una distanza presso a poco doppia. Camminavamo parallelamente alle enormi crepaccie, su nastri di ghiaccio spesso poco più larghi della slitta, talora su veri dadi collegati fra loro da ponti di neve, fortunatamente molto solidi. Andava innanzi una carovana legata, esaminando attentamente e tastando colla piccozza tutti i ponti sui quali doveva passare la pesante slitta coi cinque uomini aggiogati.<noinclude><references/></noinclude>
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<poem>Bella, il tuo cor languisce, il mio pur langue;
Tù l’hai ferito, io l’ho ferito à morte;
Tù per gli occhi distilli in pianto il sangue,
L’istesso Io stillo, e per l’istesse porte.
Hor perche questo, e quel non resti esangue,
E perche unita è la virtù più forte;
Sia de’ languidi cor la coppia unita,
Che per tale union staranno in vita.</poem>
{{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|78.}}
<poem>Bella, passa, l’età, beltà non dura,
Vola il piacer, Cupido hà i vanni suoi;
Stolto chi sprezza il dono di natura,
Che si perde, e perduto il piange poi.
Cogliam sù il verde il fior, che se ce ’l fura
Il tempo ladro, ei più nò ’l rende à Noi,
Goda ogn’un, mentr’ei può, che quando ci vuole,
Non potrà poi godere, e in van si duole.</poem>
{{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|79.}}
<poem>Mentre il Mago à costei l’ardir maligno,
Di Rè fatto cantor, spiegava in canto,
Come Giove, di Dio cangiato in Cigno,
Leda ingannò, col musicale incanto;
L’empio Amor, dentro il cor, come benigno,
Le suggeria, che l’aggradisse intanto,
E che sfogasse in quel secreto loco,
Col Secretario, il suo secreto foco.</poem><noinclude>{{PieDiPagina|||''E''{{spazi|5}}}}</noinclude>
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<poem>E glielo raffigura il più compito,
Che fusse al mondo, amabile, e cortese,
Sopratutto fedel, che mai tradito,
Non l’havria, nè l’error faria palese,
Anzi, che il nome suo, per lui chiarito,
Ogni Regno empirebbe, ogni paese,
E che la prima, ò l’ultima non era
Ella à far ciò, de la feminea schiera.</poem>
{{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|81.}}
<poem>Hor che farà, battuta la Donzella
Deniro, e di fuor, se non per vinta darsi?
Dicendo: à Dio, mia pudicitia bella,
Ceder bisogna, ove non può pugnarsi.
L’Arciero alhor tosto introdusse à quella
L’Amante, che à l’Amata, in rincontrarsi,
La Zona Verginal dal fianco scinse,
E ’l trionfante Amore il cor le avinse.</poem>
{{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|82.}}
<poem>Poiche la saggia, e gloriosa Donna,
Che solea trionfar di ogni sua guerra,
Scossa fù, qual da fulmine, colonna,
Da colui, che i giganti, e’ Numi atterra.
Di lei non solo il vincitor s’indonna,
Ma d’ogn’huom, ch’ella havea prostrato à terra;
Poiche chi vince, chi pria vinse altrui,
D’ambi trionfa, in trionfar di lui.</poem><noinclude>{{PieDiPagina|||''Il''{{spazi|5}}}}</noinclude>
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<poem>Il trionfante alhor sù la cattiva
Tutte adunò le sue lusinghe sparte;
Ond’ella riuscì così lasciva,
Ch’egual non lessi nel’antiche carte.
Circe non mai, sù la Circense riva,
Nè Medea sù l’Achea, con magic’arte,
Poter più, che non può, con faccia vaga,
Questa bella di Amor vezzosa maga.</poem>
{{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|84.}}
<poem>Sono gl’incanti suoi, comporsi i crini,
Pingere il volto ad ombre di cinabro,
Coronari di rose, e di rubini,
Gemmarsi il collo, e profumarsi il labro.
Di fantastici fregi, e peregrini
Coprirsi, e di lavor d’estranio fabro.
E tanto, hora per dritto, hora per fianco
Specchiarsi, che ’l cristal divenghi stanco.</poem>
{{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|85.}}
<poem>Sen’esce poi, quando più chiaro è ’l giorno,
Dietro al Tiran del’amoroso Regno,
Dov’è ’l popol più folto, ove soggiorno
Fanno i maggior di nobiltà d’ingegno.
Rubba, dovunque passa, e mira intorno,
De’ petti, à i petti il più pregiato pegno;
A casa al fin vittoriosa riede
Ricca di care, e pretiose prede.</poem><noinclude>{{PieDiPagina|||''Dove''{{spazi|5}}}}</noinclude>
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<poem>Dove ella in ogni tempo è corteggiata
Da gente militar giovane, e bella,
Sopra tutto de’ proci la brigata,
Mai non parte da lei, sempre è con ella.
Non ardisce però tentar l’Amata
Di colpa, e tien la sol vana Donzella,
Ed ella fuor, che al Cancellier, non scopre,
Come a’ fedel di sua lascivia {{Ec|l’opre,|l’opre.}}</poem>
{{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|87.}}
<poem>Bandì frà tanto il Preside Romano,
Per lo Natal di Cesare un festino,
Convocando d’appresso, e da lontano,
Tutta la Nobiltà del Palestino.
Con le Giostre gli Eroi sù largo piano,
Prima honorar l’Imperador Latino,
Con l’Eroine poi sù palco adorno,
Celebrar, carolando, il fausto giorno.</poem>
{{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|88.}}
<poem>Fra’ Cavalier, gli Amanti di fortezza
Portaro il vanto, e ’l riportò Maria
Di gratia frà le Dame; e di bellezza,
Di perfidia Dolante, e fellonia;
Che volendo vantar maggior prodezza,
A i rival rivelò: con la magia
D’haver quella beltà vinto, e goduto,
Ch’essi, con l’arme, non havean potuto.</poem><noinclude>{{PieDiPagina|||''Que-''{{spazi|5}}}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione||{{Type|l=0.4em|{{larger|SECONDO.}}}}|61}}</noinclude>{{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|89.}}
<poem>Questo sentendo i proci, ad uno ad uno
Corsero à minacciar la renitente,
S’ella non consentia, di farne ogniuno
Consapevol del fallo incontinente.
Vistasi ella scoperta, fè ciascuno
Contento, e diffamossi ad ogni gente,
Così divenne il folle Battriano,
D’occulto Amante, un publico mezano.</poem>
{{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|90.}}
<poem>La guardigna Nutrice ad Armellina
Tosto avvisò quel deplorabil fatto,
Che chiamandomi in camera tapina,
M’esortò, ch’Io provegghi à quel misfatto.
Io trovato l’autor di tal ruina,
Che stupido sembrava, e mentecatto,
Di sdegno acceso, e di severo zelo,
Cotal vendetta imprecogli dal Cielo.</poem>
{{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|91.}}
<poem>Barbaro traditor, perfido Scita,
Solo à tè stesso in crudeltà simile,
Posciache tanto ardisti, c’hai tradita
La tua Signora, ingiurioso, e vile.
Tradisca la tua man, l’empia tua vita,
Dopo un lungo vagar da Battro à Tile;
Sij sempre infermo, e misero, e non senta
Pietà nessun del mal, che ti tormenta.</poem><noinclude>{{PieDiPagina|||''Que-''{{spazi|5}}}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione|62|{{Type|l=0.4em|{{larger|CANTO}}}}}}</noinclude>{{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|92.}}
<poem>Quesa imprecation, qual dardo à segno,
Colpì nel cor dal Battriano immondo,
Poiche fuggendo, e ritornando al Regno,
Respinto ei fù dal suo germano Ermondo.
Si rivolse in Giudea: mà de lo sdegno
Di Lazaro temendo; à un vagabondo
Corsar congiunto, infermo, e scemo ei trama
Levar la vita, à chì levò la fama.</poem>
{{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|93.}}
<poem>L’antica corte alhor sdegnata insieme
Partissi, e cesse la Nutrice al fato.
Io con l’Augusta mi fermai, con speme
Di rivocarla un giorno al primo stato.
Però mentre Armellina irata geme,
Trovo Maria, quand’è ciascun posato;
E per tirarla à quello, ch’Io pretendo,
Così paternamente la {{Ec|riprendo,|riprendo.}}</poem>
{{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|94.}}
<poem>Figlia del’alma mia, da molti molto
Sento sparlar de’ tuoi lascivi amori;
Ed io dagli occhi tuoi, dal tuo bel volto
Veggio spartiti i verginal fulgori.
Già solea dir, di tè fidando (ahi stolto)
Che stimasser le Donne i proprij honori;
Hor deluso da te, convien, che io dica,
Che nel mondo non vi è donna pudica.</poem><noinclude>{{PieDiPagina|||''Son''{{spazi|5}}}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione||{{Type|l=0.4em|{{larger|SECONDO.}}}}|63}}</noinclude>{{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|95.}}
<poem>Son deluso da tè, che ’l maritaggio
Sprezzasti già d’Imperadori, e Regi,
Ed hor ti soggiogasti al dominaggio
D’un lascivo drappel, che ti dispregi.
Come, deh, come il tuo real legnaggio,
D’un sfregio tal miseramente sfregi?
Dov’è la tua pietà, dov’è il tuo senno?
Gran follie, gran magie tener ti denno.</poem>
{{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|96.}}
<poem>Mà se rimasto è in tè qualche barlume
Di ragion, lascia il mal, mentre, che puoi,
Che di rado si trahe fatto costume,
Spesso, anzi sempre ne’ principij suoi.
Fuggi l’occasion, metti le piume,
Torna à lo stato, ed à gli studij tuoi;
Ricordati chi sei, chi tua famiglia;
Fà degn’opre di tè, che pensi, o Figlia?</poem>
{{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|97.}}
<poem>Mentr’Io così parlava, ecco, che ascese
Marta, e con energia, così tremenda,
E con enfasi tal ve la riprese,
Ch’ella promise alhor, alhor l’emenda.
Mà partita colei, costei discese
Al giardin, per fuggir chi la riprenda,
E per temprar, con quella vista poscia
La penosa del cor mortale angoscia.</poem><noinclude>{{PieDiPagina|||''Dove''{{spazi|5}}}}</noinclude>
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Pagina:Cumbo - La Maddalena liberata, Venezia, Baglioni, 1673.djvu/84
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<poem>Dove i lochi mirando occulti, e cheti,
Che à i suoi furtivi amor furon sì grati,
Doue apria di natura i bei secreti,
Presagendo à i suoi proci i loro fati.
E’ nomi sù le piante, e casi lieti
Degli Amanti leggendo, e degli Amati,
Ostinata d’amar più che mai fosse,
Così a sfogar l’acceso cor si mosse.</poem>
{{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|99.}}
<poem>Biasmi chi vuole l’amoroso impaccio,
Fugga chi vuole l’amoroso foco,
Ch’Io per me lodo quello, e questo abbraccio,
E lieta prendo ogni lor pena à gioco.
Nè mai vorrò frà più bel rogo, ò laccio,
Trovarmi in ogni tempo, e in ogni loco;
E pria la Parca troncherà gli stami
De la mia vita, ch’io giamai disami.</poem>
{{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|100.}}
<poem>E in questo dir, da’ lumi dolci, e belli
Tanti fulmini, e rai sparge, e diffonde,
Che arser d’Amor le sere, arser gli augelli,
Arser le piante, e’ sassi, arsero l’onde.
Mà tosto si pentì, che Amore in quelli
Falsi diletti, il vero fel v’infonde,
Che le potenze dentro, e’ sensi fuori
L’amareggia, e’ piacer cangia in dolori.</poem><noinclude>{{PieDiPagina|||''Ogni''{{spazi|5}}}}</noinclude>
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<poem>Ogni pensiero, ogni desiro, pria
Lieto, e giocondo, hor è mesto, e funebre;
L’ange timor, l’afflige gelosia;
Mostra polso, e pallor d’etica febre.
Cogitabondi hà gli occhi, e star desia
Sola; tremole, e basse hà le palpebre.
Manda lunghi sospir, subiti pianti,
Apre risi sardonici à gli Amanti.</poem>
{{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|102.}}
<poem>Nè contento di ciò l’empio tiranno,
Congiurando il van Mondo, e ’l fiero Pluto,
Qual Gerion tricorpore, l’affanno,
E ’l giogo le moltiplica, e ’l tributo.
Nè satio, per maggior cautela, e danno,
La rilega, e raggrava il cieco astuto
Di sette spirti rei con la catena,
Per cui l’oppressa, è d’ogni vitio piena.</poem>
{{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|103.}}
<poem>Perche Satan la fà gonfia, ed altiera,
La rende avara, e cupida Mammona,
Asmodeo petulante, e lusinghiera,
Beemotto ubbriaca, e crapulona,
Furibonda Caronte, e masnadiera,
Belzebuc miserabile, e pultrona,
E livida Astarotto; in somma è tale;
Che la sentina sembra d’ogni male.</poem><noinclude>{{PieDiPagina||E|''Nè''{{spazi|5}}}}</noinclude>
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<poem>Nè son men tormentosi, e men mortali
De’ mali interior, gli esteriori,
Che gli Amanti per lei fatti rivali,
Toglionsi avante à lei l’alme, e gli honori.
E le vedove mogli à i tribunali,
Contra lei fan querele, e riclamori,
Onde gli ufficial de la gran corte
Cercan de la sua vita l’altrui morte.</poem>
{{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|105.}}
<poem>L’afflige anco sentir per lei soffrire
Grande angonia la pia Sorella Marta,
Che de la colpa sua, per non udire
L’infame grido, in Galilea s’apparta.
La spaventa il german, che sdegni, ed ire
Le fulmina dal campo con la carta,
Protestandosi, s’ella non s’emenda,
Far con l’arme di lei vendetta horrenda.</poem>
{{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|106.}}
<poem>La tormenta di più vedersi ogn’hora
Sù la testa, di Dio l’irato brando.
E che l’ombra materna in sogno ancora
La và spesso atterrendo, e minacciando.
Che Maddalo l’abomina, e deplora,
La mormora Israel; non la {{Ec|chiamando.|chiamando}}
Con altro nome, che di Meretrice,
Onde al Tiran diceva l’infelice.</poem><noinclude>{{PieDiPagina|||''Ahi''{{spazi|5}}}}</noinclude>
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<poem>Ahi come tardi, Io me ne avveggio, ahi come
M’ingannasti, empio Amor: mi promettesti
Celarmi il fallo, e celebrarmi il nome,
Hor questo oscuri, e quello manifesti.
E caricata di tartaree some,
Di vergognosi titoli m’investi.
Ben mi stà, ch’Io scampar quando potei,
Non volli, ed hor non posso, che vorrei.</poem>
{{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|108.}}
<poem>Questo dicendo, qual da sonno desta,
Vorria scampar, nè può l’immondo inciampo,
Che se fù l’inciampare in sua podesta,
Nel’altrui potestade hor’è lo scampo.
Così ne la prigion viminea resta,
Muto pasculator di marin campo,
Che quell’ordigno accoglie, e non esclude,
S’apre à l’entrare, ed al’uscir si chiude.</poem>
{{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|109.}}
<poem>Hor questo è quando di costei sin’hora
Vidi, e sentì; l’emenda ò la vendetta
Aspettando e temendo; nè dimora
A venir, che si teme, ò che si aspetta.
Che se ’l Cielo offre à lei lo scampo; ancora
La strage à gli Amator viene predetta,
Di cui, per liberarsene costoro,
Spedir contra il buon Duce due di loro.</poem><noinclude>{{PieDiPagina||E 2|''Eles-''{{spazi|5}}}}</noinclude>
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Indice:Storia della citta e della diocesi di Como (IA storiadellacitta02cant).pdf
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<poem>Elessero à pugnar contra il buon Duce
Fidamante per Mar, Tigran per terra;
Tigran l’Arabo Rè seco conduce,
Ch’è suo Cogino, à provocarlo in guerra.
Fidamante un corsar contra gl’induce,
Con cui Dolante pur corseggia, ed erra.
Ed io preveggo con la mia scienza,
Che frà breve sarà la mia partenza:</poem>
{{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|111.}}
<poem>Mà siasi ciò, che nel Decreto eterno
Determinò quel Dio, che à tutti è Giove.
Che per mè tutto è ben; poiche discerno,
Che senza il suo voler, nulla si move.
Così dice il buon Vecchio, e ’l duolo interno
Sfogando, in pianto, sù la barba il piove.
Così l’amico compiacer gli piacque,
E così fece fine, e così tacque.</poem>
{{Ct|t=0.8|f=110%|Il Fine del Secondo Canto.}}
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Fidamante per Mar, Tigran per terra;
Tigran l’Arabo Rè seco conduce,
Ch’è suo Cogino, à provocarlo in guerra.
Fidamante un corsar contra gl’induce,
Con cui Dolante pur corseggia, ed erra.
Ed io preveggo con la mia scienza,
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Determinò quel Dio, che à tutti è Giove.
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Che senza il suo voler, nulla si move.
Così dice il buon Vecchio, e ’l duolo interno
Sfogando, in pianto, sù la barba il piove.
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CITTÀ
E DELLA
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V
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%TÌ.
EDIZIONE RIVEDUTA EU AMPLIATA.
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FIR ENZK.
FELICE LE MONNIER
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{{Ct|v=0.8|L=0.3em|f=110%|ARGOMENTO}}
<poem style="font-style:normal">
A richiesta d’Ipparco i pregi, e’ vanti
Narra del Duce Lazaro, Fidano.
Giunta Marta à Maria, fuga gli Amanti,
E lei riprende del consortio vano;
E per destarla a’ desiderij santi,
Lodale in parte l’Amator sovrano.
Quinci da lei pregata, in un discorso
S’accinge à spor de la sua vita il corso.</poem>
{{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|1.}}
<poem>Spinto intanto l’auriga il carro havea,
Tant’oltre, che già supera, e trascorre
La Provincia, col mar di Galilea;
Là dove in maestà sorge il Taborre.
Guazza il Cison, che un piede à la marea
Dolce, un’altra à la salsa stende, e scorre
Le radici al passar, del bel Carmelo,
Monte sacrato à la gran Dea del Cielo.</poem><noinclude>{{PieDiPagina||E 3|''Men-''{{spazi|5}}}}</noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Utoutouto" /></noinclude>STORIA DELLA CITTÀ E DIOCESI DI COMO.
LIBRO OTTAVO.
GLI AUSTRO-SPAGNUOLI.
[1555-1700.]
§
I.
Parve nei destini che dovunque
stendesse lo scettro,
Sei sanno
il
ivi
Portogallo,
la
nazione spaglinola
portasse desolazione ed avvilimento.
1'
America,
Fiandre
le
;
sei sa
Y Ita-
cui vedemmo ravvolta in tanti guai, e che più crebbero,
quando, consolidato qui il potere di Carlo V, in luogo d' un
principe vicino, che facilmente conoscesse
bisogni, prepa-
lia,
i
rasse
usi
ed
rimedj,
i
ai
avemmo un
re lontanissimo, straniero agli
sentimenti nostri; sicché, a dirla con Tacito, dai
remoti confini della terra venivano
le cose.
E
i
provvedimenti dopo
quand'egli sazio d'un regno tumultuoso, d'un
avvicendar di tormentose fortune, di lamenti dei popoli, di
malattie del corpo, cesse
Filippo
II,
il
dominio, noi venimmo a suo
figlio
re lento senza prudenza, ambizioso senza intra-
prendere, falso senza saper ingannare, raffinalo senza pro1' un
più debole delbene dei popoli, che dove aveano
fatto letargo ivi diceano aver messa la pace, e che precipitarono al fondo la monarchia spagnuola quando parca presso
a diventar signora del mondo.
« Oh misera, misera patria mia, quanta pietà mi stringe
per le qualvolta leggo, qualvolta scrivo cosa che a reggi-
fondità, poi a Filippo III, indi ad altri
l'
altro, tutti trascuranti del
li,
l<noinclude></noinclude>
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Utoutouto" /></noinclude>,
vicende.
2
mento
civile abbia rispetto! »
[Lib. Vili.]
Queste parole di Dante 1 scop-
piano dal cuore a chi considera la Lombardia neir età sparegnare senza contrasti su nemici e
gnuola. Ingrandirsi
;
sudditi senza cura di renderli felici e migliori,
care l'arte
somma
non che cer-
di sposare l'interesse publico al privato;
spegnere l'industria nelle sue fonti imponendo gravezze
con una cupidità ed un' insensatezza al pari sterminata; governatori che vedevano
male, non vi provedevano
il
nato despoto del fare leggi e
città avidi, beccaliti,
la togata
ignoranza
ed
ufficiali
i
;
curiali,
;
un se-
;
delegati della
che coprivano col sussiego spagnuolo
tutto
i
preti ed
i
nobili
;
moltiplicati gli
genia più necessaria ove sono peggiori
senza freno
le leggi; soldati
dell' eseguirle
;
finanzieri che,
non paghi
di di-
videre le merci, portavano tirannesche vedute in seno delle
famiglie.... quest' è
il
bene che ne portarono
gli stranj
domi-
natori.
Como
era scemato di giurisdizione
poiché a tacer la
;
Valtellina e le prefetture svizzere perdute irreparabilmente,
quei re, simili al Mida della Favola affamato in mezzo all'oro
per grande necessità alienarono
di
molte terre
2
le giurisdizioni
ed
i
censi
del Comasco, P ambizione dei privati secon-
dando P indigenza della Camera: onde a ragione Paolo Giovio
chiamava Como città malata d'etica febbre.
Dei governatori qui mandati i più erano cagione di nuovi
nelle epistole
norma
triboli, togliendo
al
proceder loro quello dei gover-
natori dello Stato, che despoti e prepotenti sulla gente loro
aveano
tradita,
È
un sistema d'insulti e depredazioni.
risposta di uno fra questi, di cui avendo il
stabilito
celebre la
re cassata una ingiusta sentenza, egli ne stracciò l'editto,
dicendo
Fra
« Il re
:
i
comanda a Madrid,
governatori di
Como va
io
a Milano. »
distinto
Giovanni Anguis-
1
Conv., pag. 270.
Colico eretto in contea dai Visconti era stato dato ai Sanseverino:
poi Lodovico Sforza lo infeudò a Giovanni Casale suo cameriere, indi ai
richiami de' Comaschi lo liberò. Ora Carlo V lo diede ad un Caldarini,
2
ad Antonmaria Quadrio
di Tirano. Bellagio fu
poi ai Pusterla
,
agli Sfondrati
la Vallintelvi ai Marliani milanesi
al
:
infine
senator Casnedo, ec. ec.Vedi
Milano
,
185£.
il
nostro libro
:
Lomazzo
dato
e Rovellasca
La Lombardianel
secolo
XVI!.<noinclude></noinclude>
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Pagina:Storia della citta e della diocesi di Como (IA storiadellacitta02cant).pdf/14
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Utoutouto" /></noinclude>VICENDE.
[Lib. Vili.]
uno
sola,
Farnese
3
che aveano ucciso il dissoluto Pierluigi
Paolo III, duca di Piacenza. Egli seppe ren-
di quelli
figlio di
dersi caro. Fabbricò la villa Pliniana, e fra quel inelanco-
nioso silenzio cercava sicurezza, ben sapendo d' essere cer-
cato a morte. Poiché trovandosi per affari publici ne' Gri-
ambasciadore francese, nel palazzo stesso
una stoccala, e fortuna che il colpo
falli. Poi un assassino vestito da frate visse a lungo in un
convento di Como aspettando luogo e tempo a scannarlo
ma avanti dar fine al proposto venne scoperto. Tale terrore
però ne concepì 1' Anguissola, che poco sopravvisse.
Como teneva alia Congregazione di Stato in Milano un
suo oratore un altro sedeva per lo più nel senato e nel magistrato ordinario. Qui il podestà eia ornai escluso dalle adunanze publiche, ed aveva legate le mani. Due giudici sopravgioni, Belcceuvre,
del vescovo gli trasse
:
:
vedevano la pésca: a Bellagio stanziava il capitano del lago:
Congregazione de' conservatori del patrimonio curava i
la
debiti, gli appalti ec. della città.
Xuovc Coslltuziuni di
Lombardia.
Chi avesse paCarlo V,
troverebbe una farragine
zienza di scorrere gli archivj
d'editti, di gride prolisse: ogni tratto minacciata la corda,
altre pene rimesse alla discrezione del
la galera, la ruota
Erano
state nel 1541 publicate le
fonte di tanti guai alla
,
:
giudice o dei carnefice stesso.
crudeli scemare
i
delitti ?
Quando mai
videro
si
Con qual barbarie poi
si
le leggi
esegui-
il vedremo. Quante volte per la
d'una legge ordinaria, per avere disobbedilo un
comando dei signori nobili decurioni, essere mancalo a
sgombrare la fossa della città, aver portate a mercato frutte
vano
i
giudizj, abbastanza
violazione
acerbe....
vedevansi de' miserabili sospesi e squassati dalla
corda in piazza del duomo! de' miserabili: giacché
gli astuti,
i
ricchi,
i
i
ribaldi,
potenti, rompessero pure ad ogni ec-
cesso, erano certi dell' impunità.
Quanto ai tributi non vi dico altro. A pagare il mensuale
sempre crescente imponevansi da principio soldi 21 ogni
scudo di estimo
lire.
1
1
Carlo
V
;
in appresso
si
crebbe
fin oltre le
nel 1343 fece a spese delle
Le monete più usate erano
gli
scudi
d'
città
oro del sole
,
cinque
rinnovare
dequali
i
vecchi<noinclude></noinclude>
2rm07ibeqi930dttotq7ocf7hxiz1hn
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<noinclude><pagequality level="1" user="Utoutouto" /></noinclude>VICENDE.
4
r estimo, che 56 anni
ma
beni mobili;
si
più
la
[Lib. Vili.]
penò a compire. Furono
esclusi
i
crassa ignoranza dell'economia,
strani errori di misura e di stima,
1'
arbitrio dato agli
am-
ministratori di distribuire fra le terre la quota determinata
ad ogni provincia, ne fece una rete inestricabile di
di doglianze.
Ma
litigi
e
1
erano gabelle sulla carne, sul sale, sul
oltre questo
vino minuto, su ogni maniera di consumo: più, esazioni
con
qual danno dell' agricoltura ve lo lascio considerare. Fino il
vendere le cariche era una speculazione di quel mostro politico di Governo.
Che dirò poi del dover mantenere i soldati per le case,
quantunque si pagasse, e tanto, per non averli? ribaldi che
a forza, tolte di carri e bifolchi e buoi fino a centinaja,
per diritto e per torto angariavano; e qualvolta
desse loro
le
lo Stato
non
paghe, ciò che spesso accadeva, 2 voltavansi
ai
Comuni, minacciando porli a sacco, ed erano
quelli di farlo, terribili agli ospiti non meno che ai loro capi.
Davvero nessuna storia lascia in cuore tanta melanconia come quella dell' oziosa tirannide spagnuola. L' uomo
disparve affatto nelle leggi non la publica felicità, ma solo
privati ed
ai
:
troviamo ambiziosi ed assurdi provvedimenti per espilare i
editti che parlando
popoli, esaurir le fonti della ricchezza
;
continuo delle necessità del re, non mai delle nostre, rapi-
vano senza riposo
;
i
magistrati,
mancando
lo
splendor della
virtù, cingeansi dell'oscurità del mistero; arte di
valevano
economia
lire 5. 12, i nuovi lire 5. 10, poi crebbero a lire 5. 18
e la dobla
o zecchino del peso di d. 5, g. 10 d'oro di 22 carati prezzata lire 121-10.
1
Eccone il risultato del Comasco:
:
,
Citta e corpi ss.
Pievi di
pert.
campagna
Contado
Beni eccles.
citta e
—
25220.
9
cens. Lire
925895.
8.
»
17414118
»
2360210.11.
»
471112. 13. 9
»
6171433.
»
1744891.18-
6.
5 pagano Scudi 1315. 36.
3
»
»
3264.40.3.
11
»
»
7791. 21. 3.
nella
campag.
»
negli Svizzeri
»
82278.
68
1
3.
»
102568.
2.
7
»
»
1
»
»
00
00
estimo della mercatura di tutto lo Stato sommava a Se. 38,708, soldi 23,
toccavano al Comasco scudi 12,370. 97. 3. Delle case si fece l'estimo
in ragione di lire 100 ogni 18 di rendita, non dedotte le riparazioni ec.
Tutto insieme salì a lire 2,000,000 coir estimo di denari 6576 il qual peso
parve sì grave che molti padroni abbandonarono fin le case in ruina.
2
Quel Governo pensava tanto a' suoi soldati che nel 1694 pel ritardo
delle paghe lasciò perirne amigliaja dalla fame.
L'
di cui
:
,
,<noinclude></noinclude>
a70f1v052zoby5s82a4xzropbns24ac
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<noinclude><pagequality level="1" user="Utoutouto" /></noinclude>VICENDE.
[Lib. Vili.]
i
monopolj
O
Y industria guardata come una macchia venla giustizia; il povero costretto a gettarsi
;
;
duta o parziale
signorotti cinti di bravi insidiavano
all' innocenza, aprivano ne' loro castelli asilo ad ogni lordura, e si
alla strada
;
i
rideano del debole governo e delle inutili leggi frattanto
per le campagne e per le città aqquartierata una soldatesca
:
ribalda, che
sempre mal espedita
di
danaro dal tesoro, se ne
rifacea sui privati, ed a costo dell'innocenza e della pace
soddisfaceva ai brutali istinti; le botteghe chiuse per paura:
i
non pagarne le enormi taglie....
ecco Y età del pan d' oro. Sciagure
terreni abbandonati per
ecco la pace
d' allora
;
tanto più gravi a portarsi, quanto che la cresciuta civiltà,
avendo dato a provare
poneva
tutti
i
civile,
in grado di sentirle più al vivo.
Possenti agitazioni intanto
Como,
godimenti della vita
e
un tempo a sua
commoveano
terre vicine a
giurisdizione, intendo la Valtellina,
turbamenti entro ora a dare la
come spesso, copriva una
de' cui politici e religiosi
storia: abbaruffata religiosa che,
quistione di nazionalità
;
mista di eccessi de' popoli e de'
vi-
luppi di una politica ambidestra, fecondi d'atroci successi,
un
e dove andarono in
fascio le
umane
cose e
le
divine.
Qui siamo abbandonati dal Rovelli,
1
il quale non credette di sua
narrar quelle vicende. Oltre gli storici generali, e di tutta Itami valsero Saverio Quadrio Dissertazioni sulla
lia e della Svizzera
Valtellina, tomo II Lavizzari Mem. Ut. della Valtellina, il quale ebbe
sott' occhio i pubblici consigli, le istruzioni e relazioni de' deputati e molte
memorie di chi fu parte Ballarino Felici progressi dei Cattolici in Valtellina, Alberti, Antichilàdi Bormio, che ebbe grand' introduzione in quegli affari: Roselo della Porta, Storia della riforma retica ; SPftBCHER,
Hisloria motuum ec; Merlo, Cronica manoscritta; Giuseppe Ricci, Narrationes rerum italicarum dal 1613 al 1653; Brusom, Storta d' Italia dal IG2o
al 1676; Le Memorie recondite ed // Mercurio politico di Vittorio Siri
Storia delle guerre d'Italia dal 1613 al 1630 di Luca Assarino quella di Pietro Capriata; le Memorie Storiche Ai G. F. Fossati; la Storia Veneta di
G. B. Nani 1' Hydraulica di Gio. Batta, de Burgo. Ilo preso luce di molte
particolarità da gran copia di manoscritti somministratimi da privati dall' archivio vescovile di Como
e dalla Biblioteca Ambrosiana. T. G. Schblhorn bibliotecario di Memmingen nelle Amoenitates Historia? Ecclesiastico? et literaria? , Lipsia
1737-46, voi. Ili in-8., pubblicò assai documenti
soprai Riformatori italiani: e molte sue asserzioni furono ribattute dal
cardinale Quirini. Di Daniele Gerdés autore della Storia generale della Riforma, si pubblicò postumo nel 1763 Specimen Italia? reformato?, nel sentimento stesso dello Scheliiorn.
Dopo stampata I' opera mia uscirono la Storia di Valtellina dell' avvo*
1
spettanza
il
,
:
,
,
;
;
,
;
;
;
,
,
,<noinclude></noinclude>
93zx27el6sc81857iybwnm4x08opric
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<noinclude><pagequality level="1" user="Utoutouto" /></noinclude>RIFORMA RELIGIOSA.
[Lib. Vili.]
ne faceva pullulare ciascun capo-
trine diverse; e diverse
sètta.
che
Non
è da questo luogo
fin là erasi
7
ragionarne, e basterà dire
il
creduto tutto quel complesso di dogmi, di
disciplina, di pratiche
che costituisce
esame
il
cattolicismo
fin là erasi
;
allora
venerata la
volle tutto richiamar in
Sacra Scrittura qual era interpretata dalla Chiesa, depositaria
si
della tradizione apostolica
allora
si
:
ed unica dispensiera della verità;
volle libero a ciascuno d' interpretare la Scrittura a
suo senno privato. Invano
i
capi riformatori, fallendo al pro-
prio assunto, vollero limitare le credenze con simboli, ai
quali
mancava ogni
autorità
tero e di Calvino, qual
s'
:
ammesse
avea
titolo
le
negazioni di Lu-
per escludere quelle
degli Anabattisti, de' Sociniani, degli Entusiasti, che ripu-
diavano
la Trinità, e la divinità di Cristo, e
ogni rivelamento
fuor delP ispirazione personale ?
La Chiesa non avea mai
stificato
i
meno
giu-
disordini e gli abusi pullulati nel suo seno: nè
mai
dissimulato, e tanto
tenne que' sublimi suoi comizj che chiamansi concilj, che
non
facesse savj decreti di riforma.
E
forse
un uomo
di alta
e sincera volontà avrebbe anche allora potuto condurre a
mediazione pacifica, a risoluzione cristiana
la
chiassosa dis-
crepanza delle credenze e deal alti, adoprandovi P amore
non P ira, P abbraccio non la repulsione, per saldare l'unità,
i
anziché sconnetterla irreparabilmente. Ma, come in
altri si-
mili casi, la potenza minacciata s'addormentò sull'orlo del
precipizio: papa Leone, dedito al deliziarsi ed alle lettere,
e
poco temendo dai Tedeschi che reputava grossolani e
sprovisti di
maschia volontà, non ebbe
concetto delle tante scolastiche,
vano senza
delle
tal
le quali
dissensione in più
nascevano e mori-
lasciar traccia fra' ringhj superbi dei conventi e
università.
Scossosi poi
come persona che
è destala
per forza, diede in estremi, che precipitarono la mina.
Adriano VI successogli, conobbe gli abusi della curia romana
e del clero, e pensava efficacemente al rimedio; ma la morte
gli ruppe il disegno, e i letterati ne menarono trionfo. Quando
i
successori videro a quanta importanza riuscisse
mento, già
consigli,
il
movi-
si era là dove inutili uscir doveano ammonizioni,
scomuniche stabilita già in più parti la nuova ere:<noinclude></noinclude>
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Pagina:Storia della citta e della diocesi di Como (IA storiadellacitta02cant).pdf/19
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<noinclude><pagequality level="1" user="Utoutouto" /></noinclude>LUTERO E ZUINGLIO.
8
[Lib. Vili.]
denza, e sostenuta coir ardore della novità, coir autorità
d'uomini che aveano studiato di proposito, coir interesse di
quei che aveano usurpato
coir appoggio
beni delle chiese e de'conventi;
de* principi che, tolto l'ostacolo di Roma,
poteano ormai fare ogni
i
lor voglia,
tuale al pari che nel temporale
come
capi nello spiri-
prepotenza delle
impedire che la Riforma si traforasse ne' paesi ancora mondi, massimamente
nell'Italia, dove le cresceano pericolo l'acutezza e curiosità
armi. Tutto furono allora
i
;
fin colla
Cattolici in
degli intelletti arditi e vaghi del nuovo,
l'abitudine lette-
raria di cuculiare preti e frati,
esorbitanze romane, e
non tener come sacro
1'
il conoscersi da presso le
Governi avvezzato i popoli a
quanto fosse papale, nè far gran
aver
tutto
i
caso delle benedizioni e degli interdetti. Libri, scuole, missionarj, legati, furono disposti
zera e la Rezia donde
1519.
il
come barriera contro
contagio
si
la Sviz-
faceva più vicino.
Imperocché contemporaneamente a Lutero, e senza sapere di lui, il curato Ulrico Zuinglio, in occasione che vi
vendeva le indulgenze fra' Bernardino Sansone da Milano,
aveva cominciato a predicare a Zurigo che una vita pura
ed un' anima religiosa più sono accettabili al cospetto dell' Eterno, che non macerazioni e pellegrinaggi: poi, che il
pane ed il vino erano soltanto simboli del sacrosanto Corpo
e Sangue; indi via via sulla Messa, sul Purgatorio, sulla Confessione, sul venerare i Santi, sul celibato dei preti, una folla
di novità
che pretendeva antichissime.
Giovanni Comander arciprete della cattedrale in Coirà,
Enrico Spreiter, Giovanni Blasius, Andrea Fabritz, Filippo
Salutz, avevano propagate fra i Grigioni le dottrine di ZuinCalvino; e ben presto la riforma si stabilì nelle
Dieci Dritture; nella Lega Cadea prosperò attorno a Coirà,
glio e di
ma
scarsamente
nell'
Engaddina, e pochissimo nella Lega
Grigia.
Invano gli Svizzeri fedeli tentarono rimettervi il cattolicismo
invano della Riforma disgustarono gli Anabattisti
ed altri trascendenti, dai quali Lutero e Zuinglio erano esecrati non meno che il papa: nella dieta d' Ilantz fu stabilito
;
4520.
che a
tutti
fosse libero
professar la religione cattolica
o<noinclude></noinclude>
q63j1q365euu015go96q086eeeddr9j
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<noinclude><pagequality level="1" user="Utoutouto" /></noinclude>r
LA VALTELLINA.
LÌb. Vili.]
9
,
V evangelica i ministri non insegnassero se non ciò eh' è
contenuto nel Vecchio e Nuovo Testamento. Questo restò fin
;
ad oggi lo statuto religioso de' Grigioni. Ogni parrocchia
ebbe il diritto di scegliersi i pastori sciolti gli obblighi erenon si ricevesditati di far celebrare Messe e anniversarj
;
;
sero più frati ne' monasteri,
non
mandasse danaro a
si
per annate o dispense o che che altro motivo.
fu costituita al
stori e
s'
modo
conferenze
accoglieva ogni
Il
;
vi
svizzero, senza vescovi, e con conci-
poi
mese
s'
introdusse
il
sinodo nazionale, che
di giugno.
fiume Adda, scendendo dal monte Braulio
del Tirolo tedesco, sino a perdersi nel lago di
il
Roma
La Chiesa
ai confini
Como,
traccia
corso della Valtellina, la quale toccava a levante esso Ti-
mezzodì i dominj bergamaschi e bresciani della Repubblica Veneta, a settentrione le terre de'Grigioni, da' quali
paesi tutti è separala per montagne più o meno alte, alcune
altissime fra le prime d' Europa, e basti nominare la Spluga
e lo Stelvio, attraverso a' quali si va a' Grigioni ed ai Tirolesi, una volta per scabri sentieri alpestri, oggi per vie stu-
rolo, a
pende.
Ad
un
occidente la Valtellina finisce in
impaludato dal fiume e dagli
scoli
vasto delta,
montani, e che tocca
il
Como. Le terre importanti di
cui è seminata, quali Morbegno, Sondrio capo della valle,
Ponte, Tirano, erano congiunte allora appena da scoscesi
viottoli. La valle sviluppasi in una serie di bacini, chiusi da
territorio milanese e
strozzature di monti
il
lago di
ravvicinantisi
Serra questi la chiudono quasi
piccolo e diffìcile accesso ad
forma
un
;
e principalmente alla
affatto,
altro
lasciando solo un
ampio
anfiteatro, che
contado di Bormio. Sboccano in questo le valli
Viola e di Pedenosso che a maestro mette air Engaddina e
il
Furva a levante che verge alla Camonica
e al Bresciano
e a tramontana la valle di Fraele per cui
entrando nella retica valle di Santa Maria, si va in vai Veai
Grigioni
;
la vai
;
nosta e a Bolzano nel Tirolo.
Dall' opposta estremità della Valtellina verso
Como
si
prolunga a settentrione
capo Chiavenna, terra di grossi
trivio
che verso mezzodì scende
1'
altro
traffici
al
il
lago di
contado di cui era
perchè chiave d' un
lago di
Como,
a setten-<noinclude></noinclude>
4az40harl2jnxmjktt37w35fh7mwhn3
Pagina:Storia della citta e della diocesi di Como (IA storiadellacitta02cant).pdf/21
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<noinclude><pagequality level="1" user="Utoutouto" /></noinclude>MOVE
ILib. Vili.]
DOTTRINE.
11
Dai Grigioni erano mandati a Sondrio ogni quattro anni
della valle, e negli altri due terzieri un podestà
un capitano
governati a parte i contadi di Bormio e Chiavenna. Questi magistrati, oltre Tessere esosi perchè forestieri, non erano limitati da stabili leggi; compravano a
biennale
danaro
:
posto, e se
il
ne rifaceano regolando la giustizia seogni secondo anno uscivano
condo T avarizia e T ambizione
:
otto sindacatori, cui portavasi appello delle cause, e
i
gra-
vami contro i magistrati ma anche costoro guardavano a
chi più ne dava, e coir oro compravasi V impunità del delitto,
e la violazione della giustizia. Peggio andò quando entrarono
di mezzo anche le dissensioni religiose.
Le dottrine nuove propagate ne' Grigioni, per la vicinanza, pel commercio, pe' magistrati non tardarono a introdursi anche nella Valtellina, piacendo ai Grigioni dominatori
che questa si allontanasse ognora più dalla Spagna, domina;
trice del
a
Milanese, e capitana della parte cattolica.
peria che
di
Adunque
Poschiavo, da Rodolfìno Landolfo fu piantala la prima stami
Grigioni avessero
;
e per quanto
il
papa e
Spagna ne reclamassero, seguitava a diffondere
V
i
il
re
libri
valle
poi fu aperta a quegli
Italiani che, per sospetto di eresia,
erano dalla patria ster-
de' riformali per
Italia
la
;
minali.
Perocché, appena
i
nuovi insegnamenti valicarono
le
Alpi, furono qui accolli, studiati, applaudili nell'ombra e nel
non suscitarono tanlo incendio come in
Allemagna, nasceva da ciò, che il popolo, già avvezzo a
mistero. Glie se qui
sentir
declamare da novellieri, da
la corte di
Roma, come
in quelle diatribe V allettamento
poi agli spettacoli religiosi,
senza bellezza, senza vita,
bella liturgia
poeti, da predicatori contro
pienamente, non trovava
lollcravasi
romana, ove
della
novità. Deditissimo
non sapeva abbracciare un culto
senza amore, surrogato a quella
i
canti or lieti e trionfali, or te-
neri e melanconici, gravi sempre e maestosi; e le cerimonie,
venerabili per antichità e per significazione profonda, ripo-
so
del Desimoni
il discorso di Paolo Ro avvocato fiscale di Milano Dei
M. Cattolica sopra ìa Valtellina con un Compendio storico e la
Consulta di D. Paolo della Silva sulle differenze intorno al lago di Mezzola.
:
diritti di S.
,
:<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Utoutouto" /></noinclude>[Lib. Vili.]
RIFORMATI ITALIANI.
13
ma
fervorosi in quelle
molti erano già, non pure aderenti,
novità; toglievano a gabbo
trucidavano, e
tutt'
insieme
le superstizioni del
il
culto,
i
popolo che
preti, le dottrine.
Fra
questi Giorgio Freundsperg tirolese che fu uno de' maggiori
capitani, e inventò
in reggimenti,
vallo.
i
Lanzichinechi, fanteria stabile disposta
armata
di picche e
secondata dai
reitri a ca-
Entusiasta luterano, costui portava sempre allato un
vantava
laccio d'oro, col quale
di volere strozzare in Cle-
mente VII T ultimo dei papi. Passò egli pel lago di Como
al tempo delle fazioni ivi esercitate contro Giangiacomo Medici castellano di Musso,
e si fermò anche a Sorico, deponendovi la testa colossale di Pompeo, rapita nel sacco famoso di Roma, e che poi recò a Parigi.
1
Uno
dei primi ad infervorarsi della riforma fu France-
sco Minicio, detto cosi secondo Y uso
sua patria,
cui
il
2
lodato da
Frobenio
in
Erasmo
una
di
d' allora,
Rotterdam
lettera a Lutero fa
da Menaggio
e dall'Alciato, e
onore del
titolo di
eruditissimo e sacro alle muse. Egli da Rasilea, dove molle
stamparono, recò di qua dall'Alpi
Lutero, ed essendo stampatore in Pavia, ebbe modo
opere di italiani eretici
i
libri di
di
si
propagarne rapidamente
le invettive, forse in
buona fede
lusingato dalle parole antiche onde coprivansi errori nuovi.
libri diedero una scossa agli ingegni, ed era per tutto
un cianciar di teologia come oggi si ragiona di politica, ben
o male, e presumendo ognuno di saperne quel che n'è, e
riprovando chiunque non pensa come lui. Egidio della Porla,
agostiniano comasco, dopo esser frate da quarant' anni,
ne' quali avea predicato con fama di singolare eloquenza,
scriveva a Zuinglio come le verità del cristianesimo fomentassero in esso non il fervore, bensì Y ambizione « Sicché
» Iddio mi mostrò (così egli) la mia nullità, e che siamo
Quei
:
» polvere e nulla più. Allora io gli chiesi
1
Vedi Missaglia
Lettere lariane
,
,
:
0
Vita del Medeghino, pag. 52; e G.
Signore, cosa
Batt. Giovio,
XI.
dell' Arsilli sui poeti del suo tempo è nominato come
a cercar libri avea girato tutta Europa. Il Bossi nelle incondite
giunte alla Vita di Leone Jdel Roscoe voi. X, pag. 94, non sapendo chi
costui si fosse propose di cambiarlo in Fausto Sabeo di Brescia. La famiglia Calvi fu chiara in Menaggio e n' è il sepolcro nella chiesa maggiore.
2
Nel poema
uomo che
,
,
,<noinclude></noinclude>
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Pagina:Storia della citta e della diocesi di Como (IA storiadellacitta02cant).pdf/25
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<noinclude><pagequality level="1" user="Utoutouto" /></noinclude>RIFUGGITI IN VALTELLINA.
[Lib. Vili.]
gione, e non pochi guadagnò.
chi fu preso, chi scampò, chi
15
Ma poiché vennero scoperti,
venne messo a carcere e tor-
menti.
Per
le
persecuzioni, com'è
il
solito,
alcuni dissimulavano le loro opinioni,
i
nessuno
il
cielo,
i
converti;
più fuggivano là dove
potessero trovar pace, negli Svizzeri, fra
continuare in luoghi, ove
si
Grigioni.
i
E
per
costumi, la favella
gli
avvertisse d'essere ancora in Italia, ricovravansi ne' baliaggi
svizzeri italiani, che oggi sono
Canton Ticino
il
;
in Valtel-
massimamente a Chiavenna.
primo che d' Italia ci capitasse fu Bartolommeo Maturo, priore dei Domenicani di Cremona, che predicò le no-
lina, e
Il
vità in Valtellina nel 1528, poi nella vai Pregalia
infine fu
;
pastore a Vicosoprano e nella valle di Tomiliasca.
A
piedi
delFAlbula s'erano messi Francesco e Alessandro Bellinchetti fratelli bergamaschi, e abbracciata la riforma, vi lavo-
ravano una miniera di
tria,
furono arrestati
ferro.
dall'
Avendo
voluto riveder la pa-
Inquisizione
la
;
dieta retica
li
reclamò come proprj cittadini, e non fu ascollata se non
quando minacciò confiscar i beni dei Domenicani in Morbegno.
Le due Engaddine
liani la
devono ai rifuggiti italoro riforma, talché divenne prevalente il numero
dei protestanti, e più
e la Pregalia
facile
il
propagarsi nella confinante
da Girolamo Zerlino siciliano, al qual poi successero Agostino veneziano, un G. B.
vicentino: Girolamo Ternano di Cremona fu il primo pastore di Bondo, ove il seguirono altri Italiani. Da Pietro Parisotti di Bergamo fu riformato Bevers
Siglio da Giovan
Valtellina. Castagneto fu riformato
;
Francesco e da Antonio Cortese
di Brescia
ministro Bartolomeo Silvio di
Cremona
nardo Eremita ed
altri;
;
:
a Pontresina fu
a Casaccia Leo-
Evandro riformò Vettan,
e gli suc-
cesse Francesco calabrese.
Giulio da Milano, prete secolare, predicò neli'Engad-
dina inferiore, e fondò a Poschiavo una chiesa, di cui per
trent'anni fu pastore (1571); e lì attorno le chiese di Brusio,
Ponteilla, Prada, Meschin, Piuro: ed ebbe successore Cesare
Galluri francescano di Piacenza.<noinclude></noinclude>
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: Res ardua vetusti* novitatem dare, novis uuctoritatcjn, obsoletis nitorem, obscuris lucein fastiditi* grafia»!, dubiis fidern, omnibus vero naturarti, et natura’, sua; omnia. Itaqu etiam non assecutis, voluisse abunde pitlchrurn atque magniftcurn Pr,IN., in Proprietà letteraria est. Pra>f. Hist. Nat.
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<noinclude><pagequality level="1" user="Utoutouto" /></noinclude>Res ardua vetusti* novitatem dare, novis uuctoritatcjn, obsoletis nitorem, obscuris lucein
fastiditi* grafia»!, dubiis fidern, omnibus vero naturarti, et natura’, sua; omnia. Itaqu
etiam non assecutis, voluisse abunde pitlchrurn atque magniftcurn
Pr,IN., in
Proprietà letteraria
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Nat.<noinclude><references/></noinclude>
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: , vicende. 2 mento civile abbia rispetto!» [Lib. Vili.] Queste parole di Dante 1 scop piano dal cuore a chi considera la Lombardia nell’età sparegnare senza contrasti su nemici e gnuola. Ingrandirsi; sudditi senza cura di renderli felici e migliori, care l’arte somma non che cer di sposare l’interesse publico al privato; spegnere l’industria nelle sue fonti imponendo gravezze con una cupidità ed un’insensatezz...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Utoutouto" /></noinclude>,
vicende.
2
mento
civile abbia rispetto!»
[Lib. Vili.]
Queste parole di Dante 1 scop
piano dal cuore a chi considera la Lombardia nell’età sparegnare senza contrasti su nemici e
gnuola. Ingrandirsi;
sudditi senza cura di renderli felici e migliori,
care l’arte
somma
non che cer
di sposare l’interesse publico al privato;
spegnere l’industria nelle sue fonti imponendo gravezze
con una cupidità ed un’insensatezza al pari sterminata; governatori che vedevano
male, non vi provedevano
il
nato despoto del fare leggi e
città avidi, beccaliti,
la togata
ignoranza
ed
ufficiali
i;
curiali,;
un se;
delegati della
che coprivano col sussiego spagnuolo
tutto
i
preti ed
i
nobili;
moltiplicati gli
genia più necessaria ove sono peggiori
senza freno
le leggi; soldati
dell’eseguirle;
finanzieri che,
non paghi
di di
videre le merci, portavano tirannesche vedute in seno delle
famiglie.... quest’è
il
bene che ne portarono
gli stranj
domi
natori.
Como
era scemato di giurisdizione
poiché a tacer la;
Valtellina e le prefetture svizzere perdute irreparabilmente,
quei re, simili al Mida della Favola affamato in mezzo all’oro
per grande necessità alienarono
di
molte terre
2
le giurisdizioni
ed
i
censi
del Comasco, P ambizione dei privati secon
dando P indigenza della Camera: onde a ragione Paolo Giovio
chiamava Como città malata d’etica febbre.
Dei governatori qui mandati i più erano cagione di nuovi
nelle epistole
norma
triboli, togliendo
al
proceder loro quello dei gover
natori dello Stato, che despoti e prepotenti sulla gente loro
aveano
tradita,
È
un sistema d’insulti e depredazioni.
risposta di uno fra questi, di cui avendo il
stabilito
celebre la
re cassata una ingiusta sentenza, egli ne stracciò l’editto,
dicendo
Fra
«Il re:
i
comanda a Madrid,
governatori di
Como va
io
a Milano.»
distinto
Giovanni Anguis
1
Conv., pag. 270.
Colico eretto in contea dai Visconti era stato dato ai Sanseverino:
poi Lodovico Sforza lo infeudò a Giovanni Casale suo cameriere, indi ai
richiami de’ Comaschi lo liberò. Ora Carlo V lo diede ad un Caldarini,
2
ad Antonmaria Quadrio
di Tirano. Bellagio fu
poi ai Pusterla,
agli Sfondrati
la Vallintelvi ai Marliani milanesi
al:
infine
senator Casnedo, ec. ec.Vedi
Milano,
185£.
il
nostro libro:
Lomazzo
dato
e Rovellasca
La Lombardianel
secolo
XVI!.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione|70|{{Type|l=0.4em|{{larger|CANTO}}}}}}</noinclude>{{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|2.}}
<poem>Mentre Fidan ver la Samaria move
De la nave terrestre in sù la prora;
Gli dice {{AutoreCitato|Ipparco di Nicea|Ipparco}}: io l’opre antiche, e nove,
Già ti descrissi de la mia Signora.
Narrami hor tù del tuo Signor le prove,
Da che partì da noi, sin à quest’hora.
Ei lasciando i destrieri à freno sciolto,
Così sciolse la lingua à lui rivolto.</poem>
{{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|3.}}
<poem>Ch’io ti narri, mio saggio, i gesti, e l’armi,
D’un’Eroe, mi comandi, al cui gran vanto,
D’huopo fian gli alti versi, e’ chiari carmi
D’un Lin di Smirna, e d’un’Orfeo di Manto.
Mà perche tù non creda, ch’Io sottrarmi
Cerchi con tale scusa, ascolta in tanto;
E ’l tutto da la parte congettura,
Come il Leon dal’unghia si misura.</poem>
{{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|4.}}
<poem>Poscia che venne da Valerio Grato,
Del Regno alhora Preside Romano;
Al mio Signor lo scettro confirmato,
Che il padre havea di primo Capitano;
Pres’ei nel tempio il brando, à lui donato,
Con tal sermon dal Sacerdote Anano:
Duce di Dio, la santa spada piglia,
E’ nemici di lui, con lei scompiglia.</poem><noinclude>{{PieDiPagina|||''Scel-''{{spazi|5}}}}</noinclude>
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<poem>Sceltisi poi cinquanta cavalieri,
Più fidi à lui, più scaltri à le tenzoni;
Ben provisto d’arnesi, e di destrieri,
Alcampo ei si portò, con quei campioni.
Io pur gli sono al fianco, e frà’ guerrieri
Il più fedel ne’ casi aversi, e buoni;
Seguendo notte, e di le sue pedate,
Come quelle d’Enea seguiva Acate.</poem>
{{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|6.}}
<poem>Nel campo accolto ei fù da quelle squadre,
Con l’applauso, ch’in ciò mostrar si suole;
E come ch’eran ben’affette al padre,
Dimonstravansi grate anco à la prole.
Ei con maniere placide, e leggiadre
S’accommuna con tutti, e tutti cole;
Poscia si pone à pratticar quell’arte,
Che in teorica havea del fiero Marte.</poem>
{{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|7.}}
<poem>Prima, per porre à terra le pareti
Nemiche, fece far molte proviste
Di testudini, e falci, ed arieti,
Di torri, e gatte, e muscoli, e baliste.
Contra l’Armata hostil d’armati abeti
Cento selve à suo prò nuotar fur viste:
Con gl’istrumenti usati à le tenzoni,
Di catapulte, e di munitioni.</poem><noinclude>{{PieDiPagina||E 4|''Avam-''{{spazi|5}}}}</noinclude>
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<poem>Avampa ogni fucina, e par che sudi
Liquefando metalli, e piastre antiche,
Sotto i gravi martel gemon le incudi,
Anzano i neri fabri à le fatiche.
Stendon lance, e zagaglie, e spade, e scudi,
Curvan’archi, e schientere, elmi, e loriche;
Le faretre di strali empion volanti,
S’arman Cavalli, e Cavalieri, e Fanti.</poem>
{{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|9.}}
<poem>Bandissi al fin, che con la nova luce,
Uscisse in campo ogni guerriero in mostra,
Onde tantosto Apollo il dì conduce,
Sotto l’insegna sua ciascun si mostra.
E passando dinanzi al’alto Duce,
Che in mezo al pian di porpora s’inoltra;
Chinasi ogni vessillo, ogni bandiera,
E col suo Capitan ciaschuna schiera.</poem>
{{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|10.}}
<poem>Mamerto il primo, con la fantaria
Fecesi avanti, il Capitan Mamerto
Sceso da’ prischi Rè de la Soria,
Chiaro per sangue, e più per proprio merto.
Poi Tolomeo, con la cavalleria,
Tirio Barone, e Capitan sì esperto,
Che meritò d’un tanto campo, e tale,
D’esser Locotenente Generale.</poem><noinclude>{{PieDiPagina|||''Valli''{{spazi|5}}}}</noinclude>
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Pagina:Cumbo - La Maddalena liberata, Venezia, Baglioni, 1673.djvu/93
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<poem>Valli al fianco la bella Cloridora,
Sua fedele, e magnanima Consorte,
Che meno stima, che lasciarlo un’hora,
Seguirlo armato, e frà gli horror di morte.
O possanza d’Amor, ch’arma, e rincora
L’infermo sesso, e ’ lrende uguale al forte;
Talche, se Tolomeo, quando tenzona,
Marte par, Cloridora par Bellona.</poem>
{{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|12.}}
<poem>Venia d’oscura sopra vesta, e bruna
Coperta, e con funesta fronte, e china,
L’elmo, e lo scudo d’ecclissata Luna
Cimierata, e dipinta l’Eroina.
Perche l’unica Figlia da la cuna
Tolta le havea la gente Saracina,
Onde contra di quella, qual Pantera,
De’ figli orbata, ella si mostra fiera.</poem>
{{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|13.}}
<poem>Flaminio quinci appar, de’ venturieri
Gran conduttier, di Lazaro Cugino.
Con l’antico Menandro, de’ destrieri
Il domatore, il Nestor palestino.
Chinde co’ suoi maritimi guerrieri
Doridamante il campo, Eroe marino;
Ch’oltre l’esser nel mar nautico Marte,
Tratta d’Apollo ancor l’una, e l’altr’arte.</poem><noinclude>{{PieDiPagina|||''Par''{{spazi|5}}}}</noinclude>
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<poem>Valli al fianco la bella Cloridora,
Sua fedele, e magnanima Consorte,
Che meno stima, che lasciarlo un’hora,
Seguirlo armato, e frà gli horror di morte.
O possanza d’Amor, ch’arma, e rincora
L’infermo sesso, e ’l rende uguale al forte;
Talche, se Tolomeo, quando tenzona,
Marte par, Cloridora par Bellona.</poem>
{{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|12.}}
<poem>Venia d’oscura sopra vesta, e bruna
Coperta, e con funesta fronte, e china,
L’elmo, e lo scudo d’ecclissata Luna
Cimierata, e dipinta l’Eroina.
Perche l’unica Figlia da la cuna
Tolta le havea la gente Saracina,
Onde contra di quella, qual Pantera,
De’ figli orbata, ella si mostra fiera.</poem>
{{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|13.}}
<poem>Flaminio quinci appar, de’ venturieri
Gran conduttier, di Lazaro Cugino.
Con l’antico Menandro, de’ destrieri
Il domatore, il Nestor palestino.
Chinde co’ suoi maritimi guerrieri
Doridamante il campo, Eroe marino;
Ch’oltre l’esser nel mar nautico Marte,
Tratta d’Apollo ancor l’una, e l’altr’arte.</poem><noinclude>{{PieDiPagina|||''Par''{{spazi|5}}}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Utoutouto" /></noinclude>10
LA VALTELLINA.
San Giacomo
(rione sale per la valle
monte Spluga, donde
[Lib. Vili.]
si
Uri
e pel letto del
al
varca alla valle del Reno e a Coirà,
città capitale de’ Grigioni;
a greco poi
s’interna la valle della
Mera, che comunica colla vai Pregalia, e questa coll’Engaddina, dove sorge l’Inn, che innavigabile procede fin nel Tirolo.
ha la Valtellina; e principali quel della
San Marco verso i Bergamaschi; i Zappelli d’Aprica
Altri varchi
Casa
di
verso
i
Bresciani
a Tirano la valle di Poschiavo, italiana;
di lingua, e grigione
lenco, che termina nella
ghiacciaje
si
governo; a Sondrio
di
montagna
Ma
vai
la
del Muretto, per le cui
cala fra’ Grigioni.
lingua, le produzioni della Valtellina e dei
Il cielo, la
contadi son quelle della Lombardia, ed alla Lombardia ve
demmo
ch’erano state sempre unite, obbedendo nell’eccle
Como, nel
siastico ai vescovi di
civile ai
duchi di Milano,
finché questi infiacchitisi col separare la causa loro da quella
de’ popoli, lasciaronla invadere da stranieri. I Grigioni
barono assai volte
tutta, e nella pace
sulla Valtellina, nel
di
Jante
1512
la ricevettero
la
piom
occuparono
come cara
e fedele
confederata, stabilendo cinque capitoli, per cui essa obbedisse
nelle cose lecite ad esso vescovo e alle Leghe, serbasse
i
pri
chiamata a sedere nelle diete,
sol pagando ogni anno
del
L’estimo
della
Reno.
valle era computato in
1000 fiorini
L. 3,385. S. 16. danari 11; e comprendendo i due contadi, in
vilegi e le consuetudini, fosse
rimanesse franca
L. 4091:
d’nelle spese
ogni taglia,
comuni Bormio pagava V ottava parte,
Chiavenna la duodecima. Il vescovo di Coirà erasi riservato
la nomina di un quarto de’ magistrati della valle, poi la cedette alle leghe per 573 fiorini l’anno. E ben presto la Valtellina da buona confederata si trovò ridotta a suddita.
Era divisa, oltre i due contadi, in tre terzieri il Sa;
peri ore con Teglio indipendente
l’inferiore diviso nelle
Durava
i
due squadre;
privilegi, e
di
Morbegno;
e Traona.
ch’era stato compilato nel 1531;
un cancelliere della valle custodiva i diplomi
radunava
gli agenti,
taglie, collette, ordini superiori.
1
9
medio o era Sondrio
lo statuto proprio,
propria milizia
e;
il
Chi vuol saperne
di
più vegga
il
qualora
si
trattasse di
1
Prospetto storico^ politico ed apologe<noinclude><references/></noinclude>
3d5qhz5ovpyc3mp5jl5jh22mo6pbis6
3907758
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/* Da trascrivere */
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<noinclude><pagequality level="1" user="Utoutouto" /></noinclude>10
LA VALTELLINA.
San Giacomo
(rione sale per la valle
monte Spluga, donde
[Lib. Vili.]
si
Uri
e pel letto del
al
varca alla valle del Reno e a Coirà,
città capitale de’ Grigioni;
a greco poi
s’interna la valle della
Mera, che comunica colla vai Pregalia, e questa coll’Engaddina, dove sorge l’Inn, che innavigabile procede fin nel Tirolo.
ha la Valtellina; e principali quel della
San Marco verso i Bergamaschi; i Zappelli d’Aprica
Altri varchi
Casa
di
verso
i
Bresciani
a Tirano la valle di Poschiavo, italiana;
di lingua, e grigione
lenco, che termina nella
ghiacciaje
si
governo; a Sondrio
di
montagna
Ma
vai
la
del Muretto, per le cui
cala fra’ Grigioni.
lingua, le produzioni della Valtellina e dei
Il cielo, la
contadi son quelle della Lombardia, ed alla Lombardia ve
demmo
ch’erano state sempre unite, obbedendo nell’eccle
Como, nel
siastico ai vescovi di
civile ai
duchi di Milano,
finché questi infiacchitisi col separare la causa loro da quella
de’ popoli, lasciaronla invadere da stranieri. I Grigioni
barono assai volte
tutta, e nella pace
sulla Valtellina, nel
di
Jante
1512
la ricevettero
la
piom
occuparono
come cara
e fedele
confederata, stabilendo cinque capitoli, per cui essa obbedisse
nelle cose lecite ad esso vescovo e alle Leghe, serbasse
i
pri
chiamata a sedere nelle diete,
sol pagando ogni anno
del
L’estimo
della
Reno.
valle era computato in
1000 fiorini
L. 3,385. S. 16. danari 11; e comprendendo i due contadi, in
vilegi e le consuetudini, fosse
rimanesse franca
L. 4091:
d’nelle spese
ogni taglia,
comuni Bormio pagava V ottava parte,
Chiavenna la duodecima. Il vescovo di Coirà erasi riservato
la nomina di un quarto de’ magistrati della valle, poi la cedette alle leghe per 573 fiorini l’anno. E ben presto la Valtellina da buona confederata si trovò ridotta a suddita.
Era divisa, oltre i due contadi, in tre terzieri il Sa;
peri ore con Teglio indipendente
l’inferiore diviso nelle
Durava
i
due squadre;
privilegi, e
di
Morbegno;
e Traona.
ch’era stato compilato nel 1531;
un cancelliere della valle custodiva i diplomi
radunava
gli agenti,
taglie, collette, ordini superiori.
1
9
medio o era Sondrio
lo statuto proprio,
propria milizia
e;
il
Chi vuol saperne
di
più vegga
il
qualora
si
trattasse di
1
Prospetto storico^ politico ed apologe<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Storia della citta e della diocesi di Como (IA storiadellacitta02cant).pdf/22
108
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Utoutouto" /></noinclude>NUOVE DOTTRINE.
12
sano sul dogma della presenza reale, e
una ricca e magnifica
composta
arte,
unite ai simboli più graziosi
festati colle
;
manifestano con
si
di idee le più sublimi
de' sentimenti più puri,
maniun culto che
forme più splendide e variate
una seconda gloria, quella delle
;
air Italia diede
primato sul mondo quando
YIIL]
[Lib.
la politica la
arti, e
il
cancellava col san-
gue dal catalogo delle nazioni. Se aggiungi P essere più vicino il rimedio, anzi nel cuore, troverai le ragioni onde
Iddio vestì la grazia che concesse alla nostra patria, di ri-
maner neir arca
ov' è la sicura salute.
Molti però aderivano
febbrile aspirare
ai
nuovi teologanti, condotti o dal
a perigliose novità, o da smania di farsi
nome,
o da paura di sembrare attardati nel comune movimento, o da imitazione non pochi allettati dallo specioso
:
nome
di riforma
che
si
spesso significa rivoluzione, e che vie
quando la Chiesa congregata non aveva ancora
esame i fondamenti delle controverse dottrine. I no-
più lusingava
tolti in
come Masuccio, Bandello,
vellieri,
il
il
Poggio,
Lasca, ridondavano di burle sul Clero;
Dante
uomini
fino
Chiesa
gli
al
i
Sacchetti,
il
poeti, dall'iroso
bizzarro Ariosto, aveano bersagliato
i
papi;
gran senno e gran virtù palesavano la necessità
di togliere ai riformati il maggiore pretesto col levare dalla
di
abusi; e
tutti costoro, e
il
Bembo,
il
Trissino,
Flaminio, altri ed altri furono dai protestanti contati
eretici
;
il
come
benché sapessero abbastanza che per riformare non
è mestieri distruggere, e che le riforme opportune e durevoli
rità
devono venire dall'amore, non dalla collera; dall'autoche dirige, non dalla violenza che tumultua.
Noi, limitandoci a riferire ciò che riguarda il paese di
cui trattiamo, o a cui siamo recati da questo racconto, di-
remo come
fra le
masnade alemanne, 1 che calpestarono
P insanguinato terreno
in cui
il
V
fatale Carlo
povera patria nelle guerre
spegneva l'indipendenza italiana,
di questa
1
Nella vita del beato Andrea da Peschiera, monaco di San Marco a
Firenze, a mezzo il quattrocento, trovo che egli si recò sui monti della Valtellina per convertire uno sciame d' eretici che colà si erano rifuggiti dalla
Francia e dalla Lombardia e vi durò 45 anni sol talvolta dalle vette alpestri venendo a riposarsi a Morbegno. Vedi Vol. I, Pag. 3$3 di questa
opera.
,
:
,<noinclude></noinclude>
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Pagina:Storia della citta e della diocesi di Como (IA storiadellacitta02cant).pdf/24
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<noinclude><pagequality level="1" user="Utoutouto" /></noinclude>APOSTATI ITALIANI.
14
>)
»
vuoi eh' io faccia ? e P anima mia
Va
e
sentì dentro gridare
si
trova Ulrico Zuinglio, ed egli
E
[Lib. VILI.]
t'
:
insegnerà quel che tu
finisce assicurando lo Svizzero
che molti altri
de' nuovi insegnamenti. Zuinglio gli fé' risposta, che rimanesse, e traducesse in italiano il Nuovo Testamento, eh' e' poi farebbe
» deva, »
suoi paesani
s'
erano con
lui rivolti al
lume
stampare a Zurigo: e di qui cominciò ricambio di lettere,
in una delle quali il Comasco prega P altro a dissipare al più
tosto certi dubbj dei religionarj suoi
« Scrivete una lettera
:
ma
»
con prudenza, chè e' sono pieni di orgoglio e d'amor
proprio. Con qualche testo delle sacre carte, fate loro veduto siccome è volere di Dio che la parola sua venga
predicata con semplicità e senza fronzoli, e che peccano
»
in lui coloro che,
»
proprie opinioni. »
»
»
»
Nei
non
partiti
come responsi
del cielo, spacciano le
1
si
guarda
vie si confida la riuscita:
e
ai
il
mezzi, e dalle più strane
nostro frate esultò quando
V calar in Italia col Freundsberg e
Borbone e quei miserabili che da un capo alP altro devastarono miseramente P Italia, erano da lui sperati salva-
vide le bande di Carlo
col
;
tori, e a
Zuinglio scriveva: « Dio ci vuol salvare; scrivete
che liberi questi popoli alle teste rase tolga
faccia distribuir al popolo che muore di fame.
» al contestabile
vó2q.
danaro, e lo
;
»
il
»
Poi ciascuno predichi senza paura
»
La
la parola del Signore.
forza dell' anticristo è prossima al fine. »
Corre una popolare tradizione che Martin Lutero predicasse in molti paesi del lago di Como, e che a Menaggio
alcuni lo facessero per ispregio cader di pulpito
dispettito,
d'
voltò loro le spalle, pronunziando
improperio, che corrono
;
del che in-
certi versetti
oggi per le bocche di quei ter-
fin
razzani. Di ciò io non trovai monumento: pure la tradizione
deve avere qualche fondamento. 2 Ben è fuor di dubbio che
1535, visse sconosciuto alla Corte di Ferrara
presso la duchessa Renata di Francia, scolara sua di reliCalvino, verso
il
Eccl. scec, XVI, tomo II, pag. 611.
Ap., Hottitsger
Anche oggi in Valtellina e ne Grigioni un protestante si nomina un
Luteri forse dunque il predicatore di colà non fu che uno de' seguaci di
Fra Martino.
1
,
2
1<noinclude></noinclude>
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Pagina:Storia della citta e della diocesi di Como (IA storiadellacitta02cant).pdf/26
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<noinclude><pagequality level="1" user="Utoutouto" /></noinclude>RIFUGGITI IN VALTELLINA.
16
[Lib. Vili.]
A
Chiavenna che, dopo datasi ai Grigioni, era cresciuta
del doppio, fece lunga dimora Girolamo Zanchi, canonico
regolare di Alzano, bergamasco; e vi fu pastore, ed essendo
vedovo d'una figlia di Celio Curione, sposò Livia Lumaca,
ricca del paese, e n' ebbe molti figliuoli. Stampò a Ginevra
sei volumi d'opere teologiche, e del suo sillogizzare tanto
conto si facea, che Giovanni Sturmio ebbe a vantare, se solo
fosse mandato a disputare contro tutti i teologi adunati a
Trento, avrebbe fatta sicura la causa de' protestanti. 1 Là
pure visse e morì nel 1563 Agostino Mainardi agostiniano,
che scrisse Y Anatomia della Messa e la soddisfazione di Cristo : e che unito ad un prete Giulio da Milano ed a Camillo
Siciliano stabilito a Caspano, e a Francesco Negri calabrese
autore d' una Tragedia del libero arbitrio, a Chiavenna educava figliuoli.
Il Mainardi fu accolto dal ricco Ercole Salis a Chiavenna, e posto capo della chiesa quivi allora formatasi e nella
quale gli successe poi lo Zanchi suddetto. Perocché, ad interpellazione di esso Salis, la dieta di Davos del 1554 avea
dichiarato, coloro che abbracciassero la riforma in Valtellina
;
potrebbero tener in casa precettori e catechisti; e
i
rifuggiti
stanziare sulle terre della repubblica, dopo sottoscritto alla
confessione evangelica.
Francesco Stancari mantovano insegnò in Valtellina
l'ebraico, prima d'andare a professarlo in Polonia.
glio fu ministro
A
Paolo Gaddi cremonese, che avea fatto
Tetiro-
tempo il pastore di Poschiavo. Frate Angelo da Cremona domenicano, che lassù
predicava la quaresima del 1556, si avventò contro gli insegnamenti e i riti riformati, talché l'uditorio malmenò la
costoro cappella e il Gaddi ed altri e il governatore per
amore della pace ordinò che esso ministro si collocasse
cinio a Ginevra, poi assistito alcun
;
altrove.
La vita sua fu descritta da G. B. Gallizioli, Bergamo 1785. Era tenuto per novatore anche Vittore Soranzo vescovo di Bergamo. Alla biblioteca nazionale di Parigi, 8097, 3, son manoscritte varie lettere che
Celso Martinengo bergamasco apostata da Ginevra scriveva ad Angelo
Castiglioni carmelitano di Genova dopo il 1558, e le risposte di questo,
dììi acri che persuasive.
1
,
,
,
,<noinclude></noinclude>
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Pagina:Storia della citta e della diocesi di Como (IA storiadellacitta02cant).pdf/27
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Utoutouto" /></noinclude>VICENDE.
[Lib. Vili.]
sospetto di contagio religioso indusse
Il
Como
17
sin nel 1523 a spedire in Valtellina
un
il
fra'
vescovo di
Modesto da
stanziò che
ma ne fu respinto, e si
Vicenza inquisitore
nessun inquisitore entrasse più su quel territorio. Il clero
e i cattolici zelanti non cessarono di opporsi singolarmente
1
;
a cotesto accogliere
i
profughi d'Italia;
frati e particolar-
vennero da Milano e da Como a
predicare la verità: e nel 1551 si domandò P attuazione di
una legge antica, per cui nessun profugo o predicatore evangelico potesse rimanere meglio di tre giorni in Valtellina.
Antonio Pianta governatore, benché riformato, temette il
furor del popolo, e consenti la domanda, ma la dieta rinnovò il suo primo editto.
Poi nel 1557 rese un decreto che fu messo fra le leggi
fondamentali, per cui si permetteva di predicare il Vangelo
in tutta la Valtellina e ne' contadi; dove vi fosser più chiese, una si attribuisse ai riformati; dove una sola, servisse ai
mente Cappuccini
due
culti;
i
assai
ministri protestanti fossero abili a tutti gl'impie-
ghi; nessun ecclesiastico straniero potesse dimorarvi se
non
dopo esame ed autorizzazione del sinodo pei protestanti, e
del vescovo di Coirà pei cattolici:
i
riformati
non
fosser te-
nuti osservare le feste de' cattolici.
pastore della ricca chiesa di Chiavenna ebbe un terzo
Il
almen 40
delle rendite della cattolica; gli altri
scudi, prele-
vati sui benefìzj degli assenti o della parrocchia. Altre chiese
v'erano a Tirano, Regoledo, Mello, Morbegno, Dubino; più
tardi se ne apersero anche nel contado di Bormio, e pare
che da venti ne esistessero per Valtellina, tutte servile da
rifuggiti italiani. In
dio di tutt' Italia
;
somma,
tanti
la valle
potea dirsi un compen-
erano quelli che da ogni paese vi
ricoverarono, allettati dalla vicinanza e dalla fida
de' profughi, la speranza di prossimi
si
compagna
cambiamenti.
cronista Stefano Merlo scriveva « Non penso che al mondo si sa
il più furibondo e il più simulatore di lui
ed aveva tanta cu» pidità di guadagnar scudi, che faceva ogni diligenza a trovar gente che
» avesse voglia di vendicarsi; ed accusar gente assai per accumular dana» ri. Onde, se gli uomini non avessero provisto a mandarlo via, voleva
» infamar quasi ogni persona, salvo quelli i quali aiutavano a tal impresa...
1
11
:
»
ria trovato
»
Dubito che, se tali frati potessero andare in paradiso, troverebber la via
che in paradiso vi fosse tal difetto (d'accusare d'eresia i nemici).»
;
» di fare
ii.
2<noinclude></noinclude>
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Pagina:Storia della citta e della diocesi di Como (IA storiadellacitta02cant).pdf/28
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Utoutouto" /></noinclude>RIFORMATI EH VICENZA.
18
E
poteano essi consolarsene
è
come da
vedere ed air esagerare
come in ogni parte germogliasse
chiamavano seme della parola di Dio. Notissimo
a sè stessi, secondo
quel eh' essi
al
[Lib. Vili.]
suole,
si
antico stessero ricoverati nelle valli subalpine di
Luzerna e Agrogna a piè del Monviso alcuni dissidenti,
forse avanzo de' Valdesi, dei quali portano il nome; tollerati
e tranquilli sinché
i
nuovi riformati svizzeri
li
sollecitarono
a metter fuori le professioni di loro fede, e in tal modo provocare la persecuzione. A quelle chiese avea servito Scipione Lentulo napoletano di molta dottrina; e quando
Ema-
nuele Filiberto duca di Savoja cominciò acerba persecuzione
contro
i
Valdesi, egli ricoverò a Sondrio, poi a Chiavenna,
coltivandovi le nuove credenze in compagnia di
Simone Fio-
pur napoletano.
Molto radicarono le nuove opinioni in Vicenza, ed un' accademia di quaranta erasi radunata per prendere partito del
rillo,
i5i7.
come credere
e adorare. Inquisizione ecclesiastica
lerava Venezia,
ma
i
non
tol-
suoi inquisitori di Stato colsero cotesti
novatori, e fecero strozzare Giulio Ghirlanda trevisano e
scamparono a
Fra i
quali Alessandro Trissino con altri riparò a Chiavenna,
donde scriveva al concittadino suo Lionardo Tiene, perchè
con tutta la città abbracciasse una volta a viso aperto la
Francesco di Rovigo:
riforma.
gli
altri
rotta.
1
Nella visita fatta alla Valtellina nel 1594,
il
Ninguarda
vescovo trovava ricovrati a Sondrio parecchi sbanditi dalla
Cardona e del Bresciano;
Natalino da Padova, Calandrino da Lucca, Luigi Valesano
prevosto di San Majolo: a Boalzo il domenicano Forziato
patria, singolarmente artefici di
Castelluzio calabrese: a Poschiavo frate Agostino agostiniano
d'Italia (forse è
il
suddetto Mainardi), che già aveva tratto
un quarto degli
Morbegno avevano messo
Modena, Bernardo Passajotto
vicentino, Pier Giorgio d'Alessandria sartore, Gian Battista
ed Aurelio Mosconi del Polesine, Francesco Rapa di Musso,
dalla sua
abitanti: a
famiglia Giulio Sadoleto di
Paolo Benedusio e Giovanni Antonio Corte di Gravedona;
e vi predicava Girardo benedettino di Fossano piemontese.
1
Vedi Tirabosciii,
lib. II, n. 43.<noinclude></noinclude>
itqjg5ff9zj17bfmal8tot16jpeg3ar
Pagina:Cumbo - La Maddalena liberata, Venezia, Baglioni, 1673.djvu/94
108
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Modafix
8534
/* Trascritta */
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione|74|{{Type|l=0.4em|{{larger|CANTO}}}}}}</noinclude>{{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|14.}}
<poem>Par che in più guise poi Lazaro cangi
Quei squadron, per trovargli al caso pronti,
Hor in rombi, hor in rostri, hora in falangi,
Curve, quadre, lunar, tonde, e bifronti.
Pur l’Armata naval par, che tracangi
In varie facce, in più diverse fronti.
Così con finte pugne, à pugne vere,
Disponendo egli và l’armate schiere.</poem>
{{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|15.}}
<poem>Con queste il Duce và portando guerra
Dove dal’inimico è men prevista;
Hor per mare guerreggia, hora per terra,
L’acquistato defende, il tolto acquista.
Gli eserciti scompiglia, i muri atterra,
L’Armate affonda, i corseggianti attrista.
Gli è cagion, chi resiste di vittoria,
Chi gli chiede perdon di maggior gloria.</poem>
{{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|16.}}
<poem>Elmo mai non legò, nè usbergo cinse,
Che non cangiossi in ostro, ed in alloro.
Cerro mai non scagliò, nè ferro strinse,
Che in palma quel, non mutò questo in oro.
Nè mai campo ei guidò, che non lo spinse
A vittoria, à trionfo, ed à tesoro.
Mà riportò con le virtù morali,
Vanti più gloriosi, ed immortali.</poem><noinclude>{{PieDiPagina|||''La''{{spazi|5}}}}</noinclude>
anqf7w8gp9i23t25yb61wv4gi6tgrd5
Autore:John Bentley
102
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3907743
2026-10-06T16:40:20Z
Panz Panz
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Autore | Nome = John | Cognome = Bentley | Attività = orientalista | Nazionalità = inglese | Professione e nazionalità = }}
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}}
biko492cujaec8x124oqxj3cdfewjox
Autore:Frédéric Eichhoff
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2026-10-06T16:42:51Z
Panz Panz
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Autore | Nome = Frédéric | Cognome = Eichhoff | Attività = linguista/filologo | Nazionalità = francese | Professione e nazionalità = }}
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}}
4y1u2zmh6fah2hz9todfsw4fahu53bj
Autore:Josef von Xylander
102
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Panz Panz
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Autore | Nome = Josef | Cognome = von Xylander | Attività = storico/scrittore | Nazionalità = tedesco | Professione e nazionalità = }}
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{{Autore
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Pagina:Storia della citta e della diocesi di Como (IA storiadellacitta02cant).pdf/29
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Utoutouto
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<noinclude><pagequality level="1" user="Utoutouto" /></noinclude>CASTELVETRO.
[Lib. Vili.]
Caspàno,
di
semenzajo della nobiltà valtellinese, abbon-
il
come
eretici
gì'
intitolavano
Angelo cappuccino piemontese.
ma
chiesa privata nel 1546;
fatto a pezzi,
si
come
altri di evangelici,
dava più che
il
19
i
Un
nostri, a' quali predicava
Parravicini vi fondò una
essendosi trovato un crocifìsso
popolo in furore arrestò
confessò reo di
essi intitolavansi, o
tal sacrilegio
:
ma
lui,
che
al
tormento
a Coirà protestò aver
confessato solo per lo spasimo, e se ne accertò autore
uno
studente.
Lorenzo Gajo da Soncino minor osservante predicava a
Mello, e un cappuccino a Traona. In altri libri scontrai Ottaviano Mej lucchese, uomo di grande erudizione in greco
ed ebraico, e di virtù lodatissima, che per lungo tempo fu
Antonio de Feministro in Chiavenna, e morì nel 1619;
derici di Sonico in Valcamonica stava a casa in Teglio; Ortensia Martinenga, contessa di Barco, viveva a Sondrio;
Isabella Manrica di Bresegna napoletana, ricchissima e colta
e in relazione con Annibal Caro, stette a Chiavenna in povertà e ritiro, 2 alla quale dedicarono Celio Curione la vita
di Olimpia Morata, e frate Ochino l'opera della presenza
di Cristo nel Sacramento. Marcantonio Alba di Casale Monferrato era predicante in Malenco: 3 Plinio Parravicino
comasco a Vicosoprano Antonio Tempino di Gardona in
Teglio. Vincenzo Parravicino comasco, ministro ne* GridoJ
1
:
ni, voltò dal
francese in italiano
il
trattato di Mestrezat sulla
comunione di Gesù Cristo nel sacramento della cena. Aggiungiamo fra* Francesco Carolini, PaoloBaretta ed AntonioCrotti
da Schio vicentino;
altri
ce ne verranno nominati nel pro-
cesso di questo racconto.
Non
il
so se qui porre
Fontanini incolpò,
il
il
famoso Lodovico Castelvetro, che
Muratori difese dall'apostasia. 4 Certo
è che Modena, sua patria, andava molto presa alle nuove
dottrine; un'intera
di provata virtù
,
accademia ne venne accusata; e
Egidio Foscherari vescovo ed
1
Spuecher ad ann.
*
Simleri. Or. de vita P. M. Vermilii iij.
Ivi pure predicava Giovanni della Chiesa
il
fin
due
celebre
,
3
meo
Vhitalin epis. NingmrdcB.
Vedi Biblioteca dell' Eloquenza italiana,
,
figlio di
di colà.
4
Ij
2A&
prete Bartolom-<noinclude></noinclude>
d89xyngibry3yjdnxp62okv9yfmofx7
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<noinclude><pagequality level="1" user="Utoutouto" /></noinclude>castelvetro.
20
[Lib. Vili.]
cardinal Morone, n'ebbero a soffrire persecuzione.
vetro
,
Il
Castel-
a parte dell'accademia, fu pure a parte de' guai.
Entrò poi con Annibal Caro in una
quali di tanto in tanto
chevole spettacolo.
i
E
di quelle baruffe, delle
letterati italiani
allora,
rinnovano
come adesso, non
solo coi reciproci strapazzi e col prezzolare la
petulanti, per cui è
lo
stoma-
agitavansi
penna
di que'
un bisogno P odiare ed il farsi odiare,
memoria loro, aspirano
e che non avendo bontà che fregi la
fama
alla
ma
i
insozzando altrui col proprio fango;
coltella e i titoli infami e (se ne confortino
di Erostrato,
correvano
le
nostri) T infame spionaggio: e
il
Caro, o
i
partigiani di lui,
scesero alla codardia di rapportare
fizio.
1
il Castelvetro al Santo UfSanto Uffizio non era un ministero con cui fare a
Il
credenza: onde
il
Castelvetro, per timore degli esorbitanti
2
rigori dell'inquisizione, colpa o no che
ne avesse, riparò a
Basilea, a Lione, a Ginevra: poi con Giovan Maria suo fra3
tello si condusse a Chiavenna. Quivi si avvenne a Francesco
Porto cretese, amico suo d'antica data, già lettore di greco
in Modena, e in fama del più dotto uomo d'allora, 4 il quale
già era con lui stato involto nell'affare dell'accademia, poi
vissuto con Renata d'Urbino, e scoperto aderente a Calvino,
avea dovuto dar un addio all'Italia. Il Castelvetro, per compiacere a molti giovani studiosi, teneva in Chiavenna ogni
giorno una lezione sopra
Omero
ed una sopra la Retorica ad
Noi che vorremmo sempre congiunti lo studio delle lettere e la
bontà del cuore ben volontieri purgheremmo dalla turpissima taccia di
spia il Caro; quel soave scrittore che di sè ci innamorò. Pure non sapremmo come volger in bene quelle parole dell' Apologia sua stampata
nel 1558, ma scritta tre anni prima, ove nel Pasquino, rinfacciato al Castelvetro il « non credere di la della morte, e 1' essere corrompitore della ve» finisce
» rità... un furioso, un empio, un nemico di Dio e degli uomini
poi: « agli inquisitori, al bargello ed al grandissimo diavolo vi racco1
,
,
,
,
v
mando. »
2
Pallavicino, Storia
del Concilio di Trento,
X,
16.
gravare i sospetti sui conto della fede dei Castelvetro, avvenne
nel 4823, che ricostruendosi, presso alla Staggia nel basso Modenese, una
casa appartenuta alla sua famiglia, si trovarono murati da 50 in 60 volumi
di prima edizione di libri di Calvino, Lutero ed altri riformatori, con moltissime carte. Queste sciaguratamente andarono disperse i libri furono
acquistati dalla Biblioteca Estense. Vedi Valdrighi, Alcune lettere d'illustri
3
A
;
ec, Modena
Papadopoli
italiani
4
j
18217.
Hist.
Gym.
palav.,
II,
238.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Utoutouto" /></noinclude>CASTELVETRO.
[Lib. Vili.]
— VERGERIO.
21
Erennio, discretamente sofìstico, gonfio di sè e sprezzator
degli altri, e sapendo non credere tutto bello, tutto vero ciò
eh' è antico; fors'anco vi leggeva ai giovani que'comenti sul
Petrarca che abbiamo a stampa. Secondo il merito lo stimò
e lo protesse Rodolfo dei Salis di Solio, il quale a lui morto
1
pose una lapida, che esprimeva come, fuggito dalla patria
per iniquità d'uomini malvagi, dopo decenne esiglio, final-
morto libero, libero riposava. Venne
tacciato il Castelvetro d'avere tradotto un libro di Melantone,
2
con quel suo carattere di stile che non può essere contraffatto.
mente su
libero suolo,
Nelle opere postume,
comunque temperate
dagli editori, trovò
romana di che condannarle all' Indice ma benché
scomunicato, non consta ch'egli abjurasse la fede: se stato
la curia
;
fosse, l'avrebbero taciuto
i
nemici per vendetta,
i
religionarj
per trionfo?
rifuggiti in Valtellina è Pier Paolo Verche spedito nunzio papale in Germania quando più il
luteranesimo acquistava, caldamente operò a bene della vera
Chiarissimo tra
i
gerlo,
fede.
Le sue lettere spirano religione, vivo zelo per gl'inteRoma, e speranza di richiamare sul cammin dritto
ressi di
Lutero, col quale anche s'abboccò.
tendeva
la
porpora in premio
Ma
tornato,
quando
di sue fatiche, l'invidia
Roma,
il
at-
ber-
messo vescovo
prima a Mondrussa in Croazia, poi a Capodistria sua patria.
sagliò di maniera, che allontanato da
1
D.
0.
fu
M.
MEMORIAE
LUDOVICI CASTELVITREI MUTINE
MO
RUM AC VITAE N C OM P AR AB LI S
QUI DUM PATRIA M OR IMPROBO
RUM HOMINUM SAEVITIAM FUGIT
NSIS VIRI SCIENTIAE JUDICII
I
POST
DECENNALE M
I
PEREGRIN
A T I ONE M TANDEM HIC IN LIBERO
SOLO LIBER MORIENS LIBERE QUIE
SCIT ANNO AETATIS SUAE LXVI SALUTIS
VERO NOSTRAE MDLXXI FEB. XX.
Anton Federico Salis nel 1791 fece risarcire quel monumento ponendovi anche un busto di Lodovico nel giardin suo, che poi divenne degli
Stampa. Falla adunque il Pallavicino nella Storia del Concilio di Trento,
lib. XV, cap. 10, scrivendo come visse e morì tra gli eretici in Basilea: errore copiato dal Bayle nel Diclion.
Pallavicini, XV, 10.
,
,<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Utoutouto" /></noinclude>vergerio.
22
[Lib. Vili.]
Ivi egli pose studio a correggere gli abusi della sua Chiesa,
allontanare
il
convento delle monache da un attiguo di
frati,
cassare le leggende di san Cristoforo e del drago di san Giorgio, levare certe strane effigie,
1
speciale su certe malattie,
lo
perchè furongli addosso
nemici, quali
il
romana pagava
negar
protezione
togliere le tavolette de'miracoli:
frati zoccolanti
i
ed
altri
operosi
celebre Muzio, povero arnese che la Corte
allora
come suo campione,
Casa, Fautore del Galateo, che
marcio nel cuore.
lo
e monsignor della
dipinsero
Tali accuse acquistavano allora
una volta
ai santi la
sì facile
come luterano
credenza, come
nei tempi a noi vicini quelle di
le stregherie, e
giansenista o di gesuita, ed altre generiche, a cui la vaghezza
Vergerio
toglie di esser colpite di risposta. Il
concilio di Trento, a radunar
ma
avea prestata,
si
condusse
al
quale efficacissima opera
il
ne venne rigettato
:
ricovrò a Padova, e
sentendosi o temendosi ricercato, fuggì in Valtellina, e fu
sentenziato d'eretico.
lo
Il
dispetto,
il
bisogno, la disperazione
trasformarono in furioso novatore. Girò la Germania, por-
tando seco invece di
tesori
mondani molti
scritti de'novatori, 2
con certa sua eloquenza popolare ed audacemente
malèdica » 3 cose di fuoco contro monsignor della Casa, principalmente per quei sozzi capitoli della Fornica e del Forno;
dicendo
«
contro Paolo III, contro
certo, dice
il
il
Concilio, contro la fede
Bayle, che pochi
libri
:
facevansi allora,
fossero letti con più avidità de' costui.
e sono
quali
i
A persuasione di lui gli
non intervennero al Concilio i Grigioni che
v'aveano mandato il vescovo Tommaso Pianta, lo richiamarono. 4 A Ponteresina, a' piedi del monte Bernina, il Vergerio
Svizzeri
:
,
predicò sulla giustificazione e sui meriti della morte di Cristo, e ridusse gli abitanti alla riforma, come pure a Gasacela sotto la
1
II
montagna Maloggia;
e la chiesa di Poschiavo
Concilio di Colonia quosdam sanctos sanandi morbos potestatem pea pietate et Ecclesia sententia ac supplicationis usa alie-
culiariter obtinere ,
num
est.
2
Così
Regno
8
4
di
Secondo Curione alle Cento considerazioni
Esso (Basilea 1550), ossia Giovanni Valdes del
la prefazione di Celio
divine di Giovanni di
Napoli
,
Val
d'
caldo riformato.
Pallavicino, XV, 10.
Fra Paolo, Storia, lib. IV.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Utoutouto" /></noinclude>VERGERIO.
[Lib. Vili.]
23
nuovo culto, 1 a cui tanti proseliti acquistava la
sua apostasia. Quando, nel 1553, visitò la Valtellina, una de-
consacrò
al
putazione supplicò
il
governatore di impedirlo, altrimenti
non rispondeano degli scandali che potessero nascere, e il
Vergerio si tenne per avvisato, e si ritirò. Ma nel 1563 il
nunzio papale Visconti scriveva da Trento a san Carlo,
essersi, per lettere del monsignor di Como, inteso che il
Vergerio trovavasi in Valtellina, predicando ogni male
del Concilio; poi, mentre avea perduta F alta sua posizione
nel clero cattolico,
non acquistò la confidenza de' Protestanti,
non aderendo a Lutero più che a
perchè libero pensatore, e
Zuinglio, diveniva sospetto a tutti;
servava, ingelosì
i
il
far episcopale
ministri retici, talché
si
che con-
ricoverò a Tu-
binga, dove morì al 1565, ed alcuni ne dispersero le ceneri.
Cosi
i
riformati già erano a
lite
fra loro, e
2
anche in
come avviene quando, il senno individuale sottentrando al comune, -manca un punto d'accordo:
Valtellina
i
rifuggiti,
abbandonandosi all'orgoglio della libera interpretazione,
metteano fuori sottigliezze ed errori ogni giorno nuovi: e.
intolleranti
quanto coloro da cui
si
erano staccali, ognuno
perchè facesse uso di quella libera ragione,
accusava
sulla quale egli stesso si appoggiava. In esecrare il papa e
1'
altro
riprovar la chiesa cattolica, e abbattere
il
clero erano una-
nimi, che facile è accordarsi nell'odio e nella negazione;
ma
dogmi? nascea
ove ognuno ha diritto
quella confusione eh' è inevi-
veniasi ai
tabile
rola di Dio. Repudiato poi
traeva autorità
dall'
d'
il
essere interprete
della pa-
simbolo cattolico, che pure
ispirazione superna, qual ragione doveva
uomini
Quindi molti trascorreano
legarli al simbolo luterano o al calvinista, opere d'
variate nelle successive edizioni
con Soccino a negare
?
la Trinità, o
cogli Anabattisti a
non
accettare che la personale inspirazione.
1
L' iscrizione ivi posta sopra la cantoria legge così
Chiesa cristiana
vangelica riformata dagli errori e superstizioni umane in questo borgo primo 1520; e da Pietro Paolo Vergerio stato vescovo di Justinopoìi e nunzio manQuella chiesa era già catdato da papa Leone XnelV impero germano, ec.
tolica venne poi rinnovata dal 1647 al 1649, e ristorata ancora nel 1769: vi
si leggono sulle pareti alcuni detti del Vangelo.
2
Gerdesius; Schelormi, Apol., pag. 42; Carli, Opere, tomo XV;
Pallavicino, lib. XV, cap. 10 e passim.
:
—
:<noinclude></noinclude>
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i
soccim.
[Lib. Vili.]
I Soccini di Siena aveano spinta più logicamente la libera interpretazione del Vangelo: e invece di arrestarsi a
confini arbitrarj, negarono la Trinità e in conseguenza la
Fu
Giampaolo Alciato da Milano,
che predicò a Ginevra ed in Polonia, con V altro socciniano piemontese Giorgio Biandrata; e Calvino, che, visto
il trascendere della riforma, pensava frenarla coir autorità
che avea scassinata, avventò contro lui parole certo non
tolte dal Vangelo: « uom non solo di stolido e pazzo ingegno, ma di affatto frenetico sino alla rabbia; » 1 e Teodoro
Beza, altro caporione, lo intitolò « uomo delirante e vertiginoso; » 2 onde mal sicuro a Ginevra, ricovrò verso il 1560
redenzione.
loro discepolo
a Chiavenna.
Francesco Negri calabrese e Girolamo da Mantova preil battesimo
de' bambini in
Engadina, onde furono espulsi dairinquisizione protestante,
dicavano apertamente contro
che non era meno intollerante della romana. Camillo Renato spacciò uguali dottrine a Caspano, poi a Chiavenna; e
vi costituì
una chiesa separata ove s'insegnava che l'anima
finisce col corpo,
che
soli
i
giusti risorgeranno,
diverso; che niuna legge naturale
ine ti ere; che
ma con
impone cosa
corpo
fare od orn-
decalogo è superfluo a coloro che credono,
il
lor legge essendo lo spirito
;
che
il
battesimo e la cena son
non portano veruna
grazia particolare o promessa. Il Mainardo tentò correggerlo,
e stese una confessione di fede che ne riprovava gli errori, ma esso gli rispose violentemente, incoraggiato dal Negri e dallo Stancari: benché il sinodo grigione del 1547 lo
semplici segni di avvenimenti passati, e
condannasse
al silenzio,
continuò; e infine
il
concistoro di
Chiavenna lo dichiarò scomunicato. 3 Adopravano cioè le
armi dell' autorità quelli che 1' autorità impugnavano. Camillo è dato dai contemporanei come maestro di Lelio Soccino,
il
quale in fatto molto
il
frequentò a Chiavenna.
seguaci procurarono che per gT Italiani riformati
lisse
un sinodo
di
I
suoi
stabi-
qua dei monti, senza dover condursi a
1
Adversus Val. Gentil. , pag. 659.
Ep. 81. Vedi Bayle, Dict. crit.
* Hottiisger Helvetische Kirchengeschichte
,
2
,
si
III,
76%, 791.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Utoutouto" /></noinclude>quelli fra
si
i
25
RIFORMATI YALTELLINESI.
[Lib. Vili.]
Grigioni, paese lontano, di lingua diversa, e dove
tolleravano alcuni
riti cattolici, di
qui ripudiati;
nobbe eh' era arte per prevalere dove minor
fosse
ma
si
co-
numero,
il
e che pericolerebbero le chiese cisalpine col disunirsi delle
retiche.
Anche Michelangelo
mo
Florio ministro a Solio, e Gerola-
Torriano a Piuro, variarono intorno air espiazione. Luigi
Fieri bolognese, a Chiavenna
onde
fu
trinitarj
impugnò
la divinità di Cristo,
scomunicato nel sinodo del 1561.
E
poiché
gli
Anti-
erano perseguitati in Isvizzera, molti vennero in
Valtellina, fra cui Camillo Soccino, Marcello Squarcialupo
medico
di
Piombino, Niccolò Camulio ricco negoziante, che
con Bartolomeo Silvio ministro di
Traona predicavano nel loro senso, finché il sinodo del 1571
col Torriano suddetto, e
li
sbandi:
il
qual sinodo approvò
riprovare P eresia.
1
Anche
1'
il
diritto de' magistrati di
Alciati e
il
Biandrata nel 1579
furono esclusi per sempre.
Questi predicavano adunque ai popoli della Valtellina
nuove dottrine; sul principio, come suole, abborrite da
un popolo, cui volevano togliere i suoi santi e le sue reli-
le
quie, indi per curiosità ascoltate, poi discusse.
E
giacché
i
nuovi teologanti, oltre aver l'avvantaggio di chi attacca,
s'erano di proposilo addentrati nelle dottrine loro, mentre
i
più di quei preti erano rozzi delle cose delP
anima ed av-
vezzi a credere senza tanto esame, molti vennero a seguirli;
alcuni perchè vedevano veramente
come
i
Protestanti, quali
per l'allettamento proprio d'ogni novità, quali perchè, recatesi a
noja le austere discipline, amavano meglio vivere
come ne tornava in
piacere alla lor carne; alcuni ancora per
cieca sommessione, per riverenza servile, per adulazione.
Imperocché
i
signori Grigioni, de' quali la parte maggiore
erasi scossa dall' ubbidienza alla sede
dero
ma
alla
romana, non
solo die-
Valtellina libero esercizio del culto evangelico,
favorivano chiunque con loro
credesse: era tutt'uno
ed essere dichiarato uomo delle
Tre-leghe, aver privilegi, cariche, esenzioni. Né poche
1'
abbracciar
la riforma
De Porta, II, 533, 540. Mino Celsi allora compose Y opera stampata
nel 1584 De hcereticis capitali supplicionon affìciendis.
1<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Utoutouto" /></noinclude>BALIAGGI SVIZZERI.
20
famiglie
Cappelli,
apostatarono:
i
Marlianici,
Lazzaroni,
i
i
Malacrida,
[Lib. Vili.]
Besta,
i
Guarinoni,
i
Mazzo ed
Paravicino
i
Sebre-
i
primo conto,
popolo
imitatore.
dietro cui, come suole, traeva il
Se vodi 100,000 abitanti
gliamo aver fede al Magnocavallo,
ben 4000 aveano volte le spalle all' ovile romano.
Nè in minor frangente stava la fede ne' paesi italiani sottoposti agli Svizzeri. Giovanni Orelli di Locamo, militando a
gondi,
i
Piatti, l'arciprete di
altri di
1
servigio degli Sforza, aveva ascoltato volentieri le declamazioni di Girolamo Savonarola. Luigi e Francesco suoi figli,
dati anch' essi al mestiero dell' armi;
il
primo prese parte
al
Roma, ed ebbe relazione con molti Luterani e col
Freundsperg. Anche Giovanni Muralto di colà, recatosi a Ginevra come medico, vi conobbe Serveto ed altri rifuggiti; poi
sacco di
rimpatriato continuò a corrispondere con molti caporioni della
riforma, e cogli Orelli dava asilo a chi vi aderisse.
pochi fossero ce ne
fa chiari
una lettera, che
bre del 1526 Baldassarre Fontana carmelitano di
rigeva allo chiese evangeliche della Svizzera
Cristo, » perchè pensassero al
mava
e
E
fin dal
che non
15 dicem-
Locamo
« fedeli di
di-
Gesù
Lazaro del vangelo che bra-
nutrirsi delle briciole cadute dalla
mensa
del Signore:
quindi volessero, alle lacrime ed alle supplicazioni sue
compiacendo, inviare
« le
opere del divino Zuingiio,
dell' il-
dell' ingegnoso Melantone e dell' accurato
Ecolampadio, » e far ogni loro potere perchè « la nostra
Lombardia, schiava di Babilonia, acquistasse quella libertà
che il Vangelo impartisce. » Questo frate ancora da Locamo
» lustre Lutero,
»
»
»
nel 1531 un' altra lettera scriveva di somigliante tenore.
Molti riformati vi erano o fuggiti
posta
d'
dall' Italia, o
2
venuti a
oltremonte come maestri, o giovani che, pel com-
mercio o per l'educazione mandati in Germania, tornavano
insegnati delle nuove cose. Conosciamo tra questi un Guarnerio Castiglioni varesotto, che carteggiava con Pellican
e Bullinger, un Camozzi, un Visconti, ma principalmente
Giovanni Beccaria milanese, che per le vicende politiche
postosi a Locamo, vi aveva acquistato beni e la cittadinan1
Diario manoscritto
"
Vedi Hottlnger, tomo VI, parte
delle cose comensì.
il,
pag. 618, 620 e 271.<noinclude></noinclude>
c25tb65fdzt2ka6yjakllzp5epi30c7
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<noinclude><pagequality level="1" user="Utoutouto" /></noinclude>[Lib. Vili.]
BALI AGGI SVIZZERI.
Roma
aveva praticato F Ochino e
za; a
27
Carnesecchi, poi
il
colà aperse scuola, diffondendo le sue dottrine anche colle
Lo secondavano un Benedetto da Locamo frate conventuale, valente predicatore, e un fra' Cornelio da Nicosia.
prediche.
À
Bellinzona abitò sovente Ortensio Landi milanese che
disertato dagli Agostiniani, stranamente
un
in
libro
De
morse preti e
Perseculione Barbarorum, indi
fe'
frati
tragitto
ad ogni sorta di dottrine riprovate, che lo fecero porre dal
Concilio di Trento fra i condannati in primo grado: bizzarro
ingegno, gran conoscitore degli autori antichi, eppure emancipato dalla cieca venerazione per essi; e
nangelo Odoni, volea Cicerone e Cristo;
non avea;
Non
se questo avesse nel cuore
dice Gian-
quello nei libri
Iddio la sa.
1
par vero che in quelle podesterie Lelio e Fausto
Soccino predicasser
ma
,
come
ma
loro credenze avverse alla
le
Trinità
:
ad un commissario protestante essendo sottentrato a Lo-
camo un Wirz
zelante cattolico, chiamò predicatori a ribat-
ter le novità, fece fare pubbliche dispute;
solito disastroso;
ma il Beccaria fu caccialo
il
cui effetto fu al
prigione dal balio:
non che una banda de' suoi ne lo trasse e menòllo in
Poco poi egli credette prudente ricoverarsi a Me-
se
trionfo.
ove presa moglie, apri scuola, e tenne in educa2
zione molti figliuoli di riformati. A Locamo capo de' novatori rimase Taddeo Duni medico: e già troppi non anda-
socco,
vano più
alla chiesa,
non riceveano
i
sacramenti, e pel bat-
tesimo facean venire un ministro da Chiavenna.
Cantoni, signori di quelle podesterie,
i
alla fede
fìcile
il
cattolica, ai
si
Ma
poiché
attenevano
i
nemici de' Riformati non riuscì
più
dif-
persuaderli a nettarne quelle terre. Già per consenso
de' sette Cantoni cattolici
3
il
balio di
Locamo aveva
ingiunto
ai
Riformati che, pena
il
si
denunziassero
libri e le scritture contrarj alla fede
cattolica;
che
si
tutti
i
bando, andassero
alla
digiunasse e mangiasse magro.
Messa; che
Ne
fecero
Niceron, Uem. } tomo XXI, pag. Ilo. Vedi pure Frànscim, La Svizzera italiana , 1847 Torricelli, Dissertazioni storico-polemiche, 1837. Ferdinand Meyer, Die evangelische Gemeiade in Locamo, iìire ausicanderiiìig
nach Zùricli, und ihre iveitern Schicksale.
s
Muralti Oralio nella Tempe Elvetica, tomo IV, pag. 165.
3
Erano Lucerna, Uri, Svitto, Unterwald Zug, Solura, Friburgo.
1
.
,
,<noinclude></noinclude>
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Utoutouto
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<noinclude><pagequality level="1" user="Utoutouto" /></noinclude>LOCARNESI CACCIATI.
28
richiamo
i
[Lib. Vili.]
Cantoni Protestanti, e spedirono commissari che
fecero battezzar fanciulli e predicare: e vedeasi
come
novità fossero per rompere Y unità elvetica. Crescendo
mero
il
tali
nu-
da 100 famiglie già appartenendovi, i
signori svizzeri prescrissero che, qualunque persona qual
de' novatori e
sia residente et abitante, ovvero faccia
comunità di
Locamo
,
dimora nella terra
e
debbia effettivamente e vocalmente confes-
sarsi e comunicarsi la quaresima:., ciascun prete debbia annoiar
in scritto
desse
il
nome
persone quali
delle
Vanno
che alcuna persona per
nel tempo della malatia
non
si fosse
si confessano...
Se acca-
a morte, quale
venesse
vochalmente confessata
et
comunicala, monsignor Arciprete non debbia conceder ne tolerare
che tal corpo sia sepolto in luoghi sacrati. Disputatosi a lungo
tra gli Svizzeri,
si
balio congregò tutti
prese un partito risolutivo, e nel 1555
i
il
capi delle famiglie riformate di Locar-
no, ed intimò loro da parte dei signori Svizzeri, che colle
tempo in mezzo,
abbandonare la patria. Ascoltavano essi non senza replica
il comando, allorché entra fra radunanza il Riperda, nunzio pontifìzio, esclamando troppo mite la sentenza doversi
famiglie e coi beni dovessero, senza por
;
toglier loro e
i
beni come roba di eretici, e
crescerebbero cosi alla vera credenza.
Ma
i
che si
nunzio
figliuoli
con ciò
il
non ottenne che di mostrare il suo maltalento: giacché
balio non poteva trascendere il suo mandato.
Alcuni
si
il
disposero ad obbedire e fecero la sommessione:
una Barbara Muralti, cercata dagli sgherri per essere aravea disposto già una porticina secreta, per la quale
trattasi al lago, fuggi. Francesco Orelli, non potendo distor
il fratello Luigi dall' andata, gli diede una scatola di terra,
e « Sia almen teco questo ricordo della patria: piantavi un
restata,
» fiore; e qualvolta lo vedrai,
» tello che proteggerà
ti
sempre
ricordi
gli
averi
il
natio paese e
tuoi.
In
il
fra-
modo che,
se
essere un povero diavolo, in questa
mancherà onde vivere da gentiluomo. » Ai 3 di
» nell'altra vita vuoi
»
non
ti
marzo, seguiti dalle mogli e dai figliuoli, fatto fardello delle
loro, da una parte colla rassegnazione di uomini attaccati
robe
più alla credenza che alle cose del mondo, dall'altra col cre-
pacuore
di chi lascia
i
parenti,
gli
amici, le abitudini della<noinclude></noinclude>
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Cruccone
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{{ct|t=5|v=2|CAPITOLO XIV.}}
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{{ct|t=2|v=1|''Cacciata di messer Piero Soderini. Guasti nella gran Sala.''}}
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{{Capolettera|[[File:Storia del Palazzo Vecchio 1889 (page 157 crop 2).jpg|200px|E]]}}NTRAVA in Toscana il vicerè spagnolo {{Wl|Q878814|Raimondo da Cardona}}, e con grande rapidità e senza contrasti veniva alle mura di Firenze, donde mandava tosto intimazione alla Repubblica di mutare il governo, alla città di aprire le porte ai Medici. I fiorentini stettero come sorpresi, e dubbiosi; non credevano che il {{AutoreCitato|Papa Giulio II|Papa Giulio}}, che non voleva forestieri in Italia, potesse nel fatto porre innanzi gli spagnuoli ai fiorentini, speravano che i Medici, i quali tenevano dietro al Cardona, ma poco s’erano mostrati e meno affaticati, tanto non volessero spingere le cose innanzi da rovinare la città, uccidere nel suo seno qualunque libero governo; quindi presero le armi e si fecero alle mura quanti bastassero per difesa contro quei di fuori, e per guardia per quei che dentro avrebbero volentieri fatta novità per i Medici. Il Sode-<noinclude></noinclude>
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terra di {{AutoreCitato|Dante Alighieri|Dante}}, dell’{{AutoreCitato|Ludovico Ariosto|Ariosto}}, del {{AutoreCitato|Niccolò Machiavelli|Machiavelli}}, del {{AutoreCitato|Michelangelo Buonarroti|Buonarroti}}, del {{AutoreCitato|Galileo Galilei|Galilei}}, del {{AutoreCitato|Gimbattista Vico|Vico}}, dell’{{AutoreCitato|Vittorio Alfieri|Alfieri}}, del {{AutoreCitato|Giacomo Leopardi|Leopardi}}, del {{AutoreCitato|Alessandro Manzoni|Manzoni}}: la patria delta scoltura moderna, non sarà mai quella dei vapori. Il capriccio di usare uno stile poetico in prosa, specialmente quando si tratta di cose scientifiche, e il vezzo del neologismo inutile, fanno certissimo segno di una gran povertà di concetti, di poca o nessuna vena inventiva: la fecondità della mente, e la proprietà semplice del dettato sono inseparabili. I nuovi enciclopedisti ti discorrono di psicologia, di metafisica, di dogmi cristiani, di materie difficilissime, nelle quali si richiede la più gran precisione e proprietà di linguaggio, senza nè pur conoscere i termini elementari della scienza, adoperandoli bene spesso a ritrose; e si credono di supplire alla esattezza della elocuzione coi fiori rettorici e colla poesia. Si può egli immaginare una metafisica, più confusa, un guazzabuglio maggiore degli articoli ''Ciel'' e ''Conscience''? Uno scioperio di teologica erudizione, fatto più a
sproposito, degli articoli ''Augustin'', ''Baptême'', ''Christianisme'', ''Conciles'', ''Confession'', ''Confirmation''? Se questo modo di pensare e di scrivere si stabilisse, dovremmo disperare affatto della filosofia, della critica, della storia, e di ogni altro ramo più importante del verace sapere. Si può ideare una fagiolata più soltazzevole degli articoli ''Amour'', e ''Amitié''? E non si ha rossore d’inserire in una Enciclopedia. che è pure un’opera seria, almeno nel concetto degli autori. degli squarci dettati collo stile del Berquin o del<section end="(5)" /><noinclude><references/></noinclude>
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sproposito, degli articoli ''Augustin'', ''Baptême'', ''Christianisme'', ''Conciles'', ''Confession'', ''Confirmation''? Se questo modo di pensare e di scrivere si stabilisse, dovremmo disperare affatto della filosofia, della critica, della storia, e di ogni altro ramo più importante del verace sapere. Si può ideare una fagiolata più soltazzevole degli articoli ''Amour'', e ''Amitié''? E non si ha rossore d’inserire in una Enciclopedia. che è pure un’opera seria, almeno nel concetto degli autori, degli squarci dettati collo stile del Berquin o del<section end="(5a)" /><noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|note}}|277}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}<section begin="(5a)" />’Florian? E si giudica star bene nelle composizioni dottrinali un modo di scrivere manierato, leccato, sdolcinato, eunuco, che un valentuomo si vergognerebbe di usare, eziandio in un idillio e in un romanzo? E con siffatto stile si bestemmia la religione? Si spinge talvolta il sarcasmo e l’indecenza fino ad un segno, a cui non seppero arrivare gli scrittori men verecondi del secolo passato? Come in questa singolare apostrofe Ah, «Christ, votre paradis m’épouvante, et j’aime encore mieux ma vie passagère avec tous ses désappointements et toutes ses peines, que votre immortalité avec toutes ses joies, et toutes ses récompenses{{ref|Art. Ciel, tom. III, p. 607.|(5a)}}.» E in quest’altra: « Vous avez connu, ó Jésus, les douleurs du corps, mais vous n’avez pas plus connu les douleurs de l’àme. que vous n’en avez connu les jouissances !... Laissez-nous croire que vous auriez envisagé le condition des femmes avec plus de charité et de profondeur, si, sur votre trajet, vous en aviez rencontré une digne de vous aimer et d’être aimée de vous, le plus fendre et le plus sublime des coeurs{{ref|Art. Célibat, tom. III, p. 58.|(5a)}}.» Niuno certo
crederebbe di trovare tali empie e sguaiate giaculatorie, che tengono del comico e dell’infernale insieme, in un’opera così grave, e cosi severa, come cotesta, almeno se si dee credere al frontispizio. Il dar solo un saggio competente della suppellettile filosofica, storica, religiosa dei compilatori, richiederebbe un discorso troppo lungo, da inserirlo in una nota. Il pregio principale di un buon dizionario scientifico consiste nella chiara, precisa, succinta ed eletta esposizione dei fatti, per la quale solamente può essere di qualche utile agli studiosi, che lo consultano. Ora ciò incontra di rado ai nuovi enciclopedisti; i quali bene spesso riempiono tutto l’articolo di vuole generalità e di triviali declamazioni, senza dir nulla di ciò, che fa il soggetto di esso. Leggi, verbigrazia, l’articolo ''César'', se vuoi avere un saggio di questa maniera di comporre. Talvolta cadono in errori di storia, che o siano<section begin="(5a)" /><noinclude>{{#tag:references||group=(5a)|}}
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<noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|note}}|277}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}<section begin="(5a)" />Florian? E si giudica star bene nelle composizioni dottrinali un modo di scrivere manierato, leccato, sdolcinato, eunuco, che un valentuomo si vergognerebbe di usare, eziandio in un idillio e in un romanzo? E con siffatto stile si bestemmia la religione? Si spinge talvolta il sarcasmo e l’indecenza fino ad un segno, a cui non seppero arrivare gli scrittori men verecondi del secolo passato? Come in questa singolare apostrofe Ah, «Christ, votre paradis m’épouvante, et j’aime encore mieux ma vie passagère avec tous ses désappointements et toutes ses peines, que votre immortalité avec toutes ses joies, et toutes ses récompenses{{ref|Art. Ciel, tom. III, p. 607.|(5a)}}.» E in quest’altra: « Vous avez connu, ó Jésus, les douleurs du corps, mais vous n’avez pas plus connu les douleurs de l’àme. que vous n’en avez connu les jouissances !... Laissez-nous croire que vous auriez envisagé le condition des femmes avec plus de charité et de profondeur, si, sur votre trajet, vous en aviez rencontré une digne de vous aimer et d’être aimée de vous, le plus fendre et le plus sublime des coeurs{{ref|Art. Célibat, tom. III, p. 58.|(5a)}}.» Niuno certo
crederebbe di trovare tali empie e sguaiate giaculatorie, che tengono del comico e dell’infernale insieme, in un’opera così grave, e cosi severa, come cotesta, almeno se si dee credere al frontispizio. Il dar solo un saggio competente della suppellettile filosofica, storica, religiosa dei compilatori, richiederebbe un discorso troppo lungo, da inserirlo in una nota. Il pregio principale di un buon dizionario scientifico consiste nella chiara, precisa, succinta ed eletta esposizione dei fatti, per la quale solamente può essere di qualche utile agli studiosi, che lo consultano. Ora ciò incontra di rado ai nuovi enciclopedisti; i quali bene spesso riempiono tutto l’articolo di vuole generalità e di triviali declamazioni, senza dir nulla di ciò, che fa il soggetto di esso. Leggi, verbigrazia, l’articolo ''César'', se vuoi avere un saggio di questa maniera di comporre. Talvolta cadono in errori di storia, che o siano<section begin="(5a)" /><noinclude>{{#tag:references||group=(5a)|}}
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<noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|note}}|277}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}<section begin="(5a)" />Florian? E si giudica star bene nelle composizioni dottrinali un modo di scrivere manierato, leccato, sdolcinato, eunuco, che un valentuomo si vergognerebbe di usare, eziandio in un idillio e in un romanzo? E con siffatto stile si bestemmia la religione? Si spinge talvolta il sarcasmo e l’indecenza fino ad un segno, a cui non seppero arrivare gli scrittori men verecondi del secolo passato? Come in questa singolare apostrofe Ah, «Christ, votre paradis m’épouvante, et j’aime encore mieux ma vie passagère avec tous ses désappointements et toutes ses peines, que votre immortalité avec toutes ses joies, et toutes ses récompenses{{ref|Art. ''Ciel'', tom. III, p. 607.|(5a)}}.» E in quest’altra: « Vous avez connu, ó Jésus, les douleurs du corps, mais vous n’avez pas plus connu les douleurs de l’àme. que vous n’en avez connu les jouissances !... Laissez-nous croire que vous auriez envisagé le condition des femmes avec plus de charité et de profondeur, si, sur votre trajet, vous en aviez rencontré une digne de vous aimer et d’être aimée de vous, le plus fendre et le plus sublime des coeurs{{ref|Art. ''Célibat'', tom. III, p. 58.|(5a)}}.» Niuno certo crederebbe di trovare tali empie e sguaiate giaculatorie, che tengono del comico e dell’infernale insieme, in un’opera così grave, e cosi severa, come cotesta, almeno se si dee credere al frontispizio. Il dar solo un saggio competente della suppellettile filosofica, storica, religiosa dei compilatori, richiederebbe un discorso troppo lungo, da inserirlo in una nota. Il pregio principale di un buon dizionario scientifico consiste nella chiara, precisa, succinta ed eletta esposizione dei fatti, per la quale solamente può essere di qualche utile agli studiosi, che lo consultano. Ora ciò incontra di rado ai nuovi enciclopedisti; i quali bene spesso riempiono tutto l’articolo di vuole generalità e di triviali declamazioni, senza dir nulla di ciò, che fa il soggetto di esso. Leggi, verbigrazia, l’articolo ''César'', se vuoi avere un saggio di questa maniera di comporre. Talvolta cadono in errori di storia, che o siano<section begin="(5a)" /><noinclude>{{#tag:references||group=(5a)|}}
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Tuvok1968
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<poem>La Clemenza, che indi a l’animo humano,
Con cui l’huom vince inerme, assente avince,
Rende simile al Nume il Capitano;
Non che maggior del più famoso prince;
Venne già vide, evinse il gran Romano,
Egli, con lei, non vien, non vede, e vince.
Con la pietà di noi trionfa Dio,
Egli è un Dio trionfante, essendo pio.</poem>
{{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|18.}}
<poem>Egli di più, così, con la prudenza,
Regola la ragion, drizza il consiglio,
Che sembra frà gli Ebrei nel dar sentenza,
Come fra’ Greci di Laerte il figlio.
Sembra spirito haver di previdenza,
Antivedendo ogni mortal periglio,
A cui saggio et provede, hor lento, hor snello,
Hor di {{Wl|Q274545|Fabio}} seguace, hor di {{Wl|Q312306|Marcello}}.</poem>
{{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|19.}}
<poem>Tien, con la temperanza, il senso domo,
Che in lussi, ò vero in crapule non sporte;
Perche sà, che un bel volto, e un dolce pomo
Trasse la prima vita à doppia morte.
Sà che la Sobrietà, nettar del’huomo,
Rese invitto Sanson, Guiditta forte,
E che {{Wl|Q2253|Scipio}}, e Giosep, con la Compagna,
L’un l’Egitto affrenò, l’altro l’Ispagna.</poem><noinclude>{{PieDiPagina|||''Con''{{spazi|5}}}}</noinclude>
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Autore:Guglielmo de Sanctis
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Autore | Nome = Guglielmo | Cognome = de Sanctis | Attività = pittore | Nazionalità = italiano | Professione e nazionalità = }} == Opere == * [[:File:Tommaso Minardi e il suo tempo (IA tommasominardiei00desa).pdf|File:Tommaso Minardi e il suo tempo]]
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{{Autore
| Nome = Guglielmo
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| Professione e nazionalità =
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== Opere ==
* [[:File:Tommaso Minardi e il suo tempo (IA tommasominardiei00desa).pdf|File:Tommaso Minardi e il suo tempo]]
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Carlomorino
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== Opere ==
* [[:File:Tommaso Minardi e il suo tempo (IA tommasominardiei00desa).pdf|Tommaso Minardi e il suo tempo]]
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Carlomorino
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== Opere ==
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<poem>Con la Fortezza, in modo si rinfranca,
E contra i colpi di fortuna inforza,
Che non s’alza fra’ ben, fra’ mal non manca;
Nè si rende à piacer, nè cede à forza.
Tanta equanimità talmente stanca
L’inconstante nemica, che la sforza
La sua rota legar dietro à la rota
Del Trionfante, e star nel moto {{Ec|immota|immota.}}</poem>
{{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|21.}}
<poem>Con la Giustitia il Duce la Bilancia
Sopra ciascun, senza rispetto, libra,
Nè pregiato tesor, nè nobil guancia
Torcere unquanco il fè la dritta libra
Grave hà la destra man di palma, e lancia,
Ed hor l’una concede, hor l’altra vibra.
Credi, che Astrea lo spirito gl’infonda
Di {{Wl|Q373685|Licurgo}}, d’{{Wl|Q435531|Ipparco}}, e di {{Wl|Q256819|Caronda}}.</poem>
{{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|22.}}
<poem>L’Eroe, per fin, del prossimo, e del Nume
Sopra il dupplice amor mentre si gira,
Par chiaro un Ciel d’ogni più leto lume;
Che sù gemino polo il mondo aggira.
Nel cui rotar questo vital volume,
Da si bell’assi, alme influenze spira,
E così firmamento augusto, e pio,
Grato à gli huomini sembra, e caro à Dio.</poem><noinclude>{{PieDiPagina|||''A tal''{{spazi|5}}}}</noinclude>
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<poem>A tal fama più Vati i loro plettri
Gli offriro, e molti Regni i lor diademi:
Egli accettò le lire, e non gli scettri,
Le porpore sprezzò, volle i poemi.
Dicendo, che à virtù gli augusti elettri
Son bassi pregi, e non condegni premi,
E che non vi è per lei miglior corona
Del poetico alloro d’{{Wl|Q215516|Elicona}}.</poem>
{{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|24.}}
<poem>Onde il buon Duce, in mesta sorte, e in lieta
Sempre trattar solea, con qualche Vate,
Come Scipio, col Calabro poeta,
Con {{Wl|Q1398|Maro}}, e {{Wl|Q6197|Flacco}}, {{Wl|Q1405|Augusto}}, e {{Wl|Q8833|Mecenate}}.
Honora i Vati, chi de’ Vati è meta.
Le virtù da le muse sono amate.
Del music’arco il virtuoso è segno.
Gode de’ versi, chi de versi è degno.</poem>
{{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|25.}}
<poem>Hor mentre egli vivea trà gioco, e festa
Per le gratie, che ’l ciel gli piove sopra:
Ecco uscir da la Suora dishonesta
Nebbia, che par, ch’ogni sua gloria copra.
Come accorto nocchier, ch’à la tempesta,
Per opporsi, ogni sforzo, ogn’arte adopra,
Ei tenta ogn’opra, come saggio, e scaltro,
A prò di lei, che tentarebbe ogni altro.</poem><noinclude>{{PieDiPagina|||''Pria''{{spazi|5}}}}</noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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Marcella Medici (BEIC)
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Marcella Medici (BEIC)
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: GHIACCIAI SEWARD E AGASSIZ 121 Le crepaccie trasversali sono larghe fino a dieci e più metri, ed hanno per noi un aspetto nuovissimo, poichè le loro pareti non sono Monte Augusta dal Seward Negativa di F. Gonella di ghiaccio, ma di neve granulosa, disposta a strati spessi da uno a cin- que metri, separati da li- nee più scure di polvere e di fini detriti. Nelle fen- diture più profonde con- tiamo fino a 18-20 strati, ma...
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Le crepaccie trasversali sono larghe fino a dieci e più metri, ed
hanno
per noi un aspetto nuovissimo, poichè le loro pareti non sono
Monte Augusta dal Seward
Negativa di F. Gonella
di ghiaccio, ma di neve
granulosa, disposta a
strati spessi da uno a cin-
que metri, separati da li-
nee più scure di polvere
e di fini detriti. Nelle fen-
diture più profonde con-
tiamo fino a 18-20 strati,
ma in nessuna, fin dove
arriva la vista, riusciamo
a scorgere il ghiaccio
verde caratteristico di
ghiacciaio. Ogni strato deve rappresentare una nevicata, e le linee
intermedie, scure, periodi di bel tempo.
Mentre ci avviciniamo al centro della valle, dietro di noi si spiega,
in tutta la sua ampiezza, l'anfiteatro a Nord dei Pinnacle Cliffs, che
per sfondo il Cook. So-
ha
no tanti i ghiacciai che
scendono da ogni parte
nel Seward, che si capi-
sce difficilmente come
una massa così enorme
possa passare tutta nella
stretta fra i Pinnacle Cliffs
e le Samovar. Ci sovrasta,
gigante, la parete del-
l'Augusta, la cui base
è nascosta da un basso
Campo sul Seward
contrafforte di arenaria che separa il ghiacciaio Augusta dal Ca-
scade). La vetta, di qua, appare come un cono nevoso regolare,
1) Vedi la nota a pag. 126.
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Marcella Medici (BEIC)
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Le crepaccie trasversali sono larghe fino a dieci e più metri, ed hanno per noi un aspetto nuovissimo, poichè le loro pareti non sono {{FI
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}} di ghiaccio, ma di neve granulosa, disposta a strati spessi da uno a cinque metri, separati da linee più scure di polvere e di fini detriti. Nelle fenditure più profonde contiamo fino a 18-20 strati, ma in nessuna, fin dove arriva la vista, riusciamo a scorgere il ghiaccio verde caratteristico di ghiacciaio. Ogni strato deve rappresentare una nevicata, e le linee intermedie, scure, periodi di bel tempo.
Mentre ci avviciniamo al centro della valle, dietro di noi si spiega, in tutta la sua ampiezza, l'anfiteatro a Nord dei Pinnacle Cliffs, che {{FI
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}} ha per sfondo il Cook. Sono tanti i ghiacciai che scendono da ogni parte nel Seward, che si capisce difficilmente come una massa così enorme possa passare tutta nella stretta fra i Pinnacle Cliffs e le Samovar. Ci sovrasta, gigante, la parete dell'Augusta, la cui base è nascosta da un basso contrafforte di arenaria che separa il ghiacciaio Augusta dal Cascade<ref>Vedi la nota a pag. 126.</ref>. La vetta, di qua, appare come un cono nevoso regolare,<noinclude><references/>{{RigaIntestazione|{{x-smaller|16}}}}</noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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}} di ghiaccio, ma di neve granulosa, disposta a strati spessi da uno a cinque metri, separati da linee più scure di polvere e di fini detriti. Nelle fenditure più profonde contiamo fino a 18-20 strati, ma in nessuna, fin dove arriva la vista, riusciamo a scorgere il ghiaccio verde caratteristico di ghiacciaio. Ogni strato deve rappresentare una nevicata, e le linee intermedie, scure, periodi di bel tempo.
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Spinoziano (BEIC)
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Le crepaccie trasversali sono larghe fino a dieci e più metri, ed hanno per noi un aspetto nuovissimo, poichè le loro pareti non sono {{FI
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Mentre ci avviciniamo al centro della valle, dietro di noi si spiega, in tutta la sua ampiezza, l'anfiteatro a Nord dei Pinnacle Cliffs, che {{FI
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Pagina:Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia, 1900 - BEIC IE7872886.djvu/178
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Marcella Medici (BEIC)
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: 122 CAPITOLO SESTO che si perde fra le nubi. Presto arriviamo in faccia al vallone che discende dal Dome Pass; dietro questo, sopra la cresta delle Sa- movar, vediamo in tutta la sua lunghezza un'altra grande valle, chiusa a Ovest da una parete di ghiaccio che termina ad un colle, ai piedi della cresta Nord del Sant'Elia. È la valle del Newton, ed abbiamo dinanzi a noi tutta la via che ci rimane da percorrere. Poi, a man...
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>122
CAPITOLO SESTO
che si perde fra le nubi. Presto arriviamo in faccia al vallone che
discende dal Dome Pass; dietro questo, sopra la cresta delle Sa-
movar, vediamo in tutta la sua lunghezza un'altra grande valle,
chiusa a Ovest da una parete di ghiaccio che termina ad un colle,
ai piedi della cresta Nord del Sant'Elia. È la valle del Newton, ed
abbiamo dinanzi a noi tutta la via che ci rimane da percorrere.
Poi, a mano a mano che ci avviciniamo alle Samovar, il Sant'Elia
Sul Seward presso il Dome Pass
e la valle Newton si nascondono dietro queste, fino a scomparire
del tutto.
Giunti al confluire del ghiacciaio che discende dal Dome Pass col
Seward, facciamo una breve fermata per la colazione; poi le guide
tornano indietro a prendere la seconda slitta, mentre S. A. R. e noi
ci aggioghiamo a quella già trascinata fin qui, avanzandoci ancora
di qualche chilometro nella valle del Dome Pass, e piantiamo il
campo (1132 metri sul mare).
Verso sera comincia a piovere, e la pioggia continua tutto il<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|122|CAPITOLO SESTO|}}</noinclude>
che si perde fra le nubi. Presto arriviamo in faccia al vallone che discende dal Dome Pass; dietro questo, sopra la cresta delle Samovar, vediamo in tutta la sua lunghezza un'altra grande valle, chiusa a Ovest da una parete di ghiaccio che termina ad un colle, ai piedi della cresta Nord del Sant'Elia. È la valle del Newton, ed abbiamo dinanzi a noi tutta la via che ci rimane da percorrere. Poi, a mano a mano che ci avviciniamo alle Samovar, il Sant'Elia
{{FI
|file = Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia, 1900 - BEIC IE7872886 - Sul Seward presso il Dome Pass.jpg
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|caption = {{smaller|Sul Seward presso il Dome Pass}}
}} e la valle Newton si nascondono dietro queste, fino a scomparire del tutto.
Giunti al confluire del ghiacciaio che discende dal Dome Pass col Seward, facciamo una breve fermata per la colazione; poi le guide tornano indietro a prendere la seconda slitta, mentre {{AutoreCitato|Luigi Amedeo di Savoia-Aosta|S. A. R.}} e noi ci aggioghiamo a quella già trascinata fin qui, avanzandoci ancora di qualche chilometro nella valle del Dome Pass, e piantiamo il campo (1132 metri sul mare).
Verso sera comincia a piovere, e la pioggia continua tutto il<noinclude><references/></noinclude>
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Spinoziano (BEIC)
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che si perde fra le nubi. Presto arriviamo in faccia al vallone che discende dal Dome Pass; dietro questo, sopra la cresta delle Samovar, vediamo in tutta la sua lunghezza un'altra grande valle, chiusa a Ovest da una parete di ghiaccio che termina ad un colle, ai piedi della cresta Nord del Sant'Elia. È la valle del Newton, ed abbiamo dinanzi a noi tutta la via che ci rimane da percorrere. Poi, a mano a mano che ci avviciniamo alle Samovar, il Sant'Elia
{{FI
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}} e la valle Newton si nascondono dietro queste, fino a scomparire del tutto.
Giunti al confluire del ghiacciaio che discende dal Dome Pass col Seward, facciamo una breve fermata per la colazione; poi le guide tornano indietro a prendere la seconda slitta, mentre {{AutoreCitato|Luigi Amedeo di Savoia-Aosta|S. A. R.}} e noi ci aggioghiamo a quella già trascinata fin qui, avanzandoci ancora di qualche chilometro nella valle del Dome Pass, e piantiamo il campo (1132 metri sul mare).
Verso sera comincia a piovere, e la pioggia continua tutto il<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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Marcella Medici (BEIC)
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Pagina:Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia, 1900 - BEIC IE7872886.djvu/181
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Marcella Medici (BEIC)
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: GHIACCIAI SEWARD E AGASSIZ 123 giorno dopo, mentre le guide finiscono di portare il resto del baga- glio dal campo Russell fino a questo punto, abbandonando ai Pin- nacle Cliffs una delle due slitte che c'erano rimaste. Così vi sarà una slitta sul Malaspina, una sui nevai delle Hitchcock, ed una sul Seward, ed i portatori non saranno costretti al difficile e fati- coso lavoro di portare in spalla le slitte nel superare l...
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>GHIACCIAI SEWARD E AGASSIZ
123
giorno dopo, mentre le guide finiscono di portare il resto del baga-
glio dal campo Russell fino a questo punto, abbandonando ai Pin-
nacle Cliffs una delle due slitte che c'erano rimaste. Così vi sarà
una slitta sul Malaspina, una sui nevai delle Hitchcock, ed una
sul Seward, ed i portatori non saranno costretti al difficile e fati-
coso lavoro di portare in spalla le slitte nel superare le cascate di
ghiaccio ed i contrafforti di monte.
Il ghiacciaio che sale al Dome Pass dal Seward, ha un pendio
Campo sul Seward ai piedi del Dome Pass
moderato, e poche larghe crepaccie, coperte da buoni ponti di neve.
Si sale, avendo dapprima alla destra il ghiacciaio Cascade, che di-
valla precipitoso dalla faccia Sud-Est dell'Augusta, incassato in un
profondo vallone; poi fra due pareti verticali, appartenenti alle Sa-
movar, con una struttura così omogenea, ed uno sgretolamento così
uniforme, che le continue valanghe di sassi non dànno neppur luogo
alla formazione di canaloni. Qualche nevaio riempie le piccole valli
che interrompono la costa. In alto, presso il passo, l'inclinazione
del pendio aumenta un poco, e si deve contornare qualche ampia
crepaccia.<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|ghiacciai seward e agassiz}}|123}}</noinclude>
giorno dopo, mentre le guide finiscono di portare il resto del baga- glio dal campo Russell fino a questo punto, abbandonando ai Pin- nacle Cliffs una delle due slitte che c'erano rimaste. Così vi sarà una slitta sul Malaspina, una sui nevai delle Hitchcock, ed una sul Seward, ed i portatori non saranno costretti al difficile e fati- coso lavoro di portare in spalla le slitte nel superare le cascate di ghiaccio ed i contrafforti di monte. Il ghiacciaio che sale al Dome Pass dal Seward, ha un pendio moderato, e poche larghe crepaccie, coperte da buoni ponti di neve. Si sale, avendo dapprima alla destra il ghiacciaio Cascade, che di- valla precipitoso dalla faccia Sud-Est dell'Augusta, incassato in un profondo vallone; poi fra due pareti verticali, appartenenti alle Sa- movar, con una struttura così omogenea, ed uno sgretolamento così uniforme, che le continue valanghe di sassi non dànno neppur luogo alla formazione di canaloni. Qualche nevaio riempie le piccole valli che interrompono la costa. In alto, presso il passo, l'inclinazione del pendio aumenta un poco, e si deve contornare qualche ampia crepaccia.<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|ghiacciai seward e agassiz}}|123}}</noinclude>giorno dopo, mentre le guide finiscono di portare il resto del bagaglio dal campo Russell fino a questo punto, abbandonando ai Pinnacle Cliffs una delle due slitte che c'erano rimaste. Così vi sarà una slitta sul Malaspina, una sui nevai delle Hitchcock, ed una sul Seward, ed i portatori non saranno costretti al difficile e faticoso lavoro di portare in spalla le slitte nel superare le cascate di ghiaccio ed i contrafforti di monte.
Il ghiacciaio che sale al Dome Pass dal Seward, ha un pendìo {{FI
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|caption = {{smaller|Campo sul Seward ai piedi del Dome Pass}}
}} moderato, e poche larghe crepaccie, coperte da buoni ponti di neve. Si sale, avendo dapprima alla destra il ghiacciaio Cascade, che divalla precipitoso dalla faccia Sud-Est dell'Augusta, incassato in un profondo vallone; poi fra due pareti verticali, appartenenti alle Samovar, con una struttura così omogenea, ed uno sgretolamento così uniforme, che le continue valanghe di sassi non dànno neppur luogo alla formazione di canaloni. Qualche nevaio riempie le piccole valli che interrompono la costa. In alto, presso il passo, l'inclinazione del pendìo aumenta un poco, e si deve contornare qualche ampia crepaccia.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|ghiacciai seward e agassiz}}|123}}</noinclude>giorno dopo, mentre le guide finiscono di portare il resto del bagaglio dal campo Russell fino a questo punto, abbandonando ai Pinnacle Cliffs una delle due slitte che c'erano rimaste. Così vi sarà una slitta sul Malaspina, una sui nevai delle Hitchcock, ed una sul Seward, ed i portatori non saranno costretti al difficile e faticoso lavoro di portare in spalla le slitte nel superare le cascate di ghiaccio ed i contrafforti di monte.
Il ghiacciaio che sale al Dome Pass dal Seward, ha un pendìo {{FI
|file = Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia, 1900 - BEIC IE7872886 - Campo sul Seward ai piedi del Dome Pass.jpg
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|caption = {{smaller|Campo sul Seward ai piedi del Dome Pass}}
}} moderato, e poche larghe crepaccie, coperte da buoni ponti di neve. Si sale, avendo dapprima alla destra il ghiacciaio Cascade, che divalla precipitoso dalla faccia Sud-Est dell'Augusta, incassato in un profondo vallone; poi fra due pareti verticali, appartenenti alle Samovar, con una struttura così omogenea, ed uno sgretolamento così uniforme, che le continue valanghe di sassi non dànno neppur luogo alla formazione di canaloni. Qualche nevaio riempie le piccole valli che interrompono la costa. In alto, presso il passo, l'inclinazione del pendìo aumenta un poco, e si deve contornare qualche ampia crepaccia.<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia, 1900 - BEIC IE7872886.djvu/182
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: 124 CAPITOLO SESTO Il Dome Pass è alto un centinaio di metri sopra l'ultimo campo (1240 metri), ed in esso si continuano senza interruzione i due ghiac- ciai che scendono, l'uno a Est, nel Seward, l'altro verso Ovest, nell'Agassiz. Il colle si apre fra due cupole simmetriche, regolar- mente arrotondate, quella a Sud-Ovest coperta da una calotta di ghiaccio, perfettamente emisferica, quella a Nord-Est rocciosa, or- Dome P...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>124
CAPITOLO SESTO
Il Dome Pass è alto un centinaio di metri sopra l'ultimo campo
(1240 metri), ed in esso si continuano senza interruzione i due ghiac-
ciai che scendono, l'uno a Est, nel Seward, l'altro verso Ovest,
nell'Agassiz. Il colle si apre fra due cupole simmetriche, regolar-
mente arrotondate, quella a Sud-Ovest coperta da una calotta di
ghiaccio, perfettamente emisferica, quella a Nord-Est rocciosa, or-
Dome Pass
lata da una cornice di neve, che il sole non tarderà a far scomparire.
Il tempo coperto, più tardi annebbiato e piovoso, non ci permette
di veder nulla a Ovest del colle, verso l'Agassiz.
In quello stesso giorno che salimmo al Dome Pass (12 luglio),
fummo raggiunti dall' Ingraham coi cinque americani che erano
tornati alla morena dal Campo Independence, e che si erano incro-
ciati per via cogli altri cinque, tornati indietro dal Pinnacle. In un
periodo di soli sette giorni essi avevano percorso circa 68 chilo-
metri sul Malaspina (fra l'andata ed il ritorno) più oltre 30 di una<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|124|CAPITOLO SESTO|}}</noinclude>
Il Dome Pass è alto un centinaio di metri sopra l'ultimo campo (1240 metri), ed in esso si continuano senza interruzione i due ghiacciai che scendono, l'uno a Est, nel Seward, l'altro verso Ovest, nell'Agassiz. Il colle si apre fra due cupole simmetriche, regolarmente arrotondate, quella a Sud-Ovest coperta da una calotta di ghiaccio, perfettamente emisferica, quella a Nord-Est rocciosa, {{FI
|file = Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia, 1900 - BEIC IE7872886 - Dome Pass.jpg
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|caption = {{smaller|Dome Pass}}
}} orlata da una cornice di neve, che il sole non tarderà a far scomparire. Il tempo coperto, più tardi annebbiato e piovoso, non ci permette di veder nulla a Ovest del colle, verso l'Agassiz.
In quello stesso giorno che salimmo al Dome Pass (12 luglio), fummo raggiunti dall'{{wl|Q5345491|Ingraham}} coi cinque americani che erano tornati alla morena dal Campo Independence, e che si erano incrociati per via cogli altri cinque, tornati indietro dal Pinnacle. In un periodo di soli sette giorni essi avevano percorso circa 68 chilometri sul Malaspina (fra l'andata ed il ritorno) più oltre 30 di una<noinclude><references/></noinclude>
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Spinoziano (BEIC)
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione|124|CAPITOLO SESTO|}}</noinclude>
Il Dome Pass è alto un centinaio di metri sopra l'ultimo campo (1240 metri), ed in esso si continuano senza interruzione i due ghiacciai che scendono, l'uno a Est, nel Seward, l'altro verso Ovest, nell'Agassiz. Il colle si apre fra due cupole simmetriche, regolarmente arrotondate, quella a Sud-Ovest coperta da una calotta di ghiaccio, perfettamente emisferica, quella a Nord-Est rocciosa, {{FI
|file = Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia, 1900 - BEIC IE7872886 - Dome Pass.jpg
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|caption = {{smaller|Dome Pass}}
}} orlata da una cornice di neve, che il sole non tarderà a far scomparire. Il tempo coperto, più tardi annebbiato e piovoso, non ci permette di veder nulla a Ovest del colle, verso l'Agassiz.
In quello stesso giorno che salimmo al Dome Pass (12 luglio), fummo raggiunti dall'{{wl|Q5345491|Ingraham}} coi cinque americani che erano tornati alla morena dal Campo Independence, e che si erano incrociati per via cogli altri cinque, tornati indietro dal Pinnacle. In un periodo di soli sette giorni essi avevano percorso circa 68 chilometri sul Malaspina (fra l'andata ed il ritorno) più oltre 30 di una<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia, 1900 - BEIC IE7872886.djvu/183
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Marcella Medici (BEIC)
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: GHIACCIAI SEWARD E AGASSIZ 125 via abbastanza difficile, al piede delle Hitchcock ed attraverso il Seward, portando con sè un peso di circa 270 chilogrammi, fra l'accampamento ed i viveri loro, e quelli che portavano a noi (otto razioni). È notevole la rapidità colla quale gli uomini si erano abi- tuati a portare ed a trainare sulle slitte pesi sempre maggiori. I 20-22 chilogrammi di carico, che da principio parevano mol...
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>GHIACCIAI SEWARD E AGASSIZ
125
via abbastanza difficile, al piede delle Hitchcock ed attraverso il
Seward, portando con sè un peso di circa 270 chilogrammi, fra
l'accampamento ed i viveri loro, e quelli che portavano a noi (otto
razioni). È notevole la rapidità colla quale gli uomini si erano abi-
tuati a portare ed a trainare sulle slitte pesi sempre maggiori. I
20-22 chilogrammi di carico, che da principio parevano molti, per
strada quasi piana, erano diventati il peso ordinario da portare sulle
Il campo sul Dome Pass.
Negativa di S. A. R.
spalle, per strada cattiva, ed in salita; le guide riuscivano ora a por-
tare, per distanze non troppo grandi, fino a 35-36 chilogrammi.
La valle che si diparte dal Dome Pass a occidente, è più lunga
di quella orientale; le pareti, ancora formate dalle Samovar, hanno
sempre gli stessi caratteri. Il ghiacciaio ha poche crepaccie, e ter-
mina in basso con un salto, per fortuna non tanto ripido da formare
una cascata. Lo discendemmo facilmente, lasciando scivolare la
slitta sul dorso di uno stretto costone di ghiaccio, limitato ai lati
da due profondi solchi, e ci fermammo sull'orlo orientale dell'Agas-
siz, ai piedi del colle (13 luglio). Avevamo ridisceso un 150 metri<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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/* Trascritta */ Aggiunto template FI tramite il gadget CropTool
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|ghiacciai seward e agassiz}}|125}}</noinclude>via abbastanza difficile, al piede delle Hitchcock ed attraverso il Seward, portando con sè un peso di circa 270 chilogrammi, fra l'accampamento ed i viveri loro, e quelli che portavano a noi (otto razioni). È notevole la rapidità colla quale gli uomini si erano abituati a portare ed a trainare sulle slitte pesi sempre maggiori. I 20-22 chilogrammi di carico, che da principio parevano molti, per strada quasi piana, erano diventati il peso ordinario da portare sulle
{{FI
|file = Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia, 1900 - BEIC IE7872886 - Il campo sul Dome Pass. Negativa di S. A. R..jpg
|width = 100%
|caption = {{smaller|Il campo sul Dome Pass.</br>Negativa di S. A. R.
}} spalle, per strada cattiva, ed in salita; le guide riuscivano ora a portare, per distanze non troppo grandi, fino a 35-36 chilogrammi.
La valle che si diparte dal Dome Pass a occidente, è più lunga di quella orientale; le pareti, ancora formate dalle Samovar, hanno sempre gli stessi caratteri. Il ghiacciaio ha poche crepaccie, e termina in basso con un salto, per fortuna non tanto ripido da formare una cascata. Lo discendemmo facilmente, lasciando scivolare la slitta sul dorso di uno stretto costone di ghiaccio, limitato ai lati da due profondi solchi, e ci fermammo sull'orlo orientale dell'Agassiz, ai piedi del colle (13 luglio). Avevamo ridisceso un 150 metri<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|ghiacciai seward e agassiz}}|125}}</noinclude>via abbastanza difficile, al piede delle Hitchcock ed attraverso il Seward, portando con sè un peso di circa 270 chilogrammi, fra l'accampamento ed i viveri loro, e quelli che portavano a noi (otto razioni). È notevole la rapidità colla quale gli uomini si erano abituati a portare ed a trainare sulle slitte pesi sempre maggiori. I 20-22 chilogrammi di carico, che da principio parevano molti, per strada quasi piana, erano diventati il peso ordinario da portare sulle
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}} spalle, per strada cattiva, ed in salita; le guide riuscivano ora a portare, per distanze non troppo grandi, fino a 35-36 chilogrammi.
La valle che si diparte dal Dome Pass a occidente, è più lunga di quella orientale; le pareti, ancora formate dalle Samovar, hanno sempre gli stessi caratteri. Il ghiacciaio ha poche crepaccie, e termina in basso con un salto, per fortuna non tanto ripido da formare una cascata. Lo discendemmo facilmente, lasciando scivolare la slitta sul dorso di uno stretto costone di ghiaccio, limitato ai lati da due profondi solchi, e ci fermammo sull'orlo orientale dell'Agassiz, ai piedi del colle (13 luglio). Avevamo ridisceso un 150 metri<noinclude><references/></noinclude>
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/* Riletta */
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<noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|ghiacciai seward e agassiz}}|125}}</noinclude>via abbastanza difficile, al piede delle Hitchcock ed attraverso il Seward, portando con sè un peso di circa 270 chilogrammi, fra l'accampamento ed i viveri loro, e quelli che portavano a noi (otto razioni). È notevole la rapidità colla quale gli uomini si erano abituati a portare ed a trainare sulle slitte pesi sempre maggiori. I 20-22 chilogrammi di carico, che da principio parevano molti, per strada quasi piana, erano diventati il peso ordinario da portare sulle
{{FI
|file = Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia, 1900 - BEIC IE7872886 - Il campo sul Dome Pass. Negativa di S. A. R..jpg
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|caption = {{smaller|Il campo sul Dome Pass</br>Negativa di {{AutoreCitato|Luigi Amedeo di Savoia-Aosta|S. A. R.}}}}
}} spalle, per strada cattiva, ed in salita; le guide riuscivano ora a portare, per distanze non troppo grandi, fino a 35-36 chilogrammi.
La valle che si diparte dal Dome Pass a occidente, è più lunga di quella orientale; le pareti, ancora formate dalle Samovar, hanno sempre gli stessi caratteri. Il ghiacciaio ha poche crepaccie, e termina in basso con un salto, per fortuna non tanto ripido da formare una cascata. Lo discendemmo facilmente, lasciando scivolare la slitta sul dorso di uno stretto costone di ghiaccio, limitato ai lati da due profondi solchi, e ci fermammo sull'orlo orientale dell'Agassiz, ai piedi del colle (13 luglio). Avevamo ridisceso un 150 metri<noinclude><references/></noinclude>
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: 126 CAPITOLO SESTO dal colle, ed eravamo un poco più bassi che nel campo corrispon- dente del Seward (1087 metri). Il ghiacciaio Agassiz, molto rotto e cosparso di seracchi spor- genti, contorna il piede del contrafforte Nord del Dome Pass, ad- dentrandosi verso l'Augusta ed il Malaspina. Deve esistere là dietro un grande anfiteatro, nel quale si raccolgono le nevi della parete Ovest dell'Augusta, del Malaspina e del Ber...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>126
CAPITOLO SESTO
dal colle, ed eravamo un poco più bassi che nel campo corrispon-
dente del Seward (1087 metri).
Il ghiacciaio Agassiz, molto rotto e cosparso di seracchi spor-
genti, contorna il piede del contrafforte Nord del Dome Pass, ad-
dentrandosi verso l'Augusta ed il Malaspina. Deve esistere là dietro
un grande anfiteatro, nel quale si raccolgono le nevi della parete
Ovest dell'Augusta, del Malaspina e del Bering, circoscritto a Est
dalle Samovar, a Ovest da un costone che scende dal Bering e se-
para il bacino d'origine dell'Agassiz dalla parte inferiore del New-
ton). In faccia al nostro campo è la grande cascata di seracchi colla
quale il Newton si getta nell'Agassiz; i due ghiacciai, al loro con-
fluire, sono di volume quasi eguale.
Sul contrafforte Nord del Dome Pass, che si eleva ripido a breve
distanza da noi, v'è ancora qualche macchia di verde, fino a un
200 metri di altezza. Il limite di vegetazione sulle pendici dei monti
rivolte a Sud, sarebbe dunque a circa 1200 metri sul livello del
mare. Dal campo udiamo cantare le pernici fra i magri ciuffi d'erba,
ed il fischio di qualche marmotta. In vero, i contrafforti delle ca-
tene a Nord del ghiacciaio Malaspina, hanno una fauna più ricca di
quello che si potrebbe supporre.
Sulle Chaix sono stati trovati parecchi orsi e lupi, volpi, capre
alpestri, pernici ed un museragnolo. Una traccia bene battuta dagli
animali, si diparte dal piede delle colline ed attraversa il ghiacciaio
1) Il Russell descrive la topografia di questa parte della regione in modo alquanto diverso.
Secondo lui, la testata delle colline Samovar non si attaccherebbe all'Augusta, ma al monte Ma-
laspina, dal quale scenderebbero ghiacciai nel Seward (Cascade). Da quanto vedemmo sul posto,
e da un attento esame delle illustrazioni riportate, a noi è parso che le catene fossero disposte
come le ho descritte; cioè le Samovar sarebbero un contrafforte dell'Augusta (se si vuol dare
questo nome alla vetta più alta e più imponente del gruppo), ed i ghiacciai delle pareti meri-
dionali del monte Malaspina defluirebbero tutti nel bacino superiore dell'Agassiz. Il contrafforte
che limita questo bacino a Ovest, scendendo dal monte Bering, è quello che durante tutto il
nostro percorso su per la valle del Newton ci mascherò le pareti occidentali del Malaspina e
dell'Augusta, e che si vede chiaramente in tutte le fotografie della regione a Est del ghiacciaio
Newton, prese dalla valle Newton, dal colle Russell e dalla cresta del Sant'Elia. Abbiamo con-
servato il nome di Cascade ad un grande ghiacciaio defluente dalla parete meridionale dell'Augusta,
compreso fra l'origine della catena Samovar ed un breve contrafforte che lo separa dal ghiacciaio
Augusta. Esso si getta nel ghiacciaio che scende a Est del Dome Pass, poco prima che questo
termini nel Seward.<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|126|CAPITOLO SESTO|}}</noinclude>dal colle, ed eravamo un poco più bassi che nel campo corrispondente del Seward (1087 metri).
Il ghiacciaio Agassiz, molto rotto e cosparso di seracchi sporgenti, contorna il piede del contrafforte Nord del Dome Pass, addentrandosi verso l'Augusta ed il Malaspina. Deve esistere là dietro un grande anfiteatro, nel quale si raccolgono le nevi della parete Ovest dell'Augusta, del Malaspina e del Bering, circoscritto a Est dalle Samovar, a Ovest da un costone che scende dal Bering e separa il bacino d'origine dell'Agassiz dalla parte inferiore del Newton<ref>Il {{wl|Q6084218|Russell}} descrive la topografia di questa parte della regione in modo alquanto diverso. Secondo lui, la testata delle colline Samovar non si attaccherebbe all'Augusta, ma al monte Malaspina, dal quale scenderebbero ghiacciai nel Seward (Cascade). Da quanto vedemmo sul posto, e da un attento esame delle illustrazioni riportate, a noi è parso che le catene fossero disposte come le ho descritte; cioè le Samovar sarebbero un contrafforte dell'Augusta (se si vuol dare questo nome alla vetta più alta e più imponente del gruppo), ed i ghiacciai delle pareti meridionali del monte Malaspina defluirebbero tutti nel bacino superiore dell'Agassiz. Il contrafforte che limita questo bacino a Ovest, scendendo dal monte Bering, è quello che durante tutto il nostro percorso su per la valle del Newton ci mascherò le pareti occidentali del Malaspina e dell'Augusta, e che si vede chiaramente in tutte le fotografie della regione a Est del ghiacciaio Newton, prese dalla valle Newton, dal colle Russell e dalla cresta del Sant'Elia. Abbiamo conservato il nome di Cascade ad un grande ghiacciaio defluente dalla parete meridionale dell'Augusta, compreso fra l'origine della catena Samovar ed un breve contrafforte che lo separa dal ghiacciaio Augusta. Esso si getta nel ghiacciaio che scende a Est del Dome Pass, poco prima che questo termini nel Seward.</ref>. In faccia al nostro campo è la grande cascata di seracchi colla quale il Newton si getta nell'Agassiz; i due ghiacciai, al loro confluire, sono di volume quasi eguale.
Sul contrafforte Nord del Dome Pass, che si eleva ripido a breve distanza da noi, v'è ancora qualche macchia di verde, fino a un 200 metri di altezza. Il limite di vegetazione sulle pendici dei monti rivolte a Sud, sarebbe dunque a circa 1200 metri sul livello del mare. Dal campo udiamo cantare le pernici fra i magri ciuffi d'erba, ed il fischio di qualche marmotta. In vero, i contrafforti delle catene a Nord del ghiacciaio Malaspina, hanno una fauna più ricca di quello che si potrebbe supporre.
Sulle Chaix sono stati trovati parecchi orsi e lupi, volpi, capre alpestri, pernici ed un museragnolo. Una traccia bene battuta dagli animali, si diparte dal piede delle colline ed attraversa il ghiacciaio<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione|126|CAPITOLO SESTO|}}</noinclude>dal colle, ed eravamo un poco più bassi che nel campo corrispondente del Seward (1087 metri).
Il ghiacciaio Agassiz, molto rotto e cosparso di seracchi sporgenti, contorna il piede del contrafforte Nord del Dome Pass, addentrandosi verso l'Augusta ed il Malaspina. Deve esistere là dietro un grande anfiteatro, nel quale si raccolgono le nevi della parete Ovest dell'Augusta, del Malaspina e del Bering, circoscritto a Est dalle Samovar, a Ovest da un costone che scende dal Bering e separa il bacino d'origine dell'Agassiz dalla parte inferiore del Newton<ref>Il {{wl|Q6084218|Russell}} descrive la topografia di questa parte della regione in modo alquanto diverso. Secondo lui, la testata delle colline Samovar non si attaccherebbe all'Augusta, ma al monte Malaspina, dal quale scenderebbero ghiacciai nel Seward (Cascade). Da quanto vedemmo sul posto, e da un attento esame delle illustrazioni riportate, a noi è parso che le catene fossero disposte come le ho descritte; cioè le Samovar sarebbero un contrafforte dell'Augusta (se si vuol dare questo nome alla vetta più alta e più imponente del gruppo), ed i ghiacciai delle pareti meridionali del monte Malaspina defluirebbero tutti nel bacino superiore dell'Agassiz. Il contrafforte che limita questo bacino a Ovest, scendendo dal monte Bering, è quello che durante tutto il nostro percorso su per la valle del Newton ci mascherò le pareti occidentali del Malaspina e dell'Augusta, e che si vede chiaramente in tutte le fotografie della regione a Est del ghiacciaio Newton, prese dalla valle Newton, dal colle Russell e dalla cresta del Sant'Elia. Abbiamo conservato il nome di Cascade ad un grande ghiacciaio defluente dalla parete meridionale dell'Augusta, compreso fra l'origine della catena Samovar ed un breve contrafforte che lo separa dal ghiacciaio Augusta. Esso si getta nel ghiacciaio che scende a Est del Dome Pass, poco prima che questo termini nel Seward.</ref>. In faccia al nostro campo è la grande cascata di seracchi colla quale il Newton si getta nell'Agassiz; i due ghiacciai, al loro confluire, sono di volume quasi eguale.
Sul contrafforte Nord del Dome Pass, che si eleva ripido a breve distanza da noi, v'è ancora qualche macchia di verde, fino a un 200 metri di altezza. Il limite di vegetazione sulle pendici dei monti rivolte a Sud, sarebbe dunque a circa 1200 metri sul livello del mare. Dal campo udiamo cantare le pernici fra i magri ciuffi d'erba, ed il fischio di qualche marmotta. In vero, i contrafforti delle catene a Nord del ghiacciaio Malaspina, hanno una fauna più ricca di quello che si potrebbe supporre.
Sulle Chaix sono stati trovati parecchi orsi e lupi, volpi, capre alpestri, pernici ed un museragnolo. Una traccia bene battuta dagli animali, si diparte dal piede delle colline ed attraversa il ghiacciaio<noinclude><references/></noinclude>
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: GHIACCIAI SEWARD E AGASSIZ 127 Malaspina per 10-15 chilometri, dirigendosi verso Nord-Est, alle colline Samovar (Russell). Fu persino trovato un pesce in un tor- rente glaciale, affluente del lago Caetani. La storia di queste specie zoologiche meriterebbe di essere studiata. Come, quando e di dove sono arrivate fin là? Circondate da ogni lato da ghiacciai, impri- gionate in una stretta zona di terreno, in una regione dov...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>GHIACCIAI SEWARD E AGASSIZ
127
Malaspina per 10-15 chilometri, dirigendosi verso Nord-Est, alle
colline Samovar (Russell). Fu persino trovato un pesce in un tor-
rente glaciale, affluente del lago Caetani. La storia di queste specie
zoologiche meriterebbe di essere studiata. Come, quando e di dove
sono arrivate fin là? Circondate da ogni lato da ghiacciai, impri-
gionate in una stretta zona di terreno, in una regione dove ogni
VT
Traversando il ghiacciaio Agassiz
cosa è sepolta sotto il gelo per almeno sette mesi dell'anno, la loro
esistenza pare un vero miracolo.
Il vento persiste diretto a Est ed a Sud-Est, e con esso la piog-
gia, le nebbie, e le pesanti nubi immobili a un 300 metri sopra di
noi. Da parecchi giorni non vediamo il sole che ad intervalli e per
poco, con una luce scialba ed incolora che, riflessa da tutta quella
neve, stanca e stordisce. Dobbiamo adoperare infinite precauzioni,
per conservare relativamente asciutto l'interno delle tende. Ma
oramai siamo avvezzi all'umidità; la temperatura è tollerabilissima,
quasi sempre di qualche grado sopra lo zero, e due ore di sole, anche<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|ghiacciai seward e agassiz}}|127}}</noinclude>Malaspina per 10-15 chilometri, dirigendosi verso Nord-Est, alle colline Samovar ({{wl|Q6084218|Russell}}). Fu persino trovato un pesce in un torrente glaciale, affluente del lago Caetani. La storia di queste specie zoologiche meriterebbe di essere studiata. Come, quando e di dove sono arrivate fin là? Circondate da ogni lato da ghiacciai, imprigionate in una stretta zona di terreno, in una regione dove ogni
{{FI
|file = Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia, 1900 - BEIC IE7872886 - Traversando il ghiacciaio Agassiz.jpg
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|caption = {{smaller|Traversando il ghiacciaio Agassiz}}
}} cosa è sepolta sotto il gelo per almeno sette mesi dell'anno, la loro esistenza pare un vero miracolo.
Il vento persiste diretto a Est ed a Sud-Est, e con esso la pioggia, le nebbie, e le pesanti nubi immobili a un 300 metri sopra di noi. Da parecchi giorni non vediamo il sole che ad intervalli e per poco, con una luce scialba ed incolora che, riflessa da tutta quella neve, stanca e stordisce. Dobbiamo adoperare infinite precauzioni, per conservare relativamente asciutto l'interno delle tende. Ma oramai siamo avvezzi all'umidità; la temperatura è tollerabilissima, quasi sempre di qualche grado sopra lo zero, e due ore di sole, anche<noinclude><references/></noinclude>
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Il vento persiste diretto a Est ed a Sud-Est, e con esso la pioggia, le nebbie, e le pesanti nubi immobili a un 300 metri sopra di noi. Da parecchi giorni non vediamo il sole che ad intervalli e per poco, con una luce scialba ed incolora che, riflessa da tutta quella neve, stanca e stordisce. Dobbiamo adoperare infinite precauzioni, per conservare relativamente asciutto l'interno delle tende. Ma oramai siamo avvezzi all'umidità; la temperatura è tollerabilissima, quasi sempre di qualche grado sopra lo zero, e due ore di sole, anche<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia, 1900 - BEIC IE7872886.djvu/186
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: 128 CAPITOLO SESTO attraverso la nebbia, bastano per asciugare le nostre cose. Il pen- siero delle prove e della vita dura che troveremo senza dubbio più innanzi, ci fa indifferenti a queste piccole noie. Memore dei consigli del Russell, il Sella ha suggerito di calare un secchiello, legato ad una fune, in una crepaccia, e s'è trovata dell' acqua. È un aiuto pre- zioso, perchè ci permette di risparmiare il combustibile....
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>128
CAPITOLO SESTO
attraverso la nebbia, bastano per asciugare le nostre cose. Il pen-
siero delle prove e della vita dura che troveremo senza dubbio più
innanzi, ci fa indifferenti a queste piccole noie. Memore dei consigli
del Russell, il Sella ha suggerito di calare un secchiello, legato ad una
fune, in una crepaccia, e s'è trovata dell' acqua. È un aiuto pre-
zioso, perchè ci permette di risparmiare il combustibile. Il calore
Volta di ghiaccio sopra un laghetto del ghiacciaio Agassiz
che va consumato per
fondere la neve od il
ghiaccio è molto, e con
due litri di petrolio dove-
vamo cuocere le minestre
per tutti e dieci, fare il
caffè la mattina ed il the
da bere nei pasti. Perciò
cercavamo sempre di at-
tendarci vicino a qualche
laghetto, e talvolta racco-
glievamo per ore intiere,
pazientemente, l'acqua
che gocciolava da qual-
che seracco, vicino al
campo, nelle ore calde
della giornata.
Il 15 luglio, attraver-
sammo l'Agassiz, risa-
lendo obliquamente verso l'estremità occidentale della cascata del
Newton. La superficie del ghiacciaio è molto inuguale, e, nella
sua metà sinistra (orientale), le depressioni sono riempite da la-
ghetti e v'è qualche torrentello, sul quale improvvisiamo ponti per
la slitta colle piccozze, come s'era fatto sul Malaspina. L'acqua è
limpidissima, di color cobalto scuro al centro dei laghi, dove essa
è più profonda, delicatamente sfumato alla periferia. Dove le pozze
sono coperte da ponti di neve, il colore è riflesso da questa in toni
digradanti finissimi. Vi sono ampie crepaccie, seracchi strani che<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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<noinclude><pagequality level="3" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione|128|CAPITOLO SESTO|}}</noinclude>attraverso la nebbia, bastano per asciugare le nostre cose. Il pensiero delle prove e della vita dura che troveremo senza dubbio più innanzi, ci fa indifferenti a queste piccole noie. Memore dei consigli del {{wl|Q6084218|Russell}}, il {{wl|Q1339199|Sella}} ha suggerito di calare un secchiello, legato ad una fune, in una crepaccia, e s'è trovata dell'acqua. È un aiuto prezioso, perchè ci permette di risparmiare il combustibile. Il calore {{FI
|file = Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia, 1900 - BEIC IE7872886 - Volta di ghiaccio sopra un laghetto del ghiacciaio Agassiz.jpg
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| caption = {{smaller|Volta di ghiaccio sopra un laghetto del ghiacciaio Agassiz}}
}} che va consumato per fondere la neve od il ghiaccio è molto, e con due litri di petrolio dovevamo cuocere le minestre per tutti e dieci, fare il caffè la mattina ed il the da bere nei pasti. Perciò cercavamo sempre di attendarci vicino a qualche laghetto, e talvolta raccoglievamo per ore intiere, pazientemente, l'acqua che gocciolava da qualche seracco, vicino al campo, nelle ore calde della giornata.
Il 15 luglio, attraversammo l'Agassiz, risalendo obliquamente verso l'estremità occidentale della cascata del Newton. La superficie del ghiacciaio è molto inuguale, e, nella sua metà sinistra (orientale), le depressioni sono riempite da laghetti e v'è qualche torrentello, sul quale improvvisiamo ponti per la slitta colle piccozze, come s'era fatto sul Malaspina. L'acqua è limpidissima, di color cobalto scuro al centro dei laghi, dove essa è più profonda, delicatamente sfumato alla periferia. Dove le pozze sono coperte da ponti di neve, il colore è riflesso da questa in toni digradanti finissimi. Vi sono ampie crepaccie, seracchi strani che<noinclude><references/></noinclude>
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Spinoziano (BEIC)
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<noinclude><pagequality level="4" user="Spinoziano (BEIC)" />{{RigaIntestazione|128|CAPITOLO SESTO|}}</noinclude>attraverso la nebbia, bastano per asciugare le nostre cose. Il pensiero delle prove e della vita dura che troveremo senza dubbio più innanzi, ci fa indifferenti a queste piccole noie. Memore dei consigli del {{wl|Q6084218|Russell}}, il {{wl|Q1339199|Sella}} ha suggerito di calare un secchiello, legato ad una fune, in una crepaccia, e s'è trovata dell'acqua. È un aiuto prezioso, perchè ci permette di risparmiare il combustibile. Il calore {{FI
|file = Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia, 1900 - BEIC IE7872886 - Volta di ghiaccio sopra un laghetto del ghiacciaio Agassiz.jpg
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Il 15 luglio, attraversammo l'Agassiz, risalendo obliquamente verso l'estremità occidentale della cascata del Newton. La superficie del ghiacciaio è molto inuguale, e, nella sua metà sinistra (orientale), le depressioni sono riempite da laghetti e v'è qualche torrentello, sul quale improvvisiamo ponti per la slitta colle piccozze, come s'era fatto sul Malaspina. L'acqua è limpidissima, di color cobalto scuro al centro dei laghi, dove essa è più profonda, delicatamente sfumato alla periferia. Dove le pozze sono coperte da ponti di neve, il colore è riflesso da questa in toni digradanti finissimi. Vi sono ampie crepaccie, seracchi strani che<noinclude><references/></noinclude>
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Marcella Medici (BEIC)
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: SUL GHIACCIAIO AGASSIZ, ALLA SERA
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ALLA SERA<noinclude><references/></noinclude>
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Spinoziano (BEIC)
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: GHIACCIAI SEWARD E AGASSIZ 129 formano voltoni ed acquedotti sull'acqua azzurra, e qua e là veri frammenti architettonici. Piantiamo le tende sul lato occidentale del ghiacciaio, a 1140 me- tri, vicino ad un laghetto sormontato da un grande seracco, che viene a poggiare, con una curva regolare, su un pilastro di ghiaccio. Siamo ai piedi di un contrafforte che è una propaggine diretta Campo ai piedi del ghiacciaio Newton...
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" /></noinclude>GHIACCIAI SEWARD E AGASSIZ
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formano voltoni ed acquedotti sull'acqua azzurra, e qua e là veri
frammenti architettonici.
Piantiamo le tende sul lato occidentale del ghiacciaio, a 1140 me-
tri, vicino ad un laghetto sormontato da un grande seracco, che viene
a poggiare, con una curva regolare, su un pilastro di ghiaccio.
Siamo ai piedi di un contrafforte che è una propaggine diretta
Campo ai piedi del ghiacciaio Newton
del Sant'Elia. Esso forma dapprima la parete meridionale della
valle del Newton; alla cascata terminale di questo, si piega verso
Sud-Est, per circoscrivere la valle dell'Agassiz. Dal campo pos-
siamo vedere solo la cascata terminale del Newton, la più alta e la
più ampia di quante abbiamo incontrato finora; la parete della ca-
tena Newton-Augusta, coperta di grandi ghiacciai precipitosi, le fa
uno sfondo grandiosissimo.
Su per una stretta lingua di neve, fra l'estremo occidentale della
cascata e lo spigolo roccioso che la limita, S. A. R. ha già tracciata
la via per salire sul Newton.
17<noinclude><references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Marcella Medici (BEIC)" />{{RigaIntestazione||{{Sc|ghiacciai seward e agassiz}}|129}}</noinclude>formano voltoni ed acquedotti sull'acqua azzurra, e qua e là veri frammenti architettonici. Piantiamo le tende sul lato occidentale del ghiacciaio, a 1140 me- tri, vicino ad un laghetto sormontato da un grande seracco, che viene a poggiare, con una curva regolare, su un pilastro di ghiaccio. Siamo ai piedi di un contrafforte che è una propaggine diretta del Sant'Elia. Esso forma dapprima la parete meridionale della valle del Newton; alla cascata terminale di questo, si piega verso Sud-Est, per circoscrivere la valle dell'Agassiz. Dal campo pos- siamo vedere solo la cascata terminale del Newton, la più alta e la più ampia di quante abbiamo incontrato finora; la parete della ca- tena Newton-Augusta, coperta di grandi ghiacciai precipitosi, le fa uno sfondo grandiosissimo. Su per una stretta lingua di neve, fra l'estremo occidentale della cascata e lo spigolo roccioso che la limita, S. A. R. ha già tracciata la via per salire sul Newton. 17<noinclude><references/></noinclude>
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Piantiamo le tende sul lato occidentale del ghiacciaio, a 1140 metri, vicino ad un laghetto sormontato da un grande seracco, che viene a poggiare, con una curva regolare, su un pilastro di ghiaccio.
Siamo ai piedi di un contrafforte che è una propaggine diretta {{FI
|file = Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia, 1900 - BEIC IE7872886 - Campo ai piedi del ghiacciaio Newton.jpg
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}} del Sant'Elia. Esso forma dapprima la parete meridionale della valle del Newton; alla cascata terminale di questo, si piega verso Sud-Est, per circoscrivere la valle dell'Agassiz. Dal campo possiamo vedere solo la cascata terminale del Newton, la più alta e la più ampia di quante abbiamo incontrato finora; la parete della catena Newton-Augusta, coperta di grandi ghiacciai precipitosi, le fa uno sfondo grandiosissimo.
Su per una stretta lingua di neve, fra l'estremo occidentale della cascata e lo spigolo roccioso che la limita, {{AutoreCitato|Luigi Amedeo di Savoia-Aosta|S. A. R.}} ha già tracciata la via per salire sul Newton.<noinclude><references/>{{RigaIntestazione|{{x-smaller|17}}}}</noinclude>
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Piantiamo le tende sul lato occidentale del ghiacciaio, a 1140 metri, vicino ad un laghetto sormontato da un grande seracco, che viene a poggiare, con una curva regolare, su un pilastro di ghiaccio.
Siamo ai piedi di un contrafforte che è una propaggine diretta {{FI
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}} del Sant'Elia. Esso forma dapprima la parete meridionale della valle del Newton; alla cascata terminale di questo, si piega verso Sud-Est, per circoscrivere la valle dell'Agassiz. Dal campo possiamo vedere solo la cascata terminale del Newton, la più alta e la più ampia di quante abbiamo incontrato finora; la parete della catena Newton-Augusta, coperta di grandi ghiacciai precipitosi, le fa uno sfondo grandiosissimo.
Su per una stretta lingua di neve, fra l'estremo occidentale della cascata e lo spigolo roccioso che la limita, {{AutoreCitato|Luigi Amedeo di Savoia-Aosta|S. A. R.}} ha già tracciata la via per salire sul Newton.<noinclude><references/>{{RigaIntestazione|{{x-smaller|17}}}}</noinclude>
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/* Pagine SAL 25% */ [[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: 130 CAPITOLO SESTO Siamo arrivati al limite del terreno dove si può adoperare la slitta; da quindi innanzi si dovrà portare ogni cosa a spalle, e partiremo coi soli abiti che abbiamo indosso e con poche lane di ricambio, abbandonando tutto quello che non ci è strettamente necessario. Così aveva fatto il Russell, forse nello stesso punto, nel 1891; e questo campo, ai piedi del Newton, conservò per noi, come aveva avuto da...
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CAPITOLO SESTO
Siamo arrivati al limite del terreno dove si può adoperare la
slitta; da quindi innanzi si dovrà portare ogni cosa a spalle, e
partiremo coi soli abiti che abbiamo indosso e con poche lane di
ricambio, abbandonando tutto quello che non ci è strettamente
necessario.
Così aveva fatto il Russell, forse nello stesso punto, nel 1891;
e questo campo, ai piedi del Newton, conservò per noi, come aveva
avuto da lui, il nome di «Campo della slitta >>.
Su di essa abbiamo disposto le nostre cose protette alla meglio
dagli impermeabili. Che la pioggia e la neve siano loro clementi !<noinclude><references/></noinclude>
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Siamo arrivati al limite del terreno dove si può adoperare la slitta; da quindi innanzi si dovrà portare ogni cosa a spalle, e partiremo coi soli abiti che abbiamo indosso e con poche lane di ricambio, abbandonando tutto quello che non ci è strettamente necessario.
Così aveva fatto il {{wl|Q6084218|Russell}}, forse nello stesso punto, nel 1891; e questo campo, ai piedi del Newton, conservò per noi, come aveva avuto da lui, il nome di «Campo della slitta».
Su di essa abbiamo disposto le nostre cose protette alla meglio dagli impermeabili. Che la pioggia e la neve siano loro clementi!<noinclude><references/></noinclude>
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Siamo arrivati al limite del terreno dove si può adoperare la slitta; da quindi innanzi si dovrà portare ogni cosa a spalle, e partiremo coi soli abiti che abbiamo indosso e con poche lane di ricambio, abbandonando tutto quello che non ci è strettamente necessario.
Così aveva fatto il {{wl|Q6084218|Russell}}, forse nello stesso punto, nel 1891; e questo campo, ai piedi del Newton, conservò per noi, come aveva avuto da lui, il nome di «Campo della slitta».
Su di essa abbiamo disposto le nostre cose protette alla meglio dagli impermeabili. Che la pioggia e la neve siano loro clementi!<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Vincenzo Gioberti - Introduzione allo studio della filosofia Vol.1 1844.pdf/288
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<noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|278|{{Sc|note}}|}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}<section begin="(5a)" />effetto d’inavvertenza, ovvero d’ignoranza, nelle condizioni attuali della scienza sono quasi incredibili. Qual è per esempio l’etnografo dei giorni nostri, che ponga il corpo degl’Illirii e dei Persiani dell’età di {{AutoreCitato|Alessandro Magno|Alessandro}} fra i popoli semitici, oppositamente agl’indogermanici{{ref|Art. ''Alexandre'', tom. I, p. 264.|(5a)}}? Quanto alla filosofia, le idee dei compilatori sono affatto confuse, come si può vedere negli articoli ''Bonheur'', ''Condillac'', ''Conscience'', ''Éclectisme'' e altri, ed è impossibile il farsi un concetto preciso del foro sistema. Il loro panteismo, e le loro dottrine sull’infinità del mondo, e sull’immortalità degli animi umani{{ref|Art. ''Ciel''.|(5a)}}, contengono tante contraddizioni, che il solo enumerarle sarebbe cosa troppo fastidiosa. Non si può meglio capire la confusione della psicologia colla fisiologia, onde si vantano; e la maniera, con cui combattono le dottrine del {{AutoreCitato|Victor Cousin|Cousin}} e del {{AutoreCitato|Théodore-Simon Jouffroy|Jouffroy}} in questo proposito, può ragionevolmente indur chi legge a sospicare che i valenti critici non conoscano pure i rudimenti della disciplina, che trattano a fidanza. Generalmente il difetto di buoni studi, di studi elementari, e gl’inconvenienti, che provengono dalle letture disordinate, e non precedute da opportuno tirocinio, si fanno sentire a ogni poco nel corso di quest’opera. Come spiegare altrimenti la lode sperticata e puerile, che danno alla filosofia francese del passato secolo: «La mystérieuse puissance de la philosophie française, révélation nouvelle, voix de notre peuple, voix du genre humain, voix de Dieu{{ref|Art. ''Catherine II'', tom. III, p. 334.|(5a)}}?» Il pareggiare, che fanno, la teorica del sig. {{AutoreCitato|Félicité de Lamennais|Lamennais}} sulla certezza alla Critica della ragion pura{{ref|Art. ''Éclectisme'', 1<sup>re</sup> part., § 1, not.|(5a)}}; cioè uno dei lavori più superficiali e insussistenti, che abbia veduto l’età nostra, coll’opera più pellegrina e profonda (a malgrado de’ suoi errori,) della psicologia moderna? Il sig. Lamennais è fuor di dubbio un elegante ed eloquente dettatore; ma non merita certo maggior ripulazione<section end="(5a)" /><noinclude>{{#tag:references||group=(5a)|}}
<references/></noinclude>
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Tuvok1968
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<noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|278|{{Sc|note}}|}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}<section begin="(5a)" />effetto d’inavvertenza, ovvero d’ignoranza, nelle condizioni attuali della scienza sono quasi incredibili. Qual è per esempio l’etnografo dei giorni nostri, che ponga il corpo degl’Illirii e dei Persiani dell’età di {{AutoreCitato|Alessandro Magno|Alessandro}} fra i popoli semitici, oppositamente agl’indogermanici{{ref|Art. ''Alexandre'', tom. I, p. 264.|(5a)}}? Quanto alla filosofia, le idee dei compilatori sono affatto confuse, come si può vedere negli articoli ''Bonheur'', ''Condillac'', ''Conscience'', ''Éclectisme'' e altri, ed è impossibile il farsi un concetto preciso del foro sistema. Il loro panteismo, e le loro dottrine sull’infinità del mondo, e sull’immortalità degli animi umani{{ref|Art. ''Ciel''.|(5a)}}, contengono tante contraddizioni, che il solo enumerarle sarebbe cosa troppo fastidiosa. Non si può meglio capire la confusione della psicologia colla fisiologia, onde si vantano; e la maniera, con cui combattono le dottrine del {{AutoreCitato|Victor Cousin|Cousin}} e del {{AutoreCitato|Théodore-Simon Jouffroy|Jouffroy}} in questo proposito, può ragionevolmente indur chi legge a sospicare che i valenti critici non conoscano pure i rudimenti della disciplina, che trattano a fidanza. Generalmente il difetto di buoni studi, di studi elementari, e gl’inconvenienti, che provengono dalle letture disordinate, e non precedute da opportuno tirocinio, si fanno sentire a ogni poco nel corso di quest’opera. Come spiegare altrimenti la lode sperticata e puerile, che danno alla filosofia francese del passato secolo: «La mystérieuse puissance de la philosophie française, révélation nouvelle, voix de notre peuple, voix du genre humain, voix de Dieu{{ref|Art. ''Catherine II'', tom. III, p. 334.|(5a)}}?» Il pareggiare, che fanno, la teorica del sig. {{AutoreCitato|Félicité de Lamennais|Lamennais}} sulla certezza alla Critica della ragion pura{{ref|Art. ''Éclectisme'', 1<sup>{{smaller|re}}</sup> part., § 1, not.|(5a)}}; cioè uno dei lavori più superficiali e insussistenti, che abbia veduto l’età nostra, coll’opera più pellegrina e profonda (a malgrado de’ suoi errori,) della psicologia moderna? Il sig. Lamennais è fuor di dubbio un elegante ed eloquente dettatore; ma non merita certo maggior ripulazione<section end="(5a)" /><noinclude>{{#tag:references||group=(5a)|}}
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<noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" />{{x-smaller|{{RigaIntestazione|''Senato della Repubblica''|— 43 —|''Camera dei deputati''|riga=si}}
{{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>{{Wl|Q4013146|cenzo Cappelletti}} (23 febbraio 2000), dei dottori {{Wl|Q3622992|Armando Spataro}} e Ferdinando Pomarici (1° marzo 2000), del dottor Mario Scialoja (14 marzo
2000), del dottor Tindari Baglione e della dottoressa {{Wl|Q139033704|Maria Antonietta Calabrò}} (21 marzo 2000), del dottor {{Wl|Q3826856|Lanfranco Pace}} (3 maggio 2000), del
professor {{Wl|Q3751522|Franco Piperno}} (18 maggio 2000), del colonnello Umberto
Bonaventura (23 maggio 2000), del dottor Gabriele Chelazzi (7 giugno 2000).
Degli esiti di tali attività, approssimandosi ormai la fine della legislatura, appare opportuno riferire al Parlamento.
9.2. Due sono le conclusioni cui la Commissione ritiene di poter pervenire. La prima è nel senso che gli accertamenti effettuati valgono soltanto ad attestare una permanente verosimiglianza dell’ipotesi ricostruttiva formulata nel documento interlocutorio, redatto dal Presidente, ma non
consentono di affermare che la stessa sia stata oggettivamente verificata.
La seconda è nel senso che, malgrado il suo esito negativo, l’attività di verificazione è stata comunque utile a porre in nuova luce, nella vicenda Moro, numerosi e rilevanti aspetti, che appaiono suscettibili di ulteriori sviluppi, anche da parte dell’autorità giudiziaria romana, che la
Commissione ha costantemente tenuto informata dei progressi della propria indagine.
10.1 Gli accertamenti effettuati non hanno determinato il formarsi di una prova, anche soltanto indiziaria, di una trattativa che durante il sequestro e nel periodo immediatamente successivo alla sua tragica conclusione abbia avuto ad oggetto la documentazione in possesso delle BR, relativa al cosiddetto processo cui l’uomo politico prigioniero era stato sottoposto dai
suoi rapitori.
L’ipotesi conserva però una sua verosimiglianza, alla stregua di una
serie di elementi oggettivi, che, pur privi di decisività quanto alla verificazione dell’ipotesi, meritano tuttavia di essere sottolineati.
10.2 Deve innanzitutto escludersi la fondatezza dell’opinione - che
pur costituisce una affermazione ricorrente - secondo cui l’onorevole Aldo Moro non avrebbe potuto rivelare nulla di importante alle BR, perchè di fatti importanti non era a conoscenza. è, come già rilevato, una affermazione ricorrente, della cui fondatezza si è provato a trarre conferma dai contenuti del cosiddetto memoriale Moro, accettando supinamente la spiegazione delle BR (alla Commissione ribadita sia da Morucci che da
Maccari), di aver rinunciato alla pubblicazione del materiale, perchè nello
stesso non vi era nulla di importante o comunque nulla che alle BR interessasse.
L’affermazione che Moro non fosse al corrente di informazioni sensibili, pur ricorrente e in più sedi ribadita, cede dinanzi all’oggettività dei contenuti della già ricordata lettera del 29 marzo 1978 indirizzata da Moro al ministro dell’interno Cossiga. Nella stessa è Moro a far capire di essere in possesso di notizie che ove rivelate alle BR avrebbero potuto produrre<noinclude><references/></noinclude>
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Giaccai
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<noinclude><pagequality level="3" user="Giaccai" />{{x-smaller|{{RigaIntestazione|''Senato della Repubblica''|— 44 —|''Camera dei deputati''|riga=si}}
{{Rule}}{{c|{{Sc|xiii legislatura - disegni di legge e relazioni - documenti}}}}{{Rule}}}}</noinclude>«danni sicuri e incalcolabili non solo alla persona, ma allo Stato». Né
varrebbe in contrario sottolineare che Moro scrisse quella lettera in situazione di costrizione e che ciò escluderebbe significatività ai suoi contenuti. È il contenuto della lettera, infatti, a dimostrare che Moro era convinto che la missiva doveva rimanere riservata, subendo su questo l'inganno dei suoi carcerieri, perché il contenuto della lettera fu, come è
noto, riportato nello stesso comunicato n. 3 (per decisione autonoma di Moretti che determinò il dissenso di Morucci, come da questi riferito
alla Commissione). Ma anche a voler prescindere da ciò, sono ragioni
di comune esperienza a porre fortemente in dubbio l'affermazione che
Moro non fosse a conoscenza di segreti importanti per la sicurezza dello
Stato. Basterà sul punto riflettere non soltanto sul ruolo centrale che Aldo
Moro aveva avuto nel sistema politico italiano sin dall'immediato dopoguerra, ma soprattutto sui ruoli istituzionali di vertice che nel tempo aveva rivestito (più volte Presidente del Consiglio, più volte Ministro degli
esteri). L'ammiraglio Martini audito dalla Commissione il 6 ottobre
1999 ha riferito che la smentita ufficiale della conoscenza da parte di
Moro di particolari notizie segrete, fu affidata ad «un pezzo di carta» siglato dall'allora Segretario generale della Farnesina e dal Capo di Stato
Maggiore della difesa e consegnato allo stesso ammiraglio Martini (allora
capo dell'Ufficio Operazioni del vecchio SID) su iniziativa assunta dal
ministro dell'interno Cossiga e dal ministro della difesa Ruffini. Lo stesso
ammiraglio Martini ha, peraltro, riconosciuto, sulla base delle informazioni ora in suo possesso, che Moro era a conoscenza di Stay behind,
tanto è vero che ne riferì sia pure in maniera sfumata nel suo memoriale
alle BR; e che ovviamente quella su Stay behind doveva all'epoca ritenersi una informazione sensibile. E poiché la conoscenza di Stay behind
da parte di Moro deve ritenersi all'epoca già nota almeno al Capo di Stato
Maggiore della difesa, l'affermazione che Moro non fosse a conoscenza di
segreti sensibili, si disvela ad un'analisi appena attenta come un classico
espediente di controinformazione, pienamente legittimo e necessitato nella
contingenza, perché sarebbe stato davvero singolare che responsabili istituzionali, con Moro prigioniero delle BR, riconoscessero pubblicamente
che il prigioniero era a conoscenza di segreti rilevanti per la sicurezza.
Sussistono peraltro ulteriori elementi documentali che confermano alla
Commissione l'esattezza del proprio convincimento.
10.3 Negli stessi appunti di lavoro del gruppo informale di esperti costituito presso il Viminale è testualmente analizzata la possibilità che le
BR avevano «di sfruttare quanto si presume che Moro debba conoscere
su scandali passati e notizie denigratorie su membri del suo partito (e
di altri partiti), al fine di indebolire il tessuto politico e istituzionale
del Paese» (specifico è il riferimento allo {{Wl|Q63524331|scandalo Lockheed)}}.
10.4 L'onorevole Virginio Rognoni che venne nominato Ministro dell'interno il 13 giugno 1978 in sostituzione dell'onorevole Cossiga, dopo
un breve interim del presidente Andreotti, ha riferito alla Commissione<noinclude><references/></noinclude>
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Pagina:Vincenzo Gioberti - Introduzione allo studio della filosofia Vol.1 1844.pdf/289
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Tuvok1968
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<noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|note}}|279}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}<section begin="(5a)" />’come filosofo, che come statista od crudito o teologo, eziandio avendo riguardo ai primi suoi scritti. Cito questo giudizio, perché può servir di paragone a conoscere, qual sia l’estimativa dei autovi enciclopedisti nelle materie filosofiche. Il loro giudizio sulla filosofia di {{AutoreCitato|Bonaventura da Bagnoregio|san Bonaventura}} ha forse d’uopo di una erudizione un po’ più squisita, ad essere apprezzato. «Il ne cherche pas,» dicono essi, «le fondement de sa foi dans l’ontologie pure, comme {{AutoreCitato|Tommaso d'Aquino|saint Thomas}}{{ref|Art. ''Bonaventure'', tom. II, p. 786.|(5a)}}» San Bonaventura, malgrado la trascuranza degli storiografi, è uno dei filosofi più eminenti del medio evo; e il suo merito più insigne è appunto di essere un grande ontologista, e più ontologista ancora di san Tommaso. Ma egli è sovrattutto nelle cose teologiche, che i nostri compilatori sono deliziosi. Se hai pazienza di leggerli, ci imparerai che le obbiezioni fatte contro il racconto mosaico dell’area sono insolubili{{ref|Art. ''Arche'', tom. I, p. 763.|(5a)}}; che il diluvio non potè essere universale, perchè l’acqua dell’oceano non sarebbe bastata a superare i gioghi dei monti{{ref|Art. ''Déluge'', livrais. 23, p. 261, 262, 263.|(5a)}}; che nel caso contrario non vi sarebbe più «aunune garantie dans ce monde pour les établissements, auxquels nous mettons tant de peine et de travail», e che ''i testamenti dello spirito sarebbero sottoposti a perire come quelli della ricchezza''{{ref|Art. ''Antediluviens'', tom. I, p. 601,602.|(5a)}}, danno veramente deplorabile, sovrattutto se si parla dei testamenti enciclopedici, che si rogano in questo secolo, i quali sono sicuri di durare in eterno, se non accade un nuovo diluvio; che il Cristianesimo ''nacque dal matrimonio'' (traduco letteralmente) ''del dogma orientale colla filosofia greca''{{ref|Art. ''Alexandre'', tom. I, p. 264.|(5a)}}, (sentenza che lo stesso sig. {{AutoreCitato|David Friedrich Strauß|Strausse}}{{ref|Art. ''Vie de Jésus, trad, par Littré.'', Paris, 1850, sect. 1, chapitre 5, §41, tom. I, part. 1, p. 337.|(5a)}} non ha osato dare, come fondata); che «on est étonné de toutes les racines que le christianisme avait déjà, lorsqu’il<section end="(5a)" /><noinclude>{{#tag:references||group=(5a)|}}
<references/></noinclude>
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Autore:Veit Brecher Wittrock
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[[Aiuto:Oggetto automatico|←]] Creata nuova pagina: {{Autore | Nome = Veit Brecher | Cognome = Wittrock | Attività = botanico | Nazionalità = svedese | Professione e nazionalità = }}
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{{Autore
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Categoria:Pagine in cui è citato Veit Brecher Wittrock
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Spinoziano (BEIC)
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{{Vedi anche autore|Veit Brecher Wittrock}}
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Categoria:Testi in cui è citato Veit Brecher Wittrock
14
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Spinoziano (BEIC)
60217
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Pagina:Cumbo - La Maddalena liberata, Venezia, Baglioni, 1673.djvu/98
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<poem>Pria levarla ei tentò dal’empia via,
Di preghi, e di regal, con freni, e sproni.
Provò per trarla poi da tal follia,
Suppliche, e donativi assi più boni,
Proterva ella dal mal non si desvia;
E pur gli huomini, e’ Dei placansi à i doni.
Ond’egli à questi aggiunge la minaccia,
Nè le smarrì la meretricia faccia.</poem>
{{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|27.}}
<poem>Con l’arme al fin pensò, spinto da zelo,
Far pagare à la rea del danno il fio;
Mà da caval respinto, udì dal cielo:
Non dè l’huomo usurpar quel, ch’è di Dio.
Scese, col campo, alhor, fatto di gielo,
Al maritimo Idame il Signor mia.
Dove, ahi, si vive in volontario bando.
Tacque ciò detto, e prese il fren plorando.</poem>
{{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|28.}}
<poem>Scorse in Samaria la Carrozza in tanto
Sichemme, e ’l fonte, ove à {{Wl|Q292242|Fotina}} aperse
Giesù miglior sorgiva, e ’l monte à canto,
Dove à Dio Giosuè vittime offerse.
Poi Sebaste, in cui l’huom frà noi più santo,
Per una donna rea, morte sofferse.
Spinto in Giudea, le tombe regie lassa,
E frà trè hore, à trè provincie passa.</poem><noinclude>{{PieDiPagina|||''Alho-''{{spazi|5}}}}</noinclude>
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Pagina:Cumbo - La Maddalena liberata, Venezia, Baglioni, 1673.djvu/99
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<poem>Alhora quando il Carrozzier la torre
Antonia scorse, che in Sion sorgea,
Stupido esclama: hor’hora dal Taborre
Noi partimmo, e dal mar di Galilea;
Come senza avedermi, il cocchio scorre
Per Samaria si ratto, à la Giudea?
S’Io non mi avidi, intento al mio discorso,
Come, in breve i Cavalli han tanto scorso?</poem>
{{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|30.}}
<poem>Mà tosto Marta il confortò dicendo:
Non temer, non temer ch’opra di Dio
E questa, io ten’affido, io, che l’intendo;
Segui, segui il camin Fidano mio.
Acquietossi il Cocchier, questo sentendo,
E quel vano timor posto in oblio,
D’Efraim per la porta, incalza, e sferza
I destrieri ad entrar nel’hora terza.</poem>
{{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|31.}}
<poem>Sferza l’auriga i corridor sù ’l dorso,
Che fanno urtando isfavillar la Zampa.
Smaltan d’argentea spuma l’aureo morso,
Spiran dal’arse nari, e fumo, e vampa.
Geme del carro al furibondo corso
La ferrea rota, e ’l molle calle stampa;
E ’l nitrir percotendo in muro cieco,
Forma di più nitriti horribl’eco.</poem><noinclude>{{PieDiPagina|||''Costie''{{spazi|5}}}}</noinclude>
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Pagina:Cumbo - La Maddalena liberata, Venezia, Baglioni, 1673.djvu/100
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<noinclude><pagequality level="3" user="Modafix" />{{RigaIntestazione|80|{{Type|l=0.4em|{{larger|CANTO}}}}}}</noinclude>{{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|32.}}
<poem>Costei con tal velocità quà venne,
Che prevenir non la potè la fama;
Nè giovaro al Tiranno le sue penne,
Per troncarle la via con qualche trama.
Poiche al palagio il pio drappel pervenne,
Smonta, e dice, al filosofo la dama:
Guidami à tua magion, per cieche scale,
Ond’egli, con Fidan, precede, e sale.</poem>
{{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|33.}}
<poem>Ella, con la Fantesca, appresso valli,
E giungendo à la Camera prevista,
Dietro ad una impannata di Cristalli
Posta, vede il cortil, senz’esser vista.
Ved’ivi quattro Eroi sù ’lor Cavalli
Provarsi del’Amata, Amante à vista,
Che dal balcon gli vagheggiava; ond’ella
Fermossi à rimirar squadra sì bella.</poem>
{{Ct|t=1|v=0.3|f=90%|34.}}
<poem>Il primo del drappello, hà d’ostro il manto,
D’oro l’arme, e la chioma, egli è vermiglio;
Per cimiero un fascetto ha d’amaranto,
Pel dorato hà il destrier, di Borea Figlio.
Lo Scudo è quel, che Paride sù ’l Xanto
Imbracciò, contra il Dorico periglio.
Porta un’Asbesto ardente per impresa;
Simbolo d’una mente sempre accesa.</poem><noinclude>{{PieDiPagina|||''Il''{{spazi|5}}}}</noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Utoutouto" /></noinclude>LOCARNESI CACCIATI.
[Lib. Vili.]
29
una patria sempre cara, più cara a chi ne è spinto lon-
vita,
tano da una forza prepotente, fra
gli stridori della
stagione,
valicarono le nevi del Sanbernardino in traccia di paesi, ove
Y adorare a modo loro. Guidati da un PeLuigi Orelli e dal dottor Martino MuralGiovan
da
stalozzi,
to, entrarono nei Cantoni protestanti, e fermatisi i più a
fosse punito
non
Zurigo, vennero con carità accolti e soccorsi.
che sicurezza e
essi
Non cercavano
pace: poteva mancare
di
che vivere
a gente volonterosa della fatica, e sperta nelle arti? Alle
quali drizzatisi, fecero alzare a gran fiore Y arte della seta,
stabilirono filature e tintorie, per cui Zurigo
venne
in gran-
dezza, a scapito delle podesterie italiane. Ancora serba l'an-
nome
tico
il
sobborgo dei Lombardi ove quelli
famiglie vi acquistarono ricchezza e nome.
Ivi ottennero di
si
posero, e le
1
formare una chiesa purché adottassero
le
credenze della zurigana, e traducessero in italiano il rituale
di questa; ma gli esuli sanno come sappia di sale il pane
altrui: e
paura
il
al
loro parlare, e
il
vestire strano
metteva
riso o
popolo: poi fra loro stessi nacque discordia,
e
il
Bullinger, pastore de' Zurigani, tolse in sinistro
il Beccaria
che era direttore della chiesa locarnese, e che allora tornò
fra' Grigioni a Mesocco, diffondendo le sue dottrine, finché
sturbatone da Carlo Borromeo nel 1561
A
Zurigo
gli
si
ritirò a
Chiavenna.
successe nel 1555 Bernardino Ochino, famoso
cappuccino da Siena che aveva errato per Germania e per
Inghilterra, applaudito e perseguitato:
dra di teologia e
d'
ivi stesso
ebbe catte-
ebraico Pietro Martire Vermiglio, che già
aveva combattuto per la Riforma in Inghilterra e in Francia,
modo che le opere sue eran messe a livello con quelle
di Calvino. A quella chiesa italiana appartenne pure Lelio
Soccino, che ottenne la stima di Melancton, Bullinger, Calper
vino, Beza, dissimulando sotto proteste e confessioni la sua
11 Duni fu medico della Repubblica Zurigana. I Pestalozzi, gli Orelli,
Muralti che sì bene meritarono della Svizzera in questi ultimi tempi,
traggono origine da Locamo. Così i Verzasca, de' quali fu il valente medico e botanico Bernardo. Disogna dire che questo paese non si fosse dei
tutto ripurgato, poiché intorno al 1580 il papa trovò mestieri di commettere quella pieve alla speciale cura di monsignore Speziano vescovo di
Novara, che la tenne un dieci anni.
1
i
<5o5.<noinclude></noinclude>
9u88yfhrv23g6uivqi4v5q11adzx70b
Pagina:Storia della citta e della diocesi di Como (IA storiadellacitta02cant).pdf/40
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<noinclude><pagequality level="1" user="Utoutouto" /></noinclude>30
«62.
CLERO corrotto.
avversione alia Trinità; e pare ch'egli la insinuasse all'Ochino, le cui ultime opere sentono di questo errore, pel quale
ebbe guai a Zurigo, e ne fu bandito, di 76 anni, con quattro
inverno. Rispinto da Basilea e da Mulhausen,
ascose in Moravia, ove della peste perduti due figliuoli e
figli,
s'
una
nel
fitto
figlia,
Anche
morì nel 1564.
a Basilea molti Italiani
Alessandrino de
ì569.
[Lib. Vili.]
Colli,
padre
s'
erano ricoverati. Paolo
d' Ippolito
celebre giurecon-
sulto; Guglielmo Grattarola di Bergamo; Alfonso Corrado
mantovano, che avea predicato fra* Grigioni; Silvestro Teglio che tradusse in latino il Principe, e Francesco Betti cavalier romano; Mino Gelsi sanese, Celio Curione, dalle cui
molte opere raccogliamo varie particolarità intorno
mati
ai rifor-
italiani.
Altri ebber ricovero a Strasburgo, fra cui Paolo Lazise
Verona, profondo nelle tre lingue dotte, e che vi fu professor di greco; Girolamo Massari di Vicenza che vi insedi
gnò medicina e descrisse un Processo deir Inquisizione romana: 1 e sebben non avessero Chiesa, univansi in assemblea
particolare diretta da Girolamo Zanchi che colà professò
teologia.
Lo Zanchi
dove molti
ma
stesso era stato chiesto ministro a Lione,
della chiesa italiana
il
e dove stamparono libri loro;
Italiani stavano,
egli preferì passare a
Chiavenna. Rifiutò pure
d'Anversa nel 1580,
gl' inviti
alla quale
andò
conte Ulisse Martinengo, dopo rimasto alcun tempo in
Valtellina. Altre chiese
avean
i
nostri a Ginevra e Londra.
Alla causa de' cattolici, più che ¥ assalto de' nemici,
noceva l'addormentarsi delle sentinelle d'Isdraele. Le scienze
sacre seguivano un gergo scolastico, un sistema intricato, ben
altro da quella nitida chiarezza, da quella dignità e sapienza
i
novatori,
amata dai devoti, dai non devoti
riverita.
che sarebbesi voluta a
far la religione
fortificare
Titoli speciosi, erudizione
Anziché
asilo,
popolo contro
facchinesca, nulla da imparare.
levarsi al sacerdozio
genia vi trovava
si
il
i
più probi e sapienti, ogni
ogni ignorante, molti malvissuti vi
ricovravano per avere agio, sicurezza ed ozio. L'essere
1
Eusebius Captivus , site modus
theranos. Basilea, 1553.
procederteli in curia
romana contra La-<noinclude></noinclude>
su53u60gcuhlv3rl9twokmrmxkneajp
Pagina:Storia della citta e della diocesi di Como (IA storiadellacitta02cant).pdf/41
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<noinclude><pagequality level="1" user="Utoutouto" /></noinclude>il
clero
31
CLERO CORROTTO.
[Lih Vili.]
immune
dal Fòro secolare lo rendeva baldanzoso:
venderli simulatamente agli ecclesiastici, o col legarli
col
a
nome
il
signore ne investiva qualche figliuolo di suoi villani, non
di benefizio, sottraevansi
i
fondi alle gravezze: poi
badando se savio e dotto, ma se sommesso e connivente. In
una famiglia vi era un prete ? a qualunque richiamo compariva lui: in un delitto era implicato un prete? invocavansi i
privilegi del Fòro: i preti intanto andavano attorno carichi d' armi, volevano cacciare ne* tempi proibiti (era dalle
calende di marzo a quelle di luglio): con austuzie si causavano dalle taglie. 1 Peggiori cose ebbi ad imparare dagli atti
delle visite degli ordinarj di Como e di Milano. Oltre che i
più fra i sacerdoti appajono ignoranti a segno da saper a
mala pena segnare il proprio nome, intendevano a turpi
guadagni, tenevano senza pudore in casa le complici ed i
frutti dei loro peccati. Ebbi a mano una relazione dell' arciprete di Tresivio al vescovo, dove si lagna che i preti di
Valtellina portano barbe a foggia di Turchi; « usano collari
» alle camicie rotondi e crespi alla bresciana, le sottane con
» collari pure rotondi cascanti sul collo, maniche scavezze e
» folte di bottoni, e veste
» sciani. » Delle
monache
quale portano
gli
sbardellali Bre-
Moncarasso, destinate
di
all'
edu-
Che anzi le comonache il tenere in
cazione, sol una sapeva scrivere alcuna cosa.
severamente proibivano
camera penna, carta e calamajo e
stituzioni
;
doveano ricorrere
in caso di provato bisogno,
alla badessa. L' arciprete di
presso al vescovo Ninguarda
tava volergli cavare
spianato incontro
alle
il
il
il
Dongo querela
curato di Musso, che van-
cuore, ed altri preti, che avevangli
fucile. Il
curato di Barbengo faceva mer-
cato di vacche e cavalli, fabbricava casse e tini, teneva bastardi ec.
so, e
2
Tacio
le violenze, le ire, le
troppe più cose ch'io
che facevano correre in proverbio non esservi modo più
dannarsi che Y andar prete. 3 Non erano cosi rari
facile di
quelli che, pei bisogni delle plebi,
1
avevano
Vedi un appello dai Valtellinesi sporto
al
facoltà di cele-
vescovo
di
Como, mano-
scritto in questa curia.
a
Viti*, episc. Ning., 1593, 94.
Così il Giussano nella Vita di san Carlo. Questo santo nelle Trevalli
ìepontine scriveva aver trovato XIV sacerdotes pubtica scortorum consueto*
8<noinclude></noinclude>
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Pagina:Storia della citta e della diocesi di Como (IA storiadellacitta02cant).pdf/42
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Utoutouto" /></noinclude>CLERO CORROTTO.
32
brare due Messe la festa:
ma
[Lib. Vili.}
molti se la usurpavano per
guadagno.
Ben
si
i
vescovi comaschi gridavano senza cessare, perchè
osservassero le feste,
i
sacerdoti smettessero gli abiti sfar-
armi offensive, non bazzicassero 1' osteria, non ricettassero malviventi, non donne di mal affare. Il vescovo
sosi, le
Volpi interdice di vendere alla festa confortini nè odori,
fare spettacoli di saltimbanchi, ed
il
sedere in chiesa:
i
il
preti
non portino calze sparate e larghe, non camicie colle crespe
e le lattughe, non il cappello in città o ne'borghi, se pur non
fosse per ripararsi dall' intemperie:
si
astengano dai guanti;
non barbe troppo lunghe, non armi, eccetto un
viaggio.
vescovo Archinti
Il
coltello in
lagna che troppe parroc-
si
chie rimangano sprovvedute di parroci, perchè date in com-
menda
a cardinali
le entrate:
e che
i
i
quali in
Roma
agli eretici, singolarmente per
la lussuria e
ne godeano, senza cura,
preti della Valtellina rechino scandalo
1'
ignoranza, Y andare armati,
Y imperizia dell'ecclesiastica disciplina in quella
esecranda libertà di vivere, e di dire quanto meglio piace
a ciascuno. Era poi piuttosto unico che raro quel parroco
che talvolta spiegasse
il
Vangelo o
la dottrina a' suoi:
il
con-
fessare e la predicazione eran abbandonati ai frati, singolar-
mente
ai
mendicanti, indipendenti dal vescovo, e spesso
più desiderosi
dell'
applauso che del frutto, o del frutto della
bisaccia che di quel delle anime.
medio
ma
danno
Recando adunque non
ri-
che doveano opporsi, sarà meravisempre acquistava ?
quelli
glia se la riforma più
dine infames : presbiteros ibidem suis ipsorum filiis stipatos ad aram procedere
atque hoc sibi jus profanos earum regionum prcetores sttmpsisse, ut
,
scorti domi tenendi facultatem sacerdotibus prò arbitrio impertirentur. L.
c. 1 Poco dopo nota che mercatura et sordidi quoestus minima sacerdotum
flagitia erant ; ecclesia? stipendia in pellicum alimenta vertebanlur, et patris
solitos
%
.
publicai salutis cura mereri debuerant plerique ex libidine
voluptatum acceperant. Leggesi ivi pure, L. 2, c. 7, che il Santo soppresse
molti monasteri monalium non dicam collegia, sed amantium contubernia.
Erano tali que' di Bellagio e di Mompiatto. Carlo li scrisse al vescovo
della sua città di Como perchè provvedesse d' impedire « le conversazioni
» de' secolari con religiose, avanzandosi anche a cose illecite con titolo
» di divozione.» Lett. 13 gennaio 1682 nell'archivio municipale di Como.
La rilassatezza monastica è con strano vigore rivelata nel Gemitus Columbi
nomen, quod ex
,
,
del cardinal Bellarmino.<noinclude></noinclude>
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Pagina:Storia della citta e della diocesi di Como (IA storiadellacitta02cant).pdf/43
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="1" user="Utoutouto" /></noinclude>CLERO CORROTTO.
Vili.]
[LÌ]).
ingegnavano assai per tutela dell'antica
Como non molto restava a fare, giacGrigioni, sospettosi sempre di qualche trama, ne avevano
I cattolici
però
s'
credenza. Ai vescovi
ché
33
i
di
angustiata P autorità, vietando
il
ricorrere
a'
superiori eccle-
escludendo ogni sacerdote estero, nel qual
siastici,
titolo
comprendevano anche gli Ordinarj. Se non che, fatto vescovo
Feliciano Ninguarda nativo di Morbegno, mancò ogni ragione di tenergli la porta della valle, onde la visitò ad agio
suo. Nei sinodi poi e nelle lettere circolari non cessavano
essi vescovi di esortare
i
Valtellinesi a perseverare nella fede,
aprir bene gli occhi su chi viene d' oltremonte, massimamente soldati a quartiere od a guarnigione: ne esplorino i
e se alcun che ne scoprano, diano indizio
fatti,
se
non vogliono cadere
in
un peccato
riservato.
all'
1
Ordinario,
Anche ogni
maestro era obbligato prestare giuramento di fede in
mano
del vescovo.
E
poiché ogni potere minacciato diviene violento, ncppur
le vie del
chiamò
rigore
in ajuto
il
furono intentale, e la chiesa sgomentata
braccio secolare, agli orrori della supersti-
zione e deir impostura opponendo
gli orrori
per non esser lunghi, citare Francesco
dei roghi. Basti,
Gamba
di
Como, che
essendosi condotto a Ginevra a celebrar la Cena cogli Evangelici,
mentre tornava
in patria, fu còlto, e (ciò fu
il
21 luglio
Neppure in morte
favellando,
non recasse
avea voluto ricredersi: ed affinchè,
scandalo al popolo accorso al suo supplizio, gli venne forata la
lingua. 2 Anche Galeazzo Trezzi, gentiluomo lodigiano, condel 1554) strangolato, poi gettato al fuoco.
vertito dal
Mainardi e dal Curione,
Il duca
dair Inquisizione al fuoco.
fu nel 1551
d'
condannato
Alba, la cui memoria
risveglia quella de' supplizj e delle stragi de' Paesi Bassi, ve-
nuto governatore del Milanese, raddoppiò
i
rigori, e nel
1558
furono bruciati un religioso e un secolare, e cosi negli anni
seguenti.
Le declamazioni de' dissidenti, e P antipatia rimastale
come a nemica del progresso, indicano che a capo delP op1
Sin. Dìoc, V, c. 3. Vedi le Costituzioni del vescovo Volpi.
Vedi Wolfio, Lect. Memor., tomo II, pag. 686.— Acta et monim. Martyrum, pag. 270-2172.
2
il.
3<noinclude></noinclude>
0c9qc7wu2hz0xt5j10s1eyyw6oujlez
Pagina:Storia della citta e della diocesi di Como (IA storiadellacitta02cant).pdf/44
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<noinclude><pagequality level="1" user="Utoutouto" /></noinclude>CLERO CORROTTO.
Vili.]
[LÌ]).
ingegnavano assai per tutela dell'antica
Como non molto restava a fare, giacGrigioni, sospettosi sempre di qualche trama, ne avevano
I cattolici
però
s'
credenza. Ai vescovi
ché
33
i
di
angustiata P autorità, vietando
il
ricorrere
a'
superiori eccle-
escludendo ogni sacerdote estero, nel qual
siastici,
titolo
comprendevano anche gli Ordinarj. Se non che, fatto vescovo
Feliciano Ninguarda nativo di Morbegno, mancò ogni ragione di tenergli la porta della valle, onde la visitò ad agio
suo. Nei sinodi poi e nelle lettere circolari non cessavano
essi vescovi di esortare
i
Valtellinesi a perseverare nella fede,
aprir bene gli occhi su chi viene d' oltremonte, massimamente soldati a quartiere od a guarnigione: ne esplorino i
e se alcun che ne scoprano, diano indizio
fatti,
se
non vogliono cadere
in
un peccato
riservato.
all'
1
Ordinario,
Anche ogni
maestro era obbligato prestare giuramento di fede in
mano
del vescovo.
E
poiché ogni potere minacciato diviene violento, ncppur
le vie del
chiamò
rigore
in ajuto
il
furono intentale, e la chiesa sgomentata
braccio secolare, agli orrori della supersti-
zione e deir impostura opponendo
gli orrori
per non esser lunghi, citare Francesco
dei roghi. Basti,
Gamba
di
Como, che
essendosi condotto a Ginevra a celebrar la Cena cogli Evangelici,
mentre tornava
in patria, fu còlto, e (ciò fu
il
21 luglio
Neppure in morte
favellando,
non recasse
avea voluto ricredersi: ed affinchè,
scandalo al popolo accorso al suo supplizio, gli venne forata la
lingua. 2 Anche Galeazzo Trezzi, gentiluomo lodigiano, condel 1554) strangolato, poi gettato al fuoco.
vertito dal
Mainardi e dal Curione,
Il duca
dair Inquisizione al fuoco.
fu nel 1551
d'
condannato
Alba, la cui memoria
risveglia quella de' supplizj e delle stragi de' Paesi Bassi, ve-
nuto governatore del Milanese, raddoppiò
i
rigori, e nel
1558
furono bruciati un religioso e un secolare, e cosi negli anni
seguenti.
Le declamazioni de' dissidenti, e P antipatia rimastale
come a nemica del progresso, indicano che a capo delP op1
Sin. Dìoc, V, c. 3. Vedi le Costituzioni del vescovo Volpi.
Vedi Wolfio, Lect. Memor., tomo II, pag. 686.— Acta et monim. Martyrum, pag. 270-2172.
2
il.
3<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Utoutouto" /></noinclude>CONCILIO DI TRENTO.
34
[Lib. Vili.]
posizione stava Casa d'Austria, adoperando ingegno, forza,
brighe, danaro; quel danaro austriaco che trovasi prover-
bialmente denunziato in antiche e moderne diatribe. Erasi
ella vivissimamente industriata per introdurre la spaventosa
Inquisizione spagnuola invece della mansueta
romana
1
nel
Milanese, che « ridotto in miseria per l'eccessive gravezze,
»
si
Ma
sarebbe disciolto affatto con quella che superava
due volte che
si
tentò sotto Filippo II ed
in Milano, levossi a ribellione
severità di cotal tribunale;
3
il
popolo per
il
onde
fu consiglio
2
tutte. »
III stabilirla
la
formidabile
prudenza
di
lasciarla nel primiero stato.
Da gran tempo
all'
autorità d'
un
però e Cattolici e Riformati appellavano
concilio generale, che
discutesse ampia-
mente
e liberamente sui
dogmi
tesa
luogo, volendolo
Protestanti in una città libera, per
il
i
della fede. Solo era in con-
condursi alla quale non avessero duopo di salvocondotti, ai
quali pareva aver tolto fede
il
concilio di Costanza col porre
fiamme Giovanni Hus. Ma Paolo III lo aveva decretato
in Trento, e avendo i dissidenti ricusato intervenirvi e impugnatane T autorità, dopo infinite lungagne fu aperto, poi
4
chiuso, poi trasferito con replicata vicenda, sinché a Pio IV
5
e
riusci di mandarlo a fine. Molti Comaschi vi assistettero:
alle
Pallavicino, XXII, 8.
Sarpi 1. Vili.
8
Pallavicino, XXII, 8.
4
Corre voce si volesse una volta trasportare a Gravedona il Concilio.
Forse si appoggia a certi seggioloni a bracciuoli eh' ivi sono nella gran
sala, segnati coi nomi dei cardinali d'allora. Ma non contando il silenzio
degli storici e dei panegiristi di quel palazzo (p. e. il Minozzi), basti dire
che Trento stessa pareva picciola alle gran corti di quei prelati.
5
Paolo Giovio juniore vescovo di No11 vescovo Gianantonio Volpi
cera: Feliciano Ninguarda di Morbegno, allora oratore dell'arcivescovo di
Salzburg poi vescovo di Como: Alessandro Molo di Bellinzona vescovo
di Minore: Antonio da Grossotto domenicano, commissario generale delAndrea Camuzio pure di Como il canonico
l' Inquisizione nell' Austria
Regimillo di Bellinzona cui san Carlo scrivendo di importantissimi affari
chiamava magnifico amico nostro Marcantonio Pellegrino cancelliere del
Concilio. Fra' Paolo Sarpi mette ,in bocca a Paolo Giovio, Storia del Concilio, 1. VI, pag. 499, una arringa suir obbligo ai vescovi di risedere alla
loro sede, in cui morde stranamente i costumi de' vescovi mostrando che
peggio vanno le cose ove essi dimorano, e si fa forte sull' esempio di Roma. Lo stesso fa parlare fra' Antonio da Valtellina (di Grossotto] a mostrare
quanto i riti della Messa siano dagli antichi diversi ed esortare a concedere ai laici la comunione sotto le due specie. Ibidem, pag. 561 ed. di Aldo.
1
8
,
:
,
:
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,
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<noinclude><pagequality level="1" user="Utoutouto" /></noinclude>CONCILIO DI TRENTO.
[Xib. Vili.]
non è qui luogo
giovato alla
33
quanto quel venerabile consesso abbia
religione riguardo al dogma, e col separare del
di dire
tutto quelle opinioni, a conciliare le quali
presumevasi con-
vocato. Certo è che quanto alla disciplina aperse un' epoca
nuova; rese al clero cattolico il vigore, perduto; richiamò i
costumi, sagrificati da prima ai piaceri e agli interessi; procurò nell'opinione dei popoli rialzare gli ecclesiastici al grado
dond' erano scaduti, e fece che la Corte Romana, animata da
zelo e dal vero sentimento della religione, non porgesse più
che santi esempj.
Secondo
la
mente
monsignor Bonomo
di quel Concilio,
vescovo di Vercelli fu delegato a visitare la diocesi comasca.
Entrò in Valtellina, dando voce di recarsi, a titolo di salute,
ai
bagni di Bormio:
fìzio suo,
i
ma
poiché
si
diede ad esercitarvi l'uf-
Grigioni mandarono intimandogli che, se vera-
mente intendea venire a cercare sanità, fosse il bene arrivato; non patirebbero però mai sottofìni; e dove non giovasse
l'avviso, sarebbero presti ad imprigionarlo, trattandolo non
altrimenti che il suo papa trattava
loro ministri. Queste mii
nacele, cui facevano viso di voler dare corpo, atterrirono
Bonomo, che con poco
il
Ma
frutto se n' andò.
lui dettati alla diocesi di
Como impose che
il
negli ordini da
i
parroci (oltre
giovedì santo colla bolla in Catna Domini) leggessero due
volte
P anno ne' giorni di maggior frequenza un
editto,
che
obbligava a denunziare alP Inquisizione fra quindici giorni
ogni eretico, o chi mostrasse forviare dalla credenza comune,
o tenesse libri proscritti: ogni settimana
il
vescovo
si
affia-
tasse colP inquisitore e con certi teologi e canonisti per giu-
dicare degli eretici e de' sospetti.
Pio
rire
lina,
i
V
papa tentò gran maneggi
Cattolici e impedire
ma senz' altro
signore di Retzuns,
le
fra
apostasie
i
Grigioni per favo-
crescenti in Valtel-
ritrarne che la morte di Giovanni Pianta
uomo
pien
d'
ogni lode, e caloroso pro-
romana. Contro questo papa un odio paraveano concepito i Grigioni fin da quando, essendo,
col nome di fra' Michele Ghislieri, inquisitore della diocesi di
Como, si era con forza adoperato contro i novatori. Una volta,
avuto spia che a Poschiavo si erano impressi libri pieni
tettore della causa
ticolare<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Utoutouto" /></noinclude>SAN CARLO.
[Lib. Vili.]
37
era cagion prima dei progressi della riforma, e che
privi d'
i
più erano
ogni sorta di lettere nelle terre soggette a signoria
svizzera, stabili in Milano
il
collegio elvetico, ove dovessero
Dio operaj apostolici e difensori della fede 1
mandò missionarj e singolarmente Oblati da lui istituiti, e
Gesuiti nati poc' anzi per opera d' Ignazio da Lojola; e tanto
allevarsi per
fece che
d'
i
sette
:
Cantoni
cattolici
giurarono
la cosi detta
Lega
isso,
oro o Borromea, e concessero che un nunzio papale rima-
nesse di pie fermo nella Svizzera
;
non
è mestieri vi dica a
»
si vedeano pianun nemico attento ed operoso.
Ma del Borromeo il principal desiderio, dice il Bescapè, 2
era vòlto alla Valtellina, sì per la vicinanza che essa ha con
noi, si per gli ingegni svegliati di quei popoli, non pure al-
»
T erudizione
quanto dispetto de' Cantoni riformati, che
tato nel cuore
«
adatti,
ma alla probità altresì proclivi, che
non mediocremente
» leva esso Carlo
so-
lodare. » Procurò dun-
que stabilirvi i Gesuiti, che sostenuti da Antonio Quadrio
medico di Ferdinando d'Austria, si posero a Ponte, guidati
dal padre Bobadilla, tanto celebre nella storia della celebre
Compagnia. I Grigioni li sbandirono come
vennero collocarsi a Como.
Trovandosi poi
per secondare
1
il
4501.
cardinale nel 1580 in Valcamonica,
le istanze del
Può esser un esempio
forestieri, ond' essi
vescovo Volpi passò pei Zapelli
della lautezza con cui
provedeva
conver-
alle
A
sioni quel Santo, il qual poi digiunava mezzo l'anno in pane e acqua.
quel collegio fu assegnata la prepositura di Rivolta presso Monza Grego;
aggiunse 2400 zecchini annui alcuni benefizj e case e comerano appartenute all'ordine degli Umiliati, allora abolito. Doveano starvi 20 Svizzeri e venti Grigioni; poi il cardinale Altemps cugino
di san Carlo vi unì la sua commenda di Mirasole acciocché vi avessero posto 24 cherici della diocesi di Costanza. Doveano starvi 8 cherici di Valtellina 2 di Chiavenna 4 degli Svizzeri di qua da' monti
salvo all' arcivescovo il poterne aggiunger uno degli Svizzeri, uno di Chiavenna. Vedi App.
al sinodo V diocesano. Riceveano anche la laurea, ma doveano giurare
d' andar a servizio de' proprj paesi. Federico Borromeo fece fabbricare per
essi uno de' più magnifici palazzi di Milano, a disegno di Fabio Mangone;
Giuseppe li cacciò via quei cherici per mettervi degli impiegati nei quali
esso riponeva il progresso. La rivoluzione poi abolì que' posti gratuiti; di
che la confederazione svizzera si querelò sempre invano finché nel 1841
furono istituiti per gli Elvetici 24 posti gratuiti nel seminario arcivescovile per ciascuno de' quali il Governo paga mille lire.
2
Vita di san Carlo, V, 4.
rio XIII vi
mende
,
,
eh'
,
,
,
,
,<noinclude></noinclude>
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Pagina:Storia della citta e della diocesi di Como (IA storiadellacitta02cant).pdf/48
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<noinclude><pagequality level="1" user="Utoutouto" /></noinclude>SAN CARLO.
[Lib. Vili.]
37
era cagion prima dei progressi della riforma, e che
privi d'
i
più erano
ogni sorta di lettere nelle terre soggette a signoria
svizzera, stabili in Milano
il
collegio elvetico, ove dovessero
Dio operaj apostolici e difensori della fede 1
mandò missionarj e singolarmente Oblati da lui istituiti, e
Gesuiti nati poc' anzi per opera d' Ignazio da Lojola; e tanto
allevarsi per
fece che
d'
i
sette
:
Cantoni
cattolici
giurarono
la cosi detta
Lega
isso,
oro o Borromea, e concessero che un nunzio papale rima-
nesse di pie fermo nella Svizzera
;
non
è mestieri vi dica a
»
si vedeano pianun nemico attento ed operoso.
Ma del Borromeo il principal desiderio, dice il Bescapè, 2
era vòlto alla Valtellina, sì per la vicinanza che essa ha con
noi, si per gli ingegni svegliati di quei popoli, non pure al-
»
T erudizione
quanto dispetto de' Cantoni riformati, che
tato nel cuore
«
adatti,
ma alla probità altresì proclivi, che
non mediocremente
» leva esso Carlo
so-
lodare. » Procurò dun-
que stabilirvi i Gesuiti, che sostenuti da Antonio Quadrio
medico di Ferdinando d'Austria, si posero a Ponte, guidati
dal padre Bobadilla, tanto celebre nella storia della celebre
Compagnia. I Grigioni li sbandirono come
vennero collocarsi a Como.
Trovandosi poi
per secondare
1
il
4501.
cardinale nel 1580 in Valcamonica,
le istanze del
Può esser un esempio
forestieri, ond' essi
vescovo Volpi passò pei Zapelli
della lautezza con cui
provedeva
conver-
alle
A
sioni quel Santo, il qual poi digiunava mezzo l'anno in pane e acqua.
quel collegio fu assegnata la prepositura di Rivolta presso Monza Grego;
aggiunse 2400 zecchini annui alcuni benefizj e case e comerano appartenute all'ordine degli Umiliati, allora abolito. Doveano starvi 20 Svizzeri e venti Grigioni; poi il cardinale Altemps cugino
di san Carlo vi unì la sua commenda di Mirasole acciocché vi avessero posto 24 cherici della diocesi di Costanza. Doveano starvi 8 cherici di Valtellina 2 di Chiavenna 4 degli Svizzeri di qua da' monti
salvo all' arcivescovo il poterne aggiunger uno degli Svizzeri, uno di Chiavenna. Vedi App.
al sinodo V diocesano. Riceveano anche la laurea, ma doveano giurare
d' andar a servizio de' proprj paesi. Federico Borromeo fece fabbricare per
essi uno de' più magnifici palazzi di Milano, a disegno di Fabio Mangone;
Giuseppe li cacciò via quei cherici per mettervi degli impiegati nei quali
esso riponeva il progresso. La rivoluzione poi abolì que' posti gratuiti; di
che la confederazione svizzera si querelò sempre invano finché nel 1841
furono istituiti per gli Elvetici 24 posti gratuiti nel seminario arcivescovile per ciascuno de' quali il Governo paga mille lire.
2
Vita di san Carlo, V, 4.
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39
SAN CARLO.
[Lib. Vili.]
1
bene della Chiesa, passò per Menaggio a Porlezza e
nella Cavargna, valle selvatica, che s' interna da quella di
Menaggio, ed i cui abitatori rompevano ad ogni delitto si di
sul
violenza,
si d'
astuzia.
2
Cosi conciliando paci e
rammendando
i
costumi, passò
nelle tre Valli di rito ambrosiano, poi a Gnoasca, a Giornico,
3
a Lugano, e di nuovo pel Ceresio a Menaggio ed alla
Valsassina.
Fattosi poi nel 1582 a
Roma,
n'
ebbe
titolo di visitatore
pei paesi svizzeri e grigioni anche sottoposti air Ordinario
di Como. Non fu autorità a cui non avesse ricorso per ajuto
d# Inghilterra, a Rodolfo imperatore, ai Cantoni cattolici, al vescovo di Coirà,
al duca di Savoja, anche ai Veneziani. Scrivendo egli al Castelli vescovo di Rimini legato pontifìzio in Francia perchè
in questa legazione
:
ai re di
Spagna
e
intercedesse appo Enrico re, sicurezza e libertà a lui ed ai
osato mai inviare a te tartufi in dono: poiché considerando che io sono
persona sacra, tu la santità istessa, e che poteano piuttosto parer deli» cature di gola stimava il dono indegno di me e di te. Ma venutomi a
» mente che sant' Ambrogio tuo predecessore non disgradì un egual dono
» mandatogli da Felice antecessor mio, vinsi la vergogna e questo regay>
»
,
,
luccio t' invio. »
1
In questa chiesa ordinò suddiacono l'abate Paolo Camillo Sfrondato
dei signori di Bellagio nipote di Gregorio XIV, ed egli stesso poi cardinale.
2
II vescovo di Piacenza scriveva a san Carlo sotto il 22 marzo 1583.
ha alcuni della tua diocesi singolarmente di Garlazzo Corrido e Ca«
» vargna, che si presentano a spedali ed altre pie case addomandando da»
V
,
,
compiendo per
tutta Insubria ogni genere d' iniquità. Quel eh'
velo della religione esercitano arti pessime, spargono
» superstizioni, falsità contrarie alla cattolica fede
divulgano false indul» genze agnus dei profani, anelli raccomandati da falsi riti: per tacere al» tre fallacie, colle quali assicurando il perdono dei peccati, la liberazione
» dal purgatorio guarigione da certi mali accalappiano gì' ignoranti, che
» delusi dalle vane promesse di tanti beni si lasciano smungere la borsa,
» mentre quegli ipocriti si fanno pingui col danaro altrui e coi proprj pec» cati. » Anche il Giussano nella Vita di san Carlo, lib. VII, c. 16, e' informa che con una raffinatezza appena credibile in gente nata e cresciuta
fra le selve, penetravano sin nelle reggie, con pompa di arredo o fingendo
una legazione o falsi titoli, o privilegi.
3
11 passaggio del San Gotardo era allora uno de' più formidabili, pure
fin dal 1374 1' abate di Dissentis vi avea posto un piccolo ospizio. Nel suo
viaggio san Carlo determinò porvi una fabbrica solida; ma morì prima
d' eseguirla e Federico Borromeo vi collocò nel 1602 un prete con casa.
L' ospizio fu poi eretto nel 1683 dall'arcivescovo Visconti, con due frati
cappuccini per assistere i viandanti. Si sa come soccombette nella guerra
contro il £underbund.
» naro, e
»
peggio
,
sotto
il
,
,
,
,
,
,
,
,
,<noinclude></noinclude>
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Pagina:Storia della citta e della diocesi di Como (IA storiadellacitta02cant).pdf/50
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39
SAN CARLO.
[Lib. Vili.]
1
bene della Chiesa, passò per Menaggio a Porlezza e
nella Cavargna, valle selvatica, che s' interna da quella di
Menaggio, ed i cui abitatori rompevano ad ogni delitto si di
sul
violenza,
si d'
astuzia.
2
Cosi conciliando paci e
rammendando
i
costumi, passò
nelle tre Valli di rito ambrosiano, poi a Gnoasca, a Giornico,
3
a Lugano, e di nuovo pel Ceresio a Menaggio ed alla
Valsassina.
Fattosi poi nel 1582 a
Roma,
n'
ebbe
titolo di visitatore
pei paesi svizzeri e grigioni anche sottoposti air Ordinario
di Como. Non fu autorità a cui non avesse ricorso per ajuto
d# Inghilterra, a Rodolfo imperatore, ai Cantoni cattolici, al vescovo di Coirà,
al duca di Savoja, anche ai Veneziani. Scrivendo egli al Castelli vescovo di Rimini legato pontifìzio in Francia perchè
in questa legazione
:
ai re di
Spagna
e
intercedesse appo Enrico re, sicurezza e libertà a lui ed ai
osato mai inviare a te tartufi in dono: poiché considerando che io sono
persona sacra, tu la santità istessa, e che poteano piuttosto parer deli» cature di gola stimava il dono indegno di me e di te. Ma venutomi a
» mente che sant' Ambrogio tuo predecessore non disgradì un egual dono
» mandatogli da Felice antecessor mio, vinsi la vergogna e questo regay>
»
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,
luccio t' invio. »
1
In questa chiesa ordinò suddiacono l'abate Paolo Camillo Sfrondato
dei signori di Bellagio nipote di Gregorio XIV, ed egli stesso poi cardinale.
2
II vescovo di Piacenza scriveva a san Carlo sotto il 22 marzo 1583.
ha alcuni della tua diocesi singolarmente di Garlazzo Corrido e Ca«
» vargna, che si presentano a spedali ed altre pie case addomandando da»
V
,
,
compiendo per
tutta Insubria ogni genere d' iniquità. Quel eh'
velo della religione esercitano arti pessime, spargono
» superstizioni, falsità contrarie alla cattolica fede
divulgano false indul» genze agnus dei profani, anelli raccomandati da falsi riti: per tacere al» tre fallacie, colle quali assicurando il perdono dei peccati, la liberazione
» dal purgatorio guarigione da certi mali accalappiano gì' ignoranti, che
» delusi dalle vane promesse di tanti beni si lasciano smungere la borsa,
» mentre quegli ipocriti si fanno pingui col danaro altrui e coi proprj pec» cati. » Anche il Giussano nella Vita di san Carlo, lib. VII, c. 16, e' informa che con una raffinatezza appena credibile in gente nata e cresciuta
fra le selve, penetravano sin nelle reggie, con pompa di arredo o fingendo
una legazione o falsi titoli, o privilegi.
3
11 passaggio del San Gotardo era allora uno de' più formidabili, pure
fin dal 1374 1' abate di Dissentis vi avea posto un piccolo ospizio. Nel suo
viaggio san Carlo determinò porvi una fabbrica solida; ma morì prima
d' eseguirla e Federico Borromeo vi collocò nel 1602 un prete con casa.
L' ospizio fu poi eretto nel 1683 dall'arcivescovo Visconti, con due frati
cappuccini per assistere i viandanti. Si sa come soccombette nella guerra
contro il £underbund.
» naro, e
»
peggio
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il
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<noinclude><pagequality level="1" user="Utoutouto" /></noinclude>SAN CARLO.
[Lib. Vili.]
41
Achille Gagliardo riassunta la visita, fu di nuovo a Luga-
no, poi a Tesserete, consolato dalla pietà
di
que' popoli,
neppur uno trovossi in colpa
ove
mortale
per Bellinzona si condusse a Rovereto nella Me2
solcina, valle italiana sommessa ai Grigioni,
ove scopri
di cinquecento confessati,
1
:
3
moltissime streghe.
In quella valle San Carlo trovò abbondare discepoli del
Vergerio e di Pietro Martire Vermiglio, ed esservi (scriveva
al cardinale Savelli)
la
credenza.
il
nome
V aveano
di cattolici,
tenuto casa
i
non
i
costumi, nè
novatori Frontano e
Canossa; poc'anzi v'era morto Lodovico Besozio, scolaro
* migliore del maestro
era frequentissimo il
del Frontano
:
Reno,
Singolarmente
vi si segnalavano per odio ai Cattolici Francesco Luino, che
da trent' anni era colà un figlio del Frontano e due o tre
altri, le cui mogli sono veri mostri d'inferno. Stava a capo
contatto colla vai di
tutta già calvinista.
:
un
delle cose sacre
ligione, che seco
figliuoli
frate, disertore dell'ordine e della re-
traeva una femminaccia e quattro suoi
poco di meglio erano
:
gli altri
preti. 11
Borromeo
coir amorevolezza, coli' inquisizione, col pregare, coir inse-
gnare, col largheggiare,
sperava
le fatiche in
si
conciliò gli animi
prò delle anime con
:
fatti
e
Dio ne pro-
d'ammirabile
riuscimento. Si mise poi per la vai Calanca, ove conobbe
cinquanta famiglie cadute in eresia e ventidue maliarde. Era
sua mente drizzarsi a Coirà, indi nel ritorno visitare Chia-
venna e
la Valtellina
:
ma
saputo che la sua comparsa non
sarebbe sentita bene, dovette voltare a Bellinzona, dove
trovò folta ignoranza delle cose di Dio ed
un vivere non
punto meglio del credere: matrimonj incestuosi, usure smodate, conculcati
i
diritti del clero,
venti in pubblica disonestà.
Ho
sacerdoti simoniaci e vi-
letto varie delle
omelie
ivi
et amplius, qui labes apud
auditim. Lettera del padre
Gagliardo da cui togliamo la descrizione di questo viaggio.
2
Questa valle già feudo della Mensa , poi data ai Trivulzi aveva
comprata la libertà per 221,000 scudi; e tosto collegatasi coi Grigioni ebbe
parte alla signoria ed agli impieghi.
8
Vedi Vol. I, Pag. 419, 420.
4
Samuele figlio di Frontano ed una Brocca con tutta la sua famiglia
si resero poi cattolici nel
584, come abbiamo da' manoscritti del Borromeo,
1
Compertum
est
nullum ferme ex quingentis
nos suas deposuerunt lethalis eulpee
reum
fuisse
,
,
,
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Pagina:Storia della citta e della diocesi di Como (IA storiadellacitta02cant).pdf/52
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<noinclude><pagequality level="1" user="Utoutouto" /></noinclude>SAN CARLO.
[Lib. Vili.]
41
Achille Gagliardo riassunta la visita, fu di nuovo a Luga-
no, poi a Tesserete, consolato dalla pietà
di
que' popoli,
neppur uno trovossi in colpa
ove
mortale
per Bellinzona si condusse a Rovereto nella Me2
solcina, valle italiana sommessa ai Grigioni,
ove scopri
di cinquecento confessati,
1
:
3
moltissime streghe.
In quella valle San Carlo trovò abbondare discepoli del
Vergerio e di Pietro Martire Vermiglio, ed esservi (scriveva
al cardinale Savelli)
la
credenza.
il
nome
V aveano
di cattolici,
tenuto casa
i
non
i
costumi, nè
novatori Frontano e
Canossa; poc'anzi v'era morto Lodovico Besozio, scolaro
* migliore del maestro
era frequentissimo il
del Frontano
:
Reno,
Singolarmente
vi si segnalavano per odio ai Cattolici Francesco Luino, che
da trent' anni era colà un figlio del Frontano e due o tre
altri, le cui mogli sono veri mostri d'inferno. Stava a capo
contatto colla vai di
tutta già calvinista.
:
un
delle cose sacre
ligione, che seco
figliuoli
frate, disertore dell'ordine e della re-
traeva una femminaccia e quattro suoi
poco di meglio erano
:
gli altri
preti. 11
Borromeo
coir amorevolezza, coli' inquisizione, col pregare, coir inse-
gnare, col largheggiare,
sperava
le fatiche in
si
conciliò gli animi
prò delle anime con
:
fatti
e
Dio ne pro-
d'ammirabile
riuscimento. Si mise poi per la vai Calanca, ove conobbe
cinquanta famiglie cadute in eresia e ventidue maliarde. Era
sua mente drizzarsi a Coirà, indi nel ritorno visitare Chia-
venna e
la Valtellina
:
ma
saputo che la sua comparsa non
sarebbe sentita bene, dovette voltare a Bellinzona, dove
trovò folta ignoranza delle cose di Dio ed
un vivere non
punto meglio del credere: matrimonj incestuosi, usure smodate, conculcati
i
diritti del clero,
venti in pubblica disonestà.
Ho
sacerdoti simoniaci e vi-
letto varie delle
omelie
ivi
et amplius, qui labes apud
auditim. Lettera del padre
Gagliardo da cui togliamo la descrizione di questo viaggio.
2
Questa valle già feudo della Mensa , poi data ai Trivulzi aveva
comprata la libertà per 221,000 scudi; e tosto collegatasi coi Grigioni ebbe
parte alla signoria ed agli impieghi.
8
Vedi Vol. I, Pag. 419, 420.
4
Samuele figlio di Frontano ed una Brocca con tutta la sua famiglia
si resero poi cattolici nel
584, come abbiamo da' manoscritti del Borromeo,
1
Compertum
est
nullum ferme ex quingentis
nos suas deposuerunt lethalis eulpee
reum
fuisse
,
,
,
1<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Utoutouto" /></noinclude>SAN CARLO.
42
[Lib. Vili.]
onde può trarsi argomento e dello stato di
quel paese, e dello zelo che il Santo vi adoprò, dimorandovi
ove eresse anche una prebenda per
sino al 15 dicembre
mantenere un maestro, lasciò un catechismo compilato a po-
da
lui recitate,
;
Adorno, ridusse a compimento il collegio
d'Ascona. Aveva pure intenzione di aprire un seminario a
Locamo, che a grande bisogno sarebbe tornato per regolare
sta dal gesuita
quel paese nel credere e riformarlo nel vivere.
Mandò anche Bernardino Mora
al
Beylag dei Grigioni
per impetrare licenza di visitar la Valtellina ed
Chiaven-
il
ma gli facevano impaccio i predicanti, che andavano
spargendo sospetti sul suo conto lui in fine esser nipote di
quel Giangiacomo Medeghino, il cui nome, dopo le acerbe
nasco
:
:
guerre lor recate sul lago e in Valtellina, era fra
i
Reti
ri-
masto terribile come la campana a martello: vedessero
quanto aveva operato in vai Mesolcina, dove non prima pose
piede, che collocatosi in luogo forte, stabilì un inquisitore,
e fece ogni suo talento: assai tornerebbe sospetta ai loro alleati
E
Francesi la venuta del cardinale tutto
questi susurri trovarono ascolto; onde,
ligio alla
Spagna.
1
non che escluder-
?
lo,
i
predicanti commossero que della vai Pregalia a dare
addosso
Fin
ni,
ai
missionarj da lui mandati, e metterli a processo.
tra le cure
il
che ponevangli assedio negli ultimi suoi gior-
Borromeo
tregua
d'affari
occupava d' ottenere, se non pace, almeno
e teneva corrispondenza con re Filippo
intimi, che non si affidavano alle carte, ma cos'
ai Cattolici
si
2
:
municavansi a voce col Terranova, allora governator del
Milanese.
e
il
Quando il fuoco è dentro, bisogna venga fuori il fumo;
Borromeo veniva rapportato ai Grigioni di aver intesa
E per veduchi di Milano non ebbero mai deposta tale speranza,
nò per rata Y occupazione di quella importante valle e la
cogli Spagnuoli per tornare ad essi la Valtellina.
rità
i
1
Giussako Vita.
Erano Adorno Grattarola
,
Boverio. 11 Grattarola in una lettera descrive il processo fattogli in un' osteria presenti quindici giudici insigniti
della collana d' oro, i quali alQne dovendogli imporre una multa, s' accontentarono che pagasse da cena a tutti.
-
,
,
,
,<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Utoutouto" /></noinclude>RINALDO TETTONE.
[Lib. Vili.]
43
Vedemmo le opere ed aperte
del
Medeghino.
tempi
Carlo V poi, agai
sottomano
e di
giunta la ducea milanese agli immensi dominj suoi, più ne
prese gola, ben avvisando quanto rileverebbe Y avere libera
cessione fattane per viva forza.
comunicazione per quella parte fra gli Stati suoi di Germania e quelli d' Italia. Ne aveva anzi passato ordini a don Ferrante Gonzaga governatore, che ruminò quell'idea anche
sotto Filippo II,
menando per
Vergerio, sebbene
ciò segreto intrigo col vescovo
tornasse indarno
gli
suo intendimento.
il
1
Ne' giorni poi del Borromeo viveva a Milano Rinaldo
Tettone che con
di tutta Italia.
Tommaso d'Adda
Ma
era
il
principal banchiere
avvenutogli male della mercanzia, diede
fondo ad ogni suo avere, e
si
era messo a capo di Farabutti,
bravacci che rubando e furfantando viveano.
tativi incoraggiato a
Da
piccoli ten-
maggiori, fermò d'entrare in Valtel-
lina, e porla a preda. Infatuato del qual desiderio, acciarpò
truffatori e bagaglioni e quanti fossero
remo credere che
ai magistrati di
da
tal servigio:
non iscoppiasse verun
di tutto ciò
Lombardia? Chi conosca Y ambidestra
spagnuola, più presto inclinerà a pensare che
tica
e vorindizio
il
poli-
gover-
natore Terranova, senza dargli apertamente favore, Y aju-
almeno stesse a vedere a
andava a male? niuno potrebbe
colpa: accadeva a disegno? getterebbe la
avendo, come si suol dire, tratto di buca il
tasse sott'acqua, od
che il Tettone
imputargliene
riuscisse:
mano
altrui,
coglierebbe
il
maschera; ed
granchio colla
destro di ricuperare la valle al
suo padrone.
Fatto è che
il
Tettone, raccozzala una canaglia valente
in parole, e ch'egli
la
banda
di
chiamava
Lecco; cogli
altri
ne inviò per
volse a Como, ove chiese d'enesercito, parte
trar nella città, alloggio e foraggi, vantandosi capitano ge-
nerale di Spagna per risciaquare la Valtellina dai miscredenti.
Ma
non
sottigliò la
sua malizia tanto, che arrivasse a
trovar fede a quell'apparenza; ed
di
Como, non gradendo
niego: anzi, accingendosi
1
Vedi Gosselino, Vita
21 aprile 1550.
del
tali
il
il
Paravicino governatore
rodomontate, stette saldo sul
Tettone a mettere
Gonzaga,
f.
le fìnte
pa-
62, e V epistola del Vergerlo,<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Utoutouto" /></noinclude>RINALDO TETTONE.
44
role in veri
fatti, il
[Lib.
governatore armò
i
Vili
]
cittadini, e liberolli
addosso a coloro, che dopo sprovveduta e breve scaramuc-
andarono sbandati, quali furono presi e mandati
cia, quali
all'
ultimo supplizio.
Ita al vento P impresa,
il
governatore,
come
chi getta
braccio, se ne fece nuovo affatto; ed
il
sasso e nasconde
il
Tettone, che forse diventava un marchese e meglio, fu
cacciato in bando.
il
Dove facendo
del savio e dell'importante,
andava spacciando avere in tal impresa a sostegno il cardinale Borromeo, amico, diceva egli, e parente suo; favorirlo
nella valle grandi personaggi, e li nominava un per uno.
Questi vanti erano portati colle usate frangie ai Grigioni,
un capo grosso che mai
quali fattone
il
gente inquisirono, senza però scoprire alcuno in col pa
memoria d'uomo
cardinale tennero in
Era
questi morto Y
sospettare
lo
sani/
il
anno avanti
uomo
Borromeo
gli
:ei
fazioso e brigante. 1
e noi siamo alieni dal
;
di facinorosi consigli. Scrivendogli
Speciano temere che
aperta ribellione, e
i
Valtellinesi
non rompessero
in
gettassero in braccio a re Filippo,
si
i
maggiore, molta
il
rispose che stava mallevadore della regia vo-
lontà; e quand'
anche
del re cattolico,
si
i
Reti cisalpini
si
ponessero a dominio
incaricava di ritornarli ai Grigioni. Questo
però già ne lascia intendere eh' egli avesse qualche sentore
Ed
delle macchinazioni.
abbia suo luogo la verità,
tutti
i
2
contemporanei e il Ripamonti ed il Baliarino fanno testimonianza che la Spagna ed il Borromeo assecondassero l'impresa. 3 Tutti poi i fautori del cattolicismo avevano gran protezione nella casa d'Austria: quando i Grigioni uccisero il
Pianta, Corrado figlio di questo ricoverossi al Borromeo, che
sei
di
tenne ben due anni con
altri di
formare un buon cattolico;
dare ombra
1
ai Reti.
Sprecher, Pallas,
ma
sua parte,
la
al giusto fine
cosa non poteva non
Altre lettere poi di san Carlo, che leg-
ì.
VI, pag. 177: Bucellini, Rhcetia Cristiana.
2
Felici progressi de' cattolici in Valtellina.
8
«
mosso da compassione e zelo coli' interpocardinale san Carlo nell' anno 1584 persuase a Carlo di Ter» ranova di sorprendere la Valtellina, e per verità seguiva se in quel men» tre non moriva il detto cardinale. » Relazione manoscritta nell' archivia
vescovile.
Papa Gregorio XIII
» sizione del
,
,<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Utoutouto" /></noinclude>SAN CARLO.
[Lib. Vili.]
45
gonsi manoscritte nell'Ambrosiana, tolgono ogni dubbio che
non
a Milano
si
conoscessero
tali
Valtellinesi avevano richiesto
che uniti
» role di
ai terrazzani «
Borromeo) per
» dienza, e serrare
» di
qua dai monti.
ma
Fajuto:
i
il
movimenti. Fin
Terranova
basterebbero (sono
levarsi in
un
» in
1
E
tolici coli'
Cantoni
non
«
qua
» tutti di
83
i
proprie pa-
le
da quella obbe-
tratto
re aveva risposto
» Il
si
desse loro quel-
ministri erano soprasseduti fin allora per ve-
i
il
quale, tentereb-
ed ho speranza in Dio (continua
pochi anni
» ste. »
dall'
400 uomini,
passi ai Grigioni, che volessero passare
dere V esilo del negozio della lega: svanito
bero questo:
di
si
il
Santo) che
farà tanto frutto in quella valle e ne' paesi
da' monti,
che
nei trattati che
il
si
smorberà quella eretica pe-
Santo
menò
ambasciatore di Francia presso
cattolici, si
a favore de' Catgli
Svizzeri, e coi
mostra persuaso che pericolasse qualche
lieve scompiglio: sicché voleva tenersi ne'con torni della
Svizzera, per accorrere pronto ad ogni moto di guerra. Dichiara però di ingerirsi
»
il
meno che
può, « nè (enere per
ajutare que' popoli altra via che la spirituale.
Non meno
gione fu
attento a salvar la
Lombardia
cardinale Federico Borromeo:
il
il
»
dalla conla-
quale perfino,
allorquando doveano alcuni soldati svizzeri e grigioni attraversar la valle San Martino ed altre terre bergamasche di
diocesi milanese e di giurisdizione veneta, pronunziò
scomu-
nicato chiunque conversasse, o, eh' è tampoco, albergasse
Questa lettera il Quadrio Y ebbe dall' Oltrocchi è del 24 maggio 1 584.
Nella Biblioteca Ambrosiana, in un codice cartaceo segnato R. 122, si trova
una lettera del canonico Modena, che come teologo accompagno monsignor Bonomo vescovo di Vercelli nella visita in Valtellina: è del 28 maggio 1621 diretta a Federico cardinale Borromeo e gli racconta d' aver tenuto conto di tutte le lettere che san Carlo scriveva, e che poi le distribuì
come reliquie « altre me ne trovo concernenti il fatto di Valtellina, che
» volentieri haverei mandato a bonahora.... Hora mi son resoluto mandar» lene copia, con supplicarla
se giudicare bene et che gli originali po» tessero servire per mostrar al mondo che la mossa delle armi fatta,
» come si dice, di ordine di N. S. Paulo V et delli signori Spagnuoli già
» era stata tentata da san Carolo, et perciò giusta et necessaria per la reli» gione mi faccia scrivere che le manderò o porterò come comanderà. »
Esso Modena vien poi referendo gli atti del Bonomo presso i Grigioni e
asserisce la partecipazione di san Carlo al tentativo del lettone. Vedi
Lancetti Biografìa Cremonese; voi. II, pag. 450.
1
:
,
:
,
,
,
,
,<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Utoutouto" /></noinclude>CALENDARIO GREGORIANO.
46
[Lib. Vili.]
quegli eretici; esagerata provisione, alla quale la serenis-
sima Repubblica Veneta impedì fosse dato pubblicità.
Senza più altro, basti il già detto a scusare i Grigioni
se dal paese davano divieto ai preti e frati forestieri, specialmente a' cappuccini, come orditori di cose nuove. Quanto
alle indulgenze ed a' giubilei, si bandissero pure, ma o tacessero quelle parole prò extirpatione hoereseon, o i preti dichiarassero che sotto il nome di eretici non s' intendevano
i
riformati; altrimenti era iniquo che
contro
i
i
sudditi pregassero
loro padroni. 1
Tanto erano da
ciò esacerbati gli animi,
che qualunque
cosa venisse dai Riformati era sospetta ai Cattolici
que cosa procedesse dal vescovo o da
Roma
:
qualun-
rifiutavasi dagli
Evangelici, per buona che fosse, d'ogni vin dolce facendo
un aceto
arrabbiato.
E
siami testimonio la riforma del calen-
Niceno nel 325 aveva adottato, pel calcolo
della Pasqua, il calendario di Giulio Cesare, che suppone
Tanno di giorni 365 ed ore 6 appunto, e che 19 anni solari equivalgano a 235 lunazioni; ondechè aveva ordinato
che P equinozio di primavera cadesse al 21 di marzo. Ma
dario. Il concilio
non essendo precisa quella determinazione, erasi l' equinozio
portato agli 11 del marzo, e le lune nuove anticipavano di
quattro giorni. Di ciò menavano rumore uomini di gran vaglia, Ticone, Scaligero, Chambers, Calvisio, altri, sicché in
fine
Gregorio XIII, principalmente coir opera di Luigi Lelio
calabrese, riformò
nulla
ai
i
il
calendario: furono sottratti e messi in
dieci giorni che
dovevano correre dai quattro perfino
15 ottobre del 1582, ordinato che solo ogni quattrocento
ultimo anno del secolo, e la bolla
marzo 1583 ingiunse che i conti de' giorni andassero a
2
tal maniera.
Or credereste? ai tanti altri motivi di dissidio
un nuovo n' aggiunse questo calendario gregoriano, e i Riformati a rifiutarlo anche trovandolo buono, solo perchè ve-
anni
si
facesse bisestile
1'
del
niva da
1
s
Roma, ed
Sprecher, pag.
i
Cattolici a volerlo, senza forse cono-
103.
Solo verso il 1700 i Protestanti adottarono il calendario gregoriano:
gli Inglesi nel 1752: i Russi non ancora , onde sono dodici giorni indietro
da noi nel contare i giorni.<noinclude></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="1" user="Utoutouto" /></noinclude>,
FORTE DI FUENTES.
48
il
[Lib. Vili.]
Umore siffatto doveva esser poco disposto a inghiottire
torto, e mandò minacciando ai Grigioni di trattarli come
nemici. Questi, non che mostrar paura,
si
collegarono anzi
con Venezia, come quella che non perseguitava
siccome
le altre
una mezzana
alla
Spagna
biva maneggiar egli solo
sero ricorrere a lui
riformati,
i
ostava al papa, e comportava
Ne
libertà di coscienza. 1
Francia che
alla
ma
potenze,
dispiacque non
quella perchè Enrico
;
meno
IV am-
Veneziani dovesqualvolta bisognassero di gente armata:
i
Reti, e che
i
questa perchè trovavasi allontanata dalla speranza di legarsi
i
Grigioni, e di sottoporre tutta Italia, potendo aver ostacolo
ne' Veneziani.
A
nulla approdando colle parole,
mano
tore sdegnato pose
a fabbricare
suo nome, 2 sul colle di Montecchio
un
il
governa-
fortalizio, detto dal
primo entrare della
gli
sbocchi
di
dominando
Chiavenna, il lago
Valtellina, ove,
e la valle, teneva questa in soggezione, e potea, quando
n' avesse talento, impedire alla Rezia i viveri ed il commercio. Stante però che il duca Francesco II Sforza aveva stipulato coi Grigioni non si porrebbe veruna fortificazione in
quel giro, questi levarono querele, e procurarono anche
impegnare in esse i loro alleati: ma nessuno si mosse, del
che furono, se non con verità, almeno con accortezza, accagionati
i
tercise
il
E
al
Fuentes continuò, finì, incommercio col Milanese e ponendo genti e navi
dobloni spagnuoli.
il
;
alle Trepievi,
confermò
la
voce che Spagna volesse ricupe-
rare la Valtellina.
1
Vedi Bundnias entzwìschen des durchleuchtigen Republic von Venedig
lobi. Drey Bunden der ersten alteri Rraethia gedruk zu Chur bey J.
Pfeffer, 1706. Da questo impariamo che il più comune passo fra i due paesi
era per la montagna di San Marco. L' alleanza si mantenne sino al 1764.
2
Fu cominciato il forte di Fuentes nell' ottobre 1603 dirigendo i lavori 1' architetto militare Broccardo Borrone di Piacenza, sul disegno dell' ingegnere capitano Giuseppe Vacallo: si fini nel 1607. Giuseppe II abolì
quel forte ed il tenente colonnello Schreder che n' era stato 1' ultimo
eastellano comprollo e ne coltivò i dintorni a gelsi. Venuti poi i Francesi nel 1796, il generale Rambaud
con 500 soldati salpando da Como
sulla più bella flotta e pomposa che mai vi si vedesse andò a demolirlo a
forza di mine, resistendone però, tant' era solido, una gran parte; e senza
avere che qualche uomo ammalato dalle febbri ivi dominanti. Ma il Pagés
und den
,
,
,
,
,
,
,
nella Storia della rivoluzione raccontò questa come una delle segnalate
imprese della gran nazione. Or non rimane che un mozzicone di torre,
pittoresco
come sogliono essere
le ruine.<noinclude></noinclude>
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Pagina:Vincenzo Gioberti - Introduzione allo studio della filosofia Vol.1 1844.pdf/290
108
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/* Trascritta */
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text/x-wiki
<noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" /></noinclude>{{Pt|<br>«|}}<section begin="(5a)" />’commença à prendre son nom; on est surpris de voir que le paganisme lui-même lui a servi de berceau; on est dans l’admiration en comprenant que cette religion, si nouvelle en apparence, fùt la réalisation et la conséquence de ce que la philosophie avait enseigné de plus élevé sur la nature divine{{ref|Art. ''Arianisme'', tom. I, p. 811.|(5a)}};» (il lettore sarà piuttosto ''étonné'' che si faccia i Cristianesimo prole del gentilesimo, in vece di considerar questo, come una degenerazione di quello;) che «la pensée chrétienne, la pensée initiale et pour ainsi dire plastique du christianisme» appartiene all’{{w|Arianesimo|Arianesimo}}, ''non meno che al cattolicismo'', non ostante che gli ''Ariani negassero che il Verbo sia Dio'', e instituissero una ''religione diversa dalla cattolica''{{ref|Ibid., p. 820, 821.|(5a)}}; che {{AutoreCitato|Atanasio di Alessandria|santo Atanasio}} e {{AutoreCitato|Agostino d'Ippona|santo Agostino}} furono i ''fondatori del cattolicismo''; che fino alla metà del ''quarto secolo il dogma cristiano non aveva unità''; che santo ''Atanasio deificò solidamente Cristo e stabilì il dogma del Dio trino''; che santo Agostino e il Cristianesimo furono quasi manichei; che il dogma del peccato originale ''è un manicheismo cristiano''; e che la sentenza cattolica e quella di {{w|Manicheismo|Manete}} «c’est absolument la même chose, du moins quant à l’existense du mal, et à l’empire qu’il exerce sur la terre{{ref|Art. ''Athanase, Augustin'', tom. II, p. 191, 252.|(5a)}}; » (che direbbero i valenti teologi, se loro si dimostrasse, come si può fare nel modo più rigoroso, che senza il dogma del peccato originale, il vero Manicheismo é logicamente inevitabile?); che la formola cristiana «de Dieu le Père et de Dieu le Fils... veut dire : La fatalité régne dans la création, on pour employer les termes mystiques, dans le sein de Dieu le Père; mais le règne de l’intelligence viendra, et la fatalité sera vaincue{{ref|Art. ''Arminianisme'', tom. II, p. 61. Legga tutta questa pagina, chi voglia avere un saggio delle inezie, che si possono dire filosofando sui dogmi religiosi, quando non si conosce la materia.|(5a)}};» che {{AutoreCitato|Martin Lutero|Lutero}} negò la presenza<section end="(5a)" /><noinclude>{{#tag:references||group=(5a)|}}
<references/></noinclude>
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<noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione|280|{{Sc|note}}|}}</noinclude>{{Pt|<br>«|}}<section begin="(5a)" />commença à prendre son nom; on est surpris de voir que le paganisme lui-même lui a servi de berceau; on est dans l’admiration en comprenant que cette religion, si nouvelle en apparence, fùt la réalisation et la conséquence de ce que la philosophie avait enseigné de plus élevé sur la nature divine{{ref|Art. ''Arianisme'', tom. I, p. 811.|(5a)}};» (il lettore sarà piuttosto ''étonné'' che si faccia i Cristianesimo prole del gentilesimo, in vece di considerar questo, come una degenerazione di quello;) che «la pensée chrétienne, la pensée initiale et pour ainsi dire plastique du christianisme» appartiene all’{{w|Arianesimo|Arianesimo}}, ''non meno che al cattolicismo'', non ostante che gli ''Ariani negassero che il Verbo sia Dio'', e instituissero una ''religione diversa dalla cattolica''{{ref|Ibid., p. 820, 821.|(5a)}}; che {{AutoreCitato|Atanasio di Alessandria|santo Atanasio}} e {{AutoreCitato|Agostino d'Ippona|santo Agostino}} furono i ''fondatori del cattolicismo''; che fino alla metà del ''quarto secolo il dogma cristiano non aveva unità''; che santo ''Atanasio deificò solidamente Cristo e stabilì il dogma del Dio trino''; che santo Agostino e il Cristianesimo furono quasi manichei; che il dogma del peccato originale ''è un manicheismo cristiano''; e che la sentenza cattolica e quella di {{w|Manicheismo|Manete}} «c’est absolument la même chose, du moins quant à l’existense du mal, et à l’empire qu’il exerce sur la terre{{ref|Art. ''Athanase, Augustin'', tom. II, p. 191, 252.|(5a)}}; » (che direbbero i valenti teologi, se loro si dimostrasse, come si può fare nel modo più rigoroso, che senza il dogma del peccato originale, il vero Manicheismo é logicamente inevitabile?); che la formola cristiana «de Dieu le Père et de Dieu le Fils... veut dire : La fatalité régne dans la création, on pour employer les termes mystiques, dans le sein de Dieu le Père; mais le règne de l’intelligence viendra, et la fatalité sera vaincue{{ref|Art. ''Arminianisme'', tom. II, p. 61. Legga tutta questa pagina, chi voglia avere un saggio delle inezie, che si possono dire filosofando sui dogmi religiosi, quando non si conosce la materia.|(5a)}};» che {{AutoreCitato|Martin Lutero|Lutero}} negò la presenza<section end="(5a)" /><noinclude>{{#tag:references||group=(5a)|}}
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Pagina:Vincenzo Gioberti - Introduzione allo studio della filosofia Vol.1 1844.pdf/291
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Tuvok1968
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<noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" /></noinclude>{{Pt|<br>|}}<section begin="(5a)" />’reale di Cristo nell’eucaristia{{ref|Art. ''Béranger'', tom. II, p. 610, 611.|(5a)}}; che, ciò non ostante, «Luther... entendait les mystères du Christianisme aussi catholiquement que {{AutoreCitato|Jacques Bénigne Bossuet|Bossuet}}{{ref|Art. ''Bossuet'', tom. II, p. 824.|(5a)}}; » che il Bossuet ''sucrifiait suns façon beaucoup de pratiques du catholicisme ''ai protestanti; ch’egli fece'' une œuvre de protestantisme''{{ref|Ibid., p. 822, 823, 824. L’abate {{AutoreCitato|Nicolas-Sylvestre Bergier|Bergier}} fu ancor più infelice, poichè oltre all’essere ''aux trois quarts protestant et philosophle, comme on l'était de son temps'', cioè incredulo, egli ''difendeva il Cristianesimo e il cattolicismo, senza intenderli''. (Art. Bergier, tom. II, p. 615.) Povero abate! Quanto al Bossuet, e nuovi enciclopedisti, copiarono nel giudicarlo {{AutoreCitato|Joseph de Maistre|Giuseppe di Maistre}}, che fu il primo a scoprire il protestantismo del più gran lume moderno della Chiesa gallicana. L’arguzia ebbe buona fortuna, e fu ripetuta da molti. Noterò di passata che i filosofi della Enciclopedia nuova, ai quali manca l’inventiva anche nell’errore, debbono molto al Maistre; scrittore paradossastico, e più dilettante di filosofia, di erudizione, che erudito a filosofo, degno di lode in alcune e di biasimo in altre parti delle sue opere, ma che con tutti i suoi errori e difetti, è un gigante a paragone di quella frotta di pigmei di ogni genere, che, da dieci o quindici anni in qua, fanno in pezzi le sue spoglie.|(5a)}}; ch’egli ''était au fond atteint et pénétré de protestantisme''; che il protestantismo dee essere lodato, perché liberó il mondo ''de cette épouvantable tyrannie'' del culto de’ santi, il quale faceva ''mépriser la terre et toutes les réputations de la terre''{{ref|Art. ''Canonisation'', tom. III, p. 219.|(5a)}}; che ''le Christianisme épuisé n’a pu résoudre'' i problemi... di chi? di {{AutoreCitato|Pierre Bayle|Pietro Bayle}}{{ref|Art. ''Bayle'', tom. II, p. 519.|(5a)}}; che il concilio di Nicea non seppe l’astronomia, perchè fece discendere Cristo agli inferni e salire al cielo; che gli astronomi moderni hanno il vanto di aver ''ruiné de fond en comble ce fubuleux édifice''{{ref|Art. ''Ciel'', tom. III, p. 604.|(5a)}}; che nei primi concilii i vescovi non crano altro, che rappresentanti del popolo, e che la sinodo di Nicea fu ''une véritable assemblée constituante, une véritable convention''{{ref|Art. ''Conciles'', tom. III, p. 714.|(5a)}}; che ogni individuo futuro, (quando l’ideale scenderà sulla terra,) sarà verso sè stesso<section end="(5a)" /><noinclude>{{#tag:references||group=(5a)|}}
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Tuvok1968
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<noinclude><pagequality level="3" user="Tuvok1968" />{{RigaIntestazione||{{Sc|note}}|281}}</noinclude>{{Pt|<br>|}}<section begin="(5a)" />reale di Cristo nell’eucaristia{{ref|Art. ''Béranger'', tom. II, p. 610, 611.|(5a)}}; che, ciò non ostante, «Luther... entendait les mystères du Christianisme aussi catholiquement que {{AutoreCitato|Jacques Bénigne Bossuet|Bossuet}}{{ref|Art. ''Bossuet'', tom. II, p. 824.|(5a)}}; » che il Bossuet ''sucrifiait suns façon beaucoup de pratiques du catholicisme ''ai protestanti; ch’egli fece'' une œuvre de protestantisme''{{ref|Ibid., p. 822, 823, 824. L’abate {{AutoreCitato|Nicolas-Sylvestre Bergier|Bergier}} fu ancor più infelice, poichè oltre all’essere ''aux trois quarts protestant et philosophle, comme on l'était de son temps'', cioè incredulo, egli ''difendeva il Cristianesimo e il cattolicismo, senza intenderli''. (Art. Bergier, tom. II, p. 615.) Povero abate! Quanto al Bossuet, e nuovi enciclopedisti, copiarono nel giudicarlo {{AutoreCitato|Joseph de Maistre|Giuseppe di Maistre}}, che fu il primo a scoprire il protestantismo del più gran lume moderno della Chiesa gallicana. L’arguzia ebbe buona fortuna, e fu ripetuta da molti. Noterò di passata che i filosofi della Enciclopedia nuova, ai quali manca l’inventiva anche nell’errore, debbono molto al Maistre; scrittore paradossastico, e più dilettante di filosofia, di erudizione, che erudito a filosofo, degno di lode in alcune e di biasimo in altre parti delle sue opere, ma che con tutti i suoi errori e difetti, è un gigante a paragone di quella frotta di pigmei di ogni genere, che, da dieci o quindici anni in qua, fanno in pezzi le sue spoglie.|(5a)}}; ch’egli ''était au fond atteint et pénétré de protestantisme''; che il protestantismo dee essere lodato, perché liberó il mondo ''de cette épouvantable tyrannie'' del culto de’ santi, il quale faceva ''mépriser la terre et toutes les réputations de la terre''{{ref|Art. ''Canonisation'', tom. III, p. 219.|(5a)}}; che ''le Christianisme épuisé n’a pu résoudre'' i problemi... di chi? di {{AutoreCitato|Pierre Bayle|Pietro Bayle}}{{ref|Art. ''Bayle'', tom. II, p. 519.|(5a)}}; che il concilio di Nicea non seppe l’astronomia, perchè fece discendere Cristo agli inferni e salire al cielo; che gli astronomi moderni hanno il vanto di aver ''ruiné de fond en comble ce fubuleux édifice''{{ref|Art. ''Ciel'', tom. III, p. 604.|(5a)}}; che nei primi concilii i vescovi non crano altro, che rappresentanti del popolo, e che la sinodo di Nicea fu ''une véritable assemblée constituante, une véritable convention''{{ref|Art. ''Conciles'', tom. III, p. 714.|(5a)}}; che ogni individuo futuro, (quando l’ideale scenderà sulla terra,) sarà verso sè stesso<section end="(5a)" /><noinclude>{{#tag:references||group=(5a)|}}
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Spedizione di sua altezza reale il principe Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi al Monte Sant'Elia/Capitolo settimo
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Spinoziano (BEIC)
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Creo pagina con [[Wikisource:La fabbrica dei giocattoli/autoNs0()|autoNs0]]
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