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Dossologia
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{{risorsa|tipo=lezione|materia1=Storia della liturgia}}
{{importato}}
Per '''dossologia''' nella [[w:liturgia|liturgia]] [[w:cristianesimo|cristiana]] si intende di solito un breve verso che glorifica [[w:Dio|Dio]]; la parola deriva dal [[w:lingua greca|greco]] ''Doxa'', che ha anche il significato di gloria.
== Storia ==
L<nowiki>'</nowiki>uso di terminare un [[w:rito|rito]] o un [[w:inno|inno]] con tale formula deriva dall'uso [[w:ebraismo|ebraico]] (ad esempio la Preghiera di Manasse: ''tibi est gloria in sæcula sæculorum. Amen'').
Nelle [[w:lettere di Paolo|lettere di Paolo]] sono presenti costantemente delle dossologie
(ad esempio in Romani 8, Romani 11:36; Galati 1,5; Efesini 3,21.
I primi esempi sono rivolti solo a Dio Padre, o a Lui attraverso (dia) il Figlio
(ad esempio in Romani 16,27; Giuda 25; I Clem., xli; Mart. Polyc., xx) e nello (en) o con lo (syn, meta) [[w:Spirito Santo|Spirito Santo]] (Mart. Polyc., xiv, xxii, etc.).
La formula del [[w:battesimo di Gesù|battesimo di Gesù]] (Matteo 28,19 aveva presentato un esempio di nominare le tre persone in ordine parallelo.
Specialmente nel IV secolo, come protesta contro l<nowiki>'</nowiki>[[w:arianesimo|arianesimo]] (poiché questi facevano ricorso a queste formule; cf. S. Basil, "De Spir, Sancto", ii-v), l<nowiki>'</nowiki>uso di utilizzare la formula: “Gloria al Padre, e al Figlio, e allo Spirito Santo”, divenne universale tra i cattolici<ref>Si intende "cattolici" nel significato di "non eretici" e non in riferimento all'attuale [[w:Chiesa cattolica|Chiesa cattolica]]</ref>.
Da questo momento dobbiamo distinguere due tipi di dossologia, una maggiore (''doxologia maior'') e una minore (''doxologia minor'').
Nell'uso della [[w:Chiesa cattolica|Chiesa cattolica]] la dossologia maggiore è il ''[[w:Gloria in excelsis Deo|Gloria in excelsis Deo]]'' della [[w:messa|messa]].
La forma più breve, che è quella a cui ci si riferisce in genere con il nome di “dossologia”, è il ''Gloria Patri''. Essa è completata da una risposta che produce come effetto l<nowiki>'</nowiki>idea che questa gloria durerà per sempre.
La formula ''eis tous aionas ton aionon'' è; Ebrei 13:21; 1 Pietro 4:11; I Clem., 20, 32, 38, 43, 45, etc.; Mart. Polyc., 22, etc.).
Essa è un comune ebraismo (Toba1 3:23; Salmo 83:5}}; ripetutamente nell<nowiki>'</nowiki>Apocalisse 1,6;18;14,11;19,3}} etc.) che significa semplicemente “per sempre”.
La semplice formula, ''eis tous aionas'', è anche molto comune
(Romani 11:36; Dottr. XII Apost., 9:10; nella Liturgia della Constitutione Apostolica, passim).
Formule parallele sono: ''eis tous mellontas aionas'' (Mart. Polyc., xiv); ''apo geneas eis genean'' (ibid.); ecc. Questa espressione fu presto estesa in: “ora e sempre e nei secoli dei secoli”
(cf. Ebrei 13:8; Mart. Polyc., 14:etc.).
In questa forma compare costantemente alla fine delle preghiere nella Liturgia Greca di San Giacomo
<ref>Brightman, Liturgie Orientali, pp. 31, 32, 33, 34, 41, etc.</ref> e in tutti i riti orientali.
La formula greca allora divenne: ''Doxa patri kai yio kai hagio pneumati, kai nun kai aei kai eis tous aionas ton aionon. Amen''.
In questa versione è usata nella [[w:Chiesa ortodossa|Chiesa ortodossa]] in vari momenti della liturgia
(es. nel rito di San Crisostomo<ref>vedi Brightman, pp. 354, 364, ecc.</ref>)
e come ultimi due versi dei salmi, sebbene non in modo immutabile; la seconda parte è occasionalmente leggermente modificata e altri versi sono qualche volta introdotti tra le due parti.
Nel [[w:rito latino|rito latino]] sembra che originariamente abbia avuto esattamente la stessa forma della Chiesa Orientale. Nel 529 il secondo [[w:sinodo|sinodo]] di [[w:Vaison|Vaison]] (Avignone) dice che le parole aggiunte ''Sicut erat in principio'', sono usate a [[w:Roma|Roma]], in Oriente e in [[w:Africa|Africa]] come protesta contro l<nowiki>'</nowiki>Arianesimo, ed ordina che esse vengano dette ugualmente anche in [[w:Gallia|Gallia]].
Per quel che riguarda l<nowiki>'</nowiki>Oriente il Sinodo si sbagliava. Queste parole non sono mai state usate in nessun Rito Orientale ed i Greci si lamentavano del loro uso in Occidente (Walafrid Strabo (IX secolo), De rebus eccl., xxv).
La spiegazione che sicut erat in principio era intesa come negazione dell<nowiki>'</nowiki>Arianesimo, porta ad una domanda la cui risposta è meno ovvia di quel che sembra. A cosa si riferiscono queste parole? Ognuno ora considera gloria come il soggetto di ''erat'' : “Così com<nowiki>'</nowiki>era [la gloria] in principio”, ecc. Sembra, comunque, che originariamente si riteneva che esse fossero riferite a ''Filius'', e che il significato della seconda parte, almeno in Occidente, fosse: “Così come Egli [w:il Figlio|il Figlio] era in principio, così Egli è ora e così Egli sarà per sempre.” In principio, allora, è un chiaro riferimento al [[w:vangelo secondo Giovanni|vangelo secondo Giovanni]], ed in questo modo l<nowiki>'</nowiki>espressione è esplicitamente diretta contro l<nowiki>'</nowiki>Arianesimo.
Ci sono versioni medioevali in [[w:lingua tedesca|lingua tedesca]] nella forma: ''Als er [w:Egli|Egli] war im Anfang''.
La dossologia nella forma in cui la conosciamo oggi è usata circa dal VII secolo in tutta la Cristianità Occidentale, tranne che in una piccola zona.
Nel [[rito mozarabico]] la formula è ''Gloria et honor Patri et Filio et Spiritui sancto in sæcula sæculorum'' (così nel Messale di questo rito<ref>vedi P.L., LXXXV, 109, 119, ecc.</ref>).
Il quarto Sinodo di Toledo nel 633 ordinò questa forma (can. xv). Una comune tradizione medioevale, fondata su una lettera apocrifa di [[w:San Girolamo|San Girolamo]] (nell<nowiki>'</nowiki>edizione Benedettina , Parigi, 1706, V, 415), dice che [[w:papa Damaso|papa Damaso]] (366-384) introdusse il Gloria al Padre alla fine dei Salmi.
Cassiano (morto c. 435) parla di questo come un uso comune della Chiesa occidentale (De instit. coen., II, viii).
==Attuale uso nella Chiesa cattolica latina==
L<nowiki>'</nowiki>uso della dossologia minore nella [[w:chiesa latina|chiesa latina]] è questo: le due parti sono sempre dette o cantate come un verso con una risposta.
Esse si trovano sempre alla fine dei Salmi
(quando molti salmi sono uniti insieme a formarne uno solo, come il 62 e 66 ed anche il 148, 149 e 150 nelle Lodi, il Gloria al Padre si trova solo alla fine; anche se ogni gruppo di sedici versi del salmo 118 nella [[liturgia delle ore]] ha il Gloria) tranne che in occasione di lutto.
Per questa ragione (poiché la dossologia minore, come quella maggiore, ''Gloria in Excelsis Deo'', è naturalmente un canto di gioia) essa è omessa negli ultimi tre giorni della [[w:settimana santa|settimana santa]]; nell<nowiki>'</nowiki>[[w:ufficio per i morti|ufficio per i morti]] il suo posto è preso dai versi: ''Requiem æternam'', ecc., e ''Et lux perpetua'', ecc.
Essa si trova anche dopo i Cantici, tranne che nel Benedicite che ha la sua dossologia (''Benedicamus Patrem [...] Benedictus es Domine'', ecc. – l<nowiki>'</nowiki>unica alternativa rimasta nel [[rito romano]]).
Nella messa si trova dopo tre salmi, il ''Judica me'' all<nowiki>'</nowiki>inizio, il frammento del Salmo d<nowiki>'</nowiki>Introduzione, ed il “Lavabo” (omesso nel Passiontide, tranne nelle festività e nelle Messe di requiem).
Nell<nowiki>'</nowiki>Ufficio la prima parte si trova solo nei responsoria, con una risposta variabile (la seconda parte del primo verso) al posto di “Sicut erat”, l<nowiki>'</nowiki>intera dossologia dopo il ''Deus in adjutorium'', e nelle preces nell<nowiki>'</nowiki>Ora prima; e ancora, questa volta come unico verso, alla fine dell<nowiki>'</nowiki> invitatorium nel [[w:mattutino|mattutino]].
In tutti questi momenti essa è omessa nell<nowiki>'</nowiki>Ufficio per i Morti e alla fine della Settimana Santa.
Il ''Gloria Patri'' è usato costantemente anche nelle celebrazioni extraliturgiche, come il [[w:rosario|rosario]].
Esso era comunemente usato nel medio evo dai predicatori per terminare con esso i sermoni.
In alcuni paesi, specialmente in [[w:Germania|Germania]], i fedeli fanno il segno della croce durante la prima parte della dossologia, considerandola principalmente come una professione di fede.
==Note==
<references/>
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Streptococchi
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Avemundi
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Ortografia
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{{Risorsa|tipo=lezione|materia1=Microbiologia}}
Sono un insieme di batteri gram positivi disposti a catenelle. La maggior parte di essi è costituita da batteri anaerobi facoltativi. Hanno richieste nutrizionali complesse, infatti per essere isolati necessitano di terreni arricchiti con sangue o siero. Sono organismi catalasi negativi, a differenza degli stafilococchi. Esistono due tipi di classificazione, quella di Lancefield in base alle caratteriste antigeniche che divide gli streptococchi in 20 gruppi (nominate con le lettere alfabetiche A, B, C, ecc…) e in base alle caratteristiche emolitiche (α, emolisi incompleta; β, emolisi completa; γ, assenza di emolisi). Nella parete cellulare degli streptococchi sono presente dei carboidrati con funzione antigenica.
== Streptococcus pyogenes ==
==== Fisiologia e struttura====
È la causa più comune di faringite batterica. Fa parte del gruppo A di Lancefield ed è β emolitico. Nella parete possiede l<nowiki>'</nowiki>antigene del gruppo A che è un dimero di N-acetilglucosamina e ramnosio. Possiede la Proteina M che è ancorata alla membrana plasmatica e si estende oltre la parete e al di fuori della superficie cellulare ed è responsabile di una certa antigenicità. Le proteine M sono divise in classe I e classe II. Quelle di classe I presentano gli antigeni esposti, mentre quelle di classe II no. Solo i batteri di classe I possono causare febbre reumatica. Le proteine M sono codificate da un complesso di più di 20 geni che costituisce la superfamiglia del gene emm. Nella parete sono presenti anche l<nowiki>'</nowiki>acido lipoteicoico e la proteina F che facilitano il legame con la cellula ospite legando la fibronectina. Alcuni ceppi hanno una capsula formata da acido ialuronico che si confonde con quello presente nei tessuti dei mammiferi. Gli Streptococcus pyogenes capsulati sono responsabili delle infezioni sistemiche più gravi.
==== Patogenesi e immunità====
La virulenza degli streptococchi è data dalla capacità di aderire alle cellule ospiti, di evitare la fagocitosi e l<nowiki>'</nowiki>opsonizzazione, di invadere le cellule epiteliali e di produrre tossine. Lo Streptococcus pyogenes possiede dei meccanismi per limitare la fagocitosi e l<nowiki>'</nowiki>opsonizzazione. Ha una capsula di acido ialuronico poco immunogena. Le proteine di tipo M inibiscono la fagocitosi. Ci sono una decina di antigeni che mediano l<nowiki>'</nowiki>adesione alla cellula ospite, tra cui i più importanti l<nowiki>'</nowiki>acido lipoteicoico, la proteina M e la proteina F. L<nowiki>'</nowiki>adesione iniziale è data dall<nowiki>'</nowiki>acido lipoteicoico sulla fibronectina della cellula ospite e sulle cellule epiteliali. Poi la proteina M, la proteina F e altre adesine interagiscono con specifici recettori sulla cellula ospite.
==== Tossine ed enzimi:====
Gli streptococchi producono esotossine pirogeniche, le quali agiscono come superantigeni, interagendo con i macrofagi e con i linfociti T-helper con rilascio di citochine che stimolano l<nowiki>'</nowiki>infiammazione. Sono responsabili della fascite necrotizzante e della sindrome da shock tossico e dell<nowiki>'</nowiki>eritema della scarlattina.
* Streptolisina S: E<nowiki>'</nowiki> ossigeno stabile. Responsabile della lisi di molte cellule, anche dei fagociti dopo l<nowiki>'</nowiki>inglobamento.
* Streptolisina O: E<nowiki>'</nowiki> ossigeno labile. Causa la lisi di molte cellule. Gli anticorpi si formano molto rapidamente, perciò sono molto utili per la diagnosi. Il colesterolo contenuto nei lipidi della pelle la inibisce irreversibilmente per cui i pazienti affetti da infezioni cutanei non sviluppano anticorpi anti-streptolisina O.
* (ASO) Streptochinasi A e B: Causano la lisi dei coaguli e dei depositi di fibrina, facilitando la diffusione dell<nowiki>'</nowiki>infezione. Gli anticorpi sono utili marcatori per la diagnosi.
* Dnasi A-D: Depolimerizzano il DNA libero nel pus.
* C5a peptidasi: inattivano il processo infiammatori inattivando C5a, che è una componente del complemento che media l<nowiki>'</nowiki>infiammazione reclutando e attivando fagociti.
==== Coltura====
I Campioni devono essere prelevati dalla faringe posteriore (ad es. tonsille). Per identificare lo ''Streptococcus pyogenes'' da altri batteri è utile considerare la sua sensibilità alla bacitracina e la presenza dell<nowiki>'</nowiki>enzima L-pirridonil arilamidasi (PYR).
==== Trattamento ====
È molto sensibile alla penicillina.
== Streptococcus agalactiae ==
=== Fisiologia e struttura===
È l<nowiki>'</nowiki>unica specie che presenta l<nowiki>'</nowiki>antigene B. Crescono bene su terreni arricchiti. Formano grosse colonie. Sono classificati in base all<nowiki>'</nowiki>antigene B, a 9 polisaccaridi capsulari (Ia, Ib, II, III fino a VIII) e in proteine di superficie (la più comune è l<nowiki>'</nowiki>antigene c).
=== Patogenesi e immunità===
Il fattore di virulenza più importante è la capsula polisaccaridica, che inibisce la fagocitosi. Gli ''Streptoccoccus agalactie'' colonizzano il tratto gastro-intestinale inferiore e il tratto genitourinario. I sierotipi più comuni sono la III e V. I sierotipi la e V sono comuni negli adulti. Provoca meningite, setticemia e polmonite.
=== Coltura===
Crescono facilmente su terreno arricchito con fattori nutrizionali, formano grandi colonie dopo 24 ore di incubazione. La β emolisi può essere assente o difficile da osservare per cui sarebbe difficile distinguerli da altri batteri. Per distinguerli vengono fatti crescere usando antibiotici contro gli altri batteri. Si identificano tramite un test catalisi negativo. Sono sensibili alla penicillina.
== Altri streptococchi β emolitici ==
I ceppi più comunemente associati all<nowiki>'</nowiki>uomo appartengono ai gruppi C, F, G. Il ceppo ''S. Anginous'' cresce come piccole colonie e da ascessi, ma non faringite. Il ceppo ''S. disgalactiae'' produce grandi colonie con grandi zone β emolitiche e da faringite e glomerulo nefrite acuta.
Gli Streptococchi viridanti sono streptococchi α emolitici e non emolitici che producono un pigmento verde su agar sangue. Sono state identificate più di 30 specie e 5 sottogruppi. Colonizzano l<nowiki>'</nowiki>orofaringe, il tratto gastro-intestinale e il tratto genito-urinario. È raro riscontrarli sulla superficie cutanea perché gli acidi grassi presenti sulla pelle sono tossici nei loro confronti. Richiedono terreni complessi. Le infezioni possono essere trattate con penicillina, tuttavia sono nate specie resistente che possono venir trattate con vancomicina.
== Streptococcus pneumoniae ==
È stato isolato da Pasteur più di 100 anni fa. È un'importante causa di mortalità e morbilità.
=== Fisiologia e struttura===
È un cocco gram positivo capsulato. Le cellule sono di forma ovale e sono disposte a diplococchi o in corte catene. Le cellule più vecchie si decolorano e sembrano gram negative. Le colonie dei ceppi capsulati sono grandi e mucose, quelle acapsulate sono piccole e appaiono piatte. Le colonie con l<nowiki>'</nowiki>invecchiamento vanno incontro ad autolisi. Su terreno agar sangue in aerobiosi sono α emolitiche e in anaerobiosi sono β emolitiche. E<nowiki>'</nowiki> esigente dal punto di vista nutrizionale. Può fermentare diversi carboidrati con la produzione di acido lattico. Come tutti gli streptococchi è privo di catalasi. Possiede il peptidoglicano come i gram positivi con NAGA e NAMA legati da ponti pentaglicinici. Inoltre presenta nella parete acideo teicoico. Esistono due forme di acido teicoico. Una esposta sulla superficie cellulare e l<nowiki>'</nowiki>altra legata tramite legame covalente alla membrana citoplasmatica. La struttura dell<nowiki>'</nowiki>acido teicoico esposto, il quale si lega allo strato del peptidoglicano e si estende attraverso la capsula esterna è detta polisaccaride C, che precipita la proteina C reattiva in presenza di calcio. L<nowiki>'</nowiki>acido legato alla membrana è detto antigene F perché può dare reazioni crociate con gli antigeni di superficie. La fosforilcolina è regolatrice nell<nowiki>'</nowiki>idrolisi della parete cellulare.
=== Patogenesi e immunità===
La colonizzazione iniziale dell<nowiki>'</nowiki>orofaringe è mediata da adesine proteiche di superficie. La diffusione può essere evitata grazie all<nowiki>'</nowiki>epitelio ciliato. I batteri contrastano questo meccanismo grazie ad una proteasi di IgA secretorie e di una pneumolisina. Le cellule infiammatorie si focalizzano dove è presente il focolaio. L<nowiki>'</nowiki>acido teicoico e i frammenti di peptidoglicano attivano la C5a che attiva la via alternativa del complemento innescando la risposta infiammatoria. L<nowiki>'</nowiki>amidasi potenzia questa via, mentre la pneumolisina attiva la via classica del complemento dando luogo alla produzione di C3a e C5a. La pneumolisina causa inoltre la lisi delle membrane cellulari dei mammiferi legando il colesterolo e creando di conseguenza dei pori. Lo ''S. pneumoniae'' causa danno tissutale a causa della produzione di perossido di idrogeno. La fosforilcolina presente nella parete batterica si lega ai recettori per il fattore attivante le piastrine. I batteri entrano nelle cellule mediante questi recettori, meccanismo che li protegge dalla opsonizzazione e dalla fagocitosi. La capsula protegge il batterio dalla fagocitosi ed è il fattore che lo rende virulento, infatti i ceppi acapsulati non sono virulenti.
''S. pneumoniae'' è normalmente presente nel naso e nella faringe di persone sane. La colonizzazione è più comune nei bambini e negli adulti che vivono con bambini. La malattia si sviluppa quando i pneumococchi che colonizzano l<nowiki>'</nowiki>orofaringe e il naso si portano in sedi distali.
=== Diagnosi di laboratorio===
Lo ''S.pneumoniae'' si evidenzia con la colorazione gram positivo e appare come un diplococco allungato circondato da una capsula incolore. È utile un esame dell<nowiki>'</nowiki>urine per evidenziare il Polisaccaride C. (soprattutto per i pazienti con meningite). È difficile individuarlo in culture perché richiedere terreni arricchiti con sangue e ha richieste nutrizionali notevoli. Basta una mezza dose di antibiotico per avere un risultato negativo. Può essere identificato grazie al fatto che il batterio viene rapidamente lisato quando le autolisine sono attivate dopo l<nowiki>'</nowiki>esposizione alla bile. (Le autolisine sono idrolasi del peptidoglicano normalmente inattive, ma possono essere attivate lisando i batteri con conseguente rilascio dei fattori intracellulari di virulenza). Inoltre può essere confermato dalla '''reazione di Quellung''' (rigonfiamento): i batteri vengono mescolati con una serie di anticorpi, e un aumento di rifrangenza intorno ai batteri indica la presenza del ''S.pneumoniae''. Inoltre è sensibile all<nowiki>'</nowiki>optochina. Come antibiotico si usa il fluorochilonone o la vancomicina associata a ceftriaxone.
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Tecnologia di taglio al plasma
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La tecnologia al plasma nasce da una modifica al funzionamento della saldatura TIG, e si diffonde con la denominazione PAC (Plasma Arc Cutting) per il taglio grossolano di lamiere metalliche anche di grande spessore a costi convenienti. In seguito ad un processo di perfezionamento e miglioramento della qualità durato dagli anni '50 agli anni '90, si approderà alle torce HDP (High Definition Plasma) in grado di avvicinarsi alla qualità delle lavorazioni laser a prezzi concorrenziali. Il sistema dunque si concentra principalmente sulle operazioni di taglio e saldatura, permettendo alte intensità energetiche in particolare per materiali conduttori.
==Tecnologia al plasma, funzionamento generale==
Un sistema di taglio al plasma è composto fondamentalmente da una testa di taglio (''torcia'') composta da un ''ugello'' al cui interno è posto un ''elettrodo'', da un circuito elettrico ed uno di gas in pressione. Tra l'elettrodo e l'ugello (''arco non-trasferito'') o più comunemente tra l'elettrodo e lo stesso pezzo da lavorare (''arco trasferito'') si impone una differenza di potenziale che innesca la ionizzazione del gas che fluisce nell'ugello e il passaggio di corrente tramite un arco auto-sostenuto che trasferisce energia termica al gas. Il gas ionizza e, in stato di plasma, si proietta sul pezzo da lavorare cedendogli calore.
Il '''plasma''' è uno stato aeriforme della materia complessivamente neutro in cui gli atomi sono ionizzati in particelle positive (H+) e negative (e-). Lo stato di plasma è ottenibile tramite riscaldamento, radiazione elettromagnetica o per sottoposizione ad un campo elettrico intenso.
Per ionizzare un gas tramite un campo elettrico è necessario raggiungere il fenomeno della '''rottura del dielettrico''', che si verifica quando un isolante come l'aria (in condizioni ambiente) viene sottoposto ad una differenza di potenziale tale da ionizzare il gas e renderlo conduttore.
Il fenomeno del '''nozzle-clogging''' permette di distinguere all'interno di un fascio di plasma due zone, una molto calda e conduttiva interna, ed una tubolare esterna in cui fluisce gas più freddo e denso, che è capace di costringere il flusso interno in una piccola sezione, accelerando il plasma centrale fino all'impatto con il pezzo da lavorare.
==Evoluzione storica della tecnologia==
Ecco una tabella che rappresenta la cronologia della tecnologia delle torce plasma verso le attuali soluzioni HDP, caratterizzate da flussi precisi e concentrati.
{| class="wikitable"
|-
! Denominazione !! Vantaggi e soluzioni !! Svantaggi e problemi !! Ugello !! Gas !! Elettrodo
|-
|TIG || Semplice saldatura a gas inerte || Non taglia || No convergente || Inerte, argon || Tungsteno
|-
|PAC || Nozzle-clogging || Arrotondamento dell spigolo superiore e bave sullo spigolo inferiore || Semplice, in rame || Inerte || Tungsteno
|-
|''Torcia Dry'' || Restrizione e allungamento dell'ugello con innalzamento temperature, minore distanza stand-off || Doppio arco in serie, problemi di smaltimento calore || Semplice, in rame || Inerte || Tungsteno
|-
|Torcia ''Dual Flow'' || Doppio gas: gas plasma e gas d'assistenza protettivo e refrigerante, cappuccio protettivo || Talvolta doppio arco, qualità bassa || Con cappuccio ceramico, ugello in rame || Inerte || Tungsteno
|-
|Torcia Dual Flow ad aria || Aria come gas di plasma (ossitaglio), reazione esotermica: incremento di potenza e velocità di avanzamento || Erosione dell'elettrodo in tungsteno, talvolta doppio arco || Con cappuccio ceramico, ugello in rame || Inerte || Tungsteno, poi Afnio-Zirconio
|-
|A iniezione radiale d'acqua|| Iniezione radiale d'acqua per raffreddamento e concentrazione del flusso|| Minore energia, talvolta doppio arco || Con cappuccio, ugello in rame || Inerte || Afnio-Zirconio
|-
|Torcia ''High Flow Vortex Nozzle'' || Effetto vortice con anello diffusore (''swirl ring''), ''Shield Technology'' (guscio in lava) con minore distanza di stand-off|| Inclinazione degli spigoli || Salto di qualità e precisione, guscio in lava, cappuccio ceramico e ugello in rame, concentricità dei componenti, longlife technology || Inerte e/o aria o ossigeno || Afnio-Zirconio ricoperto di argento
|}
*Problema del ''doppio arco'': questo problema si evidenzia quando la resistenza ohmica del percorso elettrodo-plasma-ugello-plasma-pezzo è minore di quella del percorso elettrodo-plasma-pezzo e dunque nascono due archi in serie che passano per la parete dell'ugello, con conseguente usura dell'ugello e deterioramento della qualità e precisione della lavorazione.
*L' ''effetto vortice'' comporta una diminuzione di pressione al centro del ciclone, dove di conseguenza si concentra la frazione del plasma più calda e leggera.
*L' ''iniezione radiale d'acqua'' comporta la rapida espansione dell'acqua in evaporazione che costringe ulteriormente il flusso plasma in una sezione minore, sebbene assorba una porzione di energia termica.
*L'''anello diffusore'' (''swirl ring'') direziona il flusso di gas attorno all'elettrodo in maniera vorticosa.
*La tecnica ''Longlife Oxigen Consumable Technology'' permette una maggiore vita dell'elettrodo, sottoponendolo a minori stress termo-meccanici. Fondamentalmente il sistema modula la portata di gas e la corrente elettrica imposta in modo da limitare gli shock termici di accensione e spegnimento: essa all'accensione attiva gradualmente in anticipo la portata di gas e in seguito la corrente, mentre allo spegnimento disattiva in anticipo gradualmente la portata di gas ed in ritardo la corrente elettrica.
*L' ''usura dell'elettrodo'' è un fenomeno che per gli elettrodi in afnio-zirconio consiste principalmente nella fusione della punta dell'elettrodo e nella dispersione di materiale trasportato dal plasma. Per questo problema una buona soluzione è lun rivestimento in argento che, seppur bassofondente, ricopre in stato liquido l'afnio-zirconio contenendolo. Per quanto riguarda gli elettrodi in tungsteno (dotati di temperatura di fusione più alta)
===Taglio in immersione===
Il taglio al plasma in immersione è una variante che permette di ridurre rumore, fumi, polveri e radiazioni luminose anche UV, nonché di refrigerare facilmente la testa. L'immersione avviene in acqua, solitamente ad una profondità di 75mm. Tuttavia bisogna gestire la formazione di bolle di H2 e la minore velocità di avanzamento possibile.
==Fasi del funzionamento del taglio==
*Innesco: l'innesco della torcia avviene tramite un ''arco pilota'' prodotto dalla console ad alta frequenza (attorno ai 2 MHz). L'arco si innesca sempre tra elettrodo e ugello in rame, poi nel caso di arco trasferito viene diretto verso il pezzo. In ogni caso normalmente la consol ad alta frequenza viene disattivata e la lavorazione è sostenuta dal generatore in corrente continua.
*:La lavorazione viene tipicamente iniziata da un bordo o da un pre-foro, soprattutto in caso di alti spessori. Altrimenti è necessario un tempo in cui a testa ferma avviene lo ''sfondamento'' della lamiera.
*Taglio in crociera:
**Fusione superficiale ed eventuale vaporizzazione
**Il materiale fuso viene sospinto in profondità dal plasma
**Si innesca la reazione esotermica ferro-ossigeno che libera potenza termica
**La fusione raggiunge l'altra superficie e il materiale viene soffiato via dal flusso di gas
Nella fase di attraversamento della lamiera il plasma perde progressivamente energia, producendo un ''arrotondamento'' sugli spigoli superiori ma un' ''inclinazione'' convergente delle pareti e ''bave dure'' da risolidificazione sullo spigolo inferiore. Tuttavia la qualità può essere incrementata fino ad eliminare questi ''difetti''.
==Parametri caratteristici==
Le condizioni estreme delle teste al plasma sono caratterizzate da temperature del plasma fino a 20-30'000 °C (ma ben più basse sul materiale della torcia 3000°C), velocità del gas ben superiori a quella del suono, pressioni di qualche MPa.
Ci sono tre categorie di parametri, tutti tendenzialmente correlati tra loro:
*elettrici
*legati al gas
*meccanici
Tra i parametri elettrici abbiamo la tensione V e la corrente I (di conseguenza P = I V ): per il taglio ad arco trasferito, la tensione tra elettrodo e pezzo è direttamente proporzionale alla distanza di stand-off, per questo motivo il posizionamento verticale della testa è controllato automaticamente al fine di mantenere costante la tensione. È inoltre ottimale da tutti i punti di vista ridurre la tensione e dunque la distanza di stad-off.
In base alla tensione fissata, la corrente dipende dalla potenza necessaria da erogare per tagliare un dato spessore e dalla velocità di avanzamento voluta, nonché da parametri di qualità del taglio.
I parametri legati al gas invece consistono nella pressione del gas e nella scelta del gas plasma e del gas di assistenza. La pressione e la portata dipendono dalla viscosità del materiale fuso e dalla necessità di eliminare le bave, mentre la tipologia di gas dipende dal materiale da tagliare e dallo spessore (per alti spessori e materiali altofondenti è possibile usare ossigeno puro o idrogeno come gas reattivo).
I parametri meccanici includono la geometria della testa e soprattutto la velocità di avanzamento, che è proporzionale alla corrente imposta ed inversamente proporzionale allo spessore da tagliare.
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Rotolini ai funghi porcini
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Avemundi
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Correzioni formali
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I '''Rotolini ai Funghi Porcini''' sono fette di prosciutto cotto imbottite con i funghi porcini.
== Informazioni generali ==
=== Porcino ===
[[File:Boletus edulis (Tillegem).jpg|thumb|upright=1.6|''Boletus edulis'']]
"'''Porcino'''" è il nome comune di alcune specie di funghi del genere Boletus, spesso attribuito, anche come denominazione merceologica, a quattro specie di boleti (la sezione Edules del genere ''Boletus'') facenti capo al ''Boletus edulis'' ed aventi caratteristiche morfologiche e organolettiche vagamente simili.
Qualche micologo è arrivato a farne dodici specie diverse, discriminando a seconda degli ambienti di nascita, gli alberi simbionti, i caratteri microscopici e macroscopici (forma, colorazione e proporzioni del corpo fruttifero).
Ma le specie codificate dalla micologia corrente e che gli esperti sono in grado di riconoscere a prima vista per le loro caratteristiche esteriori chiaramente diverse, sono quattro:
* '''Boletus edulis''', Bulliard: Fries<br />Nomi popolari: brisa, bastardo, fungo di macchia, moccicone, settembrino
* '''Boletus aereus''', Bulliard: Fries<br />Nomi popolari: bronzino, fungo nero, fungo di scopa, moreccio, scopino, reale (Sardegna)
* '''Boletus aestivalis''' (ex reticulatus), (Paulet) Fries<br />Nomi popolari: ceppatello, estatino, fungo bianco, stataiolo, porcino d'estate
* '''Boletus pinophilus''' (ex pinicola), Pilát & Dermek<br />Nomi popolari: capo rosso, fungo da freddo, porcino dei pini.
==== Descrizione ====
Si trova soprattutto nei boschi di querce e di castagno della pianura, e nelle faggete e abetaie di alta montagna. Si tratta di funghi simbionti, gregari, che possono svilupparsi in gruppi di molti esemplari.
Gli antichi Romani chiamavano questi funghi Suillus per il loro aspetto generalmente tozzo e massiccio, ed il termine porcino ne è l'esatta traduzione. Possono raggiungere facilmente grandi dimensioni: sono frequenti ritrovamenti di esemplari di peso superiore a uno o due chilogrammi.
==== Caratteri comuni ====
===== Cappello =====
Emisferico da giovane, spesso, carnoso, col margine chiuso sul gambo, poi spianato e infine con i lobi rialzati. Carne dapprima soda, poi molle, bianca.
* ''Dimensioni'': larghezza mm. 50-250(350), spessore mm. 30-70(100).
===== Imenio =====
Tubuli lunghi, pori piccoli. In gioventù bianchi, poi gialli e infine verde oliva.
===== Spore =====
Brunastre oppure oliva.
===== Gambo =====
Robusto carnoso, dapprima tozzo, poi slanciato, spesso ingrossato alla base.<br />
Da bianco a color beige. Con reticolo più o meno esteso, dapprima chiaro, poi tendente ad assumere le tonalità di colore del cappello.
===== Commestibilità =====
[[Immagine:Foodlogo.png|40px]]<br />
'''Eccellente'''.<br />
Alcuni fanno distinzioni a seconda del profumo o della consistenza della carne. Nel complesso però le differenze sono minime.<br />
In generale si può dire che ''B. aereus'' e ''B. aestivalis'' hanno gusto e profumo più marcati, ma carne meno soda.
Mentre ''B. edulis'' e ''B. pinophilus'' sono meno saporiti ma più sodi e quindi molto adatti per la conservazione sott'olio.
==== Caratteri distintivi ====
===== Cuticola =====
* '''Edulis''' - Cerosa, spesso grinzosa, a tempo umido (molto) viscosa (da cui moccicone), eccedente il cappello stesso con un sottile margine chiaro. Colore da bianchiccio a citrino a marrone anche molto scuro, quasi nero, talvolta con tonalità rossicce. All'Abetone, in Toscana, si conoscono delle fungaie che producono carpofori con colorazione verdastra (funghi bigini).
* '''Aereus''' - Finemente vellutata, da color ocra (aereus = color del bronzo) a nera. A maturazione grigio-nera, senza o con fiammature ocra.
* '''Aestivalis''' - Leggermente vellutata color nocciola fino a marrone scuro. Anche ocra-rossiccio, da giovane e con tempo umido. Con tempo secco tende a divenire color beige chiaro e a dividersi in areole che lasciano intravedere il bianco della carne sottostante.
* '''Pinophilus''' - Piuttosto umida, grinzosa da giovane. Colore rosso granata o cuoio. In età giovanile il bordo del cappello è cosparso di una finissima pruina biancastra che può, combinata col colore rossiccio del fondo, assumere tonalità azzurro-verdastre.
===== Carne =====
Bianca ed immutabile.
* '''Edulis''' - Con uno strato color rosa-violaceo più o meno spesso sotto la cuticola.
** '''Odore''': grato.
** '''Sapore''': dolciastro.
* '''Aereus'''
** '''Odore''': gradevole.
** '''Sapore''': dolciastro.
* '''Aestivalis''' - Talvolta di colore giallo chiaro nello strato a contatto coi tubuli. Facilmente attaccata da larve di insetti, soprattutto con tempo asciutto.
** '''Odore''': molto intenso.
** '''Sapore''': dolciastro.
* '''Pinophilus''' - Sottile strato rossastro sotto la cuticola.
** '''Odore''': un po' acuto, caratteristico.
** '''Sapore''': dolce ma che risente dell'odore.
===== Habitat =====
* '''Boletus edulis''' - Ubiquitario. Tipico delle foreste di [[abete bianco|abeti bianchi]] e di [[abete rosso|abeti rossi]], delle faggete ed in molte zone anche del castagno. Al Nord nasce anche sotto pini e betulle. Con stagione favorevole la nascita inizia verso la metà di luglio e può prolungarsi fino a novembre inoltrato o fino alla comparsa dei primi freddi.
* '''Boletus aereus''' - Simbionte delle latifoglie di ambiente mediterraneo, castagni, querce varie, compresi cerri, lecci e sughere, soprattutto con sottobosco di scopa. Può apparire alla metà di giugno ma è tipico della tarda estate e dell'autunno.
* '''Boletus aestivalis''' - Nasce sotto latifoglie (querce, castagni, faggi) e nelle annate favorevoli anche sotto abeti. Spesso i primi esemplari si trovano alla metà di maggio. Gli ultimi agli inizi di novembre, nelle stazioni collinari o di pianura delle zone calde del Sud e verso il mare.
* '''Boletus pinophilus''' - Nasce sotto faggi, castagni e abeti. Al Nord anche sotto pini (da cui il nome). Predilige il sottobosco di mirtillo ma non disdegna altri ambienti (alcune zone del Pratomagno, in Toscana, ne sono ricche pur essendo del tutto assente il mirtillo). Fa la sua prima comparsa in tarda primavera e in condizioni favorevoli può nascere in alta quota per tutta l'estate fino ai primi di novembre.
==== Funghi velenosi simili ====
I porcini non sono confondibili con altri funghi. Le loro forme, proporzioni e colori non lasciano adito a dubbi. Comunque, per evitare intossicazioni (non gravi, nel campo dei boleti, ma comunque molto spiacevoli), occorre controllare che la carne sia bianca e non cambi colore al taglio (viraggio). Quindi, se siamo in presenza di un boleto che vira di colore (solitamente al rossastro, al blu o al verde, più o meno carichi) o ha il gambo giallo o rosso, possiamo essere certi che non si tratta di un Porcino, ma di un'altra specie del genere ''Boletus''.
Il fatto che la carne sia "virante" non significa per altro che il Boleto in questione non possa essere commestibile (ad esempio il ''Boletus erythropus'', la cui carne vira con grande rapidità al '''verde/blu''' ma che è commestibile).
Non è il caso del ''Boletus satanas'' (vedi foto), chiamato volgarmente "porcino malefico", l'unico boleto che può dare intossicazioni di una certa gravità. Possiede cappello e gambo molto grossi e compatti. Il colore della cuticola è biancastro, i pori rossi (occasionalmente giallastri), il gambo rosso con l'apice giallo; la carne è gialla e alla frattura vira al bluastro. Raggiunge le dimensioni massime dei boleti ma ha il gambo più tozzo per cui è ancora più massiccio e pesante dei normali porcini. Nasce in boschi di latifoglie, con preferenza per le posizioni asciutte, nella tarda estate.
Un altro boleto non commestibile è il ''Boletus calopus'', con carne virante e di sapore molto amaro, di sospetta tossicità, che si distingue però facilmente per la presenza di pori gialli e per via del gambo che è meno obeso di quello del B. satanas.
Il più insidioso tra i falsi porcini è il ''Tylopilus felleus'' (fam. Boletaceae), di dimensioni mediamente più piccole. Si tratta di un fungo amarissimo, che si distingue dai porcini sia per i pori che, nel fungo maturo, da bianchi diventano rosati e poi nerastri, sia soprattutto per l'ampio reticolo a maglie larghe ben visibile sul gambo.
== Ricetta ==
=== Ingredienti ===
Per 6 persone:
* 6 fette di prosciutto cotto tagliate spesse
* 300 g di funghi porcini freschi
* 1 spicchio d'aglio
* Prezzemolo
* 2 cucchiai d'olio d'oliva
* Sale q.b. (q.b. abbreviazione di "quanto basta")
* 2 cucchiai di besciamella
=== Preparazione ===
# Pulire, lavare e tagliare a dadini i funghi porcini.
# Porre sul fuoco una casseruola con olio, aglio e prezzemolo tritato, aggiungere i funghi, salare e cuocere a fuoco vivace per 7/8 minuti.
# Mettere un cucchiaio di funghi su ogni fetta di prosciutto.
# Arrotolare le fette di prosciutto e porle in una pirofila imburrata.
# Ricoprire di besciamella e porre in forno a 180 gradi finché non saranno gratinati.
# Servire caldi.
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Il tessuto connettivo (superiori)
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Il '''tessuto connettivo''' è costituito da cellule con struttura ed attività analoghe tra loro. Ha la funzione di collegare tra loro i tessuti dando consistenza e sostegno agli organi. Le cellule che lo compongono sono di varia natura ognuna con un compito specifico da svolgere che è diverso in relazione al luogo in cui si trovano; Questo tessuto si divide in varie tipologie in base alle funzioni delle cellule correlate e alla loro forma, ovvero alla loro morfologia.
In genere il tessuto connettivo è formato da cellule immerse in un'abbondante matrice extra cellulare. Questa la matrice extra-cellulare è la rete organizzata di materiali extra-cellulari presente nelle vicinanze della membrana plasmatica e ha un ruolo chiave nel determinare la forma o l’attività di una cellula. È principalmente formata da collagene, un'importante proteina del tessuto connettivo. La matrice extra-cellulare è una sostanza che si presenta in forma liquida, gelatinosa o solida in base alla funzione del tessuto. Oltre alla proteina più importante, la matrice è formata anche da una parte di fibre immerse nella sostanza amorfa, ovvero una sostanza gelatinosa costituita principalmente da carboidrati.
== Tipi di tessuto connettivo ==
==== Lasso ====
Il tessuto connettivo '''lasso''' ha una matrice costituita da una trama larga di fibre e una struttura leggera, ricca di vasi e dotti linfatici. Questa struttura deve essere facilmente penetrabile per permettere il trasporto di sostanze utili all’organismo e di difesa dalle aggressioni virali o batteriche. La sua funzione principale è di collegare e tenere uniti i vari tessuti del corpo e organi. È il più diffuso tra i vari tipi di tessuto connettivo.
[[File:fibroso.jpg|right|150px|thumb| Il tessuto connettivo fibroso (LM5-40x)]]<br />
<br />
==== Fibroso ====
Il tessuto connettivo '''fibroso''' (o denso) è costituito da una matrice avente dei fasci paralleli di fibre di collagene, compatti fra loro, in modo da renderne una struttura molto resistente e poco elastica. Esso ha la funzione di contenimento, di sostegno o, come nella cute, di una vera e propria barriera. Questo tessuto fibroso forma i tendini e i legamenti; i primi uniscono i muscoli alle ossa mentre gli altri collegano le ossa fra loro.
<br />
==== Adiposo ====
[[File:adiposo.jpg|right|200px|thumb|Il tessuto connettivo adiposo (LM5-40x)]]
Il tessuto connettivo '''adiposo''' è costituito da cellule chiamate adipociti; Queste sono cellule particolarmente specializzate all'accumulo di grassi, che immagazzinano all'interno di grandi gocce lipidiche occupanti gran parte del volume cellulare;per far spazio a questi accumuli adiposi, il citoplasma degli adipociti viene stratificato contro le pareti cellulari, dove si trovano ammassati anche gli altri organuli, come nucleo e ribosomi. Questo tessuto è presente in gran quantità nell’ipoderma. Ci sono due principali tipologie di tessuto adiposo: tessuto adiposo bianco e tessuto adiposo bruno. Il primo di colore giallognolo (a causa dei carotenoidi, pigmenti vegetali con il compito di catturare la luce non assorbita dalla clorifilla e quella in eccesso). Il tessuto adiposo bianco ha diverse funzioni : occupa interstizi, riveste i nervi, i vasi ed i muscoli foderandoli. Riempie alcuni interstizi del midollo osseo, isola dal freddo in quanto il grasso non conduce calore,coinvolto nella fertilità umana, regolatore nei processi di coagulazione del sangue. Il secondo a differenza del primo è formato da tante gocce lipidiche e non solo una come nel tessuto adiposo bianco ed è presente negli animali che vanno in letargo mentre è scarso nell’uomo. Il tessuto adiposo bruno ha esclusivamente la funzione di produrre calore. Gli adipociti e il tessuto adiposo in genere sono importanti anche per la protezione dell'organismo dalle rigide temperature ambientali (effetto isolante), e dai traumi esterni.
<br />
<br />
<br />
<br />
==== Cartilagineo ====
Il tessuto connettivo '''cartilagineo''' è costituito da una grande quantità di fibre di collagene immerse in una sostanza gommosa che circondo delle cellule, i condroblasti e i condrociti. Esso forma una sorta di materiale scheletrico, molto resistente ma flessibile. La cartilagine essendo l’unico tessuto connettivo sprovvisto di vasi sanguigni, il suo nutrimento è affidato alla permeabilità della matrice extra-cellulare. Essa circonda l’estremità delle ossa, dove forma una superificie che assorbe shock e urti; dà inoltre sostegno al naso e ai padiglioni auricolari, costituendo dischi posti tra le vertebre, che proteggono la colonna vertebrale.
<br />
<br />
==== Osseo ====
Il tessuto connettivo '''Osseo''' è una forma specializzata di tessuto connettivo, caratterizzata dalla mineralizzazione della matrice extra-cellulare che conferisce al tessuto una notevole durezza e resistenza. Il tessuto osseo forma le ossa, che concorrono a costituire lo scheletro dei vertebrati, svolgendo una funzione di sostegno del corpo, di protezione degli organi vitali (come nel caso della cassa toracica) e permettendo, insieme ai muscoli, il movimento. Nell'osso si distingue una parte esterna compatta e una interna costituita da un tessuto spugnoso, dalla caratteristica struttura trabecolare, leggera ma in grado di resistere a tensioni molto elevate.
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<br />
==== Ematico ====
[[File:Sangue.jpg|200px|thumb|Il tessuto ematico, si notano i leuciti con un colore violaceo]]
Il tessuto connettivo '''ematico''' è costituito da una matrice extra-cellulare chiamata plasma. Questa è una soluzione acquosa in cui sono disciolti sali e proteine. Essa è formato anche da una parte corpuscolata costituita da cellule connettivali che sono gli eritrociti, leucociti e piastrine. Gli eritrociti conosciuti come globuli rossi, sono piccole cellule ricche di emoglobina che conferisce loro il colore rosso e la loro principale funzione è quella di catturare l’ossigeno nei polmoni e veicolarlo ai vari tessuti. I leucociti invece sono conosciuti come i globuli bianchi e sono delle cellule con un nucleo ben evidente che nel sangue hanno una forma arrotondata, mentre nel connettivo assumono un aspetto ameboide. Le piastrine sono piccoli corpuscoli di forma rotondeggiante o vagamente allungata, privi di nucleo, hanno origine nel midollo osseo e sono essenziali per limitare le emorragie. Le funzioni principali del sangue sono il trasporto di sostanze tra vari distretti corporei, la difesa immunitaria e veicolare l’ossigeno alle singole cellule che formano i tessuti. Oltre al tessuto connettivo ematico è presente anche quello linfoide. Le cellule che compongono questo tessuto sono dette linfociti e sono sostenute da una fitta rete connettivale. Esse sono generate in organi detti organi linfoidi primari e si spostano nei diversi distretti corporei mediante la circolazione sanguifera e linfatica. Inoltre possono trovarsi nel contesto di svariati tipi di tessuto connettivo e a differenza degli altri tessuti connettivi hanno la funzione di difendere l’organismo dall’attacco dei più disparati agenti patogeni.
<br />
= Galleria =
<gallery>
File:Adiposo.jpg|Tessuto connettivo adiposo
File:Fibroso.jpg|Tessuto connettivo fibroso
File:Osseo.jpg|Tessuto connettivo osseo
File:Cartilagine.jpg|Tessuto connettivo cartilagineo
File:Sangue.jpg|Tessuto connettivo ematico
</gallery>
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Regole generiche sulle Archiviazioni in ufficio
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{{risorsa|tipo=lezione|materia1=Archiviazioni in ufficio|avanzamento=100%}}
Prima di iniziare ad illustrare un '''metodo di archiviazione''' tra i più diffusi, bisogna ripetere che comunque '''ogni sua regola è flessibile''', in quanto ciascuno deve adattarla ai propri bisogni, alle circostanze in cui deve operare.
Ogni azienda ha delle '''necessità specifiche''', sia per il tipo di attività che svolge, sia per il numero degli addetti, sia anche per le richieste che vengono poste dai dirigenti.<br/>Non dobbiamo infatti dimenticare che non tutti i dirigenti vedono le cose allo stesso modo.<br/>C’è ad esempio chi imposta tutto il lavoro sulla statistica, e in questo caso un archivio deve essere organizzato in modo da agevolare le ricerche statistiche. C’è poi il capo che pone alla base del proprio operato un budget che riflette entrate e uscite dei brevi periodi, per cui bisognerà tenerne conto nell’archiviazione. Anche quando il dirigente si fida prevalentemente del proprio sesto senso negli affari, un buon impiegato deve tenere pronte alla mano delle carte per confutare o confermare certe previsioni.
Per poter far fronte a tutte queste - e a moltissime altre - variabili, la regola principale è quella della precisione. Se un metodo è magari un po’ originale, basta che venga applicato sempre nello stesso modo e comunque con precisione, per risultare utilissimo in ogni circostanza.
==L'ambiente==
A parte il fatto determinante della disponibilità di spazio, l’archivio ottimale dovrebbe trovarsi in una o più '''camere''' separate dagli uffici operativi, ma vicinissimo ad essi.<br/>Dovrebbe essere luminoso e gli '''armadi''' dovrebbero essere disposti in modo tale da poter essere raggiunti senza difficoltà. Così pure eventuali scaffali a giorno non dovrebbero contenere documenti in doppia fila. Cosa che sembrerebbe superfluo esigere, ma purtroppo non si ottiene quasi mai, gli archivi dovrebbero essere tenuti puliti; non che la donna delle pulizie debba passare con l’aspirapolvere ogni giorno come nel reparto operativo, ma almeno una volta al mese sì.
<br/>Alcuni degli armadi dovrebbero potersi chiudere a chiave, ma - per strano che sembri - non con chiusure della massima sicurezza. Questo perché in caso di incursioni di ladri possano venir aperti ma non danneggiati: un ladro che si trova davanti ad una cassaforte viene oltremodo tentato di aprirla con ogni mezzo, ma solitamente non ha motivo di rubare semplici documenti di archivio. La chiave su un armadio serve in effetti solo al personale, affinché le nuove leve e le persone comunque inesperte non vadano a far disordine tra le carte di una qualche importanza. Così, dovendo richiedere la chiave all’addetto, questa gente non si trova mai lontano dall’occhio vigile dell’archivista.<br/>Oltre a ciò, l’archivio dovrebbe contenere almeno una grande [[w:scrivania|scrivania]] con relativa sedia, l’occorrente per prendere appunti e l’occorrente per archiviare le carte (perforatori, pennarelli, timbri ove richiesto, ecc.).
==I mezzi==
Sono in pratica i contenitori degli archivi, cioè '''raccoglitori''', cartelle, buste e scatole, e comprensibilmente, quando si decide sull’acquisto di questi accessori, è tutto una questione di gusti, e alle volte anche di costi.
In quanto ai raccoglitori, c’è chi preferisce quelli classici (dal dorso largo 6–10 cm), tutti eguali, e c’è chi opta per una soluzione più variopinta e differenziata, perché così la ricerca viene aiutata dalle varie forme e dai colori diversi dei contenitori.
<br/>Comunque sia, la scelta va fatta con '''criteri di praticità''', per cui va data la precedenza a quei raccoglitori che risultano più maneggiabili e che salvaguardano l’integrità dei documenti.
<br/>È da tenere presente che i raccoglitori che non possiedono un '''fermo''' (il ferretto che tiene le carte ferme nella posizione corretta) non sono raccoglitori “verticali”, cioè non li si può mettere in fila sullo scaffale come si mettono i libri, perché i documenti non fermati si piegherebbero e finirebbero per strapparsi. Questi raccoglitori sono fatti per stare orizzontalmente, cioè con la copertina sulla scrivania, per cui non sono adatti per l’archivio, ma per un uso corrente di consultazione e trasporto.
<br/>La stessa cosa possiamo dire per i classici raccoglitori '''a falda''' che, sebbene possano agevolmente contenere tutti i tipi di documenti proprio perché trattenuti dalle falde e dall’elastico, non hanno però il “dorso” sul quale annotarne il contenuto. Solo negli ultimi anni sono stati messi in commercio dei raccoglitori a falda con dorso di un paio di centimetri e si sono dimostrati molto utili non solo per il trasporto di documenti, ma anche per una corretta archiviazione degli stessi. Il solo difetto di questi raccoglitori è il loro prezzo, dal momento che costano circa quanto un raccoglitore classico ma contengono circa un quarto delle carte che quest’ultimo può comprendere. In archiviazione vengono usati perlopiù quando si deve raggruppare pochi documenti che non devono venir mischiati con altri, e dei quali non si prevede un incremento nemmeno con il passare degli anni.
Ci sono però dei documenti che non sono del formato [[w: DIN A4|A4]] sopra previsto, e che non è possibile costringere nei raccoglitori classici. Non stiamo parlando di fogli leggermente più grandi che si possono eventualmente piegare (certe fatture ad esempio), ma dei tabulati di formato largo che ancora si usano in certe contabilità. È vero che la maggior parte dei contabili oggi opta per la scrittura “stretta” che permette di stampare su normale carta A4, ma non è certo una regola.
<br/>Ci sono ancora moltissimi operatori che preferiscono le “lenzuola” come vanno scherzosamente chiamati i fogli larghi (praticamente un [[w:DIN A3|A3]]), sia per abitudine che per avere spazio dove annotare le correzioni sulle stampe di prova. Comunque sia, l’archivista non può decidere in merito, deve solo archiviare queste carte nel modo più corretto possibile. Visto che si tratta di documenti ufficiali di contabilità (libro giornale ad esempio), sarà bene usare i raccoglitori della forma adatta, cioè alti come gli altri, ma profondi (o larghi) il doppio, affinché i documenti non si stropiccino. Dato però che questi raccoglitori sono molto scomodi e prendono tanto spazio, sarà bene riservarli solo per i documenti importanti, non per eventuali stampe di prova o per gli archivi di uso corrente.
Le aziende che archiviano alcuni documenti raggruppandoli in '''fascicoli''', ad esempio i Clienti nell’archiviazione specifica (meglio illustrata più avanti), hanno bisogno di grandi '''faldoni''' in cui contenere questi fascicoli. I faldoni sono cartelle dalla copertina rigida e senza schienale (o con schienale floscio), e si chiudono con tre lacci. Sono un po’ più grandi delle altre cartelle, appunto perché le devono contenere. Non sono molto pratici, in quanto lo schienale floscio e la chiusura a lacci non agevolano una forma compatta, “a cubo”, dell’insieme, bensì creano dei blocchi sformati e “a cuneo” che, sovrapposti, rischiano di scivolare, mentre allineati su uno scaffale lasciano fuoriuscire contenuti di piccolo formato. Oggi i faldoni sono largamente sostituiti dalle '''scatole di archivio''' che sono in pratica degli scatoloni in cartone ondulato o pressato, della giusta misura per contenere un raccoglitore o due.
<br/>In effetti, alcune ditte usano queste scatole per archiviare quanto sta in un raccoglitore e usare quest’ultimo per un nuovo anno, ma non è questo il loro impiego migliore. Le scatole infatti prendono lo spazio che prende un raccoglitore, ma non riescono a conservare il suo ordine, perché i documenti vi si trovano alla rinfusa. È vero che i raccoglitori costano di più, ma anche valgono di più. Le scatole sono invece indispensabili quando vanno a sostituire i faldoni, cioè quando contengono i fascicoli di qualche tipo. Sono molto più solide dei faldoni, più squadrate, e - da non sottovalutare - preservano i documenti dalla polvere. Oltre a ciò vi si può incollare un’etichetta, cosa che sullo schienale floscio dei faldoni era praticamente impossibile.
<br/>Quest’etichetta va incollata sul dorso o su un lato, dipende dall’altezza dello scaffale a disposizione, con l’indicazione del contenuto, ad esempio OPERAZIONI 1996 DAL N. 123 AL N. 456 oppure PROGETTI 1996 GEN-APR oppure PENDENZE LEGALI 1992/1993, eccetera.
C’è da dire ancora qualcosa sulle buste interne dei raccoglitori, cioè quei sacchetti di plastica trasparente con il '''“punching”''' (perforatura, una serie di buchi) che ne permette l’inserimento in ogni tipo di raccoglitore. Appena apparse sul mercato queste buste vennero snobbate a causa del costo relativamente alto, ma con il tempo la loro utilità ha sgominato ogni pregiudizio. Sono degli strumenti indispensabili per una corretta archiviazione, ma bisogna servirsene con criterio. A questo punto c’è da osservare infatti che queste buste si trovano in varie misure, dove dobbiamo principalmente considerare l’uso che se ne prevede. La prima distinzione è: la busta servirà per contenere un foglio o tanti fogli? Non è una questione frivola. Le buste della misura esatta A4 contengono perfettamente un foglio solo, e servono quando dobbiamo proteggere certi documenti, sia che non li vogliamo perforare per l’archivio (ad esempio un disegno), sia che si tratti di documenti che vengono tanto maneggiati da stropicciarsi in breve tempo (ad esempio un listino). Ma queste buste non vanno bene se dobbiamo inserirvi più fogli, perché proprio materialmente non ci stanno. Dobbiamo allora servirci delle buste leggermente più larghe, solo di circa un centimetro, ma quanto basta per contenere parecchie carte. Sono queste le buste che servono quando ad esempio, nella cartella di un cliente, si vuole tenere raggruppate, e separate dal resto, le copie delle fatture emesse a suo nome; quando, in un progetto si vogliono tenere distinte le varie fasi; quando, in un qualsiasi insieme, si vogliono tenere presenti alcuni aspetti senza intralciare la routine lavorativa. Nell’archiviazione, mentre le buste strette praticamente non servono, quelle larghe sono un valido aiuto nella sottodivisione nei raccoglitori classici. Bisogna però considerare che, con il tempo, la stampa tende ad attaccarsi alla plastica ed a “smontare” dal documento. Perciò, se prevediamo che un documento dovrà stare in quella busta per parecchio tempo o per sempre, interponiamo tra busta e stampa una velina che ci permetterà comunque di vedere in trasparenza, ma impedirà il deterioramento del documento.
Un ultimo strumento per la corretta archiviazione, ma non certo il meno importante, sono i '''separatori''', cioè i cartoncini che separano i vari gruppi di carte contenuti nello stesso raccoglitore. Sono dei cartoncini un po’ più larghi delle carte che devono tenere separate, in modo da evidenziare subito all’apertura del raccoglitore l’esatto punto da aprire, tipo rubrica telefonica. Sul bordo portano infatti l’indicazione del contenuto che segue, ad esempio un raccoglitore di progetti avrà bisogno di separatori che indicheranno sul bordo il nome di ogni singolo progetto. Alle volte i separatori sono semplici rubriche, cioè cartoncini con sul bordo le lettere dell’alfabeto, e servono perlopiù nelle piccole aziende, per contenere ad esempio tutti i clienti la cui ragione sociale inizia con la stessa lettera. Se ne trovano vari esempi in commercio, ma bisogna dire che proprio per le varie esigenze che una ditta può avere, è senz’altro preferibile ritagliare da un foglio di cartoncino ([[w:cartoncino|bristol]] o prespan) i separatori adatti per ogni circostanza; con un po’ di pratica la cosa è fattibile in poco tempo.
==Le tecniche==
===Aspetto del documento===
La prima caratteristica che deve interessare all’archivista quando riceve un documento è la '''carta''' sulla quale è stato scritto. Questo perché ogni scritta su carta chimica o su carta tecnica sbiadisce col tempo, fino a cancellarsi totalmente in un periodo relativamente breve.
<br/>È il caso dei fax e degli scontrini, come pure di certi lucidi. Archiviarli come stanno non servirebbe a nulla, equivarrebbe a buttarli. Bisogna perciò farne delle '''fotocopie''' e pinzarle sull’originale prima di procedere all’archiviazione. Non guasterà il timbro “Copia conforme all’originale” e la firma dell’addetto.
Vanno fatte fotocopie anche di tutti quei documenti che dovrebbero stare in due o più archivi diversi, ad esempio la formula di un prodotto creato specificatamente per un certo cliente deve essere archiviata tra i Prodotti, ma una copia va messa senz’altro nella cartella del Cliente. In questi casi, l’archivista deve provvedere non solo a fare le fotocopie necessarie, ma soprattutto avere cura che sulle stesse sia chiaramente indicato dove si trovi l’originale.
Non dimentichiamo poi che, per l’archivista, il dato più importante di ogni documento è l’'''intestazione''', perché è in base a questo dato che verrà fatta ogni futura ricerca. Per questo motivo l’intestazione non deve venir coperta da eventuali appunti o allegati che qualcuno ha ritenuto di attaccare al documento.
<br/>Se l’archivista riceve un documento con l’intestazione coperta, è suo dovere staccare attentamente e senza far danni il foglietto (appunto, cedolino, scontrino) e riattaccarlo sullo stesso foglio, ma più in basso dove non coprirà l’intestazione, o eventualmente sul retro dello stesso foglio. La stessa regola deve venir osservata quando il foglio da archiviare è di dimensioni troppo grandi (superiori al formato A4). Prima di riporre questi documenti, ne dobbiamo ripiegare il lato destro e quello inferiore, in modo che rimanga ben visibile l’intestazione. In questo modo sacrifichiamo la possibilità dell’immediata lettura di dati spesso molto importanti, ad esempio in una fattura vanno ripiegati di sotto i prezzi ed il totale ammontare della fattura, ma è questo il modo corretto di riporla.
<br/>Analogamente, se il documento è di grandezza giusta, ma stampato orizzontalmente, non dobbiamo archiviarlo come sta, perché così facendo l’intestazione verrebbe a trovarsi in basso a sinistra o in alto a destra, e in caso di ricerca potremmo passare oltre senza vederla. Queste carte vanno archiviate nel senso della lettura, cioè con l’intestazione in alto a sinistra, e ripiegate a destra. Attenzione anche ai fogli troppo piccoli. Il più piccolo dei formati archiviabili è la metà dell’A4, il cosiddetto memorandum e va archiviato sempre nel senso della lettura, cioè con l’intestazione in alto a sinistra. Ogni foglietto più piccolo di questo (ad esempio uno scontrino) deve essere attaccato con la colla o meglio con la cucitrice su un pezzo di carta bianca formato A4 o almeno memorandum che poi regolarmente viene perforato e riposto. Si usa questo metodo anche con documenti che è meglio non danneggiare con il perforatore, o che sono difficili da perforare, ad esempio campioni di stoffe o altri materiali.
===Ordine di archiviazione===
Tranne pochissime eccezioni, i gruppi di documenti vanno archiviati in ordine numerico o in ordine alfabetico. Nei raccoglitori ordinati per numero (ad esempio quelli contenenti le fatture emesse), il numero 1 sta in fondo, sotto gli altri, in modo che si aprano sull’ultimo documento emesso. Diversamente, in un raccoglitore ordinato alfabeticamente, la lettera A sta di sopra ed è la prima a venir letta.
====Ordine numerico====
Non c’è molto da dire sull’ordinazione per numero, tranne di fare molta attenzione ai numeri che per qualche ragione sono stati inseriti in un secondo tempo, per cui possiamo avere ad esempio 15/bis, oppure 15/a, o anche 15/1. In questo caso la sequenza (e di conseguenza l’ordine di archiviazione) è 14, 15, 15/bis, 15/ter, 16, ecc., oppure 14, 15, 15/a, 15/b, 16, ecc., oppure 14, 15, 15/1, 15/2, 16, ecc. Sembra una raccomandazione superflua, tanto è ovvia, ma nella pratica succede molto spesso che questo ordine venga in qualche modo cambiato, e di conseguenza un “numero bis” non si trova mai.
Altra raccomandazione apparentemente superflua è quella di tenere sempre raccoglitori ben distinti per ogni serie di numeri presenti in azienda. Se ad esempio sono presenti due modi di numerazione delle fatture emesse, dobbiamo per forza gestire due raccoglitori; in questo caso sarà molto utile che i due raccoglitori siano diversi, almeno di diverso colore, e che ogniqualvolta un documento vi viene riposto, si controlli bene di averlo archiviato nel giusto gruppo di appartenenza.
Molte volte poi le fatture vengono numerate non solo con numeri ma con lettere e numeri, ad esempio A00036. In questo caso bisogna innanzitutto sapere a che cosa si riferiscono le lettere. Se, come di norma succede, la lettera indica uno specifico reparto dell’azienda (poniamo A per ingrosso e B per dettaglio), abbiamo due serie di numerazioni che procedono indipendentemente l’una dall’altra. Ma certe aziende mettono delle lettere prima dei numeri per indicare la persona (o il reparto) che ha gestito quell’affare, così A0012 significa che la fattura n. 0012 conclude un affare gestito da Antonio, mentre la B0013 conclude una trattativa di Biagio.
<br/>È un sistema che si può definire perlomeno complicato, ma chi lo usa da anni si trova bene. Ora, la differenza con il caso precedente è enorme, perché qui abbiamo una sola serie di numeri, solo che di volta in volta hanno una diversa lettera davanti. In questo caso l’archiviazione va fatta ignorando le lettere. In sostanza, tutto sta nel distinguere le serie di numerazioni, e archiviare ogni serie autonomamente.
====Ordine alfabetico====
Dato che tutte le aziende prima o poi in qualche modo escono dall’ambito nazionale, bisogna usare l’'''alfabeto''' inglese, quello di 26 lettere, aggiungendo all’alfabeto italiano, nel giusto ordine, le lettere J K W X Y. Se poi una ditta ha dei contatti con aziende dei paesi slavi o scandinavi o altri ancora, dovrà ampliare di conseguenza l’alfabeto in uso. È importante infatti comprendere che se un linguaggio ha avuto il bisogno di creare una lettera, significa che il suo popolo ne ha bisogno e noi dobbiamo rispettare i nostri partner.
<br/>Ad esempio, sarebbe scorretto che un ipotetico sig. Carlo venisse schedato come Karlo; allo stesso modo non è corretto archiviare John sotto Gion...
Tuttavia ordinare per alfabeto non è tanto semplice quanto sembra, proprio perché si tratta quasi sempre di ordinare '''nomi propri'''.
<br/>Prendiamo l’esempio più classico, un archivio di Clienti o Fornitori, dove le parole che dobbiamo mettere in ordine alfabetico sono le intestazioni delle aziende. Il signor Andrea Rossi gestisce una cartoleria; può intestare la sua carta ANDREA ROSSI oppure ROSSI ANDREA oppure CARTOLERIA di A. ROSSI o altro ancora. L’energia elettrica ci viene fornita dalla ENEL o E.N.E.L. o ENTE NAZIONALE PER L'ENERGIA ELETTRICA, eccetera. Abbiamo un cliente OASI VERDE ed un altro L’OASI VERDE, uno con la carta intestata 4 NOVEMBRE ed un altro che si chiama QUATTRO SORELLE. Una multinazionale emette una fattura con il proprio nome ed un’altra a nome della filiale italiana. Un’azienda cambia ragione sociale. E cosi via, le possibilità di dubbio sono tante.
Una delle regole base di ogni relazione d’affari è quella di chiedere subito all’inizio una '''visura camerale''' della controparte, in modo da sapere, tra l’altro, l’esatta denominazione della ditta. Se non si vuole chiedere la visura, bisogna comunque chiedere esplicitamente questo dato, preferibilmente per iscritto. Non dimentichiamo che sugli elenchi richiesti dal Fisco devono essere riportati i nominativi esattamente come risultano dall’iscrizione alla C.C.I.A.A. Ed oltre a ciò è questo l’unico modo per sapere come esattamente tale azienda debba essere schedata.
Distingueremo poi le ditte individuali dalle società. Questo perché le ditte individuali, quando chiamate con nome e cognome, come le persone fisiche, vengono archiviate per cognome. Il sig. Rossi di cui sopra può scrivere sulla carta intestata quello che vuole, noi lo archivieremo sotto la R. Solo se la sua azienda, alla C.C.I.A.A., è denominata CARTOLERIA ROSSI, questo non è più il nome e cognome del proprietario, bensì il “nome” della sua ditta, e viene messo sotto la C. Analogamente, quando una società è denominata ANDREA ROSSI SRL, questo non è più il nome e cognome di una persona, ma il “nome” di un’azienda, e va messo sotto la A. Ecco perché una visura camerale è indispensabile.
In quanto alle denominazioni abbreviate tipo [[w:ENEL|ENEL]], [[w:FIAT|FIAT]], [[w:TIM|TIM]], [[w:UTET|UTET]], è meglio non scrivere le relative parole per esteso, proprio perché si rischierebbe di non individuare subito l’azienda, abituati come siamo al nome “breve”.
<br/>L’unico problema è quello dei punti dopo le singole iniziali (E.N.E.L.) che talune aziende mettono ben in mostra sull’intestazione delle loro fatture, altre invece li omettono. Per il nostro archivio è una cosa senza importanza e possiamo decidere di puntare le iniziali o no, ma dobbiamo fare una regola valida sempre e comunque, e non sgarrare, specialmente se ci serviamo di un computer.
È un problema di computer anche quando dobbiamo archiviare nominativi che iniziano per numero. Di solito infatti i numeri si mettono prima di tutte le lettere, per cui la ditta ufficialmente denominata “4 NOVEMBRE” verrà prima di ANDREA ROSSI SRL. Ma per alcuni programmi di computer la descrizione del nominativo non è un campo alfanumerico, per cui non accetta numeri. Dobbiamo perciò ripiegare sulla descrizione QUATTRO NOVEMBRE e riporre le carte sotto la Q, come già abbiamo fatto per la ditta ufficialmente denominata “QUATTRO SORELLE”. Questa è una prima deroga alla regola che impone l’osservanza della denominazione ufficiale.
La seconda deroga è quella che ci permette di eliminare gli articoli iniziali. Se dovessimo archiviare l’azienda L’OASI VERDE e tante altre che iniziano con l’articolo, sotto la L, avremmo un’infinità di nominativi sotto la L, il che certamente non facilita le eventuali ricerche. Ecco perché ribattezzeremo questa azienda in “OASI VERDE (L’)”
Ho accennato ad una società che alle volte fattura tramite una sua filiale. Qui il criterio è quello della [[w:Partita IVA|Partita Iva]]. Se la Partita Iva è la stessa, l’azienda è una sola e come tale viene trattata anche in archivio. Se invece le Partita Iva sono diverse, si tratta di due aziende, cioè due diversi nominativi e devono venir trattati separatamente.
Lo stesso discorso vale per una ditta che cambia. Se cambia la Partita Iva, si tratta di una nuova azienda ed ha un posto tutto suo nel nostro archivio: Ma se viene cambiata solo la denominazione, e la Partita Iva resta la stessa (cosa peraltro assai improbabile), l’archivio rimane unico e va spostato in toto sotto la nuova denominazione.
===Scritte esterne===
Come ultima operazione prima di riporre un raccoglitore, c’è la '''scritta sul dorso'''. La prima scritta che ogni raccoglitore deve riportare è l’intestazione della ditta, subito nel primo spazio disponibile. Non occorre metterci i vari indirizzi e tutte quelle informazioni che vengono riportate sulla carta intestata. Basta la denominazione, ad esempio ROSSI S.R.L. oppure OFFICINE BENEDETTO S.N.C. oppure ALIMENTARI GIORGIO (senza aggiungere “di Giorgio Rossi”).
Più sotto, centrata nell’altezza del raccoglitore, viene messa la scritta che ne indichi chiaramente il contenuto in modo comprensibile a tutti, che sia concisa ed a caratteri grandi e netti. Una volta nelle scuole di ragioneria si imparava anche la calligrafia, proprio per imparare delle tecniche di titolazione. Ora, con l’aiuto del computer si possono fare delle scritte veramente chiare e belle con pochissimo sforzo. Basta tenere presenti alcune piccole regole che cercherò di riassumere in poche parole.
<br/>Intanto cerchiamo di usare meno parole possibili, quattro sono già troppe. Se necessario possiamo usare un sottotitolo, ma solo quando non se ne può fare a meno (ad esempio, sul raccoglitore CLIENTI potremmo avere un sottotitolo A - M per differenziarlo dal raccoglitore CLIENTI con il sottotitolo N - Z). Per quanto possibile usiamo sempre la stessa altezza di carattere per i titoli, un po’ minore per i sottotitoli; il fatto che la parola “clienti” sia più breve della parola “fornitori” non ci autorizza a fare la scritta CLIENTI con caratteri più grandi. Non usiamo scritture stravaganti ed artistiche, scegliamo un font classico, marcato e ben visibile a distanza. E sempre lo stesso per tutti i raccoglitori. Non dobbiamo dimenticare che i titoli sui dorsi dei raccoglitori servono a noi ed ai nostri colleghi per trovare le carte, ma sono anche uno specchio della nostra precisione.
Sul dorso di un raccoglitore, di solito in basso, deve essere anche indicato il periodo a cui l’archivio si riferisce, di solito l’anno. È preferibile infatti che ogni anno contabile abbia i suoi raccoglitori, ma non è indispensabile. Alle volte un raccoglitore può servire anche per dieci anni, se contiene documentazione che non si accresce di molto nel tempo, ad esempio i documenti attestanti l’inizio di attività. Altre volte è necessario servirsi di due o più raccoglitori per lo stesso anno, ad esempio quando contengono le fatture di vendita di un’azienda di distribuzione.
<br/>Avremo così indicazioni tipo 1990 oppure 1990-1995 oppure gen-mar 1990, ecc. Evitiamo assolutamente di accorciare gli anni scrivendo solo le due ultime cifre, specialmente in questi anni di passaggio millennio. Abbreviamo invece volentieri i mesi, scrivendo solo le prime tre lettere, mentre eviteremo di indicarli con i numeri.
Un’ultima osservazione. Si sa che molte volte si ha necessità di scrivere titoli più lunghi di quanto la larghezza del raccoglitore consenta, Il pensiero va subito alla scritta verticale, ma asteniamocene. Una scritta verticale è una scritta illeggibile.
<br/>Il secondo pensiero va all’'''abbreviazione''' della parola, ma le abbreviazioni finiscono per essere incomprensibili anche a chi le ha coniate. Cerchiamo invece di trovare la parola più breve o di scrivere in più righe. Invece di “Registro delle fatture di Acquisto” scriviamo solo “fatture” e in seconda riga “acquisto” (non reg. fatt. acq.). Invece di “Cartelle personali dei dipendenti” scriviamo solo “dipendenti” ed in seconda riga “cartelle” (non cart. dip.). Invece di scrivere “Ricerche di mercato” aiutiamoci con “marketing”. Invece di “Formulazioni del dott. Rossi” scriviamo “A. Rossi” ed in seconda riga “formule”, eccetera.
Con tutta la buona volontà, però, alle volte non si trova una parola sufficientemente breve e bisogna proprio scrivere in verticale e ciò vale particolarmente per i raccoglitori dal dorso di due o tre centimetri. Diciamo subito che la vera scritta verticale, cioè quella tipo insegna di bar, con le lettere una sotto l’altra, è da scartare decisamente e irrevocabilmente. Viene presa in considerazione una scritta normale che si può leggere solo mettendo il raccoglitore “a faccia in giù”, cioè di piatto.
<br/>In questo caso scegliamo un font bello grande che ci aiuterà a leggere il titolo anche senza girare il raccoglitore o inclinare la testa in modo ridicolo. Poi, cosa della massima importanza, decidiamo una volta per sempre e non facciamo mai eccezioni, se la scritta parte dall’alto o dal basso. Non ci sono regole a questo riguardo, l’unica è appunto quella di fare sempre nello stesso modo. E poi, se possibile, mettiamo questi raccoglitori stretti dalle scritte che fanno girare il capo, tutti assieme sullo stesso scaffale, in omaggio all’estetica. Il massimo sarebbe poterli mettere di piatto uno sopra l’altro, in modo da conservare la scritta orizzontale, ma certamente questa è una soluzione non sempre possibile.
===Archivi decentrati===
Nelle imprese più grandi, quelle cioè con filiali o reparti decentrati, logicamente ogni unità operativa avrà i propri archivi, autonomamente gestiti. Siccome però di solito a fine anno o periodo gestionale gli archivi vengono tutti trasferiti nell’archivio centrale, l’archivista della filiale deve attenersi a qualche ulteriore regola.
Il primo lavoro che deve fare è decidere quali documenti deve trasferire in sede. Di regola si mandano in sede gli archivi che per legge devono venir conservati, mentre restano presso la filiale quei documenti che potrebbero tornare utili solo nella filiale appunto, ma che in sede servirebbero solo ad occupare spazio. Alcuni di questi documenti, ad esempio le copie fatture emesse, in centrale non servono perché ne hanno già un esemplare, mentre in filiale potranno forse servire ancora per qualche riferimento; però quando nemmeno in filiale serviranno più, non devono venir mandate in sede, vanno cestinate. Nell’occasione di questa cernita l’archivista provvede pure all’eliminazione di quei documenti che non vanno conservati per legge e non servono alla filiale, sono dunque cartacce da buttare. Non deve lasciarsi prendere dalla tentazione di demandare il compito al magazziniere o di buttare tutto quanto assieme in un paio di scatoloni “e che si arrangino alla centrale”. È lui, l’archivista della filiale, la persona più adatta a dividere in tre gruppi ben distinti tutto il materiale d’archivio, perché già ne conosce il contenuto. Procederà perciò per primo ad eliminare le carte che non servono, come secondo ad archiviare nei propri archivi quanto può ancora servire alla filiale, e come ultimo riempirà gli scatoloni da mandare alla centrale.
Inizierà col sincerarsi che ogni raccoglitore porti, subito sotto l’intestazione dell’azienda, l’indicazione del reparto o della filiale, ad esempio ROSSI SRL - BOLOGNA se la ditta ha sede a Milano e una filiale a Bologna. Questo dato che al momento della creazione del raccoglitore non sembra degno di nota in quanto tutti gli archivi presenti si riferiscono ovviamente allo stesso luogo, diventa di vitale importanza quando gli archivi vengono unificati, in quanto è l’unico mezzo per distinguere gli archivi della filiale da quelli della sede.
Analogamente bisogna fare attenzione ai numeri che distinguono le varie '''Operazioni''' (di cui parleremo più esaurientemente nel capitolo [[Archiviazione documenti cartacei/Archivi Clienti e Fornitori|Clienti e Fornitori]]). Questi numeri infatti di norma contengono tutte le indicazioni utili a identificare un’Operazione, ad esempio possiamo trovare un’Operazione con il numero 1234ts97567, che potrebbe stare per “cliente numero 1234 nella filiale di Trieste nell’anno 1997 numero progressivo di operazione 567”. Non è sufficiente dunque scrivere sul raccoglitore delle Operazioni solo “operazioni dal 1001 al 2200”, perché evidentemente non significa nulla. Solo un archivista che conosce perfettamente il significato dei vari numeri che compongono la cifra identificativa di una certa Operazione, potrebbe forse permettersi di accorciarla. Ma è senza dubbio preferibile annotare per esteso tutte le cifre scritte sul fascicolo.
La stessa raccomandazione va fatta per gli '''scatoloni''' che conterranno i raccoglitori da mandare alla centrale. Il contenuto deve essere identificato a colpo d’occhio e senza dubbi. Le parole più importanti sono “archivio”, “filiale”, e “anno”, per cui vanno marcate ben in grande. Scriveremo perciò sugli scatoloni qualcosa come ARCHIVIO FILIALE BOLOGNA 1997 - LIBRI BOLLATI oppure ARCHIVIO REPARTO MERCI - OPERAZIONI DAL 123456789 AL 234567890 - PRIMO SEMESTRE 1996 oppure ARCHIVIO LABORATORIO - FORMULE 1995/1996.
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