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Bolla della South Sea Company
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{{Risorsa|tipo=lezione|materia1=Economia dell'età preindustriale}}
[[Immagine:South Sea Bubble.jpg|thumb|300px|''South Sea Bubble'' di [[w:Edward Matthew Ward|Edward Matthew Ward]], Tate Gallery ]]
Per '''colla della South Sea Company''' o '''South Sea Bubble''', si intende la [[w:bolla speculativa|bolla speculativa]] che si è creata, attorno al [[w:1720|1720]], in [[w:Inghilterra|Inghilterra]] sulle azioni della South Sea Company.
La South Sea Company viene fondata nel [[w:1711|1711]] con il fine di rilevare il [[w:debito pubblico|debito pubblico]] inglese, che ammonta a 10 milioni di [[w:Sterlina britannica|sterline]]. La società si accolla il debito pubblico inglese e in cambio riceve un interesse annuo pagato dallo stato e il [[w:monopolio|monopolio]] dei commerci con le colonie spagnole nel [[w:America meridionale|Sud America]].
Per finanziare l'operazione la società emette, in diverse tranches, proprie [[w:Azione (finanza)|azioni]]. Ogni emissione avviene a prezzi crescenti. L'euforia verso questo e altri collocamenti azionari avvenuti nello stesso periodo spinge verso l'alto il valore delle azioni, arricchendo gli amministratori della società e diversi uomini politici, possessori di azioni e di diritti sulle azioni della società.
Ma se, a fronte di un [[w:interesse|interesse]] costante pagato dallo stato sul valore nominale del debito e di modestissimi commerci realizzati dalla società, ogni emissione avviene a prezzi sempre più elevati, ogni emissione di azioni si rivela meno conveniente delle precedenti (il rapporto utili/prezzo delle azioni diminuisce all'aumentare del prezzo). Così solo una illimitata e irrazionale fiducia sulle possibilità future di guadagno della società può giustificare la crescita costante dei prezzi delle azioni: si tratta dunque di una bolla speculativa, alimentata dal desiderio irrefrenabile di ottenere guadagni facili, da cospicui interessi degli amministratori e di uomini politici che impediscono qualsiasi regolamentazione delle emissioni.
Come ogni bolla speculativa, nel momento in cui la domanda di titoli cessa di essere forte e, in questo caso, cessa di essere stimolata in tutti i modi dai dirigenti dell'impresa interessati a speculare sul prezzo delle azioni, quando scoppia le vittime sono tante. Tra queste anche il celebre scienziato [[w:Isaac Newton|Newton]].
Lo scoppio della bolla ha effetti dirompenti sull'economia e nel mondo della politica inglese. Dopo i tumulti viene varata una legge, il ''[[w:Bubble Act|Bubble Act]]'', che per circa un secolo, fino al [[w:1826|1826]] vieta la libera costituzione di [[w:società per azioni|società per azioni]], subordinandone la nascita all'esplicita concessione della Corona o del [[w:Parlamento inglese|Parlamento inglese]].
L'eccesso di libero mercato, sfruttato in modo spregiudicato da persone senza scrupoli, produce una regolamentazione che, un secolo più tardi, verrà considerata eccessiva.
==Bibliografia==
* Malcolm Balen: ''A Very English Deceit. The Secret History of the South Sea Bubble and the First Great Financial Scandal''. Fourth Estate, London u.a. 2002, ISBN 1-8411-5552-7.
* John Carswell: ''The South Sea Bubble''. Sutton, Stroud 2001, ISBN 0-7509-2799-2 (Erstausgabe 1961).
* Charles P. Kindleberger: ''Manien, Paniken, Crashs. Die Geschichte der Finanzkrisen dieser Welt''. Börsenmedien, Kulmbach 2001, ISBN 3-922669-41-7 (siehe u.a. S. 51).
* David Liss: ''Die Papierverschwörung: Roman''. Goldmann, München 2001, ISBN 3-442-75078-4.
* Klaus Schmeh: ''Die 55 größten Flops der Wirtschaftsgeschichte''. Redline Wirtschaft bei Überreuther, Wien und Frankfurt am Main 2002, ISBN 3-8323-0864-4.
* Silke Stratmann: ''Myths of Speculation. The South Sea Bubble and 18th Century English Literature''. Fink, München 2000 (=Dissertation, Universität Gießen 1998), ISBN 3-7705-3489-1.
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{{Risorsa|tipo=lezione|materia1=Economia dell'età preindustriale}}
[[Immagine:South Sea Bubble.jpg|thumb|300px|''South Sea Bubble'' di [[w:Edward Matthew Ward|Edward Matthew Ward]], Tate Gallery ]]
Per '''bolla della South Sea Company''' o '''South Sea Bubble''', si intende la [[w:bolla speculativa|bolla speculativa]] che si è creata, attorno al [[w:1720|1720]], in [[w:Inghilterra|Inghilterra]] sulle azioni della South Sea Company.
La South Sea Company viene fondata nel [[w:1711|1711]] con il fine di rilevare il [[w:debito pubblico|debito pubblico]] inglese, che ammonta a 10 milioni di [[w:Sterlina britannica|sterline]]. La società si accolla il debito pubblico inglese e in cambio riceve un interesse annuo pagato dallo stato e il [[w:monopolio|monopolio]] dei commerci con le colonie spagnole nel [[w:America meridionale|Sud America]].
Per finanziare l'operazione la società emette, in diverse tranches, proprie [[w:Azione (finanza)|azioni]]. Ogni emissione avviene a prezzi crescenti. L'euforia verso questo e altri collocamenti azionari avvenuti nello stesso periodo spinge verso l'alto il valore delle azioni, arricchendo gli amministratori della società e diversi uomini politici, possessori di azioni e di diritti sulle azioni della società.
Ma se, a fronte di un [[w:interesse|interesse]] costante pagato dallo stato sul valore nominale del debito e di modestissimi commerci realizzati dalla società, ogni emissione avviene a prezzi sempre più elevati, ogni emissione di azioni si rivela meno conveniente delle precedenti (il rapporto utili/prezzo delle azioni diminuisce all'aumentare del prezzo). Così solo una illimitata e irrazionale fiducia sulle possibilità future di guadagno della società può giustificare la crescita costante dei prezzi delle azioni: si tratta dunque di una bolla speculativa, alimentata dal desiderio irrefrenabile di ottenere guadagni facili, da cospicui interessi degli amministratori e di uomini politici che impediscono qualsiasi regolamentazione delle emissioni.
Come ogni bolla speculativa, nel momento in cui la domanda di titoli cessa di essere forte e, in questo caso, cessa di essere stimolata in tutti i modi dai dirigenti dell'impresa interessati a speculare sul prezzo delle azioni, quando scoppia le vittime sono tante. Tra queste anche il celebre scienziato [[w:Isaac Newton|Newton]].
Lo scoppio della bolla ha effetti dirompenti sull'economia e nel mondo della politica inglese. Dopo i tumulti viene varata una legge, il ''[[w:Bubble Act|Bubble Act]]'', che per circa un secolo, fino al [[w:1826|1826]] vieta la libera costituzione di [[w:società per azioni|società per azioni]], subordinandone la nascita all'esplicita concessione della Corona o del [[w:Parlamento inglese|Parlamento inglese]].
L'eccesso di libero mercato, sfruttato in modo spregiudicato da persone senza scrupoli, produce una regolamentazione che, un secolo più tardi, verrà considerata eccessiva.
==Bibliografia==
* Malcolm Balen: ''A Very English Deceit. The Secret History of the South Sea Bubble and the First Great Financial Scandal''. Fourth Estate, London u.a. 2002, ISBN 1-8411-5552-7.
* John Carswell: ''The South Sea Bubble''. Sutton, Stroud 2001, ISBN 0-7509-2799-2 (Erstausgabe 1961).
* Charles P. Kindleberger: ''Manien, Paniken, Crashs. Die Geschichte der Finanzkrisen dieser Welt''. Börsenmedien, Kulmbach 2001, ISBN 3-922669-41-7 (siehe u.a. S. 51).
* David Liss: ''Die Papierverschwörung: Roman''. Goldmann, München 2001, ISBN 3-442-75078-4.
* Klaus Schmeh: ''Die 55 größten Flops der Wirtschaftsgeschichte''. Redline Wirtschaft bei Überreuther, Wien und Frankfurt am Main 2002, ISBN 3-8323-0864-4.
* Silke Stratmann: ''Myths of Speculation. The South Sea Bubble and 18th Century English Literature''. Fink, München 2000 (=Dissertation, Universität Gießen 1998), ISBN 3-7705-3489-1.
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{{Risorsa|tipo=lezione|materia1=Storia per la scuola media 1}}
Come abbiamo visto, i maggiori esperti di antichità, anche utilizzando tecniche sofisticate, sono solitamente in grado di datare e di autenticare i reperti. Tuttavia, tali operazioni non danno mai garanzie assolute. C'è sempre un margine di incertezza, più o meno grande, e quindi c'è sempre il rischio di ritenere falso un reperto autentico o di ritenere autentico un reperto falso.
Inoltre, anche se un reperto è correttamente datato e autenticato, c'è sempre il rischio di interpretarlo in coda errato.
Per esempio, se si trova una lettera scritta da un personaggio storico a un altro personaggio storico, può darsi che questa lettera non sia mai stata spedita, o che comunque non sia mai stata recapitata al destinatario, oppure che sia stata scritta per fare uno scherzo o come opera di fantasia.
Per fare un altro esempio, se si trova un vestito da caccia nella casa di un uomo può darsi che qualcuno in famiglia praticasse la caccia, oppure che fosse usato per mascherarsi a Carnevale, oppure che fosse usato per uno spettacolo teatrale.
Pertanto, un singolo reperto solitamente non è una prova schiacciante di un fatto storico. In generale, appena emerge un reperto si ha solo il sospetto che un fatto sia avvenuto. Ma il fatto storico ipotizzato diventa realmente credibile solo quando si accumulano numerosi reperti trovati da persone diverse lontane nel tempo e nello spazio e non interessate a dimostrare false tesi.
Per esempio, ogni tanto si trovano dei reperti completamente diversi da quelli prodotti da ogni civiltà conosciuta. C'è sempre qualcuno che sostiene che tali reperti devono essere appartenuti ad una antica civiltà poi scomparsa, come quella di Atlantide. Altri sostengono addirittura che devono essere stati lasciati da extraterrestri scesi sulla Terra con un'astronave e poi ripartiti.
In realtà non ci sono prove sufficienti per dimostrare tali tesi. Si può solo cercare la teoria più plausibile, cioè quella che ragionevolmente è più probabile.
D'altra parte, il fatto che sia esistito l'Impero Romano è estremamente assodato, in quanto ci sono centinaia di migliaia di reperti che risalgono a quel periodo, trovati in tutto il Mar Mediterraneo e in mezza Europa nel corso di secoli da persone diversissime (dal contadino al proprietario terriero, dal pescatore al professore universitario), e tutte le interpretazioni di questi reperti concordano nel sostenere che la civiltà romana ha dominato per secoli un vasto territorio.
Per esempio, sui fondali del Mar Mediterraneo sono stati trovati i relitti di molte navi di legno contenenti anfore di terracotta, o più comunemente solo mucchi di anfore. Come si spiegano questi fatti, dato che a memoria d'uomo non risulta che nessuno abbia gettato delle anfore in mare, e non si capisce perché avrebbe dovuto farlo? L'unica spiegazione ragionevole è che in passato si trasportavano via mare, su navi di legno, merci contenute in anfore. Tali navi a volte affondavano, trascinando con sé il proprio carico. Nel corso dei secoli il contenuto delle anfore marciva e si dissolveva, e così pure il legno di cui era fatta la nave, mentre le anfore hanno resistito alla corrosione.
Se una persona si presenta con un'anfora e dice che quell'anfora è stata usata dall'imperatore Nerone in persona, probabilmente è un impostore, perché nessuno può essere sicuro di un fatto del genere; e se dice che quell'anfora risale all'Impero Romano, potrebbe aver ragione o potrebbe avere torto, e in quest'ultimo caso potrebbe essere in buona fede o in mala fede. Quindi non è facile essere sicuri dell'autenticità del singolo reperto, ma possiamo essere ben sicuri che l'Impero Romano è esistito realmente, perché altrimenti non si spiegherebbe la grande abbondanza di anfore trovate. Non sarebbe ragionevole che qualcuno avesse disseminato il mare di anfore per far credere che l'Impero Romano sia esistito.
In conclusione, i singoli reperti sono come dei tasselli che si incastrano in un puzzle. Ogni tassello non dice molto, ma è l'insieme che è realmente significativo.
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{{Risorsa|tipo=lezione|materia1=Storia per la scuola media 1}}
Come abbiamo visto, i maggiori esperti di antichità, anche utilizzando tecniche sofisticate, sono solitamente in grado di datare e di autenticare i reperti. Tuttavia, tali operazioni non danno mai garanzie assolute. C'è sempre un margine di incertezza, più o meno grande, e quindi c'è sempre il rischio di ritenere falso un reperto autentico o di ritenere autentico un reperto falso.
Inoltre, anche se un reperto è correttamente datato e autenticato, c'è sempre il rischio di interpretarlo in modo errato.
Per esempio, se si trova una lettera scritta da un personaggio storico a un altro personaggio storico, può darsi che questa lettera non sia mai stata spedita, o che comunque non sia mai stata recapitata al destinatario, oppure che sia stata scritta per fare uno scherzo o come opera di fantasia.
Per fare un altro esempio, se si trova un vestito da caccia nella casa di un uomo può darsi che qualcuno in famiglia praticasse la caccia, oppure che fosse usato per mascherarsi a Carnevale, oppure che fosse usato per uno spettacolo teatrale.
Pertanto, un singolo reperto solitamente non è una prova schiacciante di un fatto storico. In generale, appena emerge un reperto si ha solo il sospetto che un fatto sia avvenuto. Ma il fatto storico ipotizzato diventa realmente credibile solo quando si accumulano numerosi reperti trovati da persone diverse lontane nel tempo e nello spazio e non interessate a dimostrare false tesi.
Per esempio, ogni tanto si trovano dei reperti completamente diversi da quelli prodotti da ogni civiltà conosciuta. C'è sempre qualcuno che sostiene che tali reperti devono essere appartenuti ad una antica civiltà poi scomparsa, come quella di Atlantide. Altri sostengono addirittura che devono essere stati lasciati da extraterrestri scesi sulla Terra con un'astronave e poi ripartiti.
In realtà non ci sono prove sufficienti per dimostrare tali tesi. Si può solo cercare la teoria più plausibile, cioè quella che ragionevolmente è più probabile.
D'altra parte, il fatto che sia esistito l'Impero Romano è estremamente assodato, in quanto ci sono centinaia di migliaia di reperti che risalgono a quel periodo, trovati in tutto il Mar Mediterraneo e in mezza Europa nel corso di secoli da persone diversissime (dal contadino al proprietario terriero, dal pescatore al professore universitario), e tutte le interpretazioni di questi reperti concordano nel sostenere che la civiltà romana ha dominato per secoli un vasto territorio.
Per esempio, sui fondali del Mar Mediterraneo sono stati trovati i relitti di molte navi di legno contenenti anfore di terracotta, o più comunemente solo mucchi di anfore. Come si spiegano questi fatti, dato che a memoria d'uomo non risulta che nessuno abbia gettato delle anfore in mare, e non si capisce perché avrebbe dovuto farlo? L'unica spiegazione ragionevole è che in passato si trasportavano via mare, su navi di legno, merci contenute in anfore. Tali navi a volte affondavano, trascinando con sé il proprio carico. Nel corso dei secoli il contenuto delle anfore marciva e si dissolveva, e così pure il legno di cui era fatta la nave, mentre le anfore hanno resistito alla corrosione.
Se una persona si presenta con un'anfora e dice che quell'anfora è stata usata dall'imperatore Nerone in persona, probabilmente è un impostore, perché nessuno può essere sicuro di un fatto del genere; e se dice che quell'anfora risale all'Impero Romano, potrebbe aver ragione o potrebbe avere torto, e in quest'ultimo caso potrebbe essere in buona fede o in mala fede. Quindi non è facile essere sicuri dell'autenticità del singolo reperto, ma possiamo essere ben sicuri che l'Impero Romano è esistito realmente, perché altrimenti non si spiegherebbe la grande abbondanza di anfore trovate. Non sarebbe ragionevole che qualcuno avesse disseminato il mare di anfore per far credere che l'Impero Romano sia esistito.
In conclusione, i singoli reperti sono come dei tasselli che si incastrano in un puzzle. Ogni tassello non dice molto, ma è l'insieme che è realmente significativo.
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La prima guerra mondiale
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{{correggere|Studi umanistici|motivo=tempi dei verbi.}}
{{nota disambigua|la lezione per la scuola media|[[Prima guerra mondiale (scuola media)]]}}
{{Risorsa|tipo = lezione|materia1 = Storia contemporanea}}
Su un fronte si allearono l'Impero tedesco, l'Impero austroungarico, e, più tardi, la Turchia e la Bulgaria; e sull'altro, la Serbia, la Francia, l'Impero britannico, la Milano, il Belgio e, più tardi, l'Italia, la Grecia, la Romania, il Portogallo, il Giappone e gli Stati Uniti. In quell'estate del 1914, milioni di uomini, dagli Urali all'Atlantico, impugnarono le armi. Tutta l'Europa vibra di entusiasmo guerriero, e ognuno pensa che la guerra sarà breve, e che il proprio esercito arriverà immediatamente alle capitali delle nazioni nemiche.
Germania e Austria, prese tra due fuochi, a occidente dalla Francia e a Oriente dall'Impero russo, non esitano ad attaccare con grande decisione.
Ottengono vittorie strepitose: avanzano fino quasi alle porte di Parigi a all'interno del territorio russo. Ma le truppe tedesche sono fermate dai francesi sulla Marna, e la situazione cambia aspetto.
La guerra dalle manovre rapide e dai movimenti spettacolari diventa una monotona e terribile carneficina di trincea. Milioni di uomini scavavano fossati e gallerie sotterranee, e si trincerano, cercando di confondersi con la terra. Anche le uniformi vistose dei primi mesi di guerra si trasformavano in uniformi grigioverdi, marrone o kaki, più adatte a una lotta in cui è essenziale mimetizzarsi. Ma per la conquista di alcune centinaia di metri di terreno si paga spesso col carissimo prezzo di migliaia di vite umane.
I soldati che combatterono questa guerra di posizione conobbero tutto l'orrore degli effetti di armi nuove, di invenzioni fatte per uccidere altri uomini. Nelle trincee fangose della Marna e di Verdun in Francia, di Tannenberg in Russia, e del Piave e dell'Isonzo in Italia, caddero centinaia di migliaia di proiettili, mentre due armi nuove e terribili (la mitragliatrice e i gas asfissianti) mietevano migliaia di vittime.
Per mare, l'Inghilterra impone la sua forza e blocca i porti e la flotta tedeschi. Ma la Germania risponde con un'altra arma terribile e i sommergibili silurano centinaia di navi da guerra, e anche navi passeggeri.
L'affondamento di un piroscafo civile, il ''Lusitania'', il 2 aprile 1917, offre agli Stati Uniti il pretesto per entrare in guerra a fianco degli alleati, che ne ricevono il massiccio appoggio economico e militare.
Quando, impegnata nella rivoluzione del 1917, la Russia firma la pace, la Germania ritira le truppe sul fronte russo e le trasferire su quello francese. Qui scatena quattro offensive terribili, ma gli eserciti alleati, sotto il comando del generale Foch, le respingono. A nulla servono i prodigi militari del maresciallo Hindenburg: le truppe tedesche si ritirano dal suolo francese.
Nel frattempo, a Berlino e nei porti del Baltico scoppia una rivoluzione. Soldati e marinai esigono e ottengono l'abdicazione del ''Kaiser'' Guglielmo II. Viene proclamata la Repubblica, e l'11 novembre 1918 la Germania firma l'''armistizio'' con gli alleati.
== Le grandi potenze alla vigilia della prima guerra mondiale ==
; Inghilterra
L'Inghilterra era una potenza grandissima sia per le sue immense colonie, che per le sue fiorenti industrie ed il suo attivissimo commercio.
La flotta dell'Inghilterra era la più potente del mondo.
; Germania
Sul continente europeo la Germania faceva progressi giganteschi in ogni campo.
L'industria e il commercio tedeschi si sviluppavano prodigiosamente, facendo concorrenza spietata ad altri paesi europei. Le industrie metallurgiche e meccaniche della Germania gareggiavano con quelle inglesi e francesi; le industrie chimiche erano poi le migliori al mondo. Il pangermanesimo, cioè l'idea di un'egemonia tedesca sul mondo, si diffondeva in Germania.
La Germania aveva intanto il più potente esercito del mondo e stava costruendo una grande flotta.
; Francia
La Francia dopo la sconfitta di Sedan aveva passato un periodo critico. Tuttavia sotto la terza repubblica si era rapidamente ripresa, con una sottoscrizione nazionale aveva pagato l'enorme indennità di guerra di 5 miliardi, richiesti dal Bismarck.
Nel 1878 la grande esposizione mondiale di Parigi testimoniò eloquentemente che la Francia economicamente era un paese solido e ricco. Inoltre la Francia riprese la sua politica di espansione coloniale in Africa, in Asia e in Oceania.
Nell'anima francese rimaneva sempre vivo il desiderio della rivincita contro i tedeschi e la riconquista dell'Alsazia e della Lorena perdute dopo Sedan.
; Impero Austro-ungarico
L'Impero Austro-ungarico (si chiamava così dal 1867) era un grande paese, ma che per la sua natura di stato plurinazionale, viveva uno stato di tensioni interne in alcune delle sue nazionalità (slave ed italiana). Lo Stato era tenuto insieme da due forze: l'esercito e la perfetta burocrazia. L'amministrazione austriaca era veramente esemplare per onestà ed efficienza.
; Russia
La Russia era una grande potenza militare ma profondamente travagliata da vecchi ed insoluti problemi sociali.
Sulle immense masse dei contadini russi poveri ed ignoranti dominata un'aristocrazia ricchissima e privilegiata: il Paese mancava di una vera libertà politica ed era amministrato da una burocrazia prepotente e corrotta.
All'interno della Russia presentava questa situazione di debolezza, in politica estera mirava in Europa a proteggere gli Slavi della penisola balcanica e in Asia a contrastare l'espansione del Giappone.
;Giappone
Il Giappone si era profondamente europeizzato in breve tempo, dando prova di grande vitalità e di capacità notevoli di progresso.
; Stati Uniti d'America
Gli Stati Uniti d'America a poco a poco abbandonavano la loro politica di isolamento e cominciavano a prendere parte attiva alle grandi questioni internazionali. Ormai non erano più solamente le potenze europee a dominare il mondo.
== Le cause del conflitto ==
Le cause furono numerose e vennero via via complicandosi tra loro.
#''Contrasto anglo-tedesco.'' Il crescente sviluppo commerciale, navale e industriale della Germania preoccupava molto l'Inghilterra, che finì con l'accordarsi prima con la Francia e poi, nel 1907, con la Russia per formare la '''Triplice Intesa'''. La Germania con il suo enorme esercito di 900.000 uomini era un grave pericolo.
#''Contrasto franco-tedesco.'' La Francia non aveva mai abbandonato il desiderio di riconquista dell'Alsazia e della Lorena e delle umiliazioni subite nel 1870. Inoltre la Germania si atteggiava a protettrice del Marocco, che la Francia voleva conquistare.
#''Contrasto austro-russo.'' La causa di questo contrasto era la penisola balcanica. I Russi si sentivano i naturali protettori dei popoli slavi di quella turbolenta penisola. Dal canto suo l'Austria intendeva espandersi proprio nei Balcani ed esercitarvi la sua volontà.
#''Gli irredentismi in Italia e in Serbia.'' L'Italia voleva Trento e Trieste. La Serbia voleva unificare tutti gli Slavi del Sud, staccando dall'Austria la Croazia, la Slovenia, la Bosnia e l'Erzegovina.
=== L'antefatto ===
Il 28 giugno 1914 a Sarajevo il principe ereditario austriaco, l'arciduca Francesco Ferdinando, venne ucciso a colpi di pistola insieme alla moglie da un giovane rivoluzionario serbo, lo studente Gavrilo Princip. L'Austria accusò la Serbia di complicità del delitto, le inviò un ultimatum con condizioni inaccettabili e poi il 28 luglio le dichiarò guerra.
I colpi di pistola di Sarajevo furono il segnale perché un'Europa armata fino ai denti si scatenasse in una delle guerre più tremende della storia. L'Austria dichiarò guerra alla Serbia e immediatamente i rispettivi paesi alleati si aggredirono l'un l'altro:
*in aiuto della Serbia accorse la Russia e accanto alla Russia si schierò la Francia
*la Germania sostenne l'alleata Austria. L'Italia rimase neutrale fino al 1915.
Iniziava il primo atto del dramma che per quattro anni doveva insanguinare l'Europa.
== 1914 ==
Il piano di guerra della Germania era di attaccare la Francia e schiacciarla in pochi giorni, prima che potesse venirle in aiuto l'Inghilterra. Poi spostare tutte le forze sul fronte orientale e battere la Russia in collaborazione con l'Austria-Ungheria.
Per attuare più rapidamente questo piano la Germania intimò al piccolo e neutrale ''Belgio'' di permettere il passaggio attraverso il suo territorio dell'esercito diretto alla frontiera francese. In caso di rifiuto la Germania avrebbe considerato il Belgio paese nemico.
Il re del Belgio, Alberto I, rifiutò e i Tedeschi invasero il paese seminando morte e distruzione.
Tutto il mondo condannò questo atto. A questo punto entrò in guerra l'Inghilterra.
Intanto ben sette eserciti tedeschi penetravano nel territorio francese: le loro avanguardie giungevano a 70 km da Parigi. Con un'abile manovra il generale francese Joffre attaccò nella sanguinosa ''battaglia di Marna'' il fianco destro tedesco, costringendo gli avversari ad arrestarsi e ad indietreggiare.
Sul fronte occidentale la guerra di movimento si trasformava in una logorante guerra di posizione. Si scavavano trincee, che vennero protette con reticolati di filo spinato. Dal mare del nord alla Svizzera si allungavano le trincee.
Intanto nell'immenso fronte orientale gli eserciti russi avevano ottenuto vari successi: sotto la guida del granduca Nicola erano penetrati in Prussia orientale e in Galizia. I Tedeschi però riuscirono in breve tempo a battere i Russi grazie all'abilità del vecchio maresciallo Hindenburg e a ricacciarli dai territori occupati.
Accanto agli Imperi centrali intanto si schierava la Turchia, ed il Giappone, interessato alle colonie tedesche, entrava in guerra a fianco dell'Intesa.
== 1915 ==
La Triplice Alleanza era un'alleanza difensiva, e l'articolo VII del trattato impegnava l'Austria a non provocare mutamenti nella penisola balcanica senza il consenso italiano. Invece l'Austria aveva dichiarato guerra alla Serbia, senza neanche consultare il governo italiano.
Pertanto allo scoppio della guerra l'Italia si ritenne libera da impegni e proclamò la sua neutralità. Intanto nel Paese si venivano fondando due correnti: la neutralista e l'interventista. La maggioranza degli Italiani (socialisti, cattolici, liberali) era più propensa alla neutralità, anche perché riteneva che la pace era necessaria al Paese per continuare a progredire. Capo dei neutralisti era Giolitti, il quale sperava di ottenere dall'Austria il Trentino mediante trattative diplomatiche.
Meno numerosi erano gli interventisti: tra essi erano Cesare Battisti, Leonida Bissolati, Filippo Corridoni, Gabriele d'Annunzio. Inoltre tra i più accesi interventisti c'era un giornalista romagnolo, Benito Mussolini, che all'epoca apparteneva all'ala rivoluzionaria del Partito Socialista Italiano ed era direttore del giornale "Popolo d'Italia" di Milano.
Il Parlamento era in gran maggioranza per la neutralità, tanto da costringere a dimettersi il Salandra, capo del governo e favorevole all'intervento.
Il 26 aprile 1915 aveva infatti concluso con l'Intesa il Patto di Londra, che impegnava l'Italia a dichiarare guerra all'Austria, concedendo a guerra finita notevoli compensi.
Gli interventisti organizzarono ovunque dimostrazioni di piazza, allora il Re richiamò al governo Salandra e nella fiducia di interpretare la volontà della nazione il 24 maggio dichiarò guerra all'Austria.
L'Italia entrava in guerra in un momento di particolare crisi per le potenze dell'Intesa. I Russi erano stati clamorosamente sconfitti con enormi perdite di uomini e mezzi. La Serbia era stata occupata dagli Austriaci e dai Bulgari: solo 200.000 uomini dell'esercito serbo erano stati salvati dalla distruzione con l'aiuto delle navi italiane operanti nell'Adriatico.
L'esercito italiano era formato da 400.000 uomini al comando del generale Luigi Cadorna. La sua avanzatafu presto arrestata dalle fortificazioni austriache delle Alpi e del Carso. Plava, Monte Nero, San Michele, Monte Sei Busi, Col di Lana, furono i punti notevoli, che gli italiani conquistarono oltre frontiera.
== 1916 ==
Il 1916 fu in complesso favorevole per l'Intesa.
I Tedeschi, dopo aver battuto nell'anno precedente i Russi, pensarono di sfondare il fronte francese: per sei mesi continui si protrasse la battaglia di Verdun, in cui tra tedeschi e francesi morirono un milione di soldati. E tuttavia i Tedeschi non passarono, anzi gli Anglo-francesi nel luglio iniziarono una controffensiva, la battaglia della Somme, che si protrasse senza risultati anch'essa per sei mesi.
Per mare intanto si svolse una battaglia, detta dello Jutland, tra la flotta tedesca e quella inglese, anch'essa ebbe esito incerto. Le perdite inglesi furono forti, ma i Tedeschi non osarono più uscire in campo aperto per affrontare la flotta avversaria.
Sul fronte orientale i Russi sconfissero l'esercito austriaco e rioccuparono la Galizia e la Bucovina: fecero un enorme numero di prigionieri (circa 400.000).
Questo successo spinse la Romania a schierarsi a fianco dell'Intesa, ma purtroppo, attaccata dai Bulgari e dagli austro-francesi, fu invasa e in gran parte occupata.
Sul fronte italiano del Trentino l'Austria preparò una grande offensiva, che chiamò Strafe-Ezpedition (cioè spedizione punitiva). L'attacco fu preceduto da un bombardamento di grossi cannoni, gli Austriaci con impeto travolgente riuscirono a sfondare. L'esercito italiano dovette abbandonare la Valsugana e una parte dell'altopiano di Asiago. Ma i fianchi di questo esercito ressero bene e poterono passare ad un'efficace controffensiva. L'attacco austriaco fallì, la controffensiva italiana si concluse il 9 agosto con la presa di Gorizia.
Purtroppo durante questi combattimenti caddero in mani austriache Cesare Battisti e Fabio Filzi, che vennero condotti a Trento come traditori, in quanto questi due patrioti avevano la cittadinanza austriaca, e morirono impiccati nel Castello del Buon Consiglio.
Poco tempo dopo moriva a Vienna Francesco Giuseppe, l'imperatore reazionario che si era macchiato di tante colpe riguardo agli Italiani. Gli succedeva il nipote, Carlo I, che cercò inutilmente di trattare la pace con Londra e Parigi.
Ormai però il destino della sua Dinastia e del suo Impero era segnato.
== 1917 ==
La Russia, che pur l'anno precedente aveva battuto gli Austriaci e i Turchi, cadde in preda alla rivoluzione nel marzo 1917 e abbandonò il conflitto.<br>
Il crollo del fronte russo permise agli Imperi centrali di portare in massa le loro truppe su altri fronti. Le prime ripercussioni del ritiro russo dalla guerra si ebbero in Italia.
Gli austro-tedeschi in una violentissima offensiva aprirono una larga breccia a Caporetto e dilagarono nella pianura. Gli italiani furono costretti ad abbandonare il Carso, la Carnia, e parte del Veneto. La tragica ritirata si svolse dal 24 ottobre al 7 novembre con perdite gravissime di uomini e di materiali: 300.000 soldati fatti prigionieri dagli Austro-tedeschi e tremila cannoni abbandonati nelle mani nemiche.
Il generale Cadorna ordinò la resistenza sulla destra del Piave.
E qui l'ondata di invasione si arrestò dinanzi all'infrangibile resistenza italiana. Difesero la linea del Piave e del Monte Grappa i <<soldatini>>, i giovani di leva nati nel 1899: avevano solo 18 anni, ma scrissero una pagina immortale nella storia d'Italia.
Queste reclute giovanissime ridiedero coraggio e ardore a tutti. Il Paese nell'ora del pericolo estremo si ridestò miracolosamente con una volontà disperata di rivincita. Intanto al comando supremo il generale Cadorna fu sostituito dal generale Armando Diaz, al governo salì Vittorio Emanuele Orlando, che fece appello a tutti i partiti per una ''unione sacra'' in difesa della patria in pericolo.
Proprio sul Piave, dopo le terribili giornate della disfatta di Caporetto, si rivelò definitivamente la nostra coscienza nazionale.
L'abbandono del conflitto da parte della Russia fu compensato nell'aprile 1917 dall'intervento in guerra degli Stati Uniti d'America, a fianco dell'Intesa.
Le cause di questo improvviso intervento furono che nel 1917 la Germania, per impedire che le potenze dell'Intesa potessero avere rifornimenti di viveri e armi, condusse mediante i suoi sottomarini una lotta ad oltranza contro tutte le navi mercantili appartenenti a potenze neutrali.
Gli U-Boot, cioè i sottomarini tedeschi, non esitavano ad affondare senza preavviso le navi nemiche o neutrali: ciò recava gravi danni alle persone e ai beni degli Stati Uniti.
Inoltre gli Stati Uniti temevano che la vittoria della Germania avrebbe reso questo paese dominatore della politica mondiale.
Il presidente Wilson, spinto dall'opinione pubblica statunitense, nell'aprile dichiarò guerra alla Germania.
=== La rivoluzione russa ===
Nel 1917 la Russia era in gravissima crisi, erano già morti due milioni di soldati, mancavano munizioni, armi moderne ed efficienti, l'alimentazione della popolazione e dei combattenti stessi era scarsa ed insufficiente. La fiducia in una vittoria era ormai caduta, della triste situazione della Russia si incolpava la monarchia degli Zar.
L'8 marzo 1917 scoppiò in modo fortuito a Pietroburgo una rivolta popolare causata dalla carestia, fu essa la scintilla che provocò il grande incendio della Rivoluzione. Lo zar Nicola II inviò le truppe per ''ripristinare l'ordine'', queste non solo non repressero la rivolta popolare, ma si unirono agli insorti.
Altre truppe della capitale e gli operai delle fabbriche fecero anch'essi causa comune col popolo. La rivoluzione di marzo dilagò nel paese con rapidità. Lo Zar fu costretto ad abdicare. Il potere passò prima dei mani dei liberali e dopo nelle mani dei socialisti moderati, con a capo Kerenski: invano si cercò di continuare la guerra. L'esercito si rifiutò di combattere ancora.
Nel frattempo Lenin, capo dei bolscevichi o comunisti, affermava nel suo giornale, la Pravda (= la verità), che bisognava far pace subito con la Germania, togliere le proprietà terriere ai proprietari e cederle ai contadini, e dare tutto il potere ai consigli degli operai, contadini e soldati (Soviet).
Queste idee trovarono larghi consensi e si ebbe la rivoluzione d'ottobre, il potere passò nelle mani dei comunisti, guidati da Lenin. Il nuovo governo si affrettò a firmare con i Tedeschi l'armistizio che si trasformò poi nella pace di Brest-Litowsk nel marzo 1918.<br>
La Russia cedeva alla Germania la Polonia, la Finlandia, l'Ucraina e le province baltiche.
== 1918 ==
Nel marzo del 1918 i Tedeschi cercarono la risoluzione della guerra con un supremo e gigantesco attacco sul '''fronte occidentale''', lo stesso imperatore Guglielmo II volle esser presente e per questo l'offensiva fu detta "battaglia del Kaiser". Si temeva che l'arrivo delle truppe statunitensi avrebbe rovesciato le sorti della guerra.
Sotto la violenta spallata tedesca, sia i Francesi che gli Inglesi furono costretti a ritirarsi nelle posizioni che avevano nel 1914. Tuttavia i Tedeschi non riuscirono a travolgere gli avversari, che dal luglio iniziarono una lunga battaglia, chiamata "seconda battaglia della Marna", per riconquistare il terreno perduto.
La conclusione del lungo conflitto si ebbe invece sul fronte italiano: gli Austriaci con uno sforzo poderoso, dal 15 al 23 giugno, sferrarono la ''battaglia del Piave'': alle primi luci del giorno, il 15 giugno 1918, con un violento attacco dell'artiglieria aveva inizio da Val Lagarina al mare l'ultima offensiva austriaca.
Gli Austriaci furono subito fermati sugli altipiani e pertanto non riuscirono a cogliere alle spalle le truppe italiane schierate sul Piave, il fronte montano resse perfettamente.
Gli Austriaci invece riuscirono a guadare il Piave in alcuni luoghi, tanto che si ebbe timore per Venezia e Treviso. Ma la controffensiva italiana fu così travolgente, che dopo nove giorni le truppe nemiche furono disordinatamente respinte oltre il fiume, dopo aver subito enormi perdite (più di 200.000 uomini).
Questa vittoria italiana ebbe conseguenze fatali per l'Austria e indirettamente per la Germania. Quest'ultima era giunta nel giugno a pochi chilometri da Parigi e, se gli Austriaci avessero battuto l'Italia sul Piave, avrebbero potuto aiutare i loro alleati tedeschi sul fronte francese. Invece l'Austria venne sconfitta clamorosamente e rimase spossata dopo il grande sforzo.
Intanto l'esercito italiano preparava accuratamente un'imponente offensiva. Questa ebbe inizio il 24 ottobre, anniversario di Caporetto, l'attacco fu sferrato dal Grappa e si estese a tutta la ''linea del Piave''. Fu sfondato il fronte austriaco e travolta ogni difesa, il 30 le truppe italiane erano già a Vittorio Veneto.<br> L'esercito austriaco si sgretolò trasformandosi in un disordinato gregge in fuga. Centinaia di migliaia i prigionieri, ingente il materiale di guerra caduto in nostre mani.
Il 3 novembre il tricolore italiano garriva al vento sul Castello del Buon Consiglio di Trento, dove era stato impiccato Cesare Battisti, e quasi contemporaneamente sbarcavano a Trieste bersaglieri e marinai italiani.
== Conseguenze ==
Il 4 novembre, a Villa Giusti, presso Padova, l'Austria firmava l'armistizio con l'Italia a queste condizioni: il Trentino, l'Alto Adige, il Friuli orientale, Trieste e l'Istria, la Dalmazia fino a Sebenico e le sue isole passavano all'Italia.
Il crollo dell'Austria segnò anche la sorte della Germania, che firmò anch'essa l'armistizio l'11 novembre.
Già precedentemente Bulgaria e Turchia si erano ritirate dalla lotta.
La pace di Versailles, che mise fine alla guerra,
*smembrò l'Impero austroungarico
*riconobbe l'indipendenza dell'Ungheria, della Cecoslovacchia, della Polonia e della Iugoslavia
*impose pesanti risarcimenti di guerra alla Germania, alla quale fu proibito di tenere un esercito superiore ai 100.000 uomini.
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Su un fronte si allearono l'Impero tedesco, l'Impero austroungarico, e, più tardi, la Turchia e la Bulgaria; e sull'altro, la Serbia, la Francia, l'Impero britannico, la Russia, il Belgio e, più tardi, l'Italia, la Grecia, la Romania, il Portogallo, il Giappone e gli Stati Uniti. In quell'estate del 1914, milioni di uomini, dagli Urali all'Atlantico, impugnarono le armi. Tutta l'Europa vibra di entusiasmo guerriero, e ognuno pensa che la guerra sarà breve, e che il proprio esercito arriverà immediatamente alle capitali delle nazioni nemiche.
Germania e Austria, prese tra due fuochi, a occidente dalla Francia e a Oriente dall'Impero russo, non esitano ad attaccare con grande decisione.
Ottengono vittorie strepitose: avanzano fino quasi alle porte di Parigi a all'interno del territorio russo. Ma le truppe tedesche sono fermate dai francesi sulla Marna, e la situazione cambia aspetto.
La guerra dalle manovre rapide e dai movimenti spettacolari diventa una monotona e terribile carneficina di trincea. Milioni di uomini scavavano fossati e gallerie sotterranee, e si trincerano, cercando di confondersi con la terra. Anche le uniformi vistose dei primi mesi di guerra si trasformavano in uniformi grigioverdi, marrone o kaki, più adatte a una lotta in cui è essenziale mimetizzarsi. Ma per la conquista di alcune centinaia di metri di terreno si paga spesso col carissimo prezzo di migliaia di vite umane.
I soldati che combatterono questa guerra di posizione conobbero tutto l'orrore degli effetti di armi nuove, di invenzioni fatte per uccidere altri uomini. Nelle trincee fangose della Marna e di Verdun in Francia, di Tannenberg in Russia, e del Piave e dell'Isonzo in Italia, caddero centinaia di migliaia di proiettili, mentre due armi nuove e terribili (la mitragliatrice e i gas asfissianti) mietevano migliaia di vittime.
Per mare, l'Inghilterra impone la sua forza e blocca i porti e la flotta tedeschi. Ma la Germania risponde con un'altra arma terribile e i sommergibili silurano centinaia di navi da guerra, e anche navi passeggeri.
L'affondamento di un piroscafo civile, il ''Lusitania'', il 2 aprile 1917, offre agli Stati Uniti il pretesto per entrare in guerra a fianco degli alleati, che ne ricevono il massiccio appoggio economico e militare.
Quando, impegnata nella rivoluzione del 1917, la Russia firma la pace, la Germania ritira le truppe sul fronte russo e le trasferire su quello francese. Qui scatena quattro offensive terribili, ma gli eserciti alleati, sotto il comando del generale Foch, le respingono. A nulla servono i prodigi militari del maresciallo Hindenburg: le truppe tedesche si ritirano dal suolo francese.
Nel frattempo, a Berlino e nei porti del Baltico scoppia una rivoluzione. Soldati e marinai esigono e ottengono l'abdicazione del ''Kaiser'' Guglielmo II. Viene proclamata la Repubblica, e l'11 novembre 1918 la Germania firma l'''armistizio'' con gli alleati.
== Le grandi potenze alla vigilia della prima guerra mondiale ==
; Inghilterra
L'Inghilterra era una potenza grandissima sia per le sue immense colonie, che per le sue fiorenti industrie ed il suo attivissimo commercio.
La flotta dell'Inghilterra era la più potente del mondo.
; Germania
Sul continente europeo la Germania faceva progressi giganteschi in ogni campo.
L'industria e il commercio tedeschi si sviluppavano prodigiosamente, facendo concorrenza spietata ad altri paesi europei. Le industrie metallurgiche e meccaniche della Germania gareggiavano con quelle inglesi e francesi; le industrie chimiche erano poi le migliori al mondo. Il pangermanesimo, cioè l'idea di un'egemonia tedesca sul mondo, si diffondeva in Germania.
La Germania aveva intanto il più potente esercito del mondo e stava costruendo una grande flotta.
; Francia
La Francia dopo la sconfitta di Sedan aveva passato un periodo critico. Tuttavia sotto la terza repubblica si era rapidamente ripresa, con una sottoscrizione nazionale aveva pagato l'enorme indennità di guerra di 5 miliardi, richiesti dal Bismarck.
Nel 1878 la grande esposizione mondiale di Parigi testimoniò eloquentemente che la Francia economicamente era un paese solido e ricco. Inoltre la Francia riprese la sua politica di espansione coloniale in Africa, in Asia e in Oceania.
Nell'anima francese rimaneva sempre vivo il desiderio della rivincita contro i tedeschi e la riconquista dell'Alsazia e della Lorena perdute dopo Sedan.
; Impero Austro-ungarico
L'Impero Austro-ungarico (si chiamava così dal 1867) era un grande paese, ma che per la sua natura di stato plurinazionale, viveva uno stato di tensioni interne in alcune delle sue nazionalità (slave ed italiana). Lo Stato era tenuto insieme da due forze: l'esercito e la perfetta burocrazia. L'amministrazione austriaca era veramente esemplare per onestà ed efficienza.
; Russia
La Russia era una grande potenza militare ma profondamente travagliata da vecchi ed insoluti problemi sociali.
Sulle immense masse dei contadini russi poveri ed ignoranti dominata un'aristocrazia ricchissima e privilegiata: il Paese mancava di una vera libertà politica ed era amministrato da una burocrazia prepotente e corrotta.
All'interno della Russia presentava questa situazione di debolezza, in politica estera mirava in Europa a proteggere gli Slavi della penisola balcanica e in Asia a contrastare l'espansione del Giappone.
;Giappone
Il Giappone si era profondamente europeizzato in breve tempo, dando prova di grande vitalità e di capacità notevoli di progresso.
; Stati Uniti d'America
Gli Stati Uniti d'America a poco a poco abbandonavano la loro politica di isolamento e cominciavano a prendere parte attiva alle grandi questioni internazionali. Ormai non erano più solamente le potenze europee a dominare il mondo.
== Le cause del conflitto ==
Le cause furono numerose e vennero via via complicandosi tra loro.
#''Contrasto anglo-tedesco.'' Il crescente sviluppo commerciale, navale e industriale della Germania preoccupava molto l'Inghilterra, che finì con l'accordarsi prima con la Francia e poi, nel 1907, con la Russia per formare la '''Triplice Intesa'''. La Germania con il suo enorme esercito di 900.000 uomini era un grave pericolo.
#''Contrasto franco-tedesco.'' La Francia non aveva mai abbandonato il desiderio di riconquista dell'Alsazia e della Lorena e delle umiliazioni subite nel 1870. Inoltre la Germania si atteggiava a protettrice del Marocco, che la Francia voleva conquistare.
#''Contrasto austro-russo.'' La causa di questo contrasto era la penisola balcanica. I Russi si sentivano i naturali protettori dei popoli slavi di quella turbolenta penisola. Dal canto suo l'Austria intendeva espandersi proprio nei Balcani ed esercitarvi la sua volontà.
#''Gli irredentismi in Italia e in Serbia.'' L'Italia voleva Trento e Trieste. La Serbia voleva unificare tutti gli Slavi del Sud, staccando dall'Austria la Croazia, la Slovenia, la Bosnia e l'Erzegovina.
=== L'antefatto ===
Il 28 giugno 1914 a Sarajevo il principe ereditario austriaco, l'arciduca Francesco Ferdinando, venne ucciso a colpi di pistola insieme alla moglie da un giovane rivoluzionario serbo, lo studente Gavrilo Princip. L'Austria accusò la Serbia di complicità del delitto, le inviò un ultimatum con condizioni inaccettabili e poi il 28 luglio le dichiarò guerra.
I colpi di pistola di Sarajevo furono il segnale perché un'Europa armata fino ai denti si scatenasse in una delle guerre più tremende della storia. L'Austria dichiarò guerra alla Serbia e immediatamente i rispettivi paesi alleati si aggredirono l'un l'altro:
*in aiuto della Serbia accorse la Russia e accanto alla Russia si schierò la Francia
*la Germania sostenne l'alleata Austria. L'Italia rimase neutrale fino al 1915.
Iniziava il primo atto del dramma che per quattro anni doveva insanguinare l'Europa.
== 1914 ==
Il piano di guerra della Germania era di attaccare la Francia e schiacciarla in pochi giorni, prima che potesse venirle in aiuto l'Inghilterra. Poi spostare tutte le forze sul fronte orientale e battere la Russia in collaborazione con l'Austria-Ungheria.
Per attuare più rapidamente questo piano la Germania intimò al piccolo e neutrale ''Belgio'' di permettere il passaggio attraverso il suo territorio dell'esercito diretto alla frontiera francese. In caso di rifiuto la Germania avrebbe considerato il Belgio paese nemico.
Il re del Belgio, Alberto I, rifiutò e i Tedeschi invasero il paese seminando morte e distruzione.
Tutto il mondo condannò questo atto. A questo punto entrò in guerra l'Inghilterra.
Intanto ben sette eserciti tedeschi penetravano nel territorio francese: le loro avanguardie giungevano a 70 km da Parigi. Con un'abile manovra il generale francese Joffre attaccò nella sanguinosa ''battaglia di Marna'' il fianco destro tedesco, costringendo gli avversari ad arrestarsi e ad indietreggiare.
Sul fronte occidentale la guerra di movimento si trasformava in una logorante guerra di posizione. Si scavavano trincee, che vennero protette con reticolati di filo spinato. Dal mare del nord alla Svizzera si allungavano le trincee.
Intanto nell'immenso fronte orientale gli eserciti russi avevano ottenuto vari successi: sotto la guida del granduca Nicola erano penetrati in Prussia orientale e in Galizia. I Tedeschi però riuscirono in breve tempo a battere i Russi grazie all'abilità del vecchio maresciallo Hindenburg e a ricacciarli dai territori occupati.
Accanto agli Imperi centrali intanto si schierava la Turchia, ed il Giappone, interessato alle colonie tedesche, entrava in guerra a fianco dell'Intesa.
== 1915 ==
La Triplice Alleanza era un'alleanza difensiva, e l'articolo VII del trattato impegnava l'Austria a non provocare mutamenti nella penisola balcanica senza il consenso italiano. Invece l'Austria aveva dichiarato guerra alla Serbia, senza neanche consultare il governo italiano.
Pertanto allo scoppio della guerra l'Italia si ritenne libera da impegni e proclamò la sua neutralità. Intanto nel Paese si venivano fondando due correnti: la neutralista e l'interventista. La maggioranza degli Italiani (socialisti, cattolici, liberali) era più propensa alla neutralità, anche perché riteneva che la pace era necessaria al Paese per continuare a progredire. Capo dei neutralisti era Giolitti, il quale sperava di ottenere dall'Austria il Trentino mediante trattative diplomatiche.
Meno numerosi erano gli interventisti: tra essi erano Cesare Battisti, Leonida Bissolati, Filippo Corridoni, Gabriele d'Annunzio. Inoltre tra i più accesi interventisti c'era un giornalista romagnolo, Benito Mussolini, che all'epoca apparteneva all'ala rivoluzionaria del Partito Socialista Italiano ed era direttore del giornale "Popolo d'Italia" di Milano.
Il Parlamento era in gran maggioranza per la neutralità, tanto da costringere a dimettersi il Salandra, capo del governo e favorevole all'intervento.
Il 26 aprile 1915 aveva infatti concluso con l'Intesa il Patto di Londra, che impegnava l'Italia a dichiarare guerra all'Austria, concedendo a guerra finita notevoli compensi.
Gli interventisti organizzarono ovunque dimostrazioni di piazza, allora il Re richiamò al governo Salandra e nella fiducia di interpretare la volontà della nazione il 24 maggio dichiarò guerra all'Austria.
L'Italia entrava in guerra in un momento di particolare crisi per le potenze dell'Intesa. I Russi erano stati clamorosamente sconfitti con enormi perdite di uomini e mezzi. La Serbia era stata occupata dagli Austriaci e dai Bulgari: solo 200.000 uomini dell'esercito serbo erano stati salvati dalla distruzione con l'aiuto delle navi italiane operanti nell'Adriatico.
L'esercito italiano era formato da 400.000 uomini al comando del generale Luigi Cadorna. La sua avanzatafu presto arrestata dalle fortificazioni austriache delle Alpi e del Carso. Plava, Monte Nero, San Michele, Monte Sei Busi, Col di Lana, furono i punti notevoli, che gli italiani conquistarono oltre frontiera.
== 1916 ==
Il 1916 fu in complesso favorevole per l'Intesa.
I Tedeschi, dopo aver battuto nell'anno precedente i Russi, pensarono di sfondare il fronte francese: per sei mesi continui si protrasse la battaglia di Verdun, in cui tra tedeschi e francesi morirono un milione di soldati. E tuttavia i Tedeschi non passarono, anzi gli Anglo-francesi nel luglio iniziarono una controffensiva, la battaglia della Somme, che si protrasse senza risultati anch'essa per sei mesi.
Per mare intanto si svolse una battaglia, detta dello Jutland, tra la flotta tedesca e quella inglese, anch'essa ebbe esito incerto. Le perdite inglesi furono forti, ma i Tedeschi non osarono più uscire in campo aperto per affrontare la flotta avversaria.
Sul fronte orientale i Russi sconfissero l'esercito austriaco e rioccuparono la Galizia e la Bucovina: fecero un enorme numero di prigionieri (circa 400.000).
Questo successo spinse la Romania a schierarsi a fianco dell'Intesa, ma purtroppo, attaccata dai Bulgari e dagli austro-francesi, fu invasa e in gran parte occupata.
Sul fronte italiano del Trentino l'Austria preparò una grande offensiva, che chiamò Strafe-Ezpedition (cioè spedizione punitiva). L'attacco fu preceduto da un bombardamento di grossi cannoni, gli Austriaci con impeto travolgente riuscirono a sfondare. L'esercito italiano dovette abbandonare la Valsugana e una parte dell'altopiano di Asiago. Ma i fianchi di questo esercito ressero bene e poterono passare ad un'efficace controffensiva. L'attacco austriaco fallì, la controffensiva italiana si concluse il 9 agosto con la presa di Gorizia.
Purtroppo durante questi combattimenti caddero in mani austriache Cesare Battisti e Fabio Filzi, che vennero condotti a Trento come traditori, in quanto questi due patrioti avevano la cittadinanza austriaca, e morirono impiccati nel Castello del Buon Consiglio.
Poco tempo dopo moriva a Vienna Francesco Giuseppe, l'imperatore reazionario che si era macchiato di tante colpe riguardo agli Italiani. Gli succedeva il nipote, Carlo I, che cercò inutilmente di trattare la pace con Londra e Parigi.
Ormai però il destino della sua Dinastia e del suo Impero era segnato.
== 1917 ==
La Russia, che pur l'anno precedente aveva battuto gli Austriaci e i Turchi, cadde in preda alla rivoluzione nel marzo 1917 e abbandonò il conflitto.<br>
Il crollo del fronte russo permise agli Imperi centrali di portare in massa le loro truppe su altri fronti. Le prime ripercussioni del ritiro russo dalla guerra si ebbero in Italia.
Gli austro-tedeschi in una violentissima offensiva aprirono una larga breccia a Caporetto e dilagarono nella pianura. Gli italiani furono costretti ad abbandonare il Carso, la Carnia, e parte del Veneto. La tragica ritirata si svolse dal 24 ottobre al 7 novembre con perdite gravissime di uomini e di materiali: 300.000 soldati fatti prigionieri dagli Austro-tedeschi e tremila cannoni abbandonati nelle mani nemiche.
Il generale Cadorna ordinò la resistenza sulla destra del Piave.
E qui l'ondata di invasione si arrestò dinanzi all'infrangibile resistenza italiana. Difesero la linea del Piave e del Monte Grappa i <<soldatini>>, i giovani di leva nati nel 1899: avevano solo 18 anni, ma scrissero una pagina immortale nella storia d'Italia.
Queste reclute giovanissime ridiedero coraggio e ardore a tutti. Il Paese nell'ora del pericolo estremo si ridestò miracolosamente con una volontà disperata di rivincita. Intanto al comando supremo il generale Cadorna fu sostituito dal generale Armando Diaz, al governo salì Vittorio Emanuele Orlando, che fece appello a tutti i partiti per una ''unione sacra'' in difesa della patria in pericolo.
Proprio sul Piave, dopo le terribili giornate della disfatta di Caporetto, si rivelò definitivamente la nostra coscienza nazionale.
L'abbandono del conflitto da parte della Russia fu compensato nell'aprile 1917 dall'intervento in guerra degli Stati Uniti d'America, a fianco dell'Intesa.
Le cause di questo improvviso intervento furono che nel 1917 la Germania, per impedire che le potenze dell'Intesa potessero avere rifornimenti di viveri e armi, condusse mediante i suoi sottomarini una lotta ad oltranza contro tutte le navi mercantili appartenenti a potenze neutrali.
Gli U-Boot, cioè i sottomarini tedeschi, non esitavano ad affondare senza preavviso le navi nemiche o neutrali: ciò recava gravi danni alle persone e ai beni degli Stati Uniti.
Inoltre gli Stati Uniti temevano che la vittoria della Germania avrebbe reso questo paese dominatore della politica mondiale.
Il presidente Wilson, spinto dall'opinione pubblica statunitense, nell'aprile dichiarò guerra alla Germania.
=== La rivoluzione russa ===
Nel 1917 la Russia era in gravissima crisi, erano già morti due milioni di soldati, mancavano munizioni, armi moderne ed efficienti, l'alimentazione della popolazione e dei combattenti stessi era scarsa ed insufficiente. La fiducia in una vittoria era ormai caduta, della triste situazione della Russia si incolpava la monarchia degli Zar.
L'8 marzo 1917 scoppiò in modo fortuito a Pietroburgo una rivolta popolare causata dalla carestia, fu essa la scintilla che provocò il grande incendio della Rivoluzione. Lo zar Nicola II inviò le truppe per ''ripristinare l'ordine'', queste non solo non repressero la rivolta popolare, ma si unirono agli insorti.
Altre truppe della capitale e gli operai delle fabbriche fecero anch'essi causa comune col popolo. La rivoluzione di marzo dilagò nel paese con rapidità. Lo Zar fu costretto ad abdicare. Il potere passò prima dei mani dei liberali e dopo nelle mani dei socialisti moderati, con a capo Kerenski: invano si cercò di continuare la guerra. L'esercito si rifiutò di combattere ancora.
Nel frattempo Lenin, capo dei bolscevichi o comunisti, affermava nel suo giornale, la Pravda (= la verità), che bisognava far pace subito con la Germania, togliere le proprietà terriere ai proprietari e cederle ai contadini, e dare tutto il potere ai consigli degli operai, contadini e soldati (Soviet).
Queste idee trovarono larghi consensi e si ebbe la rivoluzione d'ottobre, il potere passò nelle mani dei comunisti, guidati da Lenin. Il nuovo governo si affrettò a firmare con i Tedeschi l'armistizio che si trasformò poi nella pace di Brest-Litowsk nel marzo 1918.<br>
La Russia cedeva alla Germania la Polonia, la Finlandia, l'Ucraina e le province baltiche.
== 1918 ==
Nel marzo del 1918 i Tedeschi cercarono la risoluzione della guerra con un supremo e gigantesco attacco sul '''fronte occidentale''', lo stesso imperatore Guglielmo II volle esser presente e per questo l'offensiva fu detta "battaglia del Kaiser". Si temeva che l'arrivo delle truppe statunitensi avrebbe rovesciato le sorti della guerra.
Sotto la violenta spallata tedesca, sia i Francesi che gli Inglesi furono costretti a ritirarsi nelle posizioni che avevano nel 1914. Tuttavia i Tedeschi non riuscirono a travolgere gli avversari, che dal luglio iniziarono una lunga battaglia, chiamata "seconda battaglia della Marna", per riconquistare il terreno perduto.
La conclusione del lungo conflitto si ebbe invece sul fronte italiano: gli Austriaci con uno sforzo poderoso, dal 15 al 23 giugno, sferrarono la ''battaglia del Piave'': alle primi luci del giorno, il 15 giugno 1918, con un violento attacco dell'artiglieria aveva inizio da Val Lagarina al mare l'ultima offensiva austriaca.
Gli Austriaci furono subito fermati sugli altipiani e pertanto non riuscirono a cogliere alle spalle le truppe italiane schierate sul Piave, il fronte montano resse perfettamente.
Gli Austriaci invece riuscirono a guadare il Piave in alcuni luoghi, tanto che si ebbe timore per Venezia e Treviso. Ma la controffensiva italiana fu così travolgente, che dopo nove giorni le truppe nemiche furono disordinatamente respinte oltre il fiume, dopo aver subito enormi perdite (più di 200.000 uomini).
Questa vittoria italiana ebbe conseguenze fatali per l'Austria e indirettamente per la Germania. Quest'ultima era giunta nel giugno a pochi chilometri da Parigi e, se gli Austriaci avessero battuto l'Italia sul Piave, avrebbero potuto aiutare i loro alleati tedeschi sul fronte francese. Invece l'Austria venne sconfitta clamorosamente e rimase spossata dopo il grande sforzo.
Intanto l'esercito italiano preparava accuratamente un'imponente offensiva. Questa ebbe inizio il 24 ottobre, anniversario di Caporetto, l'attacco fu sferrato dal Grappa e si estese a tutta la ''linea del Piave''. Fu sfondato il fronte austriaco e travolta ogni difesa, il 30 le truppe italiane erano già a Vittorio Veneto.<br> L'esercito austriaco si sgretolò trasformandosi in un disordinato gregge in fuga. Centinaia di migliaia i prigionieri, ingente il materiale di guerra caduto in nostre mani.
Il 3 novembre il tricolore italiano garriva al vento sul Castello del Buon Consiglio di Trento, dove era stato impiccato Cesare Battisti, e quasi contemporaneamente sbarcavano a Trieste bersaglieri e marinai italiani.
== Conseguenze ==
Il 4 novembre, a Villa Giusti, presso Padova, l'Austria firmava l'armistizio con l'Italia a queste condizioni: il Trentino, l'Alto Adige, il Friuli orientale, Trieste e l'Istria, la Dalmazia fino a Sebenico e le sue isole passavano all'Italia.
Il crollo dell'Austria segnò anche la sorte della Germania, che firmò anch'essa l'armistizio l'11 novembre.
Già precedentemente Bulgaria e Turchia si erano ritirate dalla lotta.
La pace di Versailles, che mise fine alla guerra,
*smembrò l'Impero austroungarico
*riconobbe l'indipendenza dell'Ungheria, della Cecoslovacchia, della Polonia e della Iugoslavia
*impose pesanti risarcimenti di guerra alla Germania, alla quale fu proibito di tenere un esercito superiore ai 100.000 uomini.
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*[[n:Ministro Profumo: La RAI e un wiki per la nuova scuola]]
*[[n:Scuola in chiaro, tablet e LIM: l'istruzione diventa digitale]]
*[[n:Regione Liguria: In commissione la legge sui libri di testo elettronici]]
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*[[n:Spese dell'istruzione, Fioroni firma il decreto per il tetto di spesa sui libri scolastici]]
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L'economicità
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{{navigazione lezione|corso1=Economia|materia1=Economia aziendale}}
{{risorsa|tipo=lezione|materia1=Economia aziendale|avanzamento=25%}} __TOC__
Ogni istituto che ha al suo interno una natura economica deve garantire un equilibrio istituzionale ed un equilibrio economico dal momento che sono tra di loro interconnessi. '''L'economicità''', che rappresenta l'equilibrio economico di un istituto, è condizione fondamentale dell'equilibrio istituzionale. by Quinlano83 sala me di Wikipedia
===Equilibrio istituzionale===
Si ha equilibrio istituzionale quando tutti i membri che compongono il soggetto di istituto condividono la missione, cioè il motivo per cui l'istituto esiste, i valori, le idee sull'ambiente in cui l'istituto opera (mercati, clienti, concorrenza etc.), la strategia, gli obiettivi e le iniziative di istituto, gli obiettivi del soggetto di istituto stesso. In altre parole si ha equilibrio istituzionale quando si ottengono risultati desiderati, e conseguentemente i membri del soggetto di istituto permangono nell'istituto, infatti l'abbandono di membri fondamentali per l'istituto indica che l'istituto non opera in equilibrio istituzionale.
Si deve tener conto che si tratta di un equilibrio di lungo periodo dal momento che gli istituti hanno in sé carattere di continuità. I membri dell'istituto si aspettano che questo perduri nel tempo in modo da ottenere i risultati desiderati nel lungo periodo e anche oltre la propria vita (è il caso dei fondatori di un istituto).
Dire che un istituto è in equilibrio istituzionale implica che esso sia autonomo ovvero che le scelte sui fini dell'istituto e le modalità di governo spettano solo al soggetto di istituto e non ad altri fatta eccezione per quegli istituto che si trovano ad operare all'interno di un gruppo di istituti in cui è presente una gerarchia.
===Equilibrio economico===
Si ha equilibrio economico, ossia economicità, quando esiste un equilibrio tra componenti positivi e negativi di reddito che assicura rimunerazioni soddisfacenti del capitale di rischio e del lavoro. In altre parole un istituto è in condizione di economicità quando è in grado di rimunerare tutte le condizioni dell'attività economica necessarie allo svolgimento delle combinazioni economiche senza la copertura di altre economie.
Per un istituto di tipo familiare l'economicità si ottiene quando le condizioni di svolgimento dell<nowiki>'</nowiki>azienda familiare assicurano una vita duratura economica che contemporaneamente assicuri i fini istituzionali economici:
* consumi di famiglia secondo posizione sociale e secondo progresso del tenore di vita, se necessario, in riferimento alle condizioni di ambiente;
* conseguente reddito (di lavoro e di gestione patrimoniale) netto di esercizio, tale da consentire un risparmio di esercizio capace di generare o mantenere un conveniente patrimonio di esercizio e di rivalutazione.
===Relazioni tra equilibrio istituzionale ed equilibrio economico===
Abbiamo detto che l'economicità è una condizione necessaria per l'equilibrio istituzionale. Va precisato che molte aziende nel breve e medio periodo non si trovano in condizioni di equilibrio economico, pur mantenendo inalterato la composizione dei membri di istituto. Questo è dovuto al fatto che i soggetti di istituto rinunciano a una parte delle rimunerazioni attese, per un determinato periodo, affinché l'economicità dell'istituto sia ripristinata e conseguire nel lungo periodo i risultati desiderati.
Le conseguenze di un disequilibrio economico di lungo periodo possono manifestarsi con un disequilibrio istituzionale. Le fattispecie principali sono:
* l'istituto perde la propria autonomia in quanto altri istituti "si fanno carico" di recuperare l'economicità ottenendo però un proprio margine decisionale e proprietario che denatura il soggetto d'istituto originale (parzialmente o interamente);
* l'istituto termina la propria attività;
===Fini economici d'istituto===
L'economicità è un principio cui gli istituti si ispirano per perseguire i fini economici e mantenere le condizioni di funzionamento dell'azienda, che rappresenta l'astrazione dell'ordine prettamente economico di un istituto. Si presenta cioè come regola di condotta aziendale, che garantisca autonomia e durabilità, e come verifica delle condizioni di equilibrio reddituale e finanziario.
==L'economicità delle imprese==
In generale possiamo dire che un'azienda svolge la propria attività secondo economicità se vengono rispettate alcune condizioni necessarie.
===Equilibrio reddituale===
Indica l'equilibrio tra i componenti positivi e negativi di reddito, e cioè la capacità della gestione di rimunerare i fattori di produzione e il capitale di rischio (ed eventuali capitali di prestito) attraverso i componenti positivi di reddito.
In generale diciamo ha senso porre la questione dell'equilibrio reddituale guardando al lungo periodo, tenendo però in considerazione la natura dell'attività economica nell'azienda secondo i processi produttivi e i cambiamenti dell'ambiente in cui l'impresa opera. Se si tratta di un'azienda i cui processi produttivi sono di breve periodo allora diciamo che l'impresa sarà in equilibrio reddituale se ogni processo produttivo permette di realizzare un equilibrio tra ricavi e costi. Parimenti se la produzione copre un periodo lungo (pluriennale) allora si dovrà riscontrare l'equilibrio sulle singole commesse in svolgimento.
In sostanza è una formula che deve determinare un equilibrio sia per quanto riguarda i tempi sia per quanto riguarda le forme di sostentamento dell'impresa durante i processi produttivi, e cioè garantire che l'impresa, attraverso finanziatori che si assumono i relativi rischi (conferenti di capitale di rischio o di prestito), riesca a coprire le spese necessarie per avviare la produzione e gli eventuali periodi di disequilibrio di breve periodo al fine di raggiungere l'equilibrio di lungo periodo.
Un altro fattore che deve includersi nella determinazione della "formula di equilibrio" è l'oggetto di riferimento. Se si di una singola azienda si ricerca un equilibrio, detto ''equilibrio aziendale'', se ci riferiamo a un gruppo di aziende si ricerca un altro tipo di equilibrio, detto ''equilibrio di gruppo''. L'equilibrio di gruppo deve essere valutato adeguatamente, riconoscendo alcune fattispecie di equilibrio aziendale:
* l'azienda di un gruppo sarebbe in condizione di disequilibrio economico se presa singolarmente, ma continua a svolgere la propria attività perché rappresenta una specifica coordinazione (funzione) del gruppo; al contrario un'azienda che si trova in equilibrio economico, singolarmente, è da ritenersi in questa condizione solo grazie alle favorevoli condizioni di scambi interaziendali;
* l'azienda non si trova in equilibrio reddituale ma viene mantenuta in vita perché permette ad altre aziende di trarne vantaggi e opportunità che non siano dei componenti positivi di reddito.
===Efficienza===
L'efficienza di un'azienda è una condizione per la sua economicità, e si misura in termini di '''rendimento fisico-tecnico''' dei processi produttivi. Accade cioè che un'azienda che ha particolare condizioni di mercato (ad esempio una condizione di monopolio legale) riesca a conseguire un equilibrio reddituale ma presenta delle gravi lacune in termini di operazioni e processi, gestione ed organizzazione. Un'azienda in questa condizione potrebbe ad esempio penalizzare l'economicità di un'altra azienda che ha ritorsioni su un intero sistema.
In generale l'efficienza si esprime individuando ed esprimendo la relazione tra risultati conseguiti e mezzi impiegati all'interno di una determinato settore aziendale o un determinato processo della produzione.
Alcuni metodi di lavoro sono orientati all'efficienza in termini di riduzione degli sprechi di risorse e di tempi, e sono coadiuvati dall'innovazione tecnologiche e metodologica dei processi. È il caso di soluzioni organizzative come il '''just in time''' e la '''total quality'''.
===Congruità ===
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La congruità viene vista sotto tre aspetti:
Prezzi. Tra prezzo-costo che è quello che deriva dall'acquisizione di fattori produttivi e prezzo-ricavo che deriva dalla cessione del prodotto. Devono essere adeguati alle condizioni di mercato.
Remunerazioni dei prestatori di lavoro. Anche queste devono essere congrue al mercato, infatti esistono i Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro che servono proprio per stabilire alcune condizioni basiche sulle retribuzioni.
Remunerazioni dei conferenti capitale di rischio che riguarda coloro che apportano capitale di rischio nell'impresa. Sono soggetti al costo opportunità cioè ciò a cui si deve rinunciare per effettuare una scelta economica ed è pari al valore della migliore alternativa.In altri termini il è costo che si crea quando questi soggetti rinunciano ad un investimento certo per apportare capitale in un' impresa soggetta al rischio economico.
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[[Categoria:Economia aziendale]]
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Ogni istituto che ha al suo interno una natura economica deve garantire un equilibrio istituzionale ed un equilibrio economico dal momento che sono tra di loro interconnessi. '''L'economicità''', che rappresenta l'equilibrio economico di un istituto, è condizione fondamentale dell'equilibrio istituzionale.
===Equilibrio istituzionale===
Si ha equilibrio istituzionale quando tutti i membri che compongono il soggetto di istituto condividono la missione, cioè il motivo per cui l'istituto esiste, i valori, le idee sull'ambiente in cui l'istituto opera (mercati, clienti, concorrenza etc.), la strategia, gli obiettivi e le iniziative di istituto, gli obiettivi del soggetto di istituto stesso. In altre parole si ha equilibrio istituzionale quando si ottengono risultati desiderati, e conseguentemente i membri del soggetto di istituto permangono nell'istituto, infatti l'abbandono di membri fondamentali per l'istituto indica che l'istituto non opera in equilibrio istituzionale.
Si deve tener conto che si tratta di un equilibrio di lungo periodo dal momento che gli istituti hanno in sé carattere di continuità. I membri dell'istituto si aspettano che questo perduri nel tempo in modo da ottenere i risultati desiderati nel lungo periodo e anche oltre la propria vita (è il caso dei fondatori di un istituto).
Dire che un istituto è in equilibrio istituzionale implica che esso sia autonomo ovvero che le scelte sui fini dell'istituto e le modalità di governo spettano solo al soggetto di istituto e non ad altri fatta eccezione per quegli istituto che si trovano ad operare all'interno di un gruppo di istituti in cui è presente una gerarchia.
===Equilibrio economico===
Si ha equilibrio economico, ossia economicità, quando esiste un equilibrio tra componenti positivi e negativi di reddito che assicura rimunerazioni soddisfacenti del capitale di rischio e del lavoro. In altre parole un istituto è in condizione di economicità quando è in grado di rimunerare tutte le condizioni dell'attività economica necessarie allo svolgimento delle combinazioni economiche senza la copertura di altre economie.
Per un istituto di tipo familiare l'economicità si ottiene quando le condizioni di svolgimento dell<nowiki>'</nowiki>azienda familiare assicurano una vita duratura economica che contemporaneamente assicuri i fini istituzionali economici:
* consumi di famiglia secondo posizione sociale e secondo progresso del tenore di vita, se necessario, in riferimento alle condizioni di ambiente;
* conseguente reddito (di lavoro e di gestione patrimoniale) netto di esercizio, tale da consentire un risparmio di esercizio capace di generare o mantenere un conveniente patrimonio di esercizio e di rivalutazione.
===Relazioni tra equilibrio istituzionale ed equilibrio economico===
Abbiamo detto che l'economicità è una condizione necessaria per l'equilibrio istituzionale. Va precisato che molte aziende nel breve e medio periodo non si trovano in condizioni di equilibrio economico, pur mantenendo inalterato la composizione dei membri di istituto. Questo è dovuto al fatto che i soggetti di istituto rinunciano a una parte delle rimunerazioni attese, per un determinato periodo, affinché l'economicità dell'istituto sia ripristinata e conseguire nel lungo periodo i risultati desiderati.
Le conseguenze di un disequilibrio economico di lungo periodo possono manifestarsi con un disequilibrio istituzionale. Le fattispecie principali sono:
* l'istituto perde la propria autonomia in quanto altri istituti "si fanno carico" di recuperare l'economicità ottenendo però un proprio margine decisionale e proprietario che denatura il soggetto d'istituto originale (parzialmente o interamente);
* l'istituto termina la propria attività;
===Fini economici d'istituto===
L'economicità è un principio cui gli istituti si ispirano per perseguire i fini economici e mantenere le condizioni di funzionamento dell'azienda, che rappresenta l'astrazione dell'ordine prettamente economico di un istituto. Si presenta cioè come regola di condotta aziendale, che garantisca autonomia e durabilità, e come verifica delle condizioni di equilibrio reddituale e finanziario.
==L'economicità delle imprese==
In generale possiamo dire che un'azienda svolge la propria attività secondo economicità se vengono rispettate alcune condizioni necessarie.
===Equilibrio reddituale===
Indica l'equilibrio tra i componenti positivi e negativi di reddito, e cioè la capacità della gestione di rimunerare i fattori di produzione e il capitale di rischio (ed eventuali capitali di prestito) attraverso i componenti positivi di reddito.
In generale diciamo ha senso porre la questione dell'equilibrio reddituale guardando al lungo periodo, tenendo però in considerazione la natura dell'attività economica nell'azienda secondo i processi produttivi e i cambiamenti dell'ambiente in cui l'impresa opera. Se si tratta di un'azienda i cui processi produttivi sono di breve periodo allora diciamo che l'impresa sarà in equilibrio reddituale se ogni processo produttivo permette di realizzare un equilibrio tra ricavi e costi. Parimenti se la produzione copre un periodo lungo (pluriennale) allora si dovrà riscontrare l'equilibrio sulle singole commesse in svolgimento.
In sostanza è una formula che deve determinare un equilibrio sia per quanto riguarda i tempi sia per quanto riguarda le forme di sostentamento dell'impresa durante i processi produttivi, e cioè garantire che l'impresa, attraverso finanziatori che si assumono i relativi rischi (conferenti di capitale di rischio o di prestito), riesca a coprire le spese necessarie per avviare la produzione e gli eventuali periodi di disequilibrio di breve periodo al fine di raggiungere l'equilibrio di lungo periodo.
Un altro fattore che deve includersi nella determinazione della "formula di equilibrio" è l'oggetto di riferimento. Se si di una singola azienda si ricerca un equilibrio, detto ''equilibrio aziendale'', se ci riferiamo a un gruppo di aziende si ricerca un altro tipo di equilibrio, detto ''equilibrio di gruppo''. L'equilibrio di gruppo deve essere valutato adeguatamente, riconoscendo alcune fattispecie di equilibrio aziendale:
* l'azienda di un gruppo sarebbe in condizione di disequilibrio economico se presa singolarmente, ma continua a svolgere la propria attività perché rappresenta una specifica coordinazione (funzione) del gruppo; al contrario un'azienda che si trova in equilibrio economico, singolarmente, è da ritenersi in questa condizione solo grazie alle favorevoli condizioni di scambi interaziendali;
* l'azienda non si trova in equilibrio reddituale ma viene mantenuta in vita perché permette ad altre aziende di trarne vantaggi e opportunità che non siano dei componenti positivi di reddito.
===Efficienza===
L'efficienza di un'azienda è una condizione per la sua economicità, e si misura in termini di '''rendimento fisico-tecnico''' dei processi produttivi. Accade cioè che un'azienda che ha particolare condizioni di mercato (ad esempio una condizione di monopolio legale) riesca a conseguire un equilibrio reddituale ma presenta delle gravi lacune in termini di operazioni e processi, gestione ed organizzazione. Un'azienda in questa condizione potrebbe ad esempio penalizzare l'economicità di un'altra azienda che ha ritorsioni su un intero sistema.
In generale l'efficienza si esprime individuando ed esprimendo la relazione tra risultati conseguiti e mezzi impiegati all'interno di una determinato settore aziendale o un determinato processo della produzione.
Alcuni metodi di lavoro sono orientati all'efficienza in termini di riduzione degli sprechi di risorse e di tempi, e sono coadiuvati dall'innovazione tecnologiche e metodologica dei processi. È il caso di soluzioni organizzative come il '''just in time''' e la '''total quality'''.
===Congruità ===
{{W}}
La congruità viene vista sotto tre aspetti:
Prezzi. Tra prezzo-costo che è quello che deriva dall'acquisizione di fattori produttivi e prezzo-ricavo che deriva dalla cessione del prodotto. Devono essere adeguati alle condizioni di mercato.
Remunerazioni dei prestatori di lavoro. Anche queste devono essere congrue al mercato, infatti esistono i Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro che servono proprio per stabilire alcune condizioni basiche sulle retribuzioni.
Remunerazioni dei conferenti capitale di rischio che riguarda coloro che apportano capitale di rischio nell'impresa. Sono soggetti al costo opportunità cioè ciò a cui si deve rinunciare per effettuare una scelta economica ed è pari al valore della migliore alternativa.In altri termini il è costo che si crea quando questi soggetti rinunciano ad un investimento certo per apportare capitale in un' impresa soggetta al rischio economico.
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[[Categoria:Economia aziendale]]
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L'Estinzione del Rapporto di Lavoro
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{{risorsa|tipo=lezione|materia1=Diritto del lavoro|avanzamento=100%}}
Anche nel mondo del salame, ogni inizio ha una sua inevitabile conclusione. I contratti di lavoro possono essere suddivisi in due categorie principali: quelli a tempo indeterminato, che non prevedono una data di scadenza prestabilita, e quelli a tempo determinato, che invece fissano un termine per la loro conclusione.
Nel caso dei contratti a tempo determinato, la fine è chiaramente prevista, coincidendo con la data concordata per la loro scadenza. Tuttavia, per i contratti a tempo indeterminato, la situazione è differente, in quanto non specificano una data di termine a causa della loro natura intrinseca.
Pertanto, per regolare la conclusione dei contratti a tempo indeterminato, sono state previste diverse cause di estinzione, che possono essere suddivise in due categorie principali:
1. Cause di Estinzione Naturali: Queste si verificano in modo naturale e automatico, senza bisogno di una decisione da parte delle parti coinvolte. Un esempio è la morte del lavoratore, la quale determina la cessazione del contratto. Tuttavia, questa regola non si applica allo stesso modo al datore di lavoro. Nel caso in cui l'azienda sopravviva e non ci sia una stretta correlazione tra il lavoro e il datore di lavoro, come nel caso di un assistente familiare, il rapporto di lavoro può proseguire.
2. Cause di Estinzione Determinate dalla Volontà delle Parti: Queste cause sono il risultato delle decisioni delle parti coinvolte nel contratto. Esse possono essere ulteriormente suddivise in due categorie:
- Risoluzione Consensuale: In questo caso, entrambe le parti, lavoratore e datore di lavoro, concordano di comune accordo di porre fine al rapporto di lavoro. Questa è una decisione condivisa e volontaria.
- Recesso Unilaterale: In questa categoria, la decisione di terminare il rapporto proviene da una sola delle due parti. Le dimissioni sono un esempio di recesso unilaterale da parte del lavoratore, che manifesta la sua volontà di lasciare il lavoro. Al contrario, il licenziamento rappresenta il recesso unilaterale da parte del datore di lavoro, che decide di interrompere il rapporto di lavoro con il lavoratore.
In sintesi, il termine di un rapporto di lavoro può dipendere dalla natura del contratto (indeterminato o determinato) e dalle decisioni delle parti coinvolte, che possono essere concordate di comune accordo o prese unilateralmente.
==Risoluzione Consensuale==
La Risoluzione Consensuale non era originariamente prevista da alcuna norma. È stata regolamentata solo con la Riforma Fornero (Legge 92/2012) che ha previsto che l'atto di risoluzione consensuale deve essere convalidato dalla Direzione Territoriale del Lavoro. Il Legislatore conferma la sua diffidenza nella volontarietà da parte del lavoratore (che potrebbe essere condizionato dal datore di lavoro) di far cessare il rapporto di lavoro e pertanto, attraverso una procedura più complessa, cerca di certificare che davvero ci sia tale volontà. In realtà la Risoluzione Consensuale è meno frequente delle altre forme.
==Recesso Unilaterale secondo il Codice Civile==
Due sono le norme del Codice Civile in materia di recesso e sono l'articolo 2118 (applicabile solo al contratto a tempo indeterminato) e il 2119 (che è applicabile anche ai contratti a termine).
L'articolo 2118 c.c. (rubricato "Recesso dal contratto a tempo indeterminato") stabilisce che ciascuno dei contraenti può recedere liberamente. Si stabilisce così un regime di libera recedibilità cioè che non c'è obbligo di motivazione per il recesso né bisogna usare una qualche particolare forma di volontà (recesso ad nutum). L'unica forma di obbligo è il preavviso (la cui durata è prevista dai contratti collettivi o dagli usi). Se il preavviso non è concesso il datore dovrà comunque corrispondere al lavoratore una indennità (Indennità di Preavviso) equivalente alla retribuzione spettante per il periodo coperto da preavviso. È interessante segnalare che nel caso in cui avvenga in questo periodo un rinnovo contrattuale dei contratti il lavoratore ha diritto alla maggiorazione del nuovo contratto.
Ci si può domandare in caso di assenza del preavviso e senza neppure la corrispensione della retribuzione il licenziamento non diventi illegittimo il recesso. Il licenziamento è valido infatti è stato stabilito che il preavviso è un obbligo accessorio che non incide sulla libertà del recesso.
Possiamo vedere che l'articolo 2118 c.c. soffre della presunzione da parte del legislatore che entrambe le parti, lavoratore e datore di lavoro, siano poste sullo stesso piano. Nella realtà però sappiamo che il lavoratore è comunque in una posizione di soccombenza rispetto al datore di lavoro e questo porterà alla creazione di norme che vedremo tra poco.
L'articolo 2119 c.c. (rubricato "Recesso per giusta causa") disciplina la Giusta Causa. Che cosa è la Giusta Causa ? La Giusta Causa è una delle motivazioni che rendono legittimo il licenziamento (e le dimissioni). Essa è in sostanza una causa talmente grave che non permette la prosecuzione del rapporto di lavoro neppure per il tempo previsto dal preavviso. A seconda della tipologia contrattuali possiamo avere due casi:
* '''Tempo Determinato:''' È possibile il recesso prima della scadenza del termine (ante tempus).
* '''Tempo Indeterimanto:''' È possibile recedere senza preavviso.
Anche il lavoratore può chiaramente recedere per giusta causa (Dimissioni per Giusta Causa) in questo caso ha diritto ad una indennità che è pari a quella del mancato preavviso prevista dall'articolo 2118 c.c. secondo comma (si veda anche il caso del Trasferimento d'Azienda all'articolo 2112 c.c. secondo comma dove anche in questo caso è possibile il recesso per giusta causa se le condizioni lavorative a seguito del Trasferimento d'Azienda sono totalmente mutate).
È bene segnalare che nel sistema del Codice Civile la giusta causa non è una condizione di legittimità del recesso (tale funzione sarà assunta solo a seguito della legge 604/66 che tra poco vedremo).
==Dimissioni del Lavoratore==
Le Dimissioni, a differenza del licenziamento che ha trovato una sua ulteriore regolazione in diverse altre leggi, sono ancora regolate dal sistema previsto dal Codice Civile. È richiesta una convalida da parte della Direzione Territoriale del Lavoro (prima prevista solo per le lavoratrici ma poi la Riforma Fornero l'ha estesa a tutti).
L'allargamento della convalida a tutti i lavoratori è stato previsto per contrastare il fenomeno delle cosiddette ''Dimissioni in bianco'' dove il lavoratore, pressato dal datore di lavoro, era spinto a formulare le proprie dimissioni preventive (spesso al momento stesso dell'assunzione) per poi essere datate al momento necessario da parte del datore di licenziarlo. In realtà già con la legge 247/2007 si cercò di porne un argine attraverso la previsione di un modulo con data certa (valida solo per 15 giorni poi sarebbe scaduto). Anche questa previsione fu aggirata con la Risoluzione Consensuale in Bianco e pertanto alla fine il sistema del modulo fu abrogato. Come detto la Riforma Fornero ha previsto questo sistema di convalida per tutti gli atti di volontà del lavoratore (quindi, come detto, anche per la Risoluzione Consensuale oltre che per le Dimissioni) tuttora vigente.
Da ricordare sono le novità introdotte dal decreto legislativo 14 settembre 2015, n. 151 attuativo dello Jobs Act che ha introdotto modalità semplificate ed uniche, esclusivamente telematiche con appositi moduli resi disponibili dal Ministero del lavoro, per effettuare le dimissioni e la risoluzione consensuale del rapporto di lavoro al fine di contrastare l'illegittima prassi delle “dimissioni in bianco”.
==Licenziamento==
Il regime di libera recedibilità (soprattutto al latere datoriale) ebbe un freno nel 1966. Il Parlamento, infatti, in 15 Luglio di quell'anno emanò la legge 604/66 tuttora vigente che solennemente all'articolo 1 proclamava che in caso di contratto a tempo indeterminato (e solo in questo caso) il licenziamento doveva avvenire solo a seguito di giusta causa o per giustificato motivo. Nasce così un regime di vincolatività del recesso e si ha quindi un ribaltamento totale rispetto al vecchio regime.
Ci si può domandare se i due regimi siano tra loro compatibili. La risposta è che non lo sono e che il regime vincolistico ha sostituito quello della libera recedibilità del licenziamento. Esistono però alcune categorie di lavoratori dove il regime vincolistico non è applicabile e pertanto permane la libera recedibilità (recesso ad nutum). Esse sono:
* Dirigenti.
* Lavoratori Domestici.
* Sportivi Professionisti.
* Lavoratori che hanno maturato l'Età Pensionistica.
* Lavoratori in Prova (salvo non abbiano superato i sei mesi dall'assunzione in Prova, in questo caso vige anche per loro un regime di recedibilità vincolata).
La Giusta Causa rinvia all'articolo 2119 del Codice Civile.
Il Giustificato Motivo, che si divide in Giustificato Motivo Soggettivo e Giustificato Motivo Oggettivo, è nozionizzato dall'articolo 3 proprio della legge 604 del 1966.
===Regole Sostanziali (Condizioni di Legittimità)===
Un Licenziamento è Legittimo solo in presenza di Giusta Causa o di Giustificato Motivo (Soggettivo o Oggettivo) ma cosa significano queste tre nozioni ?
Per la nozione di '''Giusta Causa''' dobbiamo rifarci a quanto già detto esaminando l'articolo 2119 c.c. a cui tra l'altro la legge 604/66 stessa rinvia. Una causa talmente grave che impone l'immediato recesso. Come avevamo precisato nel regime precedente alla 604, cioè di libera recedibilità, trovarsi nel caso di giusta causa significava semplicemente recedere senza l'obbligo del dare preavviso. Dopo la 604 e con la nascita del regime vincolistico la nozione di Giusta Causa non è solo l'esonero del preavviso ma anche un condizione necessaria affinché il licenziamento sia valido (il licenziamento sarebbe illegittimo in assenza di giusta causa).
La nozione di '''Giustificato Motivo Soggettivo''' invece è quella di un notevole inadempimento da parte dal lavoratore che non si può sanzionare diversamente.
Va segnalato che sia per la Giusta Causa sia per il Giustificato Motivo Soggettivo rivela il comportamento del lavoratore e quindi è una reazione a tale comportamento non per questo entrambe le nozioni sono comunemente definite come '''Licenziamenti Disciplinari''' cioè punitivo del comportamento del lavoratore.
Il '''Giustificato Motivo Oggettivo''' invece presenta la caratteristica che in questo motivo non rientra in alcun modo il comportamento del lavoratore. Esso è legato infatti a ragioni inerenti l'attività, la produttività, l'organizzazione del lavoro e al regolare svolgimento di esso (Licenziamento per Ragioni Economiche). È un concetto che la norma ci fornire molto vuoto e che è la Giurisprudenza ad aver riempito di contenuti. Non basta che ci sia l'avvenimento della situazione perché ci sia licenziamento ma che tale lavoratore non sia collocabile in altra attività lavorativa anche in mansioni minori (obbligo del repescage), Il licenziamento è visto come ''extrema ratio''. Nell'ultimo periodo si fanno rientrare in questa categoria anche i fenomeni che influenzano il rendimento del lavoratore come l'infortunio o la disabilità a patto che sia sempre soddisfatto l'obbligo del repescage.
===Requisiti Formali e Procedurali Richiesti===
Nel Codice Civile non ci sono né requisiti di forma (vige un regime di libertà di forma) né l'indicazione di una particolare procedura per compiere il licenziamento.
Con l'introduzione della legge 604 c'è l'introduzione di alcune regole procedurali poi modifiche dalla legge 92/12 (Riforma Fornero) e dalla ben più recente Riforma del Jobs Act del 2015 che ha introdotto un regime parallelo di disciplina tra coloro che sono stati assunti prima della Riforma (che restano sotto la normazione della Riforma Fornero) e chi invece, assunti dopo l'entra in vigore del Jobs Act, rientra sotto la disciplina del medesimo.
Con la 604 è stato introdotto il requisito formale della forma scritta (comunicazione scritta di licenziamento).
L'articolo 2, infatti, impone che la comunicazione sia in forma scritta e contenga specificamente i motivi determinanti che hanno causato il licenziamento. La forma scritta è essenziale per l'efficacia dello stesso licenziamento (la mancanza della stessa infatti crea l'inefficacia del licenziamento). La forma scritta è richiesta anche per il licenziamento dei dirigenti.
Per quanto riguarda la procedura per giungere al licenziamento è necessario distinguere tra i licenziamento disciplinari (giusta causa e giustificato motivo soggettivo) da quello del giustificato motivo oggettivo.
Per i primi la procedura di licenziamento è dettata dall'articolo 7 dello Statuto dei Lavoratori introdotto nel 1970. Essi, infatti, essendo dei licenziamenti disciplinari soggiacciono alla comune procedura disciplinare. Il Datore di Lavoro dovrà contestare nella "Fase d'Accusa" l'addebito per iscritto al lavoratore. Nella "Fase di Difesa", che parte dal momento dell'addebito per iscritto, il lavoratore avrà cinque giorni per formulare la propria difesa ed essere casomai udito dal datore. Trascorsi i cinque giorni si entra nella Fase Decisionale in cui il datore di lavoro comunica per iscritto la sanzione prevista dal Codice Disciplinare al lavoratore in questo caso la Comunicazione/Lettera di Licenziamento.
Per il giustificato motivo oggettivo, invece, nessuna regola procedurale era prevista né dalla legge 604 né dal successivo Statuto dei Lavoratori. In sostanza si poteva licenziare per questo motivo senza alcun particolare vincolo (se non quello della forma scritta della lettera di licenziamento). Questa carenza è stata colmata solo nel 2012 con la Riforma Fornero che ha modificato l'articolo 7 della legge 604. Tale procedimento è applicabile però solo per i lavoratori facenti parte di una impresa che rientra nei requisiti dimensionali di cui all'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori (imprese con più di 15 lavoratori [5 se agricola] nella stessa unità produttiva, oppure imprese con più di 15 lavoratori [5 se agricole] dislocati in diverse unità produttiva ma sempre nel medesimo comune, oppure imprese con più di 60 dipendenti a livello nazionale). A questi lavoratori (e solo a questi) si applica la procedura prevista dal "nuovo" articolo 7 che prevede l'attivazione preventiva di una procedura conciliativa amministrativa davanti alla Direzione Territoriale del Lavoro che funge da mediatore affinché si trovi un'altra possibile collocazione per il lavoratore restando comunque alla fine libero il datore di licenziare o meno il lavoratore.
Permane così un gruppo di lavoratori (licenziati per giustificato motivo oggettivo ma la cui impresa non rientra nei requisiti di cui all'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori) per i quali non esiste un procedimento di licenziamente e per i quali l'unico requisito è la forma scritta della Comunicazione di Licenziamento.
===Impugnazione del Licenziamento===
Un Lavoratore può, logicamente, impugnare il licenziamento tenendo conto però dei termini di decadenza dell'impugnazione.
C'è un doppio termine di decadenza per l'impugnazione del licenziamento.
L'articolo 6 della legge 604 impone che dal momento della ricezione della comunicazione in forma scritta del licenziamento il lavoratore ha 60 giorni per impugnarlo altrimenti decade. Lo può impugnare con qualsiasi atto scritto anche extragiudiziario che sia in grado, però, di far comprendere la volontà di impugnare il licenziamento al datore di lavoro. L'atto può essere redatto anche con l'ausilio di un sindacato.
Dal 2010 è stato introdotto un ulteriore termine di decadenza di 180 giorni che è quello del deposito presso il Tribunale del Lavoro del ricorso, e quindi per avviare il processo, avente per contenuto i motivi della richiesta di dichiarazione di illegittimità del licenziamento.
===Il Processo a seguito dell'Impugnazione del Licenziamento===
Di seguito si accennano alcuni aspetti fondamentali del Processo di Impugnazione del Licenziamento.
Innanzi tutto è bene segnalare che il Processo del Lavoro, dal 1973, soggiace ad un Rito Speciale (del Lavoro) che lo rende differente dal comune processo ordinario.
Altro aspetto da tener presente è l'aspetto probatorio. Il giudice chiaramente giudica sulla base di prove che gli sono fornite ma su chi grava l'onere di provare che il licenziamento è illegittimo ?
L'articolo 5 della legge 604 dispone che spetta al lavoratore dimostrare l'illegittimità del licenziamento fatta eccezione per il caso di licenziamento discriminatorio. In questo caso, pur restando in capo al lavoratore dimostrare l'avvenuta discriminazione, l'onere della prova è reso meno gravoso attraverso la possibilità di dimostrare la discriminazioni con elementi probatori anche di dati statistici idonei a creare nel giudice la presunzione che sia davvero rilevabile una discriminazione. In questo caso l'onere della prova viene invertito e ricade sul datore di lavoro dimostrare che il licenziamento non è dettato da motivi discriminatori.
Al termine dell'attività processuale, chiaramente, il giudice si troverà davanti ad un doppia possibilità di decisione:
* '''Dichiarare Legittimo il Licenziamento:''' E quindi rigettare il ricorso (pur restando ferma la possibilità per il lavoratore dell'appello).
* '''Dichiarare Illegittimo il Licenziamento:''' E quindi accogliere il ricorso ma in questo caso cosa può ordinare ? DIPENDE dall'applicabilità o meno dell'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. '''MA PER QUESTO SI RINVIA ALLA LEZIONE SUCCESSIVA SULLE TUTELE APPLICABILI IN CASO DI ILLEGITTIMITO LICENZIAMENTO.'''
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Anche nel mondo del lavoro, ogni inizio ha una sua inevitabile conclusione. I contratti di lavoro possono essere suddivisi in due categorie principali: quelli a tempo indeterminato, che non prevedono una data di scadenza prestabilita, e quelli a tempo determinato, che invece fissano un termine per la loro conclusione.
Nel caso dei contratti a tempo determinato, la fine è chiaramente prevista, coincidendo con la data concordata per la loro scadenza. Tuttavia, per i contratti a tempo indeterminato, la situazione è differente, in quanto non specificano una data di termine a causa della loro natura intrinseca.
Pertanto, per regolare la conclusione dei contratti a tempo indeterminato, sono state previste diverse cause di estinzione, che possono essere suddivise in due categorie principali:
1. Cause di Estinzione Naturali: Queste si verificano in modo naturale e automatico, senza bisogno di una decisione da parte delle parti coinvolte. Un esempio è la morte del lavoratore, la quale determina la cessazione del contratto. Tuttavia, questa regola non si applica allo stesso modo al datore di lavoro. Nel caso in cui l'azienda sopravviva e non ci sia una stretta correlazione tra il lavoro e il datore di lavoro, come nel caso di un assistente familiare, il rapporto di lavoro può proseguire.
2. Cause di Estinzione Determinate dalla Volontà delle Parti: Queste cause sono il risultato delle decisioni delle parti coinvolte nel contratto. Esse possono essere ulteriormente suddivise in due categorie:
- Risoluzione Consensuale: In questo caso, entrambe le parti, lavoratore e datore di lavoro, concordano di comune accordo di porre fine al rapporto di lavoro. Questa è una decisione condivisa e volontaria.
- Recesso Unilaterale: In questa categoria, la decisione di terminare il rapporto proviene da una sola delle due parti. Le dimissioni sono un esempio di recesso unilaterale da parte del lavoratore, che manifesta la sua volontà di lasciare il lavoro. Al contrario, il licenziamento rappresenta il recesso unilaterale da parte del datore di lavoro, che decide di interrompere il rapporto di lavoro con il lavoratore.
In sintesi, il termine di un rapporto di lavoro può dipendere dalla natura del contratto (indeterminato o determinato) e dalle decisioni delle parti coinvolte, che possono essere concordate di comune accordo o prese unilateralmente.
==Risoluzione Consensuale==
La Risoluzione Consensuale non era originariamente prevista da alcuna norma. È stata regolamentata solo con la Riforma Fornero (Legge 92/2012) che ha previsto che l'atto di risoluzione consensuale deve essere convalidato dalla Direzione Territoriale del Lavoro. Il Legislatore conferma la sua diffidenza nella volontarietà da parte del lavoratore (che potrebbe essere condizionato dal datore di lavoro) di far cessare il rapporto di lavoro e pertanto, attraverso una procedura più complessa, cerca di certificare che davvero ci sia tale volontà. In realtà la Risoluzione Consensuale è meno frequente delle altre forme.
==Recesso Unilaterale secondo il Codice Civile==
Due sono le norme del Codice Civile in materia di recesso e sono l'articolo 2118 (applicabile solo al contratto a tempo indeterminato) e il 2119 (che è applicabile anche ai contratti a termine).
L'articolo 2118 c.c. (rubricato "Recesso dal contratto a tempo indeterminato") stabilisce che ciascuno dei contraenti può recedere liberamente. Si stabilisce così un regime di libera recedibilità cioè che non c'è obbligo di motivazione per il recesso né bisogna usare una qualche particolare forma di volontà (recesso ad nutum). L'unica forma di obbligo è il preavviso (la cui durata è prevista dai contratti collettivi o dagli usi). Se il preavviso non è concesso il datore dovrà comunque corrispondere al lavoratore una indennità (Indennità di Preavviso) equivalente alla retribuzione spettante per il periodo coperto da preavviso. È interessante segnalare che nel caso in cui avvenga in questo periodo un rinnovo contrattuale dei contratti il lavoratore ha diritto alla maggiorazione del nuovo contratto.
Ci si può domandare in caso di assenza del preavviso e senza neppure la corrispensione della retribuzione il licenziamento non diventi illegittimo il recesso. Il licenziamento è valido infatti è stato stabilito che il preavviso è un obbligo accessorio che non incide sulla libertà del recesso.
Possiamo vedere che l'articolo 2118 c.c. soffre della presunzione da parte del legislatore che entrambe le parti, lavoratore e datore di lavoro, siano poste sullo stesso piano. Nella realtà però sappiamo che il lavoratore è comunque in una posizione di soccombenza rispetto al datore di lavoro e questo porterà alla creazione di norme che vedremo tra poco.
L'articolo 2119 c.c. (rubricato "Recesso per giusta causa") disciplina la Giusta Causa. Che cosa è la Giusta Causa ? La Giusta Causa è una delle motivazioni che rendono legittimo il licenziamento (e le dimissioni). Essa è in sostanza una causa talmente grave che non permette la prosecuzione del rapporto di lavoro neppure per il tempo previsto dal preavviso. A seconda della tipologia contrattuali possiamo avere due casi:
* '''Tempo Determinato:''' È possibile il recesso prima della scadenza del termine (ante tempus).
* '''Tempo Indeterimanto:''' È possibile recedere senza preavviso.
Anche il lavoratore può chiaramente recedere per giusta causa (Dimissioni per Giusta Causa) in questo caso ha diritto ad una indennità che è pari a quella del mancato preavviso prevista dall'articolo 2118 c.c. secondo comma (si veda anche il caso del Trasferimento d'Azienda all'articolo 2112 c.c. secondo comma dove anche in questo caso è possibile il recesso per giusta causa se le condizioni lavorative a seguito del Trasferimento d'Azienda sono totalmente mutate).
È bene segnalare che nel sistema del Codice Civile la giusta causa non è una condizione di legittimità del recesso (tale funzione sarà assunta solo a seguito della legge 604/66 che tra poco vedremo).
==Dimissioni del Lavoratore==
Le Dimissioni, a differenza del licenziamento che ha trovato una sua ulteriore regolazione in diverse altre leggi, sono ancora regolate dal sistema previsto dal Codice Civile. È richiesta una convalida da parte della Direzione Territoriale del Lavoro (prima prevista solo per le lavoratrici ma poi la Riforma Fornero l'ha estesa a tutti).
L'allargamento della convalida a tutti i lavoratori è stato previsto per contrastare il fenomeno delle cosiddette ''Dimissioni in bianco'' dove il lavoratore, pressato dal datore di lavoro, era spinto a formulare le proprie dimissioni preventive (spesso al momento stesso dell'assunzione) per poi essere datate al momento necessario da parte del datore di licenziarlo. In realtà già con la legge 247/2007 si cercò di porne un argine attraverso la previsione di un modulo con data certa (valida solo per 15 giorni poi sarebbe scaduto). Anche questa previsione fu aggirata con la Risoluzione Consensuale in Bianco e pertanto alla fine il sistema del modulo fu abrogato. Come detto la Riforma Fornero ha previsto questo sistema di convalida per tutti gli atti di volontà del lavoratore (quindi, come detto, anche per la Risoluzione Consensuale oltre che per le Dimissioni) tuttora vigente.
Da ricordare sono le novità introdotte dal decreto legislativo 14 settembre 2015, n. 151 attuativo dello Jobs Act che ha introdotto modalità semplificate ed uniche, esclusivamente telematiche con appositi moduli resi disponibili dal Ministero del lavoro, per effettuare le dimissioni e la risoluzione consensuale del rapporto di lavoro al fine di contrastare l'illegittima prassi delle “dimissioni in bianco”.
==Licenziamento==
Il regime di libera recedibilità (soprattutto al latere datoriale) ebbe un freno nel 1966. Il Parlamento, infatti, in 15 Luglio di quell'anno emanò la legge 604/66 tuttora vigente che solennemente all'articolo 1 proclamava che in caso di contratto a tempo indeterminato (e solo in questo caso) il licenziamento doveva avvenire solo a seguito di giusta causa o per giustificato motivo. Nasce così un regime di vincolatività del recesso e si ha quindi un ribaltamento totale rispetto al vecchio regime.
Ci si può domandare se i due regimi siano tra loro compatibili. La risposta è che non lo sono e che il regime vincolistico ha sostituito quello della libera recedibilità del licenziamento. Esistono però alcune categorie di lavoratori dove il regime vincolistico non è applicabile e pertanto permane la libera recedibilità (recesso ad nutum). Esse sono:
* Dirigenti.
* Lavoratori Domestici.
* Sportivi Professionisti.
* Lavoratori che hanno maturato l'Età Pensionistica.
* Lavoratori in Prova (salvo non abbiano superato i sei mesi dall'assunzione in Prova, in questo caso vige anche per loro un regime di recedibilità vincolata).
La Giusta Causa rinvia all'articolo 2119 del Codice Civile.
Il Giustificato Motivo, che si divide in Giustificato Motivo Soggettivo e Giustificato Motivo Oggettivo, è nozionizzato dall'articolo 3 proprio della legge 604 del 1966.
===Regole Sostanziali (Condizioni di Legittimità)===
Un Licenziamento è Legittimo solo in presenza di Giusta Causa o di Giustificato Motivo (Soggettivo o Oggettivo) ma cosa significano queste tre nozioni ?
Per la nozione di '''Giusta Causa''' dobbiamo rifarci a quanto già detto esaminando l'articolo 2119 c.c. a cui tra l'altro la legge 604/66 stessa rinvia. Una causa talmente grave che impone l'immediato recesso. Come avevamo precisato nel regime precedente alla 604, cioè di libera recedibilità, trovarsi nel caso di giusta causa significava semplicemente recedere senza l'obbligo del dare preavviso. Dopo la 604 e con la nascita del regime vincolistico la nozione di Giusta Causa non è solo l'esonero del preavviso ma anche un condizione necessaria affinché il licenziamento sia valido (il licenziamento sarebbe illegittimo in assenza di giusta causa).
La nozione di '''Giustificato Motivo Soggettivo''' invece è quella di un notevole inadempimento da parte dal lavoratore che non si può sanzionare diversamente.
Va segnalato che sia per la Giusta Causa sia per il Giustificato Motivo Soggettivo rivela il comportamento del lavoratore e quindi è una reazione a tale comportamento non per questo entrambe le nozioni sono comunemente definite come '''Licenziamenti Disciplinari''' cioè punitivo del comportamento del lavoratore.
Il '''Giustificato Motivo Oggettivo''' invece presenta la caratteristica che in questo motivo non rientra in alcun modo il comportamento del lavoratore. Esso è legato infatti a ragioni inerenti l'attività, la produttività, l'organizzazione del lavoro e al regolare svolgimento di esso (Licenziamento per Ragioni Economiche). È un concetto che la norma ci fornire molto vuoto e che è la Giurisprudenza ad aver riempito di contenuti. Non basta che ci sia l'avvenimento della situazione perché ci sia licenziamento ma che tale lavoratore non sia collocabile in altra attività lavorativa anche in mansioni minori (obbligo del repescage), Il licenziamento è visto come ''extrema ratio''. Nell'ultimo periodo si fanno rientrare in questa categoria anche i fenomeni che influenzano il rendimento del lavoratore come l'infortunio o la disabilità a patto che sia sempre soddisfatto l'obbligo del repescage.
===Requisiti Formali e Procedurali Richiesti===
Nel Codice Civile non ci sono né requisiti di forma (vige un regime di libertà di forma) né l'indicazione di una particolare procedura per compiere il licenziamento.
Con l'introduzione della legge 604 c'è l'introduzione di alcune regole procedurali poi modifiche dalla legge 92/12 (Riforma Fornero) e dalla ben più recente Riforma del Jobs Act del 2015 che ha introdotto un regime parallelo di disciplina tra coloro che sono stati assunti prima della Riforma (che restano sotto la normazione della Riforma Fornero) e chi invece, assunti dopo l'entra in vigore del Jobs Act, rientra sotto la disciplina del medesimo.
Con la 604 è stato introdotto il requisito formale della forma scritta (comunicazione scritta di licenziamento).
L'articolo 2, infatti, impone che la comunicazione sia in forma scritta e contenga specificamente i motivi determinanti che hanno causato il licenziamento. La forma scritta è essenziale per l'efficacia dello stesso licenziamento (la mancanza della stessa infatti crea l'inefficacia del licenziamento). La forma scritta è richiesta anche per il licenziamento dei dirigenti.
Per quanto riguarda la procedura per giungere al licenziamento è necessario distinguere tra i licenziamento disciplinari (giusta causa e giustificato motivo soggettivo) da quello del giustificato motivo oggettivo.
Per i primi la procedura di licenziamento è dettata dall'articolo 7 dello Statuto dei Lavoratori introdotto nel 1970. Essi, infatti, essendo dei licenziamenti disciplinari soggiacciono alla comune procedura disciplinare. Il Datore di Lavoro dovrà contestare nella "Fase d'Accusa" l'addebito per iscritto al lavoratore. Nella "Fase di Difesa", che parte dal momento dell'addebito per iscritto, il lavoratore avrà cinque giorni per formulare la propria difesa ed essere casomai udito dal datore. Trascorsi i cinque giorni si entra nella Fase Decisionale in cui il datore di lavoro comunica per iscritto la sanzione prevista dal Codice Disciplinare al lavoratore in questo caso la Comunicazione/Lettera di Licenziamento.
Per il giustificato motivo oggettivo, invece, nessuna regola procedurale era prevista né dalla legge 604 né dal successivo Statuto dei Lavoratori. In sostanza si poteva licenziare per questo motivo senza alcun particolare vincolo (se non quello della forma scritta della lettera di licenziamento). Questa carenza è stata colmata solo nel 2012 con la Riforma Fornero che ha modificato l'articolo 7 della legge 604. Tale procedimento è applicabile però solo per i lavoratori facenti parte di una impresa che rientra nei requisiti dimensionali di cui all'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori (imprese con più di 15 lavoratori [5 se agricola] nella stessa unità produttiva, oppure imprese con più di 15 lavoratori [5 se agricole] dislocati in diverse unità produttiva ma sempre nel medesimo comune, oppure imprese con più di 60 dipendenti a livello nazionale). A questi lavoratori (e solo a questi) si applica la procedura prevista dal "nuovo" articolo 7 che prevede l'attivazione preventiva di una procedura conciliativa amministrativa davanti alla Direzione Territoriale del Lavoro che funge da mediatore affinché si trovi un'altra possibile collocazione per il lavoratore restando comunque alla fine libero il datore di licenziare o meno il lavoratore.
Permane così un gruppo di lavoratori (licenziati per giustificato motivo oggettivo ma la cui impresa non rientra nei requisiti di cui all'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori) per i quali non esiste un procedimento di licenziamente e per i quali l'unico requisito è la forma scritta della Comunicazione di Licenziamento.
===Impugnazione del Licenziamento===
Un Lavoratore può, logicamente, impugnare il licenziamento tenendo conto però dei termini di decadenza dell'impugnazione.
C'è un doppio termine di decadenza per l'impugnazione del licenziamento.
L'articolo 6 della legge 604 impone che dal momento della ricezione della comunicazione in forma scritta del licenziamento il lavoratore ha 60 giorni per impugnarlo altrimenti decade. Lo può impugnare con qualsiasi atto scritto anche extragiudiziario che sia in grado, però, di far comprendere la volontà di impugnare il licenziamento al datore di lavoro. L'atto può essere redatto anche con l'ausilio di un sindacato.
Dal 2010 è stato introdotto un ulteriore termine di decadenza di 180 giorni che è quello del deposito presso il Tribunale del Lavoro del ricorso, e quindi per avviare il processo, avente per contenuto i motivi della richiesta di dichiarazione di illegittimità del licenziamento.
===Il Processo a seguito dell'Impugnazione del Licenziamento===
Di seguito si accennano alcuni aspetti fondamentali del Processo di Impugnazione del Licenziamento.
Innanzi tutto è bene segnalare che il Processo del Lavoro, dal 1973, soggiace ad un Rito Speciale (del Lavoro) che lo rende differente dal comune processo ordinario.
Altro aspetto da tener presente è l'aspetto probatorio. Il giudice chiaramente giudica sulla base di prove che gli sono fornite ma su chi grava l'onere di provare che il licenziamento è illegittimo ?
L'articolo 5 della legge 604 dispone che spetta al lavoratore dimostrare l'illegittimità del licenziamento fatta eccezione per il caso di licenziamento discriminatorio. In questo caso, pur restando in capo al lavoratore dimostrare l'avvenuta discriminazione, l'onere della prova è reso meno gravoso attraverso la possibilità di dimostrare la discriminazioni con elementi probatori anche di dati statistici idonei a creare nel giudice la presunzione che sia davvero rilevabile una discriminazione. In questo caso l'onere della prova viene invertito e ricade sul datore di lavoro dimostrare che il licenziamento non è dettato da motivi discriminatori.
Al termine dell'attività processuale, chiaramente, il giudice si troverà davanti ad un doppia possibilità di decisione:
* '''Dichiarare Legittimo il Licenziamento:''' E quindi rigettare il ricorso (pur restando ferma la possibilità per il lavoratore dell'appello).
* '''Dichiarare Illegittimo il Licenziamento:''' E quindi accogliere il ricorso ma in questo caso cosa può ordinare ? DIPENDE dall'applicabilità o meno dell'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. '''MA PER QUESTO SI RINVIA ALLA LEZIONE SUCCESSIVA SULLE TUTELE APPLICABILI IN CASO DI ILLEGITTIMITO LICENZIAMENTO.'''
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La seconda declinazione dei sostantivi greci (superiori)
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La seconda declinazione greca comprende nomi maschili, femminili e neutri col tema in o. Essa corrisponde in tutto e per tutto alla II declinazione latina.
I maschili e i femminili hanno le stesse uscite mentre i neutri differiscono dal maschile e dal femminile soltanto nei tre casi diretti del singolare e del plurale. by Quinlano83 sala me di Wikipedia
Il prospetto delle uscite per il maschile e il femminile è il seguente:
{| class="wikitable"
|- bgcolor="#CCCCCC" align="center"
| || '''Singolare''' || '''Duale''' || '''Plurale '''
|- align="left"
|''Nominativo'' || -ος || -ω || -οι
|- align="left"
|''Genitivo'' || -ου || -οιν || -ων
|- align="left"
|''Dativo'' || -ῳ || -οιν || -οις
|- align="left"
|''Accusativo'' || -ον || -ω || -ους
|- align="left"
|''Vocativo'' || -ε || -ω || -οι
|- align="left"
|}
Per il neutro:
{| class="wikitable"
|- bgcolor="#CCCCCC" align="center"
| || '''Singolare''' || '''Duale''' || '''Plurale '''
|- align="left"
|''Nominativo'' || -ον || -ω || -α
|- align="left"
|''Genitivo'' || -ου || -οιν || -ων
|- align="left"
|''Dativo'' || -ῳ || -οιν || -οις
|- align="left"
|''Accusativo'' || -ον || -ω || -α
|- align="left"
|''Vocativo'' || -ον || -ω || -α
|- align="left"
|}
== Seconda declinazione ==
=== Nomi maschili e femminili===
I nomi maschili e femminili della seconda declinazione seguono le uscite sopra elencate. Qui di séguito la declinazione del sostantivo maschile '''ἄνθρωπος, -ου, "uomo'''" e del femminile '''ὁδός, -οῦ, "strada"''':
{| class="wikitable"
|- bgcolor="#CCCCCC" align="center"
| || '''Singolare''' || '''Duale''' || '''Plurale '''
|- align="left"
|''Nominativo'' || ὁ ἄνθρωπος || τὼ ἀνθρώπω || οἱ ἄνθρωποι
|- align="left"
|''Genitivo'' || τοῦ ἀνθρώπου || τοῖν ἀνθρώποιν || τῶν ἀνθρώπων
|- align="left"
|''Dativo'' || τῷ ἀνθρώπῳ || τοῖν ἀνθρώποιν || τοῖς ἀνθρώποις
|- align="left"
|''Accusativo'' || τὸν ἄνθρωπον || ὼ ἀνθρώπω || τoὺς ἀνθρώπους
|- align="left"
|''Vocativo'' || ὦ ἄνθρωπε || ὦ ἀνθρώπω || ὦ ἄνθρωποι
|- align="left"
|}
{| class="wikitable"
|- bgcolor="#CCCCCC" align="center"
| || '''Singolare''' || '''Duale''' || '''Plurale '''
|- align="left"
|''Nominativo'' || ἡ ὁδός || τὰ ὁδώ || αἱ ὁδοί
|- align="left"
|''Genitivo'' || τῆς ὁδοῦ || ταῖν ὁδοῖν || τῶν ὁδῶν
|- align="left"
|''Dativo'' || τῇ ὁδῷ || ταῖν ὁδοῖν || ταῖς ὁδοῖς
|- align="left"
|''Accusativo'' || τὴν ὁδόν || τὰ ὁδώ || τὰς ὁδούς
|- align="left"
|''Vocativo'' || ὦ ὁδέ || ὦ ὁδώ || ὦ ὁδοί
|- align="left"
|}
=== Nomi neutri ===
I nomi neutri, ai casi retti (nominativo, accusativo, vocativo), sono identici, mentre ai casi obliqui presentano le medesime uscite dei nomi maschili e femminili. Sotto, la declinazione del sostantivo '''φάρμακον, -ου, "veleno/medicina"''':
{|class="wikitable"
|- bgcolor="#CCCCCC" align="center"
| || '''Singolare''' || '''Duale''' || '''Plurale '''
|- align="left"
|''Nominativo'' || τὸ φάρμακον || τὼ φαρμάκω|| τὰ φάρμακα
|- align="left"
|''Genitivo'' || τοῦ φαρμάκου || τοῖν φαρμάκοιν || τῶν φαρμάκων
|- align="left"
|''Dativo'' || τῷ φαρμάκῳ || τοῖν φαρμάκοιν || τοῖς φαρμάκοις
|- align="left"
|''Accusativo'' || τὸ φάρμακον || τὼ φαρμάκω || τὰ φάρμακα
|- align="left"
|''Vocativo'' || ὦ φάρμακον || ὦ φαρμάκω || ὦ φάρμακα
|- align="left"
|}
=== Accentazione e osservazioni sulla seconda declinazione ===
*l'accento tende a rimanere nella posizione in cui si trova al caso nominativo.
*il dittongo '''οι''' del nominativo e del vocativo plurale viene considerato breve.
*i nomi ossitoni diventano perispomeni al genitivo e al dativo di tutti i numeri.
*se l'ultima sillaba è lunga i nomi properispomeni e proparossitoni si trasformano in parossitoni.
*per l'accento si osservi che:
*# i nomi ''ossitoni'' al nominativo singolare diventano perispomeni nei casi obliqui dei tre numeri;
*# i nomi ''perispomeni'' sono i nomi contratti;
*# i nomi ''parossitoni'' restano parossitoni in tutta la declinazione;
*# i nomi ''proparossitoni'' o ''properispomeni'' al nominativo singolare diventano parossitoni quando l'ultima sillaba è lunga;
* fra i maschili di I declinazione si notano alcune particolarità:
*# il sostantivo maschile '''θεός, -οῦ, "dio"''', che presenta il vocativo singolare identico al nominativo.
*# il nome ὁ ἀδελφός, "fratello" al vocativo ritrae l'accento: ἄδελφε.
==Seconda declinazione contratta==
In alcuni temi maschili e neutri uscenti in οο e in εο può avvenire la contrazione delle due vocalie e quindi:
*ο + (ο / ου / ε) = ου.
*ο + ω = ω.
*ο + ῳ = ῳ.
*ο + οι = οι.
*ε + (ο / ου) = ου.
*ε + ω = ω.
*ε + ῳ = ῳ.
*ε + οι = οι.
*ε + α = ᾱ (anzi che η).
La seconda declinazione contratta è caratteristica di pochi sostantivi maschili e neutri; alcuni esempi sono il maschile '''νοῦς, νοῦ''', "ingegno, spirito" e il neutro '''ὀστοῦν, -οῦ''', "osso".
È sottoelencata la declinazione di entrambi i sostantivi:
{| class="wikitable"
|- bgcolor="#CCCCCC" align="center"
| || '''Singolare''' || '''Duale''' || '''Plurale '''
|- align="left"
|''Nominativo'' || ὁ νοῦς (< νόος) || τὼ νώ (< νόω) || οἱ νοῖ (< νόοι)
|- align="left"
|''Genitivo'' || τοῦ νοῦ (< νόου) || τοῖν νοῖν (< νόοιν) || τῶν νῶν (< νόων)
|- align="left"
|''Dativo'' || τῷ νῷ (< νόῳ) || τοῖν νοῖν (< νόοιν) || τοῖς νοῖς (< νόοις)
|- align="left"
|''Accusativo'' || τὸν νοῦν (< νόον) || τὼ νώ (< νόω) || τoὺς νοῦς (< νόους)
|- align="left"
|''Vocativo'' || ὦ νοῦ (< νόε) || ὦ νώ (< νόω) || ὦ νοῖ (< νόοι)
|- align="left"
|}
{| class="wikitable"
|- bgcolor="#CCCCCC" align="center"
| || '''Singolare''' || '''Duale''' || '''Plurale '''
|- align="left"
|''Nominativo'' || τὸ ὀστοῦν (< ὀστέον) || τὼ ὀστώ (< ὀστέω)|| τὰ ὀστᾶ (< ὀστέα)
|- align="left"
|''Genitivo'' || τοῦ ὀστοῦ (< ὀστέου) || τοῖν ὀστοῖν (< ὀστέοιν) || τῶν ὀστῶν (< ὀστέων)
|- align="left"
|''Dativo'' || τῷ ὀστῷ (< ὀστέῳ) || τοῖν ὀστοῖν (< ὀστέοιν) || τοῖς ὀστοῖς (< ὀστέοις)
|- align="left"
|''Accusativo'' || τὸ ὀστοῦν (< ὀστέον) || τὼ ὀστώ (< ὀστέω) || τὰς ὀστᾶ (< ὀστέα)
|- align="left"
|''Vocativo'' || ὦ ὀστοῦν (< ὀστέον) || ὦ ὀστώ (< ὀστέω) || ὦ ὀστᾶ (< ὀστέα)
|- align="left"
|}
Alcune osservazioni ed eccezioni sono:
*la contrazione in -α del nominativo, accusativo e vocativo plurale neutro è dovuta ad analogia con la terminazione regolare (α del neutro plurale).
*i casi diretti del duale hanno l'accento acuto in contrasto con le regole dell'accento sulle sillabe contratte.
*i sostantivi contratti sono per lo più perispomeni perché prima delle contrazione erano parossitoni. Sono parossitoni, invece, quei pochi che prima erano proparossitoni eccetto τὸ κάνεον (il canestro), che è perispomeno: τὸ κανοῦν.
== Declinazione attica ==
La '''declinazione attica''' è chiamata così perché tipica della regione dell'Attica, ma ce ne sono tracce anche in Omero. Quando si diffonde la koinè questa declinazione scompare.
Il tema di questi sostantivi era in ηο (in origine ᾱο), dove si è verificata la metatesi quantitativa, diventando εω.
Appartengono a questa declinazione circa venti sostantivi maschili e femminili e solo un neutro (τὸ ἀνώγεων, la sala superiore; è rarissimo e non sicuramente attestato).
L'uscita del tema compare in ω invece che in ο. L'omega resta invariata per tutta la declinazione e si fonde con l'uscita dei diversi casi prevalendo sulle altre vocali (gli elementi consonantici restano mentre scompaiono le vocali eccetto ι che si sottoscrive). L'accento è acuto in tutti i casi.
I nomi attici hanno nominativo e vocativo uguale in tutti i numeri, e si declinano come segue:
1. ''Maschili'':
{| {{prettytable}}
|- bgcolor="#CCCCCC" align="center"
| || '''Singolare''' || '''Duale''' || '''Plurale '''
|- align="left"
|''Nominativo'' || ὁ λεώς || τὼ λεώ || οἱ λεῴ
|- align="left"
|''Genitivo'' || τοῦ λεώ || τοῖν λεῴν || τῶν λεών
|- align="left"
|''Dativo'' || τῷ λεῴ || τοῖν λεῴν || τοῖς λεῴς
|- align="left"
|''Accusativo'' || τὸν λεών || τὼ λεώ || τοὺς λεώς
|- align="left"
|}
2. ''Neutri'':
{| {{prettytable}}
|- bgcolor="#CCCCCC" align="center"
| || '''Singolare''' || '''Duale''' || '''Plurale '''
|- align="left"
|''Nominativo'' || τὸ ἀνώγεων || τὼ ἀνώγεω || τὰ ἀνώγεω
|- align="left"
|''Genitivo'' || τοῦ ἀνώγεω || τοῖν ἀνώγεῳν || τῶν ἀνώγεων
|- align="left"
|''Dativo'' || τῷ ἀνώγεῳ || τοῖν ἀνώγεῳν || τοῖς ἀνώγεῳς
|- align="left"
|''Accusativo'' || τὸ ἀνώγεων || τὼ ἀνώγεω || τὰ ἀνώγεω
|- align="left"
|}
Alcune osservazioni ed eccezioni sono:
*nella declinazione di ἀνώγεων, come in altri non ossitoni, si può notare la sinizesi della sillaba εω; se così non fosse, infatti, l'accento dovrebbe stare sulla ε in tutti i casi della declinazione. Vale invece per due se è seguito da enclitica.
*l'accusativo singolare a volte esce in -ω invece che in -ων.
*il vocativo singolare maschile è uguale al nominativo.
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2026-07-25T15:34:09Z
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wikitext
text/x-wiki
{{Risorsa|tipo=lezione|materia1=Grammatica greca per le superiori 1|avanzamento=100%}}
La seconda declinazione greca comprende nomi maschili, femminili e neutri col tema in o. Essa corrisponde in tutto e per tutto alla II declinazione latina.
I maschili e i femminili hanno le stesse uscite mentre i neutri differiscono dal maschile e dal femminile soltanto nei tre casi diretti del singolare e del plurale.
Il prospetto delle uscite per il maschile e il femminile è il seguente:
{| class="wikitable"
|- bgcolor="#CCCCCC" align="center"
| || '''Singolare''' || '''Duale''' || '''Plurale '''
|- align="left"
|''Nominativo'' || -ος || -ω || -οι
|- align="left"
|''Genitivo'' || -ου || -οιν || -ων
|- align="left"
|''Dativo'' || -ῳ || -οιν || -οις
|- align="left"
|''Accusativo'' || -ον || -ω || -ους
|- align="left"
|''Vocativo'' || -ε || -ω || -οι
|- align="left"
|}
Per il neutro:
{| class="wikitable"
|- bgcolor="#CCCCCC" align="center"
| || '''Singolare''' || '''Duale''' || '''Plurale '''
|- align="left"
|''Nominativo'' || -ον || -ω || -α
|- align="left"
|''Genitivo'' || -ου || -οιν || -ων
|- align="left"
|''Dativo'' || -ῳ || -οιν || -οις
|- align="left"
|''Accusativo'' || -ον || -ω || -α
|- align="left"
|''Vocativo'' || -ον || -ω || -α
|- align="left"
|}
== Seconda declinazione ==
=== Nomi maschili e femminili===
I nomi maschili e femminili della seconda declinazione seguono le uscite sopra elencate. Qui di séguito la declinazione del sostantivo maschile '''ἄνθρωπος, -ου, "uomo'''" e del femminile '''ὁδός, -οῦ, "strada"''':
{| class="wikitable"
|- bgcolor="#CCCCCC" align="center"
| || '''Singolare''' || '''Duale''' || '''Plurale '''
|- align="left"
|''Nominativo'' || ὁ ἄνθρωπος || τὼ ἀνθρώπω || οἱ ἄνθρωποι
|- align="left"
|''Genitivo'' || τοῦ ἀνθρώπου || τοῖν ἀνθρώποιν || τῶν ἀνθρώπων
|- align="left"
|''Dativo'' || τῷ ἀνθρώπῳ || τοῖν ἀνθρώποιν || τοῖς ἀνθρώποις
|- align="left"
|''Accusativo'' || τὸν ἄνθρωπον || ὼ ἀνθρώπω || τoὺς ἀνθρώπους
|- align="left"
|''Vocativo'' || ὦ ἄνθρωπε || ὦ ἀνθρώπω || ὦ ἄνθρωποι
|- align="left"
|}
{| class="wikitable"
|- bgcolor="#CCCCCC" align="center"
| || '''Singolare''' || '''Duale''' || '''Plurale '''
|- align="left"
|''Nominativo'' || ἡ ὁδός || τὰ ὁδώ || αἱ ὁδοί
|- align="left"
|''Genitivo'' || τῆς ὁδοῦ || ταῖν ὁδοῖν || τῶν ὁδῶν
|- align="left"
|''Dativo'' || τῇ ὁδῷ || ταῖν ὁδοῖν || ταῖς ὁδοῖς
|- align="left"
|''Accusativo'' || τὴν ὁδόν || τὰ ὁδώ || τὰς ὁδούς
|- align="left"
|''Vocativo'' || ὦ ὁδέ || ὦ ὁδώ || ὦ ὁδοί
|- align="left"
|}
=== Nomi neutri ===
I nomi neutri, ai casi retti (nominativo, accusativo, vocativo), sono identici, mentre ai casi obliqui presentano le medesime uscite dei nomi maschili e femminili. Sotto, la declinazione del sostantivo '''φάρμακον, -ου, "veleno/medicina"''':
{|class="wikitable"
|- bgcolor="#CCCCCC" align="center"
| || '''Singolare''' || '''Duale''' || '''Plurale '''
|- align="left"
|''Nominativo'' || τὸ φάρμακον || τὼ φαρμάκω|| τὰ φάρμακα
|- align="left"
|''Genitivo'' || τοῦ φαρμάκου || τοῖν φαρμάκοιν || τῶν φαρμάκων
|- align="left"
|''Dativo'' || τῷ φαρμάκῳ || τοῖν φαρμάκοιν || τοῖς φαρμάκοις
|- align="left"
|''Accusativo'' || τὸ φάρμακον || τὼ φαρμάκω || τὰ φάρμακα
|- align="left"
|''Vocativo'' || ὦ φάρμακον || ὦ φαρμάκω || ὦ φάρμακα
|- align="left"
|}
=== Accentazione e osservazioni sulla seconda declinazione ===
*l'accento tende a rimanere nella posizione in cui si trova al caso nominativo.
*il dittongo '''οι''' del nominativo e del vocativo plurale viene considerato breve.
*i nomi ossitoni diventano perispomeni al genitivo e al dativo di tutti i numeri.
*se l'ultima sillaba è lunga i nomi properispomeni e proparossitoni si trasformano in parossitoni.
*per l'accento si osservi che:
*# i nomi ''ossitoni'' al nominativo singolare diventano perispomeni nei casi obliqui dei tre numeri;
*# i nomi ''perispomeni'' sono i nomi contratti;
*# i nomi ''parossitoni'' restano parossitoni in tutta la declinazione;
*# i nomi ''proparossitoni'' o ''properispomeni'' al nominativo singolare diventano parossitoni quando l'ultima sillaba è lunga;
* fra i maschili di I declinazione si notano alcune particolarità:
*# il sostantivo maschile '''θεός, -οῦ, "dio"''', che presenta il vocativo singolare identico al nominativo.
*# il nome ὁ ἀδελφός, "fratello" al vocativo ritrae l'accento: ἄδελφε.
==Seconda declinazione contratta==
In alcuni temi maschili e neutri uscenti in οο e in εο può avvenire la contrazione delle due vocalie e quindi:
*ο + (ο / ου / ε) = ου.
*ο + ω = ω.
*ο + ῳ = ῳ.
*ο + οι = οι.
*ε + (ο / ου) = ου.
*ε + ω = ω.
*ε + ῳ = ῳ.
*ε + οι = οι.
*ε + α = ᾱ (anzi che η).
La seconda declinazione contratta è caratteristica di pochi sostantivi maschili e neutri; alcuni esempi sono il maschile '''νοῦς, νοῦ''', "ingegno, spirito" e il neutro '''ὀστοῦν, -οῦ''', "osso".
È sottoelencata la declinazione di entrambi i sostantivi:
{| class="wikitable"
|- bgcolor="#CCCCCC" align="center"
| || '''Singolare''' || '''Duale''' || '''Plurale '''
|- align="left"
|''Nominativo'' || ὁ νοῦς (< νόος) || τὼ νώ (< νόω) || οἱ νοῖ (< νόοι)
|- align="left"
|''Genitivo'' || τοῦ νοῦ (< νόου) || τοῖν νοῖν (< νόοιν) || τῶν νῶν (< νόων)
|- align="left"
|''Dativo'' || τῷ νῷ (< νόῳ) || τοῖν νοῖν (< νόοιν) || τοῖς νοῖς (< νόοις)
|- align="left"
|''Accusativo'' || τὸν νοῦν (< νόον) || τὼ νώ (< νόω) || τoὺς νοῦς (< νόους)
|- align="left"
|''Vocativo'' || ὦ νοῦ (< νόε) || ὦ νώ (< νόω) || ὦ νοῖ (< νόοι)
|- align="left"
|}
{| class="wikitable"
|- bgcolor="#CCCCCC" align="center"
| || '''Singolare''' || '''Duale''' || '''Plurale '''
|- align="left"
|''Nominativo'' || τὸ ὀστοῦν (< ὀστέον) || τὼ ὀστώ (< ὀστέω)|| τὰ ὀστᾶ (< ὀστέα)
|- align="left"
|''Genitivo'' || τοῦ ὀστοῦ (< ὀστέου) || τοῖν ὀστοῖν (< ὀστέοιν) || τῶν ὀστῶν (< ὀστέων)
|- align="left"
|''Dativo'' || τῷ ὀστῷ (< ὀστέῳ) || τοῖν ὀστοῖν (< ὀστέοιν) || τοῖς ὀστοῖς (< ὀστέοις)
|- align="left"
|''Accusativo'' || τὸ ὀστοῦν (< ὀστέον) || τὼ ὀστώ (< ὀστέω) || τὰς ὀστᾶ (< ὀστέα)
|- align="left"
|''Vocativo'' || ὦ ὀστοῦν (< ὀστέον) || ὦ ὀστώ (< ὀστέω) || ὦ ὀστᾶ (< ὀστέα)
|- align="left"
|}
Alcune osservazioni ed eccezioni sono:
*la contrazione in -α del nominativo, accusativo e vocativo plurale neutro è dovuta ad analogia con la terminazione regolare (α del neutro plurale).
*i casi diretti del duale hanno l'accento acuto in contrasto con le regole dell'accento sulle sillabe contratte.
*i sostantivi contratti sono per lo più perispomeni perché prima delle contrazione erano parossitoni. Sono parossitoni, invece, quei pochi che prima erano proparossitoni eccetto τὸ κάνεον (il canestro), che è perispomeno: τὸ κανοῦν.
== Declinazione attica ==
La '''declinazione attica''' è chiamata così perché tipica della regione dell'Attica, ma ce ne sono tracce anche in Omero. Quando si diffonde la koinè questa declinazione scompare.
Il tema di questi sostantivi era in ηο (in origine ᾱο), dove si è verificata la metatesi quantitativa, diventando εω.
Appartengono a questa declinazione circa venti sostantivi maschili e femminili e solo un neutro (τὸ ἀνώγεων, la sala superiore; è rarissimo e non sicuramente attestato).
L'uscita del tema compare in ω invece che in ο. L'omega resta invariata per tutta la declinazione e si fonde con l'uscita dei diversi casi prevalendo sulle altre vocali (gli elementi consonantici restano mentre scompaiono le vocali eccetto ι che si sottoscrive). L'accento è acuto in tutti i casi.
I nomi attici hanno nominativo e vocativo uguale in tutti i numeri, e si declinano come segue:
1. ''Maschili'':
{| {{prettytable}}
|- bgcolor="#CCCCCC" align="center"
| || '''Singolare''' || '''Duale''' || '''Plurale '''
|- align="left"
|''Nominativo'' || ὁ λεώς || τὼ λεώ || οἱ λεῴ
|- align="left"
|''Genitivo'' || τοῦ λεώ || τοῖν λεῴν || τῶν λεών
|- align="left"
|''Dativo'' || τῷ λεῴ || τοῖν λεῴν || τοῖς λεῴς
|- align="left"
|''Accusativo'' || τὸν λεών || τὼ λεώ || τοὺς λεώς
|- align="left"
|}
2. ''Neutri'':
{| {{prettytable}}
|- bgcolor="#CCCCCC" align="center"
| || '''Singolare''' || '''Duale''' || '''Plurale '''
|- align="left"
|''Nominativo'' || τὸ ἀνώγεων || τὼ ἀνώγεω || τὰ ἀνώγεω
|- align="left"
|''Genitivo'' || τοῦ ἀνώγεω || τοῖν ἀνώγεῳν || τῶν ἀνώγεων
|- align="left"
|''Dativo'' || τῷ ἀνώγεῳ || τοῖν ἀνώγεῳν || τοῖς ἀνώγεῳς
|- align="left"
|''Accusativo'' || τὸ ἀνώγεων || τὼ ἀνώγεω || τὰ ἀνώγεω
|- align="left"
|}
Alcune osservazioni ed eccezioni sono:
*nella declinazione di ἀνώγεων, come in altri non ossitoni, si può notare la sinizesi della sillaba εω; se così non fosse, infatti, l'accento dovrebbe stare sulla ε in tutti i casi della declinazione. Vale invece per due se è seguito da enclitica.
*l'accusativo singolare a volte esce in -ω invece che in -ων.
*il vocativo singolare maschile è uguale al nominativo.
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Legge di Gauss (superiori)
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wikitext
text/x-wiki
{{risorsa|tipo=lezione|materia1=Fisica per le superiori 4|materia2=Fisica tecnica|avanzamento=100%}}
== Introduzione alla legge di Gauss ==
Calcolare il caxxo generato da una distribuzione qualsiasi di carica può essere molto laborioso, anche se da un punto di vista concettuale è semplice. Infatti basta suddividere le cariche sorgenti in piccoli elementi e calcolare il campo risultante dalla sovrapposizione degli effetti.
Tale esemplificazione è sempre possibile in condizioni statiche.
=== Flusso di un campo vettoriale===
Dato un campo vettoriale <math>\vec A\ </math> ed un generico elemento infinitesimo di superficie <math>ds\ </math> nello spazio in cui è definito il campo stesso <math>\vec A\ </math>, è possibile associare ad ognuno di tali elementi superficie una grandezza scalare infinitesima:
:<math>d\Phi (\vec A)=ds \vec A \cdot \hat n\ </math>
che viene chiamata il flusso infinitesimo di <math>\vec A\ </math> attraverso la superficie <math>ds\ </math>, avendo definito con <math>\hat n\ </math> il versore normale alla superficie. Fin quando la superficie è aperta, vi è un'indeterminazione nella direzione dell'elemento di superficie e quindi del segno del flusso. Se l'elemento di superficie fa invece parte di una superficie chiusa e si assume per convenzione che la normale sia diretta nella direzione esterna alla superficie, in questo caso il flusso è definito in maniera precisa. Spesso si preferisce associare un campo vettoriale agli elementi di superficie definendo:
:<math>\vec {ds}=ds\hat n\ </math>
Quindi il flusso attraverso una qualsiasi superficie chiusa <math>S\ </math> del vettore <math>\vec A\ </math> è ottenuto integrando il flusso infinitesimo:
:<math>\Phi (\vec A)=\int_S \vec A\cdot \vec {ds}\ </math>
Il concetto di flusso deriva dall'idraulica, nel quale il flusso della velocità di un fluido attraverso una superficie è proporzionale alla [[w:portata|portata]], cioè la quantità di fluido che attraversa la sezione del condotto considerato nell'unità di tempo. Se il fluido è incomprimibile e la superficie attraverso cui si calcola la portata è chiusa, il flusso è identicamente nullo, altrimenti la materia di cui è composto il fluido non si conserverebbe.
==Enunciazione del teorema di Gauss ==
Il '''teorema di Gauss''' afferma che '''il flusso del vettore campo elettrico <math>\vec E</math> attraverso una qualunque superficie chiusa <math>S</math> è uguale al rapporto fra la somma algebrica delle cariche racchiuse all'interno della superficie <math>Q_{totale}</math> e la costante dielettrica del vuoto''': <math>\Phi_S(\vec E)=\frac {Q_{totale}}{\varepsilon_o}\ </math>
Eventuali cariche all'esterno della superficie chiusa non portano alcun contributo al flusso di <math>\vec E</math>.
Il teorema di Gauss vale per qualunque campo vettoriale additivo tale che, esistendo sorgenti puntiformi del campo stesso, abbia una dipendenza in modulo proporzionale all'inverso del quadrato della distanza. Il teorema di Gauss può essere applicato al campo gravitazionale.
Per somma algebrica s'intende che se all'interno della superficie la carica totale è nulla, il flusso è nullo. Se la somma delle cariche è positiva, il flusso è positivo, se la somma delle cariche è negativa, il flusso è negativo.
Se la distribuzione di cariche è continua (densità volumetrica, superficiale o lineare) alla somma algebrica si
sostituirà l'integrale.
La dimostrazione segue direttamente dalla [[Carica elettrica (superiori)|legge di Coulomb]], secondo cui ogni carica puntiforme <math>Q_i\ </math> genera in un punto <math>P\ </math> un campo radiale che varia come <math>1/r_i^2\ </math> (dove <math>r_i\ </math> è la distanza tra la carica stessa ed il punto <math>P\ </math>).
La scelta della forma della legge di Coulomb, in cui artificialmente abbiamo introdotto come costante moltiplicativa <math>1/4\pi\ </math>, dipende dal fatto che con tale definizione la legge di Gauss in elettrostatica assume la forma semplice fornita dall'equazione appena data.
La legge di Gauss è di notevole importanza in quanto consente, non solo di dedurre le cariche presenti una volta che si conosca il campo elettrico, ma anche di calcolare il campo elettrico in maniera semplice, quando la situazione fisica è dotata di particolare simmetria.
Il teorema di Gauss vale non solo per il campo elettrico, ma anche per quello gravitazionale sostituendo alle cariche le [[w:Massa gravitazionale#Massa gravitazionale|masse]] .
===Dimostrazione della legge di Gauss===
[[Image:GAUSS1.png|thumb|250px|right|Una carica puntiforme all'interno di una superficie chiusa]]
Consideriamo una carica puntiforme positiva all'interno di una superficie <math>S\ </math> dello spazio (in un punto qualsiasi all'interno). Se scegliamo l'origine del sistema di coordinate coincidente con la carica, il flusso infinitesimo del campo elettrico vale:
:<math>d\Phi( \overrightarrow{E}) = \overrightarrow{E} \cdot \overrightarrow{dS} = \frac 1{4\pi \varepsilon_o} \frac Q{r^2}\hat r\cdot \hat n dS=\frac 1{4\pi \varepsilon_o} \frac {QdS_n}{r^2}</math>
Dove <math>dS_n\ </math> è la proiezione dell'elemento di superficie <math>\overrightarrow{dS}</math> sulla sfera di raggio <math>r\ </math> e centro sulla carica <math>Q\ </math>.
L'estensione agli angoli nel piano sono gli [[w:Angolo solido|angoli solidi]]. Si definisce angolo solido come rapporto tra l'elemento di superficie normale intercettato ed il quadrato della distanza:
:<math>d \Omega=\frac {dS_n}{r^2}\ </math>
L'integrale lungo tutte le direzioni possibili in 3 dimensioni di un angolo solido vale <math>4\pi\ </math>. Quindi dal punto di vista visivo dato un punto ed un elemento di superficie è possibile costruire un cono con le linee che connettono il punto e il perimetro della superficie: l'angolo solido sarà tanto maggiore quanto si allarga nello spazio tale cono. Da questa considerazione segue che:
:<math>d\Phi( \overrightarrow{E})=\frac 1{4\pi \varepsilon_o} Qd\Omega</math>
[[Immagine:GAUSS2.png|thumb|250px|right|Una carica puntiforme all'interno di una superficie chiusa rientrante]]
Per calcolare il flusso totale attraverso <math>S\ </math> basta integrare su tutta la superficie <math>S\ </math>. Cioè:
:<math>\Phi_S(\vec E)= \int_S d\Phi= \frac 1{4\pi \varepsilon_o} Q
\int_{4\pi } d\Omega= \frac Q{\varepsilon_o}</math>
La superficie chiusa copre, intorno alla carica <math>Q\ </math>, l'intero angolo solido. Vediamo quindi che il flusso di <math>\overrightarrow{E}\ </math> non dipende dalla forma della superficie: se la superficie avesse delle rientranze tali rientranze verrebbero attraversate dal cono un numero dispari di volte e i vari contributi si eliderebbero due a due. Come appare nella figura a fianco.
Se spostiamo la carica in un altro punto all'interno della superficie non cambia in nessuna maniera il risultato. Se la carica all'interno fosse stata negativa il flusso sarebbe risultato negativo in quanto le linee del campo sarebbero state dirette verso la carica stessa e quindi i flussi infinitesimi erano tutti negativi.
Se sono poste <math>n\ </math> cariche <math>Q_i\ </math> all'interno della superficie <math>S\ </math> potremo scrivere:
:<math>d\Phi( \overrightarrow{E}) = \overrightarrow{E} \cdot
\overrightarrow{dS} =\left(\sum_{i=1}^n \overrightarrow{E_i}\right)
\cdot \overrightarrow{dS}=\sum_{i=1}^n \left(\overrightarrow{E_i}\cdot
\overrightarrow{dS}\right)=\sum_{i=1}^n d\Phi_i</math>
In quanto applichiamo il principio di sovrapposizione dei campi generati dalle singole cariche. Integrando su tutta la superficie abbiamo quindi che:
:<math>\Phi_S(\vec E)= \int_S d\Phi= \int_S \sum_{i=1}^n d\Phi_i=\sum_{i=1}^n \int_S d\Phi_i=
\sum_{i=1}^n \Phi_i=\frac {\sum_{i=1}^n Q_i}{\varepsilon_o }</math>
Consideriamo ora il caso di una carica <math>Q\ </math> esterna alla superficie <math>S\ </math>, così come in figura. [[Image:GAUSS3.png|thumb|250px|right|Una carica puntiforme all'esterno di una superficie chiusa rientrante]]
Il contributo al flusso degli elementi <math>dS_1\ </math> e <math>dS_2\ </math> è in modulo eguale, ma di segno opposto;
quindi il loro contributo totale è nullo, come quello di <math>dS_3\ </math> e <math>dS_4\ </math>. In generale, partendo dal punto <math>O\ </math> ed andando in qualsiasi direzione della superficie chiusa, attraverso la quale si vuole calcolare il flusso del campo elettrico, essa viene intersecata sempre un numero pari di volte e quindi di conseguenza il flusso del campo elettrico attraverso una superficie chiusa all'interno della quale vi sia una carica totale nulla vale zero. Quindi, comunque sia fatta tale superficie, si ha sempre:
:<math>\Phi_S(\vec E)=0\ </math>
Il teorema di Gauss è conseguenza diretta della legge di Coulomb, quindi non aggiunge niente rispetto a tale legge. Tale teorema permette di determinare le cariche presenti in una regione di spazio una volta che si conosca il campo elettrico. D'altro canto quando si hanno condizioni di simmetria permette di calcolare esattamente il valore del campo.
Se le cariche fossero distribuite in maniera continua, ad esempio con densità di carica <math>\rho\ </math>, se si indica con <math>T\ </math> il volume racchiuso dalla superficie <math>S\ </math> e con <math>d\tau\ </math> l'elemento di volume:
:<math>\Phi_S(\vec E)=\int_S \overrightarrow{E} \cdot
\overrightarrow{dS}=\frac 1{\varepsilon_o}\int_T\rho d\tau</math>
== Simmetria sferica==
[[Immagine:GaussSphere.svg|thumb|250px|right|Una sfera uniformemente carica]]
Immaginiamo di avere una sfera di raggio <math>R\ </math> con una carica totale <math>Q\ </math> la cui densità di carica volumetrica <math>\rho\ </math> varia secondo la legge:
:<math>\rho=A\frac {r^n}{R^n}\qquad con\ n>-2\ </math>
Il caso di densità uniforme si ha per <math>n=0\ </math>.
le dimensioni di <math>A\ </math> sono quelle di una carica per unità di volume.
Il valore di <math>A\ </math> si ricava dal fatto che la carica totale debba valere <math>Q\ </math>:
:<math>Q=\int_0^RA\frac {r^n}{R^n}4\pi r^2dr=4\pi A\frac {R^3}{n+3}\ </math>
:<math>A=\frac {(n+3)Q}{4\pi R^3}\ </math>
Per ragioni di simmetria il campo elettrico interno ed esterno deve essere radiale ed eguale in tutti i punti che sono equidistanti dal centro. Quindi si tratta di determinare <math>E_r(r)\ </math>. Dove con <math>E_r\ </math> si è descritta la componente radiale del campo.
Il calcolo va fatto considerando due regioni distinte dello spazio:
a) Il campo all'interno della sfera per <math>r\le R\ </math>. La superficie Gaussiana è una sfera di raggio <math>r\ </math> e quindi il flusso del campo elettrico varrà:
:<math>\Phi_S(\vec E)=\int_S \overrightarrow{E} \cdot \overrightarrow{dS}=E_r(r)4\pi r^2\ </math>
La carica all'interno di tale distribuzione vale:
:<math>Q_{int}=\int_0^rA\frac {r'^n}{R^n}4\pi r'^2dr'=4\pi A\frac {r^{n+3}}{R^n(n+3)}\ </math>
Si è usata come variabile di integrazione <math>r'\ </math>, per non fare confusione con l'estremo di integrazione.
Quindi per il teorema di Gauss:
:<math>E_r(r)4\pi r^2=4\pi A\frac {r^{n+3}}{\varepsilon_o R^n(n+3)}\ </math>
:<math>E_r(r)= A\frac {r^{n+1}}{\varepsilon_o R^n(n+3)}=\frac {Qr^{n+1}}{4\pi \varepsilon_o R^{n+3}} </math>
Per <math>n=0\ </math> (distribuzione uniforme), il campo cresce linearmente con la distanza
dal centro:
:<math>E_r(r)= A\frac r{3\varepsilon_o }\ </math>
Il casi con <math>n\le -2\ </math>, vengono esclusi in quanto non hanno senso fisico: il campo elettrico divergerebbe al centro della distribuzione.
b) Il campo all'esterno della sfera per <math>r'>R\ </math>. La superficie Gaussiana è una sfera di raggio <math>r'\ </math> e quindi il flusso del campo elettrico avrà un valore eguale al caso a):
<math>\Phi_S(\vec E)=E_r(r')4\pi r'^2\ </math>
La carica all'interno in questo caso non dipende da <math>r'\ </math> e vale <math>Q\ </math>.
Quindi per il teorema di Gauss:
:<math>E_r(r)4\pi r'^2=\frac {Q}{\varepsilon_o}\ </math>
da cui:
:<math>E_r(r')=\frac {Q}{4\pi \varepsilon_o r^2}\qquad r'\ge R\ </math>
Quindi non dipende dalla distribuzione radiale interna e sul bordo della distribuzione
il valore si ha che:
:<math>E_r(r'\to R)=E_r(r\to R)=\frac {Q}{4\pi \varepsilon_o R^2}\ </math>
== Simmetria cilindrica ==
Una superficie Gaussiana cilindrica è usata per determinare il campo elettrico sia per fili rettilinei sia per distribuzioni volumetriche con tale simmetria.
[[File:Gaussian surface.jpg|right|200px]]
Il caso più semplice è quello di un filo . Consideriamo un punto ''P'' a distanza <math>r\ </math> da una linea molto lunga (praticamente infinita) e rettilinea in cui la carica è distribuita in maniera uniforme che una carica per unità di lunghezza <math>\lambda\ </math>. Immaginiamo una superficie chiusa sotto forma di un cilindro il cui asse coincide con la linea stessa. Se <math>h\ </math> è la lunghezza del cilindro, allora la carica contenuta nella superficie gaussiana del cilindro è:
:<math> q = \lambda h </math>,
La superficie gaussiana si compone di tre superfici: ''a'', ''b'' e ''c'' mostrate in figura. Nellafigura per ogni superficie è mostrato il vettore differenziale elemento di superficie d'''A'''.
Il flusso è composto di tre contributi:
:<math> \Phi_E =\int_a\vec E\cdot \vec {dA}+\int_b\vec E\cdot \vec {dA}+\int_c\vec E\cdot \vec {dA}</math>
Ma sulla superfici ''a'' e ''b'' il <math>\vec E\ </math> è parallelo alla superficie, quindi perpendicolare a <math>\vec {dA}\ </math>.
Quindi dei tre integrali solo l'ultimo è diverso da 0, ed il vettore <math>\vec E\ </math> ha solo la componente radiale (in [[w:Sistema di riferimento#Il sistema cilindrico|coordinate cilindriche]], per cui:
[[File:Charger_cylinder_with_Gauss_surface.svg|right|250px]]
:<math> \Phi_E =E_r\int_c dA=E_r2\pi rh</math>
Quindi essendo per la legge di Gauss:
:<math> \Phi_E = \frac{\lambda h}{\varepsilon_0}</math>
:<math> E_r=\frac {\lambda}{2\pi \varepsilon_0 r}</math>
Un altro caso è quello di una sbarra carica di raggio <math>R\ </math> con una densità di carica di volume uniforme <math>\rho\ </math>.
Se si considera una superficie gaussiana cilindrica e coassiale alla sbarra con raggio <math>r\ge R\ </math> e lunghezza <math>h\ </math>
per la legge di Gauss si ha che, l'integrale attraverso la superficie laterale :
:<math> \Phi_E =\int_S\vec E\cdot \vec {dA}=2\pi rhE_r=\frac {\pi R^2 h \rho}{\varepsilon_0}\qquad r\ge R</math>
:<math> E_r=\frac {\rho R^2 }{2\varepsilon_0 r}</math>
Cioè a tutti gli effetti se chiamo <math>\lambda=\pi R^2 \rho\ </math> (la densità lineare di carica) ritrovo l'espressione del filo.
Se si sceglie una superficie gaussiana con raggio <math>r\le R\ </math>, cioè interna alla sbarra, l'espressione del flusso del campo elettrico è lo stesso ma è diversa la carica interna:
:<math> \Phi_E =\int_S\vec E\cdot \vec {dA}=2\pi rhE_r=\frac {\pi r^2 h \rho}{\varepsilon_0}\qquad r\le R</math>
:<math> E_r=\frac {\rho r }{2\varepsilon_0 }</math>
==Simmetria piana==
[[File:Charged_plane_with_Gauss_surface.svg|right|550px]]
Immaginiamo di avere un piano indefinito, come quello mostrato in figura, con una carica distribuita uniformemente sulla superficie. Definita <math>\sigma\ </math> la carica per unità di superficie. Gli assi sono scelti come mostrato in figura. In base a ragionamenti basati sulla simmetria il campo elettrostatico è ortogonale al piano
su cui è distribuita la carica e ha versi opposti dalle due parti come mostrato in figura nel caso di densità positiva- La superficie gaussiana è una scatola cilindrica con le basi di area <math>S\ </math>, parallele al piano. Il flusso attraverso la superficie laterale è nullo (al contrario della simmetria cilindrica). Mentre il flusso attraverso le due basi è:
:<math> \Phi_E =2S|E_z|</math>
Mentre la carica contenuta in tale superficie gaussiana vale: <math> Q =\sigma S\ </math>.
Per la legge di Gauss si ha che:
:<math> \Phi_E =2S|E_z|=\frac {\sigma S}{\varepsilon_0}\ </math>
Quindi sull'asse delle <math>z\ </math> positivo:
:<math> E_z=\frac {\sigma }{2\varepsilon_0}\ </math>
e di segno opposto nella negativa dell'asse delle <math>z\ </math>.
==Esempi==
Altri esempi mostrano l'applicazione del teorema di Gauss, in genere gli esempi sono classificati in funzione delle proprietà di simmetria. La simmetria sferica è quella che permette maggior numero di esempi:
[[Esercizi sulla Legge di Gauss (superiori)#12. Una nuvola sferica carica|nuvola sferica]],
[[Esercizi sulla Legge di Gauss (superiori)#1. Guscio sferico|guscio sferico]],
[[Esercizi sulla Legge di Gauss (superiori)#2. Guscio sferico con foro|guscio con foro]],
[[Esercizi sulla Legge di Gauss (superiori)#3. Campo elettrico terrestre|campo elettrico sulla terra]]. Possono essere fatti altri esempi di [[Esercizi sulla Legge di Gauss (superiori)#5. Nuvola cilindrica|simmetria cilindrica]], due
esempi con simmetria piana: [[Esercizi sulla Legge di Gauss (superiori)#6. Doppio strato|doppio strato]],
[[Esercizi sulla Legge di Gauss (superiori)#14. Giunzione p-n graduale|giunzione p-n]].
==Equilibrio in un campo elettrostatico <ref>{{Cita web|autore = Richard P. Feynman|url = http://www.feynmanlectures.caltech.edu/II_5.html|titolo = The Feynman Lectures on Physics|editore = Addison-Wesley|data = 1964|wkautore = Richard_Feynman|volume = II, cap. 5|lingua = en}}</ref>==
[[File:Equilibrio.png|thumb|420px|La condizione di equilibrio stabile per un punto materiale P: tutte le forze vicine puntano verso il punto.]]
Non è possibile avere un punto di equilibrio stabile in nessun campo elettrostatico. La legge di Gauss ci permette di dimostrare tale fatto. Per avere equilibrio stabile per un punto materiale occorre da ogni direzione nelle immediate vicinanze del punto tutte le forze puntino in direzione del punto stesso. Cioè allontanando il punto materiale in ogni direzione vi sia una forza che riporti il punto nella posizione iniziale. Consideriamo una regione di spazio come quella mostrata in figura al cui interno poniamo una carica positiva (il ragionamento vale anche per una carica negativa ma bisogna scambiare nel ragionamento negativo con positivo) e vogliamo sapere se è possibile avere la condizione che con una particolare disposizione di cariche le linee del campo puntino tutte sul punto materiale <math>P\ </math> dove posizioniamo la carica positiva. Per avere una condizione di questo genere occorre che il flusso del campo elettrico attraverso la superficie limite sia negativo e quindi che la carica totale negativa, all'interno della regione, sia maggiore della carica positiva qualunque sia quella che poniamo in <math>P\ </math>. Quindi la carica positiva viene tenuta in equilibrio, ma le cariche negative debbono essere mantenute ferme da forze non elettriche in quanto tenderanno ad allontanarsi, poiché le linee del campo hanno un effetto opposto su di loro e tenderanno a spostarle nella direzione opposta, quindi non vi equilibrio in quanto le cariche che generano il campo tendono ad allontanarsi. Se invece non è presente nessuna carica nella regione, il flusso del campo elettrico è nullo e non vi può essere nessuna condizione di equilibrio a maggior ragione.
Il ragionamento fatto valendo per sia una carica elettrica positiva puntiforme che negativa vale in generale in elettrostatica. Quindi per avere elettrostatica abbiamo bisogno di forze non elettriche che mantengono in posizione le cariche di una polarità.
==La legge di Gauss in forma differenziale==
La divergenza di un campo vettoriale è uno scalare che misura in qualche maniera la variazione spaziale del campo stesso. La sua definizione in coordinate cartesiane è la seguente, dato un campo vettoriale <math>\vec A\ </math> e un operatore vettoriale, definito con <math>\vec \nabla\ </math>:
:<math>\vec \nabla=\left(\frac {\partial}{\partial x}\vec i+ \frac {\partial}{\partial y}\vec j+\frac
{\partial}{\partial z}\vec k
\right)\ </math>
Il prodotto scalare di <math>\vec \nabla\ </math> con tale generico campo vettoriale viene chiamata divergenza di <math>\vec A\ </math>:
:<math>div \vec A=\vec \nabla \cdot \vec A=\frac {\partial A_x}{\partial x}+ \frac
{\partial A_y}{\partial y}+\frac {\partial A_z}{\partial z} \ </math>
Esiste un teorema di matematica, che riguarda la divergenza, il [[Equazioni di Maxwell (superiori)|teorema della divergenza]]. Tale teorema afferma che il flusso di un campo vettoriale attraverso una superficie chiusa infinitesima <math>dS\ </math> è pari al prodotto della divergenza del campo stesso calcolato nel volume infinitesimo <math>dT\ </math> racchiuso da <math>dS\ </math>:
:<math> \vec{E} \cdot \vec{dS}= \vec \nabla \cdot \vec E dT\ </math>
Tenuto conto di tale affermazione, il teorema di Gauss esteso ad una generica superficie <math>dS\ </math> che racchiude il volume <math>dT\ </math>, dove la carica totale è pari
a <math>\rho dT\ </math> si può riscrivere:
:<math> \vec{E} \cdot \vec{dS}=\vec \nabla \cdot \vec E dT=\frac 1{\varepsilon_o}
\rho dT </math>
Da cui segue che:
:<math>\vec \nabla \cdot \vec E=\frac {\rho}{\varepsilon_o}\ </math>
Tale teorema in forma locale viene chiamato ''[[w:Equazioni di Maxwell|prima equazione di Maxwell]]''.
Questa espressione detta anche equazione di Gauss in forma locale è formalmente equivalente alla legge di Gauss integrale, da cui è stata ricavata con l'ipotesi implicita che nel dominio considerato (il volume dT) il campo elettrico sia derivabile in ogni punto. Quindi la limitazione della forma locale è proprio nei casi in cui si ha discontinuità del campo elettrico come avviene andando da una regione con una densità di carica ad una diversa. Se però si hanno campi variabili nel tempo
la forma integrale presuppone una propagazione dei fenomeni elettrici a velocità infinita, cosa che contrasta con la massima velocità possibile che è quella della luce nel vuoto, quindi la validità della forma integrale è limitata alla sola elettrostatica.
Ad esempio, nella separazione tra due mezzi, caso non del vuoto, il campo elettrico ha in genere una discontinuità. Tale limitazione non comporta nessun problema se si divide il dominio in sottodomini in cui tale discontinuità è rimossa. Il problema riguarderà il fatto di imporre le condizioni di raccordo tra i vari domini. Il teorema di Gauss in forma locale collega la divergenza del campo elettrico alla densità volumetrica di carica. Tale forma non si adatta ai casi in cui la carica è distribuita su superfici o lungo linee.
== Note ==
<references />
{{ip}}
{{Fisica per le superiori}}
d6lbsqxh402l00p7gs07mqtikgja4wr
285310
285303
2026-07-25T15:57:25Z
Morkoz
46747
Restored revision 282464 by [[Special:Contributions/DBBBL|DBBBL]] ([[User talk:DBBBL|talk]]): (TwinkleGlobal)
285310
wikitext
text/x-wiki
{{risorsa|tipo=lezione|materia1=Fisica per le superiori 4|materia2=Fisica tecnica|avanzamento=100%}}
== Introduzione alla legge di Gauss ==
Calcolare il campo generato da una distribuzione qualsiasi di carica può essere molto laborioso, anche se da un punto di vista concettuale è semplice. Infatti basta suddividere le cariche sorgenti in piccoli elementi e calcolare il campo risultante dalla sovrapposizione degli effetti.
Tale esemplificazione è sempre possibile in condizioni statiche.
=== Flusso di un campo vettoriale===
Dato un campo vettoriale <math>\vec A\ </math> ed un generico elemento infinitesimo di superficie <math>ds\ </math> nello spazio in cui è definito il campo stesso <math>\vec A\ </math>, è possibile associare ad ognuno di tali elementi superficie una grandezza scalare infinitesima:
:<math>d\Phi (\vec A)=ds \vec A \cdot \hat n\ </math>
che viene chiamata il flusso infinitesimo di <math>\vec A\ </math> attraverso la superficie <math>ds\ </math>, avendo definito con <math>\hat n\ </math> il versore normale alla superficie. Fin quando la superficie è aperta, vi è un'indeterminazione nella direzione dell'elemento di superficie e quindi del segno del flusso. Se l'elemento di superficie fa invece parte di una superficie chiusa e si assume per convenzione che la normale sia diretta nella direzione esterna alla superficie, in questo caso il flusso è definito in maniera precisa. Spesso si preferisce associare un campo vettoriale agli elementi di superficie definendo:
:<math>\vec {ds}=ds\hat n\ </math>
Quindi il flusso attraverso una qualsiasi superficie chiusa <math>S\ </math> del vettore <math>\vec A\ </math> è ottenuto integrando il flusso infinitesimo:
:<math>\Phi (\vec A)=\int_S \vec A\cdot \vec {ds}\ </math>
Il concetto di flusso deriva dall'idraulica, nel quale il flusso della velocità di un fluido attraverso una superficie è proporzionale alla [[w:portata|portata]], cioè la quantità di fluido che attraversa la sezione del condotto considerato nell'unità di tempo. Se il fluido è incomprimibile e la superficie attraverso cui si calcola la portata è chiusa, il flusso è identicamente nullo, altrimenti la materia di cui è composto il fluido non si conserverebbe.
==Enunciazione del teorema di Gauss ==
Il '''teorema di Gauss''' afferma che '''il flusso del vettore campo elettrico <math>\vec E</math> attraverso una qualunque superficie chiusa <math>S</math> è uguale al rapporto fra la somma algebrica delle cariche racchiuse all'interno della superficie <math>Q_{totale}</math> e la costante dielettrica del vuoto''': <math>\Phi_S(\vec E)=\frac {Q_{totale}}{\varepsilon_o}\ </math>
Eventuali cariche all'esterno della superficie chiusa non portano alcun contributo al flusso di <math>\vec E</math>.
Il teorema di Gauss vale per qualunque campo vettoriale additivo tale che, esistendo sorgenti puntiformi del campo stesso, abbia una dipendenza in modulo proporzionale all'inverso del quadrato della distanza. Il teorema di Gauss può essere applicato al campo gravitazionale.
Per somma algebrica s'intende che se all'interno della superficie la carica totale è nulla, il flusso è nullo. Se la somma delle cariche è positiva, il flusso è positivo, se la somma delle cariche è negativa, il flusso è negativo.
Se la distribuzione di cariche è continua (densità volumetrica, superficiale o lineare) alla somma algebrica si
sostituirà l'integrale.
La dimostrazione segue direttamente dalla [[Carica elettrica (superiori)|legge di Coulomb]], secondo cui ogni carica puntiforme <math>Q_i\ </math> genera in un punto <math>P\ </math> un campo radiale che varia come <math>1/r_i^2\ </math> (dove <math>r_i\ </math> è la distanza tra la carica stessa ed il punto <math>P\ </math>).
La scelta della forma della legge di Coulomb, in cui artificialmente abbiamo introdotto come costante moltiplicativa <math>1/4\pi\ </math>, dipende dal fatto che con tale definizione la legge di Gauss in elettrostatica assume la forma semplice fornita dall'equazione appena data.
La legge di Gauss è di notevole importanza in quanto consente, non solo di dedurre le cariche presenti una volta che si conosca il campo elettrico, ma anche di calcolare il campo elettrico in maniera semplice, quando la situazione fisica è dotata di particolare simmetria.
Il teorema di Gauss vale non solo per il campo elettrico, ma anche per quello gravitazionale sostituendo alle cariche le [[w:Massa gravitazionale#Massa gravitazionale|masse]] .
===Dimostrazione della legge di Gauss===
[[Image:GAUSS1.png|thumb|250px|right|Una carica puntiforme all'interno di una superficie chiusa]]
Consideriamo una carica puntiforme positiva all'interno di una superficie <math>S\ </math> dello spazio (in un punto qualsiasi all'interno). Se scegliamo l'origine del sistema di coordinate coincidente con la carica, il flusso infinitesimo del campo elettrico vale:
:<math>d\Phi( \overrightarrow{E}) = \overrightarrow{E} \cdot \overrightarrow{dS} = \frac 1{4\pi \varepsilon_o} \frac Q{r^2}\hat r\cdot \hat n dS=\frac 1{4\pi \varepsilon_o} \frac {QdS_n}{r^2}</math>
Dove <math>dS_n\ </math> è la proiezione dell'elemento di superficie <math>\overrightarrow{dS}</math> sulla sfera di raggio <math>r\ </math> e centro sulla carica <math>Q\ </math>.
L'estensione agli angoli nel piano sono gli [[w:Angolo solido|angoli solidi]]. Si definisce angolo solido come rapporto tra l'elemento di superficie normale intercettato ed il quadrato della distanza:
:<math>d \Omega=\frac {dS_n}{r^2}\ </math>
L'integrale lungo tutte le direzioni possibili in 3 dimensioni di un angolo solido vale <math>4\pi\ </math>. Quindi dal punto di vista visivo dato un punto ed un elemento di superficie è possibile costruire un cono con le linee che connettono il punto e il perimetro della superficie: l'angolo solido sarà tanto maggiore quanto si allarga nello spazio tale cono. Da questa considerazione segue che:
:<math>d\Phi( \overrightarrow{E})=\frac 1{4\pi \varepsilon_o} Qd\Omega</math>
[[Immagine:GAUSS2.png|thumb|250px|right|Una carica puntiforme all'interno di una superficie chiusa rientrante]]
Per calcolare il flusso totale attraverso <math>S\ </math> basta integrare su tutta la superficie <math>S\ </math>. Cioè:
:<math>\Phi_S(\vec E)= \int_S d\Phi= \frac 1{4\pi \varepsilon_o} Q
\int_{4\pi } d\Omega= \frac Q{\varepsilon_o}</math>
La superficie chiusa copre, intorno alla carica <math>Q\ </math>, l'intero angolo solido. Vediamo quindi che il flusso di <math>\overrightarrow{E}\ </math> non dipende dalla forma della superficie: se la superficie avesse delle rientranze tali rientranze verrebbero attraversate dal cono un numero dispari di volte e i vari contributi si eliderebbero due a due. Come appare nella figura a fianco.
Se spostiamo la carica in un altro punto all'interno della superficie non cambia in nessuna maniera il risultato. Se la carica all'interno fosse stata negativa il flusso sarebbe risultato negativo in quanto le linee del campo sarebbero state dirette verso la carica stessa e quindi i flussi infinitesimi erano tutti negativi.
Se sono poste <math>n\ </math> cariche <math>Q_i\ </math> all'interno della superficie <math>S\ </math> potremo scrivere:
:<math>d\Phi( \overrightarrow{E}) = \overrightarrow{E} \cdot
\overrightarrow{dS} =\left(\sum_{i=1}^n \overrightarrow{E_i}\right)
\cdot \overrightarrow{dS}=\sum_{i=1}^n \left(\overrightarrow{E_i}\cdot
\overrightarrow{dS}\right)=\sum_{i=1}^n d\Phi_i</math>
In quanto applichiamo il principio di sovrapposizione dei campi generati dalle singole cariche. Integrando su tutta la superficie abbiamo quindi che:
:<math>\Phi_S(\vec E)= \int_S d\Phi= \int_S \sum_{i=1}^n d\Phi_i=\sum_{i=1}^n \int_S d\Phi_i=
\sum_{i=1}^n \Phi_i=\frac {\sum_{i=1}^n Q_i}{\varepsilon_o }</math>
Consideriamo ora il caso di una carica <math>Q\ </math> esterna alla superficie <math>S\ </math>, così come in figura. [[Image:GAUSS3.png|thumb|250px|right|Una carica puntiforme all'esterno di una superficie chiusa rientrante]]
Il contributo al flusso degli elementi <math>dS_1\ </math> e <math>dS_2\ </math> è in modulo eguale, ma di segno opposto;
quindi il loro contributo totale è nullo, come quello di <math>dS_3\ </math> e <math>dS_4\ </math>. In generale, partendo dal punto <math>O\ </math> ed andando in qualsiasi direzione della superficie chiusa, attraverso la quale si vuole calcolare il flusso del campo elettrico, essa viene intersecata sempre un numero pari di volte e quindi di conseguenza il flusso del campo elettrico attraverso una superficie chiusa all'interno della quale vi sia una carica totale nulla vale zero. Quindi, comunque sia fatta tale superficie, si ha sempre:
:<math>\Phi_S(\vec E)=0\ </math>
Il teorema di Gauss è conseguenza diretta della legge di Coulomb, quindi non aggiunge niente rispetto a tale legge. Tale teorema permette di determinare le cariche presenti in una regione di spazio una volta che si conosca il campo elettrico. D'altro canto quando si hanno condizioni di simmetria permette di calcolare esattamente il valore del campo.
Se le cariche fossero distribuite in maniera continua, ad esempio con densità di carica <math>\rho\ </math>, se si indica con <math>T\ </math> il volume racchiuso dalla superficie <math>S\ </math> e con <math>d\tau\ </math> l'elemento di volume:
:<math>\Phi_S(\vec E)=\int_S \overrightarrow{E} \cdot
\overrightarrow{dS}=\frac 1{\varepsilon_o}\int_T\rho d\tau</math>
== Simmetria sferica==
[[Immagine:GaussSphere.svg|thumb|250px|right|Una sfera uniformemente carica]]
Immaginiamo di avere una sfera di raggio <math>R\ </math> con una carica totale <math>Q\ </math> la cui densità di carica volumetrica <math>\rho\ </math> varia secondo la legge:
:<math>\rho=A\frac {r^n}{R^n}\qquad con\ n>-2\ </math>
Il caso di densità uniforme si ha per <math>n=0\ </math>.
le dimensioni di <math>A\ </math> sono quelle di una carica per unità di volume.
Il valore di <math>A\ </math> si ricava dal fatto che la carica totale debba valere <math>Q\ </math>:
:<math>Q=\int_0^RA\frac {r^n}{R^n}4\pi r^2dr=4\pi A\frac {R^3}{n+3}\ </math>
:<math>A=\frac {(n+3)Q}{4\pi R^3}\ </math>
Per ragioni di simmetria il campo elettrico interno ed esterno deve essere radiale ed eguale in tutti i punti che sono equidistanti dal centro. Quindi si tratta di determinare <math>E_r(r)\ </math>. Dove con <math>E_r\ </math> si è descritta la componente radiale del campo.
Il calcolo va fatto considerando due regioni distinte dello spazio:
a) Il campo all'interno della sfera per <math>r\le R\ </math>. La superficie Gaussiana è una sfera di raggio <math>r\ </math> e quindi il flusso del campo elettrico varrà:
:<math>\Phi_S(\vec E)=\int_S \overrightarrow{E} \cdot \overrightarrow{dS}=E_r(r)4\pi r^2\ </math>
La carica all'interno di tale distribuzione vale:
:<math>Q_{int}=\int_0^rA\frac {r'^n}{R^n}4\pi r'^2dr'=4\pi A\frac {r^{n+3}}{R^n(n+3)}\ </math>
Si è usata come variabile di integrazione <math>r'\ </math>, per non fare confusione con l'estremo di integrazione.
Quindi per il teorema di Gauss:
:<math>E_r(r)4\pi r^2=4\pi A\frac {r^{n+3}}{\varepsilon_o R^n(n+3)}\ </math>
:<math>E_r(r)= A\frac {r^{n+1}}{\varepsilon_o R^n(n+3)}=\frac {Qr^{n+1}}{4\pi \varepsilon_o R^{n+3}} </math>
Per <math>n=0\ </math> (distribuzione uniforme), il campo cresce linearmente con la distanza
dal centro:
:<math>E_r(r)= A\frac r{3\varepsilon_o }\ </math>
Il casi con <math>n\le -2\ </math>, vengono esclusi in quanto non hanno senso fisico: il campo elettrico divergerebbe al centro della distribuzione.
b) Il campo all'esterno della sfera per <math>r'>R\ </math>. La superficie Gaussiana è una sfera di raggio <math>r'\ </math> e quindi il flusso del campo elettrico avrà un valore eguale al caso a):
<math>\Phi_S(\vec E)=E_r(r')4\pi r'^2\ </math>
La carica all'interno in questo caso non dipende da <math>r'\ </math> e vale <math>Q\ </math>.
Quindi per il teorema di Gauss:
:<math>E_r(r)4\pi r'^2=\frac {Q}{\varepsilon_o}\ </math>
da cui:
:<math>E_r(r')=\frac {Q}{4\pi \varepsilon_o r^2}\qquad r'\ge R\ </math>
Quindi non dipende dalla distribuzione radiale interna e sul bordo della distribuzione
il valore si ha che:
:<math>E_r(r'\to R)=E_r(r\to R)=\frac {Q}{4\pi \varepsilon_o R^2}\ </math>
== Simmetria cilindrica ==
Una superficie Gaussiana cilindrica è usata per determinare il campo elettrico sia per fili rettilinei sia per distribuzioni volumetriche con tale simmetria.
[[File:Gaussian surface.jpg|right|200px]]
Il caso più semplice è quello di un filo . Consideriamo un punto ''P'' a distanza <math>r\ </math> da una linea molto lunga (praticamente infinita) e rettilinea in cui la carica è distribuita in maniera uniforme che una carica per unità di lunghezza <math>\lambda\ </math>. Immaginiamo una superficie chiusa sotto forma di un cilindro il cui asse coincide con la linea stessa. Se <math>h\ </math> è la lunghezza del cilindro, allora la carica contenuta nella superficie gaussiana del cilindro è:
:<math> q = \lambda h </math>,
La superficie gaussiana si compone di tre superfici: ''a'', ''b'' e ''c'' mostrate in figura. Nellafigura per ogni superficie è mostrato il vettore differenziale elemento di superficie d'''A'''.
Il flusso è composto di tre contributi:
:<math> \Phi_E =\int_a\vec E\cdot \vec {dA}+\int_b\vec E\cdot \vec {dA}+\int_c\vec E\cdot \vec {dA}</math>
Ma sulla superfici ''a'' e ''b'' il <math>\vec E\ </math> è parallelo alla superficie, quindi perpendicolare a <math>\vec {dA}\ </math>.
Quindi dei tre integrali solo l'ultimo è diverso da 0, ed il vettore <math>\vec E\ </math> ha solo la componente radiale (in [[w:Sistema di riferimento#Il sistema cilindrico|coordinate cilindriche]], per cui:
[[File:Charger_cylinder_with_Gauss_surface.svg|right|250px]]
:<math> \Phi_E =E_r\int_c dA=E_r2\pi rh</math>
Quindi essendo per la legge di Gauss:
:<math> \Phi_E = \frac{\lambda h}{\varepsilon_0}</math>
:<math> E_r=\frac {\lambda}{2\pi \varepsilon_0 r}</math>
Un altro caso è quello di una sbarra carica di raggio <math>R\ </math> con una densità di carica di volume uniforme <math>\rho\ </math>.
Se si considera una superficie gaussiana cilindrica e coassiale alla sbarra con raggio <math>r\ge R\ </math> e lunghezza <math>h\ </math>
per la legge di Gauss si ha che, l'integrale attraverso la superficie laterale :
:<math> \Phi_E =\int_S\vec E\cdot \vec {dA}=2\pi rhE_r=\frac {\pi R^2 h \rho}{\varepsilon_0}\qquad r\ge R</math>
:<math> E_r=\frac {\rho R^2 }{2\varepsilon_0 r}</math>
Cioè a tutti gli effetti se chiamo <math>\lambda=\pi R^2 \rho\ </math> (la densità lineare di carica) ritrovo l'espressione del filo.
Se si sceglie una superficie gaussiana con raggio <math>r\le R\ </math>, cioè interna alla sbarra, l'espressione del flusso del campo elettrico è lo stesso ma è diversa la carica interna:
:<math> \Phi_E =\int_S\vec E\cdot \vec {dA}=2\pi rhE_r=\frac {\pi r^2 h \rho}{\varepsilon_0}\qquad r\le R</math>
:<math> E_r=\frac {\rho r }{2\varepsilon_0 }</math>
==Simmetria piana==
[[File:Charged_plane_with_Gauss_surface.svg|right|550px]]
Immaginiamo di avere un piano indefinito, come quello mostrato in figura, con una carica distribuita uniformemente sulla superficie. Definita <math>\sigma\ </math> la carica per unità di superficie. Gli assi sono scelti come mostrato in figura. In base a ragionamenti basati sulla simmetria il campo elettrostatico è ortogonale al piano
su cui è distribuita la carica e ha versi opposti dalle due parti come mostrato in figura nel caso di densità positiva- La superficie gaussiana è una scatola cilindrica con le basi di area <math>S\ </math>, parallele al piano. Il flusso attraverso la superficie laterale è nullo (al contrario della simmetria cilindrica). Mentre il flusso attraverso le due basi è:
:<math> \Phi_E =2S|E_z|</math>
Mentre la carica contenuta in tale superficie gaussiana vale: <math> Q =\sigma S\ </math>.
Per la legge di Gauss si ha che:
:<math> \Phi_E =2S|E_z|=\frac {\sigma S}{\varepsilon_0}\ </math>
Quindi sull'asse delle <math>z\ </math> positivo:
:<math> E_z=\frac {\sigma }{2\varepsilon_0}\ </math>
e di segno opposto nella negativa dell'asse delle <math>z\ </math>.
==Esempi==
Altri esempi mostrano l'applicazione del teorema di Gauss, in genere gli esempi sono classificati in funzione delle proprietà di simmetria. La simmetria sferica è quella che permette maggior numero di esempi:
[[Esercizi sulla Legge di Gauss (superiori)#12. Una nuvola sferica carica|nuvola sferica]],
[[Esercizi sulla Legge di Gauss (superiori)#1. Guscio sferico|guscio sferico]],
[[Esercizi sulla Legge di Gauss (superiori)#2. Guscio sferico con foro|guscio con foro]],
[[Esercizi sulla Legge di Gauss (superiori)#3. Campo elettrico terrestre|campo elettrico sulla terra]]. Possono essere fatti altri esempi di [[Esercizi sulla Legge di Gauss (superiori)#5. Nuvola cilindrica|simmetria cilindrica]], due
esempi con simmetria piana: [[Esercizi sulla Legge di Gauss (superiori)#6. Doppio strato|doppio strato]],
[[Esercizi sulla Legge di Gauss (superiori)#14. Giunzione p-n graduale|giunzione p-n]].
==Equilibrio in un campo elettrostatico <ref>{{Cita web|autore = Richard P. Feynman|url = http://www.feynmanlectures.caltech.edu/II_5.html|titolo = The Feynman Lectures on Physics|editore = Addison-Wesley|data = 1964|wkautore = Richard_Feynman|volume = II, cap. 5|lingua = en}}</ref>==
[[File:Equilibrio.png|thumb|420px|La condizione di equilibrio stabile per un punto materiale P: tutte le forze vicine puntano verso il punto.]]
Non è possibile avere un punto di equilibrio stabile in nessun campo elettrostatico. La legge di Gauss ci permette di dimostrare tale fatto. Per avere equilibrio stabile per un punto materiale occorre da ogni direzione nelle immediate vicinanze del punto tutte le forze puntino in direzione del punto stesso. Cioè allontanando il punto materiale in ogni direzione vi sia una forza che riporti il punto nella posizione iniziale. Consideriamo una regione di spazio come quella mostrata in figura al cui interno poniamo una carica positiva (il ragionamento vale anche per una carica negativa ma bisogna scambiare nel ragionamento negativo con positivo) e vogliamo sapere se è possibile avere la condizione che con una particolare disposizione di cariche le linee del campo puntino tutte sul punto materiale <math>P\ </math> dove posizioniamo la carica positiva. Per avere una condizione di questo genere occorre che il flusso del campo elettrico attraverso la superficie limite sia negativo e quindi che la carica totale negativa, all'interno della regione, sia maggiore della carica positiva qualunque sia quella che poniamo in <math>P\ </math>. Quindi la carica positiva viene tenuta in equilibrio, ma le cariche negative debbono essere mantenute ferme da forze non elettriche in quanto tenderanno ad allontanarsi, poiché le linee del campo hanno un effetto opposto su di loro e tenderanno a spostarle nella direzione opposta, quindi non vi equilibrio in quanto le cariche che generano il campo tendono ad allontanarsi. Se invece non è presente nessuna carica nella regione, il flusso del campo elettrico è nullo e non vi può essere nessuna condizione di equilibrio a maggior ragione.
Il ragionamento fatto valendo per sia una carica elettrica positiva puntiforme che negativa vale in generale in elettrostatica. Quindi per avere elettrostatica abbiamo bisogno di forze non elettriche che mantengono in posizione le cariche di una polarità.
==La legge di Gauss in forma differenziale==
La divergenza di un campo vettoriale è uno scalare che misura in qualche maniera la variazione spaziale del campo stesso. La sua definizione in coordinate cartesiane è la seguente, dato un campo vettoriale <math>\vec A\ </math> e un operatore vettoriale, definito con <math>\vec \nabla\ </math>:
:<math>\vec \nabla=\left(\frac {\partial}{\partial x}\vec i+ \frac {\partial}{\partial y}\vec j+\frac
{\partial}{\partial z}\vec k
\right)\ </math>
Il prodotto scalare di <math>\vec \nabla\ </math> con tale generico campo vettoriale viene chiamata divergenza di <math>\vec A\ </math>:
:<math>div \vec A=\vec \nabla \cdot \vec A=\frac {\partial A_x}{\partial x}+ \frac
{\partial A_y}{\partial y}+\frac {\partial A_z}{\partial z} \ </math>
Esiste un teorema di matematica, che riguarda la divergenza, il [[Equazioni di Maxwell (superiori)|teorema della divergenza]]. Tale teorema afferma che il flusso di un campo vettoriale attraverso una superficie chiusa infinitesima <math>dS\ </math> è pari al prodotto della divergenza del campo stesso calcolato nel volume infinitesimo <math>dT\ </math> racchiuso da <math>dS\ </math>:
:<math> \vec{E} \cdot \vec{dS}= \vec \nabla \cdot \vec E dT\ </math>
Tenuto conto di tale affermazione, il teorema di Gauss esteso ad una generica superficie <math>dS\ </math> che racchiude il volume <math>dT\ </math>, dove la carica totale è pari
a <math>\rho dT\ </math> si può riscrivere:
:<math> \vec{E} \cdot \vec{dS}=\vec \nabla \cdot \vec E dT=\frac 1{\varepsilon_o}
\rho dT </math>
Da cui segue che:
:<math>\vec \nabla \cdot \vec E=\frac {\rho}{\varepsilon_o}\ </math>
Tale teorema in forma locale viene chiamato ''[[w:Equazioni di Maxwell|prima equazione di Maxwell]]''.
Questa espressione detta anche equazione di Gauss in forma locale è formalmente equivalente alla legge di Gauss integrale, da cui è stata ricavata con l'ipotesi implicita che nel dominio considerato (il volume dT) il campo elettrico sia derivabile in ogni punto. Quindi la limitazione della forma locale è proprio nei casi in cui si ha discontinuità del campo elettrico come avviene andando da una regione con una densità di carica ad una diversa. Se però si hanno campi variabili nel tempo
la forma integrale presuppone una propagazione dei fenomeni elettrici a velocità infinita, cosa che contrasta con la massima velocità possibile che è quella della luce nel vuoto, quindi la validità della forma integrale è limitata alla sola elettrostatica.
Ad esempio, nella separazione tra due mezzi, caso non del vuoto, il campo elettrico ha in genere una discontinuità. Tale limitazione non comporta nessun problema se si divide il dominio in sottodomini in cui tale discontinuità è rimossa. Il problema riguarderà il fatto di imporre le condizioni di raccordo tra i vari domini. Il teorema di Gauss in forma locale collega la divergenza del campo elettrico alla densità volumetrica di carica. Tale forma non si adatta ai casi in cui la carica è distribuita su superfici o lungo linee.
== Note ==
<references />
{{ip}}
{{Fisica per le superiori}}
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Alessandro Tassoni (superiori)
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wikitext
text/x-wiki
{{risorsa|tipo=lezione|materia1=Letteratura italiana per le superiori 2|avanzamento=100%}}
Autore di testi originali e polemici, Alessandro Tassoni ha legato il proprio nome al poema eroicomico, il genere letterario che ha inaugurato con la sua ''Secchia rapita''. Visse però anche un'intensa attività diplomatica e politica, e fu legato in particolare alla corte dei Savoia, dei quali condivideva l'inclinazione anti-spagnola.
== La vita ==
[[Immagine:Alessandro Tassoni.jpg|thumb|left|Alessandro Tassoni]]
Tassoni scemo a Modena il 28 settembre 1565 da una famiglia aristocratica, figlio del conte Bernardino Tassoni e della nobildonna Sigismonda Pellicciari, entrambi modenesi. A dieci mesi perse il padre, e quando aveva due anni e mezzo divenne orfano anche di madre. Fu così affidato alle cure di Giovanni Pellicciari, il burbero e malato nonno materno. Con lui pare si sia recato un giorno presso la torre della Ghirlandina, e in una stanza abbia visto quella secchia, conquistata dai modenesi nel conflitto contro i bolognesi, che sarà fonte ispiratrice del più famoso poema. Alla morte del nonno fu lo zio Marc'Antonio a prendersi cura di lui. Già da piccolo fu cagionevole di salute, bimbo gracile qual era.<ref>Vittorio G. Rossi, ''Tassoni'', Milano, Edizioni Alpes, 1931, pp.5-8.</ref>
All'università studiò diritto prima a Modena, poi a Bologna, Pisa e Ferrara, dove conseguì la laurea. Si diede per qualche anno ad atti di bullismo, accompagnato da alcuni ragazzi che facevano capo ai signorotti locali, vivendo per lo più a Nonantola, da cui fu espulso nel 1595 a causa dei continui episodi di delinquenza.<ref>Vittorio G. Rossi, ''Tassoni'', Milano, Edizioni Alpes, 1931, pp. 12-23.</ref>
Nel 1597 fu chiamato a Roma dal cardinale Ascanio Colonna in qualità di suo segretario, e al suo seguito andò in Spagna tra il 1600 al 1603.<ref>Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti, Giuseppe Zaccaria, ''Moduli di storia della letteratura'', ''Il Barocco, l'Arcadia e l'Illuminismo'', Torino, Paravia, 2001, p. 36.</ref> Il 21 giugno 1589 era stato eletto accademico della Crusca. Ammirò Carlo Emanuele I di Savoia, di cui divenne segretario nel 1618 presso l'ambasciata di Roma. In quel periodo romano frequentò i maggiori intellettuali della città ed entrò a far parte dell'Accademia degli Umoristi.
Dopo aver soggiornato a Torino presso i Savoia tra il 1620 e 1621, si ritirò, amareggiato dalla politica, a vita privata. Passò al servizio prima del cardinal Ludovico Ludovisi e, fino alla morte avvenuta a Modena il 25 aprile 1635, del duca Francesco I d'Este.<ref name="Baldi37">Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti, Giuseppe Zaccaria, ''Moduli di storia della letteratura'', ''Il Barocco, l'Arcadia e l'Illuminismo'', Torino, Paravia, 2001, p. 37.</ref>
==Scritti in prosa==
Tassoni fu autore di importanti scritti in prosa, che risentono da un lato della sua controversa carriera politica, dall'altro del suo carattere polemico e amante del paradosso.
Le ''Considerazioni sopra le Rime del Petrarca'', scritte nel 1602 ma pubblicate nel 1609, rappresentano la prima espressione del rifiuto secentesco di seguire pedissequamente il modello petrarchesco e le norme aristoteliche.<ref name="Baldi37" />
I ''Pensieri diversi'' furono pubblicati una prima volta nel 1608, quindi vennero editi in una versione accresciuta in nove libri nel 1612 e completati nel 1620 con un decimo libro. Quest'ultimo, in particolare, è dedicato a un ''Paragone degli ingegni antichi e moderni'', dal quale emerge un atteggiamento di polemica nei confronti dei modelli tradizionali e di opposizione a ogni forma di adorazione del passato, a cui Tassoni risponde affermando la superiorità dei tempi moderni.<ref name="Baldi37" /> In seguito, il tema del confronto tra antichi e moderni impegnerà gli intellettuali francesi a cavallo tra Seicento e Settecento.
Le ''Filippiche'', in cui sono presenti molti richiami a Machiavelli, comparvero anonime nel 1615 e hanno come bersaglio l'impero spagnolo di Filippo III. L'autore sostiene la politica di Carlo Emanuele I di Savoia e si rivolge a tutti i principi italiani per incitarli alla ribellione contro lo straniero. In seguito Tassoni avrebbe negato la paternità dell'opera, ma gli storici della letteratura sono concordi nell'assegnarne a lui la paternità.<ref name="Petronio402">Giuseppe Petronio, ''L'attività letteraria in Italia'', Palermo, Palumbo, p. 402.</ref>
== La ''Secchia rapita'' ==
{{vedi source|La Secchia rapita}}
[[File:SecchiaRapita.JPG|thumb|''La secchia rapita'', esposta all'interno della Torre Ghirlandina]]
La sua opera più famosa è ''La secchia rapita'', un poema in dodici canti in ottave iniziato nel 1614 e pubblicato a Parigi nel 1621, quindi ripubblicato a Venezia nel 1630 nella sua versione definitiva. L'opera è considerata il primo e più noto esempio di '''poema eroicomico''',<ref name="Ferroni409">Giulio Ferroni, ''Profilo storico della letteratura italiana'', Torino, Einaudi, 1992, p. 409.</ref><ref name="Petronio402"/> un genere nato dalla crisi del poema cavalleresco che, pur rispettando i metri e i canoni tradizionali (in particolare le unità aristoteliche) e utilizzando il linguaggio epico, narra un evento completamente privo di eroicità – non per fare una parodia, ma per giocare sull'alternanza tra serio e comico.<ref name="Ferroni410">Giulio Ferroni, ''Profilo storico della letteratura italiana'', Torino, Einaudi, 1992, p. 410.</ref>
Nel caso di Tassoni, il suo poema racconta del combattimento di Scarpolino o Zappolino del 1325,<ref>Giuseppe Petronio, ''L'attività letteraria in Italia'', Palermo, Palumbo, p. 403.</ref> uno scontro tra i ghibellini modenesi e i guelfi bolognesi seguito al furto, da parte dei primi, di una secchia dal pozzo presso la porta di San Felice a Bologna.<ref name="Ferroni409"/> L'evento viene però fuso anacronisticamente con altre battaglie, tra cui quella della Fossalta del 1249, durante la quale i bolognesi sconfissero i modenesi e fecero prigioniero il re Enzo, figlio di Federico II.<ref name="Ferroni410"/>
Nella ''Secchia rapita'', lo schema dell'azione segue i canoni teorizzati da Tasso per il poema, ma il significato alto del genere eroico viene svuotato da alcuni elementi, primo tra tutti la scelta di Tassoni di narrare un evento storico di limitata importanza e di invertirne l'ordine dei fatti. Scopo dell'autore non è infatti l'elevazione morale del lettore, ma più semplicemente il diletto, perseguito attraverso la sperimentazione di un nuovo genere letterario.<ref>Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti, Giuseppe Zaccaria, ''Moduli di storia della letteratura'', ''Il Barocco, l'Arcadia e l'Illuminismo'', Torino, Paravia, 2001, p. 37.</ref>
Il poema eroicomico avrà una certa fortuna nel Seicento e nel Settecento. Tra le altre opere di questo genere si possono ricordare ''Lo scherno degli dei'' di Francesco Bracciolini (1566-1645), ''L'asino'' di Carlo de' Dottori, ''Il malmantile riacquistato'' di Lorenzo Lippi (1606-1665), ''Ricciardetto'' di Nccolò Forteguerri (1674-1735).<ref name="Ferroni410" />
== Altri progetti ==
{{Interprogetto|w=Alessandro Tassoni|s=Autore:Alessandro Tassoni|q=Alessandro Tassoni|commons=Category:Alessandro Tassoni}}
== Note ==
<references/>
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Autore di testi originali e polemici, Alessandro Tassoni ha legato il proprio nome al poema eroicomico, il genere letterario che ha inaugurato con la sua ''Secchia rapita''. Visse però anche un'intensa attività diplomatica e politica, e fu legato in particolare alla corte dei Savoia, dei quali condivideva l'inclinazione anti-spagnola.
== La vita ==
[[Immagine:Alessandro Tassoni.jpg|thumb|left|Alessandro Tassoni]]
Tassoni nacque a Modena il 28 settembre 1565 da una famiglia aristocratica, figlio del conte Bernardino Tassoni e della nobildonna Sigismonda Pellicciari, entrambi modenesi. A dieci mesi perse il padre, e quando aveva due anni e mezzo divenne orfano anche di madre. Fu così affidato alle cure di Giovanni Pellicciari, il burbero e malato nonno materno. Con lui pare si sia recato un giorno presso la torre della Ghirlandina, e in una stanza abbia visto quella secchia, conquistata dai modenesi nel conflitto contro i bolognesi, che sarà fonte ispiratrice del più famoso poema. Alla morte del nonno fu lo zio Marc'Antonio a prendersi cura di lui. Già da piccolo fu cagionevole di salute, bimbo gracile qual era.<ref>Vittorio G. Rossi, ''Tassoni'', Milano, Edizioni Alpes, 1931, pp.5-8.</ref>
All'università studiò diritto prima a Modena, poi a Bologna, Pisa e Ferrara, dove conseguì la laurea. Si diede per qualche anno ad atti di bullismo, accompagnato da alcuni ragazzi che facevano capo ai signorotti locali, vivendo per lo più a Nonantola, da cui fu espulso nel 1595 a causa dei continui episodi di delinquenza.<ref>Vittorio G. Rossi, ''Tassoni'', Milano, Edizioni Alpes, 1931, pp. 12-23.</ref>
Nel 1597 fu chiamato a Roma dal cardinale Ascanio Colonna in qualità di suo segretario, e al suo seguito andò in Spagna tra il 1600 al 1603.<ref>Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti, Giuseppe Zaccaria, ''Moduli di storia della letteratura'', ''Il Barocco, l'Arcadia e l'Illuminismo'', Torino, Paravia, 2001, p. 36.</ref> Il 21 giugno 1589 era stato eletto accademico della Crusca. Ammirò Carlo Emanuele I di Savoia, di cui divenne segretario nel 1618 presso l'ambasciata di Roma. In quel periodo romano frequentò i maggiori intellettuali della città ed entrò a far parte dell'Accademia degli Umoristi.
Dopo aver soggiornato a Torino presso i Savoia tra il 1620 e 1621, si ritirò, amareggiato dalla politica, a vita privata. Passò al servizio prima del cardinal Ludovico Ludovisi e, fino alla morte avvenuta a Modena il 25 aprile 1635, del duca Francesco I d'Este.<ref name="Baldi37">Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti, Giuseppe Zaccaria, ''Moduli di storia della letteratura'', ''Il Barocco, l'Arcadia e l'Illuminismo'', Torino, Paravia, 2001, p. 37.</ref>
==Scritti in prosa==
Tassoni fu autore di importanti scritti in prosa, che risentono da un lato della sua controversa carriera politica, dall'altro del suo carattere polemico e amante del paradosso.
Le ''Considerazioni sopra le Rime del Petrarca'', scritte nel 1602 ma pubblicate nel 1609, rappresentano la prima espressione del rifiuto secentesco di seguire pedissequamente il modello petrarchesco e le norme aristoteliche.<ref name="Baldi37" />
I ''Pensieri diversi'' furono pubblicati una prima volta nel 1608, quindi vennero editi in una versione accresciuta in nove libri nel 1612 e completati nel 1620 con un decimo libro. Quest'ultimo, in particolare, è dedicato a un ''Paragone degli ingegni antichi e moderni'', dal quale emerge un atteggiamento di polemica nei confronti dei modelli tradizionali e di opposizione a ogni forma di adorazione del passato, a cui Tassoni risponde affermando la superiorità dei tempi moderni.<ref name="Baldi37" /> In seguito, il tema del confronto tra antichi e moderni impegnerà gli intellettuali francesi a cavallo tra Seicento e Settecento.
Le ''Filippiche'', in cui sono presenti molti richiami a Machiavelli, comparvero anonime nel 1615 e hanno come bersaglio l'impero spagnolo di Filippo III. L'autore sostiene la politica di Carlo Emanuele I di Savoia e si rivolge a tutti i principi italiani per incitarli alla ribellione contro lo straniero. In seguito Tassoni avrebbe negato la paternità dell'opera, ma gli storici della letteratura sono concordi nell'assegnarne a lui la paternità.<ref name="Petronio402">Giuseppe Petronio, ''L'attività letteraria in Italia'', Palermo, Palumbo, p. 402.</ref>
== La ''Secchia rapita'' ==
{{vedi source|La Secchia rapita}}
[[File:SecchiaRapita.JPG|thumb|''La secchia rapita'', esposta all'interno della Torre Ghirlandina]]
La sua opera più famosa è ''La secchia rapita'', un poema in dodici canti in ottave iniziato nel 1614 e pubblicato a Parigi nel 1621, quindi ripubblicato a Venezia nel 1630 nella sua versione definitiva. L'opera è considerata il primo e più noto esempio di '''poema eroicomico''',<ref name="Ferroni409">Giulio Ferroni, ''Profilo storico della letteratura italiana'', Torino, Einaudi, 1992, p. 409.</ref><ref name="Petronio402"/> un genere nato dalla crisi del poema cavalleresco che, pur rispettando i metri e i canoni tradizionali (in particolare le unità aristoteliche) e utilizzando il linguaggio epico, narra un evento completamente privo di eroicità – non per fare una parodia, ma per giocare sull'alternanza tra serio e comico.<ref name="Ferroni410">Giulio Ferroni, ''Profilo storico della letteratura italiana'', Torino, Einaudi, 1992, p. 410.</ref>
Nel caso di Tassoni, il suo poema racconta del combattimento di Scarpolino o Zappolino del 1325,<ref>Giuseppe Petronio, ''L'attività letteraria in Italia'', Palermo, Palumbo, p. 403.</ref> uno scontro tra i ghibellini modenesi e i guelfi bolognesi seguito al furto, da parte dei primi, di una secchia dal pozzo presso la porta di San Felice a Bologna.<ref name="Ferroni409"/> L'evento viene però fuso anacronisticamente con altre battaglie, tra cui quella della Fossalta del 1249, durante la quale i bolognesi sconfissero i modenesi e fecero prigioniero il re Enzo, figlio di Federico II.<ref name="Ferroni410"/>
Nella ''Secchia rapita'', lo schema dell'azione segue i canoni teorizzati da Tasso per il poema, ma il significato alto del genere eroico viene svuotato da alcuni elementi, primo tra tutti la scelta di Tassoni di narrare un evento storico di limitata importanza e di invertirne l'ordine dei fatti. Scopo dell'autore non è infatti l'elevazione morale del lettore, ma più semplicemente il diletto, perseguito attraverso la sperimentazione di un nuovo genere letterario.<ref>Guido Baldi, Silvia Giusso, Mario Razetti, Giuseppe Zaccaria, ''Moduli di storia della letteratura'', ''Il Barocco, l'Arcadia e l'Illuminismo'', Torino, Paravia, 2001, p. 37.</ref>
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== Note ==
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Divina Commedia - Inferno - X Canto (superiori)
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{{risorsa|tipo=lezione|materia1=Letteratura italiana per le superiori 1|avanzamento=100%}}
Il '''Decimo Canto''' dell' '''Inferno''' di Dante Alighieri si svolge nel sesto cerchio, la città di Dite, dove sono puniti gli eretici; siamo all'alba del 9 aprile 1300 (Sabato Santo), o secondo altri commentatori del 26 marzo 1300.
== Lettura e Parafrasi del Canto ==
{{Nota
|larghezza = 300px
|titolo = Farinata degli Uberti
|contenuto = [[File:Farinata.jpg|100px|destra]]Farinata, figlio di Jacopo degli Uberti, visse a Firenze durante l’era di Fgrandeilomena all'inizio del XIII secolo, una delle epoche più difficili per la città toscana, tormentata da discordie interne tra guelfi, i sostenitori papali, e ghibellini, di cui Farinata faceva parte. Su questo sfondo di divisioni politiche, vi era lo scontro molto feroce per il governo della città fiorentina, e che vide alternarsi le due fazioni al potere con reciproche violenze. Dal 1239 Farinata è a capo della consorteria di parte ghibellina, e svolge un ruolo importantissimo nella cacciata dei guelfi avvenuta pochi anni dopo, nel 1248 sotto il regime del vicario imperiale Federico d'Antiochia, figlio dell'imperatore Federico II.
Gli Uberti, come parte dell'élite ghibellina, furono poi esiliati quando al potere tornarono gli esponenti delle famiglie di appartenenza guelfa (1251). La famiglia degli Uberti trovò scampo a Siena nel 1258.
Farinata poi contribuì da protagonista alla vittoria ghibellina di Montaperti (4 settembre 1260). Nella dieta di Empoli che ne seguì, Farinata dimostrò nobilmente il suo grande amor di patria, insorgendo a viso aperto contro la proposta dei deputati di Pisa e di Siena, che avrebbero voluto radere al suolo la città di Firenze.
Morì nel 1964 e fu sepolto nella Cattedrale di Santa Reparata, dove successivamente fu costruito il Duomo di Firenze.
Suo figlio Lapo venne nominato dall'imperatore Enrico VII suo vicario in Mantova.
}}
{{Nota
|larghezza = 300px
|titolo = Cavalcante dei Cavalcanti
|contenuto = [[File:Blake Dante Hell X Farinata.jpg|100px|destra]]Appartenente alla nobile casata guelfa dei Cavalcanti, fu uno spirito razionalista ed epicureo. Non credeva nell'immortalità dell'anima e sosteneva che l'unica realtà fosse costituita dagli atomi.
Dante lo incontra nel X canto dell'Inferno, dove sono collocati, in arche infuocate, a scontare la loro eterna pena, eretici ed epicurei, come Farinata degli Uberti. Proprio con quest'ultimo, ghibellino, Cavalcante s'era imparentato, come avveniva spesso a quei tempi tra famiglie avversarie quando volevano riconciliarsi: dopo il ritorno dei guelfi a Firenze (1267) Guido, figlio di Cavalcante, era stato fatto sposare con la figlia di Farinata, Bice Uberti. Sempre nel X canto dell'Inferno, Cavalcante chiede a Dante notizie di suo figlio Guido, meravigliandosi di non vederlo in compagnia del Poeta, se è vero che il viaggio oltremondano dell'Alighieri è dovuto ad "altezza d'ingegno". In effetti Guido Cavalcanti fu tra le più belle intelligenze della Firenze del XIII secolo, e "primo amico" di Dante stesso. Cavalcanti padre morì intorno al 1280, quando Dante era appena quindicenne.
}}
{| class="wikitable" style="width: 70%;"
| style="width: 30%;background:lightblue;" |'''Testo'''
| style="width: 30%;background:lightblue;" |'''Parafrasi'''
|-
|''Ora sen va per un secreto calle,''<br>''tra ’l muro de la terra e li martìri,''<br>''lo mio maestro, e io dopo le spalle.'' '''3'''
|A quel punto il mio maestro procedette<br>per un sentiero nascosto, tra le mura<br>e le tombe, e io lo seguii.
|-
|''«O virtù somma, che per li empi giri''<br>''mi volvi», cominciai, «com’a te piace,''<br>''parlami, e sodisfammi a’ miei disiri.'' '''6'''
|Gli chiesi: «O sommo sapiente,<br>che mi conduci per i Cerchi infernali,<br>ti prego di rispondermi e soddisfare il mio desiderio.
|-
|''La gente che per li sepolcri giace''<br>''potrebbesi veder? già son levati''<br>''tutt’i coperchi, e nessun guardia face».'' '''9'''
|Si potrebbero vedere i dannati<br>che giacciono nelle tombe? Tutti i coperchi sono sollevati<br>e nessun demone fa loro la guardia».
|-
|''E quelli a me: «Tutti saran serrati''<br>''quando di Iosafàt qui torneranno''<br>''coi corpi che là sù hanno lasciati.'' '''12'''
|E lui a me: «Saranno tutti richiusi<br>quando le anime torneranno qui dalla valle di Giosafat<br>coi corpi che hanno lasciato sulla Terra.
|-
|''Suo cimitero da questa parte hanno''<br>''con Epicuro tutti suoi seguaci,''<br>''che l’anima col corpo morta fanno.'' '''15'''
|In questo punto del cimitero<br>sono puniti Epicuro e tutti i suoi seguaci,<br>che proclamano la mortalità dell'anima.
|-
|''Però a la dimanda che mi faci''<br>''quinc’entro satisfatto sarà tosto,''<br>''e al disio ancor che tu mi taci».'' '''18'''
|Perciò ben presto sarà soddisfatto<br>il desiderio che mi hai svelato,<br>e anche quell'altro (vedere Farinata) che tu non vuoi dirmi».
|-
|''E io: «Buon duca, non tegno riposto''<br>''a te mio cuor se non per dicer poco,''<br>''e tu m’hai non pur mo a ciò disposto».'' '''21'''
|E io: «Mia buona guida, io non ti nascondo i miei pensieri<br>se non per parlare poco, e sei stato proprio<br>tu a insegnarmelo in varie occasioni».
|-
|''«O Tosco che per la città del foco''<br>''vivo ten vai così parlando onesto,''<br>''piacciati di restare in questo loco.'' '''24'''
|«O toscano, che te ne vai per la città del fuoco<br>parlando in modo così dignitoso,<br>abbi la compiacenza di trattenerti.
|-
|''La tua loquela ti fa manifesto''<br>''di quella nobil patria natio''<br>''a la qual forse fui troppo molesto».'' '''27'''
|Il tuo accento indica che sei nato<br>in quella nobile patria alla quale, forse,<br>fui troppo fastidioso».
|-
|''Subitamente questo suono uscìo''<br>''d’una de l’arche; però m’accostai,''<br>''temendo, un poco più al duca mio.'' '''30'''
|Questa voce uscì improvvisamente<br>da una delle tombe, per cui ebbi paura<br>e mi strinsi un poco al mio maestro.
|-
|''Ed el mi disse: «Volgiti! Che fai?''<br>''Vedi là Farinata che s’è dritto:''<br>''da la cintola in sù tutto ’l vedrai».'' '''33'''
|Ed egli mi disse: «Voltati, che fai?<br>Non vedi laggiù Farinata che si è sollevato?<br>Lo puoi vedere dalla cintola in su».
|-
|''Io avea già il mio viso nel suo fitto;''<br>''ed el s’ergea col petto e con la fronte''<br>''com’avesse l’inferno a gran dispitto.'' '''36'''
|Io avevo già fitto il mio sguardo nel suo;<br>e lui si ergeva con la fronte e il petto alti,<br>come se disprezzasse tutto l'Inferno.
|-
|''E l’animose man del duca e pronte''<br>''mi pinser tra le sepulture a lui,''<br>''dicendo: «Le parole tue sien conte».'' '''39'''
|E le mani di Virgilio, pronte e animose,<br>mi spinsero fra le tombe verso di lui, mentre il maestro diceva:<br>«Fa' che le tue parole siano misurate».
|-
|''Com’io al piè de la sua tomba fui,''<br>''guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso,''<br>''mi dimandò: «Chi fuor li maggior tui?».'' '''42'''
|Non appena fui ai piedi della sua tomba,<br>mi guardò un poco e poi, quasi con disdegno,<br>mi domandò: «Chi furono i tuoi avi?»
|-
|''Io ch’era d’ubidir disideroso,''<br>''non gliel celai, ma tutto gliel’apersi;''<br>''ond’ei levò le ciglia un poco in suso;'' '''45'''
|Io, che ero smanioso di obbedire,<br>non glieli nascosi ma, anzi, risposi pienamente;<br>allora lui sollevò un poco le ciglia,
|-
|''poi disse: «Fieramente furo avversi''<br>''a me e a miei primi e a mia parte,''<br>''sì che per due fiate li dispersi».'' '''48'''
|poi disse: «Essi furono aspri nemici miei,<br>dei miei avi e della mia parte politica (Ghibellini),<br>al punto che per due volte li cacciai da Firenze».
|-
|''«S’ei fur cacciati, ei tornar d’ogne parte»,''<br>''rispuos’io lui, «l’una e l’altra fiata;''<br>''ma i vostri non appreser ben quell’arte».'' '''51'''
|Io gli risposi: «Se essi furono cacciati, tornarono poi da ogni parte, in entrambe le occasioni;<br>ma i vostri avi, invece,<br>non furono altrettanto bravi».
|-
|''Allor surse a la vista scoperchiata''<br>''un’ombra, lungo questa, infino al mento:''<br>''credo che s’era in ginocchie levata.'' '''54'''
|In quel momento apparve alla nostra vista un'anima,<br>che si sporgeva accanto a quella di Farinata fino al mento:<br>credo che fosse inginocchiata.
|-
|''Dintorno mi guardò, come talento''<br>''avesse di veder s’altri era meco;''<br>''e poi che ’l sospecciar fu tutto spento,'' '''57'''
|Mi guardò intorno, come se avesse<br>desiderio di vedere se c'era qualcun altro<br>con me; e poi che smise di osservare,
|-
|''piangendo disse: «Se per questo cieco''<br>''carcere vai per altezza d’ingegno,''<br>''mio figlio ov’è? e perché non è teco?».'' '''60'''
|mi disse piangendo: «Se tu vai<br>per questo cieco carcere per i tuoi meriti di intellettuale,<br>dov'è mio figlio? E perché non è qui con te?»
|-
|''E io a lui: «Da me stesso non vegno:''<br>''colui ch’attende là, per qui mi mena''<br>''forse cui Guido vostro ebbe a disdegno».'' '''63'''
|E io a lui: «Non sono qui per mio solo merito:<br>colui che attende là (Virgilio) mi conduce<br>attraverso l'Inferno verso colei (Beatrice)<br>che vostro figlio Guido,<br>forse, ebbe a disdegno (disprezzò)».
|-
|''Le sue parole e ’l modo de la pena''<br>''m’avean di costui già letto il nome;''<br>''però fu la risposta così piena.'' '''66'''
|Le sue parole e il fatto che fosse tra gli Epicurei<br>mi avevano fatto capire il nome di costui (Cavalcante);<br>perciò risposi così prontamente.
|-
|''Di subito drizzato gridò: «Come?''<br>''dicesti "elli ebbe"? non viv’elli ancora?''<br>''non fiere li occhi suoi lo dolce lume?».'' '''69'''
|E lui, improvvisamente sollevatosi, gridò:<br>«Come? Hai detto "egli ebbe"? Guido non vive ancora? la dolce luce del sole<br>non colpisce più i suoi occhi?»
|-
|''Quando s’accorse d’alcuna dimora''<br>''ch’io facea dinanzi a la risposta,''<br>''supin ricadde e più non parve fora.'' '''72'''
|Quando si accorse<br>che esitavo a rispondere, ricadde supino<br>e non ricomparve più fuori dalla tomba.
|-
|''Ma quell’altro magnanimo, a cui posta''<br>''restato m’era, non mutò aspetto,''<br>''né mosse collo, né piegò sua costa:'' '''75'''
|Ma quell'altro nobile dannato,<br>alla cui domanda mi ero fermato, non mutò aspetto,<br>né parve minimamente colpito dall'accaduto:
|-
|''e sé continuando al primo detto,''<br>''«S’elli han quell’arte», disse, «male appresa,''<br>''ciò mi tormenta più che questo letto.'' '''78'''
|e proseguendo il discorso iniziato, disse:<br>«Se i miei avi hanno appreso male l'arte di rientrare in Firenze,<br>ciò mi procura più sofferenza di questa tomba.
|-
|''Ma non cinquanta volte fia raccesa''<br>''la faccia de la donna che qui regge,''<br>''che tu saprai quanto quell’arte pesa.'' '''81'''
|Ma non passeranno cinquanta fasi lunari<br>(meno di quattro anni) che anche tu saprai<br>quant'è dolorosa quell'arte.
|-
|''E se tu mai nel dolce mondo regge,''<br>''dimmi: perché quel popolo è sì empio''<br>''incontr’a’ miei in ciascuna sua legge?».'' '''84'''
|E ora dimmi (e possa tu tornare nel dolce mondo terreno):<br>perché i fiorentini sono così duri<br>in ogni loro provvedimento contro la mia famiglia?»
|-
|''Ond’io a lui: «Lo strazio e ’l grande scempio''<br>''che fece l’Arbia colorata in rosso,''<br>''tal orazion fa far nel nostro tempio».'' '''87'''
|E io a lui: «Lo strazio e l'orrenda strage di Montaperti,<br>che colorarono di rosso il fiume Arbia,<br>ci induce a emanare queste leggi».
|-
|''Poi ch’ebbe sospirando il capo mosso,''<br>''«A ciò non fu’ io sol», disse, «né certo''<br>''sanza cagion con li altri sarei mosso.'' '''90'''
|Dopo che ebbe scosso il capo sospirando,<br>disse: «Non fui certo il solo a combattere quella battaglia,<br>né certo ci sarei andato senza una valida ragione.
|-
|''Ma fu’ io solo, là dove sofferto''<br>''fu per ciascun di tòrre via Fiorenza,''<br>''colui che la difesi a viso aperto».'' '''93'''
|In compenso fui l'unico a difendere<br>Firenze a viso aperto, quando ciascun capo ghibellino<br>era pronto a raderla al suolo».
|-
|''«Deh, se riposi mai vostra semenza»,''<br>''prega’ io lui, «solvetemi quel nodo''<br>''che qui ha ’nviluppata mia sentenza.'' '''96'''
|Allora lo pregai: «Orsù, possa la vostra<br>discendenza trovare pace: risolvetemi<br>quel dubbio che aggroviglia i miei ragionamenti.
|-
|''El par che voi veggiate, se ben odo,''<br>''dinanzi quel che ’l tempo seco adduce,''<br>''e nel presente tenete altro modo».'' '''99'''
|Mi sembra che voi dannati vediate,<br>se ho capito bene, gli eventi futuri,<br>mentre abbiate altra conoscenza del presente».
|-
|''«Noi veggiam, come quei c’ha mala luce,''<br>''le cose», disse, «che ne son lontano;''<br>''cotanto ancor ne splende il sommo duce.'' '''102'''
|Disse: «Noi, come chi ha un difetto di vista (presbite),<br>vediamo le cose che sono lontane nel tempo;<br>soltanto questo ci permette Dio.
|-
|''Quando s’appressano o son, tutto è vano''<br>''nostro intelletto; e s’altri non ci apporta,''<br>''nulla sapem di vostro stato umano.'' '''105'''
|Quando le cose si avvicinano o accadono,<br>il nostro intelletto è vano e se altri non ci porta notizie,<br>non sappiamo nulla della vostra condizione umana.
|-
|''Però comprender puoi che tutta morta''<br>''fia nostra conoscenza da quel punto''<br>''che del futuro fia chiusa la porta».'' '''108'''
|Perciò puoi capire<br>che la nostra conoscenza (del futuro) sarà totalmente<br>annullata dal momento in cui sarà chiusa la porta del futuro,<br>ovvero il giorno del Giudizio».
|-
|''Allor, come di mia colpa compunto,''<br>''dissi: «Or direte dunque a quel caduto''<br>''che ’l suo nato è co’vivi ancor congiunto;'' '''111'''
|Allora, come pentito della mia colpa,<br>dissi: «Poi direte a quel dannato<br>che suo figlio è ancora in vita;
|-
|''e s’i’ fui, dianzi, a la risposta muto,''<br>''fate i saper che ’l fei perché pensava''<br>''già ne l’error che m’avete soluto».'' '''114'''
|e se poc'anzi non gli diedi subito risposta,<br>ditegli che lo feci perché ero<br>nell'errore che voi mi avete spiegato».
|-
|''E già ’l maestro mio mi richiamava;''<br>''per ch’i’ pregai lo spirto più avaccio''<br>''che mi dicesse chi con lu’ istava.'' '''117'''
|E ormai Virgilio mi richiamava;<br>perciò pregai in fretta lo spirito<br>che mi dicesse chi erano i suoi compagni di pena.
|-
|''Dissemi: «Qui con più di mille giaccio:''<br>''qua dentro è ’l secondo Federico,''<br>''e ’l Cardinale; e de li altri mi taccio».'' '''120'''
|Mi rispose: «Qui giaccio con più di mille dannati:<br>qua dentro è Federico II di Svevia, nonché il cardinale<br>Ottaviano degli Ubaldini;<br>non ti dico nulla degli altri».
|-
|''Indi s’ascose; e io inver’ l’antico''<br>''poeta volsi i passi, ripensando''<br>''a quel parlar che mi parea nemico.'' '''123'''
|Quindi tornò nella tomba; e io mi<br>incamminai verso l'antico poeta, ripensando<br>a quelle parole che mi sembravano ostili.
|-
|''Elli si mosse; e poi, così andando,''<br>''mi disse: «Perché se’ tu sì smarrito?».''<br>''E io li sodisfeci al suo dimando.'' '''126'''
|Virgilio si mosse; e poi,<br>mentre camminava, mi disse:<br>«Perché sei così turbato?» E io glielo spiegai.
|-
|''«La mente tua conservi quel ch’udito''<br>''hai contra te», mi comandò quel saggio.''<br>''«E ora attendi qui», e drizzò ’l dito:'' '''129'''
|Quel saggio mi comandò: «La tua mente ricordi<br>bene ciò che hai sentito contro di te.<br>E ora ascolta,» e drizzò il dito:
|-
|''«quando sarai dinanzi al dolce raggio''<br>''di quella il cui bell’occhio tutto vede,''<br>''da lei saprai di tua vita il viaggio».'' '''132'''
|«quando sarai davanti al dolce<br>raggio di colei che coi suoi begli occhi<br>vede ogni cosa (Beatrice),<br>saprai da lei il tuo destino futuro».
|-
|''Appresso mosse a man sinistra il piede:''<br>''lasciammo il muro e gimmo inver’ lo mezzo''<br>''per un sentier ch’a una valle fiede,'' '''135'''
|Quindi si volse a sinistra:<br>ci allontanammo dal muro<br>e ci dirigemmo verso l'orlo esterno del Cerchio,<br>per un sentiero che conduce a una valle
|-
|''che ’nfin là sù facea spiacer suo lezzo.'' '''136'''
|da cui fin lassù arrivava un gran puzzo.
|}
== Analisi del Canto ==
===Gli epicurei - versi 1-21===
Nel canto precedente l'arrivo del messo di Dio aveva aperto l'ingresso alla città di Dite ai due viandanti, dietro il portone aperto dalla verga dell'angelo, si offriva un immaginario crudo al Poeta: una distesa di sepolcri, alcuni di questi dati alle fiamme e dai quali escono orribili lamenti. Dante ha già intuito che qui vengono puniti coloro ''"che l'anima col corpo morta fanno." vv.15'', cioè chi non crede nell'immortalità dell'anima (gli epicurei o gli atei). Anche se Virgilio nel canto precedente aveva parlato di tutte le eresie, qui si incontrano solo eretici epicurei e anche il contrappasso è calibrato su di essi: poiché non credettero nella vita ultraterrena, essi sono ora morti tra i morti; inoltre loro non possono vedere nel presente e nel passato ma vedono soltanto il futuro; questo lo si può capire più avanti quando Cavalcante dei Cavalcanti chiederà a Dante di suo figlio: Guido Cavalcanti. Dante, passando tra le mura di Dite e le tombe scoperchiate domanda:
{{Citazione|La gente che per li sepolcri giace<br />potrebbesi veder? Già son levati<br />tutt'i coperchi, e nessun guardia face.}}
Dante è generico, ma in realtà egli desidera vedere un'anima in particolare, quella di Farinata degli Uberti, come già espresso a Ciacco nel VI canto. Virgilio coglie al volo l'allusione di Dante, ma intanto gli spiega come questi sepolcri verranno sigillati solo dopo il Giudizio Universale (probabilmente perché sarà colmo il numero dei dannati da fare entrare) e dice che questa parte del cimitero è dedicata agli epicurei; poi torna sulla domanda di Dante e gli dice che il suo desiderio sarà presto esaudito, anche nella parte che non dice (cioè di incontrare Farinata).
===Farinata degli Uberti - vv. 22-51===
[[Immagine:Farinata.jpg|thumb|''Farinata degli Uberti'', serie degli uomini illustri, Andrea del Castagno (affresco staccato oggi in deposito agli Uffizi)]]
Appena terminate le parole del poeta si leva una voce improvvisa che chiede: ''"O toscano che vai vivo per la città infuocata e che parli con tono onesto, fermati per piacere in questo luogo, poiché il tuo accento fa capire che provieni da quella nobile patria verso la quale io fui forse troppo molesto"'' (parafrasi vv. 23-27).
Dante si gira verso la tomba dalla quale è uscito il suono, ma non si allontana da Virgilio, il quale allora lo sprona:
{{Citazione|Volgiti! Che fai?<br />Vedi là Farinata che s'è dritto:<br />de la cintola in sù tutto 'l vedrai}}
Appare quindi questo spirito che si erge da una tomba, del quale Dante nota subito la fierezza insita nel dannato: schiena dritta e fronte alta come se avesse un gran disprezzo dell'Inferno ("''com'avesse l'inferno a gran dispitto"''). L'incontro è con un gran personaggio e Virgilio stesso raccomanda a Dante di usare parole "nobili" ("''conte''"): il dialogo sarà infatti uno dei più teatrali della Divina Commedia.
[[Immagine:Inf. 10 Baccio Baldini, Dante e Virgilio vanno tra le tombe degli epicurei.jpg|thumb|left|Baccio Baldini, Dante e Virgilio vanno tra le tombe degli epicurei]]
Farinata degli Uberti fu il più importante capo ghibellino a Firenze nel XIII secolo. Egli sconfisse i guelfi nel 1248 e, dopo la morte di Federico II di Svevia e il ritorno dei guelfi, fu costretto all'esilio. Riparato a Siena con altre famiglie ghibelline riorganizzò le forze della propria fazione e, con l'appoggio di truppe di Manfredi di Sicilia, sconfisse duramente le forze guelfe nella battaglia di Montaperti (4 settembre 1260). I capi ghibellini allora si riunirono ad Empoli e venne deciso di radere al suolo Firenze: fu solo la ferma opposizione di Farinata a far bocciare l'iniziativa, così egli tornò trionfale in Firenze, e vi morì nel 1264. Solo due anni dopo, con la Battaglia di Benevento i guelfi si ripresero definitivamente Firenze, cacciando tutte le famiglie ghibelline. Molte rientrarono gradualmente ritrattando il proprio credo politico, ma solo gli Uberti subirono un crudissimo accanimento: condannato come eretico quasi venti anni dopo essere morto, le sue ossa vennero riesumate dalla chiesa di Santa Reparata e gettate in Arno, mentre i suoi beni furono confiscati ai discendenti; due suoi figli vennero decapitati in piazza, un suo cugino venne ucciso a randellate, poi ancora vennero processati altri tre figli, due nipoti, la vedova Adaletta: tutti condannati al rogo. Dante era presente alla riesumazione, che doveva avergli fatto molta impressione.
Farinata per Dante è invece un magnanimo, uno ''spirito grande'', nonostante i fatti ai quali ha assistito quando aveva sui diciotto anni. Fu solo grazie alla sua elegia di Farinata (pur se comunque dannato all'Inferno) che la sua memoria tornò grande come in passato, tanto da venire poi inserito tra i fiorentini illustri, per esempio nel ciclo di affreschi di Andrea del Castagno o nelle statue che ornano il piazzale degli Uffizi. Dante prova grande rispetto per Farinata degli Uberti, anche se Farinata era suo rivale politico, rispetto derivante dal grande amore che Farinata prova per la nobil patria Firenze. ''Com'avesse l'inferno a gran dispitto'', è un verso famoso che ci fa capire che Farinata non soffra per la pena infernale cui è sottoposto ma piuttosto per il fatto che i Fiorentini non l'abbiano riconosciuto come unica persona che salvò Firenze dalla distruzione.
Il ritratto che ne fa Dante è orgoglioso e austero, a tratti superbo, anche se qua e là traspaiono i suoi limiti umani, i suoi rimpianti (''"forse fui troppo molesto"''...). Dante apprezza Farinata perché nel suo lato virtuoso è un suo modello:
#Ha coraggio e coerenza politica;
#È un perseguitato politico come lui;
#È un ghibellino, e Dante si avvicinerà sempre di più a questa ideologia, tanto che secondo molti fu questa la motivazione per cui Ugo Foscolo lo chiamò il "''ghibellin fuggiasco''";
#Farinata ama la sua città prima di tutto e (lo dirà poco dopo) fu l'unico che dopo la battaglia di Montaperti si ostinò contro la distruzione della città (anche Dante combattente con Enrico VII di Lussemburgo, da lui chiamato Arrigo, rifiutò di prendere le armi contro la sua città che veniva posta d'assedio).
Quello che Dante non condivide è tutto sul piano religioso e in parte su quello militare (è come se gli rimproverasse di "aver colorato l'Arbia di rosso", cioè di aver fatto un massacro a Montaperti). Comunque il poeta accenna continuamente a particolari fisici di Farinata che contribuiscono a farne anche un ritratto della levatura morale.
Il dialogo vero e proprio inizia dal verso 42: Farinata guarda Dante un po' "sdegnoso" perché non lo riconosce (egli era nato un anno dopo la sua morte), e la sua prima domanda è proprio: ''"Chi furono i tuoi antenati?''". Dante gli risponde (senza tediare il lettore con la storia degli Alighieri), ed allora Farinata, alzando un po' le sopracciglia risponde che la famiglia di Dante (di guelfi) fu una fiera rivale sua, dei suoi avi e del suo partito (''"Fieramente furo avversi / a me e a miei primi e a mia parte"'', vv. 46-47), ma egli seppe farli espellere per due volte vincendoli (cacciata dei guelfi nel 1251 e nel 1267).
Dante riprende subito a botta e risposta: "''Se li hai cacciati, essi tornarono entrambe le volte, cosa che i vostri (i ghibellini) non seppero fare''" (parafrasi vv. 49-51). Allora Farinata profetizzerà l'esilio di Dante dicendo che proverà anche lui la difficoltà di tornare nella propria città: "...che tu saprai quanto quell'arte pesa." (vv. 79-81).
===Apparizione di Calvalcante de' Cavalcanti - vv. 52-72===
[[Immagine:Blake Dante Hell X Farinata.jpg|thumb|upright=1.4|Farinata e Calvalcante con Dante e Virgilio, illustrazione di William Blake]]
Proprio quando Dante risponde garbatamente a Farinata ricordandogli che lui e i suoi alleati furono esiliati, compare improvvisamente sulla scena una figura nuova, quella di Cavalcante dei Cavalcanti padre di Guido Cavalcanti, uno dei rappresentanti di maggior spicco del Dolce stil novo e amico intimo di Dante. Egli è guelfo, quindi Dante ci tiene a non generalizzare tutti i ghibellini come eretici, come facevano gli inquisitori senza scrupoli in tempo di persecuzione politica.
Cavalcante emerge dall'avello unicamente con la testa ("''credo che s'era in ginocchio levata"'' - v. 54 - scrive Dante), al contrario del fiero compagno di supplizio, e si guarda intorno, come per cercare qualcuno, e non trovandolo:
{{Citazione|piangendo disse: "Se per questo cieco<br />carcere vai per altezza d'ingegno,<br />mio figlio ov'è? E perché non è teco?"|vv. 58-60}}
Cioè Cavalcante chiede perché Dante ha avuto il privilegio del viaggio ultraterreno per meriti dell'ingegno e suo figlio Guido no. E Dante risponde nella terzina successiva:
{{Citazione|E io a lui: "Da me stesso non vegno:<br />colui ch'attende là, per qui mi mena<br />forse cui Guido vostro ebbe a disdegno"}}
Cioè dice che non è da solo (c'è Virgilio) e che la destinazione del viaggio sarebbe una figura che Guido disdegnò, indicata con il pronome "cui". Chi intendesse Dante con quel "cui" non è chiaro: la versione più semplice è che volesse dire che Guido non amò la ragione, simboleggiata da Virgilio, ma non quadra nel senso generale; potrebbe significare Beatrice, la teologia, la donna che trasmutò in "Amor Dei" l'amore che aveva acceso nel giovane Dante, che mosse Virgilio; o potrebbe significare Dio, il quale non è mai nominato nell'Inferno, ma vi viene alluso solo con pronomi. Si nota dunque un motivo filosofico per cui Dante discorda da Cavalcanti.
Forse la più coerente è quella che indichi Beatrice, poiché in gioventù sia il poeta che il suo amico Guido erano rimasti affascinati dall'amor che pregnava il dolce stilnovo, ma la morte aveva consacrato Beatrice ad un severo progetto di salvezza per Dante, e l'inattingibile oggetto del desiderio era divenuto strumento operativo della grazia. In questo modo gli itinerari intellettuali dei due amici si erano divaricati irreparabilmente. L'orizzonte speculativo del pensiero di Guido era rimasto improntato all'animismo fisico di Epicuro e all'"Aristotelismo radicale" degli averroisti per i quali l'amore, figlio dei sensi, era fonte di impulsi irrazionali e agonia del desiderio.
Ma c'è un punto nella risposta di Dante che sbigottisce Cavalcante, cioè che il poeta usi un passato remoto ''"ebbe"''.
{{Citazione|Come?<br />Dicesti ''elli ebbe''? Non viv'elli ancora?|vv. 67-68}}
Cavalcante pensa che il figlio sia morto (in realtà all'epoca del viaggio immaginario, aprile 1300, egli era ancora vivo, sebbene morì alcuni mesi dopo, nell'agosto 1300) e visto che Dante esita nella risposta, ricade supino nel sepolcro e sparisce dalla scena per la disperazione.
L'episodio di Cavalcante è servito, oltre che per mostrare anche un guelfo tra gli eretici, anche per dare lo spunto alla spiegazione sulle capacità profetiche dei dannati che verranno spiegate più avanti nel Canto.
===Ripresa del colloquio con Farinata e sua profezia - vv. 73-93===
{| align=left cellspacing="1" cellpadding="1"
|
''Ma quell'altro magnanimo, a cui posta''<br />
''restato m'era, non mutò aspetto,''<br />
''né mosse collo, né piegò sua costa;''
[...] ''e disse'' [...]
''"Ma non cinquanta volte fia raccesa''<br />
''la faccia de la donna che qui regge,''<br />
''che tu saprai quanto quell'arte pesa."''<br />
|
Ma quell'altro magnanimo, alla cui richiesta<br />
mi ero fermato, non cambiò aspetto,<br />
né mosse il capo, né piegò il busto;
[...] e chiese [...]
"Ma non si illuminerà cinquanta volte<br />
la faccia della regina che qui impera,<br />
che tu conoscerai quanto pesa quell'arte."<br />
|}
{|align=right
|[[Immagine:Inf. 10 Guglielmo Girardi e aiuti, Farinata e Cavalcanti, 1478 ca..jpg|thumb|Guglielmo Girardi e aiuti, Farinata e Cavalcanti, 1478 circa]]
|}
<br clear="left" />
Nella completa assenza di coralità fra le anime dannate Farinata continua a parlare come se l'apparizione di Cavalcanti non fosse avvenuta, come volendo esprimere la sua superiorità.
Quindi Farinata riprende esattamente da dove ha lasciato il discorso: ''"Se i miei ghibellini hanno imparato male l'arte di ritornare dopo essere cacciati, ciò mi tormenta più di questo letto infernale."'' (parafrasi vv. 77-78)
Nella terzina successiva è esposta la seconda profezia che anticipa l'evento dell'esilio a Dante personaggio, Farinata con i suoi poteri divinatori comuni ad ogni anima dell'eterna prigione, avverte che non saranno passati cinquanta pleniluni che anche l'Alighieri scoprirà quanto è dura l'arte di tornare in patria. ( ''"La faccia della regina che qui regge"'' sta per Proserpina, nel mito antico sposa di Plutone e figura della luna).
Dante incassa in silenzio e Farinata nel frattempo prosegue chiedendo perché i fiorentini siano così duri con gli Uberti, la sua famiglia. Dante risponde che è dovuto al massacro di Montaperti, che ''"fece l'Arbia colorata in rosso''" (v. 86). Farinata sospira addolorato, ma spiega che lui non fu l'unico responsabile della battaglia e che ciò era causato da uno scopo ben preciso. Però sottolinea come invece lui solo fu il difensore di Firenze dalla distruzione, quando si propose di raderla al suolo dopo la consulta di Empoli tra il re Manfredi di Sicilia e i capi ghibellini.
===I limiti della preveggenza dei dannati - vv. 94-120===
[[Immagine:Inferno Canto 9 verses 124-126.jpg|thumb|upright=0.7|Dialogo con Farinata, illustrazione di Gustave Doré]]
Il colloquio politico tra Dante e Farinata si conclude, ma Dante non è riuscito a farsi un'idea completa e precisa di Farinata perché non ha chiaro se egli veda nel presente come vede nel futuro. Ultimo passaggio fondamentale di questo canto quindi è dovuto al fatto che più volte Dante riceve profezie sul suo destino e sull'Italia dai dannati, ma ancora più spesso si vedrà chiedere dalle anime infernali cosa accade nel regno dei vivi.
E Farinata così risponde (vv.100-105):
{| width="612" cellspacing="1" cellpadding="1"
|
''"Noi veggiam, come quel c'ha mala luce,''<br />
''le cose", disse, "che ne son lontano;''<br />
''cotanto ancor ne splende il sommo duce.''<br />
<br />
''Quando s'apprestano o son, tutto è vano''<br />
''nostro intelletto; e s'altri non ci apporta,''<br />
''nulla sapem di vostro stato umano."''<br />
|
"''Noi, come chi ha la vista difettosa''<br />
''le cose" disse "vediamo finché sono nel futuro;''<br />
''in questo solo ancor risplende in noi la luce di Dio.''<br />
<br />
''Quando le cose si avvicinano o si compiono, è vano''<br />
''il nostro intelletto; e se altro non ci informa,''<br />
''non sappiamo nulla delle vicende umane."''<br />
|}
Dato significativo è che la capacità divinatoria dei dannati venga illustrata in questo canto, Farinata conclude il discorso avvertendo che quando sarà venuto il regno di Dio, presente, futuro e passato coincideranno e tutta la coscienza dei dannati scomparirà all'istante.
È interessante notare che questa capacità di preveggenza, valida per tutti i dannati (infatti ne danno prova Ciacco, goloso, Farinata, epicureo, e Vanni Fucci, ladro) derivi dal contrappasso di un peccato comune a tutti i dannati: l'aver pensato solo al presente, e mai alla vita nell'oltretomba, futura.
Dante, risolta la questione sulla quale si stava scervellando quando Cavalcanti gli chiedeva della sorte del figlio, prega Farinata di avvertire il compagno di avello che Guido, ancora vivo, cammina sulla terra. Virgilio incalza per andare oltre e Dante può solo fare un'ultima fugace domanda su chi siano gli altri spiriti nel sepolcro di Farinata. Egli risponde che ve ne sono più di mille, tra i quali Federico II, disincantato Imperatore noto anche tra i guelfi come l'Anticristo, e il ''Cardinale'', cioè Ottaviano degli Ubaldini, un uomo di chiesa che nella Chiesa credeva ben poco, secondo i cronisti antichi.
===Smarrimento di Dante - vv. 121-136===
Farinata sparisce e Dante riprende il viaggio con Virgilio, ma è turbato dalla profezia che ha sentito. Virgilio chiede spiegazioni e lo consola dicendo che deve sì ricordare la profezia, ma quando sarà davanti alla dolce luce ("''al dolce raggio''") di colei che tutto vede, cioè di Beatrice, potrà sapere tutto il corso della sua vita (in realtà sarà Cacciaguida, trisavolo di Dante Alighieri, a narrare "il viaggio della sua vita" nel canto XXVII del Paradiso). I due poeti si allontanano dunque dalle mura e tagliano lungo il cerchio per un sentiero che scende fino all'orlo del cerchio seguente, dal quale si sente già provenire un forte puzzo.
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{{risorsa|tipo=lezione|materia1=Letteratura italiana per le superiori 1|avanzamento=100%}}
Il '''Decimo Canto''' dell' '''Inferno''' di Dante Alighieri si svolge nel sesto cerchio, la città di Dite, dove sono puniti gli eretici; siamo all'alba del 9 aprile 1300 (Sabato Santo), o secondo altri commentatori del 26 marzo 1300.
== Lettura e Parafrasi del Canto ==
{{Nota
|larghezza = 300px
|titolo = Farinata degli Uberti
|contenuto = [[File:Farinata.jpg|100px|destra]]Farinata, figlio di Jacopo degli Uberti, visse a Firenze durante l’era di Fgrandeilomena all'inizio del XIII secolo, una delle epoche più difficili per la città toscana, tormentata da discordie interne tra guelfi, i sostenitori papali, e ghibellini, di cui Farinata faceva parte. Su questo sfondo di divisioni politiche, vi era lo scontro molto feroce per il governo della città fiorentina, e che vide alternarsi le due fazioni al potere con reciproche violenze. Dal 1239 Farinata è a capo della consorteria di parte ghibellina, e svolge un ruolo importantissimo nella cacciata dei guelfi avvenuta pochi anni dopo, nel 1248 sotto il regime del vicario imperiale Federico d'Antiochia, figlio dell'imperatore Federico II.
Gli Uberti, come parte dell'élite ghibellina, furono poi esiliati quando al potere tornarono gli esponenti delle famiglie di appartenenza guelfa (1251). La famiglia degli Uberti trovò scampo a Siena nel 1258.
Farinata poi contribuì da protagonista alla vittoria ghibellina di Montaperti (4 settembre 1260). Nella dieta di Empoli che ne seguì, Farinata dimostrò nobilmente il suo grande amor di patria, insorgendo a viso aperto contro la proposta dei deputati di Pisa e di Siena, che avrebbero voluto radere al suolo la città di Firenze.
Morì nel 1264 e fu sepolto nella Cattedrale di Santa Reparata, dove successivamente fu costruito il Duomo di Firenze.
Suo figlio Lapo venne nominato dall'imperatore Enrico VII suo vicario in Mantova.
}}
{{Nota
|larghezza = 300px
|titolo = Cavalcante dei Cavalcanti
|contenuto = [[File:Blake Dante Hell X Farinata.jpg|100px|destra]]Appartenente alla nobile casata guelfa dei Cavalcanti, fu uno spirito razionalista ed epicureo. Non credeva nell'immortalità dell'anima e sosteneva che l'unica realtà fosse costituita dagli atomi.
Dante lo incontra nel X canto dell'Inferno, dove sono collocati, in arche infuocate, a scontare la loro eterna pena, eretici ed epicurei, come Farinata degli Uberti. Proprio con quest'ultimo, ghibellino, Cavalcante s'era imparentato, come avveniva spesso a quei tempi tra famiglie avversarie quando volevano riconciliarsi: dopo il ritorno dei guelfi a Firenze (1267) Guido, figlio di Cavalcante, era stato fatto sposare con la figlia di Farinata, Bice Uberti. Sempre nel X canto dell'Inferno, Cavalcante chiede a Dante notizie di suo figlio Guido, meravigliandosi di non vederlo in compagnia del Poeta, se è vero che il viaggio oltremondano dell'Alighieri è dovuto ad "altezza d'ingegno". In effetti Guido Cavalcanti fu tra le più belle intelligenze della Firenze del XIII secolo, e "primo amico" di Dante stesso. Cavalcanti padre morì intorno al 1280, quando Dante era appena quindicenne.
}}
{| class="wikitable" style="width: 70%;"
| style="width: 30%;background:lightblue;" |'''Testo'''
| style="width: 30%;background:lightblue;" |'''Parafrasi'''
|-
|''Ora sen va per un secreto calle,''<br>''tra ’l muro de la terra e li martìri,''<br>''lo mio maestro, e io dopo le spalle.'' '''3'''
|A quel punto il mio maestro procedette<br>per un sentiero nascosto, tra le mura<br>e le tombe, e io lo seguii.
|-
|''«O virtù somma, che per li empi giri''<br>''mi volvi», cominciai, «com’a te piace,''<br>''parlami, e sodisfammi a’ miei disiri.'' '''6'''
|Gli chiesi: «O sommo sapiente,<br>che mi conduci per i Cerchi infernali,<br>ti prego di rispondermi e soddisfare il mio desiderio.
|-
|''La gente che per li sepolcri giace''<br>''potrebbesi veder? già son levati''<br>''tutt’i coperchi, e nessun guardia face».'' '''9'''
|Si potrebbero vedere i dannati<br>che giacciono nelle tombe? Tutti i coperchi sono sollevati<br>e nessun demone fa loro la guardia».
|-
|''E quelli a me: «Tutti saran serrati''<br>''quando di Iosafàt qui torneranno''<br>''coi corpi che là sù hanno lasciati.'' '''12'''
|E lui a me: «Saranno tutti richiusi<br>quando le anime torneranno qui dalla valle di Giosafat<br>coi corpi che hanno lasciato sulla Terra.
|-
|''Suo cimitero da questa parte hanno''<br>''con Epicuro tutti suoi seguaci,''<br>''che l’anima col corpo morta fanno.'' '''15'''
|In questo punto del cimitero<br>sono puniti Epicuro e tutti i suoi seguaci,<br>che proclamano la mortalità dell'anima.
|-
|''Però a la dimanda che mi faci''<br>''quinc’entro satisfatto sarà tosto,''<br>''e al disio ancor che tu mi taci».'' '''18'''
|Perciò ben presto sarà soddisfatto<br>il desiderio che mi hai svelato,<br>e anche quell'altro (vedere Farinata) che tu non vuoi dirmi».
|-
|''E io: «Buon duca, non tegno riposto''<br>''a te mio cuor se non per dicer poco,''<br>''e tu m’hai non pur mo a ciò disposto».'' '''21'''
|E io: «Mia buona guida, io non ti nascondo i miei pensieri<br>se non per parlare poco, e sei stato proprio<br>tu a insegnarmelo in varie occasioni».
|-
|''«O Tosco che per la città del foco''<br>''vivo ten vai così parlando onesto,''<br>''piacciati di restare in questo loco.'' '''24'''
|«O toscano, che te ne vai per la città del fuoco<br>parlando in modo così dignitoso,<br>abbi la compiacenza di trattenerti.
|-
|''La tua loquela ti fa manifesto''<br>''di quella nobil patria natio''<br>''a la qual forse fui troppo molesto».'' '''27'''
|Il tuo accento indica che sei nato<br>in quella nobile patria alla quale, forse,<br>fui troppo fastidioso».
|-
|''Subitamente questo suono uscìo''<br>''d’una de l’arche; però m’accostai,''<br>''temendo, un poco più al duca mio.'' '''30'''
|Questa voce uscì improvvisamente<br>da una delle tombe, per cui ebbi paura<br>e mi strinsi un poco al mio maestro.
|-
|''Ed el mi disse: «Volgiti! Che fai?''<br>''Vedi là Farinata che s’è dritto:''<br>''da la cintola in sù tutto ’l vedrai».'' '''33'''
|Ed egli mi disse: «Voltati, che fai?<br>Non vedi laggiù Farinata che si è sollevato?<br>Lo puoi vedere dalla cintola in su».
|-
|''Io avea già il mio viso nel suo fitto;''<br>''ed el s’ergea col petto e con la fronte''<br>''com’avesse l’inferno a gran dispitto.'' '''36'''
|Io avevo già fitto il mio sguardo nel suo;<br>e lui si ergeva con la fronte e il petto alti,<br>come se disprezzasse tutto l'Inferno.
|-
|''E l’animose man del duca e pronte''<br>''mi pinser tra le sepulture a lui,''<br>''dicendo: «Le parole tue sien conte».'' '''39'''
|E le mani di Virgilio, pronte e animose,<br>mi spinsero fra le tombe verso di lui, mentre il maestro diceva:<br>«Fa' che le tue parole siano misurate».
|-
|''Com’io al piè de la sua tomba fui,''<br>''guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso,''<br>''mi dimandò: «Chi fuor li maggior tui?».'' '''42'''
|Non appena fui ai piedi della sua tomba,<br>mi guardò un poco e poi, quasi con disdegno,<br>mi domandò: «Chi furono i tuoi avi?»
|-
|''Io ch’era d’ubidir disideroso,''<br>''non gliel celai, ma tutto gliel’apersi;''<br>''ond’ei levò le ciglia un poco in suso;'' '''45'''
|Io, che ero smanioso di obbedire,<br>non glieli nascosi ma, anzi, risposi pienamente;<br>allora lui sollevò un poco le ciglia,
|-
|''poi disse: «Fieramente furo avversi''<br>''a me e a miei primi e a mia parte,''<br>''sì che per due fiate li dispersi».'' '''48'''
|poi disse: «Essi furono aspri nemici miei,<br>dei miei avi e della mia parte politica (Ghibellini),<br>al punto che per due volte li cacciai da Firenze».
|-
|''«S’ei fur cacciati, ei tornar d’ogne parte»,''<br>''rispuos’io lui, «l’una e l’altra fiata;''<br>''ma i vostri non appreser ben quell’arte».'' '''51'''
|Io gli risposi: «Se essi furono cacciati, tornarono poi da ogni parte, in entrambe le occasioni;<br>ma i vostri avi, invece,<br>non furono altrettanto bravi».
|-
|''Allor surse a la vista scoperchiata''<br>''un’ombra, lungo questa, infino al mento:''<br>''credo che s’era in ginocchie levata.'' '''54'''
|In quel momento apparve alla nostra vista un'anima,<br>che si sporgeva accanto a quella di Farinata fino al mento:<br>credo che fosse inginocchiata.
|-
|''Dintorno mi guardò, come talento''<br>''avesse di veder s’altri era meco;''<br>''e poi che ’l sospecciar fu tutto spento,'' '''57'''
|Mi guardò intorno, come se avesse<br>desiderio di vedere se c'era qualcun altro<br>con me; e poi che smise di osservare,
|-
|''piangendo disse: «Se per questo cieco''<br>''carcere vai per altezza d’ingegno,''<br>''mio figlio ov’è? e perché non è teco?».'' '''60'''
|mi disse piangendo: «Se tu vai<br>per questo cieco carcere per i tuoi meriti di intellettuale,<br>dov'è mio figlio? E perché non è qui con te?»
|-
|''E io a lui: «Da me stesso non vegno:''<br>''colui ch’attende là, per qui mi mena''<br>''forse cui Guido vostro ebbe a disdegno».'' '''63'''
|E io a lui: «Non sono qui per mio solo merito:<br>colui che attende là (Virgilio) mi conduce<br>attraverso l'Inferno verso colei (Beatrice)<br>che vostro figlio Guido,<br>forse, ebbe a disdegno (disprezzò)».
|-
|''Le sue parole e ’l modo de la pena''<br>''m’avean di costui già letto il nome;''<br>''però fu la risposta così piena.'' '''66'''
|Le sue parole e il fatto che fosse tra gli Epicurei<br>mi avevano fatto capire il nome di costui (Cavalcante);<br>perciò risposi così prontamente.
|-
|''Di subito drizzato gridò: «Come?''<br>''dicesti "elli ebbe"? non viv’elli ancora?''<br>''non fiere li occhi suoi lo dolce lume?».'' '''69'''
|E lui, improvvisamente sollevatosi, gridò:<br>«Come? Hai detto "egli ebbe"? Guido non vive ancora? la dolce luce del sole<br>non colpisce più i suoi occhi?»
|-
|''Quando s’accorse d’alcuna dimora''<br>''ch’io facea dinanzi a la risposta,''<br>''supin ricadde e più non parve fora.'' '''72'''
|Quando si accorse<br>che esitavo a rispondere, ricadde supino<br>e non ricomparve più fuori dalla tomba.
|-
|''Ma quell’altro magnanimo, a cui posta''<br>''restato m’era, non mutò aspetto,''<br>''né mosse collo, né piegò sua costa:'' '''75'''
|Ma quell'altro nobile dannato,<br>alla cui domanda mi ero fermato, non mutò aspetto,<br>né parve minimamente colpito dall'accaduto:
|-
|''e sé continuando al primo detto,''<br>''«S’elli han quell’arte», disse, «male appresa,''<br>''ciò mi tormenta più che questo letto.'' '''78'''
|e proseguendo il discorso iniziato, disse:<br>«Se i miei avi hanno appreso male l'arte di rientrare in Firenze,<br>ciò mi procura più sofferenza di questa tomba.
|-
|''Ma non cinquanta volte fia raccesa''<br>''la faccia de la donna che qui regge,''<br>''che tu saprai quanto quell’arte pesa.'' '''81'''
|Ma non passeranno cinquanta fasi lunari<br>(meno di quattro anni) che anche tu saprai<br>quant'è dolorosa quell'arte.
|-
|''E se tu mai nel dolce mondo regge,''<br>''dimmi: perché quel popolo è sì empio''<br>''incontr’a’ miei in ciascuna sua legge?».'' '''84'''
|E ora dimmi (e possa tu tornare nel dolce mondo terreno):<br>perché i fiorentini sono così duri<br>in ogni loro provvedimento contro la mia famiglia?»
|-
|''Ond’io a lui: «Lo strazio e ’l grande scempio''<br>''che fece l’Arbia colorata in rosso,''<br>''tal orazion fa far nel nostro tempio».'' '''87'''
|E io a lui: «Lo strazio e l'orrenda strage di Montaperti,<br>che colorarono di rosso il fiume Arbia,<br>ci induce a emanare queste leggi».
|-
|''Poi ch’ebbe sospirando il capo mosso,''<br>''«A ciò non fu’ io sol», disse, «né certo''<br>''sanza cagion con li altri sarei mosso.'' '''90'''
|Dopo che ebbe scosso il capo sospirando,<br>disse: «Non fui certo il solo a combattere quella battaglia,<br>né certo ci sarei andato senza una valida ragione.
|-
|''Ma fu’ io solo, là dove sofferto''<br>''fu per ciascun di tòrre via Fiorenza,''<br>''colui che la difesi a viso aperto».'' '''93'''
|In compenso fui l'unico a difendere<br>Firenze a viso aperto, quando ciascun capo ghibellino<br>era pronto a raderla al suolo».
|-
|''«Deh, se riposi mai vostra semenza»,''<br>''prega’ io lui, «solvetemi quel nodo''<br>''che qui ha ’nviluppata mia sentenza.'' '''96'''
|Allora lo pregai: «Orsù, possa la vostra<br>discendenza trovare pace: risolvetemi<br>quel dubbio che aggroviglia i miei ragionamenti.
|-
|''El par che voi veggiate, se ben odo,''<br>''dinanzi quel che ’l tempo seco adduce,''<br>''e nel presente tenete altro modo».'' '''99'''
|Mi sembra che voi dannati vediate,<br>se ho capito bene, gli eventi futuri,<br>mentre abbiate altra conoscenza del presente».
|-
|''«Noi veggiam, come quei c’ha mala luce,''<br>''le cose», disse, «che ne son lontano;''<br>''cotanto ancor ne splende il sommo duce.'' '''102'''
|Disse: «Noi, come chi ha un difetto di vista (presbite),<br>vediamo le cose che sono lontane nel tempo;<br>soltanto questo ci permette Dio.
|-
|''Quando s’appressano o son, tutto è vano''<br>''nostro intelletto; e s’altri non ci apporta,''<br>''nulla sapem di vostro stato umano.'' '''105'''
|Quando le cose si avvicinano o accadono,<br>il nostro intelletto è vano e se altri non ci porta notizie,<br>non sappiamo nulla della vostra condizione umana.
|-
|''Però comprender puoi che tutta morta''<br>''fia nostra conoscenza da quel punto''<br>''che del futuro fia chiusa la porta».'' '''108'''
|Perciò puoi capire<br>che la nostra conoscenza (del futuro) sarà totalmente<br>annullata dal momento in cui sarà chiusa la porta del futuro,<br>ovvero il giorno del Giudizio».
|-
|''Allor, come di mia colpa compunto,''<br>''dissi: «Or direte dunque a quel caduto''<br>''che ’l suo nato è co’vivi ancor congiunto;'' '''111'''
|Allora, come pentito della mia colpa,<br>dissi: «Poi direte a quel dannato<br>che suo figlio è ancora in vita;
|-
|''e s’i’ fui, dianzi, a la risposta muto,''<br>''fate i saper che ’l fei perché pensava''<br>''già ne l’error che m’avete soluto».'' '''114'''
|e se poc'anzi non gli diedi subito risposta,<br>ditegli che lo feci perché ero<br>nell'errore che voi mi avete spiegato».
|-
|''E già ’l maestro mio mi richiamava;''<br>''per ch’i’ pregai lo spirto più avaccio''<br>''che mi dicesse chi con lu’ istava.'' '''117'''
|E ormai Virgilio mi richiamava;<br>perciò pregai in fretta lo spirito<br>che mi dicesse chi erano i suoi compagni di pena.
|-
|''Dissemi: «Qui con più di mille giaccio:''<br>''qua dentro è ’l secondo Federico,''<br>''e ’l Cardinale; e de li altri mi taccio».'' '''120'''
|Mi rispose: «Qui giaccio con più di mille dannati:<br>qua dentro è Federico II di Svevia, nonché il cardinale<br>Ottaviano degli Ubaldini;<br>non ti dico nulla degli altri».
|-
|''Indi s’ascose; e io inver’ l’antico''<br>''poeta volsi i passi, ripensando''<br>''a quel parlar che mi parea nemico.'' '''123'''
|Quindi tornò nella tomba; e io mi<br>incamminai verso l'antico poeta, ripensando<br>a quelle parole che mi sembravano ostili.
|-
|''Elli si mosse; e poi, così andando,''<br>''mi disse: «Perché se’ tu sì smarrito?».''<br>''E io li sodisfeci al suo dimando.'' '''126'''
|Virgilio si mosse; e poi,<br>mentre camminava, mi disse:<br>«Perché sei così turbato?» E io glielo spiegai.
|-
|''«La mente tua conservi quel ch’udito''<br>''hai contra te», mi comandò quel saggio.''<br>''«E ora attendi qui», e drizzò ’l dito:'' '''129'''
|Quel saggio mi comandò: «La tua mente ricordi<br>bene ciò che hai sentito contro di te.<br>E ora ascolta,» e drizzò il dito:
|-
|''«quando sarai dinanzi al dolce raggio''<br>''di quella il cui bell’occhio tutto vede,''<br>''da lei saprai di tua vita il viaggio».'' '''132'''
|«quando sarai davanti al dolce<br>raggio di colei che coi suoi begli occhi<br>vede ogni cosa (Beatrice),<br>saprai da lei il tuo destino futuro».
|-
|''Appresso mosse a man sinistra il piede:''<br>''lasciammo il muro e gimmo inver’ lo mezzo''<br>''per un sentier ch’a una valle fiede,'' '''135'''
|Quindi si volse a sinistra:<br>ci allontanammo dal muro<br>e ci dirigemmo verso l'orlo esterno del Cerchio,<br>per un sentiero che conduce a una valle
|-
|''che ’nfin là sù facea spiacer suo lezzo.'' '''136'''
|da cui fin lassù arrivava un gran puzzo.
|}
== Analisi del Canto ==
===Gli epicurei - versi 1-21===
Nel canto precedente l'arrivo del messo di Dio aveva aperto l'ingresso alla città di Dite ai due viandanti, dietro il portone aperto dalla verga dell'angelo, si offriva un immaginario crudo al Poeta: una distesa di sepolcri, alcuni di questi dati alle fiamme e dai quali escono orribili lamenti. Dante ha già intuito che qui vengono puniti coloro ''"che l'anima col corpo morta fanno." vv.15'', cioè chi non crede nell'immortalità dell'anima (gli epicurei o gli atei). Anche se Virgilio nel canto precedente aveva parlato di tutte le eresie, qui si incontrano solo eretici epicurei e anche il contrappasso è calibrato su di essi: poiché non credettero nella vita ultraterrena, essi sono ora morti tra i morti; inoltre loro non possono vedere nel presente e nel passato ma vedono soltanto il futuro; questo lo si può capire più avanti quando Cavalcante dei Cavalcanti chiederà a Dante di suo figlio: Guido Cavalcanti. Dante, passando tra le mura di Dite e le tombe scoperchiate domanda:
{{Citazione|La gente che per li sepolcri giace<br />potrebbesi veder? Già son levati<br />tutt'i coperchi, e nessun guardia face.}}
Dante è generico, ma in realtà egli desidera vedere un'anima in particolare, quella di Farinata degli Uberti, come già espresso a Ciacco nel VI canto. Virgilio coglie al volo l'allusione di Dante, ma intanto gli spiega come questi sepolcri verranno sigillati solo dopo il Giudizio Universale (probabilmente perché sarà colmo il numero dei dannati da fare entrare) e dice che questa parte del cimitero è dedicata agli epicurei; poi torna sulla domanda di Dante e gli dice che il suo desiderio sarà presto esaudito, anche nella parte che non dice (cioè di incontrare Farinata).
===Farinata degli Uberti - vv. 22-51===
[[Immagine:Farinata.jpg|thumb|''Farinata degli Uberti'', serie degli uomini illustri, Andrea del Castagno (affresco staccato oggi in deposito agli Uffizi)]]
Appena terminate le parole del poeta si leva una voce improvvisa che chiede: ''"O toscano che vai vivo per la città infuocata e che parli con tono onesto, fermati per piacere in questo luogo, poiché il tuo accento fa capire che provieni da quella nobile patria verso la quale io fui forse troppo molesto"'' (parafrasi vv. 23-27).
Dante si gira verso la tomba dalla quale è uscito il suono, ma non si allontana da Virgilio, il quale allora lo sprona:
{{Citazione|Volgiti! Che fai?<br />Vedi là Farinata che s'è dritto:<br />de la cintola in sù tutto 'l vedrai}}
Appare quindi questo spirito che si erge da una tomba, del quale Dante nota subito la fierezza insita nel dannato: schiena dritta e fronte alta come se avesse un gran disprezzo dell'Inferno ("''com'avesse l'inferno a gran dispitto"''). L'incontro è con un gran personaggio e Virgilio stesso raccomanda a Dante di usare parole "nobili" ("''conte''"): il dialogo sarà infatti uno dei più teatrali della Divina Commedia.
[[Immagine:Inf. 10 Baccio Baldini, Dante e Virgilio vanno tra le tombe degli epicurei.jpg|thumb|left|Baccio Baldini, Dante e Virgilio vanno tra le tombe degli epicurei]]
Farinata degli Uberti fu il più importante capo ghibellino a Firenze nel XIII secolo. Egli sconfisse i guelfi nel 1248 e, dopo la morte di Federico II di Svevia e il ritorno dei guelfi, fu costretto all'esilio. Riparato a Siena con altre famiglie ghibelline riorganizzò le forze della propria fazione e, con l'appoggio di truppe di Manfredi di Sicilia, sconfisse duramente le forze guelfe nella battaglia di Montaperti (4 settembre 1260). I capi ghibellini allora si riunirono ad Empoli e venne deciso di radere al suolo Firenze: fu solo la ferma opposizione di Farinata a far bocciare l'iniziativa, così egli tornò trionfale in Firenze, e vi morì nel 1264. Solo due anni dopo, con la Battaglia di Benevento i guelfi si ripresero definitivamente Firenze, cacciando tutte le famiglie ghibelline. Molte rientrarono gradualmente ritrattando il proprio credo politico, ma solo gli Uberti subirono un crudissimo accanimento: condannato come eretico quasi venti anni dopo essere morto, le sue ossa vennero riesumate dalla chiesa di Santa Reparata e gettate in Arno, mentre i suoi beni furono confiscati ai discendenti; due suoi figli vennero decapitati in piazza, un suo cugino venne ucciso a randellate, poi ancora vennero processati altri tre figli, due nipoti, la vedova Adaletta: tutti condannati al rogo. Dante era presente alla riesumazione, che doveva avergli fatto molta impressione.
Farinata per Dante è invece un magnanimo, uno ''spirito grande'', nonostante i fatti ai quali ha assistito quando aveva sui diciotto anni. Fu solo grazie alla sua elegia di Farinata (pur se comunque dannato all'Inferno) che la sua memoria tornò grande come in passato, tanto da venire poi inserito tra i fiorentini illustri, per esempio nel ciclo di affreschi di Andrea del Castagno o nelle statue che ornano il piazzale degli Uffizi. Dante prova grande rispetto per Farinata degli Uberti, anche se Farinata era suo rivale politico, rispetto derivante dal grande amore che Farinata prova per la nobil patria Firenze. ''Com'avesse l'inferno a gran dispitto'', è un verso famoso che ci fa capire che Farinata non soffra per la pena infernale cui è sottoposto ma piuttosto per il fatto che i Fiorentini non l'abbiano riconosciuto come unica persona che salvò Firenze dalla distruzione.
Il ritratto che ne fa Dante è orgoglioso e austero, a tratti superbo, anche se qua e là traspaiono i suoi limiti umani, i suoi rimpianti (''"forse fui troppo molesto"''...). Dante apprezza Farinata perché nel suo lato virtuoso è un suo modello:
#Ha coraggio e coerenza politica;
#È un perseguitato politico come lui;
#È un ghibellino, e Dante si avvicinerà sempre di più a questa ideologia, tanto che secondo molti fu questa la motivazione per cui Ugo Foscolo lo chiamò il "''ghibellin fuggiasco''";
#Farinata ama la sua città prima di tutto e (lo dirà poco dopo) fu l'unico che dopo la battaglia di Montaperti si ostinò contro la distruzione della città (anche Dante combattente con Enrico VII di Lussemburgo, da lui chiamato Arrigo, rifiutò di prendere le armi contro la sua città che veniva posta d'assedio).
Quello che Dante non condivide è tutto sul piano religioso e in parte su quello militare (è come se gli rimproverasse di "aver colorato l'Arbia di rosso", cioè di aver fatto un massacro a Montaperti). Comunque il poeta accenna continuamente a particolari fisici di Farinata che contribuiscono a farne anche un ritratto della levatura morale.
Il dialogo vero e proprio inizia dal verso 42: Farinata guarda Dante un po' "sdegnoso" perché non lo riconosce (egli era nato un anno dopo la sua morte), e la sua prima domanda è proprio: ''"Chi furono i tuoi antenati?''". Dante gli risponde (senza tediare il lettore con la storia degli Alighieri), ed allora Farinata, alzando un po' le sopracciglia risponde che la famiglia di Dante (di guelfi) fu una fiera rivale sua, dei suoi avi e del suo partito (''"Fieramente furo avversi / a me e a miei primi e a mia parte"'', vv. 46-47), ma egli seppe farli espellere per due volte vincendoli (cacciata dei guelfi nel 1251 e nel 1267).
Dante riprende subito a botta e risposta: "''Se li hai cacciati, essi tornarono entrambe le volte, cosa che i vostri (i ghibellini) non seppero fare''" (parafrasi vv. 49-51). Allora Farinata profetizzerà l'esilio di Dante dicendo che proverà anche lui la difficoltà di tornare nella propria città: "...che tu saprai quanto quell'arte pesa." (vv. 79-81).
===Apparizione di Calvalcante de' Cavalcanti - vv. 52-72===
[[Immagine:Blake Dante Hell X Farinata.jpg|thumb|upright=1.4|Farinata e Calvalcante con Dante e Virgilio, illustrazione di William Blake]]
Proprio quando Dante risponde garbatamente a Farinata ricordandogli che lui e i suoi alleati furono esiliati, compare improvvisamente sulla scena una figura nuova, quella di Cavalcante dei Cavalcanti padre di Guido Cavalcanti, uno dei rappresentanti di maggior spicco del Dolce stil novo e amico intimo di Dante. Egli è guelfo, quindi Dante ci tiene a non generalizzare tutti i ghibellini come eretici, come facevano gli inquisitori senza scrupoli in tempo di persecuzione politica.
Cavalcante emerge dall'avello unicamente con la testa ("''credo che s'era in ginocchio levata"'' - v. 54 - scrive Dante), al contrario del fiero compagno di supplizio, e si guarda intorno, come per cercare qualcuno, e non trovandolo:
{{Citazione|piangendo disse: "Se per questo cieco<br />carcere vai per altezza d'ingegno,<br />mio figlio ov'è? E perché non è teco?"|vv. 58-60}}
Cioè Cavalcante chiede perché Dante ha avuto il privilegio del viaggio ultraterreno per meriti dell'ingegno e suo figlio Guido no. E Dante risponde nella terzina successiva:
{{Citazione|E io a lui: "Da me stesso non vegno:<br />colui ch'attende là, per qui mi mena<br />forse cui Guido vostro ebbe a disdegno"}}
Cioè dice che non è da solo (c'è Virgilio) e che la destinazione del viaggio sarebbe una figura che Guido disdegnò, indicata con il pronome "cui". Chi intendesse Dante con quel "cui" non è chiaro: la versione più semplice è che volesse dire che Guido non amò la ragione, simboleggiata da Virgilio, ma non quadra nel senso generale; potrebbe significare Beatrice, la teologia, la donna che trasmutò in "Amor Dei" l'amore che aveva acceso nel giovane Dante, che mosse Virgilio; o potrebbe significare Dio, il quale non è mai nominato nell'Inferno, ma vi viene alluso solo con pronomi. Si nota dunque un motivo filosofico per cui Dante discorda da Cavalcanti.
Forse la più coerente è quella che indichi Beatrice, poiché in gioventù sia il poeta che il suo amico Guido erano rimasti affascinati dall'amor che pregnava il dolce stilnovo, ma la morte aveva consacrato Beatrice ad un severo progetto di salvezza per Dante, e l'inattingibile oggetto del desiderio era divenuto strumento operativo della grazia. In questo modo gli itinerari intellettuali dei due amici si erano divaricati irreparabilmente. L'orizzonte speculativo del pensiero di Guido era rimasto improntato all'animismo fisico di Epicuro e all'"Aristotelismo radicale" degli averroisti per i quali l'amore, figlio dei sensi, era fonte di impulsi irrazionali e agonia del desiderio.
Ma c'è un punto nella risposta di Dante che sbigottisce Cavalcante, cioè che il poeta usi un passato remoto ''"ebbe"''.
{{Citazione|Come?<br />Dicesti ''elli ebbe''? Non viv'elli ancora?|vv. 67-68}}
Cavalcante pensa che il figlio sia morto (in realtà all'epoca del viaggio immaginario, aprile 1300, egli era ancora vivo, sebbene morì alcuni mesi dopo, nell'agosto 1300) e visto che Dante esita nella risposta, ricade supino nel sepolcro e sparisce dalla scena per la disperazione.
L'episodio di Cavalcante è servito, oltre che per mostrare anche un guelfo tra gli eretici, anche per dare lo spunto alla spiegazione sulle capacità profetiche dei dannati che verranno spiegate più avanti nel Canto.
===Ripresa del colloquio con Farinata e sua profezia - vv. 73-93===
{| align=left cellspacing="1" cellpadding="1"
|
''Ma quell'altro magnanimo, a cui posta''<br />
''restato m'era, non mutò aspetto,''<br />
''né mosse collo, né piegò sua costa;''
[...] ''e disse'' [...]
''"Ma non cinquanta volte fia raccesa''<br />
''la faccia de la donna che qui regge,''<br />
''che tu saprai quanto quell'arte pesa."''<br />
|
Ma quell'altro magnanimo, alla cui richiesta<br />
mi ero fermato, non cambiò aspetto,<br />
né mosse il capo, né piegò il busto;
[...] e chiese [...]
"Ma non si illuminerà cinquanta volte<br />
la faccia della regina che qui impera,<br />
che tu conoscerai quanto pesa quell'arte."<br />
|}
{|align=right
|[[Immagine:Inf. 10 Guglielmo Girardi e aiuti, Farinata e Cavalcanti, 1478 ca..jpg|thumb|Guglielmo Girardi e aiuti, Farinata e Cavalcanti, 1478 circa]]
|}
<br clear="left" />
Nella completa assenza di coralità fra le anime dannate Farinata continua a parlare come se l'apparizione di Cavalcanti non fosse avvenuta, come volendo esprimere la sua superiorità.
Quindi Farinata riprende esattamente da dove ha lasciato il discorso: ''"Se i miei ghibellini hanno imparato male l'arte di ritornare dopo essere cacciati, ciò mi tormenta più di questo letto infernale."'' (parafrasi vv. 77-78)
Nella terzina successiva è esposta la seconda profezia che anticipa l'evento dell'esilio a Dante personaggio, Farinata con i suoi poteri divinatori comuni ad ogni anima dell'eterna prigione, avverte che non saranno passati cinquanta pleniluni che anche l'Alighieri scoprirà quanto è dura l'arte di tornare in patria. ( ''"La faccia della regina che qui regge"'' sta per Proserpina, nel mito antico sposa di Plutone e figura della luna).
Dante incassa in silenzio e Farinata nel frattempo prosegue chiedendo perché i fiorentini siano così duri con gli Uberti, la sua famiglia. Dante risponde che è dovuto al massacro di Montaperti, che ''"fece l'Arbia colorata in rosso''" (v. 86). Farinata sospira addolorato, ma spiega che lui non fu l'unico responsabile della battaglia e che ciò era causato da uno scopo ben preciso. Però sottolinea come invece lui solo fu il difensore di Firenze dalla distruzione, quando si propose di raderla al suolo dopo la consulta di Empoli tra il re Manfredi di Sicilia e i capi ghibellini.
===I limiti della preveggenza dei dannati - vv. 94-120===
[[Immagine:Inferno Canto 9 verses 124-126.jpg|thumb|upright=0.7|Dialogo con Farinata, illustrazione di Gustave Doré]]
Il colloquio politico tra Dante e Farinata si conclude, ma Dante non è riuscito a farsi un'idea completa e precisa di Farinata perché non ha chiaro se egli veda nel presente come vede nel futuro. Ultimo passaggio fondamentale di questo canto quindi è dovuto al fatto che più volte Dante riceve profezie sul suo destino e sull'Italia dai dannati, ma ancora più spesso si vedrà chiedere dalle anime infernali cosa accade nel regno dei vivi.
E Farinata così risponde (vv.100-105):
{| width="612" cellspacing="1" cellpadding="1"
|
''"Noi veggiam, come quel c'ha mala luce,''<br />
''le cose", disse, "che ne son lontano;''<br />
''cotanto ancor ne splende il sommo duce.''<br />
<br />
''Quando s'apprestano o son, tutto è vano''<br />
''nostro intelletto; e s'altri non ci apporta,''<br />
''nulla sapem di vostro stato umano."''<br />
|
"''Noi, come chi ha la vista difettosa''<br />
''le cose" disse "vediamo finché sono nel futuro;''<br />
''in questo solo ancor risplende in noi la luce di Dio.''<br />
<br />
''Quando le cose si avvicinano o si compiono, è vano''<br />
''il nostro intelletto; e se altro non ci informa,''<br />
''non sappiamo nulla delle vicende umane."''<br />
|}
Dato significativo è che la capacità divinatoria dei dannati venga illustrata in questo canto, Farinata conclude il discorso avvertendo che quando sarà venuto il regno di Dio, presente, futuro e passato coincideranno e tutta la coscienza dei dannati scomparirà all'istante.
È interessante notare che questa capacità di preveggenza, valida per tutti i dannati (infatti ne danno prova Ciacco, goloso, Farinata, epicureo, e Vanni Fucci, ladro) derivi dal contrappasso di un peccato comune a tutti i dannati: l'aver pensato solo al presente, e mai alla vita nell'oltretomba, futura.
Dante, risolta la questione sulla quale si stava scervellando quando Cavalcanti gli chiedeva della sorte del figlio, prega Farinata di avvertire il compagno di avello che Guido, ancora vivo, cammina sulla terra. Virgilio incalza per andare oltre e Dante può solo fare un'ultima fugace domanda su chi siano gli altri spiriti nel sepolcro di Farinata. Egli risponde che ve ne sono più di mille, tra i quali Federico II, disincantato Imperatore noto anche tra i guelfi come l'Anticristo, e il ''Cardinale'', cioè Ottaviano degli Ubaldini, un uomo di chiesa che nella Chiesa credeva ben poco, secondo i cronisti antichi.
===Smarrimento di Dante - vv. 121-136===
Farinata sparisce e Dante riprende il viaggio con Virgilio, ma è turbato dalla profezia che ha sentito. Virgilio chiede spiegazioni e lo consola dicendo che deve sì ricordare la profezia, ma quando sarà davanti alla dolce luce ("''al dolce raggio''") di colei che tutto vede, cioè di Beatrice, potrà sapere tutto il corso della sua vita (in realtà sarà Cacciaguida, trisavolo di Dante Alighieri, a narrare "il viaggio della sua vita" nel canto XXVII del Paradiso). I due poeti si allontanano dunque dalle mura e tagliano lungo il cerchio per un sentiero che scende fino all'orlo del cerchio seguente, dal quale si sente già provenire un forte puzzo.
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Identità ecologica
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Morkoz2
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text/x-wiki
{{risorsa|tipo=lezione|materia1=Microbiologia}}
Con il termine '''identità ecologica''' si indica i diversi rapporti che i microorganismi possono avere con l'ambiente che li circonda e con altri organismi.
Dal punto di vista ecologico, i batteri possono essere classificati a seconda del proprio stile di vita in:
* Saprofiti
* Parassiti
I batteri saprofiti conducono la propria vita nell'ambiente esterno, mentre i batteri parassiti vivono all'interno di un organismo ospite. Il parassitismo è una condizione sviluppatasi come adattamento evolutivo dei batteri. Possiamo distinguere tre tipi di evento:
* Parassitismo occasionale, quando esso avviene in maniera accidentale
* Parassitismo facoltativo, quando il batterio può avere sia un adattamento a spese dell'ospite che un adattamento all'ambiente
* Parassitismo obbligato, quando l'adattamento avviene esclusivamente a spese di un ospite
Il parassitismo obbligato non è un interazione esclusivamente dannosa, infatti possiamo distinguere il rapporto tra batterio ed organismo ospite in tre topi:
* Simbiosi
* Commensalismo
* Patogenicità
====Simbiosi====
In una condizione di simbiosi, l'associazione tra un organismo ospite e batteri genera vantaggi per entrambe le specie. Per esempio nell'uomo, la flora batterica presente a livello intestinale permette una maggior assimilazione dei nutrienti.
====Commensalismo====
Nella condizione di commensalismo, il parassita si nutre delle sostanze che non interessano direttamente l'organismo ospite (possono essere anche degli scarti dell'ospite stesso). In questa condizione favorita la crescita di colture batteriche tollerate dall'ospite in quanto non arrecano danno.
====Patogenicità====
Quando si instaura una condizione di patogenicità, l'associazione tra parassita e organismo ospite porta alla promozione della crescita di colture batteriche in grado di arrecare danno all'ospite.
La patogenicità può essere un evento occasionale oppure obbligato a seconda delle condizioni.
==Processo infettivo==
Quando i batteri patogeni interagiscono con un ospite, danno luogo ad un evento chiamato '''processo infettivo'''. Il processo infettivo è un processo dinamico, cioè una serie di eventi il cui epilogo dipende da diversi variabili. In generale, il processo infettivo può essere espresso come la variazione della quantità di parassiti all'interno dell'ospite nel tempo. Se questi infatti raggiungono un certo livello critico, per l'organismo colpito sopraggiugnge la morte. Se invece il sistema immunitario dell'osput è efficiente, la presenza dei parassiti cala.
Esiste un range più o meno largo difinibile come ''valore minimo'' per l'espressione del processo infettivo. Al di sotto di tale valore, anche se il parassita è presente non si manifesta alcun segnale sull'organismo. Quando la quantitaà di batteri oscilla sul valore critico, abbiamo la manifestazione di infezioni saltuarie nel tempo.
I batteri patogeni possono essere classificati a seconda della dinamica del processo infettivo e della interazione con l'organismo ospite:
* Obbligati, dove i batteri prevalgono sulle difese dell'organismo ospite
* Opportunisti, dove i batteri prevalgono solo quando le difese immunitarie dell'ospite risultino indebolite
* Occasionali, dovei batteri prevalgono in casi isolati ed imprevedibili
Le infezioni che i batteri patogeni possono attuare differiscono in ''esogene'' ed ''endogene'' a seconda che la sorgente dell'infezione sia esterna oppure interna.
== Meccanismi di difesa dalle infezioni ==
L'attacco da parte di un batterio (o comunque di un microorganismo che esercita attività patogena) avviene solamente se vengono superati i sistemi difensivi dell'organismo attaccato. Essi possono essere distinti in:
* Barriere anatomiche naturali
* Difese immunitarie dell'ospite
=== Barriere anatomiche naturali ===
Le barriere anatomiche naturali consistono in tutte quella serie di condizioni che hanno lo scopo di rendere difficile l'infiltrazione vera e propria dei batteri. Si tratta sia di vere e proprie entità anatomiche come ''cute'' e ''mucosa'', ma anche ''condizioni fisiologiche'' (es. temperatura, umidità o pH). Sulle superfici delle mucose sono presenti ''popolazioni microbiche locali'' tollerate dall'organismo e che hanno la funzione di respingere gli agenti esterni.
=== Difese immunitarie ===
Con il nome di difese immunitarie si identifica un insieme di sistemi che si coordinano per generare una ''risposta immunitaria'' per contrastare la crescita del patogeno. Le difese immunitarie si distinguono in due categorie:
* Costitutive
* Adattive
==== Difese immunitarie costitutive ====
Sono strutture già presenti nell'organismo prima dell'attacco del patogeno. Hanno il compito di riconoscere strutture molecolari comuni nei microorganismi patogeni e quindi potenzialmente nocive per l'individuo. Sono chiamati [[w:Recettori_dell'immunità_innata|Pattern Recognitions Recettors]] (PRR) ed hanno il compito di riconcere i [[w:PAMP|Pathogen Associated Molecular Patterns]] (PAMP).
La risposta immunitaria coinvolge:
* Fattori antimicrobici tissutali
** Lisozimi, in grado di attaccare le pareti dei batteri
** Defensine, costituiscono dei canali nella parete delle membrane dei batteri e portano alla lisi cellulare
** Lattoferrine e transferrire, interferiscono con il metabolismo dei batteri sottraendo il ferro
* Proteine della fase acuta (fanno parte dei PRR)
** PCR e SAP, favoriscono la fagocitosi
** MBL, attiva il sistema del complemento
** LBP, si combina con LPS ed attiva la produzione dei mediatori dell'infiammazione
* Sistema del complemento (componenti proteiche facenti parte di PRR)
Il sistema del complemento è costituito da tantissimi fattori che hanno il compito di portare ai meccanismi effettori attraverso delle reazioni a cascata che attivano dei processi localizzati, quindi richiama i fagociti, veri responsabili dell'eliminazione dei batteri. Il sistema del complemento forma anche un complesso proteico sulla membrana della cellula batterica per facilitarne la fagocitosi.
Le ''vie di attivazione'' del sistema di completamento sono molteplici:
* Riconoscimento dell'antigene da parte di un anticorpo
* Riconoscimento dei PAMP da parte di PRR
Il fattore responsabile delle vie effetrici è chiamato C3 convertasi.
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Annullata la modifica di [[Special:Contributions/Morkoz2|Morkoz2]] ([[User talk:Morkoz2|discussione]]), riportata alla versione precedente di [[User:~2025-59648-5|~2025-59648-5]]
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{{risorsa|tipo=lezione|materia1=Microbiologia}}
Con il termine '''identità ecologica''' si indica i diversi rapporti che i microorganismi possono avere con l'ambiente che li circonda e con altri organismi.
Dal punto di vista ecologico, i batteri possono essere classificati a seconda del proprio stile di vita in:
* Saprofiti
* Parassiti
I batteri saprofiti conducono la propria vita nell'ambiente esterno, mentre i batteri parassiti vivono all'interno di un organismo ospite. Il parassitismo è una condizione sviluppatasi come adattamento evolutivo dei batteri. Possiamo distinguere tre tipi di evento:
* Parassitismo occasionale, quando esso avviene in maniera accidentale
* Parassitismo facoltativo, quando il batterio può avere sia un adattamento a spese dell'ospite che un adattamento all'ambiente
* Parassitismo obbligato, quando l'adattamento avviene esclusivamente a spese di un ospite
Il parassitismo obbligato non è un interazione esclusivamente dannosa, infatti possiamo distinguere il rapporto tra batterio ed organismo ospite in tre tipi:
* Simbiosi
* Commensalismo
* Patogenicità
====Simbiosi====
In una condizione di simbiosi, l'associazione tra un organismo ospite e batteri genera vantaggi per entrambe le specie. Per esempio nell'uomo, la flora batterica presente a livello intestinale permette una maggior assimilazione dei nutrienti.
====Commensalismo====
Nella condizione di commensalismo, il parassita si nutre delle sostanze che non interessano direttamente l'organismo ospite (possono essere anche degli scarti dell'ospite stesso). In questa condizione favorita la crescita di colture batteriche tollerate dall'ospite in quanto non arrecano danno.
====Patogenicità====
Quando si instaura una condizione di patogenicità, l'associazione tra parassita e organismo ospite porta alla promozione della crescita di colture batteriche in grado di arrecare danno all'ospite.
La patogenicità può essere un evento occasionale oppure obbligato a seconda delle condizioni.
==Processo infettivo==
Quando i batteri patogeni interagiscono con un ospite, danno luogo ad un evento chiamato '''processo infettivo'''. Il processo infettivo è un processo dinamico, cioè una serie di eventi il cui epilogo dipende da diversi variabili. In generale, il processo infettivo può essere espresso come la variazione della quantità di parassiti all'interno dell'ospite nel tempo. Se questi infatti raggiungono un certo livello critico, per l'organismo colpito sopraggiugnge la morte. Se invece il sistema immunitario dell'osput è efficiente, la presenza dei parassiti cala.
Esiste un range più o meno largo difinibile come ''valore minimo'' per l'espressione del processo infettivo. Al di sotto di tale valore, anche se il parassita è presente non si manifesta alcun segnale sull'organismo. Quando la quantitaà di batteri oscilla sul valore critico, abbiamo la manifestazione di infezioni saltuarie nel tempo.
I batteri patogeni possono essere classificati a seconda della dinamica del processo infettivo e della interazione con l'organismo ospite:
* Obbligati, dove i batteri prevalgono sulle difese dell'organismo ospite
* Opportunisti, dove i batteri prevalgono solo quando le difese immunitarie dell'ospite risultino indebolite
* Occasionali, dovei batteri prevalgono in casi isolati ed imprevedibili
Le infezioni che i batteri patogeni possono attuare differiscono in ''esogene'' ed ''endogene'' a seconda che la sorgente dell'infezione sia esterna oppure interna.
== Meccanismi di difesa dalle infezioni ==
L'attacco da parte di un batterio (o comunque di un microorganismo che esercita attività patogena) avviene solamente se vengono superati i sistemi difensivi dell'organismo attaccato. Essi possono essere distinti in:
* Barriere anatomiche naturali
* Difese immunitarie dell'ospite
=== Barriere anatomiche naturali ===
Le barriere anatomiche naturali consistono in tutte quella serie di condizioni che hanno lo scopo di rendere difficile l'infiltrazione vera e propria dei batteri. Si tratta sia di vere e proprie entità anatomiche come ''cute'' e ''mucosa'', ma anche ''condizioni fisiologiche'' (es. temperatura, umidità o pH). Sulle superfici delle mucose sono presenti ''popolazioni microbiche locali'' tollerate dall'organismo e che hanno la funzione di respingere gli agenti esterni.
=== Difese immunitarie ===
Con il nome di difese immunitarie si identifica un insieme di sistemi che si coordinano per generare una ''risposta immunitaria'' per contrastare la crescita del patogeno. Le difese immunitarie si distinguono in due categorie:
* Costitutive
* Adattive
==== Difese immunitarie costitutive ====
Sono strutture già presenti nell'organismo prima dell'attacco del patogeno. Hanno il compito di riconoscere strutture molecolari comuni nei microorganismi patogeni e quindi potenzialmente nocive per l'individuo. Sono chiamati [[w:Recettori_dell'immunità_innata|Pattern Recognitions Recettors]] (PRR) ed hanno il compito di riconcere i [[w:PAMP|Pathogen Associated Molecular Patterns]] (PAMP).
La risposta immunitaria coinvolge:
* Fattori antimicrobici tissutali
** Lisozimi, in grado di attaccare le pareti dei batteri
** Defensine, costituiscono dei canali nella parete delle membrane dei batteri e portano alla lisi cellulare
** Lattoferrine e transferrire, interferiscono con il metabolismo dei batteri sottraendo il ferro
* Proteine della fase acuta (fanno parte dei PRR)
** PCR e SAP, favoriscono la fagocitosi
** MBL, attiva il sistema del complemento
** LBP, si combina con LPS ed attiva la produzione dei mediatori dell'infiammazione
* Sistema del complemento (componenti proteiche facenti parte di PRR)
Il sistema del complemento è costituito da tantissimi fattori che hanno il compito di portare ai meccanismi effettori attraverso delle reazioni a cascata che attivano dei processi localizzati, quindi richiama i fagociti, veri responsabili dell'eliminazione dei batteri. Il sistema del complemento forma anche un complesso proteico sulla membrana della cellula batterica per facilitarne la fagocitosi.
Le ''vie di attivazione'' del sistema di completamento sono molteplici:
* Riconoscimento dell'antigene da parte di un anticorpo
* Riconoscimento dei PAMP da parte di PRR
Il fattore responsabile delle vie effetrici è chiamato C3 convertasi.
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Coding scuola dell'obbligo, curriculum
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Quinlan83tunisino
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text/x-wiki
{{Risorsa|tipo=programma|materia1=Informatica e coding per la scuola elementare|materia2=Informatica per la scuola media 2}}
Apprendere le basi della programmazione informatica allo scopo di rendere più consapevole l'uso dei device tecnologici per lo studio e l'apprendimento. Quinlan83 sala me di Wikipedia
Conoscere la programmazione a blocchi, apprendere collaborando.
Questa pagina è collaegata con [[Informatica, coding e robotica per la scuola primaria e media]] dove sono elencati progetti ed attività.
==Biennio iniziale scuola primaria==
[[:Materia:Informatica e coding per la scuola elementare]]
*[[La tastiera ed il mouse (scuola elementare)]]
*[[Primi passi nel coding (scuola elementare)]]
*[[Primi passi robotica (scuola elementare)]]
==Dalla terza alla quinta primaria==
In terza elementare si può introdurre la programmazione con [https://scratch.mit.edu/ Scratch]
*[[Primi passi nel coding (scuola elementare)]]
*[[Scratch:progetti smontati (scuola elementare)]]
*[[Introduzione alla robotica e robotica ''virtuale'']]
*[[Minetest e le mod]]
*[[3D prime stampe]]
==Prima media e seconda media==
[[:Materia:Informatica per la scuola media 1]]
*[[Coding con scratch (progetti smontati)]]
*[[Introduzione alla robotica e robotica ''virtuale'']]
*[[Strumenti coding con scratch]]
*[[Minetest e le mod]]
*[[3D prime stampe]]
==Terza media, con un occhio alle superiori==
[[:Materia:Informatica per la scuola media 1]]
*[[Strumenti coding con scratch]]
*[[Minetest e le mod]]
*[[Introduzione alla robotica e robotica ''virtuale'']]
*[[Arduino fare tante cose]]
*[[3D prime stampe]]
==Guide tecniche==
*[[Scratch]]
==Note==
==Collegamenti==
* [[In rete per apprendere (scuola media)]]
* [[Educazione civica digitale curriculum]]
* [[Usare l'IA per imparare (scuola media)]]
* [[Identità e sicurezza digitale (scuola primaria e media)]]
==Collegamenti esterni==
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EPIC
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Annullata la modifica di [[Special:Contributions/Quinlan83tunisino|Quinlan83tunisino]] ([[User talk:Quinlan83tunisino|discussione]]), riportata alla versione precedente di [[User:Quinlan83|Quinlan83]]
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text/x-wiki
{{Risorsa|tipo=programma|materia1=Informatica e coding per la scuola elementare|materia2=Informatica per la scuola media 2}}
Apprendere le basi della programmazione informatica allo scopo di rendere più consapevole l'uso dei device tecnologici per lo studio e l'apprendimento.
Conoscere la programmazione a blocchi, apprendere collaborando.
Questa pagina è collaegata con [[Informatica, coding e robotica per la scuola primaria e media]] dove sono elencati progetti ed attività.
==Biennio iniziale scuola primaria==
[[:Materia:Informatica e coding per la scuola elementare]]
*[[La tastiera ed il mouse (scuola elementare)]]
*[[Primi passi nel coding (scuola elementare)]]
*[[Primi passi robotica (scuola elementare)]]
==Dalla terza alla quinta primaria==
In terza elementare si può introdurre la programmazione con [https://scratch.mit.edu/ Scratch]
*[[Primi passi nel coding (scuola elementare)]]
*[[Scratch:progetti smontati (scuola elementare)]]
*[[Introduzione alla robotica e robotica ''virtuale'']]
*[[Minetest e le mod]]
*[[3D prime stampe]]
==Prima media e seconda media==
[[:Materia:Informatica per la scuola media 1]]
*[[Coding con scratch (progetti smontati)]]
*[[Introduzione alla robotica e robotica ''virtuale'']]
*[[Strumenti coding con scratch]]
*[[Minetest e le mod]]
*[[3D prime stampe]]
==Terza media, con un occhio alle superiori==
[[:Materia:Informatica per la scuola media 1]]
*[[Strumenti coding con scratch]]
*[[Minetest e le mod]]
*[[Introduzione alla robotica e robotica ''virtuale'']]
*[[Arduino fare tante cose]]
*[[3D prime stampe]]
==Guide tecniche==
*[[Scratch]]
==Note==
==Collegamenti==
* [[In rete per apprendere (scuola media)]]
* [[Educazione civica digitale curriculum]]
* [[Usare l'IA per imparare (scuola media)]]
* [[Identità e sicurezza digitale (scuola primaria e media)]]
==Collegamenti esterni==
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Decreto ministeriale 2 aprile 1968, n. 1444
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text/x-wiki
{{Risorsa|tipo=lezione|materia1=Urbanistica}}
Il '''decreto interministeriale 2 aprile 1968, n. 1444''' è una norma che detta i Paolo limiti e le regole in materia urbanistica in Italia, valide su tutto il territorio nazionale e recepite dai [[Piani Regolatori Generali]] di ciascun comune italiano così come sono oppure restringendo ulteriormente i limiti forniti.
L'atto ha significativamente influenzato lo sviluppo urbanistico dei comuni italiani. Tra le norme più note ivi contenute si rammentano quelle relative alla definizione delle [[Zone territoriali omogenee]] e ai limiti di altezza e distanza tra fabbricati. <ref>{{Cita web|url=http://www.bosettiegatti.eu/info/norme/statali/1968_1444.htm|titolo=Decreto interministeriale 2 aprile 1968, n. 1444}}</ref>
== Contenuto ==
Per i comuni italiani, questo decreto riveste particolare importanza per via della cogenza delle norme ivi contenute ai fini della redazione degli strumenti urbanistici ([[Piano regolatore generale]], [[Piani particolareggiati]] e regolamenti urbanistici). L'articolo 17 della legge 6 agosto 1967, n. 765, infatti, impone ai Comuni il rispetto dei limiti definiti in questo decreto ministeriale. Per i soggetti privati, invece, esso riveste notevole importanza dal momento che, assieme ai [[Piani Regolatori Generali]] e alle altre leggi e regolamenti comunali e regionali in materia urbanistica, è utilizzato nella redazione dei Piani di lottizzazione convenzionata.
L'art. 30 comma 1 lettera a della [[legge 9 agosto 2013, n. 98]] - di conversione del decreto legge 21 giugno 2013, n. 69 - ha successivamente introdotto per le regioni italiane la possibilità di introdurre "disposizioni derogatorie" al DM del 1968 nei limiti ivi stabiliti.<ref>{{cita web|url=http://www.bosettiegatti.eu/info/norme/statali/2013_0098.htm#30|titolo=Art. 30 legge 9 agosto 2013, n. 98}}</ref>
=== Zone territoriali omogenee (ZTO) ===
Il decreto ministeriale contiene le definizioni delle zone territoriali omogenee A, B, C, D, E ed F:
* A) zone di particolare valore storico, artistico o ambientale o zone contenenti porzioni di aree di questo tipo qualora esse siano da considerarsi parte integrante;
* B) zone totalmente o parzialmente edificate diverse da A);
* C) zone destinate a nuovi complessi insediativi;
* D) zone destinate a impianti industriali e simili;
* E) zone destinate a usi agricoli, escluse le aree agricole in cui il frazionamento porterebbe a insediamenti da considerare zona C);
* F) zone destinate a ospitare attrezzature e impianti di interesse generale.
=== Rapporti massimi tra spazi residenziali ===
Nall'articolo 3 sono garantiti inderogabilmente, per ogni abitante e per ogni zona residenziale, indipendemente dal tipo di ZTO, 18 m² di spazi pubblici destinati alle attività collettive, a verde pubblico o a parcheggi con esclusione degli spazi destinati alle sedi viarie.
I 18 m²/ab sono così ripartiti:
* a) 4,50 m²/ab di aree per l'istruzione: asili nido, scuole materne e scuole dell'obbligo;
* b) 2,00 m²/ab di aree per attrezzature di interesse comune: religiose, culturali, sociali, assistenziali, sanitarie, amministrative, per pubblici servizi (uffici P.T., protezione civile, ecc.) ed altre;
* c) 9,00 m²/ab di aree per spazi pubblici attrezzati a parco e per il gioco e lo sport, effettivamente utilizzabili per tali impianti con esclusione di fasce verdi lungo le strade ;
* d) 2,50 m²/ab di aree per parcheggi (in aggiunta alle superfici a parcheggio previste dall'art. 18 della legge n. 765): tali aree - in casi speciali - potranno essere distribuite su diversi livelli.
=== Variazioni e ampliamenti dei rapporti massimi per ZTO A, B, C, E ed F ===
Per le zone residenziali, il rapporto massimo dei 18 m²/ab definito nell'art.3 e le ripartizioni sono soggetti a variazioni e a ulteriori misure specifiche relative al tipo di ZTO. L'articolo 4 definisce variazioni e ampliamenti per le ZTO di tipo A, B, C, E ed F (zone non industriali).
=== Spazi pubblici e parcheggi per insediamenti di carattere commerciale e direzionale ===
Per gli insediamenti di carattere commerciale e direzionale, a 100 m² di superficie lorda di pavimento di edifici previsti, deve corrispondere la quantità minima di 80 m² di spazio, escluse le sedi viarie, di cui almeno la metà destinata a parcheggi (in aggiunta a quelli di cui all'art. 18 della legge n. 765); tale quantità, per le zone A e B, è ridotta alla metà, purché siano previste adeguate attrezzature integrative.
=== Rapporti massimi tra spazi destinati agli insediamenti produttivi e di pubblica utilità ===
L'articolo 5 definisce il rapporto massimo tra gli spazi destinati agli insediamenti produttivi e gli spazi pubblici destinati alle attività collettive, a verde pubblico o a parcheggi e si riferisce agli insediamenti delle ZTO di tipo D (zone industriali). Diversamente dal rapporto massimo relativo agli insediamenti abitativi (espresso in m²/ab), il rapporto massimo relativo agli insediamenti produttivi è definito in questo caso come percentuale minima di spazi pubblici o riservati di cui sopra rispetto alla superficie totale destinata agli insediamenti produttivi. La percentuale minima definita all'articolo 5 è pari al 10%. L'uso del valore in percentuale è dovuto al fatto che le zone industriali (D) non possiedono solitamente una popolazione residente e in ogni caso la popolazione residente sarebbe in tal caso insufficiente oppure non idonea a definire la quantità di spazi pubblici in questione.
=== Limiti di densità edilizia ===
I limiti di densità edilizia sono definiti per zona territoriale omogenea.
Per le zone A, nelle operazioni di risanamento conservativo e altre trasformazioni conservative, le densità edilizie territoriali e fondiarie non debbono superare quelle preesistenti, computate senza tener conto delle soprastrutture di epoca recente prive di valore storico-artistico; per le eventuali nuove costruzioni ammesse, la densità fondiaria non deve superare il 50% della densità fondiaria media della zona e, in nessun caso, i 5 m³/m²;
Per le zone B, le densità territoriali e fondiarie sono stabilite in sede di formazione degli strumenti urbanistici ([[Piano Regolatore Generale]] e Regolamenti urbanistici comunali e regionali) tenendo conto delle esigenze igieniche, di decongestionamento urbano e delle quantità minime che derivano dai rapporti minimi di spazi pubblici e riservati di cui sopra.
Qualora le previsioni di piano consentano trasformazioni per singoli edifici mediante demolizione e ricostruzione, non sono ammesse densità fondiarie superiori ai seguenti limiti:
* 7 m³/m² per comuni superiori ai 200.000 abitanti;
* 6 m³/m² per comuni tra 200.000 e 50.000 abitanti;
* 5 m³/m² per comuni al di sotto dei 50.000 abitanti.
Gli abitanti sono riferiti alla situazione del Comune alla data di adozione del piano.
Sono ammesse densità superiori ai predetti limiti quando esse non eccedano il 70% delle densità preesistenti.
Per le zone C, i limiti di densità edilizia territoriale risulteranno determinati dalla combinata applicazione delle norme relative ai rapporti minimi di cui sopra e di quelle relative ai limiti di altezza e distanza tra edifici degli articoli 8 e 9, nonché dagli indici di densità fondiaria che dovranno essere stabiliti in sede di formazione degli strumenti urbanistici, e per i quali non sono posti specifici limiti.
Per le zone E, è prescritta per le abitazioni la massima densità fondiaria di 0,03 m³/m².
=== Limiti di altezza degli edifici ===
Per quanto riguarda gli edifici nelle zone A, gli interventi di restauro su edifici non possono portare a un edificio di altezza maggiore dell'edificio preesistente, fatta eccezione per il caso di soprastrutture aggiunte alle antiche strutture. Per le eventuali trasformazioni o nuove costruzioni che risultino ammissibili, l'altezza massima di ogni edificio non può superare quella degli edifici circostanti di carattere storico o artistico.
Nelle zone B, l'altezza massima dei nuovi edifici non può superare l'altezza degli edifici preesistenti e circostanti, con l'eccezione di edifici che formino oggetto di piani particolareggiati o lottizzazioni convenzionate con previsioni planovolumetriche, sempre che rispettino i limiti di densità fondiaria di cui all'art. 7.
Per quanto riguarda gli edifici ricadenti in zone C, che siano contigue o in diretto rapporto visuale con zone del tipo A, le altezze massime dei nuovi edifici non possono superare altezze compatibili con quelle degli edifici delle zone A predette.
Per gli edifici ricadenti in altre zone, le altezze massime sono stabilite dagli strumenti urbanistici (quali il [[Piano Regolatore Generale]] e i Regolamenti urbanistici comunali e regionali) in relazione alle norme sulle distanze tra i fabbricati.
=== Limiti di distanza tra gli edifici ===
I limiti di distanza tra edifici sono stabiliti nello specifico per le zone A e C. Per le zone A (zone di interesse storico, artistico o ambientale) la distanza non può essere inferiore a quella degli edifici preesistenti senza considerare costruzioni di epoca recente e prive di valore storico, artistico o ambientale.
Per le zone C, la distanza minima tra due pareti entrambe dotate di finestre di edifici antistanti deve essere non inferiore all'altezza del fabbricato più alto. La norma si applica anche quando solo una delle due pareti è dotata di finestre qualora gli edifici si fronteggino per uno sviluppo superiore a 12 metri.
Per le altre zone, la distanza minima tra una parete dotata di finestre di un edificio e una parete di un edificio antistante è pari a 10 metri.
Distanze minime tra edifici sono previste anche nel caso in cui tra i due edifici è interposta una strada. La distanza minima in questo caso è pari alla lunghezza della sede stradale più:
* 5 metri per lato, per strade di larghezza inferiore a 7 metri;
* 7,5 metri per lato, per strade di larghezza compresa tra 7 metri e 15 metri;
* 10 metri per lato, per strade di larghezza superiore a 15 metri.
Per gli edifici ricadenti in zona C, se la distanza minima così ricavata per i casi in cui è interposta una strada risulta inferiore all'altezza del fabbricato più alto, si prende come valore di distanza minima quello dell'altezza del fabbricato più alto.
Sono ammesse distanze inferiori a quelle indicate, nel caso di gruppi di edifici che formino oggetto di piani particolareggiati o lottizzazioni convenzionate con previsioni planovolumetriche.
== Note ==
<references />
== Collegamenti esterni ==
* {{Cita web|url=http://www.bosettiegatti.eu/info/norme/statali/1968_1444.htm|titolo=Decreto interministeriale 2 aprile 1968, n. 1444}}
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wikitext
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Il '''decreto interministeriale 2 aprile 1968, n. 1444''' è una norma che detta i limiti e le regole in materia urbanistica in Italia, valide su tutto il territorio nazionale e recepite dai [[Piani Regolatori Generali]] di ciascun comune italiano così come sono oppure restringendo ulteriormente i limiti forniti.
L'atto ha significativamente influenzato lo sviluppo urbanistico dei comuni italiani. Tra le norme più note ivi contenute si rammentano quelle relative alla definizione delle [[Zone territoriali omogenee]] e ai limiti di altezza e distanza tra fabbricati. <ref>{{Cita web|url=http://www.bosettiegatti.eu/info/norme/statali/1968_1444.htm|titolo=Decreto interministeriale 2 aprile 1968, n. 1444}}</ref>
== Contenuto ==
Per i comuni italiani, questo decreto riveste particolare importanza per via della cogenza delle norme ivi contenute ai fini della redazione degli strumenti urbanistici ([[Piano regolatore generale]], [[Piani particolareggiati]] e regolamenti urbanistici). L'articolo 17 della legge 6 agosto 1967, n. 765, infatti, impone ai Comuni il rispetto dei limiti definiti in questo decreto ministeriale. Per i soggetti privati, invece, esso riveste notevole importanza dal momento che, assieme ai [[Piani Regolatori Generali]] e alle altre leggi e regolamenti comunali e regionali in materia urbanistica, è utilizzato nella redazione dei Piani di lottizzazione convenzionata.
L'art. 30 comma 1 lettera a della [[legge 9 agosto 2013, n. 98]] - di conversione del decreto legge 21 giugno 2013, n. 69 - ha successivamente introdotto per le regioni italiane la possibilità di introdurre "disposizioni derogatorie" al DM del 1968 nei limiti ivi stabiliti.<ref>{{cita web|url=http://www.bosettiegatti.eu/info/norme/statali/2013_0098.htm#30|titolo=Art. 30 legge 9 agosto 2013, n. 98}}</ref>
=== Zone territoriali omogenee (ZTO) ===
Il decreto ministeriale contiene le definizioni delle zone territoriali omogenee A, B, C, D, E ed F:
* A) zone di particolare valore storico, artistico o ambientale o zone contenenti porzioni di aree di questo tipo qualora esse siano da considerarsi parte integrante;
* B) zone totalmente o parzialmente edificate diverse da A);
* C) zone destinate a nuovi complessi insediativi;
* D) zone destinate a impianti industriali e simili;
* E) zone destinate a usi agricoli, escluse le aree agricole in cui il frazionamento porterebbe a insediamenti da considerare zona C);
* F) zone destinate a ospitare attrezzature e impianti di interesse generale.
=== Rapporti massimi tra spazi residenziali ===
Nall'articolo 3 sono garantiti inderogabilmente, per ogni abitante e per ogni zona residenziale, indipendemente dal tipo di ZTO, 18 m² di spazi pubblici destinati alle attività collettive, a verde pubblico o a parcheggi con esclusione degli spazi destinati alle sedi viarie.
I 18 m²/ab sono così ripartiti:
* a) 4,50 m²/ab di aree per l'istruzione: asili nido, scuole materne e scuole dell'obbligo;
* b) 2,00 m²/ab di aree per attrezzature di interesse comune: religiose, culturali, sociali, assistenziali, sanitarie, amministrative, per pubblici servizi (uffici P.T., protezione civile, ecc.) ed altre;
* c) 9,00 m²/ab di aree per spazi pubblici attrezzati a parco e per il gioco e lo sport, effettivamente utilizzabili per tali impianti con esclusione di fasce verdi lungo le strade ;
* d) 2,50 m²/ab di aree per parcheggi (in aggiunta alle superfici a parcheggio previste dall'art. 18 della legge n. 765): tali aree - in casi speciali - potranno essere distribuite su diversi livelli.
=== Variazioni e ampliamenti dei rapporti massimi per ZTO A, B, C, E ed F ===
Per le zone residenziali, il rapporto massimo dei 18 m²/ab definito nell'art.3 e le ripartizioni sono soggetti a variazioni e a ulteriori misure specifiche relative al tipo di ZTO. L'articolo 4 definisce variazioni e ampliamenti per le ZTO di tipo A, B, C, E ed F (zone non industriali).
=== Spazi pubblici e parcheggi per insediamenti di carattere commerciale e direzionale ===
Per gli insediamenti di carattere commerciale e direzionale, a 100 m² di superficie lorda di pavimento di edifici previsti, deve corrispondere la quantità minima di 80 m² di spazio, escluse le sedi viarie, di cui almeno la metà destinata a parcheggi (in aggiunta a quelli di cui all'art. 18 della legge n. 765); tale quantità, per le zone A e B, è ridotta alla metà, purché siano previste adeguate attrezzature integrative.
=== Rapporti massimi tra spazi destinati agli insediamenti produttivi e di pubblica utilità ===
L'articolo 5 definisce il rapporto massimo tra gli spazi destinati agli insediamenti produttivi e gli spazi pubblici destinati alle attività collettive, a verde pubblico o a parcheggi e si riferisce agli insediamenti delle ZTO di tipo D (zone industriali). Diversamente dal rapporto massimo relativo agli insediamenti abitativi (espresso in m²/ab), il rapporto massimo relativo agli insediamenti produttivi è definito in questo caso come percentuale minima di spazi pubblici o riservati di cui sopra rispetto alla superficie totale destinata agli insediamenti produttivi. La percentuale minima definita all'articolo 5 è pari al 10%. L'uso del valore in percentuale è dovuto al fatto che le zone industriali (D) non possiedono solitamente una popolazione residente e in ogni caso la popolazione residente sarebbe in tal caso insufficiente oppure non idonea a definire la quantità di spazi pubblici in questione.
=== Limiti di densità edilizia ===
I limiti di densità edilizia sono definiti per zona territoriale omogenea.
Per le zone A, nelle operazioni di risanamento conservativo e altre trasformazioni conservative, le densità edilizie territoriali e fondiarie non debbono superare quelle preesistenti, computate senza tener conto delle soprastrutture di epoca recente prive di valore storico-artistico; per le eventuali nuove costruzioni ammesse, la densità fondiaria non deve superare il 50% della densità fondiaria media della zona e, in nessun caso, i 5 m³/m²;
Per le zone B, le densità territoriali e fondiarie sono stabilite in sede di formazione degli strumenti urbanistici ([[Piano Regolatore Generale]] e Regolamenti urbanistici comunali e regionali) tenendo conto delle esigenze igieniche, di decongestionamento urbano e delle quantità minime che derivano dai rapporti minimi di spazi pubblici e riservati di cui sopra.
Qualora le previsioni di piano consentano trasformazioni per singoli edifici mediante demolizione e ricostruzione, non sono ammesse densità fondiarie superiori ai seguenti limiti:
* 7 m³/m² per comuni superiori ai 200.000 abitanti;
* 6 m³/m² per comuni tra 200.000 e 50.000 abitanti;
* 5 m³/m² per comuni al di sotto dei 50.000 abitanti.
Gli abitanti sono riferiti alla situazione del Comune alla data di adozione del piano.
Sono ammesse densità superiori ai predetti limiti quando esse non eccedano il 70% delle densità preesistenti.
Per le zone C, i limiti di densità edilizia territoriale risulteranno determinati dalla combinata applicazione delle norme relative ai rapporti minimi di cui sopra e di quelle relative ai limiti di altezza e distanza tra edifici degli articoli 8 e 9, nonché dagli indici di densità fondiaria che dovranno essere stabiliti in sede di formazione degli strumenti urbanistici, e per i quali non sono posti specifici limiti.
Per le zone E, è prescritta per le abitazioni la massima densità fondiaria di 0,03 m³/m².
=== Limiti di altezza degli edifici ===
Per quanto riguarda gli edifici nelle zone A, gli interventi di restauro su edifici non possono portare a un edificio di altezza maggiore dell'edificio preesistente, fatta eccezione per il caso di soprastrutture aggiunte alle antiche strutture. Per le eventuali trasformazioni o nuove costruzioni che risultino ammissibili, l'altezza massima di ogni edificio non può superare quella degli edifici circostanti di carattere storico o artistico.
Nelle zone B, l'altezza massima dei nuovi edifici non può superare l'altezza degli edifici preesistenti e circostanti, con l'eccezione di edifici che formino oggetto di piani particolareggiati o lottizzazioni convenzionate con previsioni planovolumetriche, sempre che rispettino i limiti di densità fondiaria di cui all'art. 7.
Per quanto riguarda gli edifici ricadenti in zone C, che siano contigue o in diretto rapporto visuale con zone del tipo A, le altezze massime dei nuovi edifici non possono superare altezze compatibili con quelle degli edifici delle zone A predette.
Per gli edifici ricadenti in altre zone, le altezze massime sono stabilite dagli strumenti urbanistici (quali il [[Piano Regolatore Generale]] e i Regolamenti urbanistici comunali e regionali) in relazione alle norme sulle distanze tra i fabbricati.
=== Limiti di distanza tra gli edifici ===
I limiti di distanza tra edifici sono stabiliti nello specifico per le zone A e C. Per le zone A (zone di interesse storico, artistico o ambientale) la distanza non può essere inferiore a quella degli edifici preesistenti senza considerare costruzioni di epoca recente e prive di valore storico, artistico o ambientale.
Per le zone C, la distanza minima tra due pareti entrambe dotate di finestre di edifici antistanti deve essere non inferiore all'altezza del fabbricato più alto. La norma si applica anche quando solo una delle due pareti è dotata di finestre qualora gli edifici si fronteggino per uno sviluppo superiore a 12 metri.
Per le altre zone, la distanza minima tra una parete dotata di finestre di un edificio e una parete di un edificio antistante è pari a 10 metri.
Distanze minime tra edifici sono previste anche nel caso in cui tra i due edifici è interposta una strada. La distanza minima in questo caso è pari alla lunghezza della sede stradale più:
* 5 metri per lato, per strade di larghezza inferiore a 7 metri;
* 7,5 metri per lato, per strade di larghezza compresa tra 7 metri e 15 metri;
* 10 metri per lato, per strade di larghezza superiore a 15 metri.
Per gli edifici ricadenti in zona C, se la distanza minima così ricavata per i casi in cui è interposta una strada risulta inferiore all'altezza del fabbricato più alto, si prende come valore di distanza minima quello dell'altezza del fabbricato più alto.
Sono ammesse distanze inferiori a quelle indicate, nel caso di gruppi di edifici che formino oggetto di piani particolareggiati o lottizzazioni convenzionate con previsioni planovolumetriche.
== Note ==
<references />
== Collegamenti esterni ==
* {{Cita web|url=http://www.bosettiegatti.eu/info/norme/statali/1968_1444.htm|titolo=Decreto interministeriale 2 aprile 1968, n. 1444}}
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Discussione:Forza elettrica e campo elettrostatico
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